ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Vaticano Zero Day

“Il controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici è in grado di orientare sottilmente i comportamenti e perfino riscrivere la storia umana…”

Con questa significativa riflessione del Santo Padre, richiamata nel volume Vaticano Zero Day, si è aperto uno dei momenti più intensi dell’incontro ospitato nella Chiesa di San Rufo – Centro d’Italia.

La presentazione del libro di Luigi Ricci, moderata da Paolo Festuccia, Capo Redattore de La Stampa, ha accompagnato il pubblico in una riflessione che va oltre la tecnologia.

L’intelligenza artificiale, gli algoritmi, la manipolazione dell’informazione e le nuove guerre ibride non rappresentano soltanto una sfida informatica o geopolitica: interrogano il nostro rapporto con la libertà, la memoria, la verità e l’identità delle persone. Il messaggio emerso è chiaro: il progresso tecnologico non può essere separato dalla responsabilità etica. L’innovazione deve rimanere al servizio dell’uomo e mai sostituirsi alla sua coscienza.

Un sentito ringraziamento a Luigi Ricci, a Paolo Festuccia, a tutti i partecipanti e agli enti promotori che hanno reso possibile un incontro capace di stimolare un confronto autentico su uno dei temi più decisivi del nostro tempo. La cultura continua a essere il luogo in cui le domande più difficili trovano spazio, dialogo e consapevolezza.

Suor Maria Angela Goglia riconosciuta come Giusta fra le nazioni

In una cerimonia nei giorni scorsi a Roma l’Ambasciata d’Israele in Italia ha conferito la più alta onorificenza civile alla memoria di suor Maria Angela Goglia che negli anni bui della persecuzione nazista accolse e nascose nel convento di Villa Torlonia delle Suore Compassioniste numerose persone in fuga (articolo pubblicato su: Vatican News).

Un esempio straordinario di coraggio, altruismo e resistenza civile che ha illuminato un periodo di immane oscurità. È la storia di suor Maria Angela Goglia riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme tra gli oltre 700 italiani con il titolo di “Giusto fra le Nazioni”. La cerimonia si è svolta mercoledì 24 giugno a Roma, organizzata dall’Ambasciata di Israele in Italia, in collaborazione con l’Istituto Suore Compassioniste serve di Maria. Si tratta della più alta onorificenza civile dello Stato d’Israele.

Un rifugio dalla deportazione

Come riportano le ricostruzioni storiche, a seguito dell’occupazione nazista dell’Italia nel settembre 1943, gli ebrei presenti sul territorio nazionale si trovarono esposti alla deportazione e allo sterminio. In quel tragico contesto, diverse famiglie cercarono disperatamente un rifugio a Roma. Tra queste, la famiglia Strauber, originaria di Vienna e fuggita dal campo di Ferramonti, e la famiglia Handell, fuggita da Zagabria. Entrambe le famiglie, insieme alla famiglia Ottolenghi e a Lea Bassan Di Nola, trovarono una salvezza inaspettata dietro le porte del convento delle Suore Compassioniste in via Alessandro Torlonia. Nonostante i fuggiaschi esibissero documenti d’identità falsi, la madre superiora del convento, Suor Maria Angela Goglia (all’anagrafe Maria Grazia Goglia), comprese immediatamente la loro reale identità ebraica. Senza alcuna esitazione e mossa unicamente da un profondo senso di umanità, la religiosa decise di accoglierli e nasconderli.

La protezione del convento

Per diversi mesi, i perseguitati vissero protetti all’interno delle mura del convento, dividendo gli spazi e trovando non solo un rifugio sicuro, ma anche sostentamento e calore umano. L’intera e complessa operazione di salvataggio fu condotta a titolo completamente gratuito e con immenso rischio personale per Suor Maria Angela Goglia, in un momento in cui la complicità con i perseguitati era punita con la morte. Grazie al suo silenzio coraggioso e alla sua instancabile protezione, tutte queste persone riuscirono a scampare alla deportazione, salvando le proprie vite.
L’onorificenza è stata consegnata al discendente di Suor Maria Angela Goglia Mariano Pompeo Goglia, alla presenza dei familiari dei salvati delle famiglie Strauber, Handell e Ottolenghi.
I fatti storici sono stati rievocati, nell’emozione collettiva dei presenti, dall’Ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled, dalla Vicaria generale dell’Istituto suore compassioniste serve di Maria Suor Filomena Vitiello, dalla Madre generale della medesima congregazione Raffaela Todisco, dalla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi, dalla Vice Presidente della Comunità ebraica di Roma Carola Funaro, dal Sindaco di Vitulano Raffaele Scarinzi e da Padre Davide Panella, autore del volume ” Suor Maria Goglia. Elmetto e Soggolo”.

Un monito contro indifferenza, odio e ingiustizia

Come ha sottolineato l’Ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled nel suo intervento: “Per noi, la Shoah non è soltanto storia. Non è qualcosa di lontano. È qualcosa che vive ancora dentro tante famiglie, compresa la mia. Io sono figlio di sopravvissuti all’Olocausto. Mio padre aveva solo undici anni quando nel 1939 fu costretto a fuggire da Praga dopo l’occupazione nazista. Il titolo di Giusto tra le Nazioni viene conferito dallo Yad Vashem ad una persona di religione non ebraica per aver salvato ebrei durante la Seconda guerra mondiale, rischiando la propria vita e senza ricevere alcun compenso. Il nome di Suor Goglia sarà ricordato nel giardino dei Giusti a Yad Vashem, a Gerusalemme. Ma soprattutto deve restare vivo dentro di noi. Che l’esempio dei Giusti continui a guidarci e a ricordarci che non possiamo mai essere indifferenti davanti all’odio e all’ingiustizia. Vorrei ringraziare personalmente e a nome del popolo di Israele per il coraggio dei discendenti dei Giusti durante l’Olocausto. Sia benedetta la loro memoria”.

Il coraggio di Suor Maria Angela Goglia

“La storia non è fatta soltanto da grandi eventi, ma dalle scelte dei singoli individui e il riconoscimento che oggi viene conferito a Suor Maria Angela Goglia ce lo ricorda. Nel momento in cui tanti giravano lo sguardo altrove, lei scelse di assumersi una responsabilità che avrebbe potuto costarle la vita. Il suo coraggio fu l’espressione più alta dell’umanità. Questo riconoscimento ha anche un significato più intimo. Senza il coraggio di Suor Maria la mia famiglia non avrebbe avuto la possibilità di continuare la propria storia. La mia stessa esistenza è, quindi, anche il frutto della sua scelta”, ha dichiarato la Presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi.


L’attualità di un messaggio

“Il titolo di Giusta fra le Nazioni conferito a Suor Maria Angela Goglia non appartiene soltanto alla memoria della Shoah, ma rappresenta un insegnamento che parla ancora oggi alle nostre coscienze. Suor Maria Angela scelse di vedere persone dove altri vedevano soltanto una condanna e di agire quando sarebbe stato più semplice restare in silenzio. Le sue gesta testimoniano il valore insostituibile della responsabilità individuale e del coraggio morale. Dietro ogni vita salvata vi è una famiglia che ha potuto continuare a esistere, una storia che non è stata interrotta, un futuro che ha potuto compiersi. Ricordare oggi Suor Maria Angela Goglia significa riaffermare il dovere di non voltarsi mai dall’altra parte di fronte all’odio, alla persecuzione e all’ingiustizia”, ha dichiarato la Vice Presidente della Comunità ebraica di Roma Carola Funaro.

Un fiore nel deserto

“La vita di Madre Maria ci insegna che, persino nel deserto dell’odio più cupo, è possibile far fiorire la carità. Ella ha trasformato la casa di via Torlonia in un presidio di vita, testimoniandoci che la pace è un’opera che si costruisce con gesti concreti, quotidiani e coraggiosi. Possa il suo esempio non essere solo un ricordo celebrativo, ma una stella polare per il nostro cammino personale: un invito vibrante a guardare le ferite del nostro tempo con gli occhi della compassione e a comprendere che ogni atto di amore gratuito è un seme di giustizia”, ha dichiarato la Vicaria generale dell’Istituto suore compassioniste Suor Filomena Vitiello.
“Nel tragico contesto dell’occupazione, alla brutalità che si manifestava come ‘banalità del male’ si oppose la quotidianità del bene di tante donne e uomini. Suor Maria Goglia scelse questa quotidianità del bene, mettendo a repentaglio la propria vita e affrontando con fermezza e senza panico le visite più sgradevoli e pericolose. Questa è una storia bella, buona e vera che merita di essere impressa per sempre a Yad Vashem affinché rimanga di insegnamento per le future generazioni”, ha dichiarato Padre Davide Panella, autore di “Suor Maria Goglia. Elmetto e Soggolo”.

Un impegno costante accanto agli ultimi

“Di Suor Maria Angela Goglia ricordiamo oggi l’eroico salvataggio delle famiglie ebraiche, ma il suo coraggio e la sua determinazione si sono manifestati anche negli anni successivi, attraverso un amore instancabile per le bambine orfane e più povere. Ho vissuto personalmente, da orfana, la sua straordinaria delicatezza e la sua profonda sensibilità materna. La sua vita intera è stata un dono costante e coraggioso verso il prossimo”, ha dichiarato la Madre generale della congregazione Raffaela Todisco.

Suor Maria Angela Goglia riconosciuta come Giusta fra le nazioni – Vatican News

13 giugno 2026 – Sesto San Giovanni: “Essere cittadine”

Pubblichiamo l’intervento di Carla Bianchi Iacono:

Comune di Sesto san Giovanni

13 giugno 1026

Le scelte al femminile dopo l’8 settembre ’43

Inizio il mio intervento citando Ada Gobetti, vedova di Piero, che è stato un martire del primo antifascismo italiano, nel suo libro “Diario partigiano” si legge: “Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse: come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile il tessuto sotterraneo della guerra partigiana” 
Nel libro “Le lettere dei condannati a morte della Resistenza” di Malvezzi-Pirelli, sono pubblicate 313 lettere di 313 autori: ho scoperto che soltanto quattro erano scritte da donne.

Sono rimasta un po’ spiazzata perché il numero delle donne che hanno partecipato attivamente alla Resistenza è considerevole. Probabilmente perché il contributo delle donne alla guerra di Liberazione ha dovuto attendere diversi decenni per poter venire alla luce.

Due lettere mi hanno colpito in modo particolare.

Paola Garelli di 28 anni, dall’ottobre del ’43 svolgeva attività clandestina nel savonese con il compito di rifornire di viveri e materiali le formazioni partigiane nei dintorni della città. Arrestata dalle milizie fasciste, fucilata il 1° novembre 1944 nella fortezza di Savona.

Scrive la sua ultima lettera alla figlioletta: Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, sii buona, studia e ubbidisci sempre agli zii che ti allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Devi dire ai nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che dò loro: non devi piangere, né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.

La staffetta Irma Marchiani, 33 anni operava nella zona dell’appennino modenese e aveva combattuto nello scontro di Montefiorino. Catturata e seviziata, condannata prima a morte, poi alla deportazione in Germania. Riesce a fuggire e torna alla sua formazione, della quale diventa prima commissario poi vicecomandante. Catturata di nuovo venne fucilata nel novembre 1944. A Irma poi fui conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria

Dalla prigione di Pavullo dove era detenuta scrive ai genitori: Sono gli ultimi istanti della mia vita…… non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto… muoio sicura di aver fatto quanto era possibile affinché la libertà trionfasse.

L’ultimo saluto di queste due giovani donne che inviano alle famiglie prima di essere fucilate mi hanno portato a delle considerazioni e riflessioni, non solo per l’emozione  che procurano nel leggerle, per la determinazione e chiarezza di idee e per  la consapevolezza di aver compiuto delle scelte che la coscienza imponeva loro.

Prima di tutte la scelta della libertà , libertà che avrebbe poi portato alla pace. Probabilmente la pace è stata la molla che ha fatto muovere le migliaia di donne della resistenza; la pace che in quegli anni non c’era più e che volevano per i loro padri, fratelli, mariti, figli; con il loro contributo si sarebbe raggiunta prima. Erano donne serie negli intenti, disposte a rischiare, ma anche allegre e scanzonate negli atteggiamenti, credevano in un’idea, avevano un sogno da realizzare concretamente e per questo hanno lottato, magari con l’incoscienza della giovinezza e con la pacatezza dell’età matura, queste donne volevano costruire un mondo migliore.

Ma come era il loro mondo prima, perché volevano cambiarlo, come era la società nella quale avevano vissuto?

Erano cresciute e si erano formate durante il ventennio fascista. Il regime adottando una politica prettamente maschilista relegava la donna al compito di madre-casalinga facendo della maternità un mero oggetto di esaltazione pubblica. Bisogna ricordare i tributi alle famiglie numerose.  Infatti, per motivi prettamente utilitaristici, (frase di Mussolini 50 milioni di baionette nella seconda metà del XX secolo) la questione demografica fu affrontata in nome del superiore interesse dello Stato in termini di quantità, anziché di qualità.

Il diritto di famiglia dell’epoca risaliva ancora al codice Pisanelli promulgato nella seconda metà del 1800, precludeva alle donne ogni decisione di natura giuridica: tutti gli atti legali, le stipule di contratti, la firma di assegni, non potevano essere fatti senza l’autorizzazione del padre o del marito. Anche la Chiesa esaltava il ruolo della maternità e dei valori della famiglia, ma con differenti intenti e paure; la promiscuità, la modernità, avrebbe portato formalmente e più in fretta alla corruzione dei costumi.

Dopo la soppressione di tutti i partiti politici, il regime fascista riconobbe solo due movimenti femminili, quello fascista “le giovani italiane” che fu molto incoraggiato e quello cattolico, di cui faceva parte l’Azione cattolica e la FUCI. Una la conseguenza dell’altra per età di appartenenza.

Le due associazioni però furono solo tollerate, e comunque malviste dal regime.

Negli anni trenta ci furono scontri violenti fra cattolici appartenenti alle due associazioni e i giovani fascisti. E forse il regime aveva visto bene tanto è vero che proprio una buona parte dei resistenti maschi e femmine provenivano dalle fila della Fuci e dall’azione Cattolica.

Anche la riforma della scuola, la riforma Gentile dal suo promotore, aveva come scopo di inculcare nei giovani l’ideologia dello stato fascista promuovendo e selezionando una élite in modo da far accedere all’istruzione superiore e all’Università solo un numero ristretto di studenti. L’insegnamento di alcune materie fu precluso alle donne; non potevano partecipare ai concorsi per insegnare nei licei, latino, greco, storia e filosofia; il culmine della discriminazione sessuale nel campo del lavoro fu un decreto legge del 1938 che impose una riduzione del 5% del personale femminile impiegato nella pubblica amministrazione.

All’inizio della guerra, la seconda mondiale, il fenomeno del calo occupazionale femminile si ribalta per necessità; le donne occupavano il posto di lavoro degli uomini chiamati alle armi. Vediamo le donne che nelle fabbriche del Nord prendono il posto dei mariti, dei fratelli, dei padri; la scuola riapre i concorsi per le insegnanti di sesso femminile; nelle campagne anche le bimbette si cimentano nei lavori, magari meno faticosi e pesanti.

Dopo l’8 settembre del 43 ritroviamo le donne a far parte di organizzazioni che aiutavano a portare i perseguitati oltre confine; ebrei, perseguitati politici, prigionieri alleati stranieri. che rischiavano i campi di concentramento; se venivano inviati molto difficilmente uscivano vivi.

Si occupavano di far stampare documenti falsi, distribuivano giornali clandestini nelle cassette postali delle portinerie. Ricordiamoci il “ribelle” di Olivelli e Bianchi, il foglio clandestino che ha iniziato la sua pubblicazione nel marzo del 44 ed è uscito fino alla liberazione. Una redattrice, l’unica donna del giornale era Laura Bianchini; insegnava a Brescia in un liceo e fu una delle 21 donne elette all’assemblea costituente.

Mano a mano che la guerra si prolunga, doveva essere una guerra lampo, la partecipazione femminile al mondo del lavoro aumenta sempre di più e porta, attraverso il confronto e il dialogo,  alla consapevolezza e alla condivisione del grave momento. Ci sono le pervicaci e nostalgiche fasciste, ci sono le attendiste, aspettano che tutto finisca, ma ci sono anche quelle donne che prendono coscienza della situazione.

Quindi le ragazze e le giovani cresciute in famiglie antifasciste, di qualsiasi condizione e fede , dopo l’8 settembre faranno una scelta, che sarà quella di impegno attivo nella resistenza, che non significava solo andare in montagna a combattere.

Alcune l’hanno fatto; altre invece con gli scritti (articoli sui giornali clandestini) e con la parola  (Gruppi di difesa nazionale) hanno contribuito a risvegliare il popolo italiano e a decidere del proprio destino. Molte sentivano la necessità di “non stare a guardare” ed eseguivano incombenze, che potevano sembrare banali, ma di molta utilità per la sopravvivenza dei vari gruppi sia di combattenti che di intellettuali. Incombenze pericolose quasi quanto combattere. Erano tempi in cui non si scherzava, bastava avere in tasca un biglietto da recapitare, o un giornale da consegnare per essere imprigionati, internati in campi di concentramento da dove difficilmente facevano ritorno.

Le situazioni in cui operavano erano differenti sia nelle città e sia nelle campagne.

Il Nord ovviamente è stato più a lungo vessato dalla vicinanza di Salò e della sua Repubblica e dall’esercito tedesco nemico presente sul territorio. Gli operai del triangolo industriale del Nord, già prima dell’8 settembre iniziavano a boicottare le industrie facendo scioperi per fermare la produzione di armi e quindi per accelerare la fine della guerra; ed è stato pagato un prezzo di vite molto alto.

Parte del mondo cattolico deluso dagli eccessi dei militi repubblicani e ancora prima dalla mancata protesta della Chiesa contro le leggi razziali, iniziava ad agire attivamente. Per le donne cattoliche, ma non solo, la scelta delle armi è stata certamente una scelta difficile.

La donna, che è portatrice della vita, comprende bene che con le armi la si può togliere o la si può perdere. Ma non solo, per le donne cattoliche il comandamento “non uccidere” è ben presente. Anche se è compiuto per difendersi o per una giusta causa. “Ho il diritto di uccidere per una idea? “

A questo proposito Tina Anselmi cerca di dare una risposta nella prefazione del libro “Tra la città di Dio e la città dell’uomo – donne cattoliche nella resistenza veneta” scrive: “..La fede ha dato la forza di fare anche delle scelte dirompenti, rischiose, trasgressive. Lottare per la libertà ci ha dato la spinta per impegnarci in politica. Credo infatti che la partecipazione sia il contenuto più ricco che il mondo cattolico abbia dato alla resistenza. Partecipazione che non finisce nell’episodio militare, ma che va oltre e che diventa impegno politico per la vita…”.

 “La caratteristica fondamentale della Resistenza femminile, che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione, è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dall’iniziativa spontanea di molte”.

35.000 combattenti
20.000 patriote
70.000 nei Gruppi di difesa della donna
4653 arrestate
2812 impiccate o fucilate
2750 deportate nei campi di sterminio
1070 cadute in combattimento
891 deferite al Tribunale Speciale nel corso di diciassette anni di attività
19 medaglie d’oro
17 medaglie d’argento

LIBRETTO GIUSEPPE BOREA

Nell’imminenza dell’apertura del processo diocesano di beatificazione di don Giuseppe Borea, che ha già avuto il benestare dei Vescovi dell’Emilia Romagna, abbiamo contribuito alla realizzazione di un libretto che racchiude tutte le notizie, maggiormente dettagliate, già presenti nell’ultima pubblicazione.
Alleghiamo il testo in pdf, leggibile e scaricabile

Tempesta Matteotti alla Casa della Memoria e della Storia

Martedì 16 giugno 2026 ore 17.30 – Presentazione del libro di Luisa Mattia, Tempesta Matteotti (Lapis, 2024)

PELLEGRINAGGIO IN VAL DOSSOLA ANPC CITTA’ METROPOLITANA MILANO-ANPI ORTICA-ANPPIA

Domenica 14 giugno 2026,  ANPC Citta Metropolitana Milano col Presidente Luisa Ghidini Comotti, ANPI Ortica col Presidente Ginetto Mori e ANPPIA Milano col Presidente Sergio Bonioli, accompagnati da numerosi soci della rispettive associazioni, si sono recati a Ornavasso, per la vista-riflessione al MUSEO PARTIGIANO del Raggruppamento Divisioni Patrioti “Alfredo Di Dio”. Ci hanno accolti il Presidente del museo, Emanuele Rossi e la storica Maria Grazia Vona. Le loro spiegazioni di quei mesi di Repubblica dell’Ossola ci hanno fatto toccare con mano, grazie anche ai tanti reperti custoditi dal museo, le fatiche e le speranze di quei giovani e meno giovani che, imbracciando il fucile, liberarono la valle dell’Ossola e i paesi di quella parte di Piemonte dal 10 settembre 1944 al 23 ottobre 1944. Poco più di un mese, ma fu un esempio del vigore della Resistenza. Fondamentale l’impegno dei fratelli Antonio ed Alfredo Di Dio, giovani cattolici che dopo l’esperienza nelle truppe del Regio Governo italiano, imbracciarono il fucile per dare alla lora amata patria Libertà e Democrazia.

Cattolici, sotto la guida spirituale di sacerdoti come Don Giuseppe Rossi, ora Beato, raggrupparono la meglio gioventù piemontese. Uomini come Giovanni Marcora, Rino Pacchetti l’architetto Filippo Beltrami, Eugenio Cefis.. e molti altri combatterono le forze nazifascite in  Val Grande,  Val Toce,  col motto VIVA L’ITALIA LIBERA – il loro programma:  SI DISPIEGHI TUTTO L’ARDORE CHE ANIMA LA SANTA LOTTA E TUTTO L’AMORE VERSO L’AZZURRO EMBLEMA CHE RICORDA IL BEL CIELO D’ITALIA –  il loro distintivo era appunto un cielo azzurro, con in basso una stella e in alto a sinistra il tricolore.

Gli scarsi aiuti delle forze alleate, soprattutto in armi per mantenere le posizioni, fecero si che la Repubblica durasse così poco. Non potevano le forze nazifasciste tollerare che una parte così importante del Nord Italia fosse libera! La Val d’Ossola, incuneata nel territorio svizzero, con accessi sia a destra che a sinistra con preziose vie di fuga per i rifugiati e ebrei. E furono proprio da quei valichi che la maggior parte della popolazione valligiana percorse per rifugiarsi, quando le ultime speranze di mantenere la libertà furono dissolte dalla macchina da guerra messa in campo da fascisti e tedeschi per riprendersi l’Ossola.

Furibonde furono le rappresaglie e le ritorsioni contro i Partigiani. Nel giugno del 1944, 43 prigionieri furono catturati e 42 trucidati a Fondotoce, dove un memoriale ne ricorda il martirio. Uno solo si salvò e continuò la lotta partigiana.

Preziosa la partecipazione anche delle donne, sia come collegamento ma anche nella vera guerriglia: imbracciarono il fucile per liberare l’Italia. Il 12 ottobre del 1944, in un agguato Alfredo Di Dio fu trucidato nella sua auto. Morì dissanguato. La portiera con i fori dei proiettili  ed i proiettili stessi è esposta al museo. Ma l’esempio e il sacrificio non furon vani.  Nella primavera del 1945, passato il terribile inverno, altri giovani si unirono  ai veterani e scesi dalle montagne, come un’orda di liberatori, ci diedero quella Libertà, che dobbiamo sempre riconquistare anche noi, ricordando ciò che fecero ma soprattutto i LORO ideali, di Democrazia, Giustizia e Pace.

Fare Memoria coltivare la Storia.

Gianluigi Falzoni ANPC Cinisello Balsamo

27 giugno 2026 – Celebrazione della Battaglia del Manubiola

Il 16 giugno 2026 ore 17.30 Presentazione del libro di Luisa Mattia “Tempesta Matteotti”

Martedì 16 giugno 2026 ore 17.30 – Presentazione del libro di Luisa Mattia, Tempesta Matteotti (Lapis, 2024)

Dialoga con l’autrice Alberto Aghemo (presidente Fondazione Giacomo Matteotti)

Modera Gianfranco Noferi (consigliere nazionale ANPC)

Letture di Alessandro Perrone Capano

A cura di ANPC in collaborazione con le Associazioni di Casa della Memoria e della Storia

11 giugno 2026 a Cassano d’Adda

CHI TIENE INSIEME LA REPUBBLICA? UNA SERATA DI RIFLESSIONE E IMPEGNO CIVILE A CASSANO D’ADDA

In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, il Circolo ACLI “Ghidini e Bonomi” di Cassano d’Adda ha promosso una serata pubblica dal titolo “Chi ha costruito la Repubblica? E chi la tiene insieme oggi?”, ospitata presso la Biblioteca Civica e partecipata da numerosi cittadini.

Ad aprire l’incontro è stato Sandro Valtorta, presidente del Circolo ACLI, che ha ricordato come la Repubblica non sia nata da un gesto improvviso, ma dal contributo di donne e uomini che, dopo la tragedia della guerra e della dittatura, hanno saputo ricostruire il Paese attraverso il lavoro, la partecipazione democratica, il volontariato, l’associazionismo, i corpi intermedi e l’impegno nelle comunità locali.

A guidare il confronto è stato Fabio Pizzul, presidente della fondazione culturale Ambrosianeum di Milano, che ha accompagnato il pubblico in una riflessione sul significato attuale della cittadinanza e della democrazia.

Particolarmente apprezzati gli interventi dei relatori.

Savino Pezzotta ha richiamato il valore della Costituzione come patto vivo tra generazioni, ricordando come la democrazia non possa essere considerata acquisita una volta per tutte, ma richieda una continua manutenzione civile e morale. Ha inoltre evidenziato il ruolo fondamentale svolto nel corso della storia repubblicana dalle organizzazioni sociali, sindacali e associative che hanno contribuito a costruire partecipazione, diritti e coesione sociale.

Delfina Colombo ha posto l’accento sul ruolo delle associazioni, della partecipazione sociale e della cittadinanza attiva, sottolineando come la Repubblica continui a vivere nelle relazioni quotidiane, nella solidarietà e nell’impegno concreto delle persone. Una democrazia forte, ha ricordato, non si regge soltanto sulle istituzioni, ma anche sulla vitalità delle comunità organizzate e sulla capacità dei cittadini di assumersi responsabilità condivise.

Vittorio Caglio ha portato la testimonianza di chi opera ogni giorno accanto alle persone più fragili, mostrando come il welfare di comunità e la prossimità siano oggi uno degli strumenti più importanti per mantenere coesa la società e per trasformare i principi costituzionali in esperienze concrete di solidarietà.

Un tema trasversale emerso durante tutta la serata è stato quello dei corpi intermedi: associazioni, sindacati, cooperative, gruppi di volontariato, parrocchie, organizzazioni civiche e realtà sociali che costituiscono il tessuto vivo del Paese. Se la Repubblica è stata costruita anche grazie a queste esperienze collettive, oggi continua a reggersi sulla loro capacità di creare legami, promuovere partecipazione e generare responsabilità condivisa. In un tempo segnato da individualismo e frammentazione, il rafforzamento di questi luoghi di incontro e di impegno rappresenta una delle sfide più importanti per il futuro della democrazia.

Nel corso della serata non sono mancati momenti di confronto e alcune posizioni critiche espresse dal pubblico. Anche questi passaggi hanno contribuito a ricordare come la democrazia sia confronto aperto e pluralità di opinioni, purché orientati alla ricerca del bene comune e al rispetto reciproco.

A concludere l’incontro è stata Luisa Comotti Ghidini, presidente ANPC di Città Metropolitana di Milano, che ha richiamato il valore della memoria come responsabilità verso il presente e il futuro. Ricordare chi ha costruito la Repubblica non significa celebrare il passato, ma raccogliere un’eredità di impegno, partecipazione e attenzione agli altri. La Repubblica, ha ricordato, continua a vivere ogni volta che una persona sceglie di non restare indifferente, di assumersi una responsabilità verso la comunità e di contribuire, anche con piccoli gesti quotidiani, alla costruzione di una società più giusta e solidale.

La serata si è così conclusa con una convinzione condivisa: la Repubblica non è soltanto un insieme di istituzioni. È una comunità di persone che ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, tengono insieme il Paese attraverso il lavoro, l’educazione, la cura, la solidarietà, il volontariato e la partecipazione democratica. Ed è proprio nella forza delle comunità, delle associazioni e dei corpi intermedi che continua a trovare una delle sue radici più profonde e più preziose.

Sandro Valtorta

Terni, 82° anniversario della Liberazione: due giorni di iniziative tra memoria e storia

Venerdì 12 giugno alle ore 10.30 ai Giardini di via dell’Arringo hanno preso il via le iniziative, con l’intitolazione dell’area alle Vittime civili dei bombardamenti 1943-1944, a cura dell’Amministrazione comunale. Nel pomeriggio, alle ore 17, alla BCT – Biblioteca comunale di Terni – si è svolta la presentazione del libro “Maiorca” di Giovanni Dozzini. Sabato 13 giugno, giornata dell’anniversario della Liberazione, le celebrazioni sono iniziate alle 9.45 in Piazza della Repubblica con il raduno delle delegazioni, gli interventi pubblici e la prolusione dello storico Angelo Bitti. A seguire, dalle 10.15, le deposizioni delle corone in vari luoghi simbolici della città: dalla Rotonda dei Partigiani, alle targhe dedicate ad Aspromonte Luzzi a Ponte Garibaldi e ad Alfredo Filipponi, fino al Belvedere 13 Giugno e al ponte sul Serra.

Per l’Anpc presente Alberto Liurni con la bandiera dell’Associazione.

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