ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

9 Febbraio 1945 – La fucilazione di Don Giuseppe Borea a Piacenza

untitled69 anni fa, il 9 Febbraio 1945, don Giuseppe Borea, parroco di Obolo, veniva fucilato a Piacenza dietro al Cimitero urbano.

Aveva 35 anni e si chiamava don Giuseppe Borea, parroco di Obolo (frazione montana del Comune di Gropparello in Provincia di Piacenza). La sua accusa era quella di essere il cappellano dei partigiani. In realtà aveva portato gli ultimi Sacramenti ai giovani feriti dopo uno scontro sanguinoso, avvenuto nella sua parrocchia tra Brigate nere e partigiani. Ma il Comando delle Brigate nere di Piacenza intendeva dare una lezione al Clero. Fu scelto don Borea. Quattro miliziani lo andarono a prendere in canonica. Portatolo in città venne sottoposto a diversi interrogatori in Questura. Don Borea non negò la verità. Inutili gli interventi delle Autorità religiose. Vide la sua mamma, l’abbracciò, poi venne portato all’alba al recinto del cimitero. 9 febbraio 1945.

Clicca qui per leggere il lavoro fatto dalla nostra Sezione di Piacenza su: don Giuseppe Borea

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13 Luglio 1944 – Fabriano nella guerra 1943-1945 – La Brigata Maiella

Il reparto Banda Maiella ha operato nel settore maceratese-anconetano-pesarese come avanguardia con le stesse funzioni del gruppo Popski. Erano costituiti da reparti mobili con jeep che perlustravano il territorio prima dell’arrivo del fronte e se necessario facevano azioni di conquista dei capisaldi. La Maiella ha operato fortemente in questo senso sulla valle del Cesano.Per quanto riguarda il nostro territorio ho due appunti interessanti che ti allego ricavati da rapporti originali del PPA di Poposki e dai Rapporti Polacchi del settore Marche riferiti alla B. Maiella. C’è un pò di confusione sulla mobilità di Poposki(PPA) ma se metti insieme le date ricostruite dalle due relazioni si può capire la mobilità del Reparto PPA. Poposki in base ai diari e i rapporti ufficiali polacchi ha aiutato la Maiella nel settore di S.Severino spostandosi poi verso l’Appennino in direzione di Esanatoglia-Gualdo T. poi Fabriano. La Miella è proseguita in direzione di Cingoli-Apiro-Cupramontana con il compito di perlustrare la  SS76 da Montecarotto a S.S.Quirico.La liberazione di Cerreto come Matelica è avvenuta dal 12° Lanceri,in base i rapporti inglesi, poi avanzati verso Collamato dove si sono fermati.Popski rassicuratosi la situazione stabile del fronte a Gualdo T.,prende la via del Serrasanta-Belvedere –Serradica,si fa accompagnare dal parroco d. Ermete Scattoloni e procede su Cancelli,Vetralla ed entra a Fabriano la mattina del 13 Luglio 1944 dalla porta Cervara.La città era deserta e già occupata da gruppi partigiani.Gli alleati sono passati per Cancelli in modo da non essere colpiti dall’artiglieria tedesca posizionata con gli 88 ad Almatano,Nebbiano,Marischio,S.Donato. Successivamente gli alleati inglesi si posizionano alle Serre di Cerreto per cannoneggiare la periferia ovest di Fabriano dove i tedeschi della 5GBJ (retrovia) erano posizionati a Melano-Marischio  e S.Donato.

Federico Uncini

Leggete questa interessante documentazione:

Cliccate su: estratto arrivano gli alleati

Leggete ancora: I rapporti di Popski con La Maiella

Risposta e ringraziamenti di Bartolo Ciccardini

Caro Federico,

Abbiamo trovato un filone incredibile. Io avevo intuito che nella storia del San Vicino ci fosse un significato particolare, ma mi sono reso conto solo dopo che questa intuizione era giusta.

Tutta la zona montana dell’Italia e quindi di conseguenza tutta la zona centrale del fronte non era un fronte vero e proprio, ma era una situazione liquida, dove non c’era un dominio tedesco del territorio e non c’era neppure un dominio assoluto dei Partigiani. Ed era una zona di autogoverno.

In questa zona c’erano diverse forme di guerra partigiana in cui i militari facevano in un modo, i politicizzati, specialmente comunisti, facevano in un altro modo, e gli slavi facevano in un terzo modo.

E c’era una Resistenza civile, vale a dire una non-collaborazione del notabilato e della classe dirigente  con l’autorità repubblichina, che si assumeva la responsabilità dei rifugiati, del mantenimento dell’ordine, della vita amministrativa locale, sotto diverse forme, molto possibiliste e pur tuttavia, coraggiose e responsabili.

Per questo quando i tedeschi andavano a colpire “il prete” sapevano che avevano a che fare con un capo naturale della società civile, certamente implicato se non altro nel nascondere i clandestini, gli ebrei, i partigiani stranieri, e comunque le forme di disobbedienza. E’ in questa atmosfera che si muove una formazione unica nel suo genere, che è la brigata Maiella, formazione specializzata autoctona, legata ad un territorio preciso, ma organizzata in maniera mobile, per poter ispezionare e ripulire un territorio sia affrontando piccole postazioni autonome dei tedeschi, sia disarmando partigiani non utilizzabili, sia collaborando con le formazioni partigiane, che erano utili al mantenimento del fronte.

Il fronte, essendo “liquido”,  si prestava a colpi di mano ed il compito di questa formazione era più quello di garantire l’attenzione ai movimenti di sorpresa dei tedeschi che non quello di garantire l’occupazione del territorio.

Nell’esperienza tipicamente italiana, si era attrezzata una formazione che aveva il carattere dei commandos, la cosiddetta armata Popski, che collaborava con gli inglesi e poi con i polacchi e che svolgeva un’azione di “polizia preventiva” proprio nelle zone di fronte liquido.

E’ importante avere appurato come tu hai fatto l’incontro fra l’armata Popski e la Maiella, che avevano compiti molto simili, più esplorativa e ricognitiva la Popski, più difensiva e controllatrice anche politica del territorio la Maiella, ma ambedue straordinarie ed in necessario contrasto con le regole talvolta burocratiche molto dure delle formazioni inglesi, più semplici delle formazioni polacche, necessariamente poco amichevoli del corpo militare italiano, che si vedeva sottratto un suo compito specifico.

Fabriano, Cupramontana, Sassoferrato ed Arcevia, diventano un teatro molto interessante per l’azione della Maiella e dell’Armata Popski. Quest’azione è di grandissima importanza per garantire alle spalle le battaglie di Osimo, di Ancona e di Pesaro. Qualcosa di analogo deve essere avvenuto anche nella zona che va da Leonessa Cascia all’Appennino romagnolo, dove guarda caso, rispuntano sia la Maiella sia l’Armata Popski. È un pezzo di storia sconosciuta, perché la nostra storia della Resistenza è molto basata sulla memoria locale, ma non ha ancora avuto una sintesi che spiegasse i fatti generali coordinati con le azioni strategiche dei corpi militari.

Forse scoprendo questa realtà lavoriamo più con la intuizione che con i documenti. Ma i documenti parziali che tu hai scoperto confermano in pieno questa nostra intuizione.

Rallegramenti, Bartolo

1 Luglio 1944 – Intervista alla sorella del partigiano Capacci Sabatino fucilato il primo luglio 1944

CapacciLa sorella di Capacci Sabatino, Capacci Gina, è l’ultima persona ad averlo visto vivo, mentre veniva catturato assieme a Rossi Giulio che era il suo compagno in una squadra partigiana. Il Rossi Giulio era un soldato divenuto partigiano dopo l’8 settembre.

A venti anni Sabatino era un idealista, ma anche molto moderno per i tempi nei quali viveva: aveva un grande amore per la libertà, per cui vedeva nella resistenza un valore e nella liberazione una conquista da perseguire. In quel momento comunisti e cattolici combattevano assieme nella guerra di liberazione per l’Italia.

La Signora Gina al tempo aveva 12 anni e si trovava, assieme ad altre persone, nella campagna di Favalto con le pecore, per paura che i tedeschi in ritirata rubassero gli animali. A Favalto c’era infatti una casa colonica con campi e pascoli attorno.L’esercito tedesco in ritirata sarebbe passato di lì a poche ore. In quel luogo si trovavano anche alcuni partigiani, che seppero dell’arrivo dei tedeschi e se ne andarono. I tedeschi, arrivando, spararono da una collina vicina alle pecore e la Capacci Gina con le altre persone trovarono riparo tra alcune piante. La Gina, in un momento di tregua tra gli spari, scappò con un’altra ragazza e si diresse dai campi verso la casa colonica, lasciando sul posto un’altra signora di una certa età che aveva paura di uscire allo scoperto. I tedeschi, in seguito,trovarono e fucilarono questa signora.

Il Capacci Sabatino e il Rossi Giulio arrivarono alla casa colonica, di ritorno da una missione, credendo di incontrare i partigiani, ma vi trovarono i tedeschi. In quel momento sopraggiungeva anche Capacci Gina assieme alla ragazza con cui era fuggita. Il Capacci Sabatino, vedendo la sorella che si avvicinava per salutarlo, le fece cenno di stare lontana, perché c’era il pericolo che i tedeschi arrestassero anche lei. Quindi la sorella rimase fuori nel piazzale della casa colonica.I tedeschi arrestarono il Capacci e il Rossi e li chiusero in una stanza della casa colonica.

Itedeschi trascinarono poi i due partigiani su un camion e alla Capacci Gina, che si trovava assieme all’altra ragazza, fu ordinato di andarsene in cima alla collina, dove rimasero tutta la notte e la mattina seguente rientrarono a casa. Nel frattempo i tedeschi incendiarono la casa e i campi di grano, che però non bruciavano perché il grano ancora era verde. Alcuni animali furono feriti, ma non uccisi, soltanto per crudeltà. Il giorno seguente i partigiani Capacci e Rossi vennero fucilati alla Noceta, vicino a Castiglion Fiorentino, dove erano stati imprigionati. Il padre del Rossi si recò a Favalto a cercare il figlio, ma trovò soltanto il portafogli con alcune sue foto. Le rispettive famiglie seppero della loro morte alcune settimane dopo e alcuni testimoni hanno riferito che erano anche stati torturati dai tedeschi.

I due partigiani furono sepolti dapprima a Castiglion Fiorentino e poi trasferiti ad Arezzo. Il Comune di Arezzo si fece carico delle spese di trasporto per onorare la memoria dei due partigiani morti per la libertà.

22 Giugno 1944

22 giugno 1944,La Bettola Vezzano(RE)

In seguito al tentativo fatto dai Partigiani di sabotare un ponte a qualche chilometro dal paese, le SS compiono un rastrellamento generale degli abitanti e massacrano 32 di essi, tra cui molte donne e bambini, prima mitragliandoli e quindi bruciandoli nella trattoria che da il nome alla località. Per ultimo viene gettato nel rogo un bambino di 18 mesi, ancora vivo.

22 giugno 1944,villa Armanni, Montecappone di Jesi(AN)

Il 20 giugno i tedeschi, nel corso di un rastrellamento, catturarono una trentina di giovani e li condussero verso villa Armanni, in contrada Montecappone; giunti alla villa vennero interrogati e bastonati, poi furono rimessi tutti in libertà tranne sette giovani che furono considerati partigiani e vennero condannati a morte. Cinque erano jesini: Mario Saveri, Armando e Luigi Angeloni, Alfredo Santinelli, Luigi Cecchi; due erano militari sbandati fuggiti dalla caserma Villarey di Ancona: Vincenzo Carbone, calabrese e Calogero Grasceffo, siciliano. Vennero fucilati nel vallone a poche centinaia di metri dalla villa.

 

22giugno.1944,Gubbio (Perugia) Qui, il 22 giugno 1944, vennero fucilati da un plotone di esecuzione della 114 JägerDivision 40 cittadini per rappresaglia, dopo l’uccisione, nel pomeriggio del 20 giugno, di un ufficiale medico tedesco ed il ferimento di un altro in un bar cittadino da parte di componenti una pattuglia dei Gap. Di ostaggi ne erano stati rastrellati 160,  ma l’ intervento del vescovo Ubaldi riuscì a limitare l’eccidio. A quei 40 fu ordinato di scavarsi la fossa e poi avvenne l’esecuzione a raffiche di mitragliatrice. La comunità cittadina, già prostrata dalla guerra e dal gran numero di morti, rimane sconvolta e subito si divide nell’attribuzione delle responsabilità della strage. Sono accusati sia il movimento partigiano eugubino, sia qualche fascista ritenuto responsabile di delazione.

22 Giugno 1944,Morro di Camerino(MC)

La popolazione di Morro era rimasta terrorizzata dagli scontri tra alleati e Tedeschi e aveva paura di rientrare nelle proprie abitazioni. Verso sera, alcuni giovani provarono ad addentrarsi e si imbatterono nei corpi dei quattro soldati tedeschi morti nello scontro. Decisero di impossessarsi di una mitragliatrice rimasta sul terreno, per poi dirigersi verso la vicina località di Palentuccio. Pare che la scena fosse stata spiata dai tedeschi, i quali scatenarono una rappresaglia per cercare la mitragliatrice. Di notte circondarono Palentuccio e non appena arrivò l’alba iniziarono il rastrellamento: frugarono nelle case e radunarono nella piazza uomini, donne e ragazzi, in tutto una trentina di personeche incolonnate furono condotte verso la chiesa parrocchiale di Morro. Alla fine un ragazzo fornì le indicazioni per ritrovare la mitragliatrice e per questo gli fu salva la vita. Gli altri giovani invece, divisi in due gruppi, furono gettati sull’orlo del fosso che scende da Morro a Palente. Alle 7:30 una raffica di mitragliatrice diede avvio alla strage. Dei dieci si salvò solo Franco Vergari, di 23 anni, che raccontò: Mi sentii cadere, a capofitto nel fosso, ebbi l’impressione di essere rimasto quasi illeso e rimasi immobile fino a quando non sentii più armi né voci. Allora mi rialzai, e non badando al dolore al braccio e allo stinco, me la detti a gambe. Dell’altro gruppo, composto da quattro vecchietti, si salvarono in due. Nella serata, venne ucciso anche l’anziano Domenico Fazzini mentre si trovava tranquillamente sulla porta di casa. I tedeschi giustificarono il fatto sostenendo di averlo scambiato per un partigiano.

22 giugno del 1944, di Moscano e Rocchetta di Fabriano(AN)

Il 22 giugno del 1944 nelle frazione di Moscano e Rocchetta accadde dei fatti orribili. Dei soldati tedeschi furono attaccati da due partigiani perché avevano compiuto razzie e infastidito delle giovani donne. Un soldato tedesco morì, un’altro riuscì a dare l’allarme presso gli accampamenti della 85a GebirgsjägerRegimentstanziati a S.Maria, con il quartier generale presso la Villa Quarantotti. In quello stesso giorno,la sera dalle ore 20 alle 21 i tedeschi scatenarono su Moscano un bombardamento, con mortai e altri pezzi di artiglieria, causando distruzione e morte; ai primi colpi la popolazione fuggì sulle vicine colline, ci furono 5 vittime civili e dei feriti.Morirono: Anita Carbonari, Augusto Ferretti,Costantina Ferretti, Ida Grifoni, Domenico Pellegrini. Furono arrestati Romolo Gregori, il parroco don Aldo Radicioni a Moscano, i fratelli Erminio e Enrico Filipponi verso la frazione di Rocchetta. I tre mezzadri furono fucilati nei pressi del Maglio e il parroco liberato dopo due giorni.

22 Giugno 1944.Collegiglioni di Fabriano(AN)

Il giorno 22 Giugno 1944 due consistenti pattuglie tedesche dell’ 85° Gebirgsjäger-Regimentsi diressero verso Nebbiano compiendo atroci azioni sulla popolazione rurale. Nella contrada Ferenzola, nei pressi della villa Moscatelli (oggi villa Merloni o villa Maria) fucilarono due innocenti: Angelo e Luigi Bellerba. Poi furono uccisi Giuseppe e Antonio Cipriani. Più avanti incendiarono la casa della famiglia Arcangeli, dove morì il capofamiglia Pietro Arcangeli nel tentare di spegnere il fuoco;furono fucilati Enrico Arcangeli e Aldo Ballelli sfollato in quella famiglia. Dopo aver compiuto quest’assassinio, si diressero verso il podere Baldini, dove compirono l’ennesimo eccidio mitragliando membri della famiglia e altri per un totale di sette persone.

22 Giugno 1944, Vallunga di Nebbiano di Fabriano(AN)

Il 22 giugno soldati dell’85° Battaglione della 5a Divisione di Montagna dopo aver massacrato dei civili a Collegiglioni si diressero verso la vicina Vallunga.Erano circa le 9 del mattino. I nazisti usarono la solita tecnica.Fecero irruzione nella casa della famiglia Baldini,e obbligati ad uscire. Furono disposti in fila sulla facciata esterna dell’abitazione. Separarono le donne e bambini e rinchiusi in casa .Gli uomini furono portati a forza nella vicina loggia .Tolsero dal gruppo   l’anziano Carlo Baldini e il giovane Antonio Tozzi.A quel punto Giuseppe Baldini si ribellò e fu tramortito con il calcio del fucile e fu la sua salvezza. Furono trucidati : Achille Baldini e i figli Fiore,Guerrino e Luigi,il genero Nello Cirilli e Alaimo Angelelli. Si salvarono Giuseppe Baldini e il fratello Mario riparati durante l’esecuzione dai corpi degli altri sventurati. Alaimo Angelelli ancora ferito fu finito con un colpo di pistola. I due fratelli Giuseppe e Mario Baldini riuscirono a fuggire e a salvarsi. Alla fine i tedeschi gettarono all’interno della loggia quattro bombe a mano.

20 Giugno 1944 – Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

GASPARE MORELLO (sacerdote, educatore, politico) primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, avvenuta il 14 gennaio 1980. GASPARE MORELLO, nato a Mazara del Vallo (Trapani) il 21 settembre 1891, ordinato sacerdote, nel 1938 si trasferisce a Fermo, dove insegna Storia e Filosofia nel Liceo-Ginnasio “A. Caro”, di cui diventa preside dal 1940 al 1947. Tra l’altro, GASPARE MORELLO in campo politico:

  • è il primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale
  • è l’unico prete in tutta Italia a presiedere tale organismo
  • organizza e coordina la Resistenza nel Fermano
  • guida il passaggio politico-istituzionale dal Fascismo alla Democrazia nella città di Fermo, indicando come primo sindaco GIUSEPPE GIAMMARCO
  • redige e firma il primo Manifesto del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale ai cittadini: 10 maggio 1945.

Inoltre GASPARE MORELLO insieme a tutti coloro che hanno lottato con il pensiero e con l’azione, persino con il sacrificio della propria vita, per l’affermazione dei valori democratici e repubblicani (libertà, indipendenza, uguaglianza, dignità della persona umana, solidarietà, istruzione e formazione, lavoro…), è di esempio per tutti.

Piccolo estratto dal libro

Gaspare Morello di Giuseppe Rossi

Citazioni dal libro di Giuseppe Rossi: “Gaspare Morello”

“Gaspare Morello è stato soprattutto un uomo “d’azione”: oggi diremmo un manager scolastico, un grande organizzatore, un animatore culturale e sociale, un autorevole e convinto educatore, un politico discreto, un promotore di iniziative socio-assistenziali; ma soprattutto è stato un “servitore” delle comunità in cui si è vissuto e di cui ho fatto parte.

(…) E quando Don Sturzo fonda il PPI, il 18 gennaio 1919, con il famoso appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, Gaspare Morello ne diventa un attivo primo segretario politico a Mazara su invito personale dello stesso Sturzo.

(…) Dopo l’8 settembre 1943 con l’annuncio ufficiale dell’armistizio del governo Badoglio con gli angloamericani anche l’anno scolastico 1943-1944 subisce un andamento irregolare, condizionato fortemente dalla situazione politica e militare.

Il Liceo Classico ne risente e le lezioni scolastiche si svolgono in modo irregolare a causa anche delle difficoltà che incontravano gli studenti dei paesi dell’entroterra fermano nel recarsi a scuola oltre che per paura dei bombardamenti.

Per opera di morello, il Liceo Classico diventa la sede di riunioni clandestine degli antifascisti fermani per preparare la successione politico-amministrativa al regime fascista.

Alle riunioni partecipavano, fra gli altri, Nicola Ciccolungo, ex-deputato del PPI e futuro sindaco e deputato all’assemblea costituente,  e poi senatore della Repubblica 1948, il Prof.Vittorio Girotti, il prof. Giuseppe Giammarco, che verrà nominato dal Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, primo sindaco di Fermo dopo la Liberazione (1944-46), il Dott. Benedetti, ispettore scolastico, il prof. Mario Santoro, insegnante di puericultura nel liceo, ricercato dalla polizia per le sue idee antifasciste.

Nell’Ottobre del 1943 si costituisce anche a Fermo Comitato di Liberazione Nazionale, alal cui Presidenza viene proprio chiamato Gaspare Morello, unico prete in Italia a dirigere un tale organismo.

Nello stesso mese, il giorno 5, Morello viene arrestato dai carabinieri e su intervento dell’Arcivescovo Norberto Perini, succeduto a Mons. Attuoni nel gennaio 1942, viene liberato due giorni dopo.

In qualità di Presidente del CLN teneva i collegamenti anche con molti sacerdoti delle parrocchie diocesano, in particolare con Don Roberto Massimiliani, parroco di San Gregorio a Fermo, con Don Tommaso Mariucci,  parroco di Santa Lucia, con Don Clario Pallotta, parroco di Porto San Giorgio, con Ugo Lattanzi, parroco di Campo Filone, con Padre Antonio Galli, padre di San Francesco a Fermo.

La presenza ed il ruolo del nuovo vescovo, Mons. Perini, nella diocesi fermana dopo l’8 settembre si fecero sentire nei confronti dei dirigenti locali del fascismo.

(…) Gaspare Morello è presente attivamente nella organizzazione della liberazione della città di Fermo dalla occupazione tedesca.

La liberazione avvenne il 20 Giugno 1944, con l’ingresso in città dei soldati del contingente polacco, guidato dal Gen. Bronislaw Duch”.

20 Giugno 1944

20 Giugno 1944,Pian d’Albero Figline (FI)

La notte tra il 19 e 20giugno 1944 i nazisti attaccano una casa colonica in cui si trovano giovani partigiani. Ha inizio un furibondo scontro a fuoco. Nel ritirarsi i nazisti incendiano la cascina e si trascinano dietro 18 partigiani. Giunti vicino ad Incisa, scelgono un campo isolato, dove, lungo un viottolo, ci sono18 ulivi subito destinati a forche per i giovani partigiani. lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

20 Giugno 1944,Pogallo Fondotoce Baveno

Val Grande Novara: Un rastrellamento effettuato da un una intera divisione tedesca (forza partigiana sopravvalutata) investe varie vallate dell’Ossola a partire dal 11 giugno. A Ponte Casletto, verso mezzogiorno, la situazione peggiora. I tedeschi costringono i partigiani ad arretrare, riescono ad attraversare la passerella dell’acqua e iniziano a salire verso Cicogna. Verso sera i partigiani del Valdossola (circa 280 uomini) con una cinquantina di prigionieri iniziano a salire verso Corte del Bosco. Le divergenze fra i comandanti delle tre unità partigiane e la scarsità di informazioni non permette un coordinamento per sganciarsi dai tedeschi, anche dopo il lancio previsto di armi e viveri da parte degli alleati. Gli aerei tedeschi sparano sugli uomini nascosti nel bosco intorno all’Alpe Brusà. Poi il tempo si guasta e la visibilità ridotta consente agli uomini di Muneghina di iniziare la marcia verso la Bocchetta di Terza per scendere in Val Cannobina. Sono solo 200 partigiani (un gruppo ha deciso di seguire Superti). Il tempo è pessimo e anche la situazione è drammatica, perché i tedeschi hanno raggiunto il fondovalle e la popolazione, terrorizzata, non aiuta i partigiani che non conoscono la zona. La colonna di Muneghina giunge presso Finero; a Pian di Sale incrocia i tedeschi: alle 3,30, inizia una tremenda battaglia. Alla fine, mentre il tempo si guasta di nuovo, Muneghina ordina agli uomini di disperdersi per meglio sottrarsi alla caccia nemica. Il gruppo che si era staccato dalla colonna nel vallone di Finero sta intanto cercando di rientrare in Val Grande, ma deve fare i conti con la presenza ormai massiccia dei tedeschi. Anche qui ci sono nemici: i partigiani si arrendono. Consegnati ai fascisti della Muti, verranno portati a Malesco, torturati e poi trasportati a Intra. E’ la fine per tutti i gruppi isolati. All’alba del 20 giugno gli uomini d Superti si rimettono in moto: la prima parte del percorso sotto le strette del Casè e Cima Pedum è massacrante, il terreno è impervio e privo di sentieri. C’è nebbia e questo impedisce ai tedeschi di vederli. Arrivano di nuovo all’Alpe Campo e poi nei pressi dell’Alpe Portaiola, dove si preparano per passare il torrente. Sono uomini stremati dalla fatica e dalla fame. Di colpo la nebbia si alza. I tedeschi piazzati all’Alpe Portaiola li vedono e iniziano a sparare. E’ una strage: non meno di trenta partigiani muoiono.I superstiti si disperdono alla disperata ricerca della salvezza. Anche a quelli della Giovine Italia non va meglio. Il 15 giugno la battaglia riprende tra la Colma e il Pian Cavallone. Gli attacchi dei tedeschi sono respinti per tre volte, poi dal campo sportivo di Intra inizieranno ad arrivare i colpi del mortaio da 149 e le sorti dello scontro cambieranno. All’arrivo della notte la battaglia è finita: i partigiani devono ritirarsi. Flaim si porterà al Pian Vadà per tenere i contatti con la Cesare Battisti; Guido e altri uomini, tra cui i feriti e i disarmati rientrano nel fondovalle per tenersi buoni per un’altra volta; Rolando con pochi altri salirà alla Marona per contrastare l’avanzata tedesca. Il bilancio del rastrellamento è tragico. Tra i partigiani si contano circa 300 morti. 150/160 sono caduti in combattimento; 150 sono stati eliminati tra il 17 e il 27 giugno dopo essere stati catturati. Le perdite del nemico sono valutabili in 200/250 morti e almeno altrettanti feriti. Ingenti danni sono stati provocati alle case, agli alpeggi e ai rifugi. Esecuzioni avvenute durante quei tragici giorni a sinistra.

16 giugno, ALPE FORNA’, 7 + 6 morti del 12 e 14 giugno 17 giugno, PIZZO MARONA, 11 morti + 10 di Aurano 18 giugno, FALMENTA, 4 morti 18 giugno, POGALLO, 18 morti 20 giugno, FONDOTOCE, 42 morti 21 giugno, BAVENO, 17 morti 22 giugno, ALPE CASAROLO, 11 morti 23 giugno, FINERO, 15 morti 27 giugno, BEURA-CARDEZZA, 9 morti

20 giugno1944, Fondotoce (ora Verbano).

Fucilati 42 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani e due morti per le torture. Dopo essere stati fatti sfilare con un cartello denigratorio vengono fucilati 43 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani, uno dei quali, colpito solo ad un braccio ma creduto morto, si salverà. Altri due erano morti per via delle torture durante gli interrogatori che precedettero la fucilazione. 

20giugno 1944,Livorno     50 civili prelevati da un gruppo di 1370 ostaggi, venivano fucilati.-

19 giugno 1944 – Don David Berrettini, un sacerdote martire da conoscere

Don David BerrettiniMedaglia d’oro al merito civile Don David Berrettini, martire della libertà, ha dato la sua vita per la liberazione di un gruppo di suoi parrocchiani presi in ostaggio. Fu cinicamente fucilato dai nazisti il 19 Giugno 1944.  

Un sacrificio eroico poco conosciuto, mentre il suo ricordo dovrebbe vivere come un monito ed un insegnamento.

 

Tratto dal libro di Bartolo Ciccardini “La Resistenza di una comunità”

Pilati racconta l’amara storia di Don David Berrettini, parroco di Marischio, frazione fabrianese sulla strada di Sassoferrato, che per antica tradizione longobardica apparteneva ancora alla diocesi di Nocera Umbra.

Il 19 giugno 1944, un mese prima della liberazione fu lanciata una bomba contro la colonna dei tedeschi in ritirata. Forse ci furono due vittime e per la regola della rappresaglia fu minacciata la morte di 23 ostaggi.

In mancanza di autorità civili nella frazione, i tedeschi comunicarono al parroco l’intimazione a consegnare i responsabili. Il sacerdote si sottrasse all’interrogatorio e fuggì verso Serradica, passando per la strada di montagna che lo portava al suo paese natale, Gualdo ed alla sua Diocesi, Nocera. Si rifugiò presso Don Ermete Frattolini. Che ci lasciò questa testimonianza: “La flagellazione dei suoi parrocchiani fu semplice: per paura di rappresaglie pretesero che il parroco si presentasse, pur sapendo che sarebbe stato ucciso, ed in questa paura lo accolsero al suo ritorno come un vile ed un traditore. Due persone lo accompagnarono al comando tedesco:fu un atto di solidarietà od una costrizione? Solo Dio lo sa. Morì solo, angosciato, martoriato, processato, obbligato a scavarsi la sua fossa. Era la sera del 19 giugno, la notte era appena cominciata ma un terribile temporale si prestò a spegnere ogni luce che non fosse quella dei lampi e dei fulmini. I 23 ostaggi furono liberati e per riconoscenza qualcuno offrì un pranzo ai carnefici. L’ufficiale tedesco che ordinò l’esecuzione era il figlio di Kesserling.”

Sul registro diocesano delle morti, il sacerdote don Sante Romitelli, parroco della vicina San Donato, scrive amaramente: “Ai suoi funerale presero parte soltanto i Sandonatesi, di Marischio nessuno si fece vedere all’infuori dei suoi familiari”.

 

Una parentesi necessaria

L’episodio della morte di Don David ci introduce ad una necessaria meditazione su un aspetto della Resistenza che ha provocato grandi discussioni, strumentalizzazione polemiche e più rispettabili problemi di coscienza, di cui dobbiamo parlare.

Entriamo con animo sospeso nelle vicende dolorose della guerra civile, cercando di esaminarle con animo giusto, perché vorremmo uscirne da giusti.

Se una potenza estranea o straniera vuole imporre un qualche dominio senza ragione legittima, senza trattato, senza consenso, con la sola legge della forza, la risposta a questa ingiustizia non può essere altro che una resistenza. Il mettere sempre e comunque in difficoltà la forza che pretende quel domino, anche con atti di guerra è legittimo e doveroso. Si può pensare o preferire una opposizione non violenta, ma anche questa è una resistenza e spesso da sola non basta.

Invocare un preteso diritto di rappresaglia, come previsto dal diritto di guerra, è ingiusto sempre ed in particolare in questo caso. Il cosiddetto diritto di guerra ha come scopo dettare alcune regole di civiltà e di umanità alla barbarie della guerra. La pretesa di esercitare la rappresaglia su innocenti non rientra nella sfera di nessun diritto. Se si accetta come legittimo il diritto di rappresaglia si perde ogni possibilità di combattere, di fare resistenza ad una pretesa ingiusta.

Con questo pensiamo che si debba porre terme a pretese illogiche, come il ritenere la rappresaglia legittima, come il dovere o la rassegnazione ad obbedire per timore della rappresaglia, come il pretendere che l’autore dell’atto di resistenza debba presentarsi per evitare la rappresaglia, che significherebbe solo la fine di ogni resistenza e la consacrazione di un   dominio illegittimo.

Detto questo con forza e senza tentennamenti sappiamo di non aver risolto tutti i nostri problemi.

L’atto eroico di Salvo d’Acquisto che fu l’inizio della Resistenza fu meritevole di ammirazione e di onore. Evidentemente quel gesto eroico di sacrificarsi volontariamente per gli altri, che si può esercitare in qualsiasi momento della vicenda umana ed ancor più nella sciagura è un atto prezioso. E non solo di umanità, ma anche di resistenza al male.

Ma quel gesto generoso per salvare degli innocenti non riconosce, non giustifica, né rende legittima la rappresaglia Non dimostra che i tedeschi avevano ragione a pretendere vite umane in risarcimento.

Salvo d’Acquisto dimostra con la sua azione quanto sia illegittima la rappresaglia e quanto sia forte il diritto di esistere come comunità libera di coloro, che come difensore di quella comunità, egli ha salvato. Ma è proprio per questo che quel gesto non è un atto dovuto per obbedire alla ingiusta rappresaglia, ma un atto libero e volontario per protestare e testimoniare resistenza ad un illecito e vile dominio.

Dobbiamo dare una valutazione più attenta degli atti di resistenza. Gandhi ci ha insegnato che si può fare una resistenza anche rinunciando ad atti di violenza. Ed infatti guardando con più attenzione ci rendiamo conto che la maggioranza degli atti che formano tutti assieme una resistenza al dominio ingiusto, sono atti non violenti, ma atti di amore. Nascondere i perseguitati, avere pietà per i morti ed onorarli di santa sepoltura, dar da mangiare ai perseguitati, assistere i fuggiaschi dalle prigioni, consolare le vittime, riaffermare la dignità e la forza morale degli oppressi, sono tutti atti non violenti, che costituiscono la più profonda e veritiera forza della resistenza, senza la quale non può esserci neppure l’azione armata.

Ed a questo punto può esserci anche una valutazione di merito sulla opportunità e l’intelligenza, e quindi sulla moralità di alcune azioni, che non illegittime in sé, furono malamente calcolate, con leggerezza giovanile, o con arroganza incosciente, senza una attenta valutazione dei costi umani, a cui ogni forma di resistenza, che non voglia diventare anche lei barbarie, deve rifuggire.

Ed ora veniamo al dramma di Don Davide Berrettini.

Che Don Davide avesse avuto una umana e comprensibile paura, non toglie nulla al valore del suo sacrificio. Era innocente ed aveva il diritto di cercare di salvarsi. Si convinse che come sacerdote non avrebbe potuto abbandonare la sua comunità e tornò sapendo di dover morire.

Che i tedeschi lo martoriassero sapendolo innocente e infierissero su di lui è delitto. Che a pretendere il suo sacrificio per salvare se stessi, fossero i suoi parrocchiani è parricidio.

Che i suoi beneficati celebrassero con gli assassini lo scampato pericolo è orribile ed abominevole.

Per la loro ferocia Don David subì, oltre alla morte il ben più grave martirio del tradimento e della solitudine, inviso ai nemici perché amico dei partigiani ed inviso ai suoi parrocchiani perché poco sollecito a morire.

Nella sua umanità debole, martoriata c’è qualcosa di più. E’ la solitudine della croce. “Signore, Signore, perché mi hai abbandonato?”.

 

Piccola biografia

Don David nacque il 9 giugno 1908 alla periferia di Gualdo Tadino, da una modesta famiglia colonica abitante nella zona di via dei Cappuccini, che poi si trasferì a Palazzo Ceccoli; fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1933; il Dr. Angelo Lucarelli e il maestro Italo Giubilei, recentemente scomparsi e che lo conobbero di persona, ne hanno descritto allo scrivente la figura di un sacerdote mite e zelante nella educazione dei ragazzi al canto polifonico, seguendo l’esempio di mons. Raffaele Casimiri, che in quegli anni guidava al successo la Polifonica romana sugli scenari di tutto il mondo.

Dal 1 agosto 1936 fu nominato parroco della parrocchia di Marischio alla periferia di Fabriano (allora parte dalla diocesi di Nocera e Gualdo), ove fu travolto nel turbine della guerra: la mattina del 19 giugno 1944 presso Marischio, un lancio di bombe da parte dei partigiani sui tedeschi in ritirata provocò un rastrellamento da parte degli stessi che irruppero nella canonica alla ricerca di un “capo”, invitando poi Don David a seguirli per interrogarlo; egli, spaventato per l’ingiunzione di rintracciare in giornata gli autori dell’attentato, con il pretesto di vestirsi si sottrasse all’arresto dandosi alla fuga.

I tedeschi che nel frattempo avevano preso in ostaggio 19 parrocchiani, intimarono che, se il parroco non si fosse presentato entro le 20, sarebbero stati fucilati ed il paese sarebbe stato dato alle fiamme.

Don David, ormai in salvo sulla strada di Gualdo Tadino sulle pendici del Serrasanta, quando fu raggiunto ed informato dell’accaduto dal parroco di Serradica, Don Ermete Scattoloni, decise immediatamente di tornare indietro e presentarsi ai tedeschi per ottenere la liberazione degli ostaggi che, nel frattempo erano stati spostati a San Donato Marche ed erano saliti a 23; rientrato a Marischio, si recò di persona a San Donato dove fu incarcerato dal tenente Kesselring (figlio del tristemente noto generale).

Liberati gli ostaggi, uno dei quali invitò a pranzo i carcerieri a casa propria per il giorno successivo, Don David fu sottoposto ad interrogatorio dal carceriere che, non soddisfatto da una interprete locale nata in Lussemburgo che parlava tedesco e che conoscendo Don David di persona cercò inutilmente di scagionarlo, preannunciandone alla stessa interprete la condanna, ne fece venire uno di fiducia da Sassoferrato.

 

I particolari dell’interrogatorio seguito non sono noti: ma alle 22 il prigioniero fu prelevato dal locale in cui era custodito da un tenente austriaco di nome Rickard (non se ne è saputo il cognome) accompagnato da quattro soldati e dall’interprete, e condotto in fondo ad una scarpata, circa 150 metri lontano dal centro abitato, fu costretto a scavarsi la fossa, sotto l’infuriare di un violento temporale con tuoni e lampi.

Un lavoro improbo, anche per le condizioni fisiche e psichiche del condannato che abbandonò il piccone raccogliendosi in preghiera, mentre l’interprete alla meglio completò l’opera; Don David si rivolse con fermezza agli aguzzini “sono pronto!”, cadendo poi crivellato dalle raffiche di mitra sparategli nella schiena.

Gli esecutori dell’assassinio ingiustificato (non è possibile in esso ravvisare gli estremi della rappresaglia dal momento che nell’attentato della mattina non c’erano state vittime fra i tedeschi), terminata la loro macabra operazione, dopo averlo derubato del portafogli, gettarono il corpo della vittima nella fossa, infierendo su di esso con colpi di badile nel tentativo di sotterrarlo frettolosamente e di coprirlo alla meglio con zolle di terra, per rientrare poi nella casa parrocchiale adibita a comando, infangati e fradici di pioggia. Uno di essi raccontò di aver ucciso un cane rognoso ed inopportuno, gli altri andarono il giorno seguente al pranzo cui li aveva invitati uno degli ostaggi liberati.

Il corpo sarebbe stato riscoperto casualmente l’indomani da un ragazzo il quale ne diffuse la notizia che il parroco di San Donato comunicò il giorno seguente ai familiari, invitandoli a provvedere per il recupero della salma. Alla pietosa operazione parteciparono alcuni abitanti di San Donato e, celebrate le esequie, il corpo fu inumato nel cimitero di San Donato. Al funerale di Don David non partecipò nessuno dei suoi parrocchiani; la salma nell’ottobre del 1944, per iniziativa di mons. Vittorugo Righi, fu traslata al cimitero di Gualdo Tadino, presso la tomba della compagnia dei Preti.

Questa è la storia di Don David; le passioni e divisioni politiche del momento, sia nel fabrianese che a Gualdo Tadino, non erano le ideali perché il sacrificio del martire fosse riconosciuto e valorizzato; il suo nome sarebbe stato aggiunto solo in secondo tempo sulla lapide in memoria dei caduti per la Resistenza sulla piazza di Gualdo Tadino e solo più tardi al suo nome fu intestata una via, sia a Gualdo Tadino che a Fabriano, poi il silenzio e l’oblìo, mentre a San Donato il luogo dell’eccidio diventava oggetto di venerazione.

Solo nel 1994 il Sindaco di Fabriano Antonio Merloni, dopo 50 anni, raccogliendo doverose sollecitazioni chiese alla Presidenza della Repubblica il riconoscimento della medaglia d’oro al merito civile, che è stata concessa con decreto del Presidente della Repubblica del 29 novembre 1995.

(tratto da: http://www.ilserrasanta.it/200804/01dondavid0804.htm)

 

Per conoscere meglio questa storia, segnaliamo il bel libretto di Valerio Anderlini: “Un Eroe da conoscere. Don David Berrettini. Medaglia d’oro al merito civile”. Edizioni Accademia dei Romiti. Gualdo Tadino”.

 

Commento di Aldo Crialesi al libro di Don Abramo Tenti “Sacrificio eroico, Don David Berrettini, “Editore: Arti grafiche Gentile Fabriano, 1996. 

Don Berrettini non ha ottenuto ancora piena e completa giustizia, non ha ancora quella diffusa ammirazione e venerazione che il suo sacrificio eroico merita.

Andate a parlare con la gente di Fabriano e sentite che cosa dice di lui: che é stato una vittima, una povera vittima, non un eroe.

Non per nulla a Fabriano in quello che può essere chiamato il sacrario della patria, nel -Loggiato S. Francesco, c’é una lapide che ricorda i nomi dei cittadini vittime della ferocia nazifascista (le “vittime civili”) e tra questi nomi, in ordine alfabetico c’é anche quello di Berettini ( con una “r” sola) Don David di anni 36. Uno dei tanti travolti inconsapevolmente dalla furia della guerra. Ed anche a Gualdo non é che uno dei 21 caduti ricordati (quasi per ultimo) nella lapide in piazza Martiri della Libertà, anzi uno dei 15 nomi che fanno corona a quelli dei quattro partigiani fucilati nella piazza stessa.

Ci son voluti più di 50 anni per ottenere il riconoscimento della Medaglia d’oro alla sua memoria. Ma quanti sono a Gualdo e a Fabriano sanno che Don David Berrettini é Medaglia d’Oro?

Il fatto é che Don Berrettini non era un partigiano, né un uomo della Resistenza, non apparteneva cioé a quell’antifascismo che a buon diritto esaltava ed esalta i suoi caduti, i suoi eroi. Era soltanto un prete di campagna, mite, umile. Era, anzi, per carattere, quello che si potrebbe dire un antieroe, più simile a un Don Abbondio che a un Padre Cristoforo, un uomo che aveva paura e lo dimostrava. Questo era Don David: un prete timido, introverso, amante della musica e dei libri. Ha un animo da poeta, in un aspetto ancora da ragazzo; non era il tipo ideale per fare da guida al piccolo gregge della sua parrocchia, specialmente nel terribile frangente del passaggio del fronte.

Ma questo prete timido e pauroso, messo di fronte a una prova irrecusabile e tremenda, ebbe il coraggio per affrontarla, un coraggio insospettatamente grande ed eroico che l’ha portato a scegliere la via del Calvario, il martirio. E come deve chiamarsi se non eroe chi trasforma la paura in coraggio, chi mette a repentaglio, anzi sacrifica la sua vita, coscientemente per il bene degli altri? È più eroe chi vince la paura che lo fa tremare, di chi affronta i pericoli da incosciente, di chi mette in gioco la sua vita solo per dimostrare di aver coraggio?

Il coraggio che non aveva gli é venuto, insperato, dalla sua coscienza sacerdotale, dalla consapevolezza che il pastore deve sacrificarsi per il suo gregge. Nell’ora del la prova tremenda gli deve essere tornata alla mente, e non solo alla mente, quanto letto e meditato negli anni della sua formazione al sacerdozio: gli esempi dei santi e dei martiri, le meditazioni e le promesse da lui fatte. Deve aver capito che l’essere sacerdote in quelle circostanze, gli dava il dovere di consegnarsi ai feroci tedeschi, fino alla morte.

Don David era ormai in salvo a Serradica, avrebbe potuto raggiungere Gualdo e sottrarsi definitivamente alle ricerche dei suoi inseguitori. Perché non avrebbe dovuto fuggire?

C’é una drammatica, dolorosissima incomprensione che rende il sacrificio di Don David più grande e meritorio. I suoi parrocchiani non lo compresero. Presi dalla paura di morire o di veder morire i loro fa-miliari per mano dei tedeschi furono ingiusti con Don David pretendendo che fosse lui a sacrificarsi per loro e non sbollirono la loro rabbia neppure quando lo videro tornare a Narischio per affrontare la morte. Lo accolsero con ostilità e disprezzo.

E così a Don David, pastore immolatosi per il suo gregge, non fu risparmiata neppure l’ignominia dell’ingratitudine.

Questo é stato Don Berrettini: un antieroe che si é fatto eroe. Questo é stato il suo martirio, consapevole, liberamente accettato per fedeltà al suo sacerdozio, per amore dei suoi parrocchiani. Una medaglia d’oro al merito civile lo attesta ufficialmente.

La vicenda di Don David fa riflettere che purtroppo é possibile, accade, che meriti grandi rimangano sconosciuti, che eroi e santi attraversino i nostri giorni e non ce ne rendiamo conto. Per questo la testimonianza di Don Abramo Tenti è preziosissima.

19 giugno 1944 S. Donato di Fabriano(AN)

In cambio della liberazione di 19 ostaggi di S. Donato, fatti prigionieri perché sospetti di aver posto ordigni esplosivi al passaggio di reparti motorizzati tedeschi a Marischio, Don Davide Berrettini si consegna ai tedeschi, dopo un tentativo di fuga e viene giustiziato con la fucilazione.

17 Giugno 1944

17 giugno 1944, Aurano (Valle Intrasca)   Ad Aurano otto partigiani della “Cesare Battisti” vengono fucilati e sepolti nella fossa che sono stati costretti a scavare.  A Ponte Casletto vengono fucilati con una scarica alle spalle due partigiani del “Valdossola”: Luigi Abbiati e il “Panatée”.  In Val Pogallo due partigiani, catturati all’alpe Aurà, vengono legati assieme e bruciati vivi su una catasta di legna.

17 giugno 1944Alpe Pogallo(Verbano).   Alpe Pogallo. L’edificio degli ingegneri dell’impresa boschiva che ha operato per decenni nella valle, è stato trasformato nella sede del comando SS. Qui vengono fatti confluire dieci partigiani catturati sotto l’alpe Baldesaut e otto catturati sotto la Bocchetta di Campo. Viene ordinato loro di scavare una fossa lungo il terrapieno sotto l’edificio. Dopo aver firmato un verbale scritto in tedesco, ogni partigiano viene condotto sul margine della fossa, fatto spogliare e fucilato.  Dietro il cimitero di Falmenta vengono uccisi con un colpo alla nuca altri quattro partigiani.

15 giugno 1944,Pian d’albero di Figline (FI)

 I nazisti impiccano 18 partigiani catturati dopo uno scontro a fuoco. I corpi sono lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

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