ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

DE GASPERI, LA RESISTENZA E LE NUOVE GENERAZIONI CATTOLICHE di Gabriele De Rosa

Nell’ottobre 1959 la Direzione Centrale della DC organizzò in Roma un Convegno di studio sul tema: “I cattolici e lo Stato”. Relatori: Gabriele De Rosa, Guido Gonella e Marcello Gallo.
Gabriele De Rosa analizzò il contributo dei cattolici alla formazione del nuovo Stato; Guido Gonella, l’apporto del pensiero cristiano sociale alla nuova Costituzione; Marcello Gallo, le garanzie costituzionali della libertà.
Il Segretario politico della DC, Aldo Moro, concluse il Convegno.
Riportiamo di seguito la parte conclusiva dell’intervento di Gabriele De Rosa.
Ivo Butini

* * *

[…]

De Gasperi fu vicino alle esperienze delle nuove generazioni di cattolici. Egli ben comprese che la vita democratica nel nostro Paese non sarebbe stata ripresa al punto in cui il fascismo l’aveva interrotta, e ritenne sommamente importante che certe tradizioni civili della esperienza democratico cristiana e popolare dovessero essere ricomprese nella prossima azione pubblica dei cattolici.

Potremmo dire che a questo compito di mediazione Alcide De Gasperi si dedicò con ogni sua energia sin dal periodo clandestino, quando firmava i suoi articoli sul Popolo con lo pseudonimo Demofilo.

In uno di questi articoli, dopo avere ricordato che il fascismo aveva cercato di scavare un abisso tra la generazione dei popolari, che avevano lottato sfortunatamente per sbarrare la via al fascismo totalitario, e l’altra generazione dei giovani, “che attraversarono il ventennio fascista, senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore”, De Gasperi aggiungeva:
“Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva e operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico cristiano (…). La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani”.

Se le nuove generazioni portarono nella Resistenza lo slancio e la fede proprie dei giovani, che la liberazione volevano non soltanto come moto patriottico e nazionale, ma anche come palingenesi, come condanna del passato e non soltanto quello fascista, la generazione di De Gasperi era più attenta, invece, ai problemi, che furono cari al popolarismo, dei rapporti istituzionali tra i partiti e ai problemi della democrazia politica.

Quella certa tendenza che durante e dopo la Resistenza si manifestò anche tra gruppi di cattolici di ritenere superata la concezione pluralistica dei partiti e di sostituire ad esso una specie di blocco permanente resistenziale di popolo, lasciava De Gasperi preoccupato e diffidente.

In effetti, la Resistenza per Alcide De Gasperi non fu mai di per se stessa forma politica raggiunta, non fu mai intesa come movimento democraticistico, in cui si stemperassero le disuguaglianze tra i partiti nell’amalgama di una solidarietà popolare, ma fu la premessa materiale, l’elemento storico-politico fondamentale della composizione del nuovo Stato.

In altri termini, la Resistenza gli apparve come complesso di esigenze di rinnovamento della società, che avrebbero dovute essere interpretate politicamente ed essere sistemate nell’ambito di un nuovo Stato.

Questo Stato, nella concezione degasperiana, avrebbe mantenuto, però, il carattere di democrazia parlamentare, dove la solidarietà popolare non poteva superare il confine delle differenze sostanziali e istituzionali tra i partiti; questo Stato doveva essere una unione articolata e multanime e non una unità indiscriminata, e sempre muta, salvo che nelle acclamazioni.

Nella battaglia per la Costituzione del nuovo Stato i cattolici, come gli altri partiti dell’antifascismo, dettero il loro contributo, come portatori, per usare parole del linguaggio politico dello statista trentino, di una propria responsabilità politica specifica, ispirata certamente a un programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui il programma avrebbe dovuto essere attuato.

Non sta a me parlarvi degli apporti peculiari del pensiero cristiano sociale alla Costituzione; con maggiore competenza della mia lo farà l’on. Gonella. Mi permetto solo di richiamare la vostra attenzione sul fatto che il testo costituzionale ci appare come qualcosa di veramente originale e innovatore per noi, animato com’è da un’ispirazione finalistica che le costituzioni dell’Ottocento non conobbero.

Epperò, gli elementi originali vengono affermati anche in una sorta di continuità con il migliore pensiero dell’antifascismo, specialmente per ciò che riguarda le affermazioni del pluralismo sociale degli istituti economici e dei sindacati, delle autonomie locali e del decentramento amministrativo con la istituzione delle regioni. Rivendicazioni che già abbiamo trovato nel programma del partito popolare e che furono fatte proprie dalla democrazia cristiana.

V’è, inoltre, il presupposto personalistico che anima il testo costituzionale e in cui è possibile riconoscere l’influsso di un pensiero sociale di ispirazione cristiana.

Insomma, trattasi di un contributo attivo, dinamico, affermato in una gara ideologica e politica con gli altri partiti dell’antifascismo. Fatto indubbiamente nuovo nella storia del movimento cattolico. Poiché nell’evoluzione dell’azione politica dei cattolici italiani, che per sommi capi abbiamo tracciato, è la prima volta che un partito ispirantesi alla tradizione democratica cristiana abbia dato il suo apporto, e di importanza primaria, alla elaborazione di una Carta costituzionale.

Prima del fascismo i cattolici agivano nell’ambito di una costituzione, alla cui formulazione non avevano partecipato e di cui però, con i loro programmi di derivazione personalistica e di decentramento amministrativo avevano denunciato l’asfitticità. Non solo, ma essi non avevano mai trovato nella Costituzione quegli elementi di protezione e di garanzia alle manifestazioni del loro pensiero nel campo della religione e della propaganda, alla libertà di associazione e di riunione, che invece sono stati garantiti dalla nuova Costituzione a tutti gli italiani.

Non dimentichiamo i processi a Sturzo giovane, la condanna di Albertario e le circolare di Rudinì contro le associazioni cattoliche, non però, di Giolitti, che con sottigliezza da Talleyrand, preferiva alle circolari drastiche i patti Gentiloni.

Nel periodo prefascista i cattolici operavano nella cornice di uno Stato il quale nulla aveva sancito statutariamente per la vita economica del Paese, sembrando che unica legge dovesse essere quella dell’automatismo di mercato. Con tutto ciò niente impedì che si formassero nel periodo post-unitario dei monopoli di rappresentanza professionale per i sindacati rossi, mentre erano ignorati i sindacati cristiani.

Tutto ciò è superato con la nuova Costituzione, la quale non si limita a riconoscere più determinati diritti, rimanendo estranea, per il resto, ai problemi dello sviluppo della società civile, ma si preoccupa, invece, di intervenire, di dirigere, di aiutare la realizzazione di un equilibrio tra le varie classi all’interno, un equilibrio rispondente al fine generale dell’elevazione della persona umana in tutti i campi della vita pubblica.

Vi sarebbero qui elementi sufficienti per allargare la discussione e vedere come proprio nell’attribuzione di questi maggiori compiti allo Stato e nel suo carattere finalistico siano gli elementi di differenza con la mentalità “popolare”, che Sturzo ha difeso coerentemente sino all’ultimo.

Ma il discorso andrebbe riferito in termini più generali di storia economica, tenendo ben presenti certe modificazioni strutturali del nostro apparato statale, avvenute durante il fascismo e che Pareto avrebbe definito di socialismo borghese.

Ciò che in questa sede a noi preme sincerare è il diverso carattere che ha assunto, con la Resistenza, l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dei problemi dell’organizzazione dello Stato. Da una opposizione critica e netta allo Stato risorgimentale e liberale, i cattolici sono passati ad assumere un atteggiamento costruttivo e positivo, in un rapporto di chiara e corretta convivenza con gli altri partiti.

In questa fase di passaggio, e poi di assunzione di responsabilità dirette al governo del Paese, la Democrazia cristiana ha avuto la sua guida politica in Alcide De Gasperi, che fu, non a caso, anche l’ultimo segretario del partito popolare, del partito, cioè, per dirla con le parole di Francesco Luigi Ferrari, che aveva gettato un seme di sana democrazia nella nostra vita pubblica, concorrendo a favorire, quando il tempo fu maturo, la conquista da parte del popolo di un ordinamento autenticamente democratico, che esso dal Risorgimento non aveva mai posseduto.

Gabriele De Rosa
ottobre 1959

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