Vi sono iniziative culturali che non si limitano ad essere osservate, ma che entrano silenziosamente nell’animo di chi le incontra, lasciando domande, riflessioni e, talvolta, persino un senso nuovo di responsabilità civile. È certamente questo il caso della mostra ideata da Silvio Mengotto, che, dopo la significativa esperienza vissuta a Settimo Milanese, ha trovato nuova e calorosa accoglienza anche nella comunità di Cesano Boscone. Due città del nostro territorio, profondamente legate da una comune sensibilità culturale e civica, si sono così trasformate in luoghi di memoria viva, di confronto intergenerazionale e di autentica crescita collettiva.
L’opera di Mengotto non è una semplice esposizione. È piuttosto un cammino interiore. Ogni pannello, ogni immagine, ogni testimonianza invita il visitatore a fermarsi, ad ascoltare, a interrogarsi sul valore della libertà, sul peso delle scelte individuali e sulla responsabilità che ogni epoca affida alle coscienze. Particolarmente intenso è il richiamo alla figura di Sophie Scholl, giovane studentessa tedesca e anima della White Rose, che con straordinario coraggio seppe opporsi al totalitarismo nazista scegliendo la forza della parola, della verità e della coscienza, fino al sacrificio supremo nel 1943. La sua testimonianza, ancora oggi attualissima, attraversa idealmente l’intero percorso espositivo come un monito silenzioso ma potentissimo: anche una sola voce, quando guidata dalla verità, può sfidare la paura e cambiare la storia.
A Settimo Milanese la mostra ha saputo coinvolgere cittadini, studenti, associazioni combattentistiche e rappresentanti delle istituzioni, generando un dialogo autentico tra generazioni. A Cesano Boscone questo messaggio ha trovato nuova forza, confermando come i nostri territori abbiano ancora fame di cultura autentica, di memoria condivisa e di esempi capaci di parlare al presente. In un tempo spesso segnato dalla velocità, dalla superficialità e dall’oblio, iniziative come questa ci ricordano che una comunità è tanto più forte quanto più custodisce la propria memoria, onora chi ha avuto il coraggio di scegliere e trasmette alle nuove generazioni il valore irrinunciabile della libertà.
Da Settimo Milanese a Cesano Boscone, il viaggio della memoria continua. E, attraverso lo sguardo di Mengotto e il coraggio di Sophie Scholl, continua quel dialogo tra passato e futuro di cui il nostro tempo ha, oggi più che mai, profondo bisogno.
Ruggiero Delvecchio
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** Mostra itinerante: Sophie Scholl e i giovani della Rosa Bianca
Cinque studenti universitari – Hans e Sophie Scholl, Willi Graf, Alex Schmorell, Christoph Probst, e un professore, Kurt Huber -, un nome romantico, sei volantini e qualche decina di scritte murali contro Hitler, due processi farsa, sei condanne a morte, una ghigliottina efficiente. La storia di resistenza della Rosa Bianca tedesca è storia piccola per dimensioni, di breve durata, ma nello stesso tempo coraggiosa. Una storia che si stava allargando nelle città di Amburgo e Berlino. Sono passati ottant’anni, ma non cessa di inquietare e commuovere profondamente. L’ANPC di Milano ha promosso una mostra fotografica itinerante sulla storia dei giovani della Rosa Bianca Per informazioni:
partigiani.cristiani.milano@gmail.com










Il 9 maggio 1978 veniva ritrovato a Roma, in via Caetani dopo 55 giorni di prigionia, il cadavere dell’on. Aldo Moro; in suo onore e memoria con la Legge 4 maggio 2007, nr. 56 il Parlamento ha dedicato il giorno 9 maggio, quale “Giorno della Memoria” delle vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice. La giornata è stata istituita per ricordare e tributare il riconoscimento del Paese alle vittime nonché il sostegno morale e la vicinanza umana alle loro famiglie.
A ricordo dell’on. Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo
SABATO 9 MAGGIO alle ore 18.30
presso la cattedrale di Piacenza in piazza Duomo
si terrà una messa celebrata da mons. Celso Dosi
al termine una breve prolusione da parte del dott. Pinuccio Sidoli, all’epoca segretario provinciale della Democrazia Cristiana.
Qui di seguito invito e foto manifesto fatto affiggere nel maggio 1978 da Felice Fortunato Ziliani, allora presidente provinciale ANPC.

«Hanno dimenticato tutto? No. Danno piuttosto l’impressione di non aver nulla da dimenticare» Elie Wiesel
Anch’io – come Charlotte Bronte – “ho tentato tre inizi”. Dell’incredibile e misconosciuta vicenda dell’eccidio nazista di Rizziconi, piccolo paese della Piana di Gioia Tauro, avvenuto il 6 settembre del ’43, si può scrivere da molti punti di vista: e-appunto- almeno tre sono quelli che mi vengono letteralmente tra le dita.
Il primo è il racconto stesso dell’eccidio, sul quale esistono fonti scarsissime, alcune delle quali parzialmente prive di verifica. Si è trattato di un cannoneggiamento tedesco avvenuto a ridosso dello sbarco e dell’avanzata anglo americana in Calabria, l’unico eccidio nazista di civili nella Regione, mentre le forze di occupazione stanno lasciando, e molto rapidamente, il nostro territorio. Un resoconto ampio dell’accaduto è contenuto nel solo testo dedicato alla vicenda, che ha svolto un ruolo fondamentale e meritorio nel farla emergere e conoscere e che assume, pur se in un tessuto di connotazioni prevalentemente cronachistiche e letterarie, le scarne ma solide fonti storiche e documentarie utilizzate dal suo prefatore( per es. report canadesi), raccogliendo nello stesso tempo anche il repertorio narrativo orale diffuso nel territorio.[1] Sono morte 17 persone e 23 sono state ferite: i numeri ci parlano inequivocabilmente di una strage di civili innocenti, e, tra questi, undici erano bambini e ragazzi. Il cannoneggiamento sul paese, durato quasi due giorni, è partito probabilmente da un reparto in ritirata, forse dalle alture del monte Poro, e forse causato da un equivoco di cui si dirà più avanti. A compiere la strage probabilmente lo stesso reparto presente nel paese come forza di occupazione fino al 5 settembre e – appunto – in ritirata. Forse, ma forse no. L’anomalia delle modalità e dei tempi dell’eccidio hanno certamente contribuito alla difficoltà estrema del reperimento di fonti e della stessa ricostruzione storiografica.
Il secondo – possibile – punto di vista allarga lo scenario ad un contesto problematico, richiama la questione di una storia del Sud conosciuta assai parzialmente e difficilmente capace di travalicare l’ambito locale e ricongiungersi, contribuendovi sostanzialmente, alla memoria nazionale: anzi rinchiusa in confini stereotipati, come quelli che vogliono tradizionalmente un Mezzogiorno passivo, qualunquista, irredimibile, capace solo di jacqueries pre-politiche. Eppure i casi di eccidi di civili e militari da parte dei tedeschi furono a Sud assai numerosi, ed in Sicilia anche molto precoci, come quello del 12 agosto del ’43, emerso e riconosciuto sin dagli anni ’80, di Castiglione di Sicilia, dove i tedeschi occupanti, in ritirata, massacrarono 16 persone e ne ferirono 20. Ma a differenza delle stragi di civili nel Centro–Nord, che, nel dopoguerra, sono state oggetto di indagini giudiziarie, commemorazioni, ricerche accurate e “titolate”, vi sono stati, nel Mezzogiorno, un inquietante silenzio ed una generale rimozione di questo tipo di episodi. Il Sud è scomparso dai radar della ricognizione storica: si direbbe che non solo la penisola è normalmente andata a due velocità, ma anche la sua storia e memoria. Se oggi si parla, per il Sud, di una ”resistenza breve” come risposta popolare alle razzie e agli atti predatori dei nazisti occupanti (una per tutte, perché davvero molto anticipatoria, quella, ancora una volta siciliana, di Mascalucia, del 2 agosto ’43), gli studi relativi rivestono un’importanza decisiva non tanto– credo – rispetto ai risultati, quanto rispetto alle sollecitazioni che producono, in direzione di una revisione conoscitiva profonda di alcune pagine della storia del Mezzogiorno. Particolarmente rilevante risulta, per la storia della nostra regione, quell’arco temporale che va dal passaggio dello Stretto da parte degli alleati (operazione Baytown) alle diverse fasi della risalita tedesca nel territorio verso la barriera campana.[2]
Il terzo – possibile – punto di vista si è scelto in realtà da sé e riguarda da vicino il paese di Rizziconi, i suoi abitanti ed amministratori, i suoi vecchi e i suoi giovani, i testimoni ormai scomparsi e quelli che non possono più ricordare. La storia dell’eccidio nazista di Rizziconi è finita in una sorta di fangoso seminterrato della storia e non è mai riuscita a toccare alte temperature e fabbricare epiche. Non somiglia affatto alla retorica spesso sanguinaria che, nel centenario della prima Guerra Mondiale, e nel settantesimo della liberazione dopo il secondo conflitto, ha spesso accompagnato le celebrazioni del 2015. Il suo balbettio somiglia piuttosto al dolore, al silenzio e all’impedimento del linguaggio con cui Giorgio VI ha vissuto il suo odio contro il Nazismo: ed anche questa storia aspetta , infatti, il suo discorso.
Nel cammino di conquiste democratiche della gente comune dovrebbe esserci anche il diritto alla propria storia: e forse il lavoro della memoria, al di là delle mode, del business e degli abusi stucchevoli, dovrebbe essere proprio quello di stendere un ponte tra questo diritto e la capacità di portare a sintesi, in un contesto complessivo, le indagini plurali e locali, attribuendo loro un senso, paragonabile a quello delle decine di episodi analoghi avvenuti in quell’arco di tempo. Il caso della Toscana e di molti luoghi dell’Italia centro-settentrionale indica una possibile strategia della ricerca, ma più di recente anche tutte le stragi campane (tutto il casertano, per es., ha conosciuto un numero impressionante di eccidi nazisti e quello di Caiazzo è una sorta di paradigma di quanto avvenuto nel nostro Mezzogiorno) hanno di molto allargato il campo di quello che Portelli chiama lo storiografabile e segnalato contributi di studio davvero molto importanti. Ma il caso di Rizziconi non solo non è entrato in nessuna sintesi, ma non è neppure diventato oggetto di un’analisi condivisa. Si pensi che non esiste – sull’eccidio – neppure una versione ufficiale dell’ANPI, un comitato del quale si è costituito a Reggio Calabria negli ultimi anni. L’interesse della Regione Calabria è fermo alle celebrazioni del 1976, in occasione dell’inaugurazione, in paese, di una stele ai caduti e sorda ad ogni mio tentativo di convincere qualcuno a considerare anche la memoria del territorio, insieme a palazzi, aree archeologiche e castelli, un “bene culturale”. La Scuola e l’Università: gravemente e significativamente assenti. Come suona l’epigrafe di Wiesel, nulla da dimenticare e nulla da ricordare: la ferita non si è mai chiusa perché in realtà non si è mai aperta. L’incubo di cui Primo Levi parla nella Tregua, quello del raccontare inascoltato, l’impossibilità di condividere il racconto, è qui del tutto travalicato dallo spaesaggio, dalla totale mancanza di padri: una strage del tutto “trovatella”, le cui tracce non sono mai diventate storia. La storia – anzi – sembra un lusso che qui la gente non si è potuta permettere. Certamente Rizziconi non è Marzabotto o S. Anna di Stazzema e neppure Guardistallo, paese nel quale l’Amministrazione Comunale ha chiesto ad uno storico di rilievo, Pezzino, una ricostruzione oggettiva e neutrale dell’eccidio nazista lì perpetrato. Tanto meno è S. Anna Morosina, dove un sindaco d’assalto ha chiesto i danni alla signora Merkel per le esecuzioni sommarie di 39 suoi concittadini ad opera di una divisione nazista. A giudicare dalla secca, incomprensibile e distratta risposta della Commissione per il conferimento di una medaglia al valore civile alla memoria delle vittime – iniziativa sacrosanta di una passata amministrazione del paese – quei poveretti sono morti anzi del tutto inutilmente: le condizioni per un risarcimento, sia pure tardivo ed esclusivamente simbolico delle vittime,“non ricorrono”.
Quella che propongo – dunque – è una riflessione provvisoria, e non sui fatti, ma sulla memoria collettiva, privata ed istituzionale, dei fatti, così leggera e tardiva. Non saprei del resto dove cercare paradigmi esplicativi. Tutto quello che sappiamo delle stragi naziste (modalità, responsabilità, cause, modelli, geografia, contesti): tutto è qui violato. Il caso di Rizziconi, almeno per quel che riguarda i pochi dati di conoscenza a disposizione (di appassionati di storia locale che non sono – però – storici di professione), è difficile da situare in una delle tante categorie in cui si è tentato di collocare la pagina delle stragi naziste, soprattutto dopo il’94, data dell’apertura del famoso “armadio della vergogna” di Palazzo Cesi. Molti eccidi nazisti di civili possiedono comunque uno statuto incerto, dipendendo da voci narranti diverse e da vissuti personali inalienabili e reciprocamente opposti o circoscritti a se stessi, come appunto il caso di Rizziconi, ma anche perché imprevedibili e imprendibili sono spesso proprio le condizioni generali oggetto di indagine, soprattutto quelle della ritirata tedesca nel nostro territorio. Nel cercare comunque una ratio dell’eccidio, direi che i propositi di vendetta delle autorità naziste, il prevedibile “farsi nemici” dei tedeschi occupanti, maturato nelle settimane immediatamente precedenti l’armistizio, sono più che sufficienti a spiegare le stragi perpetrate a Sud e la sistematica violenza sui civili, tanto più se si pensa allo stereotipo, fornito al soldato tedesco, di una popolazione italiana, e soprattutto meridionale, vile, ignorante e complessivamente inferiore: la presenza di questo stereotipo è del resto confermata dalle fonti acquisite dalla Commissione storica italo- tedesca.
Il caso di Rizziconi – a me sembra – non è solo quello di disperse e frantumate memorie personali, ipertrofiche o interrotte, angolate o troppo dolorose.[3] Non c’è solo la patologia o la normale distorsione della memoria individuale che accoglie, elide, inventa. Nel ’43 siamo in un ambiente sociale e in uno spazio temporale in cui la memoria, nella forma della tradizione, avrebbe dovuto essere pervasiva e non richiedere una tematizzazione. La memoria vissuta in cui le piccole comunità sono in genere immerse avrebbe dovuto diventare in qualche modo una religione civile ed essere trasmessa. Ma lì è mancato un anello, quello dello spazio delle relazioni pubbliche: e in quello spazio vuoto, in quel tempo senza nulla dentro, si è insediato – forse si è scelto – l’oblio. Qui probabilmente potremmo chiamare in causa le classi dirigenti dell’epoca, la vischiosità dello stato post-fascista, i complessi elementi della dimenticanza, alcuni di calibro internazionale addirittura, di cui da conto, per esempio, il lavoro di Franzinelli. [4] È evidente, nel caso di Rizziconi, la mancanza di quel salto, così necessario alla storia, dal racconto emozionale, intriso di dati mitologici, del tutto privato, allo spazio pubblico condiviso, che assuma, prenda in carico e porti la responsabilità di quel racconto. È invece mancata del tutto una decodifica della sintassi di quella violenza, quella che altrove – invece – ha costituito, per il paese colpito, una cultura ed una tradizione, il suo albero genealogico, il criterio delle sue priorità, l’interesse dei luoghi di memoria, persino un’area di aggregazione per i programmi scolastici del territorio. Il racconto polifonico della comunità, un ampio e probatorio racconto corale qui non ha trovato “autori”. Si è perso – forse per sempre – il passaggio tra l’esperienza dell’evento traumatico e il poterlo pensare con strumenti extra soggettivi. Colpisce, ad esempio, nella narrazione residua, la perdita di informazioni sull’occupazione tedesca precedente la strage: quanto è durata, chi ha occupato, con quali ricadute sulla comunità ed è questa – anzi – la pagina dell’eccidio in cui emergono i ricordi meno attendibili e verificati (per es. che la forza di occupazione fosse la Divisione Goering).[5] Il tempo della causalità si esaurisce nei due giorni in cui i tedeschi lasciano il paese e nei due in cui cannoneggiano. Le descrizioni che ho letto – in tutto tre o quattro – o ascoltato (altrettante), di questa morte inflitta ad un paese contadino attivo, laborioso e forse anche generoso di ospitalità, ieri agli sfollati come oggi agli immigrati, non danno conto, per esempio, dei riti funebri – che pure dovrebbero esserci stati – e delle sepolture e neppure dello strazio che deve avere attraversato il paese in modo devastante. Forse molta gente del posto ha pagato con la solitudine e l’odio un dolore che poteva e doveva essere comune e che, per qualche ragione, non lo fu. Di chi è stato il vantaggio? Non credo francamente di nessuno: neppure delle tante amministrazioni che hanno attraversato la storia del paese, senza vedere, sentire e prendere in carico quella narrazione.
Eppure l’eccidio del 6 settembre del ’43, in uno sperduto, marginale paese che neppure era segnalato nelle carte militari, presenta, nelle narrazioni correnti, e come in una sorta di migrazione dei simboli, i segni archetipici di molti altri più titolati racconti: il tedesco che torna e incrocia con lo sguardo l’eroe paesano Don Riso, che in qualche racconto è inviato dal suo comando per un controllo ed in qualche altro – meno plausibilmente – per chiedere perdono (ma in qualche altro ancora non è un tedesco, ma un inglese in perlustrazione), il tema del soldato buono, che scambia tabacco e vino con la gente del posto, in un clima amichevole e comunque non conflittuale, e allestisce una cucina da campo per la comunità duramente provata dalla fame e dal mercato nero. Ma soprattutto anche nel nostro caso compare quella così significativa e ricorrente “metamorfosi della memoria” che ha come risultato la ricerca di un capro espiatorio. Anche a Rizziconi, come a Castiglione di Sicilia, a Caiazzo, a Bellona, Conca di Campania, Pignataro Maggiore, per restare nel campo delle stragi del Sud (e dunque neppure sfiorare il confine dell’enorme questione che è quella delle vulgate antiresistenziali, dove il tema del colpevole “altro” è onnipresente), nel repertorio narrativo è sempre visibile e molto diffusa una qualche introiezione delle ragioni del nemico. Nel nostro caso la circostanza che avrebbe – e molto probabilmente ha davvero – scatenato il cannoneggiamento sul paese sarebbe stato lo sconsiderato gesto di un gruppo di paesani, Micu u’ Russu in testa, che issano, sul campanile della Chiesa, un lenzuolo bianco a mò di bandiera, per segnalare agli alleati che stanno avanzando l’avvenuta fuga dei tedeschi ed evitare quindi azioni ostili da parte loro sull’abitato. Quello che doveva quindi essere un “indice di resa” diretto agli alleati diventa invece un chiaro bersaglio per gli shrapnel tedeschi. Sia questo racconto che l’altro-piuttosto diverso- secondo cui il lenzuolo bianco viene issato per far cessare il bombardamento già in atto-semplificano, condensano e accedono a livelli di verità e giacimenti di significati del tutto inespressi.[6] Nei racconti diversi-del resto- spesso le emozioni slittano allo stesso modo e il ricordo della violenza nazista invece arretra, quasi si fonde con quella dei micidiali bombardamenti alleati sui paesi vicini: l’una e gli altri interpretati spesso come un’ineluttabile evenienza naturale.
L’eccidio di Rizziconi è finalmente entrato – quest’anno – nell’Atlante delle stragi nazifasciste perpetrate nel nostro paese, in corso di compimento ad opera di storici di fama internazionale: il progetto, finanziato dal Ministero degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, sta portando a sintesi una quantità rilevante di ricerche non omogenee( degli Istituti Storici per la Resistenza, delle Commissioni Parlamentari di inchiesta, della Commissione Storica italo-tedesca , di comunità scientifiche, di sezioni locali dell’Anpi ecc.): entro il 2015 si avrà forse un sito Web ed una pubblicazione che daranno conto degli episodi di micro e macro violenza di cui fu vittima la popolazione civile italiana, ad opera dei nazisti e dei loro alleati italiani. Il Comitato”6 settembre ‘43”, costituitosi per iniziativa di chi scrive e di Catananti, ha spinto per l’inserimento dell’eccidio di Rizziconi in questo Atlante. Abbiamo perseguito questo obiettivo caparbiamente (e lo abbiamo colto, anche se con molta fatica) perché il lavoro della memoria resta l’unico, per quanto tenue, filo di speranza che possiamo tessere: ricordiamo per sperare, per dare senso al futuro, per capire meglio il dolore degli altri. Altrettanto caparbiamente il Comitato andrà avanti, riproponendo la concessione di un’onorificenza al valore civile per la memoria delle vittime. Non astrattamente “per non dimenticare”, ma perché non si dimentichino quelle storie e quei morti, perché quei bambini e quei ragazzi che non sono diventati adulti non siano solo una catastrofe del senso, ma un sacrificio fondativo di qualcosa, per esempio di un diverso sapere di sé e magari di una diversa coscienza civile. E lo abbiamo fatto – infine – perché la strage viva una seconda volta: nel cuore e nel ricordo della comunità, attraverso la restituzione e il dono del racconto perduto.
Donatella Arcuri
[1] Antonino Catananti Teramo-Lo sbarco in Continente: il bombardamento tedesco del 6 settembre 1943-Città del Sole, Reggio Calabria 2006_ il testo reca una bella e documentata introduzione di Giuseppe Marcianò, autore di Operazione Baytown- Lo sbarco alleato in Calabria– Città del Sole, Reggio Calabria 2003. Peraltro occorre segnalare che il primo riferimento all’episodio in questione , almeno nell’ambito della storiografia nazionale, si trovi nella “Carta delle principali stragi nazifasciste nell’Italia occupata 1943-1945” allegata al testo Un percorso della memoria- guida ai luoghi della violenza nazista e fascista– a cura di Tristano Matta-Mi, Electa, 1996, su indicazione dello storico Capogreco, coautore dell’opera. Una seconda segnalazione della vicenda è inoltre contenuta nella tabella sinottica messa a disposizione del gruppo di lavoro sull’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia dai figli dello storico De Simone, dopo la sua morte, avvenuta nel 2000. Nella prima sezione di tale tabella la strage di Rizziconi era correttamente compresa tra quella di Castiglione di Sicilia e quella di Minervino Murge.
[2] La bibliografia sulle stragi naziste nel Sud, compiute durante la ritirata verso Nord, è ormai davvero consistente e pregevole. Mi limito qui a citare però solo gli studi notissimi della Gribaudi, che imposta una metodologia destinata a fare scuola in materia e della Chianese, le cui pagine sulla Calabria non recano traccia – purtroppo – dell’eccidio di Rizziconi. Cfr. in particolare G. Gribaudi, S.Ascione, A. De Santo– Terra Bruciata –Le stragi Naziste sul fronte meridionale – L’ancora del Mediterraneo, 2003 ; G. Chianese – Basilicata, Calabria, Campania , Puglia- in Dizionario della Resistenza- Storia e Geografia della Liberazione– vol. I-Einaudi, Torino 2000
[3] Un estratto dall’inedito Dell’origine di Rizziconi di un testimone dei fatti del ’43, Bernardo Collufio, allora sedicenne, dà un’idea precisa della pluralità circolante e conflittualità delle memorie, delle narrazioni e contronarrazioni sostitutive della storia opaca. Il caso di Collufio mostra peraltro non tanto divergenze assolute dal modello corrente di racconto, quanto la specialità locale di memorie che pretendono ciascuna l’esclusività, memorie l’un contro l’altra armate, immerse in un tessuto e vissuto di antipatie personali non più scalfibili e legate peraltro ad un filo esilissimo di pretese varianti. Molto interessante è, nel caso di Collufio, una sorta di contro-memoria quando il suo racconto (in questo caso orale) suggerisce che il danno da schegge di shrapnel alla base del campanile, oggi preservato ed indicato da una lastra di vetro , fosse in realtà, prima che una qualche amministrazione del paese provvedesse ad allargarlo ad arte, ben “poca cosa”.
[4] Mimmo Franzinelli- Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001– Mondadori, Milano
[5] Cfr. Rocco Lentini-Fascismo, borghesia agraria e lotte popolari in Calabria: Rizziconi 1918-1946-Jason Editrice, Reggio Calabria 1992. Il volume dedica tre pagine al cannoneggiamento tedesco su Rizziconi, attribuendo l’occupazione del territorio precedente la strage –appunto- alla Divisione Goering, come del resto indica anche l’articolo richiamato dal testo di Lentini (cfr. Domenico Argirò- Quell’ultimo rigurgito di guerra– in Gazzetta del Sud 3 ottobre 1987). Su questo punto mancano in realtà dati documentali fondati: che si tratti della “munitissima divisione tedesca Goering” sembra un dato forse approssimativo e non del tutto concordante con quanto sappiamo della presenza tedesca nel territorio, in particolare della Divisione 29 Panzer Grenadier, con i suoi due reggimenti (15 e 71).
[6] Sia il testo di Lentini (Fascismo, Borghesia agraria cit.), sia un breve paragrafo contenuto in una brochure finanziata dalla Regione Calabria qualche anno fa e dedicata ai luoghi della memoria, sempre a firma dello stesso autore, recano- direi con enfasi diversa- la tesi che il cannoneggiamento su Rizziconi sia stata in realtà una rappresaglia (“i contatti tra inglesi, popolazione civile, che aveva tagliato i fili interrompendo il ponte radio con il 53.mo Reggimento, e i tedeschi, fu alla base della rappresaglia”). Ci piacerebbe molto aderire a questa tesi, che farebbe rientrare l’episodio piuttosto che in una cultura della morte seriale ed indifferente, in una più vasta e comprensiva memoria nazionale delle stragi naziste, inclusiva di un giudizio storico molto articolato sulla non meglio identificata “popolazione civile” ed i suoi contatti con gli inglesi. Anche qui –purtroppo- non si trova traccia documentale di alcun taglio di fili(salvo che nelle due o tre righe dedicate alla vicenda nei diari, di recente ripubblicati, a cura di Pesenti Rossi ,di Fortunato Seminara, di cui Lentini si è appunto occupato, e dai quali presumibilmente trae la suggestione della rappresaglia). Purtroppo mancano anche eventuali dati sulla triangolazione individuata e causa della rappresaglia stessa- le date sono stranamente retrocesse – così come altrettanto volatili sembrano alcune altre dicerie raccolte (cfr.Collufio) su improbabili furti di portafogli tedeschi o addirittura armi. In ogni caso l’ipotesi di Lentini- forse un probabile esempio di memoria a tesi- si collegherebbe circolarmente con l’idea che il lenzuolo posto in cima al campanile fosse stato collocato per chiedere la resa, a bombardamento già iniziato.

Per l’occasione l’ANPC – Associazione Nazionale Partigiani Cristiani insieme all’Associazione Musikologiamo organizza una serata dedicata alla sua figura. Appuntamento mercoledì 29 aprile, ore 21, Chiesa di San Rufo a Rieti, Centro d’Italia. Proiezione del film: “L’uomo che guardava al futuro” di Giorgio Capitani. Ingresso libero.
Enrico Mattei è stato un grande patriota, comandante partigiano, fondatore dell’ANPC e protagonista della ricostruzione economica dell’Italia nel dopoguerra. Con la nascita dell’ENI, seppe dare energia e dignità a un Paese da ricostruire, sfidando monopoli internazionali e mettendo sempre al centro l’interesse nazionale.
Nell’80° anniversario della Repubblica, ricordare Mattei significa mettere in risalto una figura capace di unire spirito di resistenza, visione industriale e amore per l’Italia. La sua eredità morale e politica resta un punto di riferimento per chi crede in un Paese libero, indipendente e solidale. La scelta della Chiesa di San Rufo, nel Centro d’Italia, vuole essere anche simbolica: da qui riparte una memoria che guarda al futuro. La cittadinanza è invitata a partecipare.

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Il 28 aprile 2026 presso l’Università di Cassino si è svolto il convegno “𝑪𝒂𝒕𝒕𝒐𝒍𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒆 𝒄𝒂𝒕𝒕𝒐𝒍𝒊𝒄𝒊 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑹𝒆𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆𝒏𝒛𝒂. 𝑻𝒓𝒂 𝒎𝒆𝒎𝒐𝒓𝒊𝒂 𝒆 𝒇𝒖𝒕𝒖𝒓𝒐”, un appuntamento molto partecipato che ha offerto spunti profondi di riflessione sul rapporto tra memoria storica, impegno civile e futuro della nostra democrazia.
Sono intervenuti:
• S.E.R. Mons. Gerardo Antonazzo, Vescovo di Sora–Cassino–Aquino–Pontecorvo
• On. Silvia Costa, Vicepresidente nazionale ANPC
• Sen. Graziano Delrio, membro della Commissione Affari esteri e difesa del Senato
• Prof.ssa Grazia Loparco, Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”
Un dialogo ricco, che ha intrecciato storia, testimonianze e prospettive, valorizzando il contributo delle coscienze cattoliche nella costruzione dell’Italia libera e democratica.





Sulla esclusione di ANPI Piombino dalla scaletta del 25 aprile
I PARTIGIANI CRISTIANI A FIANCO DI ANPI: AMAREZZA E SDEGNO
“Il 25 aprile è la festa di tutti gli italiani. Non può essere sporcata da violenze né da censure”
Firenze, 29 aprile 2026 – Stentiamo a credere che una notizia così inaccettabile sia vera: la esclusione, a Piombino, della locale ANPI dalla scaletta di chi è intervenuto alla cerimonia di questo 25 aprile riempie non solo di amarezza ma anche di sdegno. Qualunque sia il motivo addotto, si è trattato, da parte del Comune, di un fatto grave: un fatto, inaccettabile, che umilia e ferisce non solo l’ANPI ma tutti i cittadini e tutte le realtà associative compresa la nostra. ANPI è da sempre impegnata su memoria e testimonianza dei valori resistenziali. Dopo la sconfitta del nazifascismo grazie agli Alleati ma anche grazie al ruolo dei partigiani di diversa estrazione politica, è su quei valori che è nata la nostra democrazia.
Come associazione fondata nel 1947 da Enrico Mattei per fare memoria sulla natura plurale della Resistenza e in particolare sul ruolo dei cristiani, siamo solidali con ANPI e con la sezione piombinese.
Ci siamo ricostituiti in una parte di Toscana da pochi mesi e, in collaborazione con le altre associazioni e con gli Istituti Storici della Resistenza, vogliamo fare la nostra parte per ricordare che il 25 aprile è festa per tutti gli italiani. Non può essere sporcata da comportamenti violenti di varia natura, chiunque li compia, né da episodi censori come questo.
Marco Martini – Presidente sezione interprovinciale Firenze, Prato, Pistoia, Pisa ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cristiani)