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Giornata della memoria 2021

Le parole della Presidente Nazionale, Mariapia Garavaglia: “È quanto mai indispensabile insistere con l’insegnamento che la storia non può mai  essere manipolata,  e bisogna dilatare a dismisura la promozione di una educazione che rifiuti l’odio e la violenza per risolvere le situazioni conflittuali.
ANPC, come tutte le altre Associazioni sorelle, ha la sua ragion d’essere nel promuovere un bene civico – che è insostituibile per fondare la comunità –  la propria storia, senza negazionismi nè trionfalismi. Fare memoria del passato,  che ci ha donato un presente di libertà, democrazia e benessere, è un imperativo morale. Troppe vite sono state sacrificate sull’altare delle ideologie e la Shoah si erge come monumento perenne di accusa per i protagonisti di tanto orrore, ma anche di coloro che furono ‘distratti’ nel nostro Paese. Quanti ebrei italiani sono state vittime dei carnefici nazisti alleati dei fascisti  che approvarono le leggi razziali. In Parlamento per merito del Presidente Mattarella siede come senatrice a vita, Liliana Segre, e Walter Veltroni ha pubblicato recentemente un libro con Sami  Modiano; citando loro associamo i pochi sopravvissuti ancora viventi e tutti coloro che abbiamo man mano salutato quando ci hanno lasciato.
Sono importanti tutti gli eventi che attorno alla giornata del 27 gennaio si organizzano ma non c’è strumento più efficace che educare i giovani a conoscere e rifiutare l’ideologia ‘razziale’ – quella che seleziona e discrimina le persone per etnia, cultura, politica – e  ripudiare per sempre l’abominio di cui si è macchiato  il secolo breve”.

Settimana della Memoria 25-30 gennaio 2021

25 – 30 gennaio 2021

Dal 25 al 30 gennaioBiblioteche di Roma con la Casa della Memoria e della Storia e le associazioni ANED, ANEI, ANPC, ANPI, ANPPIA, Circolo Gianni Bosio, FIAP, IRSIFAR e il Teatro Biblioteca Quarticciolo, in collaborazione con il Teatro di Roma e l’Istituto Luce, presentano gli eventi della Settimana della Memoria. Libri, incontri, testimonianze, interviste, letture, proiezioni video, approfondimenti, musica per ricordare la Shoah. 

on line sul canale Youtube di Biblioteche di Roma e sulle pagine fb @biblioteche.roma@bibliotecacasadellamemoria @teatrobibliotecaquarticciolo

scarica il programma

https://www.bibliotechediroma.it/opac/news/settimana-della-memoria/27041

27 Gennaio 2021: Giorno della memoria

Il 27 gennaio è il “giorno della memoria”, l’anniversario della macabra scoperta del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e la liberazione dei pochi sopravvissuti. Una riflessione che muove da un particolare contesto territoriale e che racconta alcuni episodi locali, accaduti in varie epoche, relativi all’antisemitismo. Un virus culturale che ha attraversato la storia dell’Occidente, provocando più di una pandemia.

LA SCUOLA DELL’ODIO CHE PORTO’ ALLA SHOAH

di Alberto Folgheraiter*

Il “professore”, salito dalla città fin nel cuore della val Rendena, entrò in aula, scrutò in silenzio i ragazzi della terza media che gli stavano di fronte e cominciò a parlare. Pacato, asciutto, conciso. Non erano passati tre minuti quando, improvvisamente, come gli avesse dato di volta il cervello, puntò l’indice verso un ragazzo di colore che sedeva tra i banchi ed un suo coetaneo, biondo. “Voi due, fuori!” urlò, come l’avesse morsicato una tarantola. I due ragazzi, sconcertati e sotto choc, si alzarono lentamente, quasi inebetiti, mentre i loro compagni abbassavano lo sguardo, intimoriti e incapaci di comprendere. Nessuno di loro osò alzare la mano e domandare spiegazioni. Il silenzio si tagliava con il coltello. Mentre i due malcapitati stavano uscendo dall’aula, il “professore” venuto dalla città li richiamò: “Fermatevi. È tutto un trucco. Tornate al vostro posto”. Lo smarrimento degli studenti si fece ancor più inquieto: “O è matto, o ha bevuto” pensarono. “Vi ho fatto vivere un frammento di ciò che accadde molti anni fa, era il 1938, ad alcuni vostri coetanei dell’epoca, quando in Italia entrarono in vigore le leggi razziali. Furono cacciati da scuola per la sola “colpa” di esistere e di essere ebrei. Vi ho così fatto provare un guizzo di antisemitismo nei confronti di ragazzi italianissimi ma appunto ebrei; un assaggio delle persecuzioni contro gli zingari o gli omosessuali. Contro i diversi, insomma”.

Tutto quanto portò alla Shoah, allo sterminio di milioni di esseri umani, colpevoli di non essere biondi, alti e sani. Vittime del nazismo che praticò con ferocia l’odio e la persecuzione facendo strage di umanità. In nome della “pura razza ariana”.

Il “professore” si chiama Renzo Fracalossi, 59 anni, studi classici, funzionario della Provincia di Trento, autore e regista di teatro civile, presidente del “Club Armonia”.

È uno dei più attenti studiosi in ambito locale della questione ebraica, dell’antisemitismo che non è di oggi ma affonda le zanne fin dall’epoca greco-romana. Ha pubblicato vari libri, segnatamente: “La scuola dell’odio. Appunti sulla storia dell’antisemitismo in Europa” (2015); “E scese la notte. Due testi teatrali sulla Shoah” (2019). Da quando è stato istituito il giorno della memoria (27 gennaio 1945, la scoperta e la liberazione dei sopravvissuti nel lager polacco di Auschwitz-Birkenau) Renzo Fracalossi ha inaugurato una sua personale ricorrenza per la fine di gennaio. Ogni anno, un testo teatrale portato nelle biblioteche e nei teatri di Trento e provincia nel tentativo di seminare gli antigeni e favorire la crescita della tolleranza e del dialogo. Nei confronti di tutti.

“Ho cominciato nel 2005 con un lavoro su Simonino da Trento, il bambino annegato in una roggia nel 1475 e della cui morte furono incolpati gli ebrei. Rappresenta il primo caso di un pogrom scientificamente pianificato. Nei secoli precedenti, in Europa, si erano avuti massacri ben più consistenti. Ma erano tutti sull’onda del momento: la partenza per le Crociate (sec. XI-XIII), le pestilenze. Nella vicenda del Simonino c’è un dato politico raramente messo in luce: è il primo caso in cui si palesa la piena, totale, autonomia del Principato vescovile di Trento. Il Principe vescovo Hinderbach rispose picche sia al Papa di Roma che all’Imperatore di Germania i quali gli avevano chiesto di liberare gli ebrei che invece furono condannati a morte”.

Dopo quei tragici fatti, gli ebrei lanciarono su Trento lo “hêrem”, l’anatema. Gli ebrei scomparvero dal Principato vescovile. A Riva del Garda resistette una comunità ebraica legata alla stamperia Jachob Marcaria, ma lì dominava la Repubblica di Venezia. C’è, tuttavia, una pagina sconosciuta sulla presenza di persone di religione ebraica a Trento, durante il fascismo e nel corso della seconda guerra mondiale.

“Con l’avvento al potere di Hitler, una parte degli ebrei dell’Europa orientale avverte il rischio e va via. Se ne vanno Cechi, Ungheresi, polacchi, tedeschi e austriaci. Si disperdono in Stati europei più accoglienti anche se il sogno di molti era di emigrare negli Stati Uniti e Gran Bretagna. In Italia arriva qualche migliaio di ebrei. Chi non conosce la lingua italiana, trova comodo fermarsi dove si parla il tedesco: in Alto Adige e in Trentino. Tanto che la Comunità ebraica di Merano arriva a 600 iscritti (oggi ne ha circa una trentina). Dopo l’8 settembre del 1943, Merano è la prima comunità a subire la deportazione”.

Lei mette in scena, in questi giorni, la memoria di una ebrea bielorussa, Katerina Rapaport.

“È una storia incredibile. Arriva in Italia dopo la rivoluzione bolscevica, conosce un ragazzo di Vervò, Leonardo Zadra. Lei ha 8 anni più di lui. Si sposano. Poco prima dell’8 settembre il marito va a Roma. A Vervò arrivano le SS, l’arrestano, la portano a Merano e da lì con tutti gli altri correligionari viene inviata a Reichenhau, poi Auschwitz e poi fumo. Pochi giorni dopo lui torna da Roma con la divisa delle SS”.

Allucinante.

“Nel 1948 la comunità ebraica di Merano lo denuncia per aver mandato la moglie al massacro. Questa è una delle tante storie, alcune particolarmente significative. Mi soffermo meno sulla famiglia Löwy di Moena perché nota. C’è invece una vicenda, particolarmente bella, di una sopravvissuta: Khate Perlberger in Caliò. Austriaca, sposa Bernardo Caliò, un violinista siciliano. Benché molto più anziano di lei, è un matrimonio d’amore. Alla vigilia dell’Anschlüss, in Austria, fuggono a Torino. Nel 1938, con le leggi razziali in Italia, i primi colpiti sono gli ebrei stranieri. Khate viene raggiunta da una sua amica, Ewa Haas Flatter, giornalista poliglotta (parlava 9 lingue) del “Wiener Tagblatt”. Quest’ultima, assieme al figlio, è in attesa del visto per la Gran Bretagna dove si è rifugiato l’ex marito. Con le leggi razziali, la famiglia Caliò è destinata alla val Sarentino. Da lì, dopo un mese, si trasferisce a Rizzolaga di Piné. Dall’altipiano altro trasloco, a Garzano di Civezzano dove Ewa decide di abbandonare la coppia. La giornalista scende a Trento e poi ad Arco. Qui è aiutata dal podestà Carloni e dal medico, il dott. Crosina. Sola, vive appartata in una dignitosissima miseria. Denunciata, è arrestata il 21 novembre del 1943. Portata a Fossoli, poi a Bolzano, finisce ad Auschwitz. E qui va alle docce”.

Ciò che lascia sgomenti è che tutti sapevano e nessuno intervenne per fermare l’orda assassina.

“Certo, in Germania tutti sapevano, non potevano non vedere i treni che passavano e non sentire l’odore infernale di carne bruciata. Lo sapevano anche gli ebrei ma volevano, fingevano di non crederci. La persecuzione è avvenuta perché molti non ci hanno creduto”.

Perché questo suo impegno che sa quasi di missione, per far conoscere nomi, volti, luoghi dello sterminio?

“Da ragazzo, durante le vacanze estive, andavo in Germania a lavorare. Un paio di domeniche mi è capitato di entrare in un lager vicino ad Amburgo. Quelle visite mi hanno segnato per la vita. Ho cominciato a cercare di capire come si era potuti arrivare a tanto. I campi di sterminio in realtà sono pochissimi. Nell’insieme però, il sistema concentrazionario nazista contava su oltre undicimila campi”.

Quanti sono, se ci sono ancora, gli ebrei in Trentino?

“Ce ne sono, ma non serve a nulla sapere né il numero né dove vivono. Perché c’è ancora paura”. L’onda lunga delle persecuzioni e la mala pianta dell’antisemitismo non hanno mai cessato di fruttificare e spargere veleno.

* Giornalista RAI e storico

100 anni da partigiana: auguri a Marisa Rodano

“Domani ricorrono i 100 anni del suo partito e Lei compie 100 anni: che straordinaria coincidenza. Auguri a Marisa Rodano per il suo centesimo compleanno a nome di ANPC. Partigiana per sempre. Cattolica e comunista ha partecipato a tutte le battaglie per la promozione della donna e l’allargamento dei diritti della persona. Prima in parlamento e poi con un impegno civile e politico, mai venuto meno ancora ai nostri giorni, testimonia che la democrazia merita di essere sempre accuratamente difesa. Auguri! Mariapia Garavaglia”.

“È fra le personalità più illustri della storia della repubblica italiana per l’insieme della sua esperienza politica: il suo impegno antifascista, il carcere, la fondazione dell’Udi (Unione donne italiane), la campagna per il voto al Referendum, l’attività politica fuori e dentro le istituzioni, il lavoro ininterrotto per un pensiero e una pratica politica incentrata sulla emancipazione e l’autodeterminazione delle donne.

Nasce a Roma il 21 gennaio 1921; sua madre è ebrea, il padre è podestà di Civitavecchia, oltre che affermato imprenditore. Studia al Liceo classico Ennio Quirino Visconti e alla facoltà di lettere dell’Università di Roma, i suoi studi però si interrompono bruscamente: in un’intervista dichiara che le furono portati via tutti gli appunti della sua tesi di laurea. Attiva nella cooperazione antifascista nei licei e nell’Università di Roma viene arrestata nel maggio 1943 per attività contro il fascismo e detenuta per qualche tempo nel carcere delle Mantellate; partecipa alla resistenza a Roma nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell’attività dei Gruppi di difesa della donna che agiscono nel periodo della lotta di liberazione nazionale su molti fronti diversi: controinformazione e propaganda, assistenza ai partigiani, raccolta di viveri e indumenti; assistenza alle famiglie dei caduti; mobilitazione delle donne nei luoghi di lavoro per boicottare la produzione destinata allo sforzo bellico; organizzazione di manifestazioni e scioperi contro la guerra e contro la fame. Alla fine della guerra si scoprirà che ai Gruppi hanno collaborato circa 70.000 donne.

La stampa femminile clandestina diffonde numerosi giornali, che hanno come obiettivo non solo di incoraggiare le donne alla resistenza contro i nazifascisti, e coinvolgerle a pieno nella nuova società democratica. Le donne comuniste pubblicano «Noi donne» che esce in varie edizioni provinciali; le donne cattoliche pubblicano «La Fiamma», quelle del Partito d’azione «La nuova realtà». Redattrici collaborano con articoli vari dedicati alle donne e ai loro problemi, ai fogli clandestini editi dai vari partiti. Nelle zone libere i Gruppi diventano libere palestre in cui le donne si cimentano in attività sociali, politiche e culturali del tutto inedite nel mondo femminile delle campagne. Il CLN Alta Italia riconosce ufficialmente i Gruppi di difesa della donna con un atto del 16 ottobre 1944: in quel periodo i Gruppi si erano attivati anche nelle libere amministrazioni locali, partecipando con proprie rappresentanti alle giunte popolari formate nelle zone libere e repubbliche partigiane.

Maria Lisa è attiva nella lotta clandestina della capitale nel periodo dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944 in quella che definisce una “resistenza senza armi” nelle Memorie di una che c’era: “non ho mai preso un’arma in mano se non per trasportarla e ho fatto soltanto quello che centinaia di donne hanno fatto in quei mesi”. Entra nel Movimento dei cattolici comunisti, e nel 1944 partecipa al Primo convegno dei quadri del Partito Socialista Cattolico, con una relazione dedicata alla importanza dell’impegno femminile nella politica e a sostegno della democrazia. (…)”.

(Tratto da: http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-lisa-cinciari-rodano//)

Oggi celebriamo Beato Teresio Olivelli

Ricordata la figura del Beato Teresio Olivelli in una S.Messa proposta da ANPC Cinisello Balsamo, nella Parrocchia di San Martino. Il Parroco Don Enrico Marelli, ha proposto la figura del Beato come esempio di sequela di Cristo, alla ricerca del”vino” che è la gioia del Vangelo, il valore della misericordia, il sacrificio per gli altri. “Ribelli per Amore…” le parole di Teresio sono risuonate a monito per noi oggi. Hanno presenziato il Sindaco e assessori, oltre al gruppo Alpini di Cinisello. Iniziano così le manifestazioni per la Giornata della Memoria. Una mostra sulle figure dei Partigiani Cristiani sarà aperta al Circolo Concordia, appena sarà possibile aprire.

Beato *Teresio* *Olivelli* Laico e martire17 gennaio (16 gennaio)Bellagio, Como, 7 gennaio 1916 – Hersbruck, Germania, 17 gennaio 1945Teresio Olivelli, nato a Bellagio in provincia di Como, si trasferì a dieci anni a Mortara e proseguì gli studi a Vigevano e nell’università di Pavia. Nel 1941 si arruolò tra gli Alpini e prese parte alla campagna di Russia, dedicandosi eroicamente all’assistenza spirituale ai moribondi. Tornato in Italia, prese definitivamente le distanze dal regime fascista, che aveva vanamente cercato di riformare dall’interno. Tra prigionie, fughe ed evasioni, cercò di avviare un progetto di ricostruzione del Paese dopo la guerra, come testimonia la nascita del giornale «Il Ribelle» nel 1944. Fu definitivamente imprigionato e inviato a Gries, poi a Flossenburg in Baviera e infine a Hersbruck dove assistette, tra gli altri, Odoardo Focherini (Beato dal 2013). Ormai consumato dagli stenti, morì il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute al posto di un giovane prigioniero ucraino, che aveva riparato col suo corpo. La sua causa di beatificazione si è svolta nella fase diocesana presso la Curia vescovile di Vigevano su un duplice binario, ovvero sia per l’indagine sulle virtù eroiche, sia per quella sul martirio. Inizialmente, il 14 dicembre 2015, è stato autorizzato il decreto con cui veniva dichiarato Venerabile. A seguito della presentazione di ulteriori prove per accertare la sua morte in odio alla fede, il 16 giugno 2017 papa Francesco ha dato il proprio assenso alla promulgazione del decreto con cui Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata celebrata il 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.
Le parole della nostra Presidente Nazionale: “Dobbiamo imitarlo e pregarlo perché susciti nei giovani il suo esempio. E auguri a chi porta il nome Teresio”.

7 Gennaio Festa del Tricolore

“Il 7 gennaio 1997 è stata votata la legge che istituisce la giornata della nostra bandiera. È simbolo di unità e col Presidente Ciampi, che ha voluto rilanciare l’Inno, la parola patria e il tricolore, la nostra bandiera non è stata più sventolata solo dopo le vittorie sportive. In questo periodo di pandemia si è vista appesa a balconi, sventolare un po’ ovunque. È come se facesse parlare in coro gli Italiani che si sentono uniti nelle difficoltà e nella speranza della rinascita. Il tricolore sta interpretando il suo valore: simbolo di unità. Da qualche anno una legge ha stabilito dove e come deve essere esposta, soprattutto nei luoghi istituzionali e pubblici. Peccato che non sempre e’ pulita e intatta. A suo tempo col collega onorevole Ramponi presentai una proposta di legge per il decoro del Tricolore. Non ci vuole molto per far sventolare la nostra bandiera in modo degno. È rispetto anche per noi stessi, il popolo italiano. Viva gli Italiani, viva il Tricolore! Mariapia Garavaglia”.

4 gennaio 2021: 77°anniversario di romani ed ebrei deportati dai nazifascisti

Le parole della nostra Presidente Nazionale: “4 gennaio 1944: ricordiamo i cittadini romani ed ebrei deportati dai nazisti. Insistiamo nel mantenere viva la memoria: monito alle nuove generazioni. Senza memoria si perde la identità e la dignità della persona. Solidarietà alla comunità ebraica romana e agli eredi a nome di ANPC. Mariapia Garavaglia”.

Muro Verano

Buon 2021!

Tutta la Anpc si unisce agli auguri della nostra Presidente Nazionale, Mariapia Garavaglia: “Abituati ad onorare chi ci ha preceduto affrontando gravi rischi, ci scambiamo gli auguri non per cortesia formale ma perché ci sentiamo impegnati a renderli realizzati. Rinasceremo! Buon 2021 a tutti gli amici da ANPC. Auguri! Mariapia Garavaglia”.

Ci ha lasciato Pierluigi Laezza, partigiano della Brigata Osoppo

Don Enrico Bigatti a 60 anni dalla sua morte

Il 30 dicembre 2020, nella parrocchia di S. Maria Rossa in Crescenzago si è celebrato il 60° dalla morte di don Enrico Bigatti ricordato dai suoi parrocchiani per la sua particolare devozione alla Madonna e la spiccata sensibilità verso i  perseguitati, gli sbandati, i profughi per amore della libertà e della giustizia. Ancora oggi gli amici, e la popolazione, cantano La Madunina del pont scritta da don Enrico Bigatti.

Durante la Resistenza, insieme a don Giovanni Barbareschi, don Andrea Ghetti e don Natale Motta, fra i fondatori dell’OSCAR (Opera Scoutistica Cattolica Aiuto Ricercati) attraverso la quale furono salvati in Svizzera oltre 2000 persone tra ebrei, giovani renitenti alla leva, militari e partigiani allo sbando. L’OSCAR venne approvata silenziosamente dal card. Schuster e additata dalle forze di Salò, assieme all’Azione Cattolica, fra i peggiori nemici del regime.  Il 28 settembre 1986 don Enrico viene insignito della medaglia d’oro alla memoria per l’attività svolta in favore dei profughi ebrei, degli sbandati e dei partigiani fuggitivi.

Vicino al ponte di Crescenzago ancora oggi è ben evidente l’edicola con l’effige della Madonna della Liberazione, molto cara agli abitanti del quartiere e per la quale lo stesso don Enrico compose La Madunina del pont cantata al termine della Messa in suo suffragio. Proprio il 25 aprile ’45 un’autocolonna di tedeschi viene bloccata dai partigiani sul vecchio ponte di Crescenzago. Il pericolo per il paese è grave perché i partigiani non vogliono cedere e i tedeschi minacciano di bombardare con le armi pesanti di cui dispongono. Con un atto di coraggio interviene don Enrico e da solo riesce a concludere la resa salvando tutto il quartiere. Nel suo diario annota: «Quando il 25 aprile u.s., nella sparatoria contro quell’autocarro tedesco, mi sono avanzato verso il ponte per raccomandare la resa, ero armato solo di una Ave Maria. E tutto finì bene, nonostante il gravissimo pericolo, mio, d’esser colpito, e della popolazione, se lo scontro fosse continuato. Anche in quel fatto la Madonna prese l’iniziativa di tutto. Bisogna che questo si sappia».

Si allega la locandina ricordo di don Enrico Bigatti distribuita al termine della Messa.

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