ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Comunicato stampa ANPC

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani esprime la sua più ferma riprovazione per quanto accaduto al Comune Fiumicino dove la maggioranza consiliare di centrodestra ha votato contro la mozione dell’intitolazione di una piazza a Giacomo Matteotti nel centenario del brutale assassinio del coraggioso parlamentare socialista da parte di una squadraccia fascista su mandato di Mussolini, perché citava doverosamente la matrice fascista dell’omicidio.

Rinnegare la verità storica e politica della uccisione di un uomo libero e coraggioso che aveva levato la voce contro la minaccia fascista e affermare, come ha fatto il Sindaco Baccini a mo’ di spiegazione, che sarebbe stato “divisivo” accresce la nostra indignazione. 

Se celebrare la memoria di un uomo come Matteotti, martire della libertà e difensore della legalità e dignità del Parlamento contro le aggressioni e i brogli elettorali di quello che si sarebbe rivelato come un regime liberticida e violento, in una Repubblica nata dalla Resistenza e dalla guerra di Liberazione dal nazifascismo, è considerato “divisivo” c’è davvero da preoccuparsi!

Ricordo al Sindaco di Fiumicino che la nostra Costituzione ha fatto una chiara scelta di campo a favore della libertà, della democrazia e dell’antifascismo. 

La considera quindi “divisiva”? Non ritiene tale giudizio non compatibile con il ruolo di Sindaco di un Comune che deve ispirarsi ai valori e ai principi costituzionali? 

L’Anpc, anche nel rispetto dei tanti martiri dell’antifascismo, credenti e non, laici e religiosi, denuncia la gravità di quanto accaduto e chiede che ci sia una presa di distanza chiara e di denuncia da parte dell’Anci e del Parlamento su questa grave vicenda che rinnega la verità storica e le basi stesse della nostra Repubblica nata 80 anni fa.

Silvia Costa

Vicepresidente Nazionale e Presidente Sezione ANPC di Roma

20 luglio 2026: Beato Giuseppe Beotti

Ringraziamo l’amico, e iscritto ANPC, Giuseppe Mazzadi del ricordo del Beato don Giuseppe Beotti, sacerdote piacentino, fucilato dai nazisti 82 anni orsono nei pressi della sua parrocchia di Sidolo in provincia di Parma parte della diocesi di Piacenza.

Preghiamo il Beato don Giuseppe Beotti perché interceda presso il Signore Nostro Gesù Cristo al fine di assistere noi e le nostre famiglie.

19 luglio 1943 – 2026: 83° Anniversario Bombardamento di S. Lorenzo

Una mattinata di memoria e raccoglimento per rendere omaggio a tutte le vittime civili e riaffermare i valori della pace, della solidarietà e della memoria storica. Presenti per l’Anpc l’Alfiere Lucia Scagnoli con il Medagliere associativo e il Consigliere Aladino Lombardi.

Le religiose nella Resistenza, una storia silenziosa che torna alla luce

Le religiose nella Resistenza italiana, una rete nascosta di aiuti, coraggio e protezione durante l’occupazione nazifascista

La ricerca di Grazia Loparco riporta alla luce il contributo delle suore nella difesa di perseguitati, ebrei e partigiani

La storia della Resistenza italiana non è fatta soltanto di montagne, staffette, brigate partigiane e scontri armati. Accanto alle forme più note della lotta contro l’occupazione nazifascista, tra il 1943 e il 1945, esistette anche una Resistenza discreta, spesso nascosta dietro porte di conventi, scuole, ospedali, case religiose e comunità femminili. Una trama di aiuti, protezione e coraggio che oggi la ricerca storica sta riportando con maggiore chiarezza all’attenzione pubblica.

A richiamare l’importanza di questa pagina è la prof.ssa Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa e studiosa della vita religiosa femminile, che ha definito il contributo delle religiose nella Resistenza “una rete fitta e imprevedibile di collaborazioni, in difesa della vita umana e in vista della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista”. Una definizione che restituisce bene il senso di un impegno spesso non appariscente, ma profondamente concreto.

Una memoria che si allarga a nuove prospettive

Negli ultimi anni, e in particolare nel quadro delle iniziative legate all’80° anniversario della Liberazione e della nascita della Repubblica, diversi incontri pubblici hanno riportato al centro aspetti meno conosciuti della Resistenza. Nel 2026, le attività promosse da ANPC, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, e ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, si sono intrecciate in varie occasioni con il contributo di Azione Cattolica, Istituti Storici della Resistenza e realtà universitarie.

Roma, Sinalunga, Venezia, Villadose, Carate Brianza, Morolo, Biella e Cassino sono alcune delle tappe in cui si è discusso del ruolo delle religiose durante gli anni più duri della guerra. Non si tratta soltanto di aggiungere un capitolo alla memoria civile, ma di leggere con maggiore profondità una vicenda nazionale complessa, nella quale molte donne consacrate agirono in favore di perseguitati, clandestini, ebrei, antifascisti, carabinieri, renitenti alla leva e partigiani.

Resistenze al plurale, una parola che racconta molte storie

Oggi gli storici parlano sempre più spesso di Resistenze, al plurale. Questa scelta non è solo linguistica, ma aiuta a comprendere la varietà delle esperienze vissute in Italia e in Europa durante l’occupazione nazifascista. La Resistenza non ebbe infatti un’unica forma, né un solo volto. Fu armata e civile, politica e morale, individuale e comunitaria, pubblica e nascosta.

In questa pluralità rientra anche l’azione delle religiose, che operarono spesso lontano dai riflettori. Le loro scelte non sempre lasciarono tracce immediate nei riconoscimenti ufficiali, ma produssero effetti reali nella vita di molte persone. Accogliere, nascondere, nutrire, curare, trasferire, proteggere documenti o identità poteva significare esporsi a rischi gravissimi. In molti casi, dietro gesti apparentemente assistenziali si nascondeva una precisa opposizione alla violenza e alla persecuzione.

Una presenza femminile a lungo rimasta in secondo piano

La storiografia italiana ha dedicato per molto tempo meno attenzione al contributo femminile nella Resistenza, e ancora meno alla partecipazione delle religiose. Questo ha reso più lento il riconoscimento di un impegno che non seguiva sempre le categorie tradizionali dell’azione partigiana. La domanda posta dalla prof.ssa Loparco è quindi particolarmente significativa, esistettero suore che ricevettero ufficialmente il titolo di partigiane o patriote dopo la Liberazione?

La questione non è soltanto formale. I riconoscimenti attribuiti nell’immediato dopoguerra rispondevano a criteri precisi e a un contesto politico e sociale molto diverso da quello attuale. Capire se e come alcune religiose siano state inserite negli elenchi ufficiali consente di distinguere tra ciò che oggi la ricerca storica riconosce e ciò che venne effettivamente certificato dalle istituzioni del tempo.

Gli archivi rivelano nomi e percorsi dimenticati

Un passaggio importante della ricerca riguarda il fondo Ricompart, conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, relativo al servizio per il riconoscimento delle qualifiche e delle ricompense ai partigiani. Questa documentazione, prodotta dalle commissioni istituite nel dopoguerra e poi dalla Commissione unica nazionale del 1968, permette di rintracciare nomi, domande, valutazioni e percorsi individuali.

Secondo quanto emerso dagli studi presentati anche a Biella, sono stati individuati più di venti nominativi di religiose riconosciute come partigiane combattenti, patriote o gregarie. Si tratta di un dato rilevante, ma non conclusivo. Il confronto con altre fonti, memorie, testimonianze e archivi di istituti religiosi suggerisce infatti che il numero delle donne coinvolte sia stato molto più ampio rispetto a quello documentato ufficialmente.

Una carità vissuta dentro la storia

Il contributo delle religiose alla Resistenza mostra una forma particolare di responsabilità cristiana. Non fu soltanto assistenza nel senso più tradizionale del termine, ma una carità tradotta in scelta concreta, capace di entrare nelle lacerazioni della storia. In alcuni casi significò aprire spazi di protezione. In altri, partecipare a reti clandestine, collaborare con civili e partigiani, aiutare persone braccate a salvarsi.

Queste azioni nacquero spesso tra paura, prudenza e incertezza, ma non furono per questo meno coraggiose. La vita religiosa femminile, in quel contesto, non rimase ai margini della società. Al contrario, molte comunità si trovarono dentro il cuore delle vicende italiane, contribuendo a difendere la dignità umana in un tempo in cui la legge, la forza militare e l’ideologia razzista avevano reso fragile ogni protezione.

Una pagina civile e religiosa da continuare a studiare

Riportare alla luce questa storia significa ampliare lo sguardo sulla Resistenza, senza togliere valore alle forme più note del movimento partigiano. Al contrario, permette di comprendere meglio quanto fosse estesa la rete di solidarietà che attraversò il Paese. La liberazione dell’Italia non fu il risultato di un’unica energia, ma di molte forze diverse, spesso non coordinate tra loro, unite però dalla difesa della vita e dal rifiuto dell’oppressione.

La ricerca della prof.ssa Grazia Loparco contribuisce così a restituire nome e consistenza a presenze rimaste per troppo tempo ai margini del racconto pubblico. In quelle microstorie locali, personali e comunitarie, si intravede una trasformazione più ampia, che preparò anche il cambiamento civile e politico del Paese.

Il valore della memoria davanti al presente

La memoria della Resistenza non riguarda soltanto il passato. È un esercizio civile che aiuta a riconoscere i segnali di violenza, esclusione e disumanizzazione quando tornano a manifestarsi in forme nuove. Per questo il richiamo a Primo Levi resta essenziale: “è accaduto, dunque può di nuovo accadere”.

Studiare il ruolo delle religiose nella Resistenza significa allora non soltanto colmare una lacuna storica, ma comprendere meglio come, anche nei momenti più oscuri, la difesa dell’essere umano possa nascere da luoghi inattesi. Conventi, scuole e case religiose diventarono, in molti casi, spazi di salvezza. Una storia silenziosa, ma non minore, che oggi chiede di essere conosciuta con rigore e trasmessa con responsabilità.

Luigi Canali

(pubblicato su Panta Rei:https://www.panta-rei.it/home.do?key=1784282855&dettagli=le-religiose-nella-resistenza)

Suor Grazia Loparco

Inaugurazione targa per l’internato militare italiano Luigi Cantarella a Reggio Calabria

Il 14 luglio 2026 la nostra Associazione è stata invitata nella persona del presidente Gianluca Tripodi a partecipare all’inaugurazione della targa ricordo per l’internato militare italiano Luigi Cantarella, detenuto fino al 1945 nello stalag 17 A. Il professore Giuseppe Cantarella figlio dell’internato e che da sempre porta avanti la memoria del padre e degli interrati militari italiani, ha sottolineato più volte l’importanza del valore degli Imi nell’ambito della lotta di liberazione e che per troppo tempo questo ruolo sia stato dimenticato o quantomeno sminuito. Nel ringraziare per l’invito ricevuto anche a nome dell’associazione a livello nazionale, Gianluca Tripodi che tra l’altro è anche nipote di un internato militare italiano, ha sottolineato come gli Imi siano la base per quella memoria condivisa che si è tanto ricercata ma mai trovata attorno alla storia del 25 aprile e della liberazione dell’Italia. Per ideologica fra due fazioni che li vedevano da un lato come dei collaborazionisti e dall’altro come dei traditori badogliani. L’auspicio è che ovviamente momenti di memoria come questo si possano diffondere a macchia d’olio in tutte le città e parlare ai giovani perché l’esempio degli interrati militari è e ad essi che prima di tutto va rivolto.

12 luglio 1944: per non dimenticare

Il 12 luglio 1944, 67 uomini, antifascisti e resistenti, internati nel Campo di Fossoli, vicino a Carpi, furono uccisi dalle SS. Nella strage nazista, rimasta impunita, vennero assassinati anche diversi ambrosiani, cresciuti e impegnati in realtà diocesane: come, ad esempio, l’ingegnere Carlo Bianchi, milanese, fondatore della Carità dell’Arcivescovo e animatore, con il beato Teresio Olivelli, del giornale clandestino “Il ribelle”. Lo ricordo oggi su Milano7 Avvenire, a Radio Marconi alle 16.40 e in questo video https://youtu.be/K4xL3ixRp-A https://youtu.be/K4xL3ixRp-A

Per non dimenticare.

Luca Frigerio (giornalista di Avvenire)

Incontri su Antifascismo, Resistenza e Costituzione

In collaborazione con il portale della diocesi di Cremona, l’Associazione Partigiani Cristiani di Cremona ha reso disponibili i testi delle conferenze che si sono svolte nei mesi scorsi:

19 luglio 2026:S. Messa in ricordo del martirio del Beato Don Giuseppe Beotti

Tra il 19 e il 20 luglio del 1944 le truppe tedesche, durante il rastrellamento che coinvolse la montagna parmense, giunsero anche a Sidolo piccola frazione del Comune di Bardi in provincia di Parma facente parte della Diocesi di Piacenza; il parroco, don Giuseppe Beotti, pur conscio dell’arrivo delle truppe nazisdte, decise di rimanere nel paese trascorrendo la notte in chiesa, in preghiera. All’arrivo delle truppe tedesche in paese, il 20 luglio 1944 viene prelevato dalla canonica e fucilato, in prossimità della chiesa  insieme a don Francesco Delnevo e al seminarista Italo Subacchi, che si erano rifugiati con lui in chiesa ed ai civili: Benci Bruno, Bozzia Francesco, Brugnoli Giovanni, Brugnoli Girolamo, Ruggeri Giuseppe (di Borgotaro).

Don Giuseppe Beotti è stato beatificato il 30 settembre 2023 in Cattedrale a Piacenza alla presenza del cardinale Marcello Semeraro e le sue spoglie sono conservate nella Chiesa di San Michele Arcangelo di Gragnano Trebbiense (Pc) dove don Beotti crebbe con la sua famiglia. Domenica 19 luglio pv alle ore 15.30 nella chiesa di Sidolo di Bardi, a ricordo del martirio del Beato don Giuseppe Beotti verrà celebrata una Santa Messa.Giuseppe Beotti https://share.google/uTZeHSiNQIMoKDqCR

Don Andrea Gaggero: una storia dimenticata

Lo torturarono per quaranta giorni di fila. Botte, sevizie, privazioni di ogni genere. Lo massacrarono, dentro e fuori, in quello che fu un inferno. Volevano i nomi dei suoi compagni, dei partigiani, ma lui rimase muto. 

Don Andrea Gaggero, giovane prete, era un pacifista. Ma collaborava con la Resistenza per cacciare l’invasore e far finire la dittatura. Per questo fu arrestato e torturato. Non parlò, nonostante ormai fosse ridotto ad una poltiglia. 

Per questo lo spedirono prima a Bolzano, poi a Mauthausen. Qui, anziché rimanere buono, Don Gaggero iniziò a dare una mano alla resistenza clandestina. Lo torturarono ancora per giorni e giorni. E ancora una volta non parlò, non fece un nome.

Finita la guerra, entrò in contrasto con la chiesa e smise di esser prete.

Si dedicò alla pace, ne divenne un testimone, un missionario. Ogni premio che vinceva per il suo impegno, lo devolveva in beneficienza. Ogni azione, ogni passo della sua vita, fu incentrato su questo: la pace. Perché aveva visto la guerra, le torture e i morti e dedicò un’intera vita a quella missione. Divenne Presidente del Movimento italiano per la Pace. Organizzò, assieme ad Aldo Capitini, la prima marcia per la Pace Perugia-Assisi. 

Fu instancabile, devoto alla causa per decenni. Si spense l’8 luglio 1988 dopo una vita di lotte e di impegno.

Un personaggio che oggi in tanti hanno dimenticato.

15 luglio 2026 – Presentazione documentario di Giorgio Della Rocca

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