ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani

Seminario su: “La Battaglia Montagnola”
Relazione Ciccardini: “I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani”
Roma 10 Settembre – Parrocchia del Buon Pastore (in Piazza Caduti della Montagnola)
Nella grande crisi epocale che distruggerà l’Europa e coinvolgerà tutto il mondo nel più grande conflitto della storia umana, crisi che incomincia con l’attentato di Sarajevo e che si conclude con l’esplosione della bomba atomica, l’episodio della Battaglia della Montagnola è microscopico. Un piccolo scontro casuale, in un momento ambiguo e confuso che si risolve in una sola giornata. Ciononostante questo episodio non è insignificante. Anzi, qui lo ricordiamo perché contiene tutti gli elementi importanti che permetteranno di ritrovare e ricostituire l’identità nazionale. Oggi, in un momento di crisi dell’Italia, non così grave come la crisi del ‘43, ma abbastanza preoccupante per i destini del nostro Paese, è molto importante far giungere ai giovani il messaggio morale, profondo e significativo, che viene da questo episodio.
Vorrei riassumere il messaggio ai giovani identificando cinque insegnamenti, cinque valori, cinque meditazioni su cui riflettere che possono servire alla formazione delle nuove generazioni.
1. Il dovere a tutti i costi, senza calcoli. La Battaglia della Montagnola avrebbe potuto non esserci. Il reparto che presiedeva una delle vie di accesso alla Capitale aveva ricevuto un ordine difficile da decifrare. Il Corpo dei Granatieri, a cui apparteneva il Primo Reggimento, veniva distaccato dalla divisione corazzata di cui faceva parte, che si trasferiva verso Tivoli. Il compito di “resistere fino all’ultima cartuccia” non era chiaro. Non si capiva se si dovesse resistere ai tedeschi. Si era diffusa l’idea che i tedeschi chiedessero un libero passaggio per uscire dall’Italia. Il reparto era rimasto privo degli alti ufficiali, perché convocati dal Ministero, evidentemente in un momento di crisi confusionale. Gli stessi ufficiali tedeschi stanziati alla Magliana, si presentarono con l’intento di festeggiare la fine della guerra. Poteva tranquillamente succedere quello che successe in molti luoghi: la liquefazione dello strumento militare, il sollievo per la fine della guerra e come conseguenza quella che venne chiamata “la morte della Patria”.
I tedeschi proditoriamente attaccarono all’alba del 9 settembre, sorpresero i Granatieri all’accesso alla Via Laurentina e li dispersero. L’ufficiale che li comandava cadde, ma ordinò il contrattacco all’arma bianca. La battaglia è confusa, i tedeschi conquistano il Forte, che non era affatto una fortezza, ma soltanto un orfanotrofio. L’ultima resistenza avviene nella salita della Laurentina, sotto il fuoco dei mortai che sparano dall’Eur, e l’attacco ai pochi carri armati che erano stanziati attorno al piccolo ponte di legno della Laurentina, sul fosso delle Tre Fontane. Gli equipaggi dei carri muoiono bruciati nel loro abitacolo e poco più in alto il tenente Luigi Perna, che aveva organizzato l’ultima difesa, muore colpito da un proiettile anticarro.
Il piccolo episodio militare è un grande esempio di un valore essenziale. Si è detto che l’8 settembre la Patria è morta. Per molti aspetti è vero. Ma finchè rimane un italiano che fa il suo dovere fino in fondo, fino al sacrificio della vita, senza aspettarsi, non dico la vittoria, ma neppure il riconoscimento della sua azione, solo, con la sua coscienza davanti a Dio, allora la Patria non è morta. Questo è il primo insegnamento della Battaglia della Montagnola per i giovani. Gabriele De Rosa ha in un suo libro ricordato la crisi di coscienza che colpì la sua generazione nella battaglia di El Alamein. Granatiere con i granatieri si rese conto del baratro verso il quale l’Italia si stava avviando e decise che l’unica risposta possibile era quella di fare tutto il proprio dovere con onore. Da El Alamein alla Montagnola, primo episodio della Resistenza italiana, c’è un imperscrutabile filo rosso. E questo è il messaggio ai giovani.
2. La Resistenza senza revisionismi. Alcuni giovani amici mi hanno rimproverato di aver ripreso, con l’Associazione dei Partigiani Cristiani, il tema della Resistenza come fondamento della Costituzione, perché questo tema riaprirebbe divisioni fra gli italiani, quando invece sarebbe necessaria una pacificazione. Certamente nei quasi due anni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45 assieme alla Resistenza degli italiani contro l’occupazione tedesca, si sviluppò un conflitto fra gli italiani stessi, che alcuni vogliono considerare una guerra civile. E la messa in archivio di questo conflitto sarebbe la premessa di una pacificazione fra gli italiani necessaria per essere un paese unito nella sua identità nazionale.
Io sono sicuro che l’acquisizione del giudizio storiografico del rapporto fra Resistenza e Costituzione è il vero significato della pacificazione, ma non intendo discutere qui questo tema. Intendo invece riflettere sul fatto che la Battaglia della Montagnola è significativa perché qui è nata una Resistenza senza guerra civile. La Resistenza alla ingiusta occupazione tedesca, nasce in primo luogo dai giovani Granatieri dell’Esercito Italiano che fanno il loro dovere fino in fondo, dalla solidarietà del popolo con loro, senza ripensamenti e senza crisi. Il PNF non c’è più; il fascismo è stato letteralmente abolito da un organo costituzionale, in quel tempo legittimo, che si chiamava Gran Consiglio del Fascismo; Mussolini non è stato ancora catturato e fatto prigioniero dai tedeschi e non si è ancora costituito lo Stato artificiale che esercitò una sorta di copertura politica alla occupazione tedesca. Questi fatti, solo in un secondo tempo, porteranno ad una crisi di coscienza di molti giovani, che si batteranno contro gli alleati convinti, in buona fede, di battersi per salvare l’onore dell’Italia. Ad essi in un mio libro ho dedicato una pagina commossa di pietà cristiana e di simpatia. Tuttavia la storia avrebbe seguito un altro percorso e la rinascita dell’Italia sarebbe passata per altre vie. In questo la Battaglia della Montagnola ha un significato particolare: non vi furono dubbi, non vi furono crisi di coscienza, la Resistenza fu necessaria, spontanea, senza se e senza ma.
3. I soldati e l’anima popolare. Per un lungo periodo non si è parlato abbastanza della Resistenza dei militari, sia combattenti, sia deportati per non aver accettato di combattere con i tedeschi. Poi qualcuno ha voluto anche sminuire l’importanza dell’appoggio morale e materiale che le popolazioni, le donne in particolare, davano nel prestare assistenza, nel nascondere, nel dividere il poco pane, nel curare i feriti, nel seppellire i morti. Alcuni storici hanno definito questa area la “zona grigia”. Ebbene nella Battaglia della Montagnola è significativo il rapporto che c’è fra i soldati che combattono e la popolazione. La borgata, che occupa la zona dove sorgerà l’Eur ed i quartieri moderni della Montagnola, è abitata da pastori, da contadini, da modestissimi lavoratori. C’è un orfanotrofio, c’è una parrocchia che non ha ancora costruito la sua Chiesa, c’è un fornaio. Molti vivono nelle grotte delle antiche cave di pozzolana. I popolani che arrivano ad impugnare le armi con i soldati, li soccorrono, li nascondono, muoiono con loro e si trovano ad aver costituito, quasi spontaneamente, la prima brigata Partigiana, che opererà per tutto il periodo della Resistenza. Oggi è importante riscoprire questa Resistenza civile, con i suoi valori, senza la quale non sarebbe potuta esistere la Resistenza armata, per insegnare ai giovani che non esiste nessun rinnovamento del nostro Paese, nessuna ripresa della nostra identità nazionale, nessun vero futuro della nostra Patria, senza i valori della Resistenza civile.
4. “La casa fiduciosa e silenziosa” (Ferruccio Parri). Nella Battaglia della Montagnola emerge l’attività di un sacerdote piemontese. È un paolino, è stato direttore di una edizione preistorica di “Famiglia Cristiana”, ed è stato mandato a costruire una parrocchia in una zona di Roma che, dopo pochi mesi, sarebbe dovuta diventare la sede della Esposizione Universale. Ma scoppia la guerra e questo straordinario personaggio, Don Pietro Occelli, si ritrova impantanato senza Chiesa e senza nessuna possibilità di costruirne una, in una parrocchia di pastori, che si appoggia ad un orfanotrofio con 35 suore e qualche villa di gerarchi fascisti. Il sacerdote si trova naturalmente coinvolto nella battaglia e nel suo diario ne descrive i particolari. Interrompe la Messa per le suore delle cinque del mattino per correre a vedere cosa succede. Cerca di trattare coi tedeschi e di capirne le intenzioni. Provvede a nascondere le armi e le munizioni. Organizza un soccorso ai feriti. E quando il cosiddetto “forte” si arrende, esce lui, con un lenzuolo bianco, a chiedere la fine del combattimento ai tedeschi, che insistono con un crudele tiro al bersaglio. È lui che corre a vedere cosa succede sulla via Laurentina, che descrive la morte dei carristi, che trova e ricompone la salma dell’eroe Luigi Perna. È lui che racconta l’episodio della sua morte e dei due sfilatini di pane comprati prima della battaglia per sé e per il suo attendente, Agostino Scali. L’attendente era morto per essere uscito allo scoperto per lanciare al suo tenente un tascapane di munizioni. Poco dopo morì anche il tenente, con i due sfilatini intatti in tasca. A tutti Don Pietro chiuse gli occhi e dette l’assoluzione e tutti, soldati e popolani, ricordò nel suo diario e nelle sue poesie. Dopo pochi giorni fondò, col Generale Cotellessa, la Prima Brigata Partigiana, che controllò il territorio in tutto il periodo dell’occupazione tedesca. Con il suo intervento salvò i rifugiati nell’abbazia di San Paolo dalle rappresaglie del questore Caruso e del torturatore Kappler. Alcuni dei suoi giovani finirono nelle prigioni di Via Tasso.
Anche questo è un aspetto significativo della Battaglia della Montagnola. Nella necessità emerge la personalità del parroco che diventa naturalmente la guida della società civile. Nel giudizio storiografico si sono messi in evidenza i singoli episodi in cui sono caduti dei sacerdoti. Ma non si è meditato sul fatto che essi furono un numero considerevole, 440, che non può essere casuale. Si è guardato a loro come martiri solitari, non si è studiato in quale modo erano divenuti i capi naturali della società civile che si opponeva alla occupazione tedesca, non per ragioni politiche o per ragioni militari, ma per una coscienza religiosa e morale del popolo di cui diventano i naturali leader.
5. La Resistenza cristiana. Nella cripta della primitiva chiesa del Buon Pastore c’è un bassorilievo che ricorda il gesto di Suor Teresina. Figlia di pastori, nipote del fornaio che viene trucidato dai tedeschi, infermiera nel povero orfanotrofio, ospitato negli ambienti del Forte, si ribella all’atto barbaro di un soldato tedesco che vuole depredare le salme dei caduti. E nel suo slancio colpisce il malvagio con un crocifisso di ottone che teneva in mano per accostarlo alle labbra dei caduti come estremo segno di compassione. Piccolo episodio, non importante, che probabilmente sarebbe rimasto sconosciuto, ma significativo perché mostra “in vitro”, quasi al microscopio, la nascita della Resistenza cristiana. La coscienza cristiana si ribella alla barbarie, non per ragioni politiche, non per ragioni militari strategiche, non per ragioni ideologiche, ma per amore. È la primissima manifestazione di quella schiera che Teresio Olivelli e Carlo Bianchi chiameranno i “ribelli per amore”. Ferruccio Parri la chiamerà: “La casa fiduciosa e silenziosa”.
6. Per concludere. Il sacerdote Pierluigi Occelli della Pia Società San Paolo, il cui nome di battaglia era “Don Pietro”, è amico di Ferruccio Parri, suo conterraneo, capo della Resistenza del nord, col nome di Battaglia “Maurizio” (che è il nome del Santo, nota Don Pietro, protettore del loro Paese).
Per un momento vorrei entrare nella nostra situazione politica e mostrare ai giovani cattolici di oggi, che sembrano essere assenti dalla politica, questa considerazione che Ferruccio Parri fece in confidenza a Don Pietro: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi sacerdoti, cappellani della Resistenza, amici e protettori dei Partigiani, di unirvi in società, di prendere posto nell’Italia nuova? Siete una grande forza! Quando avevamo i tedeschi in casa voi sacerdoti siete stati i punti di appoggio della Resistenza, il segreto della clandestinità, ci avete offerto la casa silenziosa e fiduciosa dei Comitati di Liberazione Nazionali”. Rivolgendomi ai giovani cattolici mi viene la tentazione di chiedere insieme a Ferruccio Parri: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi di prendere posto nell’Italia nuova?”. (Certamente non Papa Francesco!).

Bartolo Ciccardini

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