ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “settembre, 2013”

30 Settembre 1943 – RESISTENZA E O.S.C.A.R. A MILANO

O.S.C.A.R., acronimo di Opera Scautistica Cattolica Aiuto Ricercati, era una rete di soccorso che aiutava indistintamente i ricercati dalla polizia fascista e tedesca, fornendo l’aiuto necessario per oltrepassare la frontiera italiana verso la Svizzera e  la salvezza.

La sua nascita, del tutto casuale e informale, ci riporta al mese di settembre del ’43 nelle aule del Collegio san Carlo di Milano. Don Andrea Ghetti e don Aurelio Giussani, insegnanti in quel liceo classico ricevettero la visita di un amico, don Enrico Bigatti, coadiutore della parrocchia di Crescenzago, all’epoca comune alle porte di Milano. L’amico era preoccupato per la sorte di una giovane che aveva nascosto in casa sua un militare inglese fuggito e temeva una perquisizione che avrebbe portato alla rovina la sua famiglia. Che cosa fare in una situazione così delicata e difficile? I tre sacerdoti decisero di rivolgersi a don  Natale Motta, residente a Varese, vicino al confine con la Svizzera. Venne organizzato il passaggio oltre confine, che, nonostante timori e pericoli,  riuscì perfettamente. Tutto sembrava concluso in quel singolo evento. Ma non fu così.

Nelle settimane successive, con il “passa parola”, si fecero sempre più numerose le richieste di aiuto da parte di militari italiani sbandati  e alleati, di renitenti alla leva della R.S.I.; fu necessario predisporre anche un gruppo di persone addette alla compilazione  di documenti falsi, si intensificò il preallarme per i ricercati antifascisti, e si organizzò l’espatrio per intere famiglie di ebrei.

I quattro sacerdoti da soli non potevano provvedere alle richieste sempre più pressanti di aiuto, coinvolsero quindi i giovani della FUCI, dell’Azione Cattolica e delle Aquile Randagie.

La Fuci e l’Azione Cattolica erano le due sole  associazioni cattoliche funzionanti dopo la presa di potere del fascismo e comunque mal tollerate dal regime; negli  anni Trenta ci furono diversi attacchi  e uccisioni di militanti di A.C. da parte delle squadre fasciste, soprattutto nel centro Italia.

E le Aquile Randagie, chi erano, che cosa facevano?

Bisogna ritornare ancora più indietro nel tempo.

La legge n. 5 art. 3 del 9 gennaio 1927 costituì l’Opera Nazionale Balilla (ONB), decretò lo sciogli­mento dei Reparti Scout nei centri inferiori a 20.000 abitanti ed obbligò ad apporre, ai restanti, le iniziali ONB sulle proprie insegne.

Il 24 gennaio il Pontefice Pio XI con suo chirografo sciolse egli stesso i Reparti ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani), citando il Re Davide (2 RE 24,14): “Se dobbiamo morire sia per mano vostra, o Signore, piuttosto che per mano degli uomini”. Il 9 aprile 1928 il Consiglio dei Ministri modificò la legge ONB che con decreto n. 696, firmato dal capo del Governo Mussolini e dal Re, dichiarò soppresso lo Scautismo.

Nell’ultima udienza dell’ASCI in Arcivescovado a Milano, alla presenza dell’ Arcivescovo Card. Tosi, vennero simbolicamente deposte sull’altare e consegnate le insegne dei Reparti milanesi.

Ma soppresso lo Scoutismo, alcuni Capi decisi a restare fedeli  alla “Promessa” e alla “Legge” fondarono il gruppo  delle Aquile Randagie che iniziò ad agire in clandestinità: Giulio Cesare Uccellini, Capo del MI II, che prenderà il nome di Kelly durante la resistenza, e Andrea Ghetti scout del MI XI,  che diventerà il mitico (per i milanesi) mons. Andrea Ghetti detto Baden.

Il movimento Scautistico clandestino nella sua  visione aveva un duplice scopo: mantenere l’idea di libertà, di autonomia, di fraternità insita nel metodo pedagogico del suo fondatore sir Baden Powell e  preparare i quadri per il momento della ricostruzione; avere una forza propria di resistenza ideologica per impedire ai giovani di accettare una sola prospettiva della vita, della storia, della politica;  che significava decidere da che parte stare e scegliere con la propria mente e con la propria coscienza.

E in effetti,  quando quasi tutti si piegavano, furono dei ragazzi a dire “no” al fascismo, nonostante le denunce con interrogatori nelle sedi fasciste e in Questura. Ebbe così origine il  primo gruppo cattolico antifascista  composto mediamente da 20-25 iscritti; fare scautismo in divisa voleva dire amare totalmente il metodo, avere convinzioni salde e coerenti, coraggio per affrontare le conseguenze giuridiche come l’arresto dei genitori, la perdita dei vari benefici del Fascio; per gli adulti significava come minimo la perdita del posto di lavoro e per i giovani l’esclusione dalla scuola e comunque per tutti il sopruso e la violenza  delle squadre fasciste. Le  Aquile Randagie, senza sede, lasciavano le informazioni per le uscite della domenica nelle fessure fra le pietre di  alcuni monumenti storici intorno a Piazza del Duomo.

In uno di quei luoghi, in Piazza dei Mercanti, nel 1953  l’amministrazione comunale pose 19 lapidi in bronzo, sistemate sulle colonne del porticato, con i  circa 3.000 nomi dei caduti milanesi  che hanno fatto meritare alla città di Milano  la medaglia d’oro della la Resistenza.

I ragazzi delle Aquile Randagie, ormai diventati uomini, professionisti, sacerdoti come don Ghetti, fra i primi  si unirono all’opera dell’O.S.C.A.R. (che cambierà acronimo dopo poco in “Organizzazione Soccorsi Cattolici Antifascisti Ricercati”) . Oltre alla falsificazione di documenti  era indispensabile, in attesa del momento favorevole per attraversare il confine,  trovare alloggio presso i conventi e le foresterie delle parrocchie. Intanto, a causa dei frequenti bombardamenti su Milano,  gli insegnanti e gli allievi del Collegio san Carlo  si erano trasferiti a Varese in un palazzo vicino alla caserma della Legione Muti;  proprio in quel palazzo arrivavano i fuggitivi  che don Motta nascondeva, e  che qualche volta dormivano, separati solo da pochi metri dai loro nemici.

Il nome di Oscar all’orecchio di chiunque era un nome proprio di persona, perciò la comunicazione sia telefonica, che amicale che si instaurava per far espatriare i perseguitati  non dava adito a sospetti da parte delle autorità della RSI.  “Ciao Oscar, Oscar come stai?;  allora c’è da fare quella solita passeggiata…;  si deve fare quel deposito…;  devi portare quel pacchetto…; allora ci troviamo al solito posto?”. Tutto questo poteva sembrare una conversazione tra amici.

Inoltre le Aquile Randagie collaborano anche alla diffusione clandestina de ‘Il Ribelle’ , il foglio clandestino più diffuso in Alta Italia,  scritto e stampato da un coraggioso gruppo di cattolici.

Nella primavera del ’44  le richieste di aiuto diventavano sempre più numerose tanto che fu necessario ampliare il territorio di transito cercando altri passaggi di frontiera fra quelli poco presenziati dalle guardie di confine.

L’attività dell’O.S.C.A.R., la diffusione de “Il Ribelle”, le altre opere di assistenza come la “Carità dell’Arcivescovo” infastidivano il potere delle S.S. e dei fascisti che iniziarono la caccia all’uomo. Cominciano i primi arresti, le torture e,  purtroppo, le esecuzioni. Tenuto conto del modesto numero dei componenti dell’O.S.C.A.R. il tributo è stato alto; fucilazione di Carlo Bianchi a Fossoli, uccisione di Peppino Candiani di 19 anni al confine italo-svizzero durante un espatrio, morte di Teresio Olivelli nel campo di concentramento di Hersbruck, morte di Rolando Petrini a Gusen, morte di Franco Rovida a Mauthausen, fucilazione di Nino Verri, arresto e incarcerazione a san Vittore di don Enrico Bigatti e di don Giovanni Barbareschi,  ordine di cattura per don Ghetti-Baden con l’ordine di sparare a vista che, per errore, veniva ricercato col nome di Don Betti, ordine di cattura per Don Aurelio Giussani. L’O.S.C.A.R.  dal settembre del ’43 agli ultimi mesi del ’44 attuò  2.166 espatri clandestini, 500 preallarmi, 3.000 documenti falsi, con una spesa di circa 10 milioni di lire di quel tempo. Se da un lato l’iniziativa dell’O.S.C.A.R. non costituiva in fondo che il collaudo dello spirito scout, che è comunque lo spirito del cristianesimo, anche storicamente si inseriva a pieno titolo  nelle forze della resistenza, un allinearsi di forze cattoliche, modeste sì, ma valide e costruttive,  accanto a quanti aderivano al movimento armato di liberazione.

Nonostante la poca notorietà di questi eventi e di queste persone, ho avuto un riscontro che mi ha confortato e mi ha anche lasciata molto perplessa. Lo scorso 8 settembre proprio in piazza dei Mercanti a Milano, l’Anpi commemorava il settantesimo anniversario dell’inizio della resistenza attiva e il discorso introduttivo della cerimonia tenuto dal presidente provinciale Roberto Cenati iniziava così: “Sotto queste pietre i ragazzi delle Aquile Randagie mettevano i loro biglietti…”

Carla Bianchi Iacono

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Bartali il Giusto

«Gino il Giusto». Gino Bartali è stato dichiarato ieri «Giusto tra le Nazioni» dallo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, il massimo riconoscimento attribuito a persone che durante le persecuzioni nazi-fasciste hanno rischiato la vita per salvare anche solo un ebreo.

Bartali ha contribuito a salvare famiglie perseguitate durante l’occupazione nazifascista: ha pedalato anche per loro, corriere e latore di documenti falsi di una rete clandestina che aiutava centinaia di ebrei nascosti negli istituti religiosi e nelle abitazioni di famiglie coraggiose del Centro Italia. «Fingendo di allenarsi- ha spiegato il figlio Andrea-, il mio babbo trasportava documenti falsi, nascosti nei tubi del telaio o del manubrio, per dare una nuova identità a persone perseguitate dalle leggi razziali e minacciate dalle deportazioni nei campi di concentramento».Par di vederlo, Ginetaccio, divorare gli 82 km che separano la stazione di Terontola-Cortona (dove si era rifugiato come riparatore di bici fra il settembre 1943 e il giugno 1944) dalla Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Non erano allenamenti, ma azioni eroiche e la sua faccia (la faccia del campione, «quel naso triste come una salita/quegli occhi allegri da italiano in gita», come canta Paolo Conte) serviva da salvacondotto, mentre divorava i posti di blocco come fossero traguardi volanti. In vita, Bartali non ne ha mai parlato: «Certe cose si fanno ma non si dicono». C’è voluta una tesi di laurea del 2003, «La Seconda guerra mondiale di Gino Bartali: ebrei, cattolici e dissidenti tra Umbria e Toscana 1943-1944», di Paolo Alberati (oggi consulente sportivo e procuratore di atleti), per riportare alla luce questa storia fuori dell’ordinario (ripresa anche dalla fiction «Bartali. L’intramontabile» del 2006, dove però il taglio agiografico trasformava il campione in una sorta di Padre Pio della bicicletta). Scavando nei segreti del Vaticano, alla curia di Firenze, nel convento San Quirico di Assisi e negli archivi del Coni, si è scoperto che il campione «ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città, cardinale Elia Angelo Dalla Costa».

(…)Vincendo tre tappe alpine al Tour del ’48 si dice abbia scongiurato la guerra civile, la presa del potere dei comunisti. Non è vero; di vero però c’era la riconoscenza eterna di Pio XII e dei vertici democristiani, il rosario di attributi salvifici: ciclista della provvidenza, salvatore della patria, arcangelo della montagna… «Gino il Pio» è stato un uomo semplice che per resistere alla classe e alla complessità psicologica di Coppi a volte ha dovuto farsi violenza, dotarsi di una corazza che lo ha reso più archeologico del dovuto. Ma mentre gli altri si abbandonavano alla retorica, lui pedalava «pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva, per aiutare gli ebrei».Quando nel 1955 abbandonò le corse, Dino Buzzati scrisse sul Corriere: «Bartali è stato il vivo simbolo del lavoro umano. Ha lavorato fino all’ultimo, badando a fare tutto il suo dovere meglio che gli era possibile. Ecco la grande lezione di umile onestà». Tutto il suo dovere e anche qualcosa di più.

Grasso Aldo
(24 settembre 2013) – Corriere della Sera

29 Settembre 1943 – Le Quattro Giornate di Napoli rivissute attraverso il Canto allo Scugnizzo

Napoli è la prima tra le grandi città italiane a ribellarsi all’occupazione nazista con le PROPRIE FORZE.
Il primo Ottobre gli Alleati trovano una città già liberata grazie al coraggio del popolo di Napoli.

29 settembre 1943 – Il film su: “Le Quattro Giornate di Napoli”

Napoli, sventrata dai bombardamenti, s’era come svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti,i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all’esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l’occupazione della città.
Un capolavoro di Nanni Loy.

28 Settembre 1943 – Gennaro Capozzo, un ragazzo delle Quattro Giornate di Napoli

M.O. Gennaro Capozzo, «Appena dodicenne durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo.
Napoli, 28-29 settembre 1943
Capozzo

27-30 Settembre 1943 – Anniversario della Liberazione di Napoli

Quattrogiornate3Napoli insorge da sola ed è la prima città europea che si libera dall’occupazione tedesca.
Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche.
L’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista. (tratto da: wikipedia). Onore a Napoli!

Napoli liberata
Questo racconto, scritto nel 2009, si ispira alla speranza che Napoli sappia da sola liberarsi dalla oppressione criminale che la soffoca come seppe liberarsi, per la virtù dei suoi cittadini, dall’occupazione nazista.

Da un libro di storia del 2029: “Nel ventennale delle Quattro giornate di Napoli”
Storia dell’insurrezione napoletana del 25 aprile 2009
Quella mattina il Professor Papi saliva le scale dell’università profondamente impressionato dalle notizie dei giornali: nuove vittime della camorra (ce ne erano state 4.000 quell’anno); invasione dei rifiuti industriali del nord, imposta dalla forza militare del Governo reale; insurrezioni per il rifiuto delle discariche legali, in un devastante circuito vizioso; crollo dell’economia; colto dibattito fra gli intellettuali sulle virtù della Napoli privata, sul risveglio della politica; offerta del Governatore Bassolino di collaborare.
A questo punto un allievo lo fermò. Lo stava attendendo per consegnargli una ricerca. La prese distrattamente, mugugnò scortesemente qualcosa, ed entrò nella sua stanza dove lo attendeva una penosa riunione burocratico-didattica.
La riunione non c’era. Le dimostrazioni avevano bloccato il traffico. L’aria era irrespirabile. Chiuse le finestre, si abbandonò scoraggiato nella sua poltroncina.
E quasi per abitudine cominciò a sfogliare distrattamente la ricerca. Era la ricostruzione dei rapporti, delle reti, degli incontri dei capi clandestini delle forze politiche per costituire il Comitato di Liberazione Nazionale Alta-Italia. C’era un generale che aveva rapporti difficili ma preziosi, sia con gli ufficiali dell’esercito renitenti alla leva della Repubblica di Salò, sia con i carabinieri in carica, fedeli al Comando clandestino. C’erano i vecchi guelfi ed i giovani professorini che si radunavano in casa di Boldrini, che aveva come coinquilino un giovane di Matelica, Mattei, c’erano i vecchi comunisti della Spagna, c’erano i socialisti scampati alla prigione, c’era il filo diretto con i preti che mantenevano una rete di soccorso per i fuggiaschi, per i perseguitati, per i condannati a morte. Le membra sparse del Paese morte si ricomponevano per la resurrezione.
La penna del ragazzo era appassionata. I nomi di quei personaggi sconosciuti sarebbero diventati famosi: Mattei, Cadorna, Longo, Pertini, Parri.
La definizione scientifica che il ragazzo aveva trovato per definire la natura del CLNAI lo colpì e lo emozionò: “Organismo clandestino che durante la Resistenza ebbe per delega poteri di governo”.
Un potere di governo clandestino nei confronti di un potere di governo reale, ma fittizio, infeudato al potere di una forza di occupazione illegale, incivile, intollerabile.
Il professor Papi saltò in piedi, spaventato. Ora sapeva chi era la forza di occupazione, ora capiva chi era il governo reale, ma fittizio. Ora si domandava dov’era l’organismo clandestino, che prendesse la delega di un vero governo morale, civile, dignitoso, umano.
Il Professor Papi si alzò di scatto. Lasciò carte e cappello e così di corsa si recò a casa del professor Spalletti, un amico di Prodi che si occupava di sistemi economici, vecchio dossettiano, a sua volta amico di un vecchio deputato dossettiano, che aveva rappresentato Napoli in Parlamento.
Andava di corsa nel caos dell’ora di pranzo e si presentò affannato a casa del professor Spalletti, che si stava mettendo a tavola.
A tavola quel giorno non ci si mise. Papi disse: “Ho capito tutto, abbiamo bisogno del CLN, abbiamo bisogno di un governo clandestino, che organizzi le forze che si oppongono all’imbarbarimento della vita civile. Non basta più la Napoli privata che dice Schiavone, non basta più la turris eburnea del Federico II e di Suor Orsola Benincasa. Qui ci vuole un governo”.
Quando il professor Papi lasciò casa Spalletti, si accorse con sorpresa che la notte era scesa da molto. Incominciò una serie di contatti fra vecchi amici. Ci si rese subito conto che il pericolo maggiore era la pubblicità, uscire allo scoperto contro un potere occhiuto ed organizzato, armati dall’equivoco chiacchiericcio, satirico televisivo, non solo sarebbe stato pericoloso, e questo passi, ma sarebbe stato stupido. Entrarono in clandestinità senza saperlo, per una reazione intelligente e studiosa al pericolo che incombeva non su di loro, ma sulla città.
Fu con naturalezza che decisero di cambiare nome in questa fase di contatti e di non usare messaggi registrabili. Volevano sfuggire più alle indiscrezioni dei cronisti che non alle talpe del governo Quisling o dell’esercito di occupazione, che non si curavano di loro. E non usarono nomi di battaglia, ma nomi arcadici. Papi scelse Evandro e Spalletti, più sostenuto, scelse Professor Monteveglio. Cercarono nell’ambito delle specchiate coscienze, della vecchia politica fatta di illusioni e trovarono un allievo di De Martino, un amico di Napoletano, un nipote di Compagna, un rampollo dei Craveri, ed un paio di meditativi stufi di essere arrabbiati.
Avevano fatto un bel Comitato di Liberazione Nazionale, così lo chiamavano ancora per gioco, con la tecnica per cui si fanno i Comitati scientifici per i congressi. Con un tema che ritenevano ancora sociologico, conoscitivo: “Come affrontare un esercito di occupazione feroce e casalingo”.
L’incontro con il Cardinale fu sconvolgente. Il cardinale ascoltò, non disse nulla, senza nominare ufficiali di collegamento disse che per qualche esigenza particolare potevano rivolgersi ad un pretino della Caritas che si occupava del ricovero urgente dei disagiati, dei disadattati, dei fuggiaschi.
Il Professor Spalletti, alias Monteveglio, parlando con il candido sacerdote si accorse che non di soli barboni si trattava: c’erano anche persone che non avrebbe immaginato, di buona condizione civile e professionale, che non si aspettavano protezione da una rete ufficiale, distrutta in gran parte dalle talpe. La Chiesa aveva riaperto i suoi falsi seminari per le persone in pericolo.
La notizia, che non era stata mai detta esplicitamente, non doveva circolare e non circolò. Fu in questa occasione che la clandestinità divenne veramente clandestinità.
Il problema del piccolo seminario fu quello di organizzare gruppi operativi che non si conoscessero fra di loro, ma che fossero coordinati in qualche modo, per prestare un primo soccorso immediato di rifugio alle persone anche casualmente minacciate dalla ritorsione. Se ne occupò un vecchio gentiluomo napoletano che era stato qualcuno nei carabinieri e che assunse il nome di “Fabrizio”.
Il compito, anche se mitamente assistenziale, si trovò di fronte a casi gravi: persone che avevano visto quello che non dovevano vedere, funzionari che non se la sentivano di accettare la corruzione e ve ne erano costretti, piccoli cristi che erano minacciati dai loro superiori, perchè troppo scrupolosi nel loro lavoro. Avevano bisogno di qualche consiglio, di una garanzia di segretezza, talvolta di un rifugio, in una parola della sensazione di non essere soli.
La non voluta commistione della necessaria rete assistenziale, con la rete clandestina che era stata immaginata come cervello organizzativo dello studio delle situazioni pratiche, portò ad una rapida e perfino non voluta diffusione. Di fatto le file si ingrossarono e poiché i gruppi operativi clandestini si trovavano a rispondere a sempre maggiori richieste, la rete in poco tempo divenne importante.
Il Professor Papi, alias Evandro, era impegnatissimo a tenere i rapporti diplomatici con le personalità che dovevano essere di volta in volta informate su singoli episodi. Egli si trovò presto nella necessità di diffidare delle infiltrazioni che la camorra operava in tutti i settori. Si rese conto che non poteva aprirsi con fiducia nei confronti delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine, perché in alcuni casi la notizia di persone messe sotto protezione era giunta proprio a chi non doveva giungere.
Del resto anche il Professor Spalletti, alias Monteveglio, che si occupava dei “rifugi”, si rese conto di quanto fosse pericoloso che le notizie arrivassero in mano all’esercito di occupazione. Era un compito difficile che risultò facilitato dall’arroganza e dalla sicurezza che la camorra, ritenendosi ormai padrona, dimostrava in ogni sua azione. Ed apparve chiaro che il punto di maggior pericolo era quello della amministrazioni locali, che anche quando non erano direttamente inquinate, erano tuttavia sempre condizionate da un rapporto ambiguo fra amministrazione, gestione delle risorse ed influenza della criminalità.
In questa situazione il generale “Fabrizio” ebbe un grande lavoro da fare: doveva costituire una rete di coordinamento dei vari gruppi, fatta per settori, che dovevano ignorarsi gli uni con gli altri, con competenze precise ed i responsabili di aree geografiche. L’adesione di molti giovani universitari, trascinati dai professori, fu essenziale. Ma la capillarità della rete assistenziale portò alla scoperta insperata della volontà di resistenza di giovani che sentivano intollerabile il condizionamento della criminalità nella vita quotidiana delle loro famiglie e del loro quartiere.
In essi prendeva corpo il rifiuto profondo alle stragi prodotte dalla droga, al dilagare della violenza, che non era solo una specificità nei rapporti criminali, ma che tracimava lentamente in tutti i rapporti sociali dal traffico stradale alla confisca delle cose in mano alla microcriminalità, fino alla intrusione perversa della schiavitù perfino nei rapporti interfamiliari. Chi aveva vissuto in silenzio alla vista dei morti per droga, alla uccisione casuale di vittime degli scontri di banda, alla quotidiana violenza per abitudine nei minimi rapporti civili, nel traffico, nei bar, nella scuola, che poteva tramutarsi senza alcuna ragione in omicidio.
Molti, avevano già deciso il loro rifiuto. Aspettavano solo un punto di riferimento.
Quando nelle piccole situazioni quotidiane presero contatto con la rete che interveniva per soccorrere, capirono subito da quale parte avrebbero voluto essere.
A tutto ci si abitua, anche alla strage, quando essa è quotidiana. Ma quando, in un giorno della incipiente estate, la crudele vendetta dettata dall’arroganza senza limiti si esercitò su un gruppo di bambine dentro una scuola, senza riguardi per chi fossero ed a quale famiglia appartenessero, ma solo per un dipregio totale della vita organizzata, in quel giorno qualcosa accadde.
Si sentì che non bastavano più gli articoli di giornale scandalizzati, gli appelli ipocriti della autorità costituite, la deplorazione liturgica di personaggi televisivi.
Fu decisa la processione di San Gennaro. Doveva essere un semplice atto di riparazione e di riconsacrazione della sede scolastica che era attigua ad una Chiesa che aveva una tradizionale venerazione.
La semplice breve processione divenne una manifestazione di massa, imprevista e drammatica nel suo impressionante silenzio. Assisteva al mesto corteo, che ormai aveva deviato dal suo piccolo itinerario, un gruppo di camorristi, padroni di quel quartiere che, sicuri della loro impunità, assistevano arroganti e minacciosi.
La folla ruppe le file e li cacciò con decisione. La reazione di quegli uomini armati produsse delle vittime. Ai funerali si temevano nuovi disordini e nuovi conflitti.
Bassolino invitò alla calma e predicò la pace sociale. A chi gli contestava il suo fallimento, rispose: “Dovreste farmi un monumento!”.
“Fabrizio” si trovò nella necessità di aprire un rapporto fra la rete e la rabbia che circolava per dare ad essa un contenimento serio ed obiettivi realistici.
Per un processo naturale, prudente ma cosciente della gravità della situazione, di fatto il CLN, che non sapeva di essere tale, assunse il governo.
La caccia ai camorristi incominciò per caso, alla fine della mesta cerimonia. Ma l’esistenza di una rete organizzata permise di riconoscere gli obiettivi strategici e di trasformare la violenza in un’operazione di pulizia. Furono individuate le sedi del traffico della droga. Furono chiusi nello stadio gli spacciatori. Furono catturati e requisite le armi, gli automezzi. Nacquero così le quattro giornate di Napoli.
Il governo nazionale si trovò di fronte ad una situazione nuova.
Come riportare “l’ordine” a Napoli?
Mandare l’esercito e sparare in difesa dei camorristi? Reclutare le formazioni della rete per mettere ordine ad un movimento spontaneo che correva il pericolo di degenerare?
Evandro, Monteveglio e Fabrizio con gli altri sei del Comitato rappresentativi delle tradizioni politiche si proclamarono disponibili ad un ritorno istituzionale dell’autorità dello Stato. Fu il Cardinale a proporre ad un governo nordista recalcitrante che il CLN, ormai così veniva chiamato da tutti, fosse investito a commissariare la Regione ed il Comune di Napoli. Il 25 di Aprile Evandro, Monteveglio e Fabrizio alla testa dei gruppi che avevano operato la liberazione, si insediarono al Governo.
Da questi avvenimenti nacque quel rinnovamento dell’unità nazionale che gli storici chiamarono “il vento del sud”.
Una matricola di lettere del Federico II, ricoverata perché ferita nel moto di liberazione al Cardarelli descrisse lo spirito delle Quattro Giornate di Napoli una poesia che diventò famosa:
“ Lo avrai
Camerata Bassolino
Il monumento che pretendi da noi napoletani
Ma con che pietra si costruirà
A deciderlo tocca a noi.
Più dura di ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari si adunarono
Per dignità e non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna ed il terrore.
Se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza”.

23 Settembre 1943 – Salvo d’Acquisto (70 anni dopo. Parole ai giovani)

salvo d'acquistoBiografia
Salvo D’Acquisto nasce il 15 ottobre del 1920 a Napoli, nel quartiere del Vomero, in via S. Gennaro Antignano n. 2, da Salvatore D’Acquisto, nativo di Palermo, e Ines Marignetti, napoletana. Primo di cinque fratelli, Franca, Rosario, Erminia e Alessandro. Frequenta l’asilo Maria Ausiliatrice e le elementari nella scuola “Vanvitelli”; mette poi a profitto due anni di Avviamento professionale presso la scuola “Della Porta” e due all’Istituto dei Salesiani. A Roma si prepara per la licenza liceale.
I professori lo definiscono riservato, prudente e di poche parole, i compagni lo ricordano altruista, sincero e difensore dei più deboli. Nella primavera del 1939 riceve la cartolina militare per il richiamo di leva, qui prende la decisione di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, in cui hanno militato, da parte di madre, il nonno (Mar. Biagio Marignetti) e uno zio e in cui, al momento dell’arruolamento, militano ancora due altri zii, uno materno e uno paterno. L’arruolamento realizza il suo ideale del “dovere come missione” a difesa dei più deboli e dei più umili, il suo desiderio di operare per la giustizia, un sentimento che lo guiderà per tutta la vita. Salvo viene assegnato alla Legione Allievi Carabinieri di Roma. Il 15 gennaio 1940 diventa carabiniere.
Promosso carabiniere, è destinato alla Legione Territoriale di Roma, dove, per qualche mese, presta servizio a Roma Sallustiana, al Nucleo “Fabbriguerra”.
Siamo nel mese di Giugno 1940, l’Italia entra in guerra e Salvo viene inviato come volontario in Africa, cosa che si realizza il 15 novembre 1940, quando si imbarca a Napoli per Palermo, destinazione finale: laTripolitania.
Dopo un mezzo naufragio della nave, Salvo sbarca a Tripoli il 23 novembre, con la 608a Sezione CC, addetta alla Divisione Aerea “Pegaso”, che viene subito inviata in zona di operazioni.
Salvo è un ragazzo riflessivo, di poche parole. I colleghi gli vogliono bene per il suo carattere disponibile, cordiale, per la sua capacità di condividere gioie e dolori e per il suo spirito di solidarietà.
Salvo è un punto di riferimento non solo per i commilitoni, ma anche per i familiari.
Dal carteggio con i genitori si nota che egli condivide poco della facile retorica dell’epoca. Non solo non nutre odio verso i nemici, ma anzi auspica che, in futuro, «i rapporti internazionali possano essere dominati e guidati da spirito di collaborazione tra i popoli e dalla giustizia sociale».
Verso la fine del febbraio del 1941, Salvo viene ferito ad una gamba.
Resta in Africa sino al 7 settembre 1942 allorchè torna in Patria perchè ammesso al Corso Allievi Sottufficiali, presso la Scuola centrale di Firenze.
Superati brillantemente gli esami alla Scuola di Firenze, Salvo viene promosso vice brigadiere (15 dicembre 1942) ed assegnato alla Stazione di Torrimpietra, una cittadina distante una trentina di chilometri da Roma.
Qui vive gli ultimi nove mesi della sua vita (in paese è amato e stimato da tutti) e da qui gli giungono le notizie delle tragiche vicende che vive la Nazione, la caduta del regime, l’armistizio dell’8 settembre e poi lo sfacelo generale.
La sera del 22 settembre 1943, un soldato di un reparto di SS insediatosi in una caserma abbandonata della Guardia di Finanza, rimane ucciso per lo scoppio di una bomba,due rimangono feriti.
Le versioni finora riportate si differenziano, i tedeschi “gridano” all’attentato, più probabile invece l’ipotesi di un incidente, magari rovistando imprudentemente in una cassetta con all’interno delle bombe a mano lasciata dagli “ex inquilini” della caserma, i finanzieri.
La mattina seguente, comunque, la reazione dei tedeschi non si fa attendere, il comandante del reparto tedesco, recatosi a Torrimpietra per cercare il comandante della locale stazione dei Carabinieri, vi trova il vice brigadiere D’Acquisto, al quale ordina di individuare i responsabili dell’accaduto.
Salvo tenta inutilmente di convincerlo che si è trattato di un incidente, inutilmente.
Più tardi, Torrimpietra è circondata dai tedeschi e 22 cittadini vengono rastrellati, caricati su un camion e trasportati presso la Torre di Palidoro, per essere fucilati.
Salvo prova ancora una volta a convincere l’ufficiale tedesco della casualità dell’accaduto, ma senza esito. I tedeschi costringono gli ostaggi a scavarsi una fossa comune, alcuni con le pale, altri a mani nude.
Per salvare i cittadini innocenti, Salvo (ovviamente totalmente estraneo ai fatti) si autoaccusa come responsabile dell’attentato e chiede che gli ostaggi vengano liberati (un gesto che ancora oggi rimane uno dei massimi esempi di coraggio e nobiltà d’animo nella storia del nostro Paese).
Subito dopo il loro rilascio, il vice brigadiere Salvo D’Acquisto viene freddato da una scarica del plotone d’esecuzione.

Alcune spiegazioni ai giovani per una retta interpretazione della Resistenza
1. L’occupazione ingiusta ed illegittima. I tedeschi si sono installati con la violenza sul territorio italiano, non rispettando la decisione legittima dell’Italia di uscire dalla guerra. In un secondo tempo la ricostruzione del Partito Fascista con un Mussolini liberato dai tedeschi darà una parvenza di consenso all’occupazione tedesca. Ma il 23 settembre, 13 giorni dopo l’occupazione di Roma, non c’è nessun alibi per giustificare l’occupazione tedesca.
2. Una occupazione illegittima e violenta di uno Stato legittimamente istituito dà un diritto a tutti i suoi cittadini di resistere in qualsiasi modo e con tutte le loro forze. Discutere su questo diritto ed accettare (o per paura o per calcolo o per impotenza) l’occupazione significa porre fine allo Stato come espressione di una nazione indipendente. Il diritto alla Resistenza è il diritto all’esistenza.
3. Si può resistere con una azione armata aperta ed annunciata, ed anche, se necessario, con un’azione armata nascosta ed improvvisa. Si può resistere anche con un metodo non violento. Gandhi seppe liberare l’India dal dominio britannico con un’azione non violenta. Anche nella Resistenza vi furono esempi di azione non violenta. Dossetti partecipava disarmato alla lotta armata ed era a capo della Resistenza nella sua provincia. Ne parleremo a suo tempo. È Resistenza anche nascondere i rifugiati, mantenere una dignità civile, non fare delazioni, mantenere alti i valori morali della pietà, del rispetto della persona, del comportamento civile.
4. Cominciamo subito ad affermare che non si può accettare una polemica sulla liceità dell’azione armata per evitare la rappresaglia. La rappresaglia (dieci contro uno nell’episodio delle Fosse Ardeatine), se accettata, toglie ogni diritto a chi la accetta. La rappresaglia è l’arma prepotente di chi viola il diritto civile ed il diritto internazionale. Su questo non torneremo più nelle nostre considerazioni.
5. I tedeschi a Palidoro chiedono per la morte di un loro soldato la fucilazione di 22 ostaggi, se il colpevole non si presentasse. Giunti al momento dell’esecuzione Salvo d’Acquisto, innocente, si consegna come colpevole per salvare gli ostaggi. In questa maniera egli afferma due valori: l’Italia esiste ed è libera ed indipendente ed un vice-brigadiere la rappresenta; il sacrificio contro l’illegalità è la forza morale che fa vivere una società civile, che non accetta la barbarie.
6. (Accadrà negli avvenimenti che via via ricorderemo nel loro 70° anniversario anche un episodio contrapposto: i traditori che consegnano ai tedeschi un sacerdote come ostaggio per salvarsi dalla rappresaglia. Anche questo può succedere, ma è la acquiescenza al potere illecito e la fine della società civile).
7. Il 23 settembre 1943 Salvo d’Acquisto viene fucilato. Dopo la Resistenza dei granatieri e dei volontari civili a Roma, dopo l’insurrezione di Napoli, la prima città europea a cacciare con le sue forze i tedeschi, la morte di Salvo d’Acquisto dà inizio alla Resistenza civile, non armata, ma moralmente vittoriosa.

Medaglia d’Oro al Valore Militare con la seguente motivazione

“Esempio luminoso di altruismo, spinto fino alla suprema rinunzia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, erano stati condotti dalle orde naziste 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, non esitava a dichiararsi unico responsabile d’un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così da solo, impavido, la morte imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma”.

Sul Convegno di Forza Nuova

«Dire basta e’ il dovere dei democratici». Lo dichiara Giovanni Bianchi, presidente nazionale dei Partigiani Cristiani – l’associazione fondata da Enrico Mattei – e gia’ presidente del Ppi e delle Acli, a proposito del raduno a Cantu’ di Forza Nuova e dei movimenti europei di estrema destra. I quali, sottolinea Bianchi, «sono la vetrina terminale di una storia che ci ha regalato l’orrore della guerra, della dittatura e della Shoa’. Non sono certo l’inizio di un discorso politico di destra ne’ tantomeno democratico. Ricordarlo e’ il dovere del buon senso. Dire basta il dovere dei democratici. Chi non si oppone alla diffusione di quelle idee e dei comportamenti che oggi evidentemente ne discendono su razzismo, immigrazione e omofobia si aggira intorno ai confini del Lager con lo sguardo del guardiano di un parcheggio».

Saluto del Presidente Onorario ANPC Sezione di Roma, Gianluigi Rondi

Alla commemorazione della Battaglia della Montagnola

L’episodio della battaglia della Montagnola è emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che troveranno il loro compimento nella Resistenza.
1. La forza morale del dovere. I Granatieri avevano ricevuto l’ordine di “resistere fino all’ultima cartuccia”. Non potevano conoscere né la situazione politica, né la situazione strategica in cui quell’ordine si sarebbe attuato. Tuttavia risposero con onore e sacrificio all’ordine che avevano ricevuto. Questa forza morale del dovere compiuto, che va da El Alamein alla liberazione di Milano, è stato il fondamento della resurrezione dell’Italia.
2. All’obbedienza con onore dei granatieri si aggiunge spontaneamente il soccorso della popolazione, che accorre in aiuto dei suoi soldati contro lo strapotere della offesa.
3. In quella situazione disperata si trova coinvolto il parroco, Don Pietro Occelli, il quale si assunse una responsabilità civile che andava aldilà dei suoi doveri di parroco. Il soccorso ai soldati ed ai civili coinvolti nel sacrificio lo porterà a costituire la prima brigata partigiana di Roma. La resistenza armata dei partigiani non è in contrapposizione all’impegno dei militari ma il naturale maturarsi della coscienza nazionale.
4. Un piccolissimo episodio, ma di altissimo valore morale, ci spiega la nascita della Resistenza cristiana, di coloro che si vollero chiamare “ribelli per amore”: Suor Teresina, che è ricordata qui fra i caduti, si oppone all’oltraggio nei confronti delle salme dei caduti che stava ricomponendo. È una ribellione che non nasce da contrapposizioni politiche o da motivazioni ideologiche, ma dalla pietà cristiana che soccorre gli umili e gli oppressi.
5. Oggi, in un momento di crisi è giusto ricordare ai giovani che il dovere compiuto fino al sacrificio, il coraggio della difesa dei propri valori, l’impegno personale civile sono le componenti necessarie perché l’Italia viva e si rinnovi.

I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani

Seminario su: “La Battaglia Montagnola”
Relazione Ciccardini: “I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani”
Roma 10 Settembre – Parrocchia del Buon Pastore (in Piazza Caduti della Montagnola)
Nella grande crisi epocale che distruggerà l’Europa e coinvolgerà tutto il mondo nel più grande conflitto della storia umana, crisi che incomincia con l’attentato di Sarajevo e che si conclude con l’esplosione della bomba atomica, l’episodio della Battaglia della Montagnola è microscopico. Un piccolo scontro casuale, in un momento ambiguo e confuso che si risolve in una sola giornata. Ciononostante questo episodio non è insignificante. Anzi, qui lo ricordiamo perché contiene tutti gli elementi importanti che permetteranno di ritrovare e ricostituire l’identità nazionale. Oggi, in un momento di crisi dell’Italia, non così grave come la crisi del ‘43, ma abbastanza preoccupante per i destini del nostro Paese, è molto importante far giungere ai giovani il messaggio morale, profondo e significativo, che viene da questo episodio.
Vorrei riassumere il messaggio ai giovani identificando cinque insegnamenti, cinque valori, cinque meditazioni su cui riflettere che possono servire alla formazione delle nuove generazioni.
1. Il dovere a tutti i costi, senza calcoli. La Battaglia della Montagnola avrebbe potuto non esserci. Il reparto che presiedeva una delle vie di accesso alla Capitale aveva ricevuto un ordine difficile da decifrare. Il Corpo dei Granatieri, a cui apparteneva il Primo Reggimento, veniva distaccato dalla divisione corazzata di cui faceva parte, che si trasferiva verso Tivoli. Il compito di “resistere fino all’ultima cartuccia” non era chiaro. Non si capiva se si dovesse resistere ai tedeschi. Si era diffusa l’idea che i tedeschi chiedessero un libero passaggio per uscire dall’Italia. Il reparto era rimasto privo degli alti ufficiali, perché convocati dal Ministero, evidentemente in un momento di crisi confusionale. Gli stessi ufficiali tedeschi stanziati alla Magliana, si presentarono con l’intento di festeggiare la fine della guerra. Poteva tranquillamente succedere quello che successe in molti luoghi: la liquefazione dello strumento militare, il sollievo per la fine della guerra e come conseguenza quella che venne chiamata “la morte della Patria”.
I tedeschi proditoriamente attaccarono all’alba del 9 settembre, sorpresero i Granatieri all’accesso alla Via Laurentina e li dispersero. L’ufficiale che li comandava cadde, ma ordinò il contrattacco all’arma bianca. La battaglia è confusa, i tedeschi conquistano il Forte, che non era affatto una fortezza, ma soltanto un orfanotrofio. L’ultima resistenza avviene nella salita della Laurentina, sotto il fuoco dei mortai che sparano dall’Eur, e l’attacco ai pochi carri armati che erano stanziati attorno al piccolo ponte di legno della Laurentina, sul fosso delle Tre Fontane. Gli equipaggi dei carri muoiono bruciati nel loro abitacolo e poco più in alto il tenente Luigi Perna, che aveva organizzato l’ultima difesa, muore colpito da un proiettile anticarro.
Il piccolo episodio militare è un grande esempio di un valore essenziale. Si è detto che l’8 settembre la Patria è morta. Per molti aspetti è vero. Ma finchè rimane un italiano che fa il suo dovere fino in fondo, fino al sacrificio della vita, senza aspettarsi, non dico la vittoria, ma neppure il riconoscimento della sua azione, solo, con la sua coscienza davanti a Dio, allora la Patria non è morta. Questo è il primo insegnamento della Battaglia della Montagnola per i giovani. Gabriele De Rosa ha in un suo libro ricordato la crisi di coscienza che colpì la sua generazione nella battaglia di El Alamein. Granatiere con i granatieri si rese conto del baratro verso il quale l’Italia si stava avviando e decise che l’unica risposta possibile era quella di fare tutto il proprio dovere con onore. Da El Alamein alla Montagnola, primo episodio della Resistenza italiana, c’è un imperscrutabile filo rosso. E questo è il messaggio ai giovani.
2. La Resistenza senza revisionismi. Alcuni giovani amici mi hanno rimproverato di aver ripreso, con l’Associazione dei Partigiani Cristiani, il tema della Resistenza come fondamento della Costituzione, perché questo tema riaprirebbe divisioni fra gli italiani, quando invece sarebbe necessaria una pacificazione. Certamente nei quasi due anni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45 assieme alla Resistenza degli italiani contro l’occupazione tedesca, si sviluppò un conflitto fra gli italiani stessi, che alcuni vogliono considerare una guerra civile. E la messa in archivio di questo conflitto sarebbe la premessa di una pacificazione fra gli italiani necessaria per essere un paese unito nella sua identità nazionale.
Io sono sicuro che l’acquisizione del giudizio storiografico del rapporto fra Resistenza e Costituzione è il vero significato della pacificazione, ma non intendo discutere qui questo tema. Intendo invece riflettere sul fatto che la Battaglia della Montagnola è significativa perché qui è nata una Resistenza senza guerra civile. La Resistenza alla ingiusta occupazione tedesca, nasce in primo luogo dai giovani Granatieri dell’Esercito Italiano che fanno il loro dovere fino in fondo, dalla solidarietà del popolo con loro, senza ripensamenti e senza crisi. Il PNF non c’è più; il fascismo è stato letteralmente abolito da un organo costituzionale, in quel tempo legittimo, che si chiamava Gran Consiglio del Fascismo; Mussolini non è stato ancora catturato e fatto prigioniero dai tedeschi e non si è ancora costituito lo Stato artificiale che esercitò una sorta di copertura politica alla occupazione tedesca. Questi fatti, solo in un secondo tempo, porteranno ad una crisi di coscienza di molti giovani, che si batteranno contro gli alleati convinti, in buona fede, di battersi per salvare l’onore dell’Italia. Ad essi in un mio libro ho dedicato una pagina commossa di pietà cristiana e di simpatia. Tuttavia la storia avrebbe seguito un altro percorso e la rinascita dell’Italia sarebbe passata per altre vie. In questo la Battaglia della Montagnola ha un significato particolare: non vi furono dubbi, non vi furono crisi di coscienza, la Resistenza fu necessaria, spontanea, senza se e senza ma.
3. I soldati e l’anima popolare. Per un lungo periodo non si è parlato abbastanza della Resistenza dei militari, sia combattenti, sia deportati per non aver accettato di combattere con i tedeschi. Poi qualcuno ha voluto anche sminuire l’importanza dell’appoggio morale e materiale che le popolazioni, le donne in particolare, davano nel prestare assistenza, nel nascondere, nel dividere il poco pane, nel curare i feriti, nel seppellire i morti. Alcuni storici hanno definito questa area la “zona grigia”. Ebbene nella Battaglia della Montagnola è significativo il rapporto che c’è fra i soldati che combattono e la popolazione. La borgata, che occupa la zona dove sorgerà l’Eur ed i quartieri moderni della Montagnola, è abitata da pastori, da contadini, da modestissimi lavoratori. C’è un orfanotrofio, c’è una parrocchia che non ha ancora costruito la sua Chiesa, c’è un fornaio. Molti vivono nelle grotte delle antiche cave di pozzolana. I popolani che arrivano ad impugnare le armi con i soldati, li soccorrono, li nascondono, muoiono con loro e si trovano ad aver costituito, quasi spontaneamente, la prima brigata Partigiana, che opererà per tutto il periodo della Resistenza. Oggi è importante riscoprire questa Resistenza civile, con i suoi valori, senza la quale non sarebbe potuta esistere la Resistenza armata, per insegnare ai giovani che non esiste nessun rinnovamento del nostro Paese, nessuna ripresa della nostra identità nazionale, nessun vero futuro della nostra Patria, senza i valori della Resistenza civile.
4. “La casa fiduciosa e silenziosa” (Ferruccio Parri). Nella Battaglia della Montagnola emerge l’attività di un sacerdote piemontese. È un paolino, è stato direttore di una edizione preistorica di “Famiglia Cristiana”, ed è stato mandato a costruire una parrocchia in una zona di Roma che, dopo pochi mesi, sarebbe dovuta diventare la sede della Esposizione Universale. Ma scoppia la guerra e questo straordinario personaggio, Don Pietro Occelli, si ritrova impantanato senza Chiesa e senza nessuna possibilità di costruirne una, in una parrocchia di pastori, che si appoggia ad un orfanotrofio con 35 suore e qualche villa di gerarchi fascisti. Il sacerdote si trova naturalmente coinvolto nella battaglia e nel suo diario ne descrive i particolari. Interrompe la Messa per le suore delle cinque del mattino per correre a vedere cosa succede. Cerca di trattare coi tedeschi e di capirne le intenzioni. Provvede a nascondere le armi e le munizioni. Organizza un soccorso ai feriti. E quando il cosiddetto “forte” si arrende, esce lui, con un lenzuolo bianco, a chiedere la fine del combattimento ai tedeschi, che insistono con un crudele tiro al bersaglio. È lui che corre a vedere cosa succede sulla via Laurentina, che descrive la morte dei carristi, che trova e ricompone la salma dell’eroe Luigi Perna. È lui che racconta l’episodio della sua morte e dei due sfilatini di pane comprati prima della battaglia per sé e per il suo attendente, Agostino Scali. L’attendente era morto per essere uscito allo scoperto per lanciare al suo tenente un tascapane di munizioni. Poco dopo morì anche il tenente, con i due sfilatini intatti in tasca. A tutti Don Pietro chiuse gli occhi e dette l’assoluzione e tutti, soldati e popolani, ricordò nel suo diario e nelle sue poesie. Dopo pochi giorni fondò, col Generale Cotellessa, la Prima Brigata Partigiana, che controllò il territorio in tutto il periodo dell’occupazione tedesca. Con il suo intervento salvò i rifugiati nell’abbazia di San Paolo dalle rappresaglie del questore Caruso e del torturatore Kappler. Alcuni dei suoi giovani finirono nelle prigioni di Via Tasso.
Anche questo è un aspetto significativo della Battaglia della Montagnola. Nella necessità emerge la personalità del parroco che diventa naturalmente la guida della società civile. Nel giudizio storiografico si sono messi in evidenza i singoli episodi in cui sono caduti dei sacerdoti. Ma non si è meditato sul fatto che essi furono un numero considerevole, 440, che non può essere casuale. Si è guardato a loro come martiri solitari, non si è studiato in quale modo erano divenuti i capi naturali della società civile che si opponeva alla occupazione tedesca, non per ragioni politiche o per ragioni militari, ma per una coscienza religiosa e morale del popolo di cui diventano i naturali leader.
5. La Resistenza cristiana. Nella cripta della primitiva chiesa del Buon Pastore c’è un bassorilievo che ricorda il gesto di Suor Teresina. Figlia di pastori, nipote del fornaio che viene trucidato dai tedeschi, infermiera nel povero orfanotrofio, ospitato negli ambienti del Forte, si ribella all’atto barbaro di un soldato tedesco che vuole depredare le salme dei caduti. E nel suo slancio colpisce il malvagio con un crocifisso di ottone che teneva in mano per accostarlo alle labbra dei caduti come estremo segno di compassione. Piccolo episodio, non importante, che probabilmente sarebbe rimasto sconosciuto, ma significativo perché mostra “in vitro”, quasi al microscopio, la nascita della Resistenza cristiana. La coscienza cristiana si ribella alla barbarie, non per ragioni politiche, non per ragioni militari strategiche, non per ragioni ideologiche, ma per amore. È la primissima manifestazione di quella schiera che Teresio Olivelli e Carlo Bianchi chiameranno i “ribelli per amore”. Ferruccio Parri la chiamerà: “La casa fiduciosa e silenziosa”.
6. Per concludere. Il sacerdote Pierluigi Occelli della Pia Società San Paolo, il cui nome di battaglia era “Don Pietro”, è amico di Ferruccio Parri, suo conterraneo, capo della Resistenza del nord, col nome di Battaglia “Maurizio” (che è il nome del Santo, nota Don Pietro, protettore del loro Paese).
Per un momento vorrei entrare nella nostra situazione politica e mostrare ai giovani cattolici di oggi, che sembrano essere assenti dalla politica, questa considerazione che Ferruccio Parri fece in confidenza a Don Pietro: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi sacerdoti, cappellani della Resistenza, amici e protettori dei Partigiani, di unirvi in società, di prendere posto nell’Italia nuova? Siete una grande forza! Quando avevamo i tedeschi in casa voi sacerdoti siete stati i punti di appoggio della Resistenza, il segreto della clandestinità, ci avete offerto la casa silenziosa e fiduciosa dei Comitati di Liberazione Nazionali”. Rivolgendomi ai giovani cattolici mi viene la tentazione di chiedere insieme a Ferruccio Parri: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi di prendere posto nell’Italia nuova?”. (Certamente non Papa Francesco!).

Bartolo Ciccardini

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