ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

QUEL LONTANO MA SEMPRE PRESENTE 16 OTTOBRE 1943

Alle 5.30 di sabato, il sacro giorno dedicato interamente al Signore, del 1943, per 1023 persone, donne, uomini, 207 bambini, termina il doloroso viaggio iniziato il 30 ottobre del 1938, data della emanazione delle leggi razziali contro gli ebrei. E’ nel ghetto romano che le truppe nazifasciste iniziano il rastrellamento, prima prova generale,con l’aiuto diretto dei repubblichini, fonte di informazione e presenza esterna alla “zona  di operazione”, che si concluse due giorni dopo con la partenza del primo grande treno della morte dalla stazione Tiburtina. Delle 1023 persone ne tornarono solo 16,15 uomini ed una donna. Stazione d’arrivo il grande complesso “industriale” di Auschwitz-Birkenau. Una data che risveglia in tutti noi, ogni anno, emozione, dolore. Che aumenta sempre più con il passare del tempo, soprattutto nei momenti in cui si vedono ombre nere che tentano di oscurare quello che fu il momento più terribile del XX secolo. Pianificare la distruzione di un popolo! La soluzione finale, frutto della “crudeltà” intellettuale delle leggi razziali. Immaginare come uomini, possano aver prima giustificato le leggi razziali culturalmente e scientificamente(!) è imperdonabile. Ai dieci firmatari del Manifesto della razza si affiancarono infatti altre 329 personalità di ogni campo di attività. Ma peggio ancora spaventa assistere ad una “riscoperta” di quelle “tesi”. Ricordiamo quelle sorelle e fratelli ebrei, bambini, donne, uomini, la loro sofferenza e la mancanza di una tomba dove deporre una pietra. Ma non dobbiamo essere solo notai del dolore! Continuare si  a mantenere viva la memoria, non basta, dobbiamo agire e avere quel coraggio che ebbero, laici e religiosi, che aiutarono gli ebrei, li salvarono, li ospitarono, mettendo a rischio la loro stessa incolumità. Questo deve insegnarci il 16 ottobre del 1943. (a.s.)

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La Sinagoga a Roma

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Consiglio Nazionale del 4 Ottobre 2018

VERBALE DELLA RIUNIONE DEL CONSIGLIO NAZIONALE

Roma, 4 Ottobre 2018

             Giovedì 4 Ottobre 2018, alle ore 11:00, presso la Sede nazionale a Piazza Adriana 3,Roma si  è riunito il Consiglio Nazionale dell’ANPC con il seguente Ordine del giorno:

  • Comunicazione del Presidente;
  • Comunicazione del Segretario;
  • Organizzazione prossimo Congresso Nazionale: determinazione data e modalità di rappresentanza;
  • Varie ed eventuali.

 Sono presenti: Giuseppe Matulli,Anna Maria Cristina Olini, Angelo Sferrazza, Ferdinando Sandroni, Maurizio Gentilini, Aladino Lombardi, Giorgio Prinzi, Luisa Ghidini, Gianfranco Noferi, Maria Caterina Iapoce ed Ettore Romanelli.

Assenti giustificati con delega: Carla Roncati, Antonio Cipolloni, Andrea Rossi, Lino Garlini, Mario Spezia, Giuseppe Accorinti, Carlo Costantini, Carla Bianchi Iacono, Giuseppe Strinati.

Il Presidente Giuseppe Matulli apre la riunione salutando il Consiglio e ripetendo l’ordine del giorno.

Passa la parola al Segretario Maurizio Gentilini che espone il progetto presentato al Ministero della Difesa sul tema “La presenza delle forze armate nella Resistenza e nella Lotta di Liberazione”. Il progetto avrà un taglio divulgativo, con videointerviste a storici ed esperti, con un’ampia raccolta di materiale iconografico da inserire sulla nostra piattaforma www.resistenzaedemocrazia.it. Si attente l’accettazione formale del progetto.

Sferrazza sottolinea l’importanza del tema. A sostegno iconografico è possibile recuperare produzioni Rai sul tema dei militari e la Resistenza e presenza nella Guerra di Liberazione citando un programma a cura dello stesso Sferrazza.

Gentilini conclude dicendo che si è anche presentato un progetto per il contributo per l’anno 2019 sull’anniversario del Patto Atlantico. Un avvenimento importante per la politica nazionale ed europea, con un forte legame al contributo delle Forze Armate.

Prende la parola il Presidente Matulli che espone considerazioni sull’attualità del momento difficile che sta vivendo il nostro Paese. Abbiamo ormai la consapevolezza che la Resistenza non va strumentalizzata come un elemento di competizione fra le varie associazioni, ma che diversamente va unitariamente inquadrata nella sua più grande eredità: la Costituzione. C’è amarezza sul constatare il grado di ignoranza dilagante sulla conoscenza della storia e che la maggioranza delle persone, non solo nelle nuove generazioni, ma anche quelle di cultura o addirittura di alte cariche istituzionali, ignori cosa abbia rappresentato la Resistenza e come sia nata la Costituzione. Nell’opinione pubblica c’è un atteggiamento diffidente e si respira un pericoloso ritorno ai vecchi nazionalismi: importante quindi ancorare il ricordo della Resistenza alla storia, ma non basta.  Bisogna anche con altre associazioni cattoliche collaborare per arginare il pericoloso fenomeno sottovalutato del sovranismo e dei vari popolusmi. Non facciamoci scoraggiare dalle difficoltà, oggi ha un senso la nostra vita associativa se iniziamo questo percorso ed il Congresso deve essere l’occasione per una nuova partenza anche e soprattutto in vista delle prossime elezioni europee. Quindi il nostro focus dovrà essere un discorso agganciato all’importanza dell’europeismo e cosa ha rappresentato la Resistenza in Europa.

Il tema del Congresso dovrà essere: “Dopo 75 anni dalla Resistenza fra storia e politica per prendere atto dei nuovi problemi che hanno bisogno di un impegno nuovo”. Matulli propone poi dei possibili relatori (uno storico ed un personaggio politico) e chiede ai consiglieri proposte e considerazioni sul tema.

Giorgio Prinzi prende la parola ribadendo l’urgenza di rendersi conto che si stanno ricreando le condizioni di quello che fu il prefascismo. Si sottovaluta nella coscienza pubblica il fatto che si manifestino anche senza pudore idee molto pericolose per la nostra democrazia. Condivide in pieno le idee del Presidente Matulli e le linee guida per il Congresso.

Ferdinando Sandroni prende in esame importanti temi associativi, di come procedere per il nuovo tesseramento. Condivide la preoccupazione sui problemi attuali messi in luce dal Presidente. Propone alcuni storici come possibili relatori del Congresso e si impegna a coinvolgere per il Congresso anche tutte le associazioni territoriali cattoliche e gli istituti storici.

Aladino Lombardi ricorda che questo è il settantesimo anno della nascita della nostra Associazione fondata da Enrico Mattei e cita pagine del libro La pecora Nera di Italo Pietra dove veniva ricordato il Mattei partigiano. Elenca vari anniversari a cui non possiamo mancare, racconta anche le esperienze delle cerimonie a cui ha presenziato con il fazzoletto blu, dove si riscontra un nuovo interesse per la nostra associazione. Tra le varie proposte importante inserire nei lavori del Congresso  anche un relatore ecclesiastico.

Luisa Ghidini ritiene fondamentale collegare la nostra Associazione ad un discorso europeo, come proposto dal Presidente, proprio per rivitalizzare la nostra Associazione. Si impegnerà nel riprendere i rapporti con le associazioni cattoliche nella sua zona.

Angelo Sferrazza: parla dei rapporti con l’Anpi e ribadisce fortemente il concetto che il tempo delle divisioni è passato, bisogna tutti collaborare. Da parte dell’Anpi si nota un diverso atteggiamento rispetto al passato e un diverso dialogo da coltivare. Conviene sull’importanza del discorso sull’Europa. Per il Congresso è fondamentale allargare l’invito a più associazioni cattoliche possibili. Propone anche di invitare i Valdesi che hanno combattuto i nazifascisti nelle Valli con numerosi morti.

Gianfranco Noferi ringrazia per l’accoglienza nel Consiglio. Il suo contributo può essere soprattutto sulla comunicazione e propone di creare un contenitore che raccolga tutti i documentari e le interviste Rai sui vari temi della Resistenza. Riuscire ad affascinare i giovani (e non solo) per far conoscere la storia perché se non si conosce la storia si è destinati a ripeterla. Le elezioni europee sono un’occasione importante per rilanciare l’associazione e coinvolgere l’opinione pubblica.

Cristina Olini: informa sullo stato del censimento che stiamo facendo con i nostri referenti di sezione e su Roma. A livello organizzativo si discute su una possibile data del Congresso: si decide che a dicembre con le troppe festività è difficile la realizzazione. Si potrebbe pensare alla fine di gennaio.

Il Presidente Matulli conclude con soddisfazione che tutti abbiano valutato  il discorso sull’Europa come scelta strategica. Si potrebbe addirittura in sede di congresso proporre una modifica dello Statuto inserendo il discorso sull’Europa tra gli scopi dell’Associazione. Si debbono riprendere contatti con ACLI, MEIC (Movimento ecclesiale laureati cattolici) UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) e chiedere alla CEI un assistente ecclesiastico.

La riunione si chiude con la suddivisione dei compiti ed il caloroso ringraziamento del Presidente a tutti i presenti.

L’ultimo saluto a Monsignor Barbareschi

Ieri si sono svolti i funerali di Monsignor Barbareschi, protagonista dell’antifascismo cattolico tra i preti «ribelli per amore», Giusto tra le nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza. Il rito funebre è stato presieduto da monsignor Franco Agnesi, Vicario generale e Vescovo ausiliare della Diocesi. L’omelia è stata pronunciata da don Giuseppe Grampa, da anni legato da intensa amicizia a monsignor Barbareschi. La riflessione di don Grampa ha preso spunto da uno scritto dello stesso Barbareschi (Clicca qui per leggere: Il-messaggio-di-monsignor-Barbareschi )che il sacerdote scomparso ha voluto che fosse reso pubblico durante le esequie. «Quante esperienze, quanti servizi hai reso alla Chiesa e al nostro Paese, quanti incarichi hai ricoperto, quante Istituzioni devono ricordarti! – ha sottolineato don Grampa -. Non dovremo dimenticare, ma ricuperare e custodire la viva memoria dei tuoi giorni». La cerimonia è stata molto partecipata ed in tanti si sono ritrovati per dare l’ultimo saluto a Don Giovanni. Dai banchi si è alzata spontaneamente una canzone dedicata alla Madonna (Nel cielo brilla una stella), che gli scout sono soliti cantare. Era presente anche una delegazione dell’ANPC con Silvia Barbanti (moglie di Giovanni Bianchi) ed Emanuele Locatelli (rappresentante delle Aquile Randagie).

Resteremo sempre grati a questo straordinario testimone di fede e di amore, che «tutto ha vissuto con intensità affettiva, con passione comunicativa, con testimonianza coraggiosa» usando le parole che l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, ha inviato nel messaggio letto durante i funerali del sacerdote ambrosiano –  ricordando la straordinaria figura di monsignor Giovanni Barbareschi.

Don Barbareschi: addio a un prete ribelle per amore

Ci ha lasciato nella notte del 4 Ottobre un protagonista della Resistenza, prete partigiano, che salvò  tanti ebrei e antifascisti.

L’ANPC si unisce al cordoglio per il dolore di questa perdita e lo ricorda con questo articolo dell’Avvenire che bene lo dipinge.

Monsignor Giovanni Barbareschi è morto nella serata di giovedì 4 ottobre,  Aveva 96 anni il sacerdote ambrosiano, protagonista dell’antifascismo cattolico e tra i preti «ribelli per amore», Giusto tra le nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza.

La camera ardente, in via Statuto 4 a Milano, sarà aperta al pubblico sabato 6 e domenica 7 ottobre dalle 10 alle 18.

Don Giovanni Barbareschi nasce a Milano l’11 febbraio 1922. Prima di essere ordinato sacerdote, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio e Dino Del Bo, partecipò agli incontri che portarono alla fondazione de Il Ribelle, giornale che «esce quando può» (26 numeri in totale), malgrado gli enormi rischi sia per stamparlo, sia per distribuirlo. L’8 settembre 1943 decide di appoggiare la Resistenza. Entra nelle Aquile randagie, il movimento scout milanese clandestino. Collabora attivamente all’opera di Oscar (Organizzazione soccorso collocamento assistenza ricercati) preparando i documenti falsi e portando in salvo in Svizzera molti ricercati (ebrei, renitenti alla leva, evasi dai campi di prigionia, intellettuali e politici antifascisti).

Il 10 agosto 1944, ancora diacono, fu incaricato dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster di andare a impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto. Tre giorni dopo (13 agosto) venne ordinato sacerdote dal cardinale Schuster e celebrò la sua prima Messa il 15 agosto; la notte stessa fu arrestato dalle SS, mentre si stava preparando per accompagnare in Svizzera alcuni ebrei fuggitivi. Restò in prigione fino a quando il cardinale non ne ottenne la liberazione. Quando in seguito si presentò a lui, Schuster si inginocchiò e gli disse: «Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?».

Dopo qualche giorno don Barbareschi partì per la Valcamonica, aggregandosi alle Brigate Fiamme Verdi e divenne cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato, fu portato nel campo di concentramento di Bolzano, da dove riuscì a fuggire prima di essere trasferito in Germania. Ritornato a Milano divenne il “corriere di fiducia” tra il Comando alleato e quello tedesco durante le trattative per risparmiare la città da rappresaglie. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adoperò per evitare rappresaglie contro i vinti.

Nel dopoguerra, tornato all’attività pastorale e all’insegnamento, fu assistente diocesano della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e tra i fondatori della Fondazione Giuseppe Lazzati. Grande amico di don Carlo Gnocchi, lo aiutò nella sua opera e divenne il suo curatore testamentario.

Fu legato al cardinale Carlo Maria Martini da sentimenti reciproci di stima e di affetto e collaborò con lui nell’organizzazione della Cattedra dei non credenti. Nel 2012 il Corriere della Sera rese pubblico on line un video nel quale don Barbareschi intervistava Martini nel 50° anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II. In quell’occasione il cardinale disse: «Mi pare che don Barbareschi, che stimo e apprezzo da tanti anni come patriarca, sia in diocesi rappresentante della tradizione e questa sia un’occasione per rendergli omaggio. Grazie».

Nel 2011 monsignor Barbareschi fu insignito dell’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza civica di Milano.

 

Un nuovo libro su Don Giuseppe Borea

Lunedì 8 ottobre pv presso la sala di Palazzo Galli (Banca di Piacenza) in via Mazzini, 14, verrà presentato il nuovo libro su don Giuseppe Borea.

Il libro che vuole proseguire sulla strada della maggiore conoscenza e divulgazione della vita e delle opere del sacerdote (fucilato dai nazi-fascisti il 9 febbraio 1945) ha visto la nostra Associazione tra i promotori.

L’evento è pubblico aperto a tutti, al termine ai partecipanti verrà fatto omaggio, dalla Banca di Piacenza, della pubblicazione.

E’ questa una bella occasione per rivivere un’altra pagina di storia che è stata determinante per la costruzione della nuova Patria, libera e democratica.

Tra l’altro è un’occasione importante a testimonianza, ancora una volta, dell’apporto decisivo che hanno avuto i cattolici (e la Chiesa) all’indomani dell’8 settembre 1943, per la liberazione del nostro Paese.

Ringraziamo di cuore il nostro Presidente provinciale di Piacenza Mario Spezia per il suo grande impegno e ci congratuliamo per l’importante iniziativa.

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9 Settembre 1943 e un libro da non perdere

Ai 75 anni trascorsi (9 Settembre 1943-9 Settembre 2018): La difesa di Roma da parte dei Granatieri di Sardegna, integrati da reparti di Bersaglieri, carabinieri ed altri nuclei, con l’ausilio della popolazione civile del quartiere della Montagnola a Roma che fu la prima battaglia della Resistenza all’invasione tedesca:

copertina cipolloni

8 Settembre 1943

Pubblichiamo il ricordo di Umberto Armanino: “L’8 settembre dell’ormai lontano 1943, le prime azioni di sabotaggio da parte della popolazione dell’alta Val Di Vara e Alta Val Taro a danno delle truppe tedesche. Mi racconta ancora oggi il mio vecchio, che Lui Armando e suo fratello Lorenzo, si trovavano in Località Chiappone e stavano ascoltando il proclama del M.llo Badoglio. A quel punto, si guardarono negli occhi e capirono che, quei soldati tedeschi appostati in Località Groppini ( da li controllavano il passaggio sulla SS523) che incontravano tutti i giorni andando a fare il pastore, dopo la scuola, se prima ci scambiavano qualche parola amica, da quel momento dovevano considerarsi nemici.. e tutto questo, mentre l’Italia e il suo esercito era completamente allo sbando. Iniziarono a tagliare in più punti, le linee di comunicazione, tagliando i fili e portandoli via. Ersero cataste di legna in mezzo alla strada statale e fecero cadere intere piante sulla stessa. Tutto questo al fine di favorire l’intervento di una someggiata di Alpini di istanza circa Sesta Godano; credevano che tutti quei soldati italiani avrebbero potuto facilmente avere la meglio su circa 30 soldati tedeschi. Ma le cose andarono differentemente. Quei soldati tedeschi, sempre ben organizzati e comandati, riuscirono ad avere la meglio e fecero moltissimi prigionieri che scortarono prima a Borgo Val di Taro e poi via coi i vagoni merci. Da quel momento le famiglie di boscaioli e agricoltori dell’Alta Val di Vara fecero differenti incontri al fine di organizzare “la resistenza”. Mi ricorda ancora oggi mio Padre, che la sua famiglia ha ospitato per tutto il periodo della resistenza soldati alpini allo sbando e molti sono stati sistemati presso altre famiglie. Oltre a rinnovare il più sentito GRAZIE a tutti i Partigiani, estendo gratitudine a tutti quei soldati Alpini che hanno scelto di stare dalla parte della popolazione a combattere sui monti con i Partigiani. Grazie a TUTTI per averci oggi ricordato! Umberto Armanino”.

Grazie per la tua testimonianza sempre attiva.

19 luglio 2018:75° Bombardamento San Lorenzo

L’ANPC ha presenziato a tutte le cerimonie del 75° Anniversario del bombardamento sul quartiere tiburtino di Roma a San Lorenzo. Al termine delle cerimonie ha preso la parola il nostro Consigliere Aladino Lombardi ricordando il contributo dei Partigiani Cristiani alla lotta di Liberazione unitamente a tutto un mondo Cattolico che non sempre viene ricordato con la necessaria memoria storica.

Alle ore 9.00 – Deposizione di una corona di alloro al deposito Atac di Via Prenestina presso la lapide commemorativa dei dipendenti caduti durante i bombardamenti.

Alle ore 9:35 – Deposizione di una corona di alloro presso la lapide commemorativa (corona normale con tre gambe) dell’impianto ferroviario di Roma S. Lorenzo.

Alle 10.20 – presso Piazzale del Verano omaggio floreale al Monumento dedicato al Sommo Pontefice Pio XII e subiti dopo deposizione di una corona di alloro presso la lapide commemorativa in ricordo del Generale Azolino Hazon, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri e del Colonnello Ulderico Barengo, Colonnello di Stato Maggiore dei Carabinieri.

Alle 11:00 – Deposizione di una corona di alloro presso il Monumento ai Caduti del Quartiere Tiburtino,. Presente anche il Gonfalone di Roma Capitale, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare. Onori militari resi da un reparto del Comando Militare della Capitale.

Roma non dimentica. Il Sindaco Virginia Raggi ha chiuso le cerimonie con un suo intervento dichiarando con fermezza: “Non rendiamo vana la storia”.

Una Messa per Giovanni Bianchi

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Il giorno 24 luglio 2018 ricorre l’anniversario della morte dell’On. Giovanni Bianchi al quale resteremo sempre legati con affetto e riconoscenza per il suo esempio e la sua testimonianza, non solo come Presidente dell’ANPC e delle Acli, ma come uomo, come credente e come politico.

La Presidenza nazionale delle Acli ha organizzato una S. Messa commemorativa che si terrà alle ore 18.30 di martedì 24 luglio p.v. presso la Chiesa di San Gregorio Nazianzeno nel complesso di Vicolo Valdina della Camera dei Deputati.

La Messa sarà celebrata da Don Francesco Pesce, incaricato per la Pastorale Sociale della Diocesi di Roma e Accompagnatore delle Acli provinciali.

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Commemorazione 67 martiri Fossoli

74° ANNIVERSARIO DELL’ECCIDIO DEI 67 MARTIRI DI FOSSOLI CARPI

(Erano presenti il sindaco di Fossoli, Alberto Bellelli, l’onorevole Pierluigi Castagnetti e il presidente della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. In più molte altre delegazioni della Lombardia, Milano,  Monza, Lecco, Como ecc. con i Gonfaloni delle rispettive città).

 Poligono di Tiro di Cibeno – Fossoli di Carpi (MO)

Domenica 8 luglio 2018

Carla Bianchi Iacono*

Il luogo dove sorge il Campo di concentramento di Fossoli era stato scelto per la sua posizione geografica, non troppo a Nord e non troppo a Sud della penisola ma soprattutto per la vicinanza al nodo ferroviario della linea Verona-Brennero, che sarebbe diventato il percorso strategico per i successivi trasporti verso i campi di concentramento e di sterminio d’Oltralpe.

Nel Campo, recintato da un doppio ordine di reticolati divisi da un fossato, sorgevano le torrette di legno delle sentinelle, potenti riflettori illuminavano di notte il recinto, le baracche di mattoni erano allineate in doppia fila su un lato del rettangolo.

Dal febbraio del 44 il Campo si chiamerà Polizei und Durchgangslager, Campo di polizia e di transito per deportati politici e razziali, dipendente dal comando tedesco con sede a Verona

Don Venturelli, parroco di Fossoli, dal 1943 fino alla fine della guerra, per incarico del vescovo di Carpi Vigilio Federico Dalla Zuanna, si recava regolarmente all’interno del Campo, per provvedere sia agli obblighi che il suo stato sacerdotale gli imponeva, sia per soccorrere e alleviare in tutti i modi possibili gli internati ariani ed ebrei. L’aiuto e il soccorso erano concreti; il suo recapito serviva ai parenti dei prigionieri per inviare lettere, denaro, qualche volta i pacchi e in modo particolare per raccogliere notizie sugli arrivi e sulle partenze da trasmettere ai familiari che ne avevano fatto richiesta.

La sera dell’11 luglio 1944, dopo l’appello regolamentare, furono chiamati nominalmente e non per numero, come al solito, 71 internati politici, che furono avvisati di prepararsi per la partenza per la Germania, la mattina successiva.

Poiché la partenza era prevista per le prime ore dell’alba, prima cioè dell’apertura delle baracche, per quella notte avrebbero dormito in una baracca rimasta vuota: portassero lì i loro bagagli e i pagliericci.

Gli internati si preoccuparono: erano giunte al Campo SS di rinforzo, il numero dei chiamati era anomalo, c’era una strana aria in giro… Non sapevano che lo stesso giorno il Comando tedesco di Carpi aveva requisito l’area del Poligono di tiro, impedendovi l’accesso a chiunque; e pochi sapevano che nel pomeriggio era uscita dal Campo una squadra di ebrei, con pale e picconi, che non era tornata per l’appello.

Nel frattempo, al poligono di tiro a segno di Cibeno, gli ebrei avevano dovuto scavare una grande fossa nel prato dietro il muro dei bersagli: lo scavo era stato iniziato da alcuni uomini delle SS, che però avevano desistito per le difficoltà e la fatica del lavoro. Gli ebrei cercarono di tirare in lungo, per sabotare o ritardare, per quanto era possibile, quella che a loro sembrava un’imminente esecuzione di massa. Solo verso le dieci di sera, quando non c’era più luce, fu loro concesso di interrompere il lavoro, anche se la fossa non raggiungeva la profondità stabilita.

Furono riportati al Campo, ma non in baracca: dovettero dormire su un po’ di paglia buttata sul pavimento di un locale del settore vigilanza, dopo essere stati severamente ammoniti di non rivelare nulla a nessuno. Alle quattro del mattino successivo sessantanove condannati vennero fatti uscire dalla baracca, mancava Teresio Olivelli, che si era nascosto. I tedeschi preferirono non dare troppa importanza al fatto, certi com’erano che l’avrebbero ripreso, prima o poi. Il settantesimo, Renato Carenini, era stato avvertito direttamente dal Maresciallo Haage che non sarebbe dovuto partire con gli altri. Un primo gruppo di 20 fu fatto salire su un autocarro scoperto, con l’assicurazione che sarebbero andati fino al Brennero con quel mezzo anziché per ferrovia.

Giunti al poligono di tiro e scesi dall’automezzo, fu letta la sentenza della condanna a morte, motivata come rappresaglia per un attentato a Genova.

Ormai i tedeschi si accingevano a dare inizio all’esecuzione, a due a due li avevano fatti avanzare e inginocchiare fino all’orlo della fossa comune, poi, con un colpo alla nuca li avevano freddati. I corpi erano caduti direttamente nella fossa.

Una mezz’ora dopo fu chiamato un secondo gruppo di 25 persone.

L’automezzo prese la via di Carpi, dirigendosi a sud-est, ma da qui, anziché verso la stazione, svoltò verso nord, sulla strada per Cibeno. Questa manovra mise in allarme uno dei condannati, Mario Fasoli, che comprese quanto li attendeva e decise di tenersi pronto a tentare il tutto per tutto, mentre i suoi compagni gli sembravano stranamente passivi e rassegnati.

Dopo la lettura della sentenza Mario Fasoli ed Eugenio Jemina, scambiatisi uno sguardo d’intesa e comprese le reciproche intenzioni, si ribellarono, aggredirono i tedeschi più vicini e diedero il via a una ribellione disperata, che coinvolse probabilmente la maggior parte dei condannati, e consentì a loro di allontanarsi dal luogo della strage, buttandosi attraverso uno spiraglio della recinzione, mentre i tedeschi erano impegnati a soffocare la resistenza degli altri.

Il terzo gruppo, di 24, fu fatto partire dal Campo ammanettato, per evitare il ripetersi di incidenti del genere.

Le mogli di due dei “partenti”, che erano a Carpi per tentare di incontrare i loro congiunti, evidentemente informate della loro partenza dall’efficiente sistema di comunicazioni clandestino del Campo, si trovarono sulla strada dell’automezzo, non sappiamo in occasione di quale trasporto. Notata l’anomalia del percorso, seguirono il camion in bicicletta fino al Poligono, quindi tornarono in città a chiedere al Vescovo di intervenire in qualche modo.

Monsignor dalla Zuanna giunse al Tiro a Segno in calesse col suo segretario, sembra durante o subito dopo l’esecuzione dell’ultimo gruppo. Tentò di intercedere, di ottenere almeno di benedire le salme. Fu minacciato e allontanato brutalmente.

Anche gli ebrei furono riportati al Poligono, e, dopo aver provveduto alla copertura della fossa, nella quale i tedeschi avevano sparso calce viva e sistemato il terreno con zolle erbose, in modo che non rimanesse traccia della fossa,  furono ricondotti al Campo.

Tutto si era svolto nelle prime ore del mattino del 12 luglio. Alle otto, al momento dell’appello di chi era rimasto al Campo, era tutto finito.

Al Campo, nonostante le precauzioni, occhi attenti avevano seguito tutte le fasi di partenza di uomini e bagagli, che a un certo punto erano stati caricati su un furgoncino e portati fuori dal Campo, ma avevano visto tornare i tedeschi, dopo il secondo gruppo, con vistose escoriazioni e le divise in disordine; avevano visto ammanettare o legare a due a due gli uomini dell’ultimo gruppo; avevano visto tornare i bagagli.

La motivazione addotta per la fucilazione come rappresaglia per l’attentato di Genova, avvenuto un mese prima e in una località lontana, era palesemente falsa. Ancora dopo settant’anni, e dopo decine di pubblicazioni che  studiano la strage di Fossoli  non si è venuto a capo di nulla; forse anche per questo motivo nella storia della Resistenza questa strage è stata rimossa dalla memoria collettiva.

La notizia della strage trapelò nonostante le precauzioni delle autorità tedesche; il giorno successivo don Giovanni Barbareschi, amico del gruppo di internati cattolici legati al giornale clandestino del “ribelle” ospite di don Venturelli, prendeva in consegna la lista con l’elenco dattiloscritto dei nomi dei fucilati e la consegnava alla Curia di Milano.

Poco meno di un mese dalla fine della guerra, per iniziativa del medico Angelo Bianchi Bosisio amico fraterno dell’ingegner  Carlo Bianchi. uno dei fucilati, partirono le ricerche. Identificata, con la collaborazione anche dei contadini della zona, l’ubicazione precisa della fossa, fu possibile procedere all’esumazione ufficiale dei caduti, alla presenza dei familiari che era stato possibile rintracciare e avvertire. Le bare vennero trasportate a Milano: da questa città e dal suo interland proveniva la maggior parte dei martiri di Fossoli.

Dopo il commosso saluto dei cittadini, che per due giorni avevano sfilato in Duomo per rendere loro omaggio, il 24 maggio 1945 il cardinal Schuster celebrò i funerali solenni, alla presenza delle massime autorità italiane e alleate, e con il coro e l’orchestra della Scala che eseguivano brani di Hendel e di Bach, mentre una immensa folla gremiva la cattedrale, la piazza e tutte le vie circostanti.

* Dei miei interventi sull’argomento ho scelto quello tenuto a Lecco nella sala Consiliare del Comune nel febbraio del 2015 da cui ho ricavato il pezzo presente.

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