ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

Una lettera accusatoria

Pubblichiamo una lettera accusatoria e la risposta del Segretario nazionale Ciccardini.

Scrive il Signor Scutari: “Perchè i partigiani Cristiani erano diversi dai partigiani non Cristiani ? Suvvia, non speculiamo su chi ha sacrificato la vita e combattuto per la democrazia e libertà, non c’era nè cristianesimo nè laicismo nè non cristianesimo. Speculare su tutto è, scusate il termine, poco dignitoso. Saluti, Scutari”.

Risponde Ciccardini: “Egregio Signor Scutari, rispondo alla lettera che lei mi ha inviato . In quanto persona potrei anche sopportare i giudizi di strumentalizzatore o di speculatore o di persona mancante di dignità . Dovrei attingere ad una riserva di umiltà  che probabilmente non ho, ma potrei anche liberamente farlo. Invece non posso tollerare in alcun modo, come Segretario Nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, che lei si esprima in questi termini nei confronti degli eredi di valori da cui lei è irrimediabilmente lontano. Sulla diversa interpretazione della Resistenza da parte dei Partigiani, c’è un fiume di libri che lei certamente non ha avuto la voglia di leggere. Per questo le consiglio una breve pagina di Pietro Scoppola in Prefazione al mio libro “La Resistenza di una comunità “, che le accludo. Le ricordo che a testimoniare questa valenza Giuseppe Dossetti, capo di tutti i partigiani della Provincia di Reggio Emilia, partecipava alle azioni di guerra disarmato. E non era stupidità  o follia, ma era la precisa testimonianza di non approvazione della guerra e di approvazione della ribellione. Le accludo la Preghiera del Ribelle, scritta da Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, in cui può leggere i valori fondanti per cui egli si sacrificò, diversi da altri, moralmente alti e significativi, ma comunque diversi. Il ricordare questi valori, senza negare la grande validità  della unità  morale della Resistenza, è il nostro compito. Per dare alle giovani generazioni il messaggio cristiano e civile che è contenuto in quella memoria. Lei vede in questo una speculazione.La speculazione prevede un vantaggio materiale, che non riesco assolutamente ad intravedere in quello che facciamo.Quindi il suo giudizio è ingiusto, arrogante, disonesto, falso e sintomo di animo malefico. Si penta e si converta.

Bartolo Ciccardini”.

 

 

Segretario ANPC

Annunci

Andare in parrocchia? Perchè no!

Cerchiamo di organizzare anche nelle parrocchie disponibili incontri dei partigiani cristiani per riprendere spazi umani e legami di solidarietà  e stima,fondamento della cristianità  e della solidarietà. Bianca de Matthaeis

Risposta di Ciccardini

Cara Signora Bianca, lei ha perfettamente ragione. Io ho scritto un piccolo libro (Ricominciare dalle Piccole Patrie) proprio per dimostrare che bisogna ricominciare a fare politica a partire dalle parrocchie. No voglio dire con questo che le parrocchie devono fare politica o iscriversi ad un partito, ma che deve riprendere quell’opera di formazione che è necessaria per essere buoni cittadini.

Sotto questa accezione della politica “buona”, della politica rivolta al bene comune, il cristiano che ha il dovere di occuparsi degli altri, ha quindi il dovere di occuparsi della politica, che è la somma di tutti gli altri.

Non a caso, il Papa disse che la politica è il più grande atto di carità . Sarebbe giusto che il ricordo dei Partigiani Cristiani che sono morti per la dignità  e la libertà  di tutti gli italiani fosse ricordato anche nelle parrocchie e che il frutto del loro sacrificio, la Costituzione, fosse studiata e letta, naturalmente in un piano diverso dal Vangelo, un piano che attiene alla formazione dei buoni cittadini cristiani, anche nelle parrocchie. Naturalmente non possiamo mettere sulle spalle dei poveri parroci, che già  sono oberati di lavoro e che sono pure troppo pochi, anche questa impresa. Dovrebbero essere i laici a formare questi gruppi educativi ispirati agli ideali dei Partigiani Cristiani.

Ma non poassiamo essere noi come associazione a pretendere questo, non siamo autorizzati da nessuna autorità  pastorale a farlo. Ma saremmo pronti ad esaudire questa richiesta se ci fosse veramente richiesto.

Su questo tema vorrei che si aprisse un ampio dibattito anche fra di noi.

Il Segretario Naizonale, Bartolo Ciccardini

 

 

Alcune foto del Convegno Dossettiano del 21 Febbraio 2013

foto4 foto3 foto2 foto1

Relazione del Presidente Giovanni Bianchi al Convegno Dossettiano del 21 Febbraio 2013

Dossetti rimosso

Curiosamente Giuseppe Dossetti è più noto per il livore disinformato dei detrattori che per lo zelo propagandistico degli estimatori. Dossetti infatti, dopo Antonio Rosmini, è il grande rimosso della cultura e della Chiesa italiana. È Dossetti stesso ad avere suggerito il rapporto con Rosmini, e d’altra parte una circostanza li accomuna: la difficile “traducibilità” delle rispettive esperienze oltre i confini della terra e della Chiesa nazionali. Entro il quadro di un’ulteriore assenza rappresentata dalla non disponibilità di una storia del cattolicesimo italiano accreditata come credibile.

 

Alla fine di un ciclo politico

Eppure, per converso, Dossetti ha avuto la ventura di essere studiato da subito, durante l’impegno politico, e addirittura “storiografato” just in time. Le circostanze possono averne in seguito favorito la sordina dal momento che il monaco di Monte Sole è stato in politica sette anni in tutto, ivi compresi i due passati in montagna come partigiano. Rivisitarne dunque non tanto la memoria ma il lascito politico, provare a rifare i conti con il metodo Dossetti può essere operazione fondatamente ricostruttiva nella fase in cui il cattolicesimo democratico si trova alla fine di un ciclo politico. Proprio perché la forma che ci siamo lasciati alle spalle è quella del partito, laddove estimatori e critici, tutti, riconoscono in Dossetti una passione per il partito che andava ben oltre quella per il governo.

E dal momento che è impossibile fare una storia del cattolicesimo politico di questo secolo a prescindere dalla storia del partito politico, che ne costituisce la più originale espressione – in rotta di collisione con l’universalismo Vaticano additato da Gramsci e con le pratiche del gentilonismo – il confronto con le prese di posizione e gli scritti dossettiani, tanto avari nel numero quanto determinanti per il contenuto, si impone ancora una volta. I cattolici infatti si affacciano come protagonisti alla storia dello Stato unitario solo attraverso la figura e lo strumento del partito politico (Pino Trotta).[1] E probabilmente non si è sottolineata a sufficienza questa novità che per la prassi della politica cattolica costituì un autentico tornante. Non era infatti scontato che l’impegno politico dei cattolici dovesse attraversare l’esperienza del partito.

Fuori da ogni sistemazione consolante a posteriori, è don Luigi Sturzo a rappresentare la svolta nella prassi dei cattolici nello spazio pubblico nazionale. Ma il convergere di interessi di lungo periodo da parte del fascismo e di breve periodo per la Chiesa cattolica costrinsero il prete calatino all’esilio prima londinese e poi statunitense. Tanto che fu l’esperienza del secondo dopoguerra a sviluppare il granello di senape popolare nel grande tronco della Democrazia Cristiana. E mentre la Santa Sede, proverbialmente lento pede, stava ancora uscendo a tappe dallo Stato Pontificio, l’esperienza dei cattolici radunati in partito segnava momenti di innovazione non soltanto sul piano politico ma anche su quello ecclesiale: al punto che la Democrazia Cristiana può essere considerata un’avanguardia nel grande e variegato corpo della chiesa preconciliare. Non è dunque casuale il ruolo di solerte “segreteria” giocato da don Dossetti nelle assise conciliari al seguito del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro.

Proprio la “tranquilla liquidazione del Partito Popolare Italiano dinanzi alla vittoria del fascismo”[2] consegna irrisolto alla Democrazia Cristiana il problema di saggiare fino in fondo nell’area culturale cattolico-democratica le potenzialità della forma partito. Quella forma rispetto alla quale la Santa Sede oscillerà tra diverse opzioni senza coincidere mai. Ed essendo Dossetti la mente più fervida e appassionata alla forma partito, molto più di De Gasperi, maggiormente attento ai ruoli e alle liturgie istituzionali, è con lui che i conti vanno fatti in una fase dove al vecchio della politica pare succedere il vuoto della politica.

E vale la pena osservare, non solo di passata, come il dossettismo non estinto in Aldo Moro si riveli in una sua celebre espressione, quando cioè lo statista pugliese afferma che il pensare politica è già per il novantanove percento fare politica.

 

Il patriottismo costituzionale

Vi è un’espressione, opportunamente atterrata dai cieli tedeschi nel linguaggio giuridico e politico italiano, che definisce l’impegno dossettiano dagli inizi negli anni Cinquanta alla fase finale degli anni Novanta: questa espressione è “patriottismo costituzionale”. Dossetti ne è cosciente e la usa espressamente in una citatissima conferenza tenuta nel 1995 all’Istituto di Studi Filosofici di Napoli: “La Costituzione del 1948 – la prima non elargita, ma veramente datasi da una grande parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di eguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo –   può concorrere a sanare ferite vecchie e nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato ‘Patriottismo della Costituzione’. Un patriottismo che legittima la ripresa di un concetto e di un senso della Patria, rimasto presso di noi per decenni allo stato latente o inibito per reazione alle passate enfasi nazionalistiche, che hanno portato a tante deviazioni e disastri“. Vi ritroviamo peraltro uno dei tanti esempi della prosa dossettiana che ogni volta sacrifica alla chiarezza e alla concisione ogni concessione retorica. Parole che risuonavano con forza inedita e ritrovata verità in una fase nella quale aveva inizio la evidente dissoluzione di una cultura politica cui si accompagna l’affievolirsi (il verbo è troppo soft) del tessuto morale della Nazione.

Non a caso la visione dossettiana è anzitutto debitrice al pensare politica dal momento che uno stigma del Dossetti costituente è proprio l’alta dignità e il valore attribuito al confronto delle idee, il terreno adatto a consentire l’incontro sempre auspicato tra l’ideale cristiano e le culture laiche più pensose. Avendo come Norberto Bobbio chiaro fin dagli inizi che il nostro può considerarsi un Paese di “diversamente credenti”. Dove proprio per questo fosse possibile un confronto e un incontro su obiettivi di vasto volo e respiro, e non lo scivolamento verso soluzioni di compromesso su principi fondamentali di così basso profilo da impedire di dar vita a durature sintesi ideali. Così vedono la luce gli articoli 2 e 3 del Testo che segnalano il protagonismo di Dossetti intento a misurarsi con le posizioni di Lelio Basso ed altri.

Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, diritti “riconosciuti” e non attribuiti dalla Repubblica. Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo (e includente) personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese sopravvissuto a laceranti divisioni, con una ambiziosa e non spenta azione riformatrice in campo economico e sociale.

È questa attitudine che ci consegna come “attuale” un Dossetti altrimenti esiliato nel museo delle cere di una non innocente inattualità. Qui ha seminato probabilmente l’esplicito fervore religioso di don Pippo, che in assenza di condizioni adatte a consentirgli una incontenibile azione riformatrice, sceglierà di farsi monaco nel 1956, ma con una modalità storicamente determinata. Non si fugge infatti dal mondo e dalle sue contraddizioni erigendo un convento a Monte Sole dove i nazisti consumarono sull’Appennino reggiano, parole sue, “un piccolo olocausto”.

Resta la diversità di vedute con Alcide de Gasperi – segnatamente nella politica estera – ma a determinare le scelte e a conservare in esse il seme inestirpabile della responsabilità storica è la non tradita vocazione dossettiana a esercitare la responsabilità così come le vicende glielo consentono nel suo tempo. Chiamatela vocazione, o kairòs, o anche socraticamente daimon: da lì Dossetti comunque non si schioda.

Un’evidenza da esplorare viene a noi, così come l’esperienza dossettiana della Resistenza, del partito, del Concilio Ecumenico Vaticano II, gli anni nascosti del suo nomadismo monastico appenninico e mediorientale ce la consegnano: la responsabilità del credente verso la storia è insieme luogo laico e luogo teologico del suo impegno nella città di tutti gli uomini. Dove il sacro separava, adesso la responsabilità storica – fitta di distinzioni e contrasti – è destinata ad unire. Un terreno di prove quotidiane per quel confronto e quel rapporto che dai tempi di Kant affatica il Vecchio Continente sul confine tra Illuminismo e Cristianesimo, tra democrazia e vita quotidiana dei fedeli.

Ma c’è di più. In Dossetti c’è anche lo sforzo interpretativo del profeta e l’ansia riformatrice di Max Weber nutrito alla teologia della vocazione protestante che, nella famosa conferenza di Monaco del 1919, ammonisce: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”. Osserva Pietro Scoppola che Dossetti simbolizza al riguardo la storia non realizzata e quindi le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. Da qui nasce credo in lui la premonizione sulle difficoltà che sarebbero sorte nella fase di attuazione delle norme. Da qui il solido ancoraggio ricercato nella natura giusnaturalistica dei diritti umani e quindi nel primato della persona cui attribuire il crisma del riconoscimento costituzionale.

Escludendo sia un approccio totalitario come pure un approccio individualistico, Dossetti si affatica intorno a una concezione che faccia perno contemporaneamente sulla persona e sulla solidarietà: dove vigano cioè “diritti che lo Stato non conferisce, ma semplicemente riconosce”. Parole sue. Di qui la battaglia per la libertà religiosa di tutti i culti nel segno del pluralismo culturale ma anche sociale, perché tutti orientati al perfezionamento integrale della persona umana. Compito che attiene al regime democratico in quanto tale perché riguarda in maniera diversa la cosciente partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Di qui la “civetteria”, altrimenti illeggibile in Dossetti, che lo portò in non sporadici casi a sottolineare la convergenza sulle posizioni da lui sostenute di Palmiro Togliatti, dal quale lo separava la difformità della radice e della visione politica, ma al quale l’univa l’ansia di ricercare soluzioni praticabili per tutti gli italiani. (Ad esempio la rivendicazione della necessità di un controllo sociale della vita economica del Paese.) Atteggiamento che presenta intuibili punti in comune con l’esigenza di lavorare alla costruzione di un’etica di cittadinanza che ovviamente trascenda la morale cattolica senza prescinderne, ma tale da attingere punti nodali in grado di coinvolgere credenti e non.

È proprio qui, pare a me, che deve essere collocata l’iniziativa dossettiana affinché venissero riconosciuti nella particolarità della contingenza i Patti Lateranensi nel testo costituzionale. Per questo difese la causa della richiesta perentoria del Vaticano, astenendosi tuttavia dal consultare con sospettabile frequenza uomini e istituzioni d’Oltretevere. La ragione? In questo caso le motivazioni riguardano essenzialmente la storia italiana dove già nel Risorgimento la parte cattolica risultò impedita di dare un contributo costruttivo perché relegata ai margini della Nazione. Mentre nel contesto specifico di un difficile secondo dopoguerra attraversato dalla “guerra fredda”, secondo l’analisi di Dossetti, due blocchi aspramente contendevano all’interno delle contraddizioni storiche insorgenti da una medesima cultura (!) non temperata da una adeguata trasformazione morale. Dove, accanto all’orizzonte complessivo, va considerata la difficoltà individuale delle persone, tra le quali Dossetti annovera anzitutto se stesso, riconoscendo nel Consiglio Comunale di Bologna (1956) che anche la sua personale cultura “è da un pezzo che è andata in pezzi”. Specificando ulteriormente che si tratta di una cultura né borghese né marxista, ma che è ad un tempo, per contaminazione, l’una e l’altra cosa insieme… Ne consegue l’invito pressante a riflettere sul progresso degli strumenti culturali che hanno informato i nostri comuni maestri. Il problema è dunque ancora una volta per Dossetti ri-caricare i concetti e le parole, anche se le parole non bastano ad edificare.

 

La svolta a gomito

Molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che  forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta. Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione. Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo ancora una volta al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta in seguito da De Felice. Già allora alle spalle, nella chiarezza, le preoccupazioni espresse da Luciano Violante durante il discorso di insediamento in quanto presidente della Camera nel 1996. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo:  dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale” (l’Altro), secondo la lezione di Mounier.

 

Una seconda rimozione?

 

“Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica. Una democrazia che voleva che cosa? Che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo e di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale”.[3] Questo il fine. Dossetti si confida al clero di Pordenone in quello che mi pare possibile considerare il suo testamento spirituale: la conversazione tenuta in quella diocesi presso la Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo 1994 e pubblicata con il titolo Tra eremo e passione civile. Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, a cura dell’associazione Città dell’Uomo.

E il mezzo individuato come il più adeguato per raggiungere il fine è per Dossetti l’azione educatrice: “E pertanto la mia azione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Non sono mai stato membro del Governo, nemmeno come sottosegretario e non ho avuto rimpianti a questo riguardo. Mi sono assunto invece un’opera di educazione e di informazione politica.”[4] Dunque un’azione politica educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Un ruolo e un magistero al di là della separatezza delle scuole di formazione, nel concreto delle vicende e del confronto e – si immagina facilmente, con a disposizione la documentazione di un intero itinerario –   prendendone di petto i conflitti e le asprezze. Che appare con tutta evidenza la vocazione di una leadership riconosciuta, il ruolo che fu dell’intellettuale organico, del partito politico come in parte era e come dovrebbe essere, pur ipotizzandone impreviste metamorfosi: capace cioè di organizzare persone e gruppi intorno a un progetto e a una linea di pensiero.

E siccome non sono mancati nel Dossetti che frequentava le istituzioni gli scontri e le asprezze, don Giuseppe così legittima decisioni e atteggiamento: “I miei contrasti – se ci sono potuti essere – con quelli che comandavano allora, sono stati non tanto contrasti di persone o di sensi, di temperamenti, ma contrasti su quest’aspetto necessario dall’azione politica come formazione della coscienza del popolo.”[5]

E’ la vita autentica del cristiano che in Dossetti riassume l’esperienza monastica e la supera, nel mentre innova e continua la vocazione politica. Grande esperienza secolare insieme di ascesi e di laicità è infatti quella del monachesimo storico. Ricollegandosi ad essa ha una nuova valenza politica l’azione culturale del “monaco” Dossetti. È questa inedita scelta che mette in discussione la cristianità e le forme del politico che in essa si inseriscono e che ha la temerarietà di confrontarsi, fino al rischio di perdersi, con una politica bisognosa di nuove idee capaci di nuovi comportamenti.

Chi non intende questo orizzonte e questo approccio non capisce la consequenzialità del Dossetti “monaco” rispetto al Dossetti politico militante. Opera una scissione là dove c’è una lucida distinzione. Rimuove (non rischia anche questa di essere una rimozione?) l’originalità del Dossetti vocazionalmente  politico che sceglie di salire a Monte Sole dove il dramma della storia e del mistero cristiano pongono allo spirito e alla politica domande rimaste ancora senza risposta. Perché la Lotta di Resistenza non segna soltanto la fine del fascismo, ma schiude l’ingresso a una nuova democrazia alimentata da valori che a loro volta non possono essere rimossi, proprio perché questa democrazia –  e la Carta costituzionale che ne discende – non  sono un guadagno fatto una volta per tutte.

Singolare è dunque in Dossetti la sinteticità multiforme del suo carisma, che pare rispondere a una perentoria chiamata alla storicità, come evidente presa di distanze dalla cronaca: “Non dobbiamo occuparci della cronaca, ma della storia sì, con tutta la vigilanza della preghiera e del cuore e, cioè, dei grandi drammi dell’umanità del nostro tempo: l’ingiustizia, la  fame, l’oppressione, il buio della fede, la fatica della ricerca di verità e di luce”.[6]

La faccia della politicità appartiene a un prisma che lungo l’asse Vangelo–Storia allinea il politico, il monaco, ma anche il giurista, lo studioso, il sacerdote diocesano, il “nomade”, il predicatore, il suggeritore… Per questo, essendomene stata affidata la commemorazione a un mese dalla morte all’inizio dei lavori del III Congresso Nazionale dei Popolari (Roma 1997) chiamai a raccolta tutte le scarse risorse del mio antihegelismo per dire della sua vicenda: “Anche la storia può sbagliare”.

Per due ragioni. In Dossetti è infatti il Vangelo che chiama in giudizio la storia nel momento del suo farsi; in secondo luogo perché mi pareva di dover sottoporre finalmente a critica l’etichetta di un Dossetti “perdente” e votato alla sconfitta. Perché? Perché accanto alle fulminee uscite di scena restano – anche per sua esplicita rivendicazione durante la famosa allocuzione all’Archiginnasio – il contributo non marginale alla vittoria repubblicana nel referendum istituzionale dell’immediato dopoguerra e la ricordata “regia” alla Costituente.

Due dunque i luoghi teologici, o meglio, le “fonti” di quello che con estrema titubanza potrebbe essere considerato un “irregolare” di genio della Chiesa e della politica: il Vangelo e la Storia.

Quando giustamente si rivendicano le radici cristiane dell’Europa non è all’azione civilizzatrice e riformatrice dei monaci che si fa riferimento? Non è questa la Traditio che fa i conti con la storia e talvolta – come accade alla grande politica – contro la storia?

Il Dossetti che “obbedisce” al vescovo Giacomo Lercaro candidandosi a sindaco di Bologna contro il comunista Dozza, che organizza le primarie per l’occasione già nel 1956, che con il gruppo dei giovani collaboratori redige il Libro bianco che racchiude il programma amministrativo, non è il Dossetti che saggia insieme i compiti del laico cristiano e la testimonianza ispirata ed operosa nei confronti della città dell’uomo che ha segnato nei secoli l’azione di generazioni di monaci? Non è curioso che la figura del laico e quella del monaco coincidano nel servizio, nella diaconia e nel rinnovamento?

Potrei continuare a porre interrogativi, non certamente retorici, lungo il percorso dove la sperimentazione sul campo cessa di apparire paradossale. Quel che infatti viene esaltato dall’approccio dossettiano, in entrambe le situazioni, è la vocazione pedagogica della politica, senza la quale nessuna politica autentica può darsi. Capace di resistere alla miopia del contingente e della cronaca, alla pressione degli schieramenti, alla violenza delle ideologie, alla nostalgia del richiamo della foresta.

Una politica proprio per questo in grado di distinguersi dal potere, così come la lotta di Liberazione aveva visto il partigiano Dossetti partecipare all’azione militare, ma disarmato. Non che la politica non debba mai commerciare con il potere – Dossetti non è né tedesco né luterano –  ma una politica in grado di continuare e di esercitarsi anche fuori dai luoghi del potere. Che è la sfida incompresa che sta ancora di fronte a noi.  Dossetti non lo dice, ma è probabilmente d’accordo con la cristianissima osservazione che Emanuele Severino traduce in filosofico: non siamo noi che prendiamo i poteri, ma piuttosto i poteri prendono noi.

E’ questo il rigore dossettiano, non quello che si cimenta con le forme keynesiane dell’economia. E’ questo il Dossetti che va riscoperto e non rimosso, anche se ci inquieta e ci sfida a una politica per la quale non ci sentiamo attrezzati e della quale non siamo in grado di intuire il valore. Una politica che ha il coraggio e la lucidità di mettere al primo posto la cultura politica, prima delle rendite di posizione, prima dei sistemi elettorali, prima della dittatura del tempo breve, prima dell’onnipotenza delle immagini sempre più onnivore.

Ecco perché tornare a Dossetti significa non rimuoverlo in questo aspetto della sua lezione che probabilmente risulta il meno comodo. L’imprescindibilità cioè della cultura politica, senza la quale il nichilismo dei contenuti si concede allo spettacolo o ai  nuovismi che fanno succedere al vecchio soltanto il vuoto.

Onestà vorrebbe che non si rifiuti la sfida superando difficoltà e passaggi difficili, avendo il coraggio di fare esperienze e di proseguire anche a tentoni. Così come camminano quelli che viaggiano di notte. Appunto, “Sentinella, quanto resta della notte“?

 

                                                                                                                     Giovanni Bianchi

 


[1] Giuseppe Trotta, Un passato a venire. Saggi su Sturzo e Dossetti, Cens, Milano, 1997, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] Giuseppe Dossetti, Conversazioni, In Dialogo, Milano, novembre 1995, pp. 12-13.

[4] Ivi, p. 13.

[5] Ibidem

[6] Maria Gallo, Una comunità nata dalla Bibbia, Queriniana, Brescia, 1999,  p. 11.

Anno Dossettiano. Relazione di Bartolo Ciccardini al Convegno del 21 Febbraio alla Camera dei Deputati

 

1. La crisi della civiltà

Nel 1935 Jhoan Huizinga scrive il suo libro “In de shaduwen van Morghen”, vale a dire “Le ombre del domani”  Il libro  nel 1936 viene tradotto da Luigi Einaudi che gli dà un nuovo titolo: “La crisi della civiltà”. Il libro viene definito: “Un grido di allarme di uno studioso di fama internazionale per ricordare il valore irrinunciabile della libertà”.(Bianchi Bandinelli). Huizinga morirà sei anni dopo in un campo di concentramento.

In quegli anni Luigi Sturzo, in esilio scrive due libri profetici: uno in cui contesta il diritto di guerra (“The International comunity and the right of war”) e l’altro intitolato “Politics and morality”.

Nel 1936, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati a Ventotene scrivono il manifesto “Per una Europa libera ed unita”. Nel 1936 Giovanni Battista Montini regala a Giorgio La Pira un libro appena uscito in Francia“Humanisme intégral” di Jacques Maritain. La copia di quel libro esiste ancora ed è la testimonianza dell’influenza della “cultura della crisi” sugli intellettuali cattolici italiani. In Francia con Maritain e poi con Emmanuel Mounier e con la sua rivista Esprit, con Jean-Marie Domenach, che fu direttore della rivista Esprit dopo di lui, matura la coscienza che la catastroficità della crisi abbia bisogno di una “nuova cristianità” capace di capire il “segno dei tempi”. Il segno dei tempi è l’espressione biblica con cui il Cardinal Emmanuel Suhard, nella sua pastorale intitolata “Agonia della Chiesa”, pone ai cristiani il problema della guerra e della caduta della civiltà.

2. I cattolici e la cultura della crisi

Dopo il Concordato del 1927 il fascismo instaurò una politica di repressione delle associazioni cattoliche. Fu sciolta la Fuci e l’Azione Cattolica fu costretta ad un’attività religiosa all’interno delle parrocchie.

In quel periodo l’assistente della Fuci, Giovan Battista Montini (che diventerà Paolo VI) e Igino Righetti fondarono la casa Editrice Studium ed il Movimento dei Laureati Cattolici per coltivare una élite dirigenziale. Nacque anche un nuovo tipo di consociazione religiosa formata da laici consacrati, che prendevano i voti, ma non avevano nessun segno di riconoscimento e lavoravano nella società nei modi consueti, inaugurando una nuova spiritualità. Alla ricerca di una risposta culturale   contribuì molto il lavoro della Università Cattolica fondata nel 1920.

Maritain distingue la Chiesa, che è portatrice del messaggio evangelico, dalla “cristianità” che è uno dei possibili risultati storici della risposta dei cristiani alle domande del loro tempo, risposte che possono variare a seconda delle vicende della storia. Questo presuppone che vi sia un piano religioso custode della speranza   e, diverso da questo, un piano storico, in cui i cattolici si impegnano anche politicamente alla creazione di un nuovo rapporto fra i cristiani e la storia, per salvare l’umanità dalla catastrofe.

La “cultura della crisi” ebbe molta importanza nella formazione del pensiero politico cattolico degli anni ’40. Le idee di Maritain e di Mounier si ritrovano nel Codice di Camaldoli, che i professorini del Movimento Laureati Cattolici e della Università Cattolica compilano, dopo ampi dibattiti nel luglio del 1943. Nel 1949 un delegato dossettiano al Congresso di Venezia della Democrazia Cristiana alla domanda polemica di Attilio Piccioni, che chiede: “Ma voi cosa volete?”, risponde: “Umanesimo integrale!”, citando il titolo del famoso libro di Maritain.

3. Dossetti e la cultura della crisi

Dossetti è stato l’espressione più alta della “cultura della crisi” in Italia.

Dice Paolo Prodi in riferimento a Dossetti: “La novità del suo pensiero fu proprio quella del giudizio di catastroficità sulla situazione mondiale che si traduceva in giudizio sulla criticità del momento ecclesiale, a causa del prevalere nel cristianesimo di un modo razionalistico ed attivistico”. (Paolo Prodi, Quando si faceva la Costituzione, pag. 18-19). Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Suor Agnese, al secolo Franca Magistretti, parlando della vocazione di Dossetti parla di una vera e propria chiamata (“un esodo”) strettamente legata alla coscienza della crisi. E cita un brano molto significativo di Dossetti, scritto nel 1944: “Perché questa nostra civiltà non presenti più orrori e dolori tanto immani, non offra più tanti pericoli e tante resistenze alla virtù, perché si nobiliti nella conquista di quel minimo di ordine, di  tranquillità, di giustizia (…).

Notiamo attentamente la data: siamo nel 1944, il mondo sconvolto dalla più terribile guerra di tutti i tempi, da crudeli dittature, dall’olocausto del popolo ebraico, dalla sofferenza di milioni di persone.

Questa presa di coscienza  sempre più lucida è stata in realtà la “misura” del suo “esodo”, come diceva allora: “Alla fine è emersa, attraverso sentenze successive, la conferma più documentata delle intuizioni che esistevano all’inizio: la catastroficità della situazione italiana legata a quella mondiale e la criticità del mondo ecclesiale … questo giudizio di catastroficità della storia si trova in alcuni documenti pontifici recenti (cita i messaggi natalizi di Pio XII del 1951 e 1952)… mentre lo stesso magistero è esplicito nel denunciare la catastroficità della situazione civile, è meno esplicito, più reticente nell’ammettere …la criticità ecclesiale”.

In quell’anno Dossetti divento il capo della resistenza nella provincia di Reggio Emilia.

Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Questo avvenne in un modo davvero singolare per esperienza personale di molti, proprio nella Resistenza. Sia Lazzati nel campo di concentramento, sia Dossetti come capo della Resistenza nel reggiano, sentirono che questa ribellione, era nel tempo stesso religiosa e politica. Questa situazione deve essere tenuta presente in tutti i passaggi successivi dell’esperienza di Giuseppe Dossetti.

4.  La crisi italiana e la Costituzione

Il primo passaggio è quello della Costituente. Appare importantissimo il momento creativo con il quale un’ispirazione religiosa profonda che ha a cuore la salvezza dell’umanità viene utilizzata senza integralismi e coinvolgimenti clericali con la necessità di creare uno strumento politico, la Carta Costituzionale, a salvaguardia della pace e della libertà di una comunità , come quella italiana che aveva perso i modi e le ragioni per stare insieme.

Dossetti, che aveva anche una grande capacità di organizzazione e di motivazione, propose un metodo di svolgimento dei lavori della Commissione in cui era possibile confrontare continuamente i risultati, forte della chiarezza logica del suo diritto canonico. Riesce così a trovare come dirà lui stesso 50 anni dopo “una commistione feconda delle tre culture: la liberale, la cattolica e la social-comunista”.

Non fu un accordo politico o perlomeno non fu soltanto un accordo politico. Non fu un compromesso storico. Fu la rifondazione Risorgimentale di una nuova unità. Fu un tentativo molto felice di raccordo fra le radici originali delle tre culture, aldilà delle separazioni occasionali o meglio ancora al di sopra degli storici steccati. E’ certo che senza la esperienza della collaborazione nella Resistenza questo non sarebbe potuto avvenire, tuttavia il risultato è un monumento ai valori comuni, di culture molto diverse, per superre la crisi.

5. La politica nuova

Questa cultura della crisi si scontra dopo il 18 Aprile con la necessità emergente di salvare lo Stato democratico, dal pericolo di una guerra conseguente alla divisione del mondo in due blocchi. Dossetti aspira ad una politica italiana che sia frutto di una caratteristica tipicamente italiana: la presenza in Italia della sede della Chiesa cattolica e la presenza in Italia del più forte Partito Comunista dell’Occidente. Questa caratteristica dovrebbe permettere all’Italia di fare una “politica nuova”,  un ruolo di sintesi per la costruzione di una politica di pace e di salvaguardia dell’umanità.

Cosa era in pratica “la politica nuova”? Era l’abbandono del quadro locale, che era stato chiamato “sacro egoismo nazionale”, per passare ad un livello più alto, che potremmo chiamare “sacro altruismo universale”. Ritorna in questo concetto la concezione giobertiana di un primato italiano, conferito non per un dominio, ma per una missione provvidenziale, oppure la concezione laica di Quintino Sella che all’avvertimento di Teodoro Mommsen “che l’Italia non poteva stare a Roma senza un proposito universale”, rispondeva che il proposito universale che gli italiani si proponevano era “La Scienza”.

Dossetti ripropone in politica un progetto analogo al metodo con cui si è scritta la Costituzione: una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale.

C’era uno stretto apporto fra la ricerca di un ordine mondiale e la ricerca di un ordine sociale. La Pira, in Cronache Sociali, era stato l’autore di un manifesto della politica sociale con un suo scritto famoso: “Le attese della povera gente”.

E mentre andava a Mosca e nel Vietnam per scongiurare la guerra si adoperava anche perché la Pignone non chiudesse, a dispetto delle cosiddette regole di mercato e che il “piano Fanfani case” procedesse in fretta nella sua Firenze.

Quali erano praticamente queste attese?

Dossetti ripropone in politica una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale. Era l’idea che veniva dalla esperienza dela Resistenza, per la quale si portava a termine un Risorgimento che era stato fatto da una minoranza e che ora veniva rinnovato da una nuova unità democratica di tutto il popolo.

Questa concezione di politica alta, aveva anche qualcosa di molto pratico perche proponeva che l’Italia diventasse il motore d’Europa e l’Europa diventasse a sua volta una realtà viva.  E la società europea una comunità senza diseguaglianze. Quanto è distante tutto questo dalla politica povera di oggi, dove il quadro locale si è immiserito nell’interesse di piccole tribù.

6. Dossetti e De Gasperi

Dossetti che pretende da De Gasperi una politica economica meno liberale e più keynesiana, una politica estera più preveggente, si scontra con una realtà molto dura: la necessità per De Gasperi di arrivare, in mezzo a tante difficoltà, a firmare comunque un trattato di pace ed a farsi accettare comunque nel Patto Atlantico. E sul piano economico a ristabilire, comunque, anche con l’aiuto materiale degli americani, la fine dell’economia di guerra.

Dossetti scopre che De Gasperi ha ragione e che bisogna intraprendere un più lungo cammino perché nei cattolici maturi una risposta cristiana ai nuovi problemi che la crisi di civiltà impone. In quella stagione noi giovani, senza rinunciare ai nostri ideali scoprimmo quanto fosse duro e necessario “conservare lo Stato democratico per salvare la speranza di una rivoluzione”. Anche se Dossetti dovette constatare che i tempi non erano maturi per la nuova politica, non tutte queste aspirazioni furono respinte o trascurate. L’Italia diventò comunque il motore dell’Europa (ed è necessario che ritorni ad esserlo) e realizzò, e sembra incredibile dirlo oggi in pochi mesi, una riforma agraria, un piano case, ed un intervento massiccio nel Mezzogiorno. Tuttavia Dossetti sente che c’è bisogno di un progetto per superare la resistenza del momento ecclesiale ad un nuovo modo di presenza nella storia. Non possiamo dire che Dossetti prevedesse o immaginasse un Concilio. Ma poi, nello svolgersi degli avvenimenti, il risultato del suo lavoro fu utile ad un Concilio.

7. La cultura della crisi ed i “due piani”

La conseguente uscita di Dossetti dalla politica non fu una fuga. I più recenti documenti sui Convegni di Rossena, sul suo rapporto con Rumor, dimostrano che egli preparò, una strategia accurata e precisa.La sua non fu una fuga dalla politica né tanto meno un superbo allontanamento da ciò che non condivideva. Un recente documento ritrovato nell’archivio Rumor ci dice come Dossetti  avesse pensato, programmato e scritto accuratamente, anche nei particolari, come era solito fare, il destino del suo gruppo, quello dei dossettiani che rimanevano a fare politica nelle condizioni storicamente date. Essi si sarebbero uniti con la seconda generazione, avrebbero potenziato i quadri giovanili, avrebbero cercato una alleanza con Fanfani ed offerto una precisa garanzia a De Gasperi che avrebbe fatto il traghettatore del passaggio generazionale in forma non traumatica: Altro che fuga!

8. Il Centro di Documentazione

Dossetti ritiene che il mondo cattolico non sia pronto a comprendere la cultura della crisi e la nuova missione civilizzatrice e si propone un altro progetto in un altro piano di lavoro, con la creazione del Centro di Documentazione che diventerà il più importante centro di studi religiosi in Europa.

E’ il periodo della sua esplorazione di campo, attraverso l’incontro con il gruppo di Felice Balbo, con Augusto Del Noce, con le sue dimissioni dall’Università ed il suo piano di studio sulla patristica e sulla cultura cristiana orientale e sui movimenti religiosi in Medio Oriente ed in Oriente.

In Italia il problema si poneva in maniera singolare. Una rigenerazione della unità mancata dell’Italia, un compimento alto del Risorgimento fallito con il fascismo, un compito nuovo per l’Italia, finalmente di tutti gli italiani, era presente come compito morale dei cristiani della Resistenza in Italia ed, in termini diversi, in tutta Europa. Ed era compito di una nuova “cristianità” (Maritain) che sapesse ispirare “nuovi cieli e nuove terre”. Un “umanesimo integrale” che inaugurasse una storia destinata a salvarsi tutta intera nella “parousia”. Un avverarsi dell’Isaia che vede le spade trasformate in aratri. Questa cultura avvicinò negli anni 50, Dossetti a Felice Balbo, ad Augusto del Noce, (meno a Franco Rodano), a Gabriele De Rosa, a Sebregondi e Saraceno. L’idea dell’Italia occasione unica, “cronotopo”, perché sede storica della Chiesa e insediamento del più forte partito comunista dell’occidente, laboratorio per il superamento della frattura fascismo ed antifascismo, oriente ed occidente, capitalismo e proletariato. Una Italia neutrale e fuori del patto atlantico, non per ragioni cripto-comuniste, ma perché Italia profetica. Una “renovatio” cristiana che superasse positivamente il concetto, giacobino prima e sovietico poi, di “rivoluzione”. Che superasse nella “metanoia”, nella conversione alla pace le categorie stesse della “dialettica”. Questi erano i tempi, questi erano i pensieri, queste erano gli alti obbiettivi.

Va qui notato che la coscienza della crisi operava mutamenti anche nella cultura laica. Come bene rappresenta Paolo Prodi: “Un percorso parallelo, mi sembra, a quello che si compì negli stessi anni nell’intellettualità laica, con il passaggio dal discorso teoretico sui massimi sistemi filosofici alla storia della filosofia. Centrale in questo passaggio fu certamente il rapporto con Felice Balbo, la cui importanza noi giovani “dossettiani” vivemmo allora di riflesso, e per il quale rimangono soltanto alcuni accenni e tracce. Certamente intorno al 1951-52 Dossetti partecipò e condivise l’elaborazione di Balbo sulla crisi agonica della civiltà occidentale, diagnosi che non ebbe soltanto implicazioni politiche, con la fine della Sinistra cristiana nella morsa delle ideologie e dei blocchi contrapposti, ma che confluì nella definizione, sul piano storico più generale, della civiltà contemporanea come “civiltà della crisi”, di fronte alla quale non soltanto gli strumenti puramente politici ma anche la Chiesa stessa si rivela impotente”.

9. Dossetti e la crisi del Partito comunista

Nel suo discorso-testamento Dossetti dice anche di aver subito sconfitte, trasformate anche in mezze vittorie. Forse voleva alludere al famoso  e discusso episodio di Bologna.

In qualche modo, il cammino che Dossetti aveva intrapreso verso la sua vocazione, viene interrotto dalla richiesta di Lercaro di presentarsi Sindaco a Bologna. I suoi amici che lo hanno seguito sono contrari, quasi scandalizzati, quelli che erano restati nel partito secondo i suoi piani sono sorpresi titubanti e turbati.

Il giudizio storico di quell’impresa è ancora da scrivere. Le cose che sono state scritte risentono di quella atmosfera e sono caduche. In realtà accadde una fatto molto importante che inciderà molto sulla storia del Partito comunista. Forse, in questo Dossetti alludeva alle mezze vittorie.

Quando Dossetti, già destinato a farsi monaco, accettò per obbedienza l’ordine di Lercaro di candidarsi a Bologna, come indipendente, fece tutto con molta attenzione. Un libro bianco per dare un nuovo significato alla amministrazione locale (il Comune dei servizi), un programma avveniristico in cui coinvolse l’Università, le elezioni primarie per legittimare democraticamente la sua candidatura, forme nuove di partecipazione che scossero la società bolognese. Il suo non era un ritorno alla politica, ma il tentativo di ricreare in vitro un esperimento fuori della logica dei blocchi. Non credeva che fosse una cosa facile, ma avendo accettato per obbedienza di fare quel passo, lo fece alla sua maniera, adottando il metodo suggerito dalla “cultura della crisi”, che aveva funzionato alla Costituente.

Ma il Partito Comunista non capì. Reagì in maniera rozza, come faceva nei confronti dei suoi presunti nemici: lo accusò di essere un servo della Confida (alleanza delle Confederazione padronali); e poi di voler imporre ai bolognesi la sua austerità (con sole duecento lire al giorno); mobilitò il cattolico Rodano per rievocare i tempi del “Cardinal Legato” nella Bologna oppressa dal potere temporale dei Papi. Il PCI sapeva essere un partito malizioso. Togliatti venne a Bologna e fu durissimo con Dossetti, offendendolo più del dovuto sul suo sentire religioso, sulla sua obbedienza, e sulla sua sensibilità politica. Dossetti, molto colpito decise di rispondere con un discorso che oggi è praticamente sconosciuto  Dimostrò, in sede logica come l’argomentazione di Togliatti fosse un triplice tradimento. Tradimento della Costituzione, tradimento della democrazia, tradimento della classe operaia. (Ed io credo che nel profondo del cuore fosse turbato dal tradimento del metodo con cui era stata scritta la Costituzione). Non volendo essere polemico, in una piazza gremita all’inverosimile, Dossetti fece un discorso apparentemente pacato, che era invece durissimo. Mentre molti esultavano per la risposta savonaroliana, lui entrò in crisi perché si era accorto come quel suo argomentare che voleva essere distaccato e logico era divenuto tagliente ed irrevocabile. Io credo che in quel momento abbia constatato che non solo la Chiesa, ma anche il Partito comunista non erano pronti alla “cultura della crisi”. Ma nonostante la rottura di Togliatti i comunisti bolognesi si innamorarono di Dossetti, si lasciarono influenzare dal suo programma e lo premiarono con un riconoscimento cittadino che lui accettò . A Dossetti piaceva quello che lui chiamava il “senso religioso della vita” dei comunisti emiliani (ma solo degli emiliani). E diceva che gli altarini con fiori e candele che avevano spontaneamente improvvisato nelle strade per condolersi della morte di Stalin erano una manifestazione dell’ancestrale spirito cristiano che si conservava nel “popolo” comunista e che invece si era perduto nella “borghesia”egoista e materialista.

10. Attualità di Dossetti

Abbiamo commentato soltanto una parte di una vita intensa e laboriosa, abbiamo raccontato il tentativo di capire la storia da parte di un uomo che aveva in mente il rinnovamento del pensiero cristiano ed un nuovo Risorgimento: un compito speciale dell’Italia in Europa e nel mondo. Dossetti ha proseguito il suo cammino, come sacerdote, come vicario di Lercaro, come esperto al Concilio e poi come monaco in solitudine ed in preghiera.

 E’ giunto il momento di chiudere con una interrogazione dossettiana, quando nel momento del referendum sulla manomessa costituzione egli usci all’aperto con una espressione di Isaia: “Sentinella, a che punto è la notte?

Paolo Prodi scrive: “La storia si è consumata e la biforcazione tra i due piani dell’azione politica e della riflessione storica teologica, non ha più ragione d’essere. La dimensione della catastrofe si è affacciata di nuovo con la fine del mito del progresso, nelle angosce per la degenerazione dell’ambiente e per l’esaurimento delle risorse del pianeta, nelle grandi discussioni sulla vita e sulla morte. (…) Le discussioni che sono state vissute nell’impossibilità di progettare una Civitas humana che fosse nello stesso tempo Civitas cristiana possono essere viste con gli occhi di oggi come un punto di partenza, per una nuova libertà del cristiano, sia in politica che nella vita della Chiesa”.

E Suor Agnese ci rammenta un discorso del Luglio del ’93, quasi un testamento di Dossetti, che ripropone con forza la coscienza della crisi. Dossetti
diceva: “Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi … siamo tutti immobili, fissi sul presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti. Non è catastrofica questa visione, è realistica; non è pessimistica, perché io so che le sorti di tutto sono in mano di Dio (…) l’unico grido che vorrei far sentire è il grido di chi dice: “Aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali, attrezzatevi per dei rimescolamenti più radicali. Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre all’intelligenza il cuore, cioè lo spirito cristiano”.

L’insorgere impetuoso della odierna crisi italiana, non solo crisi economica, ma anche crisi del sentimento nazionale, crisi della stessa unità, crisi della idea europea e conseguente crisi della politica e dei valori morali, rende attualissimo l’appello ad un nuovo Risorgimento.

L’attualità di questo appello ci colpisce, proprio in questi giorni in cui sono in gioco i destini del paese: è evidente che la politica di oggi è regredita non solo all’antico sacro egoismo nazionale, ma addirittura ad un più dissacrante egoismo locale e di corporazione. È evidente che non si pensa più ad un compito da svolgere in Europa, nel Mediterraneo e nell’ordine mondiale. Infine alla “attesa della povera gente” si è sostituita la pretesa di arricchimento ingordo dei corrotti e dei mafiosi.

La politica è entrata in crisi e forse è necessario ricominciare  dai valori che hanno presieduto alla rinascita dell’Italia. La lezione di Dossetti alla Costituente torna di  grandissima attualità.

Quando ho preparato questa relazione non pensavo di occuparmi della parte della vita di Dossetti dedicata al rinnovamento della cultura cattolica ed al Concilio. Ma proprio un’importante fatto storico di una settimana fa (le dimissioni di Joseph Ratzinger) ci suggerisce  quanto sia di grande attualità anche la lezione di Dossetti sulla risposta che i cristiani devono dare alle domande della storia. Anche qui, per i cristiani  è l’ora ricominciare (partendo dal Concilio) un lavoro interrotto.

Bartolo Ciccardini

Giuseppe Dossetti “ Dalla Resistenza alla Costituzione” Giovedì 21 febbraio alle 16 in diretta webtv

Giovedì 21 febbraio, alle ore 16, presso la Sala Aldo Moro, si terrà  il Convegno “Giuseppe Dossetti, dalla Resistenza alla Costituzione”. Interverranno Gerardo Bianco, Presidente Associazione ex parlamentari, organizzatrice dell’evento, Giovanni Bianchi, Presidente nazionale partigiani cristiani, Bartolo Ciccardini, giornalista di www.camaldoli.org, Giancarla Codrignani, Vicepresidente Associazione ex parlamentari. L’appuntamento sarà  trasmesso in diretta webtv.

(www.camera.it)

“Un ulteriore passo verso il riconoscimento del martirio di Teresio Olivelli”

Teresio OlivelliTutte le notizie su http://www.teresioolivelli.it/

Bartolo Ciccardini in occasione della scomparsa del Generale Luigi Poli

Ho conosciuto il Generale Luigi Poli che era il comandante degli Alpini quando io ero Sottosegretario alla Difesa, negli anni ’80. Era un personaggio simpatico ed accattivante perché dimostrava una grande umanità nei suoi rapporti con i soldati e con i colleghi. Io ritengo che questa umanità gli venisse dal modo straordinario e difficile in cui aveva avuto il suo battesimo di fuoco. Era un giovane tenente che faceva parte del primo corpo del riorganizzato esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Gli alleati erano molto dubbiosi sulla volontà degli italiani di tornare a combattere. E gli italiani avevano bisogno di dimostrare la loro volontà di opporsi alla occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi.

Quel primo corpo riorganizzato aveva il materiale che aveva potuto raggranellare nel sud occupato dagli Alleati, aveva armi insufficienti, aveva un morale condizionato dalla incomprensione degli Alleati e dalle difficoltà obiettive della situazione. Chiesero di combattere e furono mandati all’assalto di una posizione, il Montelungo. Il primo giorno l’attacco non riuscì. Il secondo giorno gli italiani riuscirono nell’impresa. Conquistarono in questo modo il diritto a combattere per il loro Paese. Il generale Poli mi raccontava quanto fosse stato difficile, dopo la disperata dissoluzione dell’8 settembre, trovare la forza di combattere in mezzo a quelle difficoltà. Ma il senso del dovere, la volontà di riscatto e l’orgoglio dettero a quei giovani la forza di combattere una battaglia difficile.

La prima battaglia per la libertà dell’Italia combattuta dal nuovo Esercito Italiano. 8 dicembre 1943, tre mesi dopo il fatale 8 settembre.

Il ricordo del bravo Generale Poli si unisce alla memoria di quel combattimento del giovane Tenente Poli.

 

 

 

Da wikipedia

La battaglia di Montelungo fu il primo episodio che vide in combattimento unità militari italiane organiche a fianco degli Alleati dopo l’armistizio di Cassibile. Fu una battaglia marginale per le dimensioni e per i risultati, ma segnò la rinascita dell’Esercito Italiano dopo lo sfaldamento dell’8 settembre 1943.

I reparti

Dopo molte insistenze da parte del Comando Supremo italiano, che aveva già ottenuto l’utilizzo di varie unità navali al fianco degli Alleati, un reparto italiano venne inviato al fronte per una operazione di sfondamento delle linee tedesche. Questo reparto istituito il 27 settembre 1943 a San Pietro Vernotico (BR), che aveva la consistenza di una brigata, era stato denominato Primo Raggruppamento Motorizzato; costituito con soldati di tutte le regioni d’Italia con uniformi logore e raccogliticcie ed armato di armamento leggero (compresi mortai Brixia e mitragliatrici Breda 37) con il supporto di un gruppo di artiglieria, era stato dotato di tutti i camion che la logistica militare italiana era riuscita a reperire, e non aveva avuto alcun aiuto alleato in termini di materiali. Il raggruppamento era formato dal 67º Reggimento fanteria “Legnano”, dal 51º Battaglione bersaglieri allievi ufficiali di complemento, dall’11º Reggimento artiglieria, dal 5º Battaglione controcarro, da una compagnia mista del genio e da un’unità di servizi. La bandiera di guerra era quella della divisione Legnano. Il Raggruppamento era a disposizione del generale dell’US Army Geoffrey Keyes: guidato dal generale Vincenzo Dapino viene incaricato di partecipare allo sfondamento della Linea del Volturno.

La battaglia
Il comando alleato, per saggiare le capacità operative di questo nuovo reparto, gli assegnò un compito: attaccare e conquistare Monte Lungo, nel comune di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta.

Per opporsi alla avanzata nemica, i tedeschi avevano fatto saltare in aria il 29 e il 30 settembre varie abitazioni, la fortezza, il municipio ed il ponte sul Rava, unico passo tra la consolare Casilina ed il centro di Mignano. Il 3 dicembre gli Italiani, appoggiati da due reggimenti di fanteria ed un battaglione di ranger americani, ricevettero l’ordine di conquistare monte Lungo. L’8 dicembre, come previsto nei piani alleati, attaccarono avanzando coperti dalla spessa nebbia, ma questa venne spazzata inaspettatamente da un forte vento: il Raggruppamento, preso di infilata da postazioni laterali che gli statunitensi non erano riusciti a conquistare, così subiva forti perdite ed era costretto a ripiegare. Nei giorni seguenti furono diramati gli ordini per un nuovo attacco, con un nuovo piano di battaglia. Questi prevedeva la caduta delle principali vette del gruppo di Monte Lungo, da destra verso sinistra a cominciare da quota 950, cima Sammucro, San Pietro Infine e Monte Lungo. Preceduto da circa tre quarti d’ora di fitto tiro della nostra artiglieria, alle 9 e 15 del 16 dicembre fanti e bersaglieri italiani ripartirono alla conquista del monte. A differenza della prima volta, ora erano coperti dal 142º reggimento americano già appostato su Monte Maggiore. I tedeschi furono costretti al ripiegamento per evitare di restare isolati ed alle ore 12.30 le bandiere italiana e americana sventolavano in cima al Monte.

Addio a Luigi Poli generale e senatore.

Il generale di Corpo d’Armata e Senatore della Repubblica, Luigi Poli, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari Guerra di Liberazione (ANCFARGL), si è spento a Firenze all’età di 90 anni. La sua presenza l’8 dicembre di ogni anno presso il Sacrario Militare di Mignano Monte Lungo era una presenza costante anche quando l’età e gli acciacchi lo sconsigliavano di partecipare alla annuale commemorazione della battaglia di Monte Lungo, dalle cui balze i soldati italiani, al fianco degli alleati, iniziarono la riconquista del territorio nazionale inquadrati nel 1° Raggruppamento Motorizzato, prima unità regolare costituita dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Era presente anche lo scorso 8 dicembre 2012 insieme al Ministro della Difesa, Ammiraglio Gianpaolo Di Paola. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Claudio Graziano, unitamente a tutte le forze politiche, hanno espresso profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia per la scomparsa del Generale Luigi Poli, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed esemplare figura di fedele servitore delle Istituzioni e di guida illuminata. Luigi Poli ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per tramandare la memoria dell’attività dei combattenti delle Forze Armate regolari nei drammatici anni della guerra di liberazione tra l’8 settembre 1943 ed il 1945. Fu proprio grazie al sacrificio dei militari, e primo tra questi il vice brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, che le istituzioni italiane, opponendosi al nazifascismo, decisero di voltare pagina, gettarono le basi della futura Italia libera e democratica. Il lavoro e l’instancabile impegno del generale Poli sono stati veramente contagiosi soprattutto per i giovani i quali, grazie all’Associazione da lui presieduta, hanno potuto, scoprire e conoscere pagine memorabili scritte dalle nostre Forze Armate in uno dei momenti più bui e drammatici della storia nazionale. Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1985 al 1987, il Generale Poli entrò in Accademia nel 1942, dove, dopo aver frequentato il 1° anno dell’86° Corso dell’allora Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, all’indomani degli avvenimenti dell’8 settembre del 1943, fu protagonista della Guerra di Liberazione. Nato a Torino il 24 agosto del 1923, il Generale Poli, nella sua lunga e prestigiosa carriera, ricoprì numerosi incarichi presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e della Difesa. Dall’ottobre del 1969 all’ottobre del 1971 comandò il (ora disciolto) 6° reggimento artiglieria da montagna; dal 1973 al 1975, a Torino, fu a capo della Brigata Alpina Taurinense. Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1979 al 1980 e Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa dal 1980 al 1981. È stato Comandante del 4° Corpo d’Armata Alpino fino al 1984 prima di assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ricoprì da giugno 1985 a maggio 1987. Il Generale Poli improntò tutta la sua vita, professionale e privata, ai valori militari e allo spirito di servizio per il Paese. È stato Senatore della Repubblica nella X legislatura, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate regolari nella Guerra di Liberazione.  Nunzio De Pinto

DOSSETTI POLITICO. RESISTENZA, COSTITUZIONE E CULTURA DELLA CRISI

Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro

ore 16,00 del 21 Febbraio 2013

 

–        Gerardo Bianco, Presidente dell’Associazione degli ex-Parlamentari.

Introduzione all’anno dossettiano.

–        Giovanni Bianchi, Presidente Nazionale dei Partigiani Cristiani

Giuseppe Dossetti e la difesa della Costituzione.

–        Bartolo Ciccardini, giornalista www.camaldoli.org

La crisi italiana ed il nuovo Risorgimento.

–        Goffredo Bettini, Senatore

Dossetti e la cultura politica italiana.

Clicca qui per vedere l’invito: Invito Commemorazione Dossetti

IMPORTANTE: Istruzioni per il Convegno

Bisogna venire in giacca e cravatta.

Bisogna prenotare la propria presenza mandando nome e cognome a

partigiani.cristiani@gmail.com o ass_ex_parlamentari@camera.it

Portare con sè un documento per essere riconosciuti all’ingresso.

L’ingresso è in Piazza Montecitorio e da lì arriverete alla Sala Moro attraverso un percorso guidato.

Navigazione articolo