ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

10 marzo 1946: le donne italiane votarono per la prima volta

Il 10 marzo 1946 le donne italiane votarono per la prima volta, e che occasione importante! Elezioni amministrative, e le donne si presentarono alle urne per eleggere i sindaci. Un grande passo verso l’uguaglianza.
Circa il 71,6% della popolazione italiana partecipò alle votazioni, che si svolsero in più turni tra la primavera e l’autunno di quell’anno.
Per quanto riguarda le sindache, furono elette 6 donne:

  • Ada Natali a Massa Fermana (Marche)
  • Ninetta Bartoli a Borutta (Sardegna)
  • Lydia Toraldo Serra a Tropea (Calabria)
  • Elena Tosetti a Fanano (Emilia-Romagna)
  • Ottavia Fontana a Veronella (Veneto)
  • Margherita Sanna a Orune (Sardegna)
    Inoltre, oltre 2.000 donne furono elette nei consigli comunali italiani

10 marzo 2026: 50 anni fa la scomparsa di Attilio Piccioni

Oggi, 10 marzo, si commemora il 50° anniversario della scomparsa di Attilio Piccioni, un grande statista italiano nato a Poggio Bustone, Rieti, il 14 giugno 1892. Piccioni fu un protagonista importante della Resistenza e della costruzione della Repubblica italiana. Fu segretario politico della Democrazia Cristiana dal 1946 al 1949 e vicepresidente del Consiglio dei ministri in diversi governi, tra cui quelli di De Gasperi e Fanfani. Inoltre, fu ministro degli Esteri dal 1954 al 1954 e dal 1962 al 1963.
L’ANPC, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, ricorda oggi la sua figura e il suo contributo alla storia d’Italia.

La Festa della Donna 2026 a Bergamo

A Bergamo la Festa della Donna è stata ricordata con una grande varietà di iniziative tutte interessanti.

L’ANPC ha scelto di ampliare la celebrazione unendo anche il ricordo dell’80° anniversario del voto alle donne. In collaborazione con la CISL abbiamo spaziato dalla grande storica conquista fino ai nostri giorni. Per l’ANPC è intervenuta la nostra Consigliera Nazionale Luisa Ghidini che ha illustrato l’importante apporto delle Partigiane nella Resistenza e come la loro lotta sia ancora di riferimento alle nostre rivendicazioni attuali. Anche il quadro sindacalista è partito dalle prime timide partecipazioni femminili alla politica. Grande ancora oggi l’impegno che necessario ad ottenere la parità. Impegno necessario per ottenere la parità con gli uomini. 

Gratificante per la nostra Associazione il saluto di Elena Carnevali, prima sindaca donna di Bergamo che nel ricordare l’eroismo delle donne partigiane/cristiane, ha citato con stima la nostra Presidente Nazionale Mariapia Garavaglia, conosciuta da neoeletta alla Camera. Il gradimento del pubblico, anche giovanile, ci ha riempito di soddisfazione.

Marina Pighizzini

Congresso ANPC Città Metropolitana di Milano – 28 febbraio 2026

Il congresso ANPC di Città Metropolitana di Milano, tenuto sabato 28 febbraio 2026, presso il Circolo Acli Giovanni Bianchi di Via Conte Rosso 5 Milano, ha visto la partecipazione di tutte le associazioni della memoria presenti a Milano che hanno portato il loro saluto, e pur con le differenze di ogni associazione, il messaggio che ci ha trovati d’accordo è stato di contrastare l’indifferenza e l’antipolitica che sta venendo avanti. Saper scegliere ed essere custodi della Costituzione è il nostro futuro, per evitare di trovarci di fronte a forme nuove di fascismo. Lavorare insieme, come è stato fatto in questi anni, ci consente di essere testimoni della nostra Costituzione e veicolare il messaggio a quanti partecipano alle manifestazioni che riusciamo a mettere in campo, come ad esempio la visita di un luogo della memoria che ANPI Ortica propone ogni anno.

La presidente del Consiglio del Municipio 3 di Milano, Caterina Antola ha ringraziato per la presenza sul territorio di tante associazioni molto vivaci che stimolano la discussione e non mancano di portare avanti la memoria della nostra storia italiana di democrazia.

Fabio Pizzul, Presidente del congresso, e Presidente dell’Ambrosianeum, ha sottolineato come è stato importante questo momento di ascolto reciproco e di messaggi di libertà e democrazia. La mattinata è proseguita con la relazione della presidente uscente Luisa Ghidini Comotti, che ha introdotto il tema poi affrontato dal Prof. Giorgio Vecchio; con una carrellata sulle attività svolte in questi anni in Città Metropolitana di Milano che si auspica possano progredire.

Il prof. Giorgio Vecchio ha sottolineato che quando si parla di resistenza, bisogna tener presente che ci sono stati esempi di donne virtuosi di donne, ma non tutte le donne italiane furono così. Occorre sempre tenere presente il contesto in cui si sviluppò la Resistenza: possiamo dire una resistenza di vita quotidiana (con la r minuscola) ed una Resistenza diversa. Cita alcuni esempi di donne virtuose e non.

Accenna alle case di latitanza (soprattutto in Emilia) disseminate nel territorio che vennero usate per nascondere i fuggiaschi (una protagonista per esempio: Genoveffa Cocconi – madre dei F.lli Cervi). Ha evidenziato come le donne prestarono soccorso in carcere e porta l’esempio delle Massimille di Brescia, giovani universitarie di Brescia sostenute da un sacerdote antifascista Don Giacomo Vender.

Porta l’esempio di Maria Peron, infermiera presso l’Ospedale di Niguarda, che poi opererà in Val Grande. Altra incombenza delle donne: seppellire i morti ed un esempio è Lucia Apicella di Cava dei Tirreni (SA), che raccoglie uno per uno i caduti e conserva la memoria di quanti restano insepolti.

Non dimentica le suore, gli istituti religiosi che diedero aiuto ai rifugiati ed ebrei ospitati. Ci tiene a ricordare che ci sono figure che ha iniziato lui a ricordare tanti anni fa e che sono state molto importante nella Resistenza: le perpetue. Senza quelle donne alle spalle dei parroci, non era possibile aiutare le persone antifasciste. E se ci pensiamo ha ragione: la perpetua è stata una figura centrale.

Ci sono poi state le donne che presero le armi e combattettero ed abbiamo figure molto importanti che si distinsero: ad esempio Elsa Oliva in Val d’Ossola e Carla Capponi (GAP Roma). Per le donne si pone il problema della liceità dell’uso delle armi. Tina Anselmi e Lidia Menapace resistono a chi dice loro di portare la rivoltella perché non si sa mai. Tina Anselmi la porta sperando di non usarla mai. Purtroppo ci sono donne che catturate subirono le più atroci violenze.

I pregiudizi nei confronti delle ragazze che erano state in montagna erano presenti: sei una partigiana, sei stata in montagna con gli uomini e quindi sei una poco di buono, e si manifesta dopo la liberazione: “Naturalmente ci sono problemi anche nelle sfilate del dopo Liberazione. Elsa Oliva, come tante altre, deve sfilare con la fascia da crocerossina in modo tate da dare una parvenza di moralità. Sono soprattutto i garibaldini, i comunisti, ad essere rigidi su questo aspetto. Temono maggiormente un doppio pregiudizio nei loro confronti. Comunismo significa libero amore, così via. Questa era la realtà!”

Durante la Resistenza si discute e si forma una coscienza politica che porterà uomini, giovani e donne a pensare al futuro e questa fucina di confronto sfocerà nella Costituente, con la partecipazione di 21 donne che porteranno le loro idee all’interno della Carta Costituzionale.

Ma la data importante del voto per le donne non è il 1° febbraio 1945 (governo Bonomi) quando viene varato il diritto di voto alle donne che però non possono essere votate. Bisognerà attendere il marzo 1946 per avere la possibilità di essere votate.

Giorgio Vecchio ricorda come la prima esperienza politica delle donne non è la Costituente, neppure l’elezione nei consigli comunali, ma la Consulta nazionale. Si tratta di un organismo consultivo (istituito il 5 aprile 1945) e funzionante sino al 1giugno 1946, con lo scopo di dare pareri non vincolanti al governo anche in materia legislativa.

Una lezione di storia molto interessante.

Le conclusioni sono state affidate alla Presidente Nazionale ANPC Mariapia Garavaglia, che ha esordito dicendo che abbiamo bisogno di donne resistenti anche adesso.

Ricorda come il padre che produceva riso ed era controllato, lo prendeva anche a Novara e lo portava a Cuggiono, Inveruno in Lombardia, lo consegnava ai comandanti partigiani Marcora, Bossi e altri. Aveva un lasciapassare con il quale portava il cibo. Era una staffetta strana che utilizzava camion e cavalli. Poi fece una scelta politica perché trovò Albertino Marcora, un capo partigiano il quale, se non ci fossero state diverse traversie, per molto tempo non avrebbe saputo che era stato un capo partigiano. Perché non ne parlavano mai.

Racconta un episodio successo nella mattinata con un taxista che non sapeva che le donne hanno partecipato alla Costituzione, perché ignorante. Ed è la peggior cosa: se una persona non si informa non può sapere ed è la peggior situazione. Purtroppo di Costituzione non si è parlato nei programmi scolastici di 60 anni fa e quindi l’ignoranza, se non viene colmata dalla curiosità e dallo studio rimane tale. Questo è un problema che ci riguarda tutti.

Un altro aspetto toccato è la modifica della Costituzione, alla quale siamo chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Ricorda come un errore è stato fatto anche negli anni 2001 e 2003 quando si sono fatte modifiche a “maggioranza” e non come avevano fatto i padri costituenti che al mattino discutevano ma alla sera trovavano un punto di incontro e scrivevano gli articoli della Costituzione.

Riporto un passaggio che ho trovato molto importante: “Per sapere dove dobbiamo andare bisogna toccare la questione insieme. Oggi tocca a me, ma in base all’alternanza alla quale crediamo, domani tocca a te ma avremo la stessa regola. Si rischia di avere una regola secondo chi governa. Questo è fascismo! Perciò l’antifascismo l’abbiamo non solo perché abbiamo in mente un periodo storico, ma perché noi abbiamo in mente cosa significa vivere in democrazia”. Ricorda come fu grazie ad una sua proposta di legge del 1981 che è stato abolito il delitto d’onore, ancora in vigore e che teneva soggiogate le donne.

Nella sua chiusura dice che ognuno di noi ha dei compiti da svolgere, dobbiamo trovare la scusa per testimoniare, altrimenti nessuno ne parla, i giornali non ne parlano. E se non si sa, non si può scegliere. Ringrazio Paolo Cova, che mi ha trasmesso queste sue riflessioni

La guerra e il ruolo delle donne di Paolo Cova

La scorsa settimana ho partecipato al congresso della città metropolitana dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, l’ANPC. L’incontro partiva da una riflessione sulle donne e la Costituzione. Una riflessione che oggi è ancora più importante perché, a 80 anni dal diritto di voto alle donne, ha dimostrato quale ruolo abbiano svolto in quegli anni di difficoltà, di guerra e di violenza, che hanno portato anche tanta morte.

Mi è sembrato importante sottolineare questo aspetto, ovvero il fatto che già allora molte donne si sono fatte parte attiva nella lotta di Resistenza, non sono rimaste indifferenti a quello che stava accadendo. Anzi, hanno guardato, osservato e agito di fronte alle discriminazioni, alle violenze, alla barbarie della dittatura — e alcune di loro hanno perso la vita in queste azioni, di cui noi oggi stiamo ancora godendo i benefici.

Fare memoria vuol dire perciò cercare di riportare quei gesti e quella lotta al tempo presente, e immaginare cosa poter fare ora nella società civile e politica. Un grande ruolo lo giocano sempre, ancora adesso, le donne — ma il mio richiamo è rivolto a tutti e a ognuno: non rimanere indifferenti, non voltarsi dall’altra parte. Davanti al periodo complicato che stiamo vivendo dobbiamo cercare di avanzare proposte, di aiutare a risolvere i problemi, trovare delle soluzioni. Spesso servono anche forti mediazioni, ma le barriere che si vengono a creare vanno superate. Credo che il principio di non rimanere indifferenti sia un aspetto fondamentale, anche di fronte ai venti di guerra che stanno soffiando in questi ultimi anni e, purtroppo, in questi ultimi giorni più che mai.

Luisa Ghidini – Comotti

Presidente ANPC Città Metropolitana di Milano

Introduzione ASSEMBLEA ANPC TOSCANA sabato 28 febbraio 2026

I valori della Resistenza cristiana, ampiamente condensati nel corso della stesura del Codice di Camaldoli, debbono costituire l’asse portante di una rinnovata cultura della Costituzione repubblicana, in quanto le stesse idee della Resistenza, che per i cristiani si espressero con incisività nel corso della XIX Settimana sociale dei cattolici italiani di Firenze (22 – 28 ottobre 1945), dedicata a Costituzione e Costituente – cui ANPC in Toscana dedicherà un Convegno di studi che si terrà a maggio 2026 -, non solo stanno alla base della nostra Costituzione, ma debbono presidiare sia la continua edificazione, sia la manutenzione e la crescita dell’Italia repubblicana.

Di fronte a forme di negazione, anche gravi, sul piano culturale, nel corso del tempo, del ruolo svolto dalla Resistenza cristiana, ruolo determinante sul piano quantitativo e qualitativo – consentitemi di ricordare, fra i tanti fiorentini e toscani, almeno Adone Zoli, autorevole componente del CTLN -, occorre reagire con efficacia perché è proprio da questo quadro di valori che possiamo ricostruire un’Italia ed un’Europa migliori di quella attuale.

E, dunque, siamo chiamati a volerla ricostruire!

La battaglia per la “riscossa” dei Partigiani Cristiani va pienamente condivisa, partecipata e sostenuta, anche in Toscana, proprio nel momento in cui assume un valore straordinario l’essere “ribelli per amore” – noi, i veri anticonformisti di questo tempo che ci è dato vivere! – verso l’attuale “stato dell’arte” sul piano socio – politico (se la politica è anche un’arte, come diceva Plutarco.

Ciò deve avvenire muovendo da una certa idea di democrazia, fra l’altro, entrata in crisi in questo secolo, tra i cui codici valoriali è doveroso riaffermare quello per cui non si possono scaricare sulla Costituzione e, più in generale, sul quadro di regole della Casa comune, le tensioni politiche di una certa contingenza storica, determinando un intreccio negativo e perverso tra piani che la storia della classe dirigente della Resistenza, del CLN e della stessa Assemblea Costituente (eletta 80 anni fa con la scelta Repubblicana) hanno fruttuosamente dimostrato dover rimanere distinti; i piani, rispettivamente, dell’indirizzo politico di governo e dell’indirizzo politico costituzionale.

Sull’esperienza della Liberazione si fonda, infatti, l’identità della stessa democrazia repubblicana italiana, come si ricava dal formidabile ruolo svolto dal ciellenismo nella predisposizione anche di una Costituzione in senso materiale, non da oggi sostanzialmente in demolizione, a sostegno di quella formale, da rafforzare proprio oggi con un’idea di Costituzione in senso culturale e spirituale: identità che esprime una visione di democrazia caratterizzata dal confronto dialettico, anche marcato, comunque tra formazioni politiche – senza escludere a priori che la forma partito novecentesca possa, ad oggi, forse anche essere rimessa in discussione – e non da un assetto verticistico del potere, corredato di forti venature demagogiche e che non valorizzi la Repubblica delle autonomie.

E’ proprio da questo quadro di valori che – ripeto – possiamo, e dunque dobbiamo voler ricostruire una Toscana, un’Italia ed un’Europa (dei popoli e dei Parlamenti quest’ultima, non più solo dei Governi) migliori di quelle attuali: siamo chiamati a rigenerarle! Le istanze di governabilità e di efficienza potranno trovare nuovi punti di equilibrio con quelle di garanzia e di confronto, ma partendo comunque dall’abbandono di una linea di scontro tra visioni incompatibili di democrazia e senza scaricare sulla Costituzione (e sul corpo elettorale) patologie che sono piuttosto proprie dell’attuale sistema politico più che dell’assetto istituzionale.

Se alcune, limitate, riforme sul piano istituzionale si renderanno opportune, ciò presuppone la consapevolezza che esse non siano, di per sé, sufficienti. Quel che occorre è un autentico supplemento d’anima rigenerativo della vita pubblica! Già nel ’32 Henri Bergson, considerato che la tecnica ha ampliato la propria azione incisiva sulla natura ed in virtù di ciò si può dire che il corpo dell’uomo si sia espanso oltre misura, traeva la conseguenza che questa dilatazione corporale necessita anche di un supplemento d’anima, per cui la meccanica esigerebbe un contributo mistico necessario per guarire i mali del mondo contemporaneo.

Quanto più tale riflessione vale ad oggi, nell’epoca delle nuove tecnologie, della convergenza multimediale e crossmediale, con riferimento alla vita privata, ma anche pubblica e comunitaria. Si tratta di quel supplemento d’anima che anche i metodi posticci, sbrigativi e verticistici, praticati nell’epoca che viviamo, di selezione della classe politica si dimostrano del tutto inadeguati ad incarnare: e se ne ha la riprova praticamente tutti i giorni, a partire dal crollo dell’esercizio del diritto di voto, anche per restituire a noi il quale hanno donato la vita i caduti durante la Liberazione!

La rilettura e la meditazione delle vicende istituzionali, politiche e giuridiche, legate al ruolo dei Comitati di Liberazione Nazionale e delle Costituzioni provvisorie, che portarono all’elezione dell’Assemblea Costituente a fondamento della Repubblica, ci portino a riassaporare il gusto dell’essere “ribelli per amore” come nella preghiera del b. Teresio OLIVELLI: dell’antitesi, cioè, ad ogni conformismo, vecchio o nuovo che sia.

Siamo convinti che solo così, nell’attuale stato della vita pubblica, sarà possibile provare a ricostruire quella coesione in tutte le filiere della nostra società e quella buona politica di cui il Paese ha bisogno come il pane. Sia questa la buona battaglia che ci è dato combattere oggi anche per domani nello spirito della Seconda lettera di S. Paolo a Timoteo.

Proprio allorquando si rafforzi il perseguimento di disegni particolaristici di soddisfazione di ambizioni personali e di poteri privati, ad ogni livello, dal locale al globale, che proprio niente hanno a che fare con il bene comune e lo spirito di servizio, e, magari, molto poco anche con la rettitudine di coscienza, sia compito dei Partigiani Cristiani avviare, anche in Toscana, la formazione di un movimento di opinione pubblica il più ampio e diffuso possibile, ma soprattutto dalla voce libera e forte, chiara e coraggiosa.  Anche questo mi pare sia un modo – forse, nell’ambito socio–politico, “il” modo! – di testimoniare al giorno d’oggi la Speranza che è in noi, e renderne ragione (come dalla Prima Lettera di Pietro) proprio in questo momento storico, con il dovuto rispetto ed anche la necessaria prudenza, ma soprattutto con tutta la determinazione che serve.

Il coraggio dei Partigiani Cristiani sia a tutti noi di esempio per affrontare con la riscoperta della virtù civica del coraggio le dure sfide di oggi e dare una voce protagonista nella vita pubblica toscana, italiana ed europea. E’ una questione di responsabilità e di testimonianza di cui tutti siamo chiamati a renderci consapevolmente partecipi, per esprimere non solo adesione e solidarietà, ma autentico sostegno in fraternità con la più piena condivisione e la più ampia disponibilità operativa.

Dichiaro aperti i lavori di questa Assemblea!

Leonardo BIANCHI

Presidente Assemblea territoriale elettiva ANPC del 28 febbraio 2026

Conferenza 5 febbraio – “Resistere, non piegarci”

Il 5 febbraio 2026 tutte le quinte e una quarta del Liceo Carlo Porta di Monza hanno partecipato alla conferenza organizzata all’interno del progetto curato dalla prof.ssa I. Besso: “La storia dimenticata degli IMI”, a cui hanno partecipato tre relatori: lo storico Stefano Contini, la responsabile della Mostra e presidente dell’ANPC della città metropolitana di Milano Luisa Ghidini e il presidente della sezione milanese dell’ANEI Marco Brando. Tale progetto ha coinvolto la mostra fotografica “RESISTERE, NON PIEGARCI”, organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani  (ANPC), che è rimasta per 15 giorni a disposizione di tutte le classi del triennio e dei docenti interessati.  

Questa mostra vuole riportare alla luce storie spesso dimenticate: quelle dei militari italiani che, dopo l’armistizio del l’8 settembre 1943, furono catturati dai tedeschi e messi di fronte a una scelta difficile: potevano scegliere tra aderire al nuovo Stato fascista, oppure dire “no” ed essere deportati nei campi di concentramento.

 La maggior parte degli IMI era rappresentata da giovani di leva o poco più che ventenni che erano stati arruolati con obbligo di combattere; solo una minoranza era di ufficiali o volontari; questo dà un particolare significato alla loro scelta.

Circa 650.000 soldati scelsero di rifiutare. Quel “no” fu la loro prima forma di resistenza. Tra le ragioni del rifiuto è fondamentale sottolineare la presa di conoscenza da parte di questi soldati degli orrori della guerra e il conseguente rifiuto della politica nazifascista, basata sulla sopraffazione e la violenza.

“Internati Militari Italiani” è una dicitura che è stata coniata appositamente da Hitler, in modo tale che essi non fossero riconosciuti dalla Convenzione di Ginevra, e di conseguenza, non potessero ricevere alcuna tutela, come quella della Croce Rossa. Gli IMI furono costretti a lavori durissimi, nelle fabbriche e nelle miniere, vivendo in condizioni disumane. Molti morirono per fame, freddo e malattie; eppure, nonostante tutto, conservarono la loro dignità, aiutandosi tra loro, pregando insieme e sostenendosi moralmente a vicenda. La cultura, l’arte, le proprie passioni sono ciò che ha tenuto in vita molti di loro. Sopravvivere in tali condizioni significa avere a cuore sé stessi, la propria patria e la realtà.

La mostra racconta anche storie personali, come quelle di soldati che hanno lasciato diari, disegni e testimonianze, strumenti fondamentali per resistere e per non perdere la propria umanità. Tutti avevano un filo comune: l’amore per l’Italia e la scelta di rimanere fedeli al proprio giuramento, spesso fino alla morte, con il grido “Viva l’Italia”. Certo, il re aveva tradito, ma l’idea della nazione non muore.

Per molto tempo queste persone non sono state riconosciute come resistenti e sono rimaste nell’ombra. Oggi, a distanza di 80 anni, è importante ricordarle, soprattutto per le nuove generazioni, per capire da dove veniamo e per riconoscere che la libertà dell’Italia è stata conquistata anche grazie al loro sacrificio. 

Ricordare gli Internati Militari Italiani significa ricordare una resistenza silenziosa e paziente, senza armi ma fondata sul coraggio, sulla coscienza e sulla dignità umana. L’obiettivo è, e resterà sempre, conoscere la vicenda umana e storica e soprattutto riflettere e cercare di capire i valori civili e morali che ha comportato la loro scelta.

Lucia Brambilla,Beatrice Sibella, classe 4aS Liceo Carlo Porta Monza

Per le foto: Ilaria Stucchi, Alice Zinnato 

Festa della donna 2026

Nonostante tutto auguri🌾
8 marzo 2026
10 marzo 1946: il primo voto delle donne alle elezioni amministrative. Ne risultarono elette 2000 di cui 10 sindache. Sarebbe un bel ricordo per festeggiare il nostro 8 marzo, ma non può essere così perché siamo sprofondati in un clima in cui prevale la forza invece che il diritto internazionale e quindi la negazione delle conquiste cui tutte le donne del mondo hanno contribuito per renderlo strumento di coesistenza pacifica. Facciamoci pure gli auguri ma con lo spirito di chi vuole vigilare e testimoniare per difendere la democrazia e la pace.
Ogni tanto ricordiamo a noi stesse che siamo belle forti e intelligenti e…che ci basta un sorriso per vincere tutte le battaglie.

Mariapia Garavaglia

Cerimonia commemorativa 82°anniversario dell’uccisione di Teresa Gullace

Il 3 marzo alle ore 11,00 in occasione dell’82°anniversario dell’uccisione di Teresa Gullace, medaglia d’oro al valore civile, è stata deposta una corona di alloro presso la targa commemorativa collocata in Viale Giulio Cesare, angolo Via Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’Anpc presente con il Consigiere Nazionale Aladino Lombardi e l’Alfiere Lucia Scagnoli con il medagliere dell’Associazione.

Un momento di raccoglimento per ricordare una donna divenuta simbolo della Resistenza romana, uccisa il 3 marzo 1944 davanti alla caserma di viale Giulio Cesare mentre, incinta del sesto figlio, chiedeva di poter vedere il marito prigioniero dei nazifascisti.

Ricordare Teresa Gullace significa non solo onorare i valori antifascisti ma riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella lotta di Liberazione.

36°Anniversario della scomparsa di Sandro Pertini

Oggi l’anniversario…

Ha venticinque anni, due lauree e una condanna. Ha distribuito un opuscolo contro il fascismo, stampato a sue spese. Lo hanno preso, processato e sbattuto in carcere. È la prima volta. Non sarà l’ultima. Si chiama Alessandro Giuseppe Antonio Pertini. Lo chiameranno Sandro. E passerà i prossimi quindici anni della sua vita tra una cella e l’altra. Nel 1926 organizza la fuga clandestina di Filippo Turati in Francia. Lo porta in salvo attraversando il Mediterraneo di notte, insieme a Carlo Rosselli e Ferruccio Parri. 

Poi resta in Francia. Lui che ha due lauree fa il muratore, l’imbianchino, il manovale. Lavora con le mani perché le sue idee lo hanno reso un fuggiasco nel suo stesso paese. Ma non riesce a stare lontano dall’Italia. Ha bisogno di tornare. Ha bisogno di lottare. Rientra con documenti falsi nel 1929. Lo prendono quasi subito. Lo condannano a undici anni di reclusione a Santo Stefano, un’isola nel Tirreno. Una roccia in mezzo al mare dove il regime mandava quelli che non riusciva a piegare.

A Santo Stefano si ammala gravemente. I suoi amici, terrorizzati, convincono sua madre ad intervenire. La donna, che conosce il figlio e gli ha giurato di non farlo mai, alla fine cede e chiede la grazia a Mussolini. 

Quando Pertini lo scopre le scrive una lettera: “Ti considero morta per ciò che hai fatto”. La tiene senza posta per due mesi. È esasperato. Ma poi gli arriva una lettera dei suoi amici di Savona: “Sandro, tu la stai ammazzando questa povera vecchia. Lei rispondeva no, non devo farla la domanda di grazia perché il mio Sandro non vuole, gliel’ho promesso, gliel’ho giurato, voglio essere degna di lui”. Se ne pentirà per il resto della vita. Sconta sette anni, poi il confino a Ponza, poi Ventotene. Non firma mai niente. Non chiede mai la grazia. Quando gli propongono una dichiarazione di sottomissione al regime in cambio della libertà, rifiuta. Ogni volta, rifiuta. Nel 1943, Mussolini cade e Pertini torna libero dopo quattordici anni. Non perde un giorno: entra nella Resistenza. Viene catturato dai tedeschi insieme a Saragat. Lo rinchiudono a Regina Coeli. Lo condannano a morte. La sentenza non viene eseguita perché le Brigate Matteotti organizzano un’evasione: scampa alla fucilazione per un soffio. Si sposta nel Nord Italia occupato dai nazisti. Organizza la lotta partigiana. Il 25 aprile 1945 è a Milano e proprio lui, con un intervento entrato nella storia, proclama l’insurrezione a Radio Milano Libera: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Ha quarantanove anni. Non ha mai tradito le sue idee. Nel 1978, a ottantadue anni, viene eletto Presidente della Repubblica con 832 voti su 995. Da Presidente esulta come un ragazzino sugli spalti del Bernabeu quando l’Italia vince i Mondiali del 1982. Gioca a scopone sull’aereo del ritorno con Zoff, Bearzot e Causio. Perde, se la prende con Zoff, poi lo richiama per chiedergli scusa. 

Gli italiani lo adorano anche perché è l’esatto contrario del protocollo. Ma Pertini non è solo l’uomo dei Mondiali. È l’uomo che dice: “Dietro ogni articolo della Costituzione stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza”.

Che dice: “Questa democrazia l’abbiamo conquistata col sangue e la galera”. Che dice: “Tutte le idee vanno rispettate. Il fascismo, no. Non è un’idea. È la morte di tutte le idee. L’unico modo di intendere il fascismo è combatterlo”. E quando lo dice, ogni parola pesa il doppio. 

Il 24 febbraio 1990 Sandro Pertini muore nel suo appartamento. Ha novantré anni. L’Italia piange come non piangeva da tempo. 

Alla fine del suo mandato la maggioranza degli italiani lo avrebbe voluto ancora Presidente. Indro Montanelli, che non era certo un socialista, scrisse: “Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.

Questo era Sandro Pertini.

Onore alla Resistenza del popolo ucraino. Da 4 anni difendono la libertà e la democrazia per il mondo intero 

Le parole della Presidente Mariapia Garavaglia: “Onore alla Resistenza del popolo ucraino. Da 4 anni difendono la libertà e la democrazia per il mondo intero. Addolorati e forse indignati per la freddezza dei vertici politici italiani che non hanno sentito il dovere di essere presenti a Kiev. Anche gli atti simbolici contribuiscono a dare forza alla Ucraina e sopratutto si impegnino in aiuti rafforzati anche fornendo armi e materiali di aiuto umanitario Scandaloso parteggiare per Putin da parte di rappresentanti politici italiani che scelgono di stare dalla parte di un leader che da 20 anni non si sottopone a libere elezioni e invade un il  territorio di una Nazione che ha conquistato democrazia e libertà. Il rischio e’ assuefazione e indifferenza e da parte del Governo nessun giudizio su Orban. Dobbiamo essere puntuali nel difendere la Resistenza Ucraina. Vorrei un Leone che come quello che blocco’ Attila possa far arretrare il dittatore russo”.

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