ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Federico Fubini spiega il MES

Pubblichiamo la sintesi della interessantissima relazione di Federico Fubini, giornalista e saggista, tenutasi al nostro XVII Congresso Nazionale (Firenze, 23 Novembre 2019) ringraziandolo ancora di cuore per la sua disponibilità.

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Federico Fubini e Giuseppe Matulli

Uno studio della London School of Economics mostra che in Inghilterra il consenso per la Brexit è più alto nelle aree dove i fondi europei vengono spesi peggio. L’idea della ricerca significativamente viene da un economista italiano, Riccardo Crescenzi, e non resta che chiedersi quanto degradi in Italia l’immagine dell’Europa il modo in cui intere aree del nostro Paese sperperano le risorse messe a disposizione da Bruxelles.
È una domanda attuale, ora che in Italia torna a infuriare una guerra di parole contro un accordo europeo ormai giunto agli ultimi metri. Stavolta si tratta del Meccanismo europeo di stabilità, il fondo costruito dai governi dell’area euro per far credito quelli fra loro che non riescono più a finanziarsi perché colpiti da una crisi. È dal 2011 (in versioni diverse) che quel fondo è lì per sostituirsi agli investitori, a patto che i Paesi così salvati accettino di affrontare i cambiamenti necessari a ricostruire la fiducia del mercato e rimborsare il Mes. Ci sono già passati Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro. Ora la polemica in Italia si concentra su un punto: con la riforma, il Mes ottiene il diritto di poter valutare preventivamente se un Paese che chiede un prestito sia in grado di restituirlo. Anche la Commissione europea compie da sempre la stessa analisi. Ma quella del Mes – una novità negli accordi europei – sarà condotta “dal punto di vista del creditore” e non dell’interesse generale. In altri termini il Mes potrà esigere che un governo alleggerisca il proprio debito imponendo perdite agli obbligazionisti sul mercato, prima di acconsentire a sostenerlo. In questo modo riuscirebbe a prestare di meno, non dovrebbe pagare per proteggere gli imprudenti creditori privati del Paese in crisi e avrebbe maggiori probabilità essere rimborsato. È un meccanismo simile a quello del cosiddetto “bail-in” per le banche (con la differenza che, in questo caso, non ci sono automatismi).
Nulla di nuovo, in realtà. Quella clausola rende più esplicito un potere che il Mes nei fatti ha già ed è dal 2015 che il Corriere racconta come in Germania l’orientamento si sia evoluto in questo senso. Inutile nascondersi: quella misura è pensata avendo in testa un Paese in particolare, l’Italia. La più grande fra le economie fragili, potenzialmente la più costosa da salvare. L’intera area euro, non solo la Germania, ha fondamentalmente perso la pazienza verso l’ultimo Paese dove la politica continua a navigare senza rotta, illeggibile, la crescita sparita da vent’anni, il debito pubblico che non smette di salire e mai nulla cambia. L’Italia sarà stabilizzata ma, vista dal resto d’Europa, presenta due minacce: si trova su una china giudicata insostenibile e il timore che il suo debito prima o poi deflagri complica ogni concessione di Berlino su un bilancio comune dell’area euro, su un’assicurazione comune sui depositi bancari e altre condivisioni di risorse necessarie perché l’euro possa funzionare bene.

Non è detto che questi giudizi sull’Italia sia del tutto accurati. Notizie sulla sua morte finanziaria si sono dimostrate grandemente esagerate varie volte in passato. Si sottovaluta spesso che il debito totale nell’economia – pubblico più privato – è inferiore alla media dell’area euro, perché famiglie e imprese hanno bilanci complessivamente sani. Al Paese mancheranno tante virtù, ma non una capacità da mago Houdini di divincolarsi e evitare il peggio quando è messo alle strette.

Eppure i problemi restano. Psicologicamente e economicamente, solo l’Italia resta invischiata nella crisi di inizio decennio e ora inizia a attrarre davvero il fastidio degli altri. È un sordo rancore che ha comprensibili ragioni di affari, oltre che politiche. In Francia e in Spagna si ha fretta di completare l’unione bancaria, perché possa partire un’ondata di fusioni dove i grandi istituti dei due Paesi hanno tutto per essere cacciatori e non prede. In Germania e Olanda si vuole uscire dai tassi sottozero – di cui, a torto, si incolpa l’Italia – perché i fondi pensione e le assicurazioni rischiano seriamente l’insolvenza se il loro patrimonio in gestione continuasse a non rendere anche in futuro.

Non va dunque equivocato il silenzio siderale a Berlino, mentre i governi di Roma aggirano anno dopo anno le regole di bilancio europee. Queste saranno anche ottuse, ma in Germania si è semplicemente smesso di pensare che possano governare il rischio italiano. Si è concluso che lo si gestirà – se si arriva a tanto – imponendo perdite ai creditori privati o oneri alle famiglie italiane con la loro ricchezza. Proprio per questo le polemiche di questi giorni a Roma sono così futili: anche senza cambiare il Mes, la Germania è legalmente già in grado di spingere in quella direzione se vuole. Come grande Paese – al pari di Francia e dell’Italia stessa – ha un veto sulle decisioni del fondo e può impedire prestiti a un governo in crisi se ne giudica il debito insostenibile. La riforma del Mes semmai prevede sostegni senza condizioni ad altri Paesi ritenuti “innocenti”, proprio per stendere un cordone sanitario attorno a chi è colpito e prevenire dunque il contagio. Chi pensa così sottovaluta le implicazioni imprevedibili e drammatiche di procedure del genere.

In Italia invece la classe politica incredibilmente si dilania sulle clausole del Mes, invece che sul da farsi perché il Paese non debba mai trovarsi costretto a chiedere aiuto ad altri. Così il divorzio nelle percezioni della realtà fra Italia e Germania diventa totale. Oggi, è la grande minaccia che aleggia sull’euro.

Omaggio a Enrico Mattei: il 10 Dicembre a Rieti

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Di seguito riportiamo l’articolo pubblicato su Formiche.net (https://formiche.net/2019/12/pirani-conferenza-mattei/)

Un convegno a Rieti il prossimo 10 dicembre dedicato al fondatore dell’Eni che fu uno dei protagonisti della ricostruzione del Paese

“Omaggio a Enrico Mattei, fondatore dell’Eni, protagonista della ricostruzione del Paese nel dopoguerra”. È l’idea che muove la Conferenza sul “Lavoro, ruolo e prospettive dell’Energia e della Chimica” che si terrà la mattina del 10 dicembre nella sala consiliare del comune di Rieti. L’evento è organizzato dall’Associazione nazionale dei Partigiani Cristiani e sarà coordinato da Stefania Santarelli che è il dirigente scolastico del Liceo scientifico “C. Jucci” nel capoluogo reatino. Nel corso dell’evento ci sarà il conferimento dei riconoscimenti per la “Promozione dei valori della Costituzione italiana” a Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec, e a chi scrive.

CHI ERA MATTEI

Enrico Mattei, che morì in un misterioso incidente aereo il 27 ottobre del 1962 a Bescapè in provincia di Pavia, fu l’uomo che trasformò un vecchio ente fascista, denominato Agenzia generale italiana petroli, nella moderna Eni e la portò a competere in Italia e sui mercati internazionali. Dopo il 1943 Mattei, partigiano, e divenne uno dei capitani generali delle formazioni partigiane vicine alla Democrazia Cristiana e il rappresentante della Dc presso il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia. Fu prima commissario e, poi, nel 1948 divenne, vicepresidente dell’Agip. Nel sottosuolo del lodigiano l’Agenzia da lui presieduta trovò ricchi giacimenti di metano. Sulla base di questa scoperta energetica nel 1953 Mattei riuscì a far istituire l’Ente Nazionale Idrocarburi, di cui l’Agip sarà una delle colonne portanti. Quando venne creata l’Eni circa il 50% dei lavoratori, dieci milioni di persone, era impiegato nell’agricoltura. Non c’erano infrastrutture e le poche che erano state costruite prima della guerra erano state distrutte o bombardate. Lui diede un contributo fondamentale a cambiare questa situazione e a rendere l’Italia un Paese moderno e industrializzato. Gli accordi stretti dall’Eni con Paesi produttori e consumatori di petrolio e gas presentarono un modello innovativo di cooperazione energetica tra Stati, fondato sulla crescita comune e sul rispetto delle culture e degli stili di vita diversi. Grazie a questo approccio l’Eni riuscì a insediare il predominio delle compagnie petrolifere angloamericane, le cosiddette “Sette sorelle”, come le definì Mattei stesso.

L’ULTIMO DISCORSO

Il 27 ottobre del 1962 Enrico Mattei pronunciò il suo ultimo discorso a Gagliano Castelferrato in provincia di Enna. Sarebbe morto due ore dopo nell’incidente aereo a Bescapè. Parlò di fronte a un folto pubblico ed alle autorità siciliane. Disse ai siciliani che il petrolio trovato nelle loro terre avrebbe portato benessere, e avrebbe fatto in modo che la gente non emigrasse più; anzi sarebbero ritornati gli emigrati. Nei due anni precedenti l’Eni aveva firmato accordi con l’Iran, con l’Egitto, con il Marocco, con la Libia, con il Sudan e con la Tunisia. Mattei aveva spiegato a Tunisi il 10 giugno 1960. “Non si tratta di accordi improntati sul modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secolo, ma di accordi che prevedono una compartecipazione finanziaria e una cogestione tecnica commerciale che legano, in condizioni di perfetta eguaglianza, i Paesi consumatori e i Paesi produttori di petrolio. Tutto ciò ha un duplice obiettivo: ristabilire la legge della domanda e dell’offerta e avviare iniziative di sviluppo che possano trasformare i Paesi dell’Africa e dell’Asia in soggetti, e non più in semplici oggetti, della storia in ambito economico”. Quindi, un’Italia che credeva nelle proprie possibilità di crescita grazie alla diffusione della prosperità nel Mediterraneo. Era il presupposto della politica estera garantita dal governo guidato in quella delicata fase da Aldo Moro: “Nessuno è chiamato – sosteneva il presidente del Consiglio – a scegliere tra l’essere in Europa e nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”.

L’ITALIA CHE RIALZÒ LA TESTA

È un bene che il convegno dell’Anpc a Rieti ricordi il pensiero di un uomo libero che si è opposto fin dal secondo dopoguerra alla convinzione che nel nostro Paese non si sarebbe potuto fare niente. Enrico Mattei dimostrò che la realtà era un’altra e che l’Italia poteva alzare la testa come fece. Ora bisogna riprovarci in una logica continentale, magari passando attraverso una grande conferenza sul futuro dell’Europa. Perché tutti insieme siamo nel Mediterraneo.

A Cornalba il 24 Novembre l’ANPC di Bergamo

CornalbaDomenica 24 Novembre l’ANPC di Bergamo è stata a Cornalba (piccolo paesino sulle montagne bergamasche) per rendere omaggio ai 15 giovanissimi partigiani rimasti vittime di un feroce eccidio fascista.

Nonostante la forte pioggia eravamo in tanti a ricordare, dopo 75 anni, il sacrificio di 12 ragazzi (tutti al di sotto dei 24 anni) e di tre russi che dopo la barbara uccisione sono stati sepolti con nomi italiani (Angelo, Michele, e Carlo) dato che non avevano documenti e si erano uniti ai nostri ragazzi da poco. Molto toccante il fatto che questi poveretti che erano venuti per aiutarci non hanno avuto la possibilità di un ultimo contatto con i familiari che li avranno aspettati per anni…

La cattiveria del tristemente noto capitano fascista Aldo Resmini, avrebbe potuto rendere ancora più tragico l’epilogo dell’incursione se il mitra piazzato sul campanile del piccolo paese di montagna non si fosse inceppato.

Chi è riuscito a fuggire ha testimoniato ogni anno il sacrificio dei compagni, ma adesso dopo 75 anni non sono più rimasti superstiti.

Ma il ricordo continua. Noi, l’ANPI, parenti e simpatizzanti ci ritroviamo ogni anno attorno alla cappella, per una messa, un appello a non abbassare la guardia a tenere alta la Memoria e poi intonando “bella ciao” ci diamo appuntamento all’anno prossimo.

Il 14 novembre a Rieti il convegno: “Prospettive di pace a 70 anni dal Patto Atlantico”

Giovedi 14 novembre, nel calendario della festività Santa Barbara nel Mondo 2019, dalle ore 10, nell’aula consiliare del Comune di Rieti si terrà il convegno: “Prospettive di pace a 70 anni dal Patto Atlantico”.

Interverranno:
– Paola de Gasperi, figlia dello statista Alcide
– Paolo Acanfora, IULM Milano
– Angelo Sferrazza, vice presidente A.N.P.C.
– Maurizio Gentilini, C.N.R. dipartimento scienze umane
Coordina Stefania Santarelli, dirigente scolastico

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(https://www.rietinvetrina.it/il-14-novembre-a-rieti-il-convegno-prospettive-di-pace-a-70-anni-dal-patto-atlantico/)

 

XVII Congresso Nazionale: il 23 Novembre a Firenze

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Il 4 aprile 1949 nasceva l’Alleanza atlantica, che fu la risposta militare necessaria per assicurare la pace nel contesto di tensione internazionale della Guerra Fredda.
L’organizzazione era funzionale alla comunità dei paesi occidentali retti da regimi democratici, che riuscirono a creare una situazione caratterizzata dal benessere economico, nella libertà e nella crescita della coesione sociale.
Nel contesto politico italiano, l’Alleanza Atlantica fu considerata un fattore divisivo tra le maggiori forze politiche di governo e di opposizione fino al 1976, quando Enrico Berlinguer ne riconobbe e ne condivise la funzione di sicurezza. Lo spirito dell’alleanza conteneva in se stessa le prospettive della propria evoluzione.

Il 26 settembre del 1951, parlando al Congresso degli Stati Uniti d’America, Alcide De Gasperi disse infatti “L’Europa una volta finalmente unita, vi esonererà dai vostri sacrifici di uomini e di armi, perché potrà pensare da sola alla difesa della pace e della comune libertà, raccogliendo le inesauste energie della sua tradizione morale e civile. Essa vorrà allora, signori,assumere di nuovo la sua funzione determinante nel corso del progresso umano, con l’apporto del suo decisivo contributo”.

A 70 anni dalla nascita della Nato nel contesto internazionale del XXI secolo le prospettive di libertà sono legate al ruolo geopolitico di una Europa politica unita.
Per questo una nozione nuova e attuale di “liberazione”, non solo italiana ed europea, deve essere ricercata nell’impegno comune a realizzare una integrazione politica europea autentica e compiuta.

Scarica qui il programma in pdf: Invito e programma

Milano e le celebrazioni per il 4 Novembre

Milano ha onorato i caduti con diverse celebrazioni, iniziate il 1 novembre al Cimitero Monumentale e culminate il 4 novembre, festa dell’Unità Nazionale con la deposizione delle corone al Sacrario, l’alzabandiera in piazza Duomo e la fanfara dei Carabinieri.

Nella Celebrazione presieduta al Cimitero Monumentale, alla vigilia della ricorrenza dedicata ai Defunti, l’Arcivescovo ha rivolto un messaggio all’intera città: “Da un cimitero – la città dei morti e del silenzio – può giungere un messaggio alla metropoli dei vivi, rumorosa, intraprendente, indaffarata e, spesso, segnata dallo scetticismo? Sì, può, anzi deve per parlare forte e chiaro alla Milano di oggi”.

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Erano Presenti per ANPC alle varie celebrazioni Carla Bianchi Iacono, Luisa Ghidini Comotti e Tino Roda.

Alcune foto della Messa del 2 Novembre in S. Ambrogio in memoria dei caduti di tutte le guerre e dei servitori dello Stato. Nel secondo gruppo foto con la deposizione delle corone al Sacrario avvenuta il 4 Novembre alle 9:30.

AMATRICE PER NON DIMENTICARE NEL 60 ANNIVERSARIO SCOMPARSA DON GIOVANNI MINOZZI

AMATRICE PER NON DIMENTICARE, un concerto nell’ambito della XXI Edizione di Santa Barbara nel mondo, il 9 Novembre alle ore 16:00 nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme: ci saranno molti amatriciana che vivono a Roma, i massimi vertici della Guardia di Finanza e dell’ Opera fondata da Don Minozzi e rappresentati delle istituzioni. Una bellissima iniziativa a cui siete tutti invitati (Invito Manifestazione Santa Barbara nel Mondo).

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Ci lascia a 92 anni il partigiano Franco Bracali

“La Spezia – E’ morto improvvisamente questa mattina, a seguito di un malore che lo ha colpito nella sua abitazione di via Valle alla Spezia, il partigiano Franco Bracali. Aveva 92 anni, e solo poche settimane fa era stato eletto per acclamazione presidente dell’associazione partigiani cristiani della Spezia, un incarico che aveva molto gradito e per svolgere il quale aveva già cominciato ad impegnarsi, nonostante l’età già avanzata. Franco Bracali, nato alla Spezia nel 1926 nel quartiere della Scorza, fece parte sino al 1942 del gruppo dei “ragazzi di don Mori”, dal nome dell’allora parroco di piazza Brin, nucleo iniziale dell’antifascismo e della Resistenza cattolica alla Spezia. Arruolatosi nella Guardia di finanza, nel 1943 salì “ai monti”, non accettando di essere forzatamente arruolato nelle forze armate della Repubblica di Salò. Rientrato a Brugnato, dove risiedeva la sua famiglia (il fratello don Osvaldo fu a lungo parroco della città), si unì alla colonna “Giustizia e libertà” del comandante Daniele Bucchioni, entrando a far parte della squadra di polizia partigiana, che aveva sede al Castellaro di Zignago. Si trovò così a contrastare i due grandi rastrellamenti nazifascisti dell’agosto 1944 e del gennaio 1945. Nel dopoguerra ha svolto per molti anni la professione di geometra e di perito giudiziale per le vertenze immobiliari. E’ stato consigliere e assessore del Comune di Brugnato, oltre che segretario della locale sezione della Democrazia cristiana.
Aderente da molti anni all’associazione partigiani cristiani, il mese scorso ne era stato eletto presidente. Proprio oggi, a Brugnato, si è svolta una cerimonia a ricordo del fratello don Osvaldo, che aveva donato dei fondi per realizzare una cappella cimiteriale per i canonici, quali lui era stato a lungo, e i sacerdoti della città.
Bracali lascia la figlia Sabrina e tre nipoti. I funerali saranno fissati nei prossimi giorni.
Alla famiglia le nostre condoglianze”.

(pubblicato su: http://www.cittadellaspezia.com/mobile/la-spezia/cronaca/e-morto-a-92-anni-il-partigiano-franco-bracali-298195.aspx).

L’Anpc si stringe attorno al dolore dei familiari e porge le più sentite condoglianze.

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70° Patto Atlantico a Rieti il 14 e il 16 Novembre

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50° Comitato Permanente Antifascista

Pubblichiamo la locandina per il 50° del Comitato Permanente Antifascista di Milano, di cui fa parte il nostro Consigliere Nazionale, Carla Bianchi Iacono.

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