23 Marzo 1944 – Roma
Attacco partigiano, in via Rasella, a una colonna tedesca. Muoiono 33 militari. La rappresaglia, voluta direttamente da Hitler e diretta dal colonnello Herbert Kappler, porterà al massacro di 335 civili alle Fosse Ardeatine.
Attacco partigiano, in via Rasella, a una colonna tedesca. Muoiono 33 militari. La rappresaglia, voluta direttamente da Hitler e diretta dal colonnello Herbert Kappler, porterà al massacro di 335 civili alle Fosse Ardeatine.
Il 22 marzo 1944 si consumò l’“eccidio di Montalto”. Ventisette uomini tra partigiani di vecchia data e giovani giunti in montagna da meno di un mese persero la vita per mano di un reparto del battaglione M – IX Settembre, inquadrato nella divisione tedesca Brandenburg. Ancora oggi è opinione diffusa che si sia trattato di una rappresaglia, volta a vendicare l’episodio di violenza avvenuto a Muccia un mese prima. I 27 giovani vengono uccisi nei pressi di una scarpata, in gran parte di Tolentino renitenti alla leva, che si erano arresi dietro la promessa di aver salva la vita.
22 Marzo 1944 La battaglia di Monastero (MC)
Il 22 marzo 1944, dopo l’eccidio di Montalto, i tedeschi mossero alla volta di Monastero, dove però trovarono i partigiani preparati ad attenderli. Sopra il villaggio era posizionato il gruppo Nicolò, mentre nella parte iniziale della vallata, dove corrono i sentieri di accesso al paese, erano collocati, da una parte, i partigiani del gruppo “201” comandati da Acciaio e, dall’altra, i partigiani del gruppo Vera di San Ginesio. Fu una giornata di aspri combattimenti; i partigiani riuscirono a mantenere le loro posizioni e a respingere l’attacco procurando numerose perdite ai tedeschi che, esaltati dal fenomeno di violenza appena vissuto a Montalto, non si aspettavano una resistenza così energica. Sia protagonisti dello scontro che storici come Salvadori e Mari sostengono con dubbia precisione che i nazifascisti perdettero intorno ai 148 uomini, mentre i partigiani solo trentaquattro. Al di là della correttezza delle cifre, quel che è certo è che lo scontro venne percepito dai partigiani come un grande successo.
Lettera alla moglie di un martire comunista, compagno di cella del martire Don Giuseppe Morosini
Il compagno di “don Peppino” nella cella 382 era un ragazzo comunista di 23 anni, Epimenio Liberi, che aveva partecipato ai combattimenti di Porta San Paolo contro i nazisti nel settembre del ’43 e che aspettava dalla giovane moglie il terzo figlio. I due divennero amici. Per il bambino in arrivo Don Giuseppe Morosini scrisse una ninna nanna, parole e note, che cantava tra l’altro così:
“…C’è un castello di fate in riva al mare
C’è un castello di re sopra la terra
C’è una bionda regina fra le ancelle
C’è una dolce madonna fra le stelle
Il castello del re è la tua culla
E la bionda regina è la tua mamma
Che con le fate ti ripete in coro
La più amorosa e dolce ninna nanna…”.
Il giovane spedì alla moglie il testo della composizione, aggiungendo a matita in fondo al foglio: “Cara Giovanna, nella mia cella c’è un amico carissimo, ti stupirai nel sentir dire che è un prete, ed è autore della presente Ninna Nanna, il mio amico Peppino, mi ha promesso che farà lui il battesimo e dirigerà l’orchestra che dovrà eseguire la presente quando si farà la festa del battesimo; se non capita qualche guaio”.
Epimenio Liberio fu ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 Marzo, pochi giorni prima della fucilazione di Don Morosini a Forte Bravetta, all’alba del 3 Aprile 1944, lunedì di Pasqua.
(tratto dal libro “La Battaglia di Roma” di Claudio Fracassi. Ed. Mursia, pag. 287)
Celso Ghini, in data 20 marzo, inviò alla direzione centrale del PCI, una missiva con un resoconto entusiasta delle operazioni, ma anche palesando una grossa preoccupazione : “Noi abbiamo uomini e armi per fronteggiare qualsiasi situazione … Da una parte possibilità illimitate sotto la guida e la responsabilità del nostro partito, dall’altra un disordine e una confusione incredibile perché lo sviluppo degli avvenimenti ha letteralmente sopraffatto le scarse forze preparate del nostro partito.” Infatti, nei vari battaglioni della Gramsci si arruolavano altri giovani istruiti nel campo militare di Colle Giacone. Le pattuglie della brigata requisivano le armi nelle piccole guarnigioni fasciste, mentre Pasquale e il suo stato maggiore progettavano un attacco a Ferentillo, a Montefranco , ad Arrone e a Montefranco. La direzione centrale del PCI rispose a Celso Ghini imponendo una frenata: “Per far fronte ai pericoli della situazione , pensa che in attesa di poter rafforzare l’organizzazione con quadri di valore, tu puoi prendere alcune misure che ci sembrano necessarie, Una prima misura è quella di non aumentare ancora i già grossi effettivi della brigata. Noi pensiamo che sei battaglioni e quattrocento uomini siano troppi per l’organico di una brigata che deve agire nelle condizioni attuali.” L’espansione territoriale della Brigata Gramsci e le responsabilità civili sempre maggiori, che Filipponi si assumeva, apparvero pericolose alla direzione centrale del partito. Uno spiegamento di forze stabilmente insediato poteva essere demolito, nelle successive settimane, dall’esercito tedesco. Il PCI raccomandò la mobilità dei battaglioni di piccole dimensioni ,utili per boicottare i veicoli che portavano rifornimenti e rinforzi alla Linea Gustav sulle rotabili di minore sorveglianza aerea.
Quella mattina partirono da Frontillo e da Polverina diverse centinaia di militi nazi-fascisti. I partigiani per evitare rappresaglie contro la popolazione si erano ritirati sulle montagne vicine, completamente innevate. Le truppe nazifasciste piazzarono i mortai nella frazione di Cicconi e nella località di Poggio, poi iniziarono il rastrellamento. Durante l’azione rimasero uccisi Ennio Carradori e Vincenzo Sestili. La casa dei fratelli Ferri fu data alle fiamme dopo essere stata saccheggiata. La stessa sorte toccò all’abitazione di un altro partigiano, Ricci. Alcune squadre si erano dirette a Fiume, Fiegni e Podalla. Gli uomini del “202″ da Podalla, dove erano ripiegati, tentarono di accerchiare i militi, che dopo aver incendiato altre case lungo la strada, a metà pomeriggio fecero ritorno a Fiastra.
20 marzo 1944, Cervarolo Frazione di Villa Minozzo (RE)
Paracadutisti della divisione di SS “Herman Goering”,3. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG al comando del capitano Hartwing, distruggono il paese dopo averlo interamente depredato e dopo aver massacrato donne e bambini. Gli uomini superstiti vengono ammassati in un cortile, denudati, lasciati per ore nella neve. Alla fine 27 di essi vengono fucilati
Un rastrellamento dei nazifascisti nelle frazioni di Monchio, Susano e Costrignano si conclude con l’eliminazione di 150 persone.
18 marzo 1944 – Montefiorino (MO).
Sull’Appennino modenese affluiscono un reparto di paracadutisti della Divisione corazzata Herman Goering, 2. e 4. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG comandato dal capitano di cavalleria, Kurt Cristian von Loeben, accompagnato da reparti della G.N.R. di Modena che circondò la valle del Dragone. Alle prime luci dell’alba del 18 marzo gli abitanti della valle furono svegliati dai colpi di tre cannoni che i tedeschi, dalla Rocca di Montefiorino, sparavano su Susano, Costrignano e Monchio. Muovendo da Montefiorino, da Savoniero e probabilmente anche da Palagano anche i reparti germanici motorizzati si misero in marcia verso i paesi da distruggere. I diversi reparti si erano suddivisi le frazioni e le borgate dove dovevano effettuare le stragi.I paracadutisti della Goering ed elementi della gendarmeria iniziarono la spietata caccia all’uomo. Le povere vittime, tutti inermi cittadini, vennero passate per le armi nei luoghi in cui venivano sorpresi. Una parte di essi fu incolonnata, caricata di armi, munizioni e di beni razziati ed avviata verso Monchio dove, nel pomeriggio, venne “giustiziata”. A Susano, che allora contava circa 250 persone, avvennero le prime uccisioni. Anche gli abitanti di Monchio convinti di non aver nulla da nascondere, non tentarono di fuggire e di nascondersi nei boschi. Don Luigi Braglia, parroco del paese: «Sono le sette del mattino quando comincia il saccheggio e l’orribile strage. Entrano nelle case, spezzano le stoviglie e mandano in frantumi i vetri con i grossi fucili;fanno uscire le donne e i bambini, fanno una scorreria nelle camere, rubano qua e là ciò che loro aggrada, scaricando gli uomini che avevano nel frattempo tenuti fermi sotto la minaccia delle armi e quindi li avviano alla piazzetta in prossimità del cimitero vecchio dove vennero passati per le armi». Quando se ne andarono lasciarono dietro di se 129 cadaveri: 71 a Monchio, 34 a Costrignano e 24 a Susano.
Mario Grecchi a 20 anni entra nella formazione di bande partigiani nella provincia di Perugia.
E’ da poco uscito dall’Accademia militare dei Modena e partecipa alla costituzione di una brigata che sarà chiamata “ Brigata Leoni”.
La brigata opererà nella zona di Deruta, Bettona, Collemancio, Castel Leone, Casilina. Nella stessa zona operava la brigata comunista Francesco Innamorati con un raggio d’azione un po’ più ampio, arrivando nel folignate. Fra le due brigate i rapporti erano ottimi e spesso si scambiano viveri e vestiario , a volte armi ed uomini.
In una delle prime azioni, nel febbraio del 1944, le due brigate disarmarono le caserme dei carabinieri e della Guardia Repubblichina di Deruta e distribuiranno viveri e vestiario alla popolazione del luogo.
Il comando della Leoni era sistemato in una altura fra Caste Leone e Bettona, (Torre Burchio). Operava a piccoli gruppi di tre o quattro elementi sabotando le vie di comunicazione, disarmando i fascisti e tedeschi.
Purtroppo nella zona c’erano anche spie che dettero informazioni ai tedeschi per un rastrellamento in tutto il territorio.
Così la famigerata Divisione di paracadutisti “ Goering”, appoggiata da elementi della Guardia Repubblicana inviati dal prefetto Rocchi tra il 6 e l’8 marzo 1944 operarono una vasto rastrellamento in tutta la zona e dopo un bombardamento con mortai e l’uso di carri armati riuscirono a circondare un gruppo di partigiani della Brigata Leoni e due della Brigata Innamorati, comandati dal giovane cadetto Mario Grecchi. Constatato il pericolo, Grecchi, ferito da una granata, ordinava ai suoi uomini di fuggire e salvarsi mentre lui cercherà di trattenere i nazisti e repubblichini, tanto che con una rivoltellata ucciderà il capitano del gruppo nazista che lo aveva circondato.
Grecchi verrà portato all’ospedale di Perugia per una sommaria medicazione, tanto da permettergli di restare in vita per essere fucilato il giorno dopo nel poligono di Tito di Porta San Pietro assieme ad altri otto partigiani catturati nella stessa occasione.
La fucilazione del giovane Grecchi suscitò una grandissima impressione nella città e quando gli alleati si decisero di costituire una nuova brigata per affrontare le retroguardie naziste che si erano asserragliate nel nord di Perugia impedendo per oltre 15 giorni l’avanzata delle truppe alleate verso Arezzo, a questa Brigata fu dato il nome di “ Brigata Mario Grecchi”.
Ricordo di Bartolo Ciccardini
(tratto dal libro: “La Resistenza di una comunità. La Repubblica autonoma di Cerreto d’Esi” (Studium)
La scelta di un giovane non era né serena né facile. I miei compagni di classe erano per la maggior parte due anni più di me ed erano nella bufera. Avevo un compagno che aveva quello che più poteva somigliare ad un carattere fascista e che forse per questo si era iscritto in una scuola militare. Si sentì impegnato per onore al suo giuramento precoce e combattè con i partigiani con valore. Si chiamava Mario Grecchi. Ferito, non accettò di arrendersi. Catturato, fu curato in ospedale quel tanto che bastasse a sostenere la fucilazione. Il giorno dopo l’esecuzione avvenne al poligono che è accanto alla bellissima chiesa di San Pietro. Un altro compagno di banco, Gianfranco Briganti, che era certamente il meno fascista di noi, che amava scherzare e raccontare barzellette antifasciste, non sopportò che l’Italia uscisse con vergogna dalla guerra e fece la sola scelta che a suo giudizio potesse salvare il suo onore. Partì con i giovani della Repubblica sociale e non ritornò. Fu fucilato chissà dove dai partigiani.
O amati compagni che a diciotto anni foste rapiti dall’onore a causa della vostra generosità, in un’età in cui si ha bisogno solo d’amore. Come potrei scegliere fra di voi? Io so che oggi il nostro posto doveva essere moralmente, storicamente e politicamente dalla parte di chi combatteva per la libertà dell’Europa, vicino ai nostri cugini il cui nome è restato nei registri di Ellis Island, vicino ai tanti nomi italo-americani del cimitero di Nettuno. Che la nostra vita sarebbe stata infine una repubblica democratica. So che uno di9 voi era nella parte giusta ed uno di voi era nella parte sbagliata. Ma io vi ho amato e pianto entrambi, tutti e due, compagni di banco.
Nell’ottobre 1959 la Direzione Centrale della DC organizzò in Roma un Convegno di studio sul tema: “I cattolici e lo Stato”. Relatori: Gabriele De Rosa, Guido Gonella e Marcello Gallo.
Gabriele De Rosa analizzò il contributo dei cattolici alla formazione del nuovo Stato; Guido Gonella, l’apporto del pensiero cristiano sociale alla nuova Costituzione; Marcello Gallo, le garanzie costituzionali della libertà.
Il Segretario politico della DC, Aldo Moro, concluse il Convegno.
Riportiamo di seguito la parte conclusiva dell’intervento di Gabriele De Rosa.
Ivo Butini
* * *
[…]
De Gasperi fu vicino alle esperienze delle nuove generazioni di cattolici. Egli ben comprese che la vita democratica nel nostro Paese non sarebbe stata ripresa al punto in cui il fascismo l’aveva interrotta, e ritenne sommamente importante che certe tradizioni civili della esperienza democratico cristiana e popolare dovessero essere ricomprese nella prossima azione pubblica dei cattolici.
Potremmo dire che a questo compito di mediazione Alcide De Gasperi si dedicò con ogni sua energia sin dal periodo clandestino, quando firmava i suoi articoli sul Popolo con lo pseudonimo Demofilo.
In uno di questi articoli, dopo avere ricordato che il fascismo aveva cercato di scavare un abisso tra la generazione dei popolari, che avevano lottato sfortunatamente per sbarrare la via al fascismo totalitario, e l’altra generazione dei giovani, “che attraversarono il ventennio fascista, senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore”, De Gasperi aggiungeva:
“Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva e operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico cristiano (…). La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani”.
Se le nuove generazioni portarono nella Resistenza lo slancio e la fede proprie dei giovani, che la liberazione volevano non soltanto come moto patriottico e nazionale, ma anche come palingenesi, come condanna del passato e non soltanto quello fascista, la generazione di De Gasperi era più attenta, invece, ai problemi, che furono cari al popolarismo, dei rapporti istituzionali tra i partiti e ai problemi della democrazia politica.
Quella certa tendenza che durante e dopo la Resistenza si manifestò anche tra gruppi di cattolici di ritenere superata la concezione pluralistica dei partiti e di sostituire ad esso una specie di blocco permanente resistenziale di popolo, lasciava De Gasperi preoccupato e diffidente.
In effetti, la Resistenza per Alcide De Gasperi non fu mai di per se stessa forma politica raggiunta, non fu mai intesa come movimento democraticistico, in cui si stemperassero le disuguaglianze tra i partiti nell’amalgama di una solidarietà popolare, ma fu la premessa materiale, l’elemento storico-politico fondamentale della composizione del nuovo Stato.
In altri termini, la Resistenza gli apparve come complesso di esigenze di rinnovamento della società, che avrebbero dovute essere interpretate politicamente ed essere sistemate nell’ambito di un nuovo Stato.
Questo Stato, nella concezione degasperiana, avrebbe mantenuto, però, il carattere di democrazia parlamentare, dove la solidarietà popolare non poteva superare il confine delle differenze sostanziali e istituzionali tra i partiti; questo Stato doveva essere una unione articolata e multanime e non una unità indiscriminata, e sempre muta, salvo che nelle acclamazioni.
Nella battaglia per la Costituzione del nuovo Stato i cattolici, come gli altri partiti dell’antifascismo, dettero il loro contributo, come portatori, per usare parole del linguaggio politico dello statista trentino, di una propria responsabilità politica specifica, ispirata certamente a un programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui il programma avrebbe dovuto essere attuato.
Non sta a me parlarvi degli apporti peculiari del pensiero cristiano sociale alla Costituzione; con maggiore competenza della mia lo farà l’on. Gonella. Mi permetto solo di richiamare la vostra attenzione sul fatto che il testo costituzionale ci appare come qualcosa di veramente originale e innovatore per noi, animato com’è da un’ispirazione finalistica che le costituzioni dell’Ottocento non conobbero.
Epperò, gli elementi originali vengono affermati anche in una sorta di continuità con il migliore pensiero dell’antifascismo, specialmente per ciò che riguarda le affermazioni del pluralismo sociale degli istituti economici e dei sindacati, delle autonomie locali e del decentramento amministrativo con la istituzione delle regioni. Rivendicazioni che già abbiamo trovato nel programma del partito popolare e che furono fatte proprie dalla democrazia cristiana.
V’è, inoltre, il presupposto personalistico che anima il testo costituzionale e in cui è possibile riconoscere l’influsso di un pensiero sociale di ispirazione cristiana.
Insomma, trattasi di un contributo attivo, dinamico, affermato in una gara ideologica e politica con gli altri partiti dell’antifascismo. Fatto indubbiamente nuovo nella storia del movimento cattolico. Poiché nell’evoluzione dell’azione politica dei cattolici italiani, che per sommi capi abbiamo tracciato, è la prima volta che un partito ispirantesi alla tradizione democratica cristiana abbia dato il suo apporto, e di importanza primaria, alla elaborazione di una Carta costituzionale.
Prima del fascismo i cattolici agivano nell’ambito di una costituzione, alla cui formulazione non avevano partecipato e di cui però, con i loro programmi di derivazione personalistica e di decentramento amministrativo avevano denunciato l’asfitticità. Non solo, ma essi non avevano mai trovato nella Costituzione quegli elementi di protezione e di garanzia alle manifestazioni del loro pensiero nel campo della religione e della propaganda, alla libertà di associazione e di riunione, che invece sono stati garantiti dalla nuova Costituzione a tutti gli italiani.
Non dimentichiamo i processi a Sturzo giovane, la condanna di Albertario e le circolare di Rudinì contro le associazioni cattoliche, non però, di Giolitti, che con sottigliezza da Talleyrand, preferiva alle circolari drastiche i patti Gentiloni.
Nel periodo prefascista i cattolici operavano nella cornice di uno Stato il quale nulla aveva sancito statutariamente per la vita economica del Paese, sembrando che unica legge dovesse essere quella dell’automatismo di mercato. Con tutto ciò niente impedì che si formassero nel periodo post-unitario dei monopoli di rappresentanza professionale per i sindacati rossi, mentre erano ignorati i sindacati cristiani.
Tutto ciò è superato con la nuova Costituzione, la quale non si limita a riconoscere più determinati diritti, rimanendo estranea, per il resto, ai problemi dello sviluppo della società civile, ma si preoccupa, invece, di intervenire, di dirigere, di aiutare la realizzazione di un equilibrio tra le varie classi all’interno, un equilibrio rispondente al fine generale dell’elevazione della persona umana in tutti i campi della vita pubblica.
Vi sarebbero qui elementi sufficienti per allargare la discussione e vedere come proprio nell’attribuzione di questi maggiori compiti allo Stato e nel suo carattere finalistico siano gli elementi di differenza con la mentalità “popolare”, che Sturzo ha difeso coerentemente sino all’ultimo.
Ma il discorso andrebbe riferito in termini più generali di storia economica, tenendo ben presenti certe modificazioni strutturali del nostro apparato statale, avvenute durante il fascismo e che Pareto avrebbe definito di socialismo borghese.
Ciò che in questa sede a noi preme sincerare è il diverso carattere che ha assunto, con la Resistenza, l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dei problemi dell’organizzazione dello Stato. Da una opposizione critica e netta allo Stato risorgimentale e liberale, i cattolici sono passati ad assumere un atteggiamento costruttivo e positivo, in un rapporto di chiara e corretta convivenza con gli altri partiti.
In questa fase di passaggio, e poi di assunzione di responsabilità dirette al governo del Paese, la Democrazia cristiana ha avuto la sua guida politica in Alcide De Gasperi, che fu, non a caso, anche l’ultimo segretario del partito popolare, del partito, cioè, per dirla con le parole di Francesco Luigi Ferrari, che aveva gettato un seme di sana democrazia nella nostra vita pubblica, concorrendo a favorire, quando il tempo fu maturo, la conquista da parte del popolo di un ordinamento autenticamente democratico, che esso dal Risorgimento non aveva mai posseduto.
Gabriele De Rosa
ottobre 1959
Verbale della riunione del giorno mercoledì 12 Marzo 2014 dell’esecutivo ristretto con la partecipazione dei due esponenti delle Acli (Rocco Savron ed Emiliano Manfredonia).
Presiede il Presidente: On. Giovanni Bianchi, che comunica l’andamento e l’esito delle riunioni riguardanti il mancato contributo già promesso per il 2013. Il programma proseguirà ugualmente in termini più contenuti. Si farà comunque il Convegno sulla Resistenza civile ed i sacerdoti del Centro-Italia. inoltre si comincerà la costruzione della “lectio multimedialis” che dovrebbe comprendere dieci lezioni interattive e digitalizzate a partire dalle lezioni 5,6,7 che riguardano i temi che comunque affronteremo in questo anno, in attesa di iniziare in autunno il programma del 2014.
Con la partecipazione dei rappresentanti delle Acli, Manfredonia e Savron, si approva il testo della convenzione Acli-ANPC. I Partigiani Cristiani faranno un tesseramento associato e coordinato con le Acli. Si coordinerà con le Acli il programma di studio e di lavoro. Si collaborerà con il Movimento Giovanile delle Acli al fine di costituire insieme, per la formazione dei giovani, i Gruppi di Lavoro “Resistenza e Costituzione”.
Si raccomandano tutte le sezioni e tutti i soci di collaborare con il nostro blog www.anpcnazionale.com per ricordare le nostre battaglie ed i nostri caduti nel calendario del 70° Anniversario della Resistenza.
Noi, in questi giorni, ricorderemo la strage delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo 1944. Ma vorremmo riportare nel calendario tutte le date degli avvenimenti locali della Resistenza che le nostre sezioni ed i nostri soci ricordano.
Aspettiamo dunque il vostro contributo alla memoria.
Il Segretario ANPC
Bartolo Ciccardini
Otto ostaggi vengono fucilati dalla X Mas come rappresaglia per un’azione partigiana.