ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Rinvio Convegno Leonessa – Comunicato urgente

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC) esprime cordoglio e solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto.
Un grazie a tutti i volontari che si stanno prodigando per alleviare le sofferenze dei sopravvissuti.

L’Anpc comunica che il previsto convegno “Giornata del ricordo” a Leonessa per il 26 agosto 2016, in considerazione della devastazione che ha portato il terremoto nelle zone limitrofe, è  rinviato in data da definire.
L’Anpc non ritiene opportuno dare luogo ad alcuna cerimonia, seppur commemorativa di fatti altrettanto tristi, quando a pochi chilometri di distanza si scava per cercare di salvare vite umane.

72° anniversario della Liberazione di Senigallia

Cerimonia in Comune per la consegna delle “Medaglie della Liberazione”

Mangialardi: “Un grande onore offrire il giusto riconoscimento a coloro che si sono battuti e sacrificati per la libertà”

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Alla vigilia delle celebrazioni per il 72° anniversario della Liberazione di Senigallia, questa mattina, 4 Agosto 2016, nella sala della giunta comunale si è svolta una cerimonia promossa dalle sezioni cittadine dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani per la consegna della “Medaglia della Liberazione” conferita dal ministero della Difesa a Rolando Brasini, don Attilio Ferretti e Giulia Giuliani.
Tre persone per tre storie diverse, ma accomunate dal profondo amore per la libertà e la democrazia, valori che a costo di pesanti sacrifici personali esse contribuirono a riconquistare, riscattando l’Italia dall’onta del fascismo.
Brasini, a suo tempo residente a Cesena, dopo essersi rifiutato di arruolarsi tra le fila della Repubblica sociale di Salò si unì alla Resistenza romagnola partecipando a vari interventi militari contro le truppe d’occupazione tedesche. Don Attilio Ferretti, invece, ex parroco di Scapezzano, dopo essere stato arruolato e mandato al fronte all’età di venti anni, nel 1943 venne fatto prigioniero e portato in Germania, dove per tre anni fu costretto al lavoro coatto. Qui temperò la sua vocazione religiosa, da cui scaturì la promessa di dedicare la propria vita al Signore diventando prete. Infine, Giulia Giuliani, giovanissima fidanzata di Domenico Torreggiani, uno dei partigiani scampati all’eccidio di monte Sant’Angelo, che venne arrestata dai tedeschi e condotta al carcere di Forlì affinché fornisse notizie circa il rifugio del proprio compagno. Più volte torturata e minacciata di morte, si rifiutò strenuamente di parlare con i propri aguzzini.
A consegnare le onorificenze è stato il sindacoMaurizio Mangialardi, su delega del prefetto. Alla cerimonia hanno preso parte anche alcuni familiari delle persone insignite e i rappresentanti dell’Anpi, Leonardo Giacomini, e dell’Anpc, Franco Porcelli.
Queste persone – ha spiegato il presidente dell’Anpi Giacomini – sono testimoni di esperienze terribili, hanno vissuto l’orrore della guerra e subìto ogni sorta di umiliazioni, torture e violenze. Crediamo sia giusto far conoscere le loro storie e farne un esempio per le giovani generazioni. E per tale ragione ringrazio il sindaco per questa cerimonia dal grande significato sotto l’aspetto del ricordo e della memoria”.
Per chi rappresenta le istituzioni – ha poi detto il sindaco Mangialardi – è un grande onore offrire il giusto riconoscimento a coloro che si sono battuti e sacrificati per la libertà e la democrazia, valori che oggi noi diamo per scontati. Senza alcuna retorica, voglio dire che queste persone sono oggi dei simboli importanti, per ciò che hanno fatto prima, adoperandosi affinché la nostra Nazione tornasse a essere un paese democratico, e per ciò che fanno oggi, quando con le loro testimonianze ci ricordano che la violenza e i sentimenti di prevaricazione nei confronti del diverso sono sempre in agguato, pronti ad alimentare forme diverse di intolleranza e razzismo. Oggi, con questa piccola ma significativa cerimonia, abbiamo voluto recuperare queste storie e offrirle ai nostri giovani quali esempi. Un grande ringraziamento, quindi, alle nostre associazioni partigiane che hanno dato questa occasione non all’Amministrazione comunale, ma a tutta la città”.

Un ricordo del Generale Climinti

IL Ricordo di un grandissimo amico il Generale della finanza ENZO CLIMINTI di Antonio Cipolloni

Una tristissima notizia mi ha raggiunto mentre ero in ospedale, la morte di una carissimo amico, il Generale della Guardia di Finanza Enzo Climinti, un originario di Leonessa, studioso e ricercatore, artefice di numerosissime pubblicazioni di storia locale e soprattutto dell’armamento dei Finanzieri. Uno storico ricercatore che nel 1943 era alla macchia quando i tedeschi perpetrarono il massacro il 7 aprile 1944; data nella quale fino a qualche anno addietro la presenza dell’Alto Ufficiale era sempre assidua e fattiva. Ricercatore storico accurato di documenti e testimonianze, soprattutto di carteggio degli Archivi tedeschi relativo alla nostra zona. Oculato osservatore ed organizzatore del Corpo al quale dedicò, sulle orma del Padre, tutta la sua esistenza: dopo il collocamento in Congedo per raggiunti limiti di età fu tra gli organizzatori che realizzarono il Museo Storico della Guardia di Finanza di Roma:Il Gruppo di Combattimenti Schanze, tra le più interessanti per il contenuto di documenti riguardanti gli Eccidi di Leonessa e di Osteria Tancia, del 7 aprile 1944, giacenti negli Archivi tedeschi. Appassionato ed esperto dello sci alpino e del Terminillo in modo particolare (dove avemmo modo nel lontano 1960 di conoscerci), installando immediatamente una duratura amicizia e collaborazione. Per me fu un amico fraterno maggiore, in questi ultimi anni, dal 2002 soprattutto quando casualmente ci rincontrammo, in occasione del mio primo volume “Monelli di Guerra”, divenendo un prezioso consigliere per le mie future pubblicazioni, da “La Montagna di Roma” a “Eccidio sul Tancia” del quale scrisse la presentazione, a “La Guerra in Sabina”. Presenziò, quale “Testimonial” a Rieti nel 2014 alla presentazione del volume “Racconti di Guerra” (contenete un suo racconto) all’Auditorium Varrone organizzata dal Comune di Rieti nel 70° Anniversario della Liberazione. Perdiamo un Galantuomo, molto legato alla Sua Leonessa. La scomparsa nei giorni scorso presso l’Ospedale di Terni, dove non più tardi di circa un mese fa lo andai a trovare per un saluto, mi domandò a che punto ero sulla ricerche della Prima Guerra Mondiale; la mente sempre viva e lucidissima, era nato nel 1923; le gambe in questi ultimi mesi lo avevano un po’ fiaccato. Addio Enzo, io, ma soprattutto la Tua Leonessa, e gli studiosi di storie locali non Ti dimenticheremo mai; sono certo che continuerai a cercare nei meandri del Paradiso, la verità delle stragi di innocenti degli anni nefasti dell’inverno-primavera del 1943/44, con ostinata pignoleria e giusta collocazione al riparo da ogni strumentalizzazione (come mi hai insegnato e sempre consigliato); mi mancheranno certamente anche le settimanali telefonate dalla Tua residenza di Otricoli. Addio R.I.P. Antonio Cipolloni.

Convegno Leonessa 26 Agosto

Il 26 Agosto a Leonessa si terrà un importante Convegno, promosso dalla nostra Associazione e dedicato alla conoscenza ed alla divulgazione degli eventi, dei personaggi e dei valori legati alla Resistenza nonchè alla rinascita della democrazia in Italia ed in Europa. L’incontro è stato condiviso dall’Amministrazione Comunale a seguito dell’iniziativa intrapresa da S. E. Mons. Giuseppe Chiaretti Arcivescovo emerito di Perugia e Città della Pieve che, ultimo testimone dei drammatici fatti avvenuti a Leonessa ad opera delle truppe nazifasciste, ha voluto raccogliere in un “Liber Memorialis” la narrazione di quanto ha vissuto ed ha caldeggiato l’esecuzione di un’opera pittorica che esprime sinteticamente tutte le stragi avvenute nel territorio leonessano ed in Italia. L’opera eseguita del pittore leonessano, Massimo Bigioni, rappresenta il momento culminante della fucilazione di vittime inermi, tra cui il giovane sacerdote, Don Concezio Chiaretti, Cappellano della Brigata Militare Julia, strappato dall’altare della Chiesa di Santa Maria del Popolo ed ucciso, con gli altri, il 7 aprile del 1944 venerdì santo alle ore 15,00 sul Golgota leonessano.

Programma della Giornata

 Mattino: ore 11,00 nella Chiesa di San Pietro si terrà una Santa Messa per tutti i defunti

e subito dopo la deposizione simbolica di un omaggio floreale presso il Sacrario dei

 Pomeriggio ore 17,00 nella Chiesa di San Pietro: Convegno con presentazione del “Liber

Memorialis” e svelatura dell’ “Opera pittorica” con interventi del:

Dott. Paolo Trancassini Sindaco di Leonessa;

S. E. Mons. Domenico Pompili Vescovo di Rieti

Saluto di un membro direttivo ANPC

S. E. Mons. Giuseppe Chiaretti

Massimo Bigioni, pittore

Al termine ci sarà un’agape presso il loggiato della Chiesa di San Pietro

r.s.v.p.

Per informazioni rivolgersi al cell. 335 639 66 99

Scarica qui l’invito: anpc 26 agosto 2016 leonessa

Una targa alla memoria di Arturo Tarducci

«A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta .. » recitano tra i più celebri versi de “I Sepolcri”  di Ugo Foscolo, che suonano come un incitamento a tenere viva la memoria dei Grandi, degli Eroi, dei Martiri nella prospettiva del nostro Sodalizio di quei Partigiani Cristiani che giunsero sino al supremo sacrificio per vivere sino in fondo i propri Valori ed i propri ideali, a volte persino “combattenti senza fucile”, preferendo la propria morte piuttosto che infliggerla di propria mano ad altri.

Il rischio che purtroppo si corre nel culto degli eroi intesi in senso di combattente è quello di nobilitare la guerra che, invece, è e rimane esecranda. «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi» è una nota e controversa affermazione di Bertolt Brecht, che il drammaturgo tedesco mette in bocca a Galileo Galilei nell’opera dedicata alla sua vita, significando che le epoche, quali la Resistenza in Italia, che hanno prodotto eroi sono stati tempi difficili e di sacrifici per i popoli che le hanno vissute. Ed Associazione Nazionale Partigiani Cristiani pone proprio su questo aspetto di sofferenza e di sacrifici la Memoria storica ed il ricordo dei suoi Eroi, alcuni persino militari e combattenti in senso tradizionale, anche se con sempre fortemente presenti i Valori Cristiani che li hanno caratterizzati e che Anpc enfatizza e mette in risalto nel loro ricordo. Eroismo, appunto, in primo luogo come testimonianza sino al supremo sacrificio di Valori cristiani.

Questo lo spirito con cui la nostra Associazione ha partecipato lo scorso 7 giugno allo scoprimento presso la Terza Università di Roma ad una Targa alla Memoria di Arturo Tarducci, figura emblematica delle sofferenze che inducono i tempi che generano e, soprattutto, esaltano l’eroismo inteso in senso bellico, di conflitto e di sopraffazione in armi.

Arturo Tarducci, nativo di Catania, si era trasferito a Roma all’età di due anni al seguito della famiglia che migrava in cerca di migliori condizioni di vita. Con sacrifici suoi e dei suoi familiari aveva conseguito un allora prestigioso diploma di Istituto Tecnico che gli aveva consentito di venire assunto dall’Alfa Romeo che all’epoca aveva sede a Roma dove ora ha sede, in via Ostiense 234, la Scuola Lettere Filosofia Lingue della Università degli Studi Roma Tre. Si schiudeva un sogno di una vita per il tempo superiore alla media, che venne interrotto dalla famigerata “cartolina precetto”. Il 9 maggio 1941 indossava l’uniforme militare.

Destinato come autiere alla guida di un autocarro pesante Alfa Romeo 800 RE con il compito di rifornimento viveri inquadrato nel 52° Reggimento Artiglieria della Divisione “Torino”, verrà fatto prigioniero dai russi nel gennaio 1943 ed internato in Siberia nel campo di Gubaka, dove perirà, all’età di 22 anni, nel settembre del 1943. Verrà seppellito nel cimitero di Vilva Boskaja.

Una storia emblematica del perché mentre è doveroso ricordare gli Eroi che  con il loro impegno e sacrificio ci hanno consentito di godere i frutti della riconquistata democrazia liberale e della Costituzione scritta con il contributo fondamentale della cultura erede della resistenza cristiana al nazifascismo, poi divenuta cultura costituente, è anche bene riflettere sull’affermazione di Bertolt Brecht, perché i tempi che non richiedono che taluni “forti” divengano eroi sono migliori, beati, nonostante tutte le eventuali carenze e manchevolezze, perché non conoscono i dolori ed i sacrifici dei tempi che generano eroi. In tempi “beati” Arturo Tarducci non avrebbe avuto in quel modo infranto il sogno che per lui stava per dischiudersi.

Molte le perplessità pregiudiziali ideologiche di taluni, soprattutto tra gli studenti, che davano un significato politico alla partecipazione, non certo volontaria, di Tarducci al Corpo di Spedizione Italiano in Russia, quindi all’inizio della cerimonia piccoli drappelli, divenuti gremiti sino ad affollare numerosi e commossi la galleria dove è stata allocata la Targa ricordo. Arturo Tarducci, come alla fine si sono resi conto, poteva essere uno di loro; sognava la vita ed è morto ad una età che è quella media degli studenti del Dipartimento.

Lo scoprimento della Targa da parte del nipote Maurizio, della pronipote Margherita e i bisnipoti Eva e  Flavio ha fatto seguito ad una breve rievocazione e presentazione dell’evento da parte cerimonia la Professoressa Maria Del Sapio, Vice Presidente della Scuola Lettere Filosofia Lingue, del pro Rettore Professor Gaetano Sabatini, del Promotore dell’iniziativa, Cavaliere Omri Marco Lodi, Vice Presidente Nazionale Ancfargl per l’Aeronautica, del Generale Rocco Viglietta, Presidente Nazionale dell’Associazione Artiglieri d’Italia, che ha illustrato l’impiego della Divisione Torino in Russia, nella quale era inquadrato Arturo Tarducci.

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani era rappresentata dal Consigliere Nazionale Giorgio Prinzi, in tenuta ibrida, indossando oltre le insegne Anpc il basco e i distintivi di grado in quanto Ufficiale di Complemento in congedo partecipante ad una manifestazione con resa di Onori da Picchetto armato e tromba.

 

Targa in Memoria dell’ex operaio Alfa Romeo “Arturo Tarducci” di Marco Lodi

Il 7 giugno 2016 alle ore 10,30 presso l’Università degli Studi Roma Tre, è stata inaugurata una targa in memoria dell’ex operaio Alfa Romeo e poi artigliere del 52° Reg.to Divisione Fanteria “Torino” Arturo Tarducci.

Premessa

Durante una visita al mio amico Maurizio Tarducci, amicizia nata sulla condivisione della passione per il mezzo a due ruote, noto su una parete della sua camera il ritratto in bianco e nero di un giovane con un distintivo sul bavero della giacca. Mi avvicino alla foto chiedendo notizie a Maurizio e con grande stupore vengo a sapere che si tratta dello zio, Arturo, deceduto in prigionia in un campo di concentramento russo nel settembre 1943. Era un apprendista operaio presso l’Alfa Romeo di via Ostiense, 234 oggi sede della Scuola Lettere Filosofia Lingue della Università degli Studi Roma Tre. Dopo qualche tempo l’idea di intitolare almeno un’aula ad Arturo, scomparso a 22 anni, prende sempre più piede. La famiglia Tarducci mi consegna la documentazione in suo possesso. Qualche fotografia, il foglio matricolare e caratteristico, una lettera datata 1992 da parte del Ministero della Difesa, Commissariato Generale delle Onoranze Funebri, che cita “[…] a seguito dei mutamenti politici avvenuti recentemente nell’ex URSS, (n.d.r. Caduta del Muro di Berlino 3 ottobre 1990) questo Commissariato Generale, dopo anni di inutili e tentativi e reiterati dinieghi, ha avuto la possibilità di consultare gli archivi di stato di quella nazione e dalla documentazione rinvenuta far luce, almeno in parte, sulla terribile odissea alla quale andarono incontro i nostri soldati che vennero fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento […]” la lettera continua “[…] Attualmente, il Commissario generale sta procedendo alla difficile opera di ricerca delle località ove furono allestiti i campi di concentramento che risultano, da un primo esame, disseminati in un’area vastissima e dei quali, sovente, non è rimasta traccia visibile […]” prosegue “[…] per poter recuperare e rimpatriare i Resti mortali del Suo congiunto, è, però, pressoché nulla poiché i sovietici hanno sepolto i nostri Caduti, per la quasi totalità, in grandi fossi comuni unitamente a quelli di altre nazionalità […] è comunque intendimento di questo Commissariato Generale, una volta localizzate con precisione tali aree ove riposano migliaia di nostri connazionali, erigere dei cippi commemorativi a perenne ricordo del Loro sacrificio […]”

Inizia il procedimento amministrativo

Quindi contatto via mail e poi telefonicamente, il responsabile del Centro di documentazione dell’Alfa Romeo con sede ad Arese (Milano) per avere conferma sull’impiego di Arturo Tarducci. Dopo numerose ulteriori mail e telefonate, il responsabile, rammaricato, mi comunica che di quella sede romana non è stato conservato nulla. Quindi, la testimonianza del nipote Maurizio e della sorella di Arturo sono le uniche conferme sull’effettivo impiego di Arturo all’Alfa Romeo di via Ostiense. Riesco a trovare anche altri ex operai che hanno lavorato in questa sede negli anni 60/90.

Con la documentazione completa, siamo pronti per collocare una targa alla Memoria. Grazie all’aiuto del Direttore del Dipartimento Studi Umanistici, prof. Mario De Nonno sarà possibile collocare la targa in un punto visibile della struttura. Ora tutto è pronto e, grazie all’aiuto del collega Roberto Sgrulloni, segretario della Scuola e del suo Presidente prof. Giacomo Marramao viene inoltrata la richiesta di autorizzazione al Magnifico Rettore (siamo ad ottobre 2014). Nel settembre 2015 il Consiglio di Amministrazione delibera la collocazione della targa. Finalmente un riconoscimento per Arturo. La targa sarà realizzata dal collega amico Lorenzo Di Bartolomeis, mentre l’epitaffio sarà realizzato, grazie all’aiuto del col. Rossano Vallone e del cav. Franco Mari rispettivamente soci di Assoarma e ANCFARGL Roma capitale.

Ma chi era Arturo Tarducci?

Questa domanda se la sono posti in molti, anche alcuni studenti della Univ. Roma Tre. Generalmente targhe commemorative si dedicano a grandi personaggi, decorati di MOVM, poeti, scrittori, attori, persone che hanno lasciato una impronta significativa nella nostra società.

Arturo Tarducci era uno di noi, un semplice ragazzo in cerca di fortuna, cui il destino ha riservato qualcosa che non rientrava certo nelle sue aspettative.

Nato a Catania il 30 maggio 1921, la famiglia, nel 1923 emigra a Roma in cerca di fortuna. Arturo verrà avviato a scuole tecniche e appena maturata una certa esperienza verrà assunto, nel 1939, all’Alfa Romeo di Roma in qualità di apprendista operaio. Purtroppo, la seconda guerra mondiale incombe ed arriva anche per lui la cartolina precetto. Rinvierà il servizio militare, causa lavoro, per qualche mese ma poi dovrà presentarsi alla Città militare Cecchignola il 9 maggio 1941. In seguito sarà assegnato come autiere, matricola 18099 bis, al 52° Reg.to Artiglieria Divisione Fanteria “Torino”.

Dalla città di Torino, con tradotta militare la Divisione “Torino” sarà partecipe al Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.I.S.R.) e assegnato al trasporto viveri con un “autocarro unificato pesante” Alfa Romeo 800 RE.

Catturato da soldati russi, nel gennaio del 1943 sarà trasferito nel campo di concentramento n.° 241/3 (Siberia) di Gubaka dove perderà la vita nel settembre del 1943 e, quindi, seppellito nel cimitero di Vilva Boskaja.

 

La cerimonia

Il 7 giugno alle ore 10,30 in Via Ostiense 234, inizia la cerimonia. Sono presenti molti studenti, docenti, personale, cittadini, rappresentanti dell’Associazione Partigiani Cristiani, dell’Associazione Autieri d’Italia, la UIL di Roma Tre, il sub commissario per il Comune di Roma Maria Barilà, il col. Giovanni Adinolfi a rappresentanza del Gen. C.A. Tullio Del Sette Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, i labari dell’ANCFARGL, dell’Associazione Fanti d’Italia, dell’Associazione Artiglieri d’Italia, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia. Presente il picchetto d’onore dei Lancieri di Montebello. Apre la cerimonia la prof.ssa Maria Del Sapio, vice presidente della Scuola Lettere Filosofia Lingue, a seguire il pro Rettore prof. Gaetano Sabatini. Dopo l’intervento del sottoscritto conclude il Presidente nazionale dell’Associazione Artiglieri d’Italia Gen. B. Rocco Viglietta che completa gli interventi con una relazione sull’impiego della Divisione Torino in Russia. A seguire lo scoprimento della targa da parte del nipote Maurizio, della pronipote Margherita e i bisnipoti Eva e  Flavio. C’è emozione e Arturo, un giovane di settant’anni fà, vittima di circostanze sicuramente estranee alla sua volontà, come altre migliaia di ragazzi che certamente non vollero la guerra che poi li travolse, verrà almeno conosciuto e ricordato da chi passando leggerà la targa.

Ringraziamenti

Ringrazio per l’aiuto Franco Mari, Maurizio Tarducci e la figlia Michela, i colleghi Alessandra Nicolai, Roberto Sgrulloni, Mario Mefistofele, Antonio Rossi, Rosa Basso, Antonio Colella e la responsabile della Biblioteca “G.Petrocchi” dott.ssa Manuela Riosa per aver permesso l’esposizione di alcuni volumi sulla campagna di Russia della Biblioteca di interesse locale “Lorenzo Lodi”.

Cav. Marco Lodi

Vice presidente nazionale ANCFARGL Aeronautica

 

 

19 Luglio 2016- Anniversario Bombardamento S. Lorenzo

L’ANPC ha partecipato alle manifestazioni in programma con i Consiglieri Giorgio Prinzi ed Aladino Lombardi, il Segretario Nazionale Maurizio Gentilini ed il socio Roberto Mercuri.

Di seguito il programma.

Ore 9.20    Deposito ATAC – Via Prenestina, 45

Deposizione di una corona di alloro presso la lapide commemorativa dei dipendenti caduti durante i bombardamenti

 

Ore 9.50       Via Scalo San Lorenzo 10/b

Impianto ferroviario di Roma S. Lorenzo

Deposizione di una corona di alloro presso la lapide commemorativa (corona normale con tre gambe)

 

Ore 10.35    Piazzale del Verano

Omaggio floreale al Monumento dedicato al Sommo Pontefice Pio XII

Ore 10.45    Piazzale del Verano (angolo Viale Regina Elena)

Deposizione di una corona di alloro presso la lapide commemorativa in ricordo del Generale Azolino Hazon, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri e del Colonnello Ulderico Barengo, Colonnello di Stato Maggiore dei Carabinieri.

 

Ore 10.50    Piazza Parco dei Caduti del 19 luglio 1943 (Parco Tiburtino)

Deposizione di una corona di alloro presso il Monumento ai Caduti del Quartiere Tiburtino, presente il Gonfalone di Roma Capitale, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare

Onori militari resi da un reparto del Comando Militare della Capitale

Intervento del Sindaco e testimonianze

 

Ore 12.15    Via degli Etruschi, 36

  1. Messa presso la Parrocchia S. Maria Immacolata e S. Giovanni Berchmans

Teresio Olivelli, il samaritano dell’ora più difficile

Teresio Olivelli, il samaritano dell’ora più difficile – La Stampa – di Giorgio Bernardelli

Proprio nei primissimi giorni dell’Anno santo della Misericordia, lo scorso 14 dicembre, papa Francesco ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare il decreto sull’eroicità delle virtù di Teresio Olivelli (1916 – 1945), laico lombardo morto nel campo di concentramento di Hersbruck poche settimane prima della fine della guerra. Proprio in occasione di quell’atto – in forza del quale Olivelli è oggi venerabile – molti hanno citato il suo testo più noto, la preghiera del «ribelle per amore», divenuta in quel tempo difficile un vero e proprio manifesto dei cattolici che avevano aderito alla «Resistenza». Ma chi era davvero questo giovane della diocesi di Vigevano? E attraverso quale percorso lui – inizialmente fascista – era arrivato a scrivere quel testo?

Una risposta ricca e costantemente in dialogo con il contesto storico di quegli anni la si può leggere nella biografia «Il difensore dei deboli», scritta da Renzo Agasso e Domenico Agasso jr per le Edizioni San Paolo proprio in occasione del riconoscimento delle virtù eroiche di Olivelli. Si tratta di un libro con un grande pregio: aiuta ad andare oltre una lettura un po’ stereotipata, che descriverebbe l’itinerario di Olivelli come una «conversione». Il ritratto che ne emerge è piuttosto quello di un giovane cresciuto nell’Azione cattolica del difficilissimo passaggio tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Un cristiano a tutto tondo, dalla vita spirituale intensa (testimoniata nel libro da tante pagine delle lettere scritte allo zio don Rocco Invernizzi, arciprete di Tremezzo, suo punto di riferimento costante). Un uomo dai grandi ideali che – nel contesto di quegli anni segnati dalla dicotomia con il comunismo – pure quando aderì al fascismo lo fece col desiderio (a posteriori ingenuo) di «convertirlo dall’interno».

Ma a emergere con forza dall’inizio alla fine di questa biografia è soprattutto il racconto di Teresio Olivelli come uomo della misericordia anche nel tempo delle asprezze più dure. Già al prestigioso Collegio Ghisleri di Pavia – dove è interno negli anni in cui studia giurisprudenza – si distingue per la difesa di uno studente ebreo, vittima di un episodio di bullismo. E allo scoppio della guerra (che non approva) parte volontario per il fronte russo non in cerca di gloria, ma per stare a fianco all’umanità ferita che sa bene ogni conflitto lascia dietro di sé.

Proprio la ritirata di Russia – dove è eroico nel suo sforzo di non abbandonare nessuno – diventa la prova di maturità vera per Olivelli. E anche la premessa alla scelta che compirà dopo l’8 settembre 1943: non aderire alla Repubblica sociale, affrontando da militare la deportazione. La misericordia di Teresio, però, non è passività: già nel tragitto verso la Germania prova più volte a fuggire e alla fine ci riesce. Rientrato a piedi in Italia si unisce ai gruppi cattolici della Resistenza: per loro fa la spola tra Brescia, Milano e Pavia. «Si schiera per motivi morali e spirituali, non politici – scrivono Renzo e Domenico Agasso jr – Si resiste al nemico, ma anche all’odio e alla vendetta, perché tutti figli dello stesso Padre».

Di quelle settimane frenetiche padre Agostino Gemelli – uno dei suoi grandi estimatori – ricorderà che «le poche ore libere le passava in chiesa, assorto in meditazione». Quando gli proposero un sabotaggio per la cattura di un gerarca fascista la sua prima reazione fu quella di «escludere ogni danno alle persone, nemici compresi». Ma non per questo era uomo che si tirava indietro: ormai ricercato per la sua opera di propaganda fra i giovani cattolici, rifiutò più volte di rifugiarsi in Svizzera.

C’è tutto questo, dunque, dentro a quel suo testo intitolato «Signore facci liberi», scritto di notte nell’inverno del 1944 limando ogni singola parola e fatto circolare attraverso Il ribelle, il foglio clandestino della Resistenza cattolica che proprio Olivelli aveva contribuito a far nascere. «Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore», erano le ultime parole di quell’invocazione. Pochi giorni dopo, il 27 aprile 1944, a Milano sarebbe arrivato l’arresto che ormai lui stesso si aspettava. Fu l’inizio della Via crucis dei campi di concentramento: prima Fossoli, poi Gries, Flossenburg e infine il terribile Hersbruck. Uomo della misericordia anche lì: lui che conosce il tedesco smorza gli insulti nel tradurre le parole dei nazisti per alleviare il dolore, condivide il poco cibo, spende parole di conforto, si offre per i lavori pesanti al posto degli altri. Per difendere i più deboli va anche incontro ai pestaggi; e proprio uno di questi gli sarà fatale. Ormai moribondo compirà un’ultima opera di misericordia: nei primi giorni del 1945, quando lo ricoverano in infermeria, si preoccupa di donare gli unici vestiti rimasti a un compagno di prigionia. Morirà nella notte tra il 16 e il 17 gennaio; pregando ancora – raccontano i testimoni – «per i compagni di lotta e per i nemici».

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«Il difensore dei deboli. La straordinaria storia d’amore del Venerabile Teresio Olivelli (1916-1945)», di Renzo e Domenico jr Agasso, edizioni San Paolo, 2016, pagg. 176, 13 euro

(Pubblicato su: http://www.lastampa.it/2016/07/12/vaticaninsider/ita/recensioni/teresio-olivelli-il-samaritano-dellora-pi-difficile-XgKWXpF2G9pJYbLROmWFxK/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook)

Josef Mayr-Nusser, martire della follia nazista

Sposo padre, morto in prigionia alla vigilia della fucilazione per alto tradimento, diventa beato

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Josef Mayr-Nusser, martire della follia nazista – La Stampa

Maria Teresa Pontara Pederiva
TRENTO

«Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te obbedienza sino alla morte. Che Dio mi assista». Il giuramento delle reclute era un evento scontato per quanti, provenienti da tutta la Germania nazista e dai territori occupati, sarebbero andati a ingrossare le già robuste fila delle SS. E avrebbe dovuto essere così anche il 4 ottobre 1944 in un cortile della cittadina di Konitz, nella Prussia orientale, quando il maresciallo aveva finito di spiegare nei minimi particolari la cerimonia prevista per il giorno successivo. Ma ecco l’imprevisto: in mezzo al gruppo la mano alzata di una recluta chiese il permesso di parlare. «Signor maresciallo, non posso giurare a questo Führer» pronunciò con voce ferma Josef Mayr, 34 anni, per tutti Pepi, originario del maso Nusser, nei pressi di Bolzano. Il motivo di una simile affermazione? «Per motivi religiosi», spiegò al comandante della sua compagnia mettendo per iscritto qualche ora dopo la sua dichiarazione. «Se nessuno ha il coraggio di dire loro che è contrario alle idee nazionalsocialiste», commentò davanti ai suoi commilitoni Josef, «non cambierà mai nulla». Mayr-Nusser era stato prelevato insieme a molti altri suditirolesi solo un mese prima e costretto a partire in un vagone con la laconica scritta «Bolzano-Konitz»: il suo rifiuto gli aprì le porte del carcere, prima a Konitz, poi a Danzica. Morì di broncopolmonite il 24 febbraio 1945 nei pressi di Erlagen sul treno che l’avrebbe portato nel campo di Dachau dov’era prevista la sua fucilazione per alto tradimento. Il prossimo 18 marzo, vigilia della Festa di san Giuseppe, il servo di Dio Josef Mayr-Nusser verrà beatificato nel duomo di Bolzano dall’arcivescovo Ivo Muser per volontà di papa Francesco resa nota dalla Congregazione per le cause dei santi venerdì scorso. Una figura e una vicenda, quella del contadino sudtirolese, che richiama da vicino la decisione controcorrente di un altro figlio di una terra occupata dai nazisti coi quali si era rifiutato di collaborare, Franz Jägerstätter di St. Radegund in Austria proclamato beato nel 2007, incarcerato e giustiziato dai nazisti il 9 agosto 1943 a Berlino.  In entrambi i casi decisioni maturate in ambito familiare con il contributo determinante delle due spose, rispettivamente Franziska (rimasta sola con tre figlie piccole dopo sette anni di matrimonio) per Franz e Hildegard, moglie di Josef da neppure due anni e con il piccolo Albert di pochi mesi. Un fermo diniego a diventare complice di una guerra efferata in nome, e in ascolto, della propria coscienza di cristiani testimoni del Vangelo. «Nella lettera del 27 settembre 1944 alla moglie Hildegard (una settimana prima del suo rifiuto a prestare giuramento) appare un cristiano che lotta per la sua decisione sostenuta dalla fede e che diventa una professione di fede personale nei confronti di un sistema anticristiano e misantropo», scrive il vescovo Muser nell’annuncio alla diocesi che apre con questo dono di grazia il cammino post-sinodale. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo, mi tormenta il cuore, o fedele compagna. Questo dovere di testimoniare ha certamente un valore, è una cosa inevitabile; sono due mondi che si scontrano l’un contro l’altro. In modo troppo chiaro i superiori si sono dimostrati negatori e odiatori di ciò che per noi cattolici è santo ed intoccabile. Prega per me, Hildegard, perché nell’ora della prova possa agire senza paura e senza esitazione, così come è mio dovere davanti a Dio e alla mia coscienza». Una decisione non improvvisata quella di Josef: piuttosto frutto maturato all’interno di un cammino ecclesiale fatto di ascolto della Parola e tanto servizio. Nato nel 1910, quarto di sei figli, avrebbe desiderato studiare scienze naturali, ma l’economia familiare – il padre era morto nella Grande Guerra – lo dirottò alla scuola commerciale per lavorare come cassiere in due note ditte bolzanine, mentre il fratello maggiore Jakob prendeva la via del sacerdozio. Divoratore di libri fin dall’infanzia, tra i suoi eroi giovanili annoverava san Tommaso Moro, nel 1933 aderì ad un gruppo giovanile cattolico guidato da don Friedrich Pfister e contemporaneamente alla conferenza di San Vincenzo, di cui più tardi diventerà presidente. Per il suo impegno venne eletto anche presidente della sezione maschile dei giovani di Azione Cattolica in quella che allora era la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento (le due diocesi si separeranno prendendo i confini delle due province civili solo nel 1964 secondo il dettato conciliare). Il pensiero di Romano Guardini orientava gli incontri, mentre ben presto ebbero l’autorizzazione a celebrare la messa (le letture del giorno) nella loro lingua madre, il tedesco, nella chiesetta di san Giovanni. «Rendere testimonianza alla Luce, annunciare Cristo al mondo. Un’impresa coraggiosa… Dare testimonianza è oggi la nostra unica arma, la più potente, un’arma abbastanza strana. Non spada, non violenza, non denaro, non potere spirituale, nulla di tutto questo ci è necessario per costruire il regno di Cristo sulla terra», scriverà il 15 gennaio 1938 sulla rivista della gioventù cattolica, Jugendwacht.  Come sottolineano Irene Argentiero e don Josef Innerhofer nella «Vita» pubblicata sul sito della diocesi di Bolzano-Bressanone, non c’era il martirio nel suo futuro di giovane proiettato in avanti, bensì il desiderio di formare una famiglia insieme a una coetanea segretaria: il matrimonio tra Josef Mayr-Nusser e Hildegard Straub fu celebrato dal fratello Jakob il 26 maggio 1942 nella chiesetta di San Nicolò a Bolzano poi rasa al suolo dai bombardamenti (un anno dopo nasceva il piccolo Albert).

Il 27 settembre 1944 le aveva scritto così: «Nemmeno un momento ho dubitato di come debba comportarmi in tale situazione e tu non saresti mia moglie se ti aspettassi qualcosa di diverso da me. Mia diletta, questa consapevolezza, questo accordo tra noi in ciò che abbiamo di più sacro, è per me un indicibile conforto». La ricorrenza liturgica del nuovo beato sarà celebrata per la prima volta il 3 ottobre 2017.

(Pubblicato su: http://www.lastampa.it/2016/07/10/vaticaninsider/ita/nel-mondo/josef-mayrnusser-sposo-padre-e-prossimo-beato-oR566ChtwomNr7pkmJxTuK/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook)

Il cammino dei cerchiari: un libro di Antonio Cipolloni

Presentato il libro, in anteprima, alla stampa e fornito alle librerie di Rieti per la vendita i cui proventi saranno devoluti alla Pro-Loco di Marcetelli. Attendiamo il giudizio e la grande passione dei marcetellani e dei monteflaviesi. I nostri più vivi complimenti.

Il Generale Segre

Ề stato presentato giorno 28 maggio alla Casa della Memoria e della Storia il libro del Colonnello Antonino Zarcone, per molti anni Capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito, sulla emblematica figura del Generale Roberto Segre, la cui vicenda personale ricalca quella più nota del Capitano Alfred Dreyfus, sospettato, incriminato e condannato per tradimento perché ebreo e non appartenente alla casta nobiliare dell’allora Stato maggiore francese.

Anche il Generale Segre era ebreo, ma nell’Esercito sabaudo e in quello post unitario non esistevano pregiudiziali religiose e la fede di appartenenza non veniva annotata sullo stato di servizio, tanto che uno studio sulla componente israelitica nelle Forze Armate del Regno, numerosa ed estremamente qualificata con oltre il 50% di essa ufficiali con una notevole aliquota di ufficiali di grado elevato,  è stato possibile solo sui documenti delle epurazioni a seguito delle leggi razziali del 1938.

Ma  tal punto si è chiesto il Colonnello Zarcone, l’antisemitismo in Italia nasce solo con le leggi razziali o covava sotterraneo nella cultura del tempo? Ripercorrendo la vicenda e la carriera militare del Generale Roberto Segre, la risposta è che in Italia ed in Europa esistevano forti pregiudizi discriminatori, non ufficializzati e legalizzati, ma tali da rendere difficile la vita personale e professionale delle persone di religione israelitica. Segre, come Dreyfus, venne incriminato sulla base di un dossier molto “creativo”, anche se poi fu completamente scagionato, anzi gli atti del processo sembrarono essersi “volatilizzati”, tanto che l’Autore del volume ha dovuto impegnarsi in certosine ricerche per recuperare la documentazione al riguardo.

Ha fatto seguito un interessante dibattito, sulle Relazioni di Anna Maria Casavola di Anei, Associazione Nazionale ex Internati, e di Enrico Modigliani di Progetto Memoria.

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani è stata rappresentata dal Consigliere Nazionale Giorgio Prinzi.

IL GENERALE ROBERTO SEGRE

A.Zarcone

Come una granata spezzata nel tempo

  • Codice: 013G213
  • ISBN:
  • Autore: A.Zarcone
  • Editore: Stato Maggiore Esercito
  • Note: illustrato con foto a colori e b/n
  • Formato: 21 X 30
  • Lingua: italiano
  • Rilegatura: Brossura

20,00 €

 

RECENSIONE DEL LIBRO AL SALONE DI TORINO

http://www.luigipruneti.it/1/salone_del_libro_il_generale_roberto_segre_stella_d_italia_e_di_davide_1625004.html

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