ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Anno Dossettiano. Relazione di Bartolo Ciccardini al Convegno del 21 Febbraio alla Camera dei Deputati

 

1. La crisi della civiltà

Nel 1935 Jhoan Huizinga scrive il suo libro “In de shaduwen van Morghen”, vale a dire “Le ombre del domani”  Il libro  nel 1936 viene tradotto da Luigi Einaudi che gli dà un nuovo titolo: “La crisi della civiltà”. Il libro viene definito: “Un grido di allarme di uno studioso di fama internazionale per ricordare il valore irrinunciabile della libertà”.(Bianchi Bandinelli). Huizinga morirà sei anni dopo in un campo di concentramento.

In quegli anni Luigi Sturzo, in esilio scrive due libri profetici: uno in cui contesta il diritto di guerra (“The International comunity and the right of war”) e l’altro intitolato “Politics and morality”.

Nel 1936, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati a Ventotene scrivono il manifesto “Per una Europa libera ed unita”. Nel 1936 Giovanni Battista Montini regala a Giorgio La Pira un libro appena uscito in Francia“Humanisme intégral” di Jacques Maritain. La copia di quel libro esiste ancora ed è la testimonianza dell’influenza della “cultura della crisi” sugli intellettuali cattolici italiani. In Francia con Maritain e poi con Emmanuel Mounier e con la sua rivista Esprit, con Jean-Marie Domenach, che fu direttore della rivista Esprit dopo di lui, matura la coscienza che la catastroficità della crisi abbia bisogno di una “nuova cristianità” capace di capire il “segno dei tempi”. Il segno dei tempi è l’espressione biblica con cui il Cardinal Emmanuel Suhard, nella sua pastorale intitolata “Agonia della Chiesa”, pone ai cristiani il problema della guerra e della caduta della civiltà.

2. I cattolici e la cultura della crisi

Dopo il Concordato del 1927 il fascismo instaurò una politica di repressione delle associazioni cattoliche. Fu sciolta la Fuci e l’Azione Cattolica fu costretta ad un’attività religiosa all’interno delle parrocchie.

In quel periodo l’assistente della Fuci, Giovan Battista Montini (che diventerà Paolo VI) e Igino Righetti fondarono la casa Editrice Studium ed il Movimento dei Laureati Cattolici per coltivare una élite dirigenziale. Nacque anche un nuovo tipo di consociazione religiosa formata da laici consacrati, che prendevano i voti, ma non avevano nessun segno di riconoscimento e lavoravano nella società nei modi consueti, inaugurando una nuova spiritualità. Alla ricerca di una risposta culturale   contribuì molto il lavoro della Università Cattolica fondata nel 1920.

Maritain distingue la Chiesa, che è portatrice del messaggio evangelico, dalla “cristianità” che è uno dei possibili risultati storici della risposta dei cristiani alle domande del loro tempo, risposte che possono variare a seconda delle vicende della storia. Questo presuppone che vi sia un piano religioso custode della speranza   e, diverso da questo, un piano storico, in cui i cattolici si impegnano anche politicamente alla creazione di un nuovo rapporto fra i cristiani e la storia, per salvare l’umanità dalla catastrofe.

La “cultura della crisi” ebbe molta importanza nella formazione del pensiero politico cattolico degli anni ’40. Le idee di Maritain e di Mounier si ritrovano nel Codice di Camaldoli, che i professorini del Movimento Laureati Cattolici e della Università Cattolica compilano, dopo ampi dibattiti nel luglio del 1943. Nel 1949 un delegato dossettiano al Congresso di Venezia della Democrazia Cristiana alla domanda polemica di Attilio Piccioni, che chiede: “Ma voi cosa volete?”, risponde: “Umanesimo integrale!”, citando il titolo del famoso libro di Maritain.

3. Dossetti e la cultura della crisi

Dossetti è stato l’espressione più alta della “cultura della crisi” in Italia.

Dice Paolo Prodi in riferimento a Dossetti: “La novità del suo pensiero fu proprio quella del giudizio di catastroficità sulla situazione mondiale che si traduceva in giudizio sulla criticità del momento ecclesiale, a causa del prevalere nel cristianesimo di un modo razionalistico ed attivistico”. (Paolo Prodi, Quando si faceva la Costituzione, pag. 18-19). Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Suor Agnese, al secolo Franca Magistretti, parlando della vocazione di Dossetti parla di una vera e propria chiamata (“un esodo”) strettamente legata alla coscienza della crisi. E cita un brano molto significativo di Dossetti, scritto nel 1944: “Perché questa nostra civiltà non presenti più orrori e dolori tanto immani, non offra più tanti pericoli e tante resistenze alla virtù, perché si nobiliti nella conquista di quel minimo di ordine, di  tranquillità, di giustizia (…).

Notiamo attentamente la data: siamo nel 1944, il mondo sconvolto dalla più terribile guerra di tutti i tempi, da crudeli dittature, dall’olocausto del popolo ebraico, dalla sofferenza di milioni di persone.

Questa presa di coscienza  sempre più lucida è stata in realtà la “misura” del suo “esodo”, come diceva allora: “Alla fine è emersa, attraverso sentenze successive, la conferma più documentata delle intuizioni che esistevano all’inizio: la catastroficità della situazione italiana legata a quella mondiale e la criticità del mondo ecclesiale … questo giudizio di catastroficità della storia si trova in alcuni documenti pontifici recenti (cita i messaggi natalizi di Pio XII del 1951 e 1952)… mentre lo stesso magistero è esplicito nel denunciare la catastroficità della situazione civile, è meno esplicito, più reticente nell’ammettere …la criticità ecclesiale”.

In quell’anno Dossetti divento il capo della resistenza nella provincia di Reggio Emilia.

Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Questo avvenne in un modo davvero singolare per esperienza personale di molti, proprio nella Resistenza. Sia Lazzati nel campo di concentramento, sia Dossetti come capo della Resistenza nel reggiano, sentirono che questa ribellione, era nel tempo stesso religiosa e politica. Questa situazione deve essere tenuta presente in tutti i passaggi successivi dell’esperienza di Giuseppe Dossetti.

4.  La crisi italiana e la Costituzione

Il primo passaggio è quello della Costituente. Appare importantissimo il momento creativo con il quale un’ispirazione religiosa profonda che ha a cuore la salvezza dell’umanità viene utilizzata senza integralismi e coinvolgimenti clericali con la necessità di creare uno strumento politico, la Carta Costituzionale, a salvaguardia della pace e della libertà di una comunità , come quella italiana che aveva perso i modi e le ragioni per stare insieme.

Dossetti, che aveva anche una grande capacità di organizzazione e di motivazione, propose un metodo di svolgimento dei lavori della Commissione in cui era possibile confrontare continuamente i risultati, forte della chiarezza logica del suo diritto canonico. Riesce così a trovare come dirà lui stesso 50 anni dopo “una commistione feconda delle tre culture: la liberale, la cattolica e la social-comunista”.

Non fu un accordo politico o perlomeno non fu soltanto un accordo politico. Non fu un compromesso storico. Fu la rifondazione Risorgimentale di una nuova unità. Fu un tentativo molto felice di raccordo fra le radici originali delle tre culture, aldilà delle separazioni occasionali o meglio ancora al di sopra degli storici steccati. E’ certo che senza la esperienza della collaborazione nella Resistenza questo non sarebbe potuto avvenire, tuttavia il risultato è un monumento ai valori comuni, di culture molto diverse, per superre la crisi.

5. La politica nuova

Questa cultura della crisi si scontra dopo il 18 Aprile con la necessità emergente di salvare lo Stato democratico, dal pericolo di una guerra conseguente alla divisione del mondo in due blocchi. Dossetti aspira ad una politica italiana che sia frutto di una caratteristica tipicamente italiana: la presenza in Italia della sede della Chiesa cattolica e la presenza in Italia del più forte Partito Comunista dell’Occidente. Questa caratteristica dovrebbe permettere all’Italia di fare una “politica nuova”,  un ruolo di sintesi per la costruzione di una politica di pace e di salvaguardia dell’umanità.

Cosa era in pratica “la politica nuova”? Era l’abbandono del quadro locale, che era stato chiamato “sacro egoismo nazionale”, per passare ad un livello più alto, che potremmo chiamare “sacro altruismo universale”. Ritorna in questo concetto la concezione giobertiana di un primato italiano, conferito non per un dominio, ma per una missione provvidenziale, oppure la concezione laica di Quintino Sella che all’avvertimento di Teodoro Mommsen “che l’Italia non poteva stare a Roma senza un proposito universale”, rispondeva che il proposito universale che gli italiani si proponevano era “La Scienza”.

Dossetti ripropone in politica un progetto analogo al metodo con cui si è scritta la Costituzione: una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale.

C’era uno stretto apporto fra la ricerca di un ordine mondiale e la ricerca di un ordine sociale. La Pira, in Cronache Sociali, era stato l’autore di un manifesto della politica sociale con un suo scritto famoso: “Le attese della povera gente”.

E mentre andava a Mosca e nel Vietnam per scongiurare la guerra si adoperava anche perché la Pignone non chiudesse, a dispetto delle cosiddette regole di mercato e che il “piano Fanfani case” procedesse in fretta nella sua Firenze.

Quali erano praticamente queste attese?

Dossetti ripropone in politica una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale. Era l’idea che veniva dalla esperienza dela Resistenza, per la quale si portava a termine un Risorgimento che era stato fatto da una minoranza e che ora veniva rinnovato da una nuova unità democratica di tutto il popolo.

Questa concezione di politica alta, aveva anche qualcosa di molto pratico perche proponeva che l’Italia diventasse il motore d’Europa e l’Europa diventasse a sua volta una realtà viva.  E la società europea una comunità senza diseguaglianze. Quanto è distante tutto questo dalla politica povera di oggi, dove il quadro locale si è immiserito nell’interesse di piccole tribù.

6. Dossetti e De Gasperi

Dossetti che pretende da De Gasperi una politica economica meno liberale e più keynesiana, una politica estera più preveggente, si scontra con una realtà molto dura: la necessità per De Gasperi di arrivare, in mezzo a tante difficoltà, a firmare comunque un trattato di pace ed a farsi accettare comunque nel Patto Atlantico. E sul piano economico a ristabilire, comunque, anche con l’aiuto materiale degli americani, la fine dell’economia di guerra.

Dossetti scopre che De Gasperi ha ragione e che bisogna intraprendere un più lungo cammino perché nei cattolici maturi una risposta cristiana ai nuovi problemi che la crisi di civiltà impone. In quella stagione noi giovani, senza rinunciare ai nostri ideali scoprimmo quanto fosse duro e necessario “conservare lo Stato democratico per salvare la speranza di una rivoluzione”. Anche se Dossetti dovette constatare che i tempi non erano maturi per la nuova politica, non tutte queste aspirazioni furono respinte o trascurate. L’Italia diventò comunque il motore dell’Europa (ed è necessario che ritorni ad esserlo) e realizzò, e sembra incredibile dirlo oggi in pochi mesi, una riforma agraria, un piano case, ed un intervento massiccio nel Mezzogiorno. Tuttavia Dossetti sente che c’è bisogno di un progetto per superare la resistenza del momento ecclesiale ad un nuovo modo di presenza nella storia. Non possiamo dire che Dossetti prevedesse o immaginasse un Concilio. Ma poi, nello svolgersi degli avvenimenti, il risultato del suo lavoro fu utile ad un Concilio.

7. La cultura della crisi ed i “due piani”

La conseguente uscita di Dossetti dalla politica non fu una fuga. I più recenti documenti sui Convegni di Rossena, sul suo rapporto con Rumor, dimostrano che egli preparò, una strategia accurata e precisa.La sua non fu una fuga dalla politica né tanto meno un superbo allontanamento da ciò che non condivideva. Un recente documento ritrovato nell’archivio Rumor ci dice come Dossetti  avesse pensato, programmato e scritto accuratamente, anche nei particolari, come era solito fare, il destino del suo gruppo, quello dei dossettiani che rimanevano a fare politica nelle condizioni storicamente date. Essi si sarebbero uniti con la seconda generazione, avrebbero potenziato i quadri giovanili, avrebbero cercato una alleanza con Fanfani ed offerto una precisa garanzia a De Gasperi che avrebbe fatto il traghettatore del passaggio generazionale in forma non traumatica: Altro che fuga!

8. Il Centro di Documentazione

Dossetti ritiene che il mondo cattolico non sia pronto a comprendere la cultura della crisi e la nuova missione civilizzatrice e si propone un altro progetto in un altro piano di lavoro, con la creazione del Centro di Documentazione che diventerà il più importante centro di studi religiosi in Europa.

E’ il periodo della sua esplorazione di campo, attraverso l’incontro con il gruppo di Felice Balbo, con Augusto Del Noce, con le sue dimissioni dall’Università ed il suo piano di studio sulla patristica e sulla cultura cristiana orientale e sui movimenti religiosi in Medio Oriente ed in Oriente.

In Italia il problema si poneva in maniera singolare. Una rigenerazione della unità mancata dell’Italia, un compimento alto del Risorgimento fallito con il fascismo, un compito nuovo per l’Italia, finalmente di tutti gli italiani, era presente come compito morale dei cristiani della Resistenza in Italia ed, in termini diversi, in tutta Europa. Ed era compito di una nuova “cristianità” (Maritain) che sapesse ispirare “nuovi cieli e nuove terre”. Un “umanesimo integrale” che inaugurasse una storia destinata a salvarsi tutta intera nella “parousia”. Un avverarsi dell’Isaia che vede le spade trasformate in aratri. Questa cultura avvicinò negli anni 50, Dossetti a Felice Balbo, ad Augusto del Noce, (meno a Franco Rodano), a Gabriele De Rosa, a Sebregondi e Saraceno. L’idea dell’Italia occasione unica, “cronotopo”, perché sede storica della Chiesa e insediamento del più forte partito comunista dell’occidente, laboratorio per il superamento della frattura fascismo ed antifascismo, oriente ed occidente, capitalismo e proletariato. Una Italia neutrale e fuori del patto atlantico, non per ragioni cripto-comuniste, ma perché Italia profetica. Una “renovatio” cristiana che superasse positivamente il concetto, giacobino prima e sovietico poi, di “rivoluzione”. Che superasse nella “metanoia”, nella conversione alla pace le categorie stesse della “dialettica”. Questi erano i tempi, questi erano i pensieri, queste erano gli alti obbiettivi.

Va qui notato che la coscienza della crisi operava mutamenti anche nella cultura laica. Come bene rappresenta Paolo Prodi: “Un percorso parallelo, mi sembra, a quello che si compì negli stessi anni nell’intellettualità laica, con il passaggio dal discorso teoretico sui massimi sistemi filosofici alla storia della filosofia. Centrale in questo passaggio fu certamente il rapporto con Felice Balbo, la cui importanza noi giovani “dossettiani” vivemmo allora di riflesso, e per il quale rimangono soltanto alcuni accenni e tracce. Certamente intorno al 1951-52 Dossetti partecipò e condivise l’elaborazione di Balbo sulla crisi agonica della civiltà occidentale, diagnosi che non ebbe soltanto implicazioni politiche, con la fine della Sinistra cristiana nella morsa delle ideologie e dei blocchi contrapposti, ma che confluì nella definizione, sul piano storico più generale, della civiltà contemporanea come “civiltà della crisi”, di fronte alla quale non soltanto gli strumenti puramente politici ma anche la Chiesa stessa si rivela impotente”.

9. Dossetti e la crisi del Partito comunista

Nel suo discorso-testamento Dossetti dice anche di aver subito sconfitte, trasformate anche in mezze vittorie. Forse voleva alludere al famoso  e discusso episodio di Bologna.

In qualche modo, il cammino che Dossetti aveva intrapreso verso la sua vocazione, viene interrotto dalla richiesta di Lercaro di presentarsi Sindaco a Bologna. I suoi amici che lo hanno seguito sono contrari, quasi scandalizzati, quelli che erano restati nel partito secondo i suoi piani sono sorpresi titubanti e turbati.

Il giudizio storico di quell’impresa è ancora da scrivere. Le cose che sono state scritte risentono di quella atmosfera e sono caduche. In realtà accadde una fatto molto importante che inciderà molto sulla storia del Partito comunista. Forse, in questo Dossetti alludeva alle mezze vittorie.

Quando Dossetti, già destinato a farsi monaco, accettò per obbedienza l’ordine di Lercaro di candidarsi a Bologna, come indipendente, fece tutto con molta attenzione. Un libro bianco per dare un nuovo significato alla amministrazione locale (il Comune dei servizi), un programma avveniristico in cui coinvolse l’Università, le elezioni primarie per legittimare democraticamente la sua candidatura, forme nuove di partecipazione che scossero la società bolognese. Il suo non era un ritorno alla politica, ma il tentativo di ricreare in vitro un esperimento fuori della logica dei blocchi. Non credeva che fosse una cosa facile, ma avendo accettato per obbedienza di fare quel passo, lo fece alla sua maniera, adottando il metodo suggerito dalla “cultura della crisi”, che aveva funzionato alla Costituente.

Ma il Partito Comunista non capì. Reagì in maniera rozza, come faceva nei confronti dei suoi presunti nemici: lo accusò di essere un servo della Confida (alleanza delle Confederazione padronali); e poi di voler imporre ai bolognesi la sua austerità (con sole duecento lire al giorno); mobilitò il cattolico Rodano per rievocare i tempi del “Cardinal Legato” nella Bologna oppressa dal potere temporale dei Papi. Il PCI sapeva essere un partito malizioso. Togliatti venne a Bologna e fu durissimo con Dossetti, offendendolo più del dovuto sul suo sentire religioso, sulla sua obbedienza, e sulla sua sensibilità politica. Dossetti, molto colpito decise di rispondere con un discorso che oggi è praticamente sconosciuto  Dimostrò, in sede logica come l’argomentazione di Togliatti fosse un triplice tradimento. Tradimento della Costituzione, tradimento della democrazia, tradimento della classe operaia. (Ed io credo che nel profondo del cuore fosse turbato dal tradimento del metodo con cui era stata scritta la Costituzione). Non volendo essere polemico, in una piazza gremita all’inverosimile, Dossetti fece un discorso apparentemente pacato, che era invece durissimo. Mentre molti esultavano per la risposta savonaroliana, lui entrò in crisi perché si era accorto come quel suo argomentare che voleva essere distaccato e logico era divenuto tagliente ed irrevocabile. Io credo che in quel momento abbia constatato che non solo la Chiesa, ma anche il Partito comunista non erano pronti alla “cultura della crisi”. Ma nonostante la rottura di Togliatti i comunisti bolognesi si innamorarono di Dossetti, si lasciarono influenzare dal suo programma e lo premiarono con un riconoscimento cittadino che lui accettò . A Dossetti piaceva quello che lui chiamava il “senso religioso della vita” dei comunisti emiliani (ma solo degli emiliani). E diceva che gli altarini con fiori e candele che avevano spontaneamente improvvisato nelle strade per condolersi della morte di Stalin erano una manifestazione dell’ancestrale spirito cristiano che si conservava nel “popolo” comunista e che invece si era perduto nella “borghesia”egoista e materialista.

10. Attualità di Dossetti

Abbiamo commentato soltanto una parte di una vita intensa e laboriosa, abbiamo raccontato il tentativo di capire la storia da parte di un uomo che aveva in mente il rinnovamento del pensiero cristiano ed un nuovo Risorgimento: un compito speciale dell’Italia in Europa e nel mondo. Dossetti ha proseguito il suo cammino, come sacerdote, come vicario di Lercaro, come esperto al Concilio e poi come monaco in solitudine ed in preghiera.

 E’ giunto il momento di chiudere con una interrogazione dossettiana, quando nel momento del referendum sulla manomessa costituzione egli usci all’aperto con una espressione di Isaia: “Sentinella, a che punto è la notte?

Paolo Prodi scrive: “La storia si è consumata e la biforcazione tra i due piani dell’azione politica e della riflessione storica teologica, non ha più ragione d’essere. La dimensione della catastrofe si è affacciata di nuovo con la fine del mito del progresso, nelle angosce per la degenerazione dell’ambiente e per l’esaurimento delle risorse del pianeta, nelle grandi discussioni sulla vita e sulla morte. (…) Le discussioni che sono state vissute nell’impossibilità di progettare una Civitas humana che fosse nello stesso tempo Civitas cristiana possono essere viste con gli occhi di oggi come un punto di partenza, per una nuova libertà del cristiano, sia in politica che nella vita della Chiesa”.

E Suor Agnese ci rammenta un discorso del Luglio del ’93, quasi un testamento di Dossetti, che ripropone con forza la coscienza della crisi. Dossetti
diceva: “Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi … siamo tutti immobili, fissi sul presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti. Non è catastrofica questa visione, è realistica; non è pessimistica, perché io so che le sorti di tutto sono in mano di Dio (…) l’unico grido che vorrei far sentire è il grido di chi dice: “Aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali, attrezzatevi per dei rimescolamenti più radicali. Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre all’intelligenza il cuore, cioè lo spirito cristiano”.

L’insorgere impetuoso della odierna crisi italiana, non solo crisi economica, ma anche crisi del sentimento nazionale, crisi della stessa unità, crisi della idea europea e conseguente crisi della politica e dei valori morali, rende attualissimo l’appello ad un nuovo Risorgimento.

L’attualità di questo appello ci colpisce, proprio in questi giorni in cui sono in gioco i destini del paese: è evidente che la politica di oggi è regredita non solo all’antico sacro egoismo nazionale, ma addirittura ad un più dissacrante egoismo locale e di corporazione. È evidente che non si pensa più ad un compito da svolgere in Europa, nel Mediterraneo e nell’ordine mondiale. Infine alla “attesa della povera gente” si è sostituita la pretesa di arricchimento ingordo dei corrotti e dei mafiosi.

La politica è entrata in crisi e forse è necessario ricominciare  dai valori che hanno presieduto alla rinascita dell’Italia. La lezione di Dossetti alla Costituente torna di  grandissima attualità.

Quando ho preparato questa relazione non pensavo di occuparmi della parte della vita di Dossetti dedicata al rinnovamento della cultura cattolica ed al Concilio. Ma proprio un’importante fatto storico di una settimana fa (le dimissioni di Joseph Ratzinger) ci suggerisce  quanto sia di grande attualità anche la lezione di Dossetti sulla risposta che i cristiani devono dare alle domande della storia. Anche qui, per i cristiani  è l’ora ricominciare (partendo dal Concilio) un lavoro interrotto.

Bartolo Ciccardini

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