ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “dicembre, 2012”

L’anno di Dossetti

A tutti i partigiani cristiani, ai dirigenti e soci

Carissimi, l’anno prossimo, 2013, sarà l’anno centenario della nascita di Giuseppe Dossetti. Avremo il tempo di illustrare il significato di qeusto grande personaggio e del suo contributo anche politico alla vita italiana, in particolare noi dovremo ripensare con attenzione al suo contributo di partigiano cristiano sia nella guerra di Liberazione, sia nella edificazione della Costituzione Italiana, fondata sui valori della Resistenza. Sarà anche per noi l’anno di Dossetti. Nel Consiglio Nazionale parleremo anche di questo programma. Colgo questa occasione per comunicare a tutti che i contributi al Consiglio Nazionale sono graditi da parte di tutti.Chiunque, dei nostri soci, volesse partecipare ce ne dia notizia.

Il Segretario Nazionale

Bartolo Ciccardini

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Suor Teresina: la prima partigiana cristiana

Quest’anno la parrocchia Gesù Buon Pastore alla Montagnola celebra il suo 75° anniversario. La parrocchia infatti è stata istituita nel 1938. Nel progetto la chiesa doveva nascere dove ora passa la Via Cristoforo Colombo. Ma in quegli anni Mussolini decide di celebrare la Esposizione Universale del 1942 in una piccola altura sul Tevere, che si chiamerà Eur (che è l’acronimo di Esposizione Universale di Roma). Una nuova strada, la Colombo appunto, congiungerà la porta Ardeatina con il nuovo comprensorio, proprio dove sono i terreni della parrocchia. E la parrocchia si sposta di un centinaio di metri, a sinistra della Colombo, proprio dove c’è la cima di una piccola altura, che si chiama appunto la Montagnola. La Colombo divide così la parrocchia dal Forte Ostiense, dove esiste un istituto per gli orfani dei caduti in guerra tenuti dalle suore francescane. Siamo giunti così al 1943 ed il panorama è questo: sull’altura precedente a quella della Montagnola, si alzano già i palazzi dell’Esposizione Universale, tutti disabitati. Il palazzo della Civiltà del lavoro, chiamato poi Colosseo quadrato, la modernissima Basilica di San Pietro e Paolo, le colonne di quello che oggi è il Museo Romano, il Palazzo dei Congressi e la grande caserma monumentale che oggi è l’ospedale di sant’Eugenio dell’Eur. Subito a nord dell’Eur c’è il fosso delle Tre Fontane, con l’antica basilica dedicata al martirio di San Paolo. Poi una piccola salita di pochi metri dove la Laurentina si inerpica sulla Montagnola, attraversa la Colombo, incrocia il Forte Ostiense, e ridiscende fino alla Basilica di San Paolo. Attorno case di contadini, il casale delle grande proprietà Ceribelli ed i coloni delle terre che appartengono all’Abbazia delle Tre Fontane. Quindi una parrocchia contadina.

È l’8 settembre. L’Italia ha firmato l’armistizio con gli Alleati, ma Badoglio si rifiuta di comunicare l’avvenuta firma dell’armistizio. Non riceve il colonnello americano Poletti, paracadutato dagli americani per preparare lo sbarco di una divisione aerotrasportata e pensa solo a preparare la fuga per sé, per il re e per il suo governo.

Attorno a Roma ci sono le tre migliori divisioni italiane, fra cui l’Ariete, la più moderna e la meglio armata. Ma sono senza ordini ed il comunicato con cui viene annunciato l’armistizio è ambiguo. Non si capisce se bisogna comunque trattare con i tedeschi o se bisogna respingere la loro occupazione.

Il maledetto, vile e stupido Badoglio fugge da Roma.

I tedeschi capiscono che è essenziale per loro conquistare Roma e la stringono a tenaglia con forze che provengono dal Nord e forze che provengono dal Sud, dal fronte che si è aperto a Salerno con lo sbarco avvenuto proprio l’8 settembre. Le forze tedesche non vengono aggredite e contrastate dal grosso delle divisioni italiane, ma incontrano solo la resistenza di piccoli reparti separati che incontrano sul loro cammino. Dal nord a Monterosi e Bracciano. Dal sud all’Eur, alla Montagnola e a Porta San Paolo.

Mentre i piccoli reparti combattono aiutati dalla popolazione e dai civili, i generali trattano la resa. I reparti italiani non hanno direttive, non sono collegati ad un sistema difensivo e per questo non sono né supportati, né riforniti. Spesso combattono con i moschetti 91 contro reparti mobili corazzati e motorizzati tedeschi, addestrati e specializzati. 1.167 furono i militari caduti.

È l’inizio della Resistenza, di una rivolta contro tutto e contro tutti per salvare la dignità dell’Italia ed il suo diritto ad esistere. L’episodio militare della Montagnola assume tutte le caratteristiche di un episodio della Resistenza.

I granatieri senza armi pesanti, si battono nelle case dei contadini, nell’istituto delle suore, aiutati dalla popolazione. Nel momento in cui dovranno disperdersi sotto la forza preponderante sono aiutati a trovare vestiti civili e a nascondersi. Quando la battaglia è finita le suore compongono le salme: Suor Teresina tocca le loro labbra con un crocifisso di ottone per accogliere il loro ultimo respiro.

“Suor Teresina di Sant’Anna, al secolo Cesarina D’Angelo, nativa di Amatrice, stava componendo il cadavere d’un granatiere nella cappella del forte Ostiense, quando un soldato tedesco che passava lì accanto fu attratto dal brillare di una catenina d’oro al collo di un caduto. Mentre il militare tentava di strappare l’oggetto, la religiosa afferrò il crocifisso di metallo che si accingeva a collocare sul petto del caduto e colpì ripetutamente al viso il tedesco, subendone la furiosa reazione”.

Lei è stata certamente la prima “ribelle per amore”. Non era lì per uccidere, non era lì per opporre violenza a violenza. Era lì per amore, per dare la cristiana sepoltura ai morti. Ha reagito, ribellandosi, ad un gesto di profanazione della dignità dell’uomo e ha colpito l’oppressore con quel suo piccolo crocifisso d’ottone con cui cercava di aprire la strada del paradiso ad un giovane caduto.

Suor Teresina è la prima partigiana cristiana. Nel suo gesto riconosciamo quei valori che Pietro Scoppola riconosce di essere a fondamento dei partigiani cristiani e della Resistenza intesa come resistenza di civiltà: “(…) Proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale a prescindere dalle scelte politiche.

Dobbiamo dire ormai con chiarezza che il prendere le armi non si può considerare l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento, senza cedere proprio a quella concezione della Resistenza che i comunisti proponevano con la loro accanita polemica contro gli attendisti. È il concetto stesso di Resistenza che va ripensato, recuperando il significo originario del resistere.

Insomma il fenomeno della lotta armata, che conserva tutto il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione dal basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve attentamente osservare”.

CONVOCAZIONE CONSIGLIO NAZIONALE ANPC

Roma 19/12/2012

Ai Componenti il Consiglio

Nazionale ANPC

OGGETTO: CONVOCAZIONE CONSIGLIO NAZIONALE ANPC

Cari Amici,

prima di tutto, desideriamo cogliere l’occasione per inviare a tutti i migliori auguri di buon Natale e sereno Anno Nuovo.

Vi comunichiamo che la Giunta Esecutiva dell’ANPC ha deciso di convocare il Consiglio Nazionale dell’ANPC per martedì 15 gennaio 2013 alle ore 10, a Roma, presso la sede di Piazza Adriana 3, con il seguente ordine del giorno:

1) Relazione del Presidente. (Valutazioni sul XVI Congresso. Esame delle mozioni. Rapporti con l’ANMIG. Rapporti con la Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane. Programma di lavoro con le Acli).

2) Cooptazioni;

3) Tesseramento e stampa nuove tessere (2013-2018);

4) Iniziative volte a combattere l’astensionismo dei cittadini;

4) Varie ed eventuali.

Con i nostri più sinceri auguri,

Il Segretario Nazionale                                                                                   Il Presidente

On. Bartolo Ciccardini                                                                                     On. Giovanni Bianchi

IL VOTO: L’ARMA PIU’ IMPORTANTE di Giovanni Bianchi

Populismo e antipolitica sono i mali della stagione in corso. Attraversare il disordine da essi prodotto è il compito di tutte le forze democratiche, ovunque collocate: nella società civile come nelle istituzioni. Starei per dire, nello spazio pubblico e perfino in quello privato. E ad elezioni generali ormai prossime il dovere dell’ora è quello di incalzare noi stessi e i nostri concittadini a esercitare tutti i diritti, che in democrazia sono anche obbligo a partecipare. Per i partigiani che si fregiano anche del nome cristiano si tratta di una battaglia irrinunciabile, dal momento che discende direttamente dalla Carta costituzionale, senza la quale sarebbe impensabile la nostra convivenza democratica. E tutti sanno che la Costituzione del 1948 non sarebbe stata mai iscritta se non avesse avuto alle spalle la Lotta di liberazione e la tragedia del fascismo. Il personalismo cristiano che ne costituisce la tessitura è nato sui monti e nelle coscienze, e dunque non può assentarsi quando ritornano quelli che David Maria Turoldo chiamava “i giorni del rischio”.Eccoli i giorni del rischio: perché la democrazia – sarà bene non dimenticarlo – non è un guadagno fatto una volta per tutte. Soprattutto quando il rischio prende la maschera, emotiva e mediatica, della fuga dal voto. Mentre il diritto di voto, lo sappiamo, è da sempre una delle più elementari richieste per l’instaurazione di una vera democrazia ed uno dei primi diritti riconosciuti ai cittadini: nel nostro Paese, è solo grazie a dure lotte che i ceti sociali più disagiati riuscirono progressivamente a conquistare il diritto di voto, e solo dopo la caduta del fascismo esso venne esteso alle donne.Da sempre il nostro Paese, a differenza di altre democrazie europee, ha fatto registrare un alto tasso di partecipazione alle competizioni elettorali a tutti i livelli, segno di una richiesta di rappresentanza che si esprimeva anche nella fiducia alle forze politiche in un clima contrassegnato certo da forti contrapposizioni ma anche dal riconoscimento del comune radicamento nei valori e nei principi della Costituzione, espressione degli ideali della Resistenza antifascista.Negli ultimi anni tale tendenza nazionale si è invertita, e nelle elezioni amministrative della scorsa primavera, come pure nelle elezioni regionali siciliane di ottobre, si è assistito ad un declino della partecipazione alle urne che ha interessato quasi la metà della popolazione avente diritto al voto. Questo fenomeno è riconducibile alla scarsa fiducia che i cittadini ormai nutrono verso le forze politiche e persino verso le istituzioni democratiche, sia per l’accusa di corruzione generalizzata rivolta a tutta la classe politica, sia per la sensazione dell’impotenza della politica di fronte al dilagare del pensiero unico.A fronte di ciò, e senza voler negare i problemi e le criticità realmente esistenti, come associazione dei combattenti per la libertà desideriamo vivamente invitare i nostri iscritti e simpatizzanti e tutti gli Italiani a non voler disertare le urne elettorali in occasione dei prossimi appuntamenti, ed in particolare per le elezioni politiche di febbraio.Riteniamo infatti che il voto, per la definizione della rappresentanza democratica, sia ancora la via maestra per dare forza e significato alla volontà dei cittadini: diversamente, vi è il serio rischio che a tutti i livelli coloro che comunque verranno eletti per svolgere le funzioni rappresentative ed esecutive si trovino in uno stato di evidente carenza di rappresentanza popolare, il che indebolirebbe la loro capacità di assumere decisioni necessarie e magari impopolari per far fronte alla grave crisi in cui si trova il Paese. È perciò doveroso, prescindendo dai diversi e legittimi orientamenti politici, che tutti coloro che  hanno facoltà di voto fruiscano fino in fondo di questo diritto democratico rafforzando con la loro partecipazione le nostre istituzioni in una fase davvero problematica e dagli esiti che definire incerti suona perfino eufemistico se non umoristico.Attivarsi contro il non voto perché le urne non vadano malinconicamente deserte è quindi la decisione che ci pare insieme più saggia ed obbligata. Dirlo per tempo è il primo passo. Farlo sapere il secondo. Le modalità di un attivismo che recuperi antiche militanze e nuovi volontariati le individueremo per strada, con una catena informativa senza la quale l’odierna democrazia partecipata non riuscirebbe ad esistere.

 

 

Giovanni Bianchi

Il Partigiano Pittaluga. Centenario della nascita di Paolo Emilio Taviani

Museo storico della Liberazione

00185 ROMA Via Tasso 145

  tel 06.7003866, fax 06.77203514, e-mail

info@museoliberazione.it, sito web www.museoliberazione.it

Centenario della nascita di Paolo Emilio Taviani (1912-2001)

Sabato 15 dicembre alle ore 17

Inaugurazione della mostra storico-documentaria

Il partigiano Pittaluga.

Paolo Emilio Taviani e la Resistenza

Con proiezione del documentario

La Resistenza è un valore irrinunciabile.

Paolo Emilio Taviani e Genova

di Pino Galeotti e Pietro Di Gennaro

(Rai Storia-Rai Educational, Roma 2012)

Nell’occasione saranno disponibili gli Atti del Convegno “Paolo Emilio Taviani nella cultura politica e nella storia d’Italia” tenutosi a Genova il 25-26 maggio 2012

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La mostra è realizzata dal Museo con il contributo finanziario della Regione Lazio. Per la collaborazione per la raccolta dei materiali documentari si ringraziano la famiglia Taviani, la Fondazione Ansaldo, la Fondazione Lelio e Lisli Basso, la Fototeca del Comune di Genova, l’Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea e l’Istituto Luigi Sturzo

Resistenza e Pace di Raniero La Valle

RESISTENZA E PACE

Dove nasce la speranza

Mi scrive un lettore che a volte i miei articoli, per troppa verità, fanno soffrire; quando analizzano le cose che non vanno, le ingiustizie, le distrette in cui tanti si trovano, suscitano disappunto e indignazione: come sarebbe bello, invece, poter sognare e sperare!

La stessa richiesta di ricercare motivi di speranza, echeggia in molte assemblee dedicate al ricordo del Concilio; la ricorrenza del cinquantesimo anniversario dall’inizio del Vaticano II ha fatto breccia, e sempre più numerose sono le riunioni in cui si fa memoria e si fa un bilancio di quell’evento. E anche in queste occasioni, quando sono evocate tante attese suscitate dal Concilio e andate perdute, o quando si lamenta la mancata riforma della Chiesa nella sua dimensione istituzionale e visibile, si fa pressante la domanda di come si possa tornare a sperare.

Naturalmente per fare spazio alla speranza sarebbe sbagliato fare uno sconto sul rigore dell’analisi; non è una buona ricetta quella di Pangloss e di Candide, di credere che in fin dei conti le cose non vanno male, anzi siamo nel migliore dei mondi possibili. Al contrario, capire dove siamo, mettersi faccia a faccia col male, mostrare i pericoli delle politiche adottate e delle strade intraprese è la premessa perché possa sorgere una speranza adulta, sia nella società civile che nella Chiesa.

Ma, stabilito e compreso dove siamo, due, io credo, sono le condizioni della speranza.

La prima è che non si perda la memoria delle cose passate. Memoria non vuol dire un mero ricordo, non vuol dire spostare indietro le lancette dell’orologio. Memoria vuol dire far presenti gli eventi passati e interrogarli di nuovo, per scoprire i significati che essi hanno in serbo per noi.

La memoria però deve essere militante, deve prendere parte, non può essere neutrale, deve essere una memoria trasformatrice e, se necessario, eversiva. Non può essere neutrale la memoria della Shoà, non può non essere eversiva la memoria della schiavitù, non può essere eurocentrica la memoria della “scoperta” e conquista dell’America. Si fanno i conti, con la memoria: al Concilio le due Chiese, di Roma e di Costantinopoli, “cancellarono” la memoria della scomunica che si erano reciprocamente lanciata nell’XI secolo: con quella memoria irrisolta non si poteva andare verso l’unità.

La memoria dunque si può cancellare, per una riconciliazione o un perdono, ma non si può perdere. La perdita della memoria molto facilmente si traduce in una perdita della speranza. Se invece ci ricordiamo le miserie da cui siamo usciti, le schiavitù da cui ci siamo liberati, le ricostruzioni cui abbiamo provveduto, le idee e le risorse che abbiamo messo in campo per risorgere, possiamo pensare che se questo è avvenuto può sempre accadere di nuovo. Perciò è irresponsabile oggi voler buttare al macero le Costituzioni, i movimenti, i partiti, le ideologie del Novecento, perché senza questa memoria non c’è dove afferrarsi per non sprofondare nelle sabbie mobili. E anche per la Chiesa, se non si fa appello agli straordinari doni di grazia del Concilio novecentesco, le speranze, fossero pure speranze celesti, non avrebbero la terra su cui fondarsi.

La seconda condizione della speranza è che non si speri nulla di cui non si possa rendere ragione agendo. Sperare non è sognare, né ristagnare nell’ottimismo. C’è un’ammonizione preziosa che il pastore martire Dietrich Bonhoeffer fece uscire dal carcere di Tegel, nel pieno della persecuzione nazista. Considerando come le parole anche più alte si fossero logorate e sfiorite, quelle della politica non meno di quelle della religione, indicò il modo in cui esse potessero ritrovare verità e vigore lanciando questo monito: “D’ora in poi direte solo ciò di cui risponderete agendo”. Parafrasando questo messaggio, potremmo dire oggi, in tempi certo diversi, ma non meno bisognosi di verità e di vigore: “Sperate solo ciò che cercherete di fare accadere agendo”.

Naturalmente perché questo agire sia potente, occorre credere che quello che speriamo veramente avverrà. È la fede che dà sostanza alla speranza. Spero perché credo. Sperare nella pace significa credere che la pace è possibile, e porre mano a costruirla. Sarà allora l’estensione l’altezza e la profondità della nostra fede e non il limite del nostro agire che darà le misura delle cose che possiamo sperare.

Raniero La Valle

 

OGGETTO: DIRETTIVA PER IL 2013

Roma 10/12/2012

 

Ai Presidenti, ai gruppi direttivi ed ai soci della ANPC

 

OGGETTO: DIRETTIVA PER IL 2013

 

Il XVI Congresso dei Partigiani Cristiani approvò all’unanimità una mozione molto importante e significativa.

Riportiamo letteralmente il testo della mozione.

I delegati del XVI Congresso dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, riuniti a San Donato Milanese il 23-24 Ottobre 2012, decidono di fare un appello a tutte le Associazioni democratiche, con particolare riferimento alle Associazioni cattoliche, per intraprendere un’azione comune al fine di combattere l’astensionismo e l’antipolitica, da considerare come una fuga ed un tradimento di fronte alla necessità di impegnarsi per la difesa e la ricostruzione dei valori della Resistenza, che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Il XVI Congresso approva all’unanimità”.

Il 29 Novembre 2012, dal verbale del gruppo di lavoro della Segreteria leggiamo: “Ci si propone il lancio immediato dell’iniziativa “antiastensionismo”, che sarà realizzata nei primi mesi dell’anno prossimo. Sarà seguita in modo particolare dal Vicesegretario Giuseppe Accorinti”.

La Direzione delle Acli, in un comunicato del 5 dicembre, raccogliendo l’appello dei Partigiani Cristiani,  prende un’importante decisione: “Le ACLI invitano tutti i loro associati e quanti guardano ad esse con stima ad impegnarsi per favorire la massima partecipazione dei cittadini al dibattito politico, per riprendereprotagonismo civico e respingere, insieme, le tentazioni astensioniste e le derive populiste che rischiano di mantenere il Paese ostaggio di una drammatica quanto infinita transizione politica”.

Il Presidente dei Partigiani Cristiani, Giovanni Bianchi, predispone il messaggio alle associazioni cattoliche.

E, sulla base di una proposta approvata dal Congresso, viene deciso, al fine di realizzare questo programma, che il vicepresidente delle Acli, Pasquale Orlando, venga cooptato nel Consiglio Nazionale.

L’appello dei Partigiani Cristiani rivolto a tutti, ma in modo particolare alle associazioni cattoliche, per realizzare assieme una campagna civica contro l’astensionismo elettorale, sarà l’impegno importante del prossimo mese. Ci rivolgiamo ai dirigenti della nostra Associazione perché preparino degli incontri con le associazioni cattoliche per prendere iniziative concrete contro l’astensionismo.

Il Cardinale Scola, Vescovo di Milano, il 29 Novembre in un documento che affronta le difficoltà del momento politico dice si pronuncia contro l’astensionismo e scrive: “L’indicazione per tutti è di non disertare le urne. A nessuno deve sfuggire l’importanza dell’esercizio del diritto-dovere del voto responsabilmente espresso: con esso si concorre a determinare l’indirizzo politico del proprio Stato e della propria realtà locale”.

L’appello del Cardinale Scola conferma e rafforza la nostra intenzione  di realizzare questa iniziativa. È questo il nostro dovere nei confronti di quanti hanno dato la vita per restituire all’Italia istituzioni democratiche.

Il Presidente Onorario

Bernardo Traversaro

Il Presidente Nazionale

Giovanni Bianchi

Il Segretario Nazionale ANPC

Bartolo Ciccardini

 

Avvertenza: Si prega di trasmettere la direttiva a tutti i dirigenti ed a tutti i soci della vostra sezione.

 

 

E’ questa l’Italia? di Placido Armando Follari

Il Presidente Regionale ANPC della Sicilia ci ha mandato questo bellissimo articolo che pubblichiamo con gioia. Buona lettura, la Redazione

 

In  questi  giorni mi  sono  chiesto  più volte : è  questa  l’Italia?

La  risposta  che  mi  sono  dato  è  sempre  la  stessa : NO

Per non andare  molto  indietro nel  tempo ,i  miei  ricordi mi hanno  riportato ai  gloriosi  Fanti che  sul Piave  fermarono gli Austro-Tedeschi.  Della guerra  1940-1945, l’eroico comportamento  del Vice Brigadiere dei Carabinieri  Salvo D’Acquisto, la leggendaria  Resistenza  della gloriosa Divisione Acqui a Cefalonia,le  gesta dei  Giovani  a Bir el  gobi, l’eroico   comportamento dei  nostri  militari a  Giarabub, lasciati soli a centinaia di chilometri  senza alcuna  speranza, dalla sciagurata guerra  “voluta”  dal “maestrucolo di Predappio” che, il 7 ed il 9 dicembre 1939 nella riunione del Gran Consiglio Fascista  e nel Parlamento, aveva garantito che  l’Italia  non era  preparata di entrare in guerra non prima di tre anni, e che invece dopo soli 5 mesi  dichiarò la guerra alla Francia ed all’Inghilterra, all’insaputa  anche  del  “suo amico”  Adolfo  Hitler.

Ricordo altresì  l’insurrezione  popolare dopo l’8 settembre 1943 che riscattò l’Italia. per una guerra  voluta  solo  dal  nefasto  Benito Mussolini. Per ultimo  la Resistenza, che ha  ridato dignità  di Popolo all’Italia.

Oggi,che cosa  è  la nostra  Patria?  Un continuo  litigare di  scapestrati, politicamente parlando, che  volutamente  hanno  accantonato  il primo articolo della nostra Costituzione, per gestire  i  propri  affari. Oggi, la bufera dell’euro, rischia  di sbrindellare  la  nostra  Repubblica.  Ritengo, smentitemi, che  solo  l’Italia  ha pensato  ai  “Tecnici” .  Infatti, la Grecia,la Spagna,il Portogallo  e qualche altra Nazione  che ha  la propria economia che  si  basa   sull’euro, non è ricorsa al Governo tecnico, ma ha preferito risolvere la propria  situazione mediante il Governo eletto dal Popolo.  Noi,invece per  la  decisione  unilaterale del  Presidente dello  Stato, abbiamo  il Governo presieduto dal  Prof. Mario Monti  che avrebbe dovuto rimettere a posto la nostra economia. L’emerito Professore, oggi, dopo avere  sbandierato  “equità”  e  “crescita”, con le sue decisioni  ha prodotto soltanto  “licenziamenti”  e “suicidi”.  Adesso,ritengo, che il Presidente dello Stato  dovrebbe,in conformità dell’articolo  primo della nostra  Costituzione,  ridare  la  “parola” al  Popolo mediante le dovute  “libere elezioni”. Ogni  altra decisione  sarebbe  insensata.

Placido Armando  Follari

Croce di guerra al Valore Militare

Croce al merito di guerra

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