ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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Aprile 2018: tre anniversari importanti

FERENTINO, la città ricorda il sacrificio di don Morosini.

Come ogni anno, la città di Ferentino ha ricordato la figura di Don Giuseppe Morosini in occasione dell’anniversario del suo sacrificio. La cerimonia organizzata dal Comune e dal Comitato onoranze Don Morosini , presieduto da Primo Poletta e con la collaborazione dell’Associazione Pro Loco, dell’Associazione Cesare Sterbini, dell’Associazione Banda Musicale Città di Ferentino e della parrocchia dei SS: Giovanni e Paolo è stata molto sentita e partecipata da tutta la cittadinanza. “Abbiamo voluto ricordare il nostro giovane concittadino come uno dei Padri della Costituzione – ha detto il sindaco Antonio Pompeo – la libertà di cui tutti oggi godiamo la dobbiamo anche a lui”. E noi aggiungiamo che Don Morosini con la forza della sua fede e le sue indiscusse doti di lealtà, di generosità e di entusiasmo, fu veramente un “Ribelle per amore”. Con il coraggio sereno e consapevole dei forti, seppe affrontare la dura prigionia dei nazisti, continuando il suo apostolato di assistenza morale e spirituale tra i carcerati; seppe andare incontro alla morte, in quel indimenticabile giorno del 3 aprile 1944, da autentico patriota, tanto da essere definito “uno dei più fulgidi Martiri del secondo Risorgimento italiano”. A rappresentare l’ANPC nazionale era presente il Consigliere Aladino Lombardi.

LEONESSA

La strage di Leonessa fu una strage nazista avvenuta tra il 2 aprile 1944 e il 7 aprile 1944 a Leonessa e nelle frazioni circostanti, nel corso della quale vennero uccisi 51 civili.Per questa ricorrenza sono state deposte corone in tutti i luoghi dei vari eccidi avvenuti a Leonessa e nei dintorni. Nel suo discorso commemorativo , il sindaco on. Paolo Trancassini ha auspicato la realizzazione, con l’aiuto degli alunni delle medie, della proposta fatta dal nostro consigliere Aladino Lombardi di ricercare i volti dei 51 martiri.

 RIETI  Le fosse reatine.

Cosa sono le fosse reatine? Il 9 aprile 1944 l’esercito tedesco prelevò durante un rastrellamento 15 partigiano portati successivamente nel quartire di Quattro Strade, dove vennero fucilati e sepolti in una fossa comune, ricavata da una buca prodotta da una bomba lanciata da un aereo. In occasione del 74° anniversario delle Fosse reatine presso la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù nel quartiere di Quattro Strade, alla presenza delle autorità e degli alunni della scuola Cislaghi, si è celebrata la commemorazione dei 15 partigiani periti per mano tedesca. Aladino Lombardi era presente alla cerimonia.

Alcune foto dei tre anniversari:

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Auguri Pasqua 2018

Il Direttivo e la Segreteria Nazionale augurano a tutti una Pasqua Santa, con questa bella preghiera. Auguri!

auguri Pasqua

Cerimonia Fosse Ardeatine 2018

Giovedì 22  si è rinnovata la cerimonia alle Fosse Ardeatine alla presenza del Capo dello Stato e delle più alte cariche civili e militari e dei gonfaloni delle città martiri. Passano gli anni, ma il dolore e l’esecrazione per quel  terribile atto rimane sempre vivo e  forte. Un dolore che il tempo non cancellerà e che resterà un monito e una esortazione a coltivare e rafforzare sempre più i sentimenti di pace, di tolleranza. Un drammatico insegnamento per i giovani. Nella ventosa e fredda serata sono state proiettate le foto e letti i nomi delle 335 vittime. Un momento di forte commozione. Vedere quei volti, era come vedere, la quotidianità della sofferenza che si rinnova ancora in tante parti del mondo. Non abbassare la guardia, restare vigili: troppi segnali negativi in giro a cominciare dall’antisemitismo.  Facciamo sì che il sacrificio delle 335 vittime non sia stato invano.

Alla cerimonia l’ANPC era presente con  i VicePresidenti Nazionali  Annamaria Cristina Olini e Angelo Sferrazza.

Giornata dell’Unità nazionale 2018

La Giornata dell’Unità Nazionale è stata istituita con lo scopo di rafforzare il valore dell’identità nazionale attraverso la memoria. La scelta del 17 marzo come giorno della celebrazione è legata alla proclamazione del Regno d’Italia che avvenne il 17 marzo 1861.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, ha preso parte oggi, presso l’Altare della Patria, alle celebrazioni della Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera.

Sulle note del “Piave”, il Presidente del Senato Pietro Grasso, le più alte cariche civili e militari dello Stato e i rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e Militari hanno reso gli onori ai caduti attraverso la deposizione di una corona d’alloro al Milite Ignoto mentre le Frecce Tricolori imprimevano, sul cielo di Roma, i colori della nostra bandiera.

Per la nostra Associazione erano presenti il Vicepresidente Nazionale Annamaria Cristina Olini e il Consigliere Aladino Lombardi.

QUEL LONTANO 16 MARZO 1978: UN GIORNO DA NON DIMENTICARE

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Chi visse il giorno del rapimento di Aldo Moro e dell’assassinio dei cinque componenti la scorta, i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e gli agenti di Polizia Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, non lo ha certamente dimenticato. Fu un giorno che sconvolse l’Italia, aldilà delle differenze politiche e fece prendere coscienza della fragilità del paese, un “buco nero” della nostra contemporaneità, la conclusione tragica di un decennio di violenze, attentati, morti. Per 55 giorni l’Italia visse col fiato sospeso, paralizzata da paure mai provate, con l’impressione che lo Stato fosse paralizzato, impotente, incapace di reagire, impressionata già tre giorni dopo il rapimento dalla immagine di Aldo Moro  in camicia con alle spalle un drappo, sicuramente rosso e la stella sghimbescia, logo tristemente noto delle BR. Come qualcuno ha detto, c’è un oceano di pubblicazioni, cinque processi e sette commissioni parlamentari, ma ancora restano dubbi, sospetti,perplessità.  Moro si trovò a operare alla fine di un periodo, al confine fra una vecchia politica e alla necessità di individuarne una nuova. Gli anni settanta si aprono sotto il segno di una triplice crisi, economica, sociale e delle istituzioni. Se non si rileggono quegli anni, non si riesce ad inquadrare il processo di deterioramento della politica italiana, dei partiti, che nel rapimento ed assassinio di Aldo Moro trovò il momento più drammatico, doloroso e sconvolgente. Quegli anni settanta, figli diretti del ’68, fenomeno complesso, partito dai giovani, un turbinio di passioni, parole, gesti,  rivolta, illusioni, che non finì il 31 dicembre dell’anno. Ma il ’68 non fu solo “contestazione giovanile”, solo follie da “maggio francese”,  soffocato manu militari dal Generale De Gaulle con il contributo del generale Massu, suo storico antagonista in Algeria. Il ’68 fu anche lotte operaie che portarono cambiamenti sostanziali nel mondo del lavoro e dei sindacati e una maggior consapevolezza nella società civile. Anche la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, si presenta con un volto nuovo. Il ’68 ha dato vita ad uno dei momenti più convulsi e instabili della nostra storia recente, quegli anni settanta , i peggiori anni dalla nascita della Repubblica e punto di partenza del terrorismo e della violenza organizzata, di “destra” e di “sinistra”, quasi uno studiato bilanciamento di una orrenda realtà.  Moro capì ciò che stava accadendo. Talvolta in contrasto con il suo stesso partito. Moro fu tra i pochissimi a tener conto della importante posizione dell’Italia nel quadro internazionale. E questo è un dato importante, perché ci libera dal racconto che Moro non fosse “gradito” agli americani e in particolare, a Henry Kissinger  che, con il suo talvolta anzi spesso cinico pragmatismo, faceva fatica a capire il lucido ragionamento del leader italiano che non era quello di un accordo tout court con Botteghe Oscure, ma invece quello di un allargamento dell’area della democrazia per giungere ad un sistema di alternanze.  Un disegno purtroppo interrotto, non solo per Moro, ma anche per Berlinguer, perché non pochi dicevano ”i tempi non sono maturi”, che tradotto dal politichese significa: “ non se ne deve far niente”. La DC e il PCI erano “integrati”, stante la divisione, nei due blocchi in una formula semplice: noi governiamo e voi fate l’opposizione per poi passare all’incasso elettorale. Questa formula, per molti comoda, aveva ingessato il sistema, facendo dell’Italia un paese anomalo tra le democrazie occidentali. Sono passati quarant’anni. Una rilettura attenta del percorso politico di Moro , epurato da quella irritante vulgata che lo ha dipinto come personaggio contorto e fumoso, ci porta inesorabilmente ad una analisi del presente, che vive una crisi valoriale e politica come non mai. La lezione di Moro anche in periodo di mutazioni epocali, rimane sempre di attualità. E proprio la rilettura della sua politica, del suo pensiero che sono importanti. E questo è lavoro di altri, non di commissioni di tutti i generi e di autori alla ricerca di scoop. Abbiamo 55 giorni per pensare.   Angelo Sferrazza

40 anni dalla morte di Aldo Moro

COMUNICATO STAMPA ANPC SEZIONE PIACENZA

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Sono passati 40 anni dall’assassinio dell’on. Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.

Il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo di Unità Nazionale, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro dalla sua abitazione nel quartiere Trionfale zona Monte Mario di Roma alla Camera dei deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa.

Gli uomini delle Brigate Rosse uccisero, in pochi secondi, i cinque uomini della scorta: il responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (52 anni), l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci (42 anni), la guardia di P.S. Giulio Rivera (24 anni), il vicebrigadiere di P.S. Francesco Zizzi (30 anni), la guardia di P.S. Raffaele Iozzino, (24 anni).

Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Camillo Montalcini, le Brigate Rosse decisero di concludere il sequestro uccidendo Moro: lo fecero salire dentro il portabagagli di un’automobile Renault 4 rossa e gli dissero di coricarsi e coprirsi con una coperta dicendo che avevano intenzione di trasportarlo in un altro luogo. Dopo che Moro fu coperto, gli spararono dieci volte uccidendolo.

Il cadavere fu ritrovato nella stessa auto il 9 maggio a Roma in via Caetani.

Due giorni dopo, mentre in San Lorenzo al Verano si celebravano i funerali degli uomini della scorta, venne fatto ritrovare il primo dei nove comunicati che le BR inviarono durante i 55 giorni del sequestro:

«Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l’accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste».

In collaborazione con altre Associazioni stiamo preparando una serie di appuntamenti per ricordare questo tragico avvenimento che ha segnato profondamente la storia politica del nostro Paese.

Il primo di questi appuntamenti si terrà:

Venerdi 16 marzo pv alle ore 18.30 presso la Chiesa di San Giuseppe Operaio 

in Piacenza – via Martiri della Resistenza, 19

con la celebrazione di una messa a suffragio officiata da mons. Giancarlo Conte.

  Mario Spezia
presidente provinciale

Mai perdere la memoria

Mai perdere la Memoria. È da questa riflessione che, nei giorni scorsi, è nata l’idea di una visita al Campo “Le Fraschette” di Alatri alla presenza di alcuni rappresentanti istituzionali. Ad accompagnarli, la sapiente guida di Pietro Antonucci e Marilinda Figliozzi, quest’ultima anche in rappresentanza del Presidente onorario dell’ANPC Sezione di Frosinone Carlo Costantini, grazie al cui impegno Il Campo ha ottenuto un finanziamento da parte del Ministero dei Beni Culturali per il suo recupero e la sua valorizzazione. “Un luogo dal valore inestimabile, – hanno sottolineato gli ospiti –, che è lì a ricordarci ciò che è stato e che fa parte della Storia di questo territorio e dell’intero Paese. Un luogo che va, pertanto, curato e salvaguardato.”.

Articolo pubblicato su “Ciociaria Oggi” il 4 Marzo 2018

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APPELLO DELL’ANPC PER UN VOTO RESPOSABILE E CONTRO L’ASTENSIONISMO, NEL NOME DELLA COSTITUZIONE

L’appuntamento elettorale del 4 marzo prossimo si presenta come uno dei più impegnativi e densi di incognite della storia repubblicana. Molti gli elementi che fanno presagire uno scenario di difficile comprensione e gestione del futuro. Un nuovo sistema elettorale, del quale non si possono ancora prevedere tutti gli effetti rispetto all’andamento del voto; una campagna elettorale che registra una preoccupante deriva populista, costellata da una serie impressionante di false notizie e travisamenti della realtà; le molte divisioni e polarizzazioni personalistiche all’interno degli schieramenti, che poco hanno a che fare con progetti politici di alto livello; la delusione e disaffezione all’impegno per la cosa pubblica generati dall’operato dei partiti e degli uomini eletti nelle istituzioni. Il malcontento e la diffidenza sono acuiti dalle aspettative non soddisfatte e dai tanti problemi non risolti.

L’astensione dal voto non deve essere espressione di questa delusione.

Non deve essere il partito dei rinunciatari a prevalere, così come non possono essere le pulsioni populiste ad orientare e plasmare soluzioni di governo sfruttando le rabbie e le paure della gente, a causa di promesse di cambiamento seducenti quanto irrealistiche. Ciascuno, in coscienza, si orienti verso quei candidati e quelle formazioni che presentano programmi che facilitino il bene possibile, che tutelino la dignità e il rispetto della vita delle persone, che facilitino solidarietà e non si limitino a promesse aleatorie. Soprattutto, si ponga attenzione al rispetto del dettato costituzionale, a cominciare dai principi enunciati nei primi dodici articoli della Carta: un’autentica bussola che da 70 anni si dimostra affidabile e vitale, a garanzia della pace e della convivenza civile. Andare a votare è un diritto-dovere ed è lo strumento principe per esercitare la nostra cittadinanza in modo attivo e responsabile.

Come cristiani, la nostra testimonianza è richiesta in tutti gli ambiti della vita, compreso quello civile, sociale e politico: un nostro ulteriore impegno quello di approfondire e vivere con responsabilità la nostra chiamata al voto.

Dobbiamo riscoprire la passione per la partecipazione di tutti i cittadini, esercitando quella “forma più alta di carità” che è la politica.

elezioni

Un incontro a Senigallia con il Vicepresidente Nazionale Angelo Sferrazza

I partigiani cristiani si stanno riorganizzando per affrontare i tanti problemi del momento

SENIGALLIA – Si è tenuto presso la Sala rossa di Palazzo Mastai un incontro di amici e soci con. Angelo Sferrazza, Vice Presidente Nazionale dell’Associazione  Partigiani Cristiani accompagnato dal prof. Gastone Mosci dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Finalità dell’incontro, raccogliere suggerimenti e proposte per rilanciare nelle Marche, la terra di Enrico Mattei, la presenza della Anpc, che ha proprio nel territorio miseno una antica e radicata tradizione. All’incontro hanno partecipato alcuni autorevoli ed interessati esponenti del mondo culturale e sociale. Il dr. Giovanni Tinti, il prof. Mario Capotondi, Gabriele Cameruccio, Giorgio Albani, il prof. Vincenzo Prediletto e il prof. Gastone Mosci. Franco Porcelli, attivo segretario territoriale dell’ANPC oltre che di altre e numerose ed importanti iniziative ha analizzato la situazione nella Regione e lanciato proposte, dopo che  Sferrazza  aveva illustrato la situazione dell’Anpc a livello nazionale e la riorganizzazione della Presidenza Nazionale. Durante la riunione è intervenuto telefonicamente, l’on. Adriano Ciaffi da Macerata. Nell’incontro sono emerse indicazioni di nomi di alcune personalità marchigiane di forte richiamo e sicura esperienza politica ed autorevolezza..

Verso la fine di marzo è prevista una iniziativa in Valmisa, mentre per  l’ultima settimana d’aprile è previsto un convegno regionale sempre a Senigallia per la definizione del nuovo organismo direttivo regionale.

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La Presidenza Nazionale ringrazia gli amici di Senigallia, che da sempre sono stati vicini e attivi partecipanti alla vita della Anpc, anche nel ricordo di Bartolo Ciccardini protagonista dell’attività resistenziale e del contributo del mondo cattolico.

 

(articolo di Vincenzo Prediletto pubblicato su: https://www.laltrogiornale.it/2018/02/partigiani-cristiani-si-stanno-riorganizzando-affrontare-tanti-problemi-del-momento)

Cerimonia di Beatificazione di Teresio Olivelli

Sabato 3 febbraio, presso il Palasport di Vigevano, si è tenuta la solenne celebrazione per la beatificazione di Teresio Olivelli, universalmente riconosciuto come personaggio simbolo della Resistenza dei cattolici italiani.

Nel corso della solenne cerimonia, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, ha dato lettura della lettera con cui papa Francesco ha dichiarato beato il «laico martire» ucciso dai nazisti nel lager di Hersbruck, rendendo la testimonianza suprema in difesa dei «deboli e oppressi fino al dono della vita».

Presenti al rito, oltre al cardinale, il vescovo di Vigevano Maurizio Gervasoni e altri quindici presuli, il postulatore monsignor Paolo Rizzi, un centinaio di sacerdoti e quattromila fedeli. Tra questi, numerose autorità civili e militari, con una nutrita rappresentanza degli Alpini (l’arma nella quale Olivelli serviva) e delle associazioni partigiane e combattentistiche nazionali e locali.

L’ANPC era rappresentata dalla vicepresidente nazionale Cristina Olini con alcuni membri del consiglio, e dalle sezioni di Parma, Cremona e Sesto San Giovanni con i relativi medaglieri.

Significative la parole del nuovo beato che campeggiavano sullo sfondo del presbiterio: «Non posso lasciarli soli, vado con loro».  La famosa frase di Teresio Olivelli, pronunciata all’atto della scelta di seguire i propri compagni nel famigerato campo di sterminio che lo avrebbe visto morire, sintesi efficace del suo messaggio spirituale e della sua eroica testimonianza cristiana.

La beatificazione di Olivelli ha seguito i criteri e i percorsi tradizionali usati dalla Chiesa per elevare all’onore degli altari quei fedeli che hanno accettato il martirio, suprema imitazione di Cristo e testimonianza più alta della carità.

Il concetto classico di martirio comprende: l’accettazione volontaria della morte violenta per amore di Cristo; l’odium del persecutore per la fede o per un’altra virtù cristiana; la mitezza e il perdono della vittima che imita l’esempio di Gesù sulla croce. Criteri ribaditi e aggiornati lo scorso anno da Papa Francesco con la pubblicazione del Motu Proprio “Maiorem hac dilectionem”, che inizia proprio con le parole di Gesù prese dal Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Il documento identifica e introduce una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, richiedendo i requisiti dell’offerta libera e volontaria della vita ed eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine. Le ricerche storiche che hanno impegnato per lunghi anni il postulatore monsignor Paolo Rizzi sono state ispirate e guidate dalla necessità di identificare e provare attraverso le fonti questi elementi, che hanno avuto una costante e chiara conferma in tutte le sedi di indagine.

Alcune obiezioni a presunte parzialità nella ricostruzione storica riferita alla figura e all’azione di Olivelli, presentate da alcune persone in forme poco comprensibili e opportune nei giorni antecedenti e successivi la cerimonia, non tengono evidentemente conto dei criteri ai quali la Chiesa si attiene per appurare e provare le virtù dei candidati alla beatificazione, e rispondono a finalità, sentimenti e posizioni sicuramente legittimi, ma confinabili su altri piani di indagine e di comprensione.

Maurizio Gentilini

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