ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

30 luglio 2026 – Tina Anselmi – Montaldo Torinese

Tina Anselmi: partigiana e politica. La morale come essenza del suo agire

Nella sala dedicata ad un partigiano locale Silvio Geuna, introduce il convegno Sergio Gaiotti, Sindaco di Montaldo Torinese, spiegando le motivazioni che hanno indotto ad intitolare la piazza dei valori (ogni panchina presente rimanda ad un valore, con una stele a Gino Strada, per il suo operato) a Tina Anselmi.

Riprende una frase che Aldo Moro ripeteva: La politica senza valori è corruzione; Tina Anselmi ne è stata l’essenza.

Seguono poi i saluti istituzionali di Claudia Porchietto – sottosegretario alla Presidenza della Regione Piemonte che si compiace della forte presenza femminile in questo convegno, non così scontata nelle istituzioni, forse perché le donne accettano meno i compromessi.

Su Tina Anselmi dice che il ministero del lavoro, negli anni 70/80 era estremamente complicato ma lei ha avuto la capacità e la competenza, unita alla sensibilità femminile, di riuscire nel suo operato.

Auspica che si riesca a coinvolgere il mondo giovanile alla politica, alla rappresentanza pubblica.

Michela Favaro, vicesindaco di Torino, richiama l’importanza dei valori nella politica, antidoto che può girare a favore dei giovani. Ricordare la storia di una donna, partigiana, che ha fatto la storia del nostro paese. Raccontare queste storie aiuta a ricomporre il valore della politica.

Emanuela Guizzon, nipote di Tina Anselmi, vede ora un grande vuoto. Porta alcuni ricordi della zia, di come la sua porta fosse sempre aperta e quando anche l’ultimo ospite era uscito, le nipoti andavano da lei a chiacchierare e farsi raccontare il suo lavoro.

Ha sottolineato come Tina chiedesse loro opinioni su argomenti che si stavano dibattendo in parlamento: voleva sapere se ne discutevano in classe, voleva sapere cosa ne pensavano. Ha sempre avuto una particolare attenzione ai giovani ed ascoltava molto.

Se c’era distanza tra lei ed una persona che la pensava in modo diverso, cercava di trovare qualcosa che le avvicinasse, in modo di fare le cose insieme.

Luisa Ghidini – Comotti, consigliere Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. Ho portato il mio ricordo quando vent’anni fa conobbi Tina Anselmi a Milano, durante la presentazione del primo libro della sua vita e come mi avesse colpito la semplicità nel raccontare la sua storia.

Certamente se Tina Anselmi non avesse deciso da che parte stare, oggi non saremmo qui a parlare di lei e neppure del nostro sistema democratico.

La grande partecipazione cattolica alla Resistenza fece si che De Gasperi, nella conferenza di Parigi ha potuto dire che non tutto il popolo italiano, vinto, era stato fascista, proprio perché c’era stata la Resistenza che legittimava la sua difesa del nostro paese. Il popolo aveva capito che bisognava stare contro i fascisti e i nazisti: si è capito e lo si è potuto fare dal 1943 in poi.

Tina Anselmi, nata del 1926, studiava alle magistrali di Bassano ed il 26 settembre 1944, a 17 anni, è costretta ad assistere, con le sue compagne di classe, all’impiccagione di 43 ragazzi. Uno di questi era il fratello della sua compagna di banco.

Ecco che scatta un moto di ribellione di fronte alla malvagità e decide di entrare a far parte della Resistenza. Dirà più volte che ringraziò Dio per non essere stata costretta ad usare la pistola che portava con sé.

I cattolici nella Resistenza hanno avuto i sacerdoti dalla loro parte, i quali avevano spiegato loro che era legittima difesa la lotta, contro un regime che era contro la dignità umana, che usava la violenza invece della democrazia, per imporre dottrine che non erano coerenti con la dottrina della chiesa.

Voi sapete che man mano che si ritiravano, i nazisti volevano fare piazza pulita ed allora il comandante di Tina Anselmi (che era entrata a far parte della brigata Cesare Battisti), lei lo dice nelle sue memorie, aveva suggerito di non fare atti di provocazione per evitare di uccidere e di essere uccisi.

Dice Tina “credo che ai tanti comandanti della Resistenza, responsabili delle nostre vite, vada reso il merito di queste loro decisioni, per rispetto della verità e perché ciò sia di monito ai raggi di oggi: i cattivi maestri disprezzano la vita dei propri discepoli, ed evocando paradisi lontani, li conducono all’inferno. Guai a seguirli, guai a dar retta ai proclami di odio, di incitamento alla morte”.

C’è questa logica anche dietro la scelta di creare un paese dove si poteva ricostruire un po’ di armonia.

Occorre tenere presente che la Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale.

Quest’anno, con il decennale della morte di Tina Anselmi è l’ottantesimo anniversario del voto delle donne ed il 25 giugno 1946 si ritrovarono 556 costituenti, tra cui 21 donne (9 democristiane, 9 comuniste, 9 socialiste, 1 liberale ed 1 dell’uomo qualunque).

I discorsi delle 21 donne sono molto forti e coraggiose non solo per chiedere i diritti, ma per tutto ciò che riguarda la famiglia, il lavoro. L’uguaglianza di diritto è tutto frutto delle 21 che hanno fatto battaglie condivise, cioè erano diventate amiche anche se appartenevano a fronti diversi e Tina Anselmi lo dice continuamente.

Diceva “noi facevamo politica da persone amiche anche se eravamo avversari. Ricorda come nella prima legislatura c’erano un po’ tutti i partigiani di ogni parte politica delle 21 costituenti e nel 1953 le costituenti non sono state ricandidate.

Tina si pone delle domande, attorno ai suoi 80 anni, che paio attualissime: Che cosa non è andato come doveva? Che cosa abbiamo fatto, o piuttosto che cosa abbiamo trascurato di fare? Che cosa abbiamo smarrito strada facendo? Quando e quanto ci siamo distratti per permettere al paese di essere governato da una maggioranza che con tanta disinvoltura ignora e allegramente disattende i principi base della democrazia?

E si dà una risposta: “Credo che una parte importante dell’attuale degrado nasca dall’aver smarrito la consapevolezza dei valori che rappresentavamo”.

Le piaceva ricordare come nessuna vittoria è irreversibile e occorre vigilare.

Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno la nostra parte di responsabilità, perché solo così le vittorie che abbiamo ottenuto diventano permanenti. Guai il disimpegno.

Entra nel parlamento nel 1968 e nel 1976 diventa ministro del lavoro (prima ministro donna della storia repubblicana) e l’ha fatta ministro non un uomo qualsiasi, ma Aldo Moro.

Nel 1978 diventa ministro della sanità durante i tragici giorni del rapimento Moro.

Ha firmato una delle leggi più belle e importanti del nostro paese, che stiamo vilendo perché di nuovo, avendo conquistato il sistema sanitario l’abbiamo lasciato andare come se fosse una cosa eterna.

Il sistema sanitario nazionale è di Tina Anselmi ed è il sistena che ha lavorato sui principi della Costituzione più di altri: l’articolo 32 della Costituzione dice che l’uguaglianza è per tutti i cittadini e recita “La Repubblica tutela la salute come FONDAMENTALE diritto dell’individuo e intesse della collettività…” – unico articolo della Costituzione con la parola FONDAMENTALE. Vorrà ben dire qualcosa.

Infine presidente della commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2 di Lico Gelli, non si tirò indietro di fronte a interferenze o minacce. Battaglia dopo battaglia, emerge il ritratto di una donna che ha fronteggiato a schiena dritta l’oppressione, la disuguaglianza, il potere deviato e deviante.

E nel 1992 viene candidata in un collegio perdente e non viene rieletta.

Ricordo la legge 903 del 9 dicembre 1977 sulla parità di trattamento tra uomini e donne, la legge 833 del 23 dicembre 1978 sul sistema sanitario e la legge 17 del 25 gennaio 1982 contro le associazioni segrete.

Tina non ha mai smesso di testimoniare la sua passione polita e lo dimostra, soprattutto oggi, la vostra presenza qui, ad intitolare una piazza a Tina Anselmi – un pilastro del nostro paese.

Avrebbe potuto essere eletta Presidente della Repubblica o senatrice a vita, ma era una persona scomoda – troppo limpida che non si prestava a giochetti di palazzo.

Ringrazio il sindaco Sergio Gaiotti per questo convegno e per l’intitolazione della piazza a Tina Anselmi.

Monica Canalis, consigliera regionale piemontese, riflette sul fatto che fosse una donna amata da tutto il popolo italiano per la sua capacità di dialogo. Come diceva Tina: le riforme le fa solo che ha una cultura forte e capacità di lavorare insieme.

Patrizia Calza, sindaca di Gragnano Trebbiense, porta un ricordo personale. Da giovanetta, partecipando agli incontri di Azione Cattolica con persone più adulte, capitava ci fosse anche Tina Anselmi ed era affascinata da lei.

Durante l’intitolazione della scuola Primaria del comune di Gragnano Trebbiense a Tina Anselmi, ha inviato un messaggio ai ragazzi, con le parole di Tina: “capii in quel momento, che occorreva esserci”.

Dice che i giovani sentono la verità e che hanno bisogno di ascoltare i testimoni o leggere le storie dei protagonisti; leggendo le loro testimonianze possono riscoprire i valori.

Occorre testimoniare i valori, senza timore e raccontare loro la verità; e ricorda come veniva nominata la TINA VAGANTE proprio perché non ha mai avuto paura di esprimere le proprie idee. Tina è diventata un simbolo anche perché ha sempre avuto rispetto della Costituzione e del principio della laicità.

Ivana Gaveglio, sindaca di Carmagnola ricorda come Tina entrasse nelle case attraverso la televisione e come tutti dovessero ascoltare attentamente quello che diceva.

Cristina Maccari, segretaria reginale Cisl, dice dobbiamo provare a non arrendersi – ognuno di noi ha il dovere di colmare il grande vuoto che c’è attorno.

Nella formazione sindacale si parla molto di Tina Anselmi, per il coraggio che ha avuto a 17 anni per la scelta che ha fatto – mettersi in ascolto – stare insieme alle persone – capacità di sguardo lungo e capacità di fare rete – esserci (queste le sue suggestioni e gli insegnamenti che cercano di trasmettere).

Valeria Martano, presidente associazione V.I.T.A. (Vivere il tumore attivamente) si sofferma sul nome di battaglia che prese Tina – Gabriella, come l’arcangelo Gabriele. La rocca del paradiso.

Oggi c’è molto odio e gli avversari sono considerati nemici – non va bene – occorre fare rete.

Onorata di abitare in questo paese ed avere una piazza dei valori intitolata a Tina Anselmi. Noi possiamo, ognuno nel proprio ruolo, essere esempio.

Maria Teresa Chiomio, vicepresidente Associazione Volontari Amici Malati, figlia di genitori partigiani, porta la sua testimonianza sulla Resistenza.

Ci siamo spostati sulla piazza dove, alla presenza delle varie figure istituzionali, il sindaco Sergio Gaiotti ha tagliato il nastro per l’intitolazione della piazza a Tina Anselmi, con l’accompagnamento della banda cittadina.

Luisa Ghidini – Comotti

18 agosto 2026: in memoria dei 40 IMI di Galatro

Il 29 luglio 1976 Tina Anselmi prima donna nominata ministro

50 anni fa Tina Anselmi prima donna ministro Noi donne DC orgogliosissime ma la grande opinione pubblica sta riscoprendo oggi il valore di una vera madre della Repubblica. Partigiana ha interpretato e attuato i principi della Costituzione con la legge della parità, la uguaglianza di tutti i cittadini al diritto alla tutela della salute con la riforma sanitaria del 1978 e difesi ancora una volta la democrazia con la presidenza della P2. Sempre consapevole che “ la democrazia non è una conquista per sempre “ e va difesa quotidianamente La Resistenza ora è sempre non e’ uno slogan ma un impegno.
Non fu capita in quell’impegno ma è bello che nell’ottantesimo della Costituente e del voto alle donne ci sia una coincidenza di anniversari di richiamo alla intensa vita di una straordinaria donna che ha dedicato la vita all’ Italia antifascista, democratica, repubblicana.

ANPC ricorda con gratitudine e orgoglio.

Buon compleanno, Presidente Mattarella! 

Oggi l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani rivolge i più sentiti auguri a Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica.

In questo 2026 ricorrono due anniversari che si parlano: gli 85 anni del Presidente e gli 80 anni della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata sulla Costituzione. Nel suo mandato abbiamo riconosciuto i valori per cui i nostri padri e le nostre madri hanno combattuto: Memoria, Libertà, Democrazia, Solidarietà.

Buon compleanno, Presidente Mattarella! 

Buon 80° compleanno, Repubblica Italiana!

Oggi festeggiamo due volte: gli 85 anni di Sergio Mattarella e gli 80 anni della Repubblica che i partigiani cristiani hanno contribuito a costruire con fede, sacrificio e amore per l’Italia.

Grazie Presidente per ricordarci  ogni giorno che la Memoria è impegno e che la Costituzione è il nostro futuro.

In questo anniversario rinnoviamo il nostro giuramento: custodire la democrazia, servire il bene comune, non dimenticare.

Che il Signore ti benedica e ti accompagni ancora a guida della Nazione.

Viva la Repubblica. Viva l’Italia.

Comunicato stampa ANPC

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani esprime la sua più ferma riprovazione per quanto accaduto al Comune Fiumicino dove la maggioranza consiliare di centrodestra ha votato contro la mozione dell’intitolazione di una piazza a Giacomo Matteotti nel centenario del brutale assassinio del coraggioso parlamentare socialista da parte di una squadraccia fascista su mandato di Mussolini, perché citava doverosamente la matrice fascista dell’omicidio.

Rinnegare la verità storica e politica della uccisione di un uomo libero e coraggioso che aveva levato la voce contro la minaccia fascista e affermare, come ha fatto il Sindaco Baccini a mo’ di spiegazione, che sarebbe stato “divisivo” accresce la nostra indignazione. 

Se celebrare la memoria di un uomo come Matteotti, martire della libertà e difensore della legalità e dignità del Parlamento contro le aggressioni e i brogli elettorali di quello che si sarebbe rivelato come un regime liberticida e violento, in una Repubblica nata dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione dal nazifascismo, è considerato “divisivo” c’è davvero da preoccuparsi!

Ricordo al Sindaco di Fiumicino che la nostra Costituzione ha fatto una chiara scelta di campo a favore della libertà, della democrazia e dell’antifascismo. 

La considera quindi “divisiva”? Non ritiene tale giudizio non compatibile con il ruolo di Sindaco di un Comune che deve ispirarsi ai valori e ai principi costituzionali? 

L’Anpc, anche nel rispetto dei tanti martiri dell’antifascismo, credenti e non, laici e religiosi, denuncia la gravità di quanto accaduto e chiede che ci sia una presa di distanza chiara e di denuncia da parte dell’Anci e del Parlamento su questa grave vicenda che rinnega la verità storica e le basi stesse della nostra Repubblica nata 80 anni fa.

Silvia Costa

Vicepresidente Nazionale e Presidente Sezione ANPC di Roma

20 luglio 2026: Beato Giuseppe Beotti

Ringraziamo l’amico, e iscritto ANPC, Giuseppe Mazzadi del ricordo del Beato don Giuseppe Beotti, sacerdote piacentino, fucilato dai nazisti 82 anni orsono nei pressi della sua parrocchia di Sidolo in provincia di Parma parte della diocesi di Piacenza.

Preghiamo il Beato don Giuseppe Beotti perché interceda presso il Signore Nostro Gesù Cristo al fine di assistere noi e le nostre famiglie.

19 luglio 1943 – 2026: 83° Anniversario Bombardamento di S. Lorenzo

Una mattinata di memoria e raccoglimento per rendere omaggio a tutte le vittime civili e riaffermare i valori della pace, della solidarietà e della memoria storica. Presenti per l’Anpc l’Alfiere Lucia Scagnoli con il Medagliere associativo e il Consigliere Aladino Lombardi.

Le religiose nella Resistenza, una storia silenziosa che torna alla luce

Le religiose nella Resistenza italiana, una rete nascosta di aiuti, coraggio e protezione durante l’occupazione nazifascista

La ricerca di Grazia Loparco riporta alla luce il contributo delle suore nella difesa di perseguitati, ebrei e partigiani

La storia della Resistenza italiana non è fatta soltanto di montagne, staffette, brigate partigiane e scontri armati. Accanto alle forme più note della lotta contro l’occupazione nazifascista, tra il 1943 e il 1945, esistette anche una Resistenza discreta, spesso nascosta dietro porte di conventi, scuole, ospedali, case religiose e comunità femminili. Una trama di aiuti, protezione e coraggio che oggi la ricerca storica sta riportando con maggiore chiarezza all’attenzione pubblica.

A richiamare l’importanza di questa pagina è la prof.ssa Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa e studiosa della vita religiosa femminile, che ha definito il contributo delle religiose nella Resistenza “una rete fitta e imprevedibile di collaborazioni, in difesa della vita umana e in vista della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista”. Una definizione che restituisce bene il senso di un impegno spesso non appariscente, ma profondamente concreto.

Una memoria che si allarga a nuove prospettive

Negli ultimi anni, e in particolare nel quadro delle iniziative legate all’80° anniversario della Liberazione e della nascita della Repubblica, diversi incontri pubblici hanno riportato al centro aspetti meno conosciuti della Resistenza. Nel 2026, le attività promosse da ANPC, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, e ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, si sono intrecciate in varie occasioni con il contributo di Azione Cattolica, Istituti Storici della Resistenza e realtà universitarie.

Roma, Sinalunga, Venezia, Villadose, Carate Brianza, Morolo, Biella e Cassino sono alcune delle tappe in cui si è discusso del ruolo delle religiose durante gli anni più duri della guerra. Non si tratta soltanto di aggiungere un capitolo alla memoria civile, ma di leggere con maggiore profondità una vicenda nazionale complessa, nella quale molte donne consacrate agirono in favore di perseguitati, clandestini, ebrei, antifascisti, carabinieri, renitenti alla leva e partigiani.

Resistenze al plurale, una parola che racconta molte storie

Oggi gli storici parlano sempre più spesso di Resistenze, al plurale. Questa scelta non è solo linguistica, ma aiuta a comprendere la varietà delle esperienze vissute in Italia e in Europa durante l’occupazione nazifascista. La Resistenza non ebbe infatti un’unica forma, né un solo volto. Fu armata e civile, politica e morale, individuale e comunitaria, pubblica e nascosta.

In questa pluralità rientra anche l’azione delle religiose, che operarono spesso lontano dai riflettori. Le loro scelte non sempre lasciarono tracce immediate nei riconoscimenti ufficiali, ma produssero effetti reali nella vita di molte persone. Accogliere, nascondere, nutrire, curare, trasferire, proteggere documenti o identità poteva significare esporsi a rischi gravissimi. In molti casi, dietro gesti apparentemente assistenziali si nascondeva una precisa opposizione alla violenza e alla persecuzione.

Una presenza femminile a lungo rimasta in secondo piano

La storiografia italiana ha dedicato per molto tempo meno attenzione al contributo femminile nella Resistenza, e ancora meno alla partecipazione delle religiose. Questo ha reso più lento il riconoscimento di un impegno che non seguiva sempre le categorie tradizionali dell’azione partigiana. La domanda posta dalla prof.ssa Loparco è quindi particolarmente significativa, esistettero suore che ricevettero ufficialmente il titolo di partigiane o patriote dopo la Liberazione?

La questione non è soltanto formale. I riconoscimenti attribuiti nell’immediato dopoguerra rispondevano a criteri precisi e a un contesto politico e sociale molto diverso da quello attuale. Capire se e come alcune religiose siano state inserite negli elenchi ufficiali consente di distinguere tra ciò che oggi la ricerca storica riconosce e ciò che venne effettivamente certificato dalle istituzioni del tempo.

Gli archivi rivelano nomi e percorsi dimenticati

Un passaggio importante della ricerca riguarda il fondo Ricompart, conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, relativo al servizio per il riconoscimento delle qualifiche e delle ricompense ai partigiani. Questa documentazione, prodotta dalle commissioni istituite nel dopoguerra e poi dalla Commissione unica nazionale del 1968, permette di rintracciare nomi, domande, valutazioni e percorsi individuali.

Secondo quanto emerso dagli studi presentati anche a Biella, sono stati individuati più di venti nominativi di religiose riconosciute come partigiane combattenti, patriote o gregarie. Si tratta di un dato rilevante, ma non conclusivo. Il confronto con altre fonti, memorie, testimonianze e archivi di istituti religiosi suggerisce infatti che il numero delle donne coinvolte sia stato molto più ampio rispetto a quello documentato ufficialmente.

Una carità vissuta dentro la storia

Il contributo delle religiose alla Resistenza mostra una forma particolare di responsabilità cristiana. Non fu soltanto assistenza nel senso più tradizionale del termine, ma una carità tradotta in scelta concreta, capace di entrare nelle lacerazioni della storia. In alcuni casi significò aprire spazi di protezione. In altri, partecipare a reti clandestine, collaborare con civili e partigiani, aiutare persone braccate a salvarsi.

Queste azioni nacquero spesso tra paura, prudenza e incertezza, ma non furono per questo meno coraggiose. La vita religiosa femminile, in quel contesto, non rimase ai margini della società. Al contrario, molte comunità si trovarono dentro il cuore delle vicende italiane, contribuendo a difendere la dignità umana in un tempo in cui la legge, la forza militare e l’ideologia razzista avevano reso fragile ogni protezione.

Una pagina civile e religiosa da continuare a studiare

Riportare alla luce questa storia significa ampliare lo sguardo sulla Resistenza, senza togliere valore alle forme più note del movimento partigiano. Al contrario, permette di comprendere meglio quanto fosse estesa la rete di solidarietà che attraversò il Paese. La liberazione dell’Italia non fu il risultato di un’unica energia, ma di molte forze diverse, spesso non coordinate tra loro, unite però dalla difesa della vita e dal rifiuto dell’oppressione.

La ricerca della prof.ssa Grazia Loparco contribuisce così a restituire nome e consistenza a presenze rimaste per troppo tempo ai margini del racconto pubblico. In quelle microstorie locali, personali e comunitarie, si intravede una trasformazione più ampia, che preparò anche il cambiamento civile e politico del Paese.

Il valore della memoria davanti al presente

La memoria della Resistenza non riguarda soltanto il passato. È un esercizio civile che aiuta a riconoscere i segnali di violenza, esclusione e disumanizzazione quando tornano a manifestarsi in forme nuove. Per questo il richiamo a Primo Levi resta essenziale: “è accaduto, dunque può di nuovo accadere”.

Studiare il ruolo delle religiose nella Resistenza significa allora non soltanto colmare una lacuna storica, ma comprendere meglio come, anche nei momenti più oscuri, la difesa dell’essere umano possa nascere da luoghi inattesi. Conventi, scuole e case religiose diventarono, in molti casi, spazi di salvezza. Una storia silenziosa, ma non minore, che oggi chiede di essere conosciuta con rigore e trasmessa con responsabilità.

Luigi Canali

(pubblicato su Panta Rei:https://www.panta-rei.it/home.do?key=1784282855&dettagli=le-religiose-nella-resistenza)

Suor Grazia Loparco

Inaugurazione targa per l’internato militare italiano Luigi Cantarella a Reggio Calabria

Il 14 luglio 2026 la nostra Associazione è stata invitata nella persona del presidente Gianluca Tripodi a partecipare all’inaugurazione della targa ricordo per l’internato militare italiano Luigi Cantarella, detenuto fino al 1945 nello stalag 17 A. Il professore Giuseppe Cantarella figlio dell’internato e che da sempre porta avanti la memoria del padre e degli interrati militari italiani, ha sottolineato più volte l’importanza del valore degli Imi nell’ambito della lotta di liberazione e che per troppo tempo questo ruolo sia stato dimenticato o quantomeno sminuito. Nel ringraziare per l’invito ricevuto anche a nome dell’associazione a livello nazionale, Gianluca Tripodi che tra l’altro è anche nipote di un internato militare italiano, ha sottolineato come gli Imi siano la base per quella memoria condivisa che si è tanto ricercata ma mai trovata attorno alla storia del 25 aprile e della liberazione dell’Italia. Per ideologica fra due fazioni che li vedevano da un lato come dei collaborazionisti e dall’altro come dei traditori badogliani. L’auspicio è che ovviamente momenti di memoria come questo si possano diffondere a macchia d’olio in tutte le città e parlare ai giovani perché l’esempio degli interrati militari è e ad essi che prima di tutto va rivolto.

12 luglio 1944: per non dimenticare

Il 12 luglio 1944, 67 uomini, antifascisti e resistenti, internati nel Campo di Fossoli, vicino a Carpi, furono uccisi dalle SS. Nella strage nazista, rimasta impunita, vennero assassinati anche diversi ambrosiani, cresciuti e impegnati in realtà diocesane: come, ad esempio, l’ingegnere Carlo Bianchi, milanese, fondatore della Carità dell’Arcivescovo e animatore, con il beato Teresio Olivelli, del giornale clandestino “Il ribelle”. Lo ricordo oggi su Milano7 Avvenire, a Radio Marconi alle 16.40 e in questo video https://youtu.be/K4xL3ixRp-A https://youtu.be/K4xL3ixRp-A

Per non dimenticare.

Luca Frigerio (giornalista di Avvenire)

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