ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “gennaio, 2014”

Riunione per il programma “La Resistenza fondamento della nostra identità”

 La Riunione per la definizione del programma “La Resistenza fondamento della nostra identità”, che si terrà

 

Lunedì 3 Febbraio 2014

presso l’Istituto Sturzo

(Via delle Coppelle, 35 – Roma)

Alle ore 16:00

 

Il programma sarà proposto dall’ANPC con la partnership di ACLI, ENI, Istituto Sturzo, LUMSA, Istituto De Gasperi di Bologna e con il patrocinio della CEI per la parte riguardante il sacrificio dei sacerdoti martiri nella Resistenza.

 

Introduce:

On. Giovanni Bianchi, Presidente ANPC

Impostazione del panorama storiografico:

Prof. Francesco Malgeri e Prof. Agostino Giovagnoli

Partecipazioni:

Giuseppe Sangiorgi, Segretario Istituto Sturzo

Prof. Andrea Ciampani, LUMSA

Dott.ssa Lucia Nardi, ENI Responsabile Relazioni Istituzionali e Comunicazione Iniziative Culturali

Prof. Paolo Acanfora, ACLI

Interventi:

Flavia Nardelli

Andrea Olivero

Gerardo Bianco

Maurizio Eufemi

Gianni Fontana

Publio Fiori

 

 

 

Annunci

30 Gennaio 1944: Anniversario Battaglia di Albacina

Il 30 Gennaio, il comandante Agostino esegue una azione di sabotaggio presso la stazione di Genga: viene danneggiato un piccolo ponte ed interrotta la linea ferroviaria. Questo sabotaggio permetterà alla formazione di compiere una grande impresa: l’azione partigiana alla stazione di Albacina del 2 Febbraio, definita (dalla “Relazione: I militari..” op. cit. pg 88) “un episodio di notevole importanza militare, che si può dire unico nel corso della Resistenza”.

Un treno, che trasporta giovani reclutati a forza e diretto al Nord (forse in Germania), scortato da soldati tedeschi è costretto a fare sosta alla stazione di Albacina, per la precedente interruzione della linea a Genga. Informatori di Albacina portano la notizia a Poggio San Vicino.

In un abboccamento tra i partigiani del San Vicino e quelli di Fabriano si decide l’attacco al treno per la stessa notte del 2 febbraio. Il gruppo San Vicino attaccherà alla testa del convoglio, il gruppo di Fabriano attaccherà alla coda. Il segnale, piuttosto impreciso, è il lancio di una bomba a mano. Infatti nessuno dei due Gruppi poteva avere  certezza di essere puntuale all’appuntamento. Nonostante la difficoltà dei collegamenti, la sorpresa riuscirà. Il nucleo principale dell’operazione è composto da quindici uomini che scendono dal San Vicino lungo la strada della Venza, attraversano la provinciale Settempeda all’altezza della “Figuretta”, attualmente presso la sede dello stabilimento Merloni. Traversano la ferrovia all’altezza del passaggio a livello di Monte Rustico e guadano il fiume Esino dopo “Le cune”. A quel punto il fiume aveva pochissima acqua per una deviazione del flusso a scopo industriale. Seguono lo stradello lungo la sponda sinistra del fiume, fino al congiungimento col fiume Giano e si vengono a trovare alla testa del convoglio che è collocato nel binario più lontano dalla stazione di Albacina.

Segue un lancio di bombe a mano a cui corrisponde un lancio da parte del gruppo di Fabriano che si era appostato in coda al convoglio. Faceva parte del Gruppo di Fabriano il giovane partigiano Angelo Falzetti, oggi Presidente dell’Anpi di Fabriano

La mossa è fortunata perché disorienta la scorta tedesca che non ha sufficienti vedette ed  è mal disposta nella difesa del convoglio. La sorpresa ha successo. Scompaginata e con ordini contrastanti la scorta, dopo aver subito perdite, si dà alla fuga. Le numerose reclute vengono condotte alla Porcarella. Il Salvadori parla di settecento uomini, ma il comandante Agostino stima che fossero circa cinquecento. La maggior parte ritornò a casa dopo diversi giorni, ma molti rimasero ad ingrossare le file della formazione.

L’azione militare è semplice e lineare, condotta con audacia ed accortezza. E’ anche fortunata perché permise di liberare e di sottrarre al nemico una forza considerevole di uomini. Il risultato può essere considerato sorprendente. Fu anche catturato materiale militare molto importante, fra cui una mitragliatrice Breda 22 che si rivelerà decisiva nella battaglia di Chigiano.

In tutte queste azioni partigiane è difficile valutare le perdite del nemico, perché gli attaccanti dovevano subito abbandonare il terreno dello scontro. Alle prime ore del mattino arrivarono truppe tedesche che raccolsero i morti ed i feriti. I partigiani persero un uomo al primo assalto. Una bomba a mano aveva tranciato un cavo della corrente elettrica in cui inciampò un giovane, Attilio Roselli che morì fulminato. Altri vi sarebbero incappati, se non fosse stato subito collocato un uomo a segnalare il pericolo. Ercole Ferranti fu abbattuto da una raffica di mitra della scorta.

(tratto dal libro di Bartolo Ciccardini: “La Resistenza di una comunità. La Repubblica autonome di Cerreto d’Esi”).

La Sezione ANPC di Piacenza annuncia una mostra sul fascismo ed i cattolici

Per il secondo anno consecutivo una classe del Liceo Scientifico di Fiorenzuola d’Arda in provincia di Piacenza, la VB, ha realizzato una ricerca storica su aspetti della storia locale degli Anni Venti. In una mostra, aperta al pubblico a partire da sabato 25 gennaio, saranno anticipati i principali risultati di tale ricerca che, nelle settimane successive, porteranno alla pubblicazione di un volume.

La ricerca, dedicata ai conflitti tra fascismo e movimento cattolico-popolare, ha sviluppato anche una sezione di storia dell’arte, dedicata allo studio di sei opere di artisti piacentini di quel periodo, alcuni dei quali convinti sostenitori del nascente regime fascista. Nella mostra sarà possibile vedere riproduzioni dei quadri studiati e avere una presentazione sintetica dei contenuti storiografici ad opera degli studenti che hanno condotto la ricerca, sotto la guida dei prof. Dossena e Orlandini.

La ricerca diventerà presto un libro, grazie ai contributi del Comune e della sezione piacentina dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, presieduta da Mario Spezia, intervenuto ieri alla presentazione della ricerca.

Clicca su: Il fascismo visto dagli studenti Libertà 26 1 2014

Volantino Manifestazione. Clicca qui: Volantino Inaugurazione Mostra

Alatri, giornata della Memoria al “Pertini”

Alatri-memoria-300x225Si è celebrata anche ad Alatri presso l’Istituto “Pertini” la “GIORNATA DELLA MEMORIA” alla presenza dei rappresentanti dell’Amministrazione comunale – dr. Fantini, delegato alla cultura e Scaccia, presidente di commissione e capogruppo del PD – e dal presidente dell’Associazione “L’amore che vive”, prof. Potenziani.

Ha introdotto i lavori la prof.ssa Greco, Dirigente scolastica che ha respinto con forza la provocazione oscena messa in atto a Roma contro esponenti ebrei alla vigilia della “Giornata della memoria” e ha auspicato che anche dalla celebrazione odierna parta un messaggio di solidarietà  verso gli esponenti vittime di tale indegna intimidazione; alle parole della prof.ssa greco si è associata la prof.ssa Colonnello. Sono stati quindi proiettati tre lavori realizzati dalle ultime classi della scuola, in cui musica, immagini, poesia si sono fuse in un inno alla libertà contro ogni forma di discriminazione. I lavori sono stati molto apprezzati dai convenuti. E’intervenuto quindi il Presidente prov.le dell’Ass. Naz. Partigiani Cristiani, Carlo Costantini, il quale, dopo aver parlato delle leggi antiebraiche approvate dal regime fascista nel 1938 ha messo in luce le persecuzioni contro gli ebrei attuate anche nella nostra provincia, dove ad Acuto e a San Donato Valcomino vennero confinate a lungo numerose famiglie di ebrei che vissero mesi di trepidazione e di paura di essere prelevati con la forza dai tedeschi e inviati nei campi di sterminio, come avvenuto purtroppo per molti degli ebrei confinati a San Donato. Ai cittadini dei due comuni gli ebrei superstiti fecero assegnare attestati di riconoscenza. Al termine hanno portato il loro contributo l’ing. Pio Pilozzi, già sindaco, per lungo tempo, di Acuto e il presidente dell’Associazione “Testimoni di un amore che vive”, prof. Luigi Potenziani.

Giorgio Alessandro Pacetti

Nella foto da sinistra: ing. Pio Pilozzi, già sindaco di Acuto, Carlo Costantini, Scaccia e Fantini rappresentanti dell’ Amministrazione comunale di Alatri, la prof.ssa Colonnello collaboratrice del Dirigente Scolastico del Pertini di Alatri.

(pubblicato su: http://www.eccolanotiziaquotidiana.it/alatri-giornata-della-memoria-al-pertini/)

Clicca qui per il manifesto ufficiale della Manifestazione: Giornata della Memoria Alatri

Altre notizie su: http://alatricultura.wordpress.com/2014/01/23/per-non-dimenticare-la-giornata-della-memoria-insieme-agli-studenti-di-alatri/

http://ciociariaquotidiano.it/component/k2/item/12210-alatri-stamane-al-pertini-incontro-dal-titolo-auschwitz-nella-memoria-storica-della-ciociaria

http://www.istitutopertini.net/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=667:il-giorno-della-memoria

Il video della presentazione del libro di Antonio Cipolloni

Presentato con successo presso la biblioteca Paroniana il libro di A.Cipolloni LA GIORNATA DEL 9 SETTEMBRE 1943, PRIMO EVENTO DELLA RESISTENZA IN ITALIA che tratta della guerra civile in Sabina, combattuta tra popolo e nazifascisti.
La serata è stata presentata della professoressa Sofia Boesch ed ha visto in sequenza i qualificati interventi di  don Dino Mulassano, nuovo parroco della parrocchia di Gesù Buon Pastore alla Montagnola, dove i fatti narrati da Cipolloni si svolsero 71 anni fa, di Daniele Mitolo, consigliere regionale, del sindaco di Rieti Simone Petrangeli, che ha tra l’altro annunciato che in occasione del settantesimo anniversario della liberazione di Rieti, il Comune ha previsto una serie di manifestazioni per richiamare l’attenzione della popolazione, ed in particolare del mondo della della Scuola, di Don Lorenzo Chiarinelli, che ha fornito un’approfondita disamina dei fattivisti nella loro dimensione etica, ed a chiudere dello stesso autore Antonio Cipolloni, che ha illustrato il progetto del libro ed il suo senso.

 

Una settimana dedicata ai Martiri della Resistenza a Roma e Rieti

Il Presidente di ANPC di Rieti, l’efficientissimo Pino Strinati ci informa sulle prossime manifestazioni: “Nel periodo dal 16 al 23 novembre: festeggiamenti di Santa Barbara nel Mondo con i Martiri della Resistenza. Sono in programmazione a Roma due eventi entrambi presso la Basilica Santa Maria in Aracoeli: il primo domenica 16 novembre con il Concerto della Fanfara della Polizia di Stato in omaggio a Don Pietro Pappagallo e Don Giuseppe Morosini. Saranno conferiti riconoscimenti a te e Gian Luigi Rondi per la promozione dei Valori della Resistenza , fondamenta  della Costituzione, al mio amico regista Gianfranco Albano autore del film “La Buona Battaglia. Don Pietro Pappagallo” e all’attore protagonista Flavio Insinna. Mi hanno dato conferma che parteciperanno le Suore Oblate , mie amiche da sempre, con la Madre Generale, in quanto Don Pietro Pappagallo era il loro Cappellano in Via Urbana vicino Santa Maria Maggiore. Inviterò il sindaco di Ferentino. Durante la settimana sto programmando un concerto con la Banda Musicale del Corpo Nazionale della Guardia di Finanza e il conferimento del Premio di Cultura “COME BARBARA” all’opera letteraria “L’Angelo del Tiburtino. Il ferroviere Michele Bolgia” dove ferrovieri e finanzieri parteciparono alla Resistenza. Attendo la conferma del Capitano Gerardo Severino, autore del libro e Direttore del Museo Nazionale della Guardia di Finanza che sta contattando la Banda. Durante la cerimonia conferirò un riconoscimento al Dott. Marco De Paolis, capo della Procura Militare di Roma per l’attività giudiziaria sulla ricostruzione delle strage nazifasciste in Italia. Inviterò l’amministratore delegato delle Ferrovie dott. Moretti, in quanto sindaco di Mompeo in Sabina. A Rieti organizzerò un concerto con la Fanfara degli Alpini centro Italia in omaggio al comandante Montezemolo e inviterò a presenziare la figlia, e una conferenza con il vescovo Chiaretti sull’eccidio di Leonessa con il martirio del sacerdote Don Concezio Chiaretti e il conferimento del Premio di Cultura al libro di Antonio Cipolloni sulle stragi nel reatino e in sabina”.

Massimo Gizzio, il coraggio dello studente partigiano

Quello che colpisce, in questi giorni dedicati alla Memoria, non è la volgare vigliaccheria di chi cerca invano di infangarla, ma l’abisso di ignoranza che questi atti tradiscono. Anche per questo diventa due volte importante ricordare quel che è accaduto. Ed è fondamentale che non si perda la riconoscenza nei confronti di coloro che furono capaci di combattere allora gli occupanti nazisti, le colpevoli complicità fasciste, l’ignavia di molti. Oggi pomeriggio nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, Roma rende onore a una giovane vittima di quei giorni di barbarie, Massimo Gizzio, ferito a morte dai fascisti, che gli spararono alle spalle il 29 gennaio 1944. Non aveva ancora 19 anni Massimo e viene quasi naturale chiamarlo così, solo col nome, come si fa con ogni ragazzo della sua età. Era nato a Napoli, il 1° agosto 1925, ma nel 1928 la famiglia si trasferì a Roma, al seguito del padre, dirigente dell’Istituto nazionale delle Assicurazioni. E non ne aveva ancora 17 quando, nel 1942, ottenne la maturità classica al liceo Tasso con il massimo dei voti. La sua scelta antifascista si compie in quegli anni di studio, a partire dalla ripugnanza per le leggi razziali e dalle rivendicazioni di quella libertà asfissiata da decenni di regime mussoliniano. Massimo frequenta la parrocchia di San Roberto Bellarmino, ma entra presto in contatto con la Resistenza. Nel 1943 viene arrestato e – come d’uso – torturato dalla polizia fascista. Riesce a resistere – e a non rivelare un nome o un dato che potesse danneggiare i compagni – fingendosi pazzo. Riconquista la libertà dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio. L’inverno dell’occupazione nazifascista lo trova in prima linea nell’organizzare il movimento degli studenti che affianca la Resistenza. È lui, matricola di Giurisprudenza, ad organizzare i primi scioperi alla Sapienza, legando il suo nome a quello di coetanei come i futuri registi Carlo Lizzani e Luigi Magni, a professori come Pilo Albertelli, Don Paolo Pecoraro e Renzo Lapiccirella. Subito dopo lo sbarco degli alleati sulle spiagge tra Nettuno e Anzio, il 22 gennaio 1944, proprio Massimo Gizzio e Carlo Lizzani promuovono lo sciopero della Sapienza il 24 e quello del liceo «Dante Alighieri» di via Ennio Quirino Visconti, proclamato per il 29 gennaio. Per difendere le scuole, che i fascisti volevano chiudere, e impedire la razzia da parte dei tedeschi di giovani da portare al nord. Come ha scritto Felice Cipriani «Massimo Gizzio era consapevole di assumersi una grande responsabilità e lo fece con determinazione». Dieci anni fa venne allestita a Roma una mostra sulla «Resistenza studentesca nella Capitale» e in quella occasione venne pubblicato un piccolo a prezioso libro «Massimo Gizzio, uno studente per la libertà», a cura di Lorenzo Teodonio, cui dette il suo contributo la sorella di Massimo, Maria Luisa. Quelle pagine ci consentono oggi di ripercorrere quelle ore drammatiche. Lo sciopero del «Dante Alighieri» ebbe successo, quasi tutti gli studenti abbandonarono le aule nonostante l’opposizione del preside Ladogna. Mentre davanti al liceo si ritrovavano studenti di altre scuole e universitari, arrivarono un gruppo di fascisti. Furono loro a sparare contro i ragazzi. Massimo Gizzio, che stava arrivando da piazza Cavour, fece appena in tempo a rendersi conto di quanto stava succedendo e cercò di allontanarsi verso via Valadier. Ma un attimo prima di svoltare l’angolo e mettersi al riparo, venne colpito alle spalle. Massimo Gizzio è morto il 1° febbraio, dopo due giorni di agonia, «perdonando i suoi assassini» raccontò il suo confessore. Ad assolverli in un aula di tribunale, anni dopo penserà la vigliacca ipocrisia di una giustizia che aveva fretta di liberarsi di fascicoli scomodi. Tra i tanti che preferirono voltare la testa, Massimo Gizzio resta un esempio di coraggio ed è a questi esempi che dobbiamo la nostra democrazia. Ed è giusto che oggi in Protomoteca, nella giornata promossa dal «Comitato Massimo Gizzio» e dall’Associazione nazionale partigiani, accanto agli studenti di oggi del liceo «Dante Alighieri» ci siano l’orchestra e il coro della scuola media «Giuseppe Giacchino Belli», guidati dai loro insegnanti. Tra loro c’è anche il violinista Marco Quaranta. Lui che di Massimo Gizzio è un nipote che quel ragazzo non ha potuto conoscere.

Fallai Paolo

(pubblicato su Corriere della Sera 30 gennaio 2014)

27 Gennaio 1944 – Giornata della Memoria

Edith1926dLe nostre sezioni e tutti i nostri iscritti sono mobilitati per la Giornata della Memoria del 27 Gennaio, in cui saranno ricordate le vittime della grande persecuzione ebraica da parte dei nazisti e dei fascisti italiani.

I nostri dirigenti parteciperanno dove possibile a tutte le cerimonie ufficiali della giornata portando il nostro saluto ed il significato della nostra partecipazione al grande dramma degli ebrei.

In particolare dedicheremo la nostra giornata al ricordo di Edith Stein, una suora carmelitana che venne arrestata in Olanda dai nazisti e rinchiusa nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove, insieme alla sorella Rosa (anch’ella monaca carmelitana scalza) trovò la morte perché era di origine ebraica.

Va ricordato in modo particolare che Edith Stein venne proclamata santa nel 1998 da Papa Giovanni Paolo II e l’anno successivo compatrona d’Europa. È molto significativo l’elenco dei santi protettori che la Chiesa cattolica ha scelto a fondamento dell’Europa: San Benedetto, che custodì il seme dell’Europa; Santi Cirillo e Metodio, che portando il cristianesimo fra i popoli slavi segnarono gli ultimi confini dell’Europa;  e tre donne mistiche impegnate nel sociale: la nobile Brigida di Svezia  francescana, la domenicana Caterina da Siena e la filosofa, ebrea e carmelitana, Edith Stein.

È con questo spirito che i Partigiani Cristiani parteciperanno alla Giornata della Memoria.

Mandateci notizie della vostra partecipazione e delle vostre iniziative.

La Direzione centrale ANPC

La vita di Edith Stein

Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell’espiazione. “Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane”. Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.

Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d’età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un’ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. ” In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare “.

Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all’Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S’interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell’organizzazione ” Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto “. Più tardi scrisse: ” Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l’interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive “.

Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. ” Ritorno all’oggettivismo “. La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l’intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.

Quest’incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l’esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.

Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: “Ora non ho più una mia propria vita”. Frequentò un corso d’infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell’ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea ” summa cum laude ” con una tesi “Sul problema dell’empatia”.

A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. ” Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto “. Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: “Ci sono stati degli individui che in seguito ad un’improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina”. Come arrivò a questa asserzione?

Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l’assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all’incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. “Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori … Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse”. Più tardi scriverà: “Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio – non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta”.

Nell’autunno del 1918 Edith Stein cessò l’attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: “Dopo ogni incontro che mi fa sentire l’impossibilità di influenzare direttamente, s’acuisce in me l’impellenza di un mio proprio olocausto”.

Edith Stein desiderava ottenere l’abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: “Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l’ammissione all’esame di abilitazione”. Più tardi le venne negata l’abilitazione a causa della sua origine giudaica.

Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d’esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.

Nell’estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l’autobiografia di Teresa d’Avila. La lesse per tutta la notte. ” Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità “. Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: ” Il mio anelito per la verità era un’unica preghiera”.

Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l’accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. “Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio”. Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.

Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. “Mamma, sono cattolica”. Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: “Vedi, due israelite e nessuna è insincera” (confr. Giovanni 1, 47).

Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d’insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell’Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. “Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione … credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi … io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve “uscire da se stesso”, nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere”. Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l’opera “Quxstiones disputati de veritate” di Tommaso d’Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile “praticare la scienza al servizio di Dio … solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche “. Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell’anno ecclesiastico.

Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l’abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un’opera sui principali concetti di Tommaso d’Aquino: “Potenza ed azione”. Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo “Endliches un ewiges Sein ” (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell’opera non fu possibile durante la sua vita.

Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l’Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d’altri quest’unione. In tutta la sua vita vuole solo essere “strumento di Dio”. “Chi viene da me desidero condurlo a Lui”.

Nel 1933 la notte scende sulla Germania. “Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino”. L’articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell’attività d’insegnante. “Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me”. “Ero divenuta una straniera nel mondo”.

L’Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d’ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. “Non l’attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi”.

Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L’ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. “Perché l’hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s’è fatto Dio?”. La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. “Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima – nel porto della volontà di Dio”. Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.

Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L’Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: “Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto”. Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. ” Fino all’ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio … fu l’ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch’io possa arrivare alla meta”.

Sull’immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: “La mia unica professione sarà d’ora in poi l’amore”.

L’entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. “Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti”. Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. ” Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione” (31-10-1938).

Il giorno 9 novembre 1938 l’odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all’estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: ” Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte … in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo…”.

Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l’altro scrisse in quel luogo “Dalla vita di una famiglia ebrea”. “Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea “. Nei confronti ” della gioventù che oggi viene educata già dall’età più tenera ad odiare gli ebrei … noi, che siamo stati educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza”.

In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su “Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 “. Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d’amicizia: “Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) “. Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: ” La scienza della Croce”.

Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s’odono, sono rivolte a Rosa: ” Vieni, andiamo per il nostro popolo “.

Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. “Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l’ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l’ho veramente saputo … in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti”. Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. ” Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio”.

All’alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.

Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, “una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea”.

 

“Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, “fino a quando finalmente trovò pace in Dio””, queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.

(pubblicato su: http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19981011_edith_stein_it.html)

Il saluto di Bartolo Ciccardini alla presentazione del libro di Cipolloni

Carissimo Cipolloni,

mi dispiace che l’influenza che sta spopolando Roma mi abbia impedito di venire a presentare il tuo libro questo pomeriggio.

Sarei voluto venire per esprimere, oltre alle congratulazioni e all’apprezzamento per il tuo lavoro, tre concetti che mi sono stati ispirati dalla tua opera.

Il primo è questo. La Resistenza, man mano che la conosciamo meglio, con quel distacco che viene dal trascorrere del tempo, ci appare come un avvenimento più complesso, più articolato e più profondo.

Non è fatto solo di azioni armate, di scontri militari, ma anche di comportamenti civili, di atti coraggiosi di persone che esercitavano un’azione costruttiva contro l’imbarbarimento, volta a salvare il nostro vivere civile. Questa Resistenza civile merita di essere riconosciuta insieme agli episodi valorosi della Resistenza armata e della Resistenza di coloro che accettarono l’internamento per rifiutare l’adesione al collaborazionismo con i tedeschi. Del resto va notato che la Resistenza civile, la solidarietà attiva delle popolazioni, era la condizione senza la quale non ci sarebbe stata nessuna Resistenza.

Il secondo concetto che si impone nella tua ricostruzione è l’importanza dei sacerdoti nella Resistenza.

La loro partecipazione non è ideologica e non è partitica. Ma è una ferma posizione in difesa delle popolazioni, che fa sì che essi siano riconosciuti in ogni occasione come capi naturali dell’opposizione civile alle barbarie. I tedeschi individuarono subito questa responsabilità ed il numero dei sacerdoti uccisi ne è la testimonianza. La nostra storia non ha dato il sufficiente valore a questo sacrificio, relegando la strage dei sacerdoti come se fosse una serie di episodi isolati, a sé stanti, non connessi con la realtà sociale in cui la Resistenza operava.

Il terzo carattere che emerge dal tuo lavoro è l’esistenza di una “zona franca” che aveva i suoi problemi, le sue vicende dolorose, ma anche il suo eroismo quotidiano. L’occupazione tedesca non poteva essere comprensiva di tutto il territorio. I tedeschi occupavano i gangli vitali del territorio italiano, ma ne lasciavano libere intere zone, soprattutto quelle della montagna, dove la società italiana, che non aveva uno Stato in cui riconoscersi, si autogestiva.

Questa autogestione doveva supplire alla mancanza di una autorità, con degli accordi morali, fra notabili, fra esponenti della società civile, fra dirigenti di quel che restava della organizzazione amministrativa. Una sorta di patto per conservare le regole e per difendere i perseguitati. Questa era una Resistenza quotidiana di un’Italia non occupata, che subiva incursioni e rappresaglie, ma che di fatto aveva una sua autonomia da gestire.

Non abbiamo studiato questa realtà di una Italia liberata da sé stessa. Eppure tutte le zone che vanno dall’Appennino marchigiano ai monti di Rieti, erano in questa situazione. Erano le zone dove operò una straordinaria formazione, la Brigata Maiella, dove comandanti militari assunsero funzioni di coordinamento, dove brigate partigiane, armate, portarono a termine azioni decisive, con il supporto delle popolazioni, dove vissero istituzioni pubbliche che mantennero le regole della società civile con il volontariato ed una pubblica moralità. Io ti invito ad approfondire questo tema, perché  questo è importante per la memoria e l’onore delle nostre genti, dei nostri paesi e della nostra Resistenza.

Bartolo

Ogni generazione rilegge la storia

Alcuni amici ci hanno scritto domandandoci se fosse giusto ritornare ai temi della Resistenza ed alle polemiche che essi contengono e ripropongono. Noi riteniamo che non si tratti di rinnovare una polemica o di precisare fatti accaduti. Ma si tratti invece di un’altra cosa naturale e necessaria: quella di valutare quegli avvenimenti con gli occhi di oggi, perché la storia è sempre attuale per tutte le generazioni.

A questo proposito, ad una di queste lettere abbiamo così risposto: “Caro amico, ogni generazione deve rileggere la storia.

I comunisti hanno tentato di dare una loro versione della Resistenza perchè questo giudizio storiografico e quindi politico, li legittimava ad essere coloro che avrebbero sostituito il fascismo. Il 18 Aprile dimostrò che non avevano maturato questo diritto. L’associazione dei Partigiani Cristiani fu fondata da Mattei, che conosceva bene le vicende, essendo uno dei capi, per rivendicare la presenza dei cattolici e dei democratici cristiani.

La resistenza dei comunisti era più organizzata e più esperta. Loro avevano già un apparato clandestino ed una esperienza maturata in Spagna. Usavano anche uno strumento politico (il commissario politico) che le altre formazioni non avevano. Erano forse il gruppo più combattivo, ma non il più numeroso. I cattolici si appoggiavano più ai militari ed avevano una diversa strategia nella salvaguardia della popolazione e non avevano una struttura politica accanto alla struttura militare. Spesso si dichiaravano apolitici, ma il termine era sbagliato perche volevano dire che non rispondevano ad un partito (e quindi apartitici) ma il fatto che fossero antifascisti era già un forte connotazione politica. I comunisti li accusavano di attendismo. In realtà i cattolici furono il tessuto della resistenza civile che era il consenso senza il quale non  si poteva svolgere l’azione partigiana. Così si evitarono conflitti che sarebbero stati gravissimi, anche se ci furono comunque episodi gravi.

Liberata l’Italia ci furono diverse interpretazioni sulla fine della Resistenza. Anche dentro il Partito Comunista ci fu una tendenza favorevole ad un processo democratico ed una che si preparava ad una seconda spallata. E su questo ci si divise.

Per noi il filo legittimo della storia è Resistenza, Repubblica, Costituzione e scelta democratica occidentale.

Le brigate rosse hanno ripreso il tema di una Resistenza da completare contro la DC. Ma anche in molti altri, la non accettazione del 18 Aprile, fa dare una interpretazione unilaterale alla Resistenza.

Anche l’ANPI che ufficialmente ha una corretta posizione unitaria è afflitta da corpuscoli che ritengono vera Resistenza quella dei comunisti e attendismo opportunista quella dei cattolici.

Anche i cattolici hanno commesso l’errore di non dare il giusto peso alla loro Resistenza, considerandola un contributo necessario, ma da dimenticare al più presto per non indebolire la difesa dal comunismo. Però, venuto meno il comunismo, emerge una nuova lettura della storia: quella della riconquista della dignità civile dell’Italia, compromessa dalla guerra fascista e dalla sconfitta, con il valore della Resistenza armata e con la dignità con cui il popolo italiano, nella Resistenza civile, si oppose all’imbarbarimento.

Quella pagina va riletta perché il problema politico di oggi è quello di combattere contro un nuovo e grave imbarbarimento.

(BC)

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