ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Relazione del Presidente Giovanni Bianchi al Convegno Dossettiano del 21 Febbraio 2013

Dossetti rimosso

Curiosamente Giuseppe Dossetti è più noto per il livore disinformato dei detrattori che per lo zelo propagandistico degli estimatori. Dossetti infatti, dopo Antonio Rosmini, è il grande rimosso della cultura e della Chiesa italiana. È Dossetti stesso ad avere suggerito il rapporto con Rosmini, e d’altra parte una circostanza li accomuna: la difficile “traducibilità” delle rispettive esperienze oltre i confini della terra e della Chiesa nazionali. Entro il quadro di un’ulteriore assenza rappresentata dalla non disponibilità di una storia del cattolicesimo italiano accreditata come credibile.

 

Alla fine di un ciclo politico

Eppure, per converso, Dossetti ha avuto la ventura di essere studiato da subito, durante l’impegno politico, e addirittura “storiografato” just in time. Le circostanze possono averne in seguito favorito la sordina dal momento che il monaco di Monte Sole è stato in politica sette anni in tutto, ivi compresi i due passati in montagna come partigiano. Rivisitarne dunque non tanto la memoria ma il lascito politico, provare a rifare i conti con il metodo Dossetti può essere operazione fondatamente ricostruttiva nella fase in cui il cattolicesimo democratico si trova alla fine di un ciclo politico. Proprio perché la forma che ci siamo lasciati alle spalle è quella del partito, laddove estimatori e critici, tutti, riconoscono in Dossetti una passione per il partito che andava ben oltre quella per il governo.

E dal momento che è impossibile fare una storia del cattolicesimo politico di questo secolo a prescindere dalla storia del partito politico, che ne costituisce la più originale espressione – in rotta di collisione con l’universalismo Vaticano additato da Gramsci e con le pratiche del gentilonismo – il confronto con le prese di posizione e gli scritti dossettiani, tanto avari nel numero quanto determinanti per il contenuto, si impone ancora una volta. I cattolici infatti si affacciano come protagonisti alla storia dello Stato unitario solo attraverso la figura e lo strumento del partito politico (Pino Trotta).[1] E probabilmente non si è sottolineata a sufficienza questa novità che per la prassi della politica cattolica costituì un autentico tornante. Non era infatti scontato che l’impegno politico dei cattolici dovesse attraversare l’esperienza del partito.

Fuori da ogni sistemazione consolante a posteriori, è don Luigi Sturzo a rappresentare la svolta nella prassi dei cattolici nello spazio pubblico nazionale. Ma il convergere di interessi di lungo periodo da parte del fascismo e di breve periodo per la Chiesa cattolica costrinsero il prete calatino all’esilio prima londinese e poi statunitense. Tanto che fu l’esperienza del secondo dopoguerra a sviluppare il granello di senape popolare nel grande tronco della Democrazia Cristiana. E mentre la Santa Sede, proverbialmente lento pede, stava ancora uscendo a tappe dallo Stato Pontificio, l’esperienza dei cattolici radunati in partito segnava momenti di innovazione non soltanto sul piano politico ma anche su quello ecclesiale: al punto che la Democrazia Cristiana può essere considerata un’avanguardia nel grande e variegato corpo della chiesa preconciliare. Non è dunque casuale il ruolo di solerte “segreteria” giocato da don Dossetti nelle assise conciliari al seguito del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro.

Proprio la “tranquilla liquidazione del Partito Popolare Italiano dinanzi alla vittoria del fascismo”[2] consegna irrisolto alla Democrazia Cristiana il problema di saggiare fino in fondo nell’area culturale cattolico-democratica le potenzialità della forma partito. Quella forma rispetto alla quale la Santa Sede oscillerà tra diverse opzioni senza coincidere mai. Ed essendo Dossetti la mente più fervida e appassionata alla forma partito, molto più di De Gasperi, maggiormente attento ai ruoli e alle liturgie istituzionali, è con lui che i conti vanno fatti in una fase dove al vecchio della politica pare succedere il vuoto della politica.

E vale la pena osservare, non solo di passata, come il dossettismo non estinto in Aldo Moro si riveli in una sua celebre espressione, quando cioè lo statista pugliese afferma che il pensare politica è già per il novantanove percento fare politica.

 

Il patriottismo costituzionale

Vi è un’espressione, opportunamente atterrata dai cieli tedeschi nel linguaggio giuridico e politico italiano, che definisce l’impegno dossettiano dagli inizi negli anni Cinquanta alla fase finale degli anni Novanta: questa espressione è “patriottismo costituzionale”. Dossetti ne è cosciente e la usa espressamente in una citatissima conferenza tenuta nel 1995 all’Istituto di Studi Filosofici di Napoli: “La Costituzione del 1948 – la prima non elargita, ma veramente datasi da una grande parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di eguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo –   può concorrere a sanare ferite vecchie e nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato ‘Patriottismo della Costituzione’. Un patriottismo che legittima la ripresa di un concetto e di un senso della Patria, rimasto presso di noi per decenni allo stato latente o inibito per reazione alle passate enfasi nazionalistiche, che hanno portato a tante deviazioni e disastri“. Vi ritroviamo peraltro uno dei tanti esempi della prosa dossettiana che ogni volta sacrifica alla chiarezza e alla concisione ogni concessione retorica. Parole che risuonavano con forza inedita e ritrovata verità in una fase nella quale aveva inizio la evidente dissoluzione di una cultura politica cui si accompagna l’affievolirsi (il verbo è troppo soft) del tessuto morale della Nazione.

Non a caso la visione dossettiana è anzitutto debitrice al pensare politica dal momento che uno stigma del Dossetti costituente è proprio l’alta dignità e il valore attribuito al confronto delle idee, il terreno adatto a consentire l’incontro sempre auspicato tra l’ideale cristiano e le culture laiche più pensose. Avendo come Norberto Bobbio chiaro fin dagli inizi che il nostro può considerarsi un Paese di “diversamente credenti”. Dove proprio per questo fosse possibile un confronto e un incontro su obiettivi di vasto volo e respiro, e non lo scivolamento verso soluzioni di compromesso su principi fondamentali di così basso profilo da impedire di dar vita a durature sintesi ideali. Così vedono la luce gli articoli 2 e 3 del Testo che segnalano il protagonismo di Dossetti intento a misurarsi con le posizioni di Lelio Basso ed altri.

Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, diritti “riconosciuti” e non attribuiti dalla Repubblica. Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo (e includente) personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese sopravvissuto a laceranti divisioni, con una ambiziosa e non spenta azione riformatrice in campo economico e sociale.

È questa attitudine che ci consegna come “attuale” un Dossetti altrimenti esiliato nel museo delle cere di una non innocente inattualità. Qui ha seminato probabilmente l’esplicito fervore religioso di don Pippo, che in assenza di condizioni adatte a consentirgli una incontenibile azione riformatrice, sceglierà di farsi monaco nel 1956, ma con una modalità storicamente determinata. Non si fugge infatti dal mondo e dalle sue contraddizioni erigendo un convento a Monte Sole dove i nazisti consumarono sull’Appennino reggiano, parole sue, “un piccolo olocausto”.

Resta la diversità di vedute con Alcide de Gasperi – segnatamente nella politica estera – ma a determinare le scelte e a conservare in esse il seme inestirpabile della responsabilità storica è la non tradita vocazione dossettiana a esercitare la responsabilità così come le vicende glielo consentono nel suo tempo. Chiamatela vocazione, o kairòs, o anche socraticamente daimon: da lì Dossetti comunque non si schioda.

Un’evidenza da esplorare viene a noi, così come l’esperienza dossettiana della Resistenza, del partito, del Concilio Ecumenico Vaticano II, gli anni nascosti del suo nomadismo monastico appenninico e mediorientale ce la consegnano: la responsabilità del credente verso la storia è insieme luogo laico e luogo teologico del suo impegno nella città di tutti gli uomini. Dove il sacro separava, adesso la responsabilità storica – fitta di distinzioni e contrasti – è destinata ad unire. Un terreno di prove quotidiane per quel confronto e quel rapporto che dai tempi di Kant affatica il Vecchio Continente sul confine tra Illuminismo e Cristianesimo, tra democrazia e vita quotidiana dei fedeli.

Ma c’è di più. In Dossetti c’è anche lo sforzo interpretativo del profeta e l’ansia riformatrice di Max Weber nutrito alla teologia della vocazione protestante che, nella famosa conferenza di Monaco del 1919, ammonisce: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”. Osserva Pietro Scoppola che Dossetti simbolizza al riguardo la storia non realizzata e quindi le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. Da qui nasce credo in lui la premonizione sulle difficoltà che sarebbero sorte nella fase di attuazione delle norme. Da qui il solido ancoraggio ricercato nella natura giusnaturalistica dei diritti umani e quindi nel primato della persona cui attribuire il crisma del riconoscimento costituzionale.

Escludendo sia un approccio totalitario come pure un approccio individualistico, Dossetti si affatica intorno a una concezione che faccia perno contemporaneamente sulla persona e sulla solidarietà: dove vigano cioè “diritti che lo Stato non conferisce, ma semplicemente riconosce”. Parole sue. Di qui la battaglia per la libertà religiosa di tutti i culti nel segno del pluralismo culturale ma anche sociale, perché tutti orientati al perfezionamento integrale della persona umana. Compito che attiene al regime democratico in quanto tale perché riguarda in maniera diversa la cosciente partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Di qui la “civetteria”, altrimenti illeggibile in Dossetti, che lo portò in non sporadici casi a sottolineare la convergenza sulle posizioni da lui sostenute di Palmiro Togliatti, dal quale lo separava la difformità della radice e della visione politica, ma al quale l’univa l’ansia di ricercare soluzioni praticabili per tutti gli italiani. (Ad esempio la rivendicazione della necessità di un controllo sociale della vita economica del Paese.) Atteggiamento che presenta intuibili punti in comune con l’esigenza di lavorare alla costruzione di un’etica di cittadinanza che ovviamente trascenda la morale cattolica senza prescinderne, ma tale da attingere punti nodali in grado di coinvolgere credenti e non.

È proprio qui, pare a me, che deve essere collocata l’iniziativa dossettiana affinché venissero riconosciuti nella particolarità della contingenza i Patti Lateranensi nel testo costituzionale. Per questo difese la causa della richiesta perentoria del Vaticano, astenendosi tuttavia dal consultare con sospettabile frequenza uomini e istituzioni d’Oltretevere. La ragione? In questo caso le motivazioni riguardano essenzialmente la storia italiana dove già nel Risorgimento la parte cattolica risultò impedita di dare un contributo costruttivo perché relegata ai margini della Nazione. Mentre nel contesto specifico di un difficile secondo dopoguerra attraversato dalla “guerra fredda”, secondo l’analisi di Dossetti, due blocchi aspramente contendevano all’interno delle contraddizioni storiche insorgenti da una medesima cultura (!) non temperata da una adeguata trasformazione morale. Dove, accanto all’orizzonte complessivo, va considerata la difficoltà individuale delle persone, tra le quali Dossetti annovera anzitutto se stesso, riconoscendo nel Consiglio Comunale di Bologna (1956) che anche la sua personale cultura “è da un pezzo che è andata in pezzi”. Specificando ulteriormente che si tratta di una cultura né borghese né marxista, ma che è ad un tempo, per contaminazione, l’una e l’altra cosa insieme… Ne consegue l’invito pressante a riflettere sul progresso degli strumenti culturali che hanno informato i nostri comuni maestri. Il problema è dunque ancora una volta per Dossetti ri-caricare i concetti e le parole, anche se le parole non bastano ad edificare.

 

La svolta a gomito

Molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che  forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta. Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione. Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo ancora una volta al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta in seguito da De Felice. Già allora alle spalle, nella chiarezza, le preoccupazioni espresse da Luciano Violante durante il discorso di insediamento in quanto presidente della Camera nel 1996. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo:  dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale” (l’Altro), secondo la lezione di Mounier.

 

Una seconda rimozione?

 

“Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica. Una democrazia che voleva che cosa? Che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo e di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale”.[3] Questo il fine. Dossetti si confida al clero di Pordenone in quello che mi pare possibile considerare il suo testamento spirituale: la conversazione tenuta in quella diocesi presso la Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo 1994 e pubblicata con il titolo Tra eremo e passione civile. Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, a cura dell’associazione Città dell’Uomo.

E il mezzo individuato come il più adeguato per raggiungere il fine è per Dossetti l’azione educatrice: “E pertanto la mia azione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Non sono mai stato membro del Governo, nemmeno come sottosegretario e non ho avuto rimpianti a questo riguardo. Mi sono assunto invece un’opera di educazione e di informazione politica.”[4] Dunque un’azione politica educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Un ruolo e un magistero al di là della separatezza delle scuole di formazione, nel concreto delle vicende e del confronto e – si immagina facilmente, con a disposizione la documentazione di un intero itinerario –   prendendone di petto i conflitti e le asprezze. Che appare con tutta evidenza la vocazione di una leadership riconosciuta, il ruolo che fu dell’intellettuale organico, del partito politico come in parte era e come dovrebbe essere, pur ipotizzandone impreviste metamorfosi: capace cioè di organizzare persone e gruppi intorno a un progetto e a una linea di pensiero.

E siccome non sono mancati nel Dossetti che frequentava le istituzioni gli scontri e le asprezze, don Giuseppe così legittima decisioni e atteggiamento: “I miei contrasti – se ci sono potuti essere – con quelli che comandavano allora, sono stati non tanto contrasti di persone o di sensi, di temperamenti, ma contrasti su quest’aspetto necessario dall’azione politica come formazione della coscienza del popolo.”[5]

E’ la vita autentica del cristiano che in Dossetti riassume l’esperienza monastica e la supera, nel mentre innova e continua la vocazione politica. Grande esperienza secolare insieme di ascesi e di laicità è infatti quella del monachesimo storico. Ricollegandosi ad essa ha una nuova valenza politica l’azione culturale del “monaco” Dossetti. È questa inedita scelta che mette in discussione la cristianità e le forme del politico che in essa si inseriscono e che ha la temerarietà di confrontarsi, fino al rischio di perdersi, con una politica bisognosa di nuove idee capaci di nuovi comportamenti.

Chi non intende questo orizzonte e questo approccio non capisce la consequenzialità del Dossetti “monaco” rispetto al Dossetti politico militante. Opera una scissione là dove c’è una lucida distinzione. Rimuove (non rischia anche questa di essere una rimozione?) l’originalità del Dossetti vocazionalmente  politico che sceglie di salire a Monte Sole dove il dramma della storia e del mistero cristiano pongono allo spirito e alla politica domande rimaste ancora senza risposta. Perché la Lotta di Resistenza non segna soltanto la fine del fascismo, ma schiude l’ingresso a una nuova democrazia alimentata da valori che a loro volta non possono essere rimossi, proprio perché questa democrazia –  e la Carta costituzionale che ne discende – non  sono un guadagno fatto una volta per tutte.

Singolare è dunque in Dossetti la sinteticità multiforme del suo carisma, che pare rispondere a una perentoria chiamata alla storicità, come evidente presa di distanze dalla cronaca: “Non dobbiamo occuparci della cronaca, ma della storia sì, con tutta la vigilanza della preghiera e del cuore e, cioè, dei grandi drammi dell’umanità del nostro tempo: l’ingiustizia, la  fame, l’oppressione, il buio della fede, la fatica della ricerca di verità e di luce”.[6]

La faccia della politicità appartiene a un prisma che lungo l’asse Vangelo–Storia allinea il politico, il monaco, ma anche il giurista, lo studioso, il sacerdote diocesano, il “nomade”, il predicatore, il suggeritore… Per questo, essendomene stata affidata la commemorazione a un mese dalla morte all’inizio dei lavori del III Congresso Nazionale dei Popolari (Roma 1997) chiamai a raccolta tutte le scarse risorse del mio antihegelismo per dire della sua vicenda: “Anche la storia può sbagliare”.

Per due ragioni. In Dossetti è infatti il Vangelo che chiama in giudizio la storia nel momento del suo farsi; in secondo luogo perché mi pareva di dover sottoporre finalmente a critica l’etichetta di un Dossetti “perdente” e votato alla sconfitta. Perché? Perché accanto alle fulminee uscite di scena restano – anche per sua esplicita rivendicazione durante la famosa allocuzione all’Archiginnasio – il contributo non marginale alla vittoria repubblicana nel referendum istituzionale dell’immediato dopoguerra e la ricordata “regia” alla Costituente.

Due dunque i luoghi teologici, o meglio, le “fonti” di quello che con estrema titubanza potrebbe essere considerato un “irregolare” di genio della Chiesa e della politica: il Vangelo e la Storia.

Quando giustamente si rivendicano le radici cristiane dell’Europa non è all’azione civilizzatrice e riformatrice dei monaci che si fa riferimento? Non è questa la Traditio che fa i conti con la storia e talvolta – come accade alla grande politica – contro la storia?

Il Dossetti che “obbedisce” al vescovo Giacomo Lercaro candidandosi a sindaco di Bologna contro il comunista Dozza, che organizza le primarie per l’occasione già nel 1956, che con il gruppo dei giovani collaboratori redige il Libro bianco che racchiude il programma amministrativo, non è il Dossetti che saggia insieme i compiti del laico cristiano e la testimonianza ispirata ed operosa nei confronti della città dell’uomo che ha segnato nei secoli l’azione di generazioni di monaci? Non è curioso che la figura del laico e quella del monaco coincidano nel servizio, nella diaconia e nel rinnovamento?

Potrei continuare a porre interrogativi, non certamente retorici, lungo il percorso dove la sperimentazione sul campo cessa di apparire paradossale. Quel che infatti viene esaltato dall’approccio dossettiano, in entrambe le situazioni, è la vocazione pedagogica della politica, senza la quale nessuna politica autentica può darsi. Capace di resistere alla miopia del contingente e della cronaca, alla pressione degli schieramenti, alla violenza delle ideologie, alla nostalgia del richiamo della foresta.

Una politica proprio per questo in grado di distinguersi dal potere, così come la lotta di Liberazione aveva visto il partigiano Dossetti partecipare all’azione militare, ma disarmato. Non che la politica non debba mai commerciare con il potere – Dossetti non è né tedesco né luterano –  ma una politica in grado di continuare e di esercitarsi anche fuori dai luoghi del potere. Che è la sfida incompresa che sta ancora di fronte a noi.  Dossetti non lo dice, ma è probabilmente d’accordo con la cristianissima osservazione che Emanuele Severino traduce in filosofico: non siamo noi che prendiamo i poteri, ma piuttosto i poteri prendono noi.

E’ questo il rigore dossettiano, non quello che si cimenta con le forme keynesiane dell’economia. E’ questo il Dossetti che va riscoperto e non rimosso, anche se ci inquieta e ci sfida a una politica per la quale non ci sentiamo attrezzati e della quale non siamo in grado di intuire il valore. Una politica che ha il coraggio e la lucidità di mettere al primo posto la cultura politica, prima delle rendite di posizione, prima dei sistemi elettorali, prima della dittatura del tempo breve, prima dell’onnipotenza delle immagini sempre più onnivore.

Ecco perché tornare a Dossetti significa non rimuoverlo in questo aspetto della sua lezione che probabilmente risulta il meno comodo. L’imprescindibilità cioè della cultura politica, senza la quale il nichilismo dei contenuti si concede allo spettacolo o ai  nuovismi che fanno succedere al vecchio soltanto il vuoto.

Onestà vorrebbe che non si rifiuti la sfida superando difficoltà e passaggi difficili, avendo il coraggio di fare esperienze e di proseguire anche a tentoni. Così come camminano quelli che viaggiano di notte. Appunto, “Sentinella, quanto resta della notte“?

 

                                                                                                                     Giovanni Bianchi

 


[1] Giuseppe Trotta, Un passato a venire. Saggi su Sturzo e Dossetti, Cens, Milano, 1997, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] Giuseppe Dossetti, Conversazioni, In Dialogo, Milano, novembre 1995, pp. 12-13.

[4] Ivi, p. 13.

[5] Ibidem

[6] Maria Gallo, Una comunità nata dalla Bibbia, Queriniana, Brescia, 1999,  p. 11.

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