ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

27-30 Settembre 1943 – Anniversario della Liberazione di Napoli

Quattrogiornate3Napoli insorge da sola ed è la prima città europea che si libera dall’occupazione tedesca.
Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche.
L’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista. (tratto da: wikipedia). Onore a Napoli!

Napoli liberata
Questo racconto, scritto nel 2009, si ispira alla speranza che Napoli sappia da sola liberarsi dalla oppressione criminale che la soffoca come seppe liberarsi, per la virtù dei suoi cittadini, dall’occupazione nazista.

Da un libro di storia del 2029: “Nel ventennale delle Quattro giornate di Napoli”
Storia dell’insurrezione napoletana del 25 aprile 2009
Quella mattina il Professor Papi saliva le scale dell’università profondamente impressionato dalle notizie dei giornali: nuove vittime della camorra (ce ne erano state 4.000 quell’anno); invasione dei rifiuti industriali del nord, imposta dalla forza militare del Governo reale; insurrezioni per il rifiuto delle discariche legali, in un devastante circuito vizioso; crollo dell’economia; colto dibattito fra gli intellettuali sulle virtù della Napoli privata, sul risveglio della politica; offerta del Governatore Bassolino di collaborare.
A questo punto un allievo lo fermò. Lo stava attendendo per consegnargli una ricerca. La prese distrattamente, mugugnò scortesemente qualcosa, ed entrò nella sua stanza dove lo attendeva una penosa riunione burocratico-didattica.
La riunione non c’era. Le dimostrazioni avevano bloccato il traffico. L’aria era irrespirabile. Chiuse le finestre, si abbandonò scoraggiato nella sua poltroncina.
E quasi per abitudine cominciò a sfogliare distrattamente la ricerca. Era la ricostruzione dei rapporti, delle reti, degli incontri dei capi clandestini delle forze politiche per costituire il Comitato di Liberazione Nazionale Alta-Italia. C’era un generale che aveva rapporti difficili ma preziosi, sia con gli ufficiali dell’esercito renitenti alla leva della Repubblica di Salò, sia con i carabinieri in carica, fedeli al Comando clandestino. C’erano i vecchi guelfi ed i giovani professorini che si radunavano in casa di Boldrini, che aveva come coinquilino un giovane di Matelica, Mattei, c’erano i vecchi comunisti della Spagna, c’erano i socialisti scampati alla prigione, c’era il filo diretto con i preti che mantenevano una rete di soccorso per i fuggiaschi, per i perseguitati, per i condannati a morte. Le membra sparse del Paese morte si ricomponevano per la resurrezione.
La penna del ragazzo era appassionata. I nomi di quei personaggi sconosciuti sarebbero diventati famosi: Mattei, Cadorna, Longo, Pertini, Parri.
La definizione scientifica che il ragazzo aveva trovato per definire la natura del CLNAI lo colpì e lo emozionò: “Organismo clandestino che durante la Resistenza ebbe per delega poteri di governo”.
Un potere di governo clandestino nei confronti di un potere di governo reale, ma fittizio, infeudato al potere di una forza di occupazione illegale, incivile, intollerabile.
Il professor Papi saltò in piedi, spaventato. Ora sapeva chi era la forza di occupazione, ora capiva chi era il governo reale, ma fittizio. Ora si domandava dov’era l’organismo clandestino, che prendesse la delega di un vero governo morale, civile, dignitoso, umano.
Il Professor Papi si alzò di scatto. Lasciò carte e cappello e così di corsa si recò a casa del professor Spalletti, un amico di Prodi che si occupava di sistemi economici, vecchio dossettiano, a sua volta amico di un vecchio deputato dossettiano, che aveva rappresentato Napoli in Parlamento.
Andava di corsa nel caos dell’ora di pranzo e si presentò affannato a casa del professor Spalletti, che si stava mettendo a tavola.
A tavola quel giorno non ci si mise. Papi disse: “Ho capito tutto, abbiamo bisogno del CLN, abbiamo bisogno di un governo clandestino, che organizzi le forze che si oppongono all’imbarbarimento della vita civile. Non basta più la Napoli privata che dice Schiavone, non basta più la turris eburnea del Federico II e di Suor Orsola Benincasa. Qui ci vuole un governo”.
Quando il professor Papi lasciò casa Spalletti, si accorse con sorpresa che la notte era scesa da molto. Incominciò una serie di contatti fra vecchi amici. Ci si rese subito conto che il pericolo maggiore era la pubblicità, uscire allo scoperto contro un potere occhiuto ed organizzato, armati dall’equivoco chiacchiericcio, satirico televisivo, non solo sarebbe stato pericoloso, e questo passi, ma sarebbe stato stupido. Entrarono in clandestinità senza saperlo, per una reazione intelligente e studiosa al pericolo che incombeva non su di loro, ma sulla città.
Fu con naturalezza che decisero di cambiare nome in questa fase di contatti e di non usare messaggi registrabili. Volevano sfuggire più alle indiscrezioni dei cronisti che non alle talpe del governo Quisling o dell’esercito di occupazione, che non si curavano di loro. E non usarono nomi di battaglia, ma nomi arcadici. Papi scelse Evandro e Spalletti, più sostenuto, scelse Professor Monteveglio. Cercarono nell’ambito delle specchiate coscienze, della vecchia politica fatta di illusioni e trovarono un allievo di De Martino, un amico di Napoletano, un nipote di Compagna, un rampollo dei Craveri, ed un paio di meditativi stufi di essere arrabbiati.
Avevano fatto un bel Comitato di Liberazione Nazionale, così lo chiamavano ancora per gioco, con la tecnica per cui si fanno i Comitati scientifici per i congressi. Con un tema che ritenevano ancora sociologico, conoscitivo: “Come affrontare un esercito di occupazione feroce e casalingo”.
L’incontro con il Cardinale fu sconvolgente. Il cardinale ascoltò, non disse nulla, senza nominare ufficiali di collegamento disse che per qualche esigenza particolare potevano rivolgersi ad un pretino della Caritas che si occupava del ricovero urgente dei disagiati, dei disadattati, dei fuggiaschi.
Il Professor Spalletti, alias Monteveglio, parlando con il candido sacerdote si accorse che non di soli barboni si trattava: c’erano anche persone che non avrebbe immaginato, di buona condizione civile e professionale, che non si aspettavano protezione da una rete ufficiale, distrutta in gran parte dalle talpe. La Chiesa aveva riaperto i suoi falsi seminari per le persone in pericolo.
La notizia, che non era stata mai detta esplicitamente, non doveva circolare e non circolò. Fu in questa occasione che la clandestinità divenne veramente clandestinità.
Il problema del piccolo seminario fu quello di organizzare gruppi operativi che non si conoscessero fra di loro, ma che fossero coordinati in qualche modo, per prestare un primo soccorso immediato di rifugio alle persone anche casualmente minacciate dalla ritorsione. Se ne occupò un vecchio gentiluomo napoletano che era stato qualcuno nei carabinieri e che assunse il nome di “Fabrizio”.
Il compito, anche se mitamente assistenziale, si trovò di fronte a casi gravi: persone che avevano visto quello che non dovevano vedere, funzionari che non se la sentivano di accettare la corruzione e ve ne erano costretti, piccoli cristi che erano minacciati dai loro superiori, perchè troppo scrupolosi nel loro lavoro. Avevano bisogno di qualche consiglio, di una garanzia di segretezza, talvolta di un rifugio, in una parola della sensazione di non essere soli.
La non voluta commistione della necessaria rete assistenziale, con la rete clandestina che era stata immaginata come cervello organizzativo dello studio delle situazioni pratiche, portò ad una rapida e perfino non voluta diffusione. Di fatto le file si ingrossarono e poiché i gruppi operativi clandestini si trovavano a rispondere a sempre maggiori richieste, la rete in poco tempo divenne importante.
Il Professor Papi, alias Evandro, era impegnatissimo a tenere i rapporti diplomatici con le personalità che dovevano essere di volta in volta informate su singoli episodi. Egli si trovò presto nella necessità di diffidare delle infiltrazioni che la camorra operava in tutti i settori. Si rese conto che non poteva aprirsi con fiducia nei confronti delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine, perché in alcuni casi la notizia di persone messe sotto protezione era giunta proprio a chi non doveva giungere.
Del resto anche il Professor Spalletti, alias Monteveglio, che si occupava dei “rifugi”, si rese conto di quanto fosse pericoloso che le notizie arrivassero in mano all’esercito di occupazione. Era un compito difficile che risultò facilitato dall’arroganza e dalla sicurezza che la camorra, ritenendosi ormai padrona, dimostrava in ogni sua azione. Ed apparve chiaro che il punto di maggior pericolo era quello della amministrazioni locali, che anche quando non erano direttamente inquinate, erano tuttavia sempre condizionate da un rapporto ambiguo fra amministrazione, gestione delle risorse ed influenza della criminalità.
In questa situazione il generale “Fabrizio” ebbe un grande lavoro da fare: doveva costituire una rete di coordinamento dei vari gruppi, fatta per settori, che dovevano ignorarsi gli uni con gli altri, con competenze precise ed i responsabili di aree geografiche. L’adesione di molti giovani universitari, trascinati dai professori, fu essenziale. Ma la capillarità della rete assistenziale portò alla scoperta insperata della volontà di resistenza di giovani che sentivano intollerabile il condizionamento della criminalità nella vita quotidiana delle loro famiglie e del loro quartiere.
In essi prendeva corpo il rifiuto profondo alle stragi prodotte dalla droga, al dilagare della violenza, che non era solo una specificità nei rapporti criminali, ma che tracimava lentamente in tutti i rapporti sociali dal traffico stradale alla confisca delle cose in mano alla microcriminalità, fino alla intrusione perversa della schiavitù perfino nei rapporti interfamiliari. Chi aveva vissuto in silenzio alla vista dei morti per droga, alla uccisione casuale di vittime degli scontri di banda, alla quotidiana violenza per abitudine nei minimi rapporti civili, nel traffico, nei bar, nella scuola, che poteva tramutarsi senza alcuna ragione in omicidio.
Molti, avevano già deciso il loro rifiuto. Aspettavano solo un punto di riferimento.
Quando nelle piccole situazioni quotidiane presero contatto con la rete che interveniva per soccorrere, capirono subito da quale parte avrebbero voluto essere.
A tutto ci si abitua, anche alla strage, quando essa è quotidiana. Ma quando, in un giorno della incipiente estate, la crudele vendetta dettata dall’arroganza senza limiti si esercitò su un gruppo di bambine dentro una scuola, senza riguardi per chi fossero ed a quale famiglia appartenessero, ma solo per un dipregio totale della vita organizzata, in quel giorno qualcosa accadde.
Si sentì che non bastavano più gli articoli di giornale scandalizzati, gli appelli ipocriti della autorità costituite, la deplorazione liturgica di personaggi televisivi.
Fu decisa la processione di San Gennaro. Doveva essere un semplice atto di riparazione e di riconsacrazione della sede scolastica che era attigua ad una Chiesa che aveva una tradizionale venerazione.
La semplice breve processione divenne una manifestazione di massa, imprevista e drammatica nel suo impressionante silenzio. Assisteva al mesto corteo, che ormai aveva deviato dal suo piccolo itinerario, un gruppo di camorristi, padroni di quel quartiere che, sicuri della loro impunità, assistevano arroganti e minacciosi.
La folla ruppe le file e li cacciò con decisione. La reazione di quegli uomini armati produsse delle vittime. Ai funerali si temevano nuovi disordini e nuovi conflitti.
Bassolino invitò alla calma e predicò la pace sociale. A chi gli contestava il suo fallimento, rispose: “Dovreste farmi un monumento!”.
“Fabrizio” si trovò nella necessità di aprire un rapporto fra la rete e la rabbia che circolava per dare ad essa un contenimento serio ed obiettivi realistici.
Per un processo naturale, prudente ma cosciente della gravità della situazione, di fatto il CLN, che non sapeva di essere tale, assunse il governo.
La caccia ai camorristi incominciò per caso, alla fine della mesta cerimonia. Ma l’esistenza di una rete organizzata permise di riconoscere gli obiettivi strategici e di trasformare la violenza in un’operazione di pulizia. Furono individuate le sedi del traffico della droga. Furono chiusi nello stadio gli spacciatori. Furono catturati e requisite le armi, gli automezzi. Nacquero così le quattro giornate di Napoli.
Il governo nazionale si trovò di fronte ad una situazione nuova.
Come riportare “l’ordine” a Napoli?
Mandare l’esercito e sparare in difesa dei camorristi? Reclutare le formazioni della rete per mettere ordine ad un movimento spontaneo che correva il pericolo di degenerare?
Evandro, Monteveglio e Fabrizio con gli altri sei del Comitato rappresentativi delle tradizioni politiche si proclamarono disponibili ad un ritorno istituzionale dell’autorità dello Stato. Fu il Cardinale a proporre ad un governo nordista recalcitrante che il CLN, ormai così veniva chiamato da tutti, fosse investito a commissariare la Regione ed il Comune di Napoli. Il 25 di Aprile Evandro, Monteveglio e Fabrizio alla testa dei gruppi che avevano operato la liberazione, si insediarono al Governo.
Da questi avvenimenti nacque quel rinnovamento dell’unità nazionale che gli storici chiamarono “il vento del sud”.
Una matricola di lettere del Federico II, ricoverata perché ferita nel moto di liberazione al Cardarelli descrisse lo spirito delle Quattro Giornate di Napoli una poesia che diventò famosa:
“ Lo avrai
Camerata Bassolino
Il monumento che pretendi da noi napoletani
Ma con che pietra si costruirà
A deciderlo tocca a noi.
Più dura di ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari si adunarono
Per dignità e non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna ed il terrore.
Se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza”.

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