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27-30 Settembre 1943 – Anniversario della Liberazione di Napoli

Quattrogiornate3Napoli insorge da sola ed è la prima città europea che si libera dall’occupazione tedesca.
Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche.
L’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista. (tratto da: wikipedia). Onore a Napoli!

Napoli liberata
Questo racconto, scritto nel 2009, si ispira alla speranza che Napoli sappia da sola liberarsi dalla oppressione criminale che la soffoca come seppe liberarsi, per la virtù dei suoi cittadini, dall’occupazione nazista.

Da un libro di storia del 2029: “Nel ventennale delle Quattro giornate di Napoli”
Storia dell’insurrezione napoletana del 25 aprile 2009
Quella mattina il Professor Papi saliva le scale dell’università profondamente impressionato dalle notizie dei giornali: nuove vittime della camorra (ce ne erano state 4.000 quell’anno); invasione dei rifiuti industriali del nord, imposta dalla forza militare del Governo reale; insurrezioni per il rifiuto delle discariche legali, in un devastante circuito vizioso; crollo dell’economia; colto dibattito fra gli intellettuali sulle virtù della Napoli privata, sul risveglio della politica; offerta del Governatore Bassolino di collaborare.
A questo punto un allievo lo fermò. Lo stava attendendo per consegnargli una ricerca. La prese distrattamente, mugugnò scortesemente qualcosa, ed entrò nella sua stanza dove lo attendeva una penosa riunione burocratico-didattica.
La riunione non c’era. Le dimostrazioni avevano bloccato il traffico. L’aria era irrespirabile. Chiuse le finestre, si abbandonò scoraggiato nella sua poltroncina.
E quasi per abitudine cominciò a sfogliare distrattamente la ricerca. Era la ricostruzione dei rapporti, delle reti, degli incontri dei capi clandestini delle forze politiche per costituire il Comitato di Liberazione Nazionale Alta-Italia. C’era un generale che aveva rapporti difficili ma preziosi, sia con gli ufficiali dell’esercito renitenti alla leva della Repubblica di Salò, sia con i carabinieri in carica, fedeli al Comando clandestino. C’erano i vecchi guelfi ed i giovani professorini che si radunavano in casa di Boldrini, che aveva come coinquilino un giovane di Matelica, Mattei, c’erano i vecchi comunisti della Spagna, c’erano i socialisti scampati alla prigione, c’era il filo diretto con i preti che mantenevano una rete di soccorso per i fuggiaschi, per i perseguitati, per i condannati a morte. Le membra sparse del Paese morte si ricomponevano per la resurrezione.
La penna del ragazzo era appassionata. I nomi di quei personaggi sconosciuti sarebbero diventati famosi: Mattei, Cadorna, Longo, Pertini, Parri.
La definizione scientifica che il ragazzo aveva trovato per definire la natura del CLNAI lo colpì e lo emozionò: “Organismo clandestino che durante la Resistenza ebbe per delega poteri di governo”.
Un potere di governo clandestino nei confronti di un potere di governo reale, ma fittizio, infeudato al potere di una forza di occupazione illegale, incivile, intollerabile.
Il professor Papi saltò in piedi, spaventato. Ora sapeva chi era la forza di occupazione, ora capiva chi era il governo reale, ma fittizio. Ora si domandava dov’era l’organismo clandestino, che prendesse la delega di un vero governo morale, civile, dignitoso, umano.
Il Professor Papi si alzò di scatto. Lasciò carte e cappello e così di corsa si recò a casa del professor Spalletti, un amico di Prodi che si occupava di sistemi economici, vecchio dossettiano, a sua volta amico di un vecchio deputato dossettiano, che aveva rappresentato Napoli in Parlamento.
Andava di corsa nel caos dell’ora di pranzo e si presentò affannato a casa del professor Spalletti, che si stava mettendo a tavola.
A tavola quel giorno non ci si mise. Papi disse: “Ho capito tutto, abbiamo bisogno del CLN, abbiamo bisogno di un governo clandestino, che organizzi le forze che si oppongono all’imbarbarimento della vita civile. Non basta più la Napoli privata che dice Schiavone, non basta più la turris eburnea del Federico II e di Suor Orsola Benincasa. Qui ci vuole un governo”.
Quando il professor Papi lasciò casa Spalletti, si accorse con sorpresa che la notte era scesa da molto. Incominciò una serie di contatti fra vecchi amici. Ci si rese subito conto che il pericolo maggiore era la pubblicità, uscire allo scoperto contro un potere occhiuto ed organizzato, armati dall’equivoco chiacchiericcio, satirico televisivo, non solo sarebbe stato pericoloso, e questo passi, ma sarebbe stato stupido. Entrarono in clandestinità senza saperlo, per una reazione intelligente e studiosa al pericolo che incombeva non su di loro, ma sulla città.
Fu con naturalezza che decisero di cambiare nome in questa fase di contatti e di non usare messaggi registrabili. Volevano sfuggire più alle indiscrezioni dei cronisti che non alle talpe del governo Quisling o dell’esercito di occupazione, che non si curavano di loro. E non usarono nomi di battaglia, ma nomi arcadici. Papi scelse Evandro e Spalletti, più sostenuto, scelse Professor Monteveglio. Cercarono nell’ambito delle specchiate coscienze, della vecchia politica fatta di illusioni e trovarono un allievo di De Martino, un amico di Napoletano, un nipote di Compagna, un rampollo dei Craveri, ed un paio di meditativi stufi di essere arrabbiati.
Avevano fatto un bel Comitato di Liberazione Nazionale, così lo chiamavano ancora per gioco, con la tecnica per cui si fanno i Comitati scientifici per i congressi. Con un tema che ritenevano ancora sociologico, conoscitivo: “Come affrontare un esercito di occupazione feroce e casalingo”.
L’incontro con il Cardinale fu sconvolgente. Il cardinale ascoltò, non disse nulla, senza nominare ufficiali di collegamento disse che per qualche esigenza particolare potevano rivolgersi ad un pretino della Caritas che si occupava del ricovero urgente dei disagiati, dei disadattati, dei fuggiaschi.
Il Professor Spalletti, alias Monteveglio, parlando con il candido sacerdote si accorse che non di soli barboni si trattava: c’erano anche persone che non avrebbe immaginato, di buona condizione civile e professionale, che non si aspettavano protezione da una rete ufficiale, distrutta in gran parte dalle talpe. La Chiesa aveva riaperto i suoi falsi seminari per le persone in pericolo.
La notizia, che non era stata mai detta esplicitamente, non doveva circolare e non circolò. Fu in questa occasione che la clandestinità divenne veramente clandestinità.
Il problema del piccolo seminario fu quello di organizzare gruppi operativi che non si conoscessero fra di loro, ma che fossero coordinati in qualche modo, per prestare un primo soccorso immediato di rifugio alle persone anche casualmente minacciate dalla ritorsione. Se ne occupò un vecchio gentiluomo napoletano che era stato qualcuno nei carabinieri e che assunse il nome di “Fabrizio”.
Il compito, anche se mitamente assistenziale, si trovò di fronte a casi gravi: persone che avevano visto quello che non dovevano vedere, funzionari che non se la sentivano di accettare la corruzione e ve ne erano costretti, piccoli cristi che erano minacciati dai loro superiori, perchè troppo scrupolosi nel loro lavoro. Avevano bisogno di qualche consiglio, di una garanzia di segretezza, talvolta di un rifugio, in una parola della sensazione di non essere soli.
La non voluta commistione della necessaria rete assistenziale, con la rete clandestina che era stata immaginata come cervello organizzativo dello studio delle situazioni pratiche, portò ad una rapida e perfino non voluta diffusione. Di fatto le file si ingrossarono e poiché i gruppi operativi clandestini si trovavano a rispondere a sempre maggiori richieste, la rete in poco tempo divenne importante.
Il Professor Papi, alias Evandro, era impegnatissimo a tenere i rapporti diplomatici con le personalità che dovevano essere di volta in volta informate su singoli episodi. Egli si trovò presto nella necessità di diffidare delle infiltrazioni che la camorra operava in tutti i settori. Si rese conto che non poteva aprirsi con fiducia nei confronti delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine, perché in alcuni casi la notizia di persone messe sotto protezione era giunta proprio a chi non doveva giungere.
Del resto anche il Professor Spalletti, alias Monteveglio, che si occupava dei “rifugi”, si rese conto di quanto fosse pericoloso che le notizie arrivassero in mano all’esercito di occupazione. Era un compito difficile che risultò facilitato dall’arroganza e dalla sicurezza che la camorra, ritenendosi ormai padrona, dimostrava in ogni sua azione. Ed apparve chiaro che il punto di maggior pericolo era quello della amministrazioni locali, che anche quando non erano direttamente inquinate, erano tuttavia sempre condizionate da un rapporto ambiguo fra amministrazione, gestione delle risorse ed influenza della criminalità.
In questa situazione il generale “Fabrizio” ebbe un grande lavoro da fare: doveva costituire una rete di coordinamento dei vari gruppi, fatta per settori, che dovevano ignorarsi gli uni con gli altri, con competenze precise ed i responsabili di aree geografiche. L’adesione di molti giovani universitari, trascinati dai professori, fu essenziale. Ma la capillarità della rete assistenziale portò alla scoperta insperata della volontà di resistenza di giovani che sentivano intollerabile il condizionamento della criminalità nella vita quotidiana delle loro famiglie e del loro quartiere.
In essi prendeva corpo il rifiuto profondo alle stragi prodotte dalla droga, al dilagare della violenza, che non era solo una specificità nei rapporti criminali, ma che tracimava lentamente in tutti i rapporti sociali dal traffico stradale alla confisca delle cose in mano alla microcriminalità, fino alla intrusione perversa della schiavitù perfino nei rapporti interfamiliari. Chi aveva vissuto in silenzio alla vista dei morti per droga, alla uccisione casuale di vittime degli scontri di banda, alla quotidiana violenza per abitudine nei minimi rapporti civili, nel traffico, nei bar, nella scuola, che poteva tramutarsi senza alcuna ragione in omicidio.
Molti, avevano già deciso il loro rifiuto. Aspettavano solo un punto di riferimento.
Quando nelle piccole situazioni quotidiane presero contatto con la rete che interveniva per soccorrere, capirono subito da quale parte avrebbero voluto essere.
A tutto ci si abitua, anche alla strage, quando essa è quotidiana. Ma quando, in un giorno della incipiente estate, la crudele vendetta dettata dall’arroganza senza limiti si esercitò su un gruppo di bambine dentro una scuola, senza riguardi per chi fossero ed a quale famiglia appartenessero, ma solo per un dipregio totale della vita organizzata, in quel giorno qualcosa accadde.
Si sentì che non bastavano più gli articoli di giornale scandalizzati, gli appelli ipocriti della autorità costituite, la deplorazione liturgica di personaggi televisivi.
Fu decisa la processione di San Gennaro. Doveva essere un semplice atto di riparazione e di riconsacrazione della sede scolastica che era attigua ad una Chiesa che aveva una tradizionale venerazione.
La semplice breve processione divenne una manifestazione di massa, imprevista e drammatica nel suo impressionante silenzio. Assisteva al mesto corteo, che ormai aveva deviato dal suo piccolo itinerario, un gruppo di camorristi, padroni di quel quartiere che, sicuri della loro impunità, assistevano arroganti e minacciosi.
La folla ruppe le file e li cacciò con decisione. La reazione di quegli uomini armati produsse delle vittime. Ai funerali si temevano nuovi disordini e nuovi conflitti.
Bassolino invitò alla calma e predicò la pace sociale. A chi gli contestava il suo fallimento, rispose: “Dovreste farmi un monumento!”.
“Fabrizio” si trovò nella necessità di aprire un rapporto fra la rete e la rabbia che circolava per dare ad essa un contenimento serio ed obiettivi realistici.
Per un processo naturale, prudente ma cosciente della gravità della situazione, di fatto il CLN, che non sapeva di essere tale, assunse il governo.
La caccia ai camorristi incominciò per caso, alla fine della mesta cerimonia. Ma l’esistenza di una rete organizzata permise di riconoscere gli obiettivi strategici e di trasformare la violenza in un’operazione di pulizia. Furono individuate le sedi del traffico della droga. Furono chiusi nello stadio gli spacciatori. Furono catturati e requisite le armi, gli automezzi. Nacquero così le quattro giornate di Napoli.
Il governo nazionale si trovò di fronte ad una situazione nuova.
Come riportare “l’ordine” a Napoli?
Mandare l’esercito e sparare in difesa dei camorristi? Reclutare le formazioni della rete per mettere ordine ad un movimento spontaneo che correva il pericolo di degenerare?
Evandro, Monteveglio e Fabrizio con gli altri sei del Comitato rappresentativi delle tradizioni politiche si proclamarono disponibili ad un ritorno istituzionale dell’autorità dello Stato. Fu il Cardinale a proporre ad un governo nordista recalcitrante che il CLN, ormai così veniva chiamato da tutti, fosse investito a commissariare la Regione ed il Comune di Napoli. Il 25 di Aprile Evandro, Monteveglio e Fabrizio alla testa dei gruppi che avevano operato la liberazione, si insediarono al Governo.
Da questi avvenimenti nacque quel rinnovamento dell’unità nazionale che gli storici chiamarono “il vento del sud”.
Una matricola di lettere del Federico II, ricoverata perché ferita nel moto di liberazione al Cardarelli descrisse lo spirito delle Quattro Giornate di Napoli una poesia che diventò famosa:
“ Lo avrai
Camerata Bassolino
Il monumento che pretendi da noi napoletani
Ma con che pietra si costruirà
A deciderlo tocca a noi.
Più dura di ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari si adunarono
Per dignità e non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna ed il terrore.
Se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza”.

23 Settembre 1943 – Salvo d’Acquisto (70 anni dopo. Parole ai giovani)

salvo d'acquistoBiografia
Salvo D’Acquisto nasce il 15 ottobre del 1920 a Napoli, nel quartiere del Vomero, in via S. Gennaro Antignano n. 2, da Salvatore D’Acquisto, nativo di Palermo, e Ines Marignetti, napoletana. Primo di cinque fratelli, Franca, Rosario, Erminia e Alessandro. Frequenta l’asilo Maria Ausiliatrice e le elementari nella scuola “Vanvitelli”; mette poi a profitto due anni di Avviamento professionale presso la scuola “Della Porta” e due all’Istituto dei Salesiani. A Roma si prepara per la licenza liceale.
I professori lo definiscono riservato, prudente e di poche parole, i compagni lo ricordano altruista, sincero e difensore dei più deboli. Nella primavera del 1939 riceve la cartolina militare per il richiamo di leva, qui prende la decisione di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, in cui hanno militato, da parte di madre, il nonno (Mar. Biagio Marignetti) e uno zio e in cui, al momento dell’arruolamento, militano ancora due altri zii, uno materno e uno paterno. L’arruolamento realizza il suo ideale del “dovere come missione” a difesa dei più deboli e dei più umili, il suo desiderio di operare per la giustizia, un sentimento che lo guiderà per tutta la vita. Salvo viene assegnato alla Legione Allievi Carabinieri di Roma. Il 15 gennaio 1940 diventa carabiniere.
Promosso carabiniere, è destinato alla Legione Territoriale di Roma, dove, per qualche mese, presta servizio a Roma Sallustiana, al Nucleo “Fabbriguerra”.
Siamo nel mese di Giugno 1940, l’Italia entra in guerra e Salvo viene inviato come volontario in Africa, cosa che si realizza il 15 novembre 1940, quando si imbarca a Napoli per Palermo, destinazione finale: laTripolitania.
Dopo un mezzo naufragio della nave, Salvo sbarca a Tripoli il 23 novembre, con la 608a Sezione CC, addetta alla Divisione Aerea “Pegaso”, che viene subito inviata in zona di operazioni.
Salvo è un ragazzo riflessivo, di poche parole. I colleghi gli vogliono bene per il suo carattere disponibile, cordiale, per la sua capacità di condividere gioie e dolori e per il suo spirito di solidarietà.
Salvo è un punto di riferimento non solo per i commilitoni, ma anche per i familiari.
Dal carteggio con i genitori si nota che egli condivide poco della facile retorica dell’epoca. Non solo non nutre odio verso i nemici, ma anzi auspica che, in futuro, «i rapporti internazionali possano essere dominati e guidati da spirito di collaborazione tra i popoli e dalla giustizia sociale».
Verso la fine del febbraio del 1941, Salvo viene ferito ad una gamba.
Resta in Africa sino al 7 settembre 1942 allorchè torna in Patria perchè ammesso al Corso Allievi Sottufficiali, presso la Scuola centrale di Firenze.
Superati brillantemente gli esami alla Scuola di Firenze, Salvo viene promosso vice brigadiere (15 dicembre 1942) ed assegnato alla Stazione di Torrimpietra, una cittadina distante una trentina di chilometri da Roma.
Qui vive gli ultimi nove mesi della sua vita (in paese è amato e stimato da tutti) e da qui gli giungono le notizie delle tragiche vicende che vive la Nazione, la caduta del regime, l’armistizio dell’8 settembre e poi lo sfacelo generale.
La sera del 22 settembre 1943, un soldato di un reparto di SS insediatosi in una caserma abbandonata della Guardia di Finanza, rimane ucciso per lo scoppio di una bomba,due rimangono feriti.
Le versioni finora riportate si differenziano, i tedeschi “gridano” all’attentato, più probabile invece l’ipotesi di un incidente, magari rovistando imprudentemente in una cassetta con all’interno delle bombe a mano lasciata dagli “ex inquilini” della caserma, i finanzieri.
La mattina seguente, comunque, la reazione dei tedeschi non si fa attendere, il comandante del reparto tedesco, recatosi a Torrimpietra per cercare il comandante della locale stazione dei Carabinieri, vi trova il vice brigadiere D’Acquisto, al quale ordina di individuare i responsabili dell’accaduto.
Salvo tenta inutilmente di convincerlo che si è trattato di un incidente, inutilmente.
Più tardi, Torrimpietra è circondata dai tedeschi e 22 cittadini vengono rastrellati, caricati su un camion e trasportati presso la Torre di Palidoro, per essere fucilati.
Salvo prova ancora una volta a convincere l’ufficiale tedesco della casualità dell’accaduto, ma senza esito. I tedeschi costringono gli ostaggi a scavarsi una fossa comune, alcuni con le pale, altri a mani nude.
Per salvare i cittadini innocenti, Salvo (ovviamente totalmente estraneo ai fatti) si autoaccusa come responsabile dell’attentato e chiede che gli ostaggi vengano liberati (un gesto che ancora oggi rimane uno dei massimi esempi di coraggio e nobiltà d’animo nella storia del nostro Paese).
Subito dopo il loro rilascio, il vice brigadiere Salvo D’Acquisto viene freddato da una scarica del plotone d’esecuzione.

Alcune spiegazioni ai giovani per una retta interpretazione della Resistenza
1. L’occupazione ingiusta ed illegittima. I tedeschi si sono installati con la violenza sul territorio italiano, non rispettando la decisione legittima dell’Italia di uscire dalla guerra. In un secondo tempo la ricostruzione del Partito Fascista con un Mussolini liberato dai tedeschi darà una parvenza di consenso all’occupazione tedesca. Ma il 23 settembre, 13 giorni dopo l’occupazione di Roma, non c’è nessun alibi per giustificare l’occupazione tedesca.
2. Una occupazione illegittima e violenta di uno Stato legittimamente istituito dà un diritto a tutti i suoi cittadini di resistere in qualsiasi modo e con tutte le loro forze. Discutere su questo diritto ed accettare (o per paura o per calcolo o per impotenza) l’occupazione significa porre fine allo Stato come espressione di una nazione indipendente. Il diritto alla Resistenza è il diritto all’esistenza.
3. Si può resistere con una azione armata aperta ed annunciata, ed anche, se necessario, con un’azione armata nascosta ed improvvisa. Si può resistere anche con un metodo non violento. Gandhi seppe liberare l’India dal dominio britannico con un’azione non violenta. Anche nella Resistenza vi furono esempi di azione non violenta. Dossetti partecipava disarmato alla lotta armata ed era a capo della Resistenza nella sua provincia. Ne parleremo a suo tempo. È Resistenza anche nascondere i rifugiati, mantenere una dignità civile, non fare delazioni, mantenere alti i valori morali della pietà, del rispetto della persona, del comportamento civile.
4. Cominciamo subito ad affermare che non si può accettare una polemica sulla liceità dell’azione armata per evitare la rappresaglia. La rappresaglia (dieci contro uno nell’episodio delle Fosse Ardeatine), se accettata, toglie ogni diritto a chi la accetta. La rappresaglia è l’arma prepotente di chi viola il diritto civile ed il diritto internazionale. Su questo non torneremo più nelle nostre considerazioni.
5. I tedeschi a Palidoro chiedono per la morte di un loro soldato la fucilazione di 22 ostaggi, se il colpevole non si presentasse. Giunti al momento dell’esecuzione Salvo d’Acquisto, innocente, si consegna come colpevole per salvare gli ostaggi. In questa maniera egli afferma due valori: l’Italia esiste ed è libera ed indipendente ed un vice-brigadiere la rappresenta; il sacrificio contro l’illegalità è la forza morale che fa vivere una società civile, che non accetta la barbarie.
6. (Accadrà negli avvenimenti che via via ricorderemo nel loro 70° anniversario anche un episodio contrapposto: i traditori che consegnano ai tedeschi un sacerdote come ostaggio per salvarsi dalla rappresaglia. Anche questo può succedere, ma è la acquiescenza al potere illecito e la fine della società civile).
7. Il 23 settembre 1943 Salvo d’Acquisto viene fucilato. Dopo la Resistenza dei granatieri e dei volontari civili a Roma, dopo l’insurrezione di Napoli, la prima città europea a cacciare con le sue forze i tedeschi, la morte di Salvo d’Acquisto dà inizio alla Resistenza civile, non armata, ma moralmente vittoriosa.

Medaglia d’Oro al Valore Militare con la seguente motivazione

“Esempio luminoso di altruismo, spinto fino alla suprema rinunzia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, erano stati condotti dalle orde naziste 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, non esitava a dichiararsi unico responsabile d’un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così da solo, impavido, la morte imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma”.

Sul Convegno di Forza Nuova

«Dire basta e’ il dovere dei democratici». Lo dichiara Giovanni Bianchi, presidente nazionale dei Partigiani Cristiani – l’associazione fondata da Enrico Mattei – e gia’ presidente del Ppi e delle Acli, a proposito del raduno a Cantu’ di Forza Nuova e dei movimenti europei di estrema destra. I quali, sottolinea Bianchi, «sono la vetrina terminale di una storia che ci ha regalato l’orrore della guerra, della dittatura e della Shoa’. Non sono certo l’inizio di un discorso politico di destra ne’ tantomeno democratico. Ricordarlo e’ il dovere del buon senso. Dire basta il dovere dei democratici. Chi non si oppone alla diffusione di quelle idee e dei comportamenti che oggi evidentemente ne discendono su razzismo, immigrazione e omofobia si aggira intorno ai confini del Lager con lo sguardo del guardiano di un parcheggio».

Saluto del Presidente Onorario ANPC Sezione di Roma, Gianluigi Rondi

Alla commemorazione della Battaglia della Montagnola

L’episodio della battaglia della Montagnola è emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che troveranno il loro compimento nella Resistenza.
1. La forza morale del dovere. I Granatieri avevano ricevuto l’ordine di “resistere fino all’ultima cartuccia”. Non potevano conoscere né la situazione politica, né la situazione strategica in cui quell’ordine si sarebbe attuato. Tuttavia risposero con onore e sacrificio all’ordine che avevano ricevuto. Questa forza morale del dovere compiuto, che va da El Alamein alla liberazione di Milano, è stato il fondamento della resurrezione dell’Italia.
2. All’obbedienza con onore dei granatieri si aggiunge spontaneamente il soccorso della popolazione, che accorre in aiuto dei suoi soldati contro lo strapotere della offesa.
3. In quella situazione disperata si trova coinvolto il parroco, Don Pietro Occelli, il quale si assunse una responsabilità civile che andava aldilà dei suoi doveri di parroco. Il soccorso ai soldati ed ai civili coinvolti nel sacrificio lo porterà a costituire la prima brigata partigiana di Roma. La resistenza armata dei partigiani non è in contrapposizione all’impegno dei militari ma il naturale maturarsi della coscienza nazionale.
4. Un piccolissimo episodio, ma di altissimo valore morale, ci spiega la nascita della Resistenza cristiana, di coloro che si vollero chiamare “ribelli per amore”: Suor Teresina, che è ricordata qui fra i caduti, si oppone all’oltraggio nei confronti delle salme dei caduti che stava ricomponendo. È una ribellione che non nasce da contrapposizioni politiche o da motivazioni ideologiche, ma dalla pietà cristiana che soccorre gli umili e gli oppressi.
5. Oggi, in un momento di crisi è giusto ricordare ai giovani che il dovere compiuto fino al sacrificio, il coraggio della difesa dei propri valori, l’impegno personale civile sono le componenti necessarie perché l’Italia viva e si rinnovi.

I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani

Seminario su: “La Battaglia Montagnola”
Relazione Ciccardini: “I valori della Resistenza civile da tramandare ai giovani”
Roma 10 Settembre – Parrocchia del Buon Pastore (in Piazza Caduti della Montagnola)
Nella grande crisi epocale che distruggerà l’Europa e coinvolgerà tutto il mondo nel più grande conflitto della storia umana, crisi che incomincia con l’attentato di Sarajevo e che si conclude con l’esplosione della bomba atomica, l’episodio della Battaglia della Montagnola è microscopico. Un piccolo scontro casuale, in un momento ambiguo e confuso che si risolve in una sola giornata. Ciononostante questo episodio non è insignificante. Anzi, qui lo ricordiamo perché contiene tutti gli elementi importanti che permetteranno di ritrovare e ricostituire l’identità nazionale. Oggi, in un momento di crisi dell’Italia, non così grave come la crisi del ‘43, ma abbastanza preoccupante per i destini del nostro Paese, è molto importante far giungere ai giovani il messaggio morale, profondo e significativo, che viene da questo episodio.
Vorrei riassumere il messaggio ai giovani identificando cinque insegnamenti, cinque valori, cinque meditazioni su cui riflettere che possono servire alla formazione delle nuove generazioni.
1. Il dovere a tutti i costi, senza calcoli. La Battaglia della Montagnola avrebbe potuto non esserci. Il reparto che presiedeva una delle vie di accesso alla Capitale aveva ricevuto un ordine difficile da decifrare. Il Corpo dei Granatieri, a cui apparteneva il Primo Reggimento, veniva distaccato dalla divisione corazzata di cui faceva parte, che si trasferiva verso Tivoli. Il compito di “resistere fino all’ultima cartuccia” non era chiaro. Non si capiva se si dovesse resistere ai tedeschi. Si era diffusa l’idea che i tedeschi chiedessero un libero passaggio per uscire dall’Italia. Il reparto era rimasto privo degli alti ufficiali, perché convocati dal Ministero, evidentemente in un momento di crisi confusionale. Gli stessi ufficiali tedeschi stanziati alla Magliana, si presentarono con l’intento di festeggiare la fine della guerra. Poteva tranquillamente succedere quello che successe in molti luoghi: la liquefazione dello strumento militare, il sollievo per la fine della guerra e come conseguenza quella che venne chiamata “la morte della Patria”.
I tedeschi proditoriamente attaccarono all’alba del 9 settembre, sorpresero i Granatieri all’accesso alla Via Laurentina e li dispersero. L’ufficiale che li comandava cadde, ma ordinò il contrattacco all’arma bianca. La battaglia è confusa, i tedeschi conquistano il Forte, che non era affatto una fortezza, ma soltanto un orfanotrofio. L’ultima resistenza avviene nella salita della Laurentina, sotto il fuoco dei mortai che sparano dall’Eur, e l’attacco ai pochi carri armati che erano stanziati attorno al piccolo ponte di legno della Laurentina, sul fosso delle Tre Fontane. Gli equipaggi dei carri muoiono bruciati nel loro abitacolo e poco più in alto il tenente Luigi Perna, che aveva organizzato l’ultima difesa, muore colpito da un proiettile anticarro.
Il piccolo episodio militare è un grande esempio di un valore essenziale. Si è detto che l’8 settembre la Patria è morta. Per molti aspetti è vero. Ma finchè rimane un italiano che fa il suo dovere fino in fondo, fino al sacrificio della vita, senza aspettarsi, non dico la vittoria, ma neppure il riconoscimento della sua azione, solo, con la sua coscienza davanti a Dio, allora la Patria non è morta. Questo è il primo insegnamento della Battaglia della Montagnola per i giovani. Gabriele De Rosa ha in un suo libro ricordato la crisi di coscienza che colpì la sua generazione nella battaglia di El Alamein. Granatiere con i granatieri si rese conto del baratro verso il quale l’Italia si stava avviando e decise che l’unica risposta possibile era quella di fare tutto il proprio dovere con onore. Da El Alamein alla Montagnola, primo episodio della Resistenza italiana, c’è un imperscrutabile filo rosso. E questo è il messaggio ai giovani.
2. La Resistenza senza revisionismi. Alcuni giovani amici mi hanno rimproverato di aver ripreso, con l’Associazione dei Partigiani Cristiani, il tema della Resistenza come fondamento della Costituzione, perché questo tema riaprirebbe divisioni fra gli italiani, quando invece sarebbe necessaria una pacificazione. Certamente nei quasi due anni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45 assieme alla Resistenza degli italiani contro l’occupazione tedesca, si sviluppò un conflitto fra gli italiani stessi, che alcuni vogliono considerare una guerra civile. E la messa in archivio di questo conflitto sarebbe la premessa di una pacificazione fra gli italiani necessaria per essere un paese unito nella sua identità nazionale.
Io sono sicuro che l’acquisizione del giudizio storiografico del rapporto fra Resistenza e Costituzione è il vero significato della pacificazione, ma non intendo discutere qui questo tema. Intendo invece riflettere sul fatto che la Battaglia della Montagnola è significativa perché qui è nata una Resistenza senza guerra civile. La Resistenza alla ingiusta occupazione tedesca, nasce in primo luogo dai giovani Granatieri dell’Esercito Italiano che fanno il loro dovere fino in fondo, dalla solidarietà del popolo con loro, senza ripensamenti e senza crisi. Il PNF non c’è più; il fascismo è stato letteralmente abolito da un organo costituzionale, in quel tempo legittimo, che si chiamava Gran Consiglio del Fascismo; Mussolini non è stato ancora catturato e fatto prigioniero dai tedeschi e non si è ancora costituito lo Stato artificiale che esercitò una sorta di copertura politica alla occupazione tedesca. Questi fatti, solo in un secondo tempo, porteranno ad una crisi di coscienza di molti giovani, che si batteranno contro gli alleati convinti, in buona fede, di battersi per salvare l’onore dell’Italia. Ad essi in un mio libro ho dedicato una pagina commossa di pietà cristiana e di simpatia. Tuttavia la storia avrebbe seguito un altro percorso e la rinascita dell’Italia sarebbe passata per altre vie. In questo la Battaglia della Montagnola ha un significato particolare: non vi furono dubbi, non vi furono crisi di coscienza, la Resistenza fu necessaria, spontanea, senza se e senza ma.
3. I soldati e l’anima popolare. Per un lungo periodo non si è parlato abbastanza della Resistenza dei militari, sia combattenti, sia deportati per non aver accettato di combattere con i tedeschi. Poi qualcuno ha voluto anche sminuire l’importanza dell’appoggio morale e materiale che le popolazioni, le donne in particolare, davano nel prestare assistenza, nel nascondere, nel dividere il poco pane, nel curare i feriti, nel seppellire i morti. Alcuni storici hanno definito questa area la “zona grigia”. Ebbene nella Battaglia della Montagnola è significativo il rapporto che c’è fra i soldati che combattono e la popolazione. La borgata, che occupa la zona dove sorgerà l’Eur ed i quartieri moderni della Montagnola, è abitata da pastori, da contadini, da modestissimi lavoratori. C’è un orfanotrofio, c’è una parrocchia che non ha ancora costruito la sua Chiesa, c’è un fornaio. Molti vivono nelle grotte delle antiche cave di pozzolana. I popolani che arrivano ad impugnare le armi con i soldati, li soccorrono, li nascondono, muoiono con loro e si trovano ad aver costituito, quasi spontaneamente, la prima brigata Partigiana, che opererà per tutto il periodo della Resistenza. Oggi è importante riscoprire questa Resistenza civile, con i suoi valori, senza la quale non sarebbe potuta esistere la Resistenza armata, per insegnare ai giovani che non esiste nessun rinnovamento del nostro Paese, nessuna ripresa della nostra identità nazionale, nessun vero futuro della nostra Patria, senza i valori della Resistenza civile.
4. “La casa fiduciosa e silenziosa” (Ferruccio Parri). Nella Battaglia della Montagnola emerge l’attività di un sacerdote piemontese. È un paolino, è stato direttore di una edizione preistorica di “Famiglia Cristiana”, ed è stato mandato a costruire una parrocchia in una zona di Roma che, dopo pochi mesi, sarebbe dovuta diventare la sede della Esposizione Universale. Ma scoppia la guerra e questo straordinario personaggio, Don Pietro Occelli, si ritrova impantanato senza Chiesa e senza nessuna possibilità di costruirne una, in una parrocchia di pastori, che si appoggia ad un orfanotrofio con 35 suore e qualche villa di gerarchi fascisti. Il sacerdote si trova naturalmente coinvolto nella battaglia e nel suo diario ne descrive i particolari. Interrompe la Messa per le suore delle cinque del mattino per correre a vedere cosa succede. Cerca di trattare coi tedeschi e di capirne le intenzioni. Provvede a nascondere le armi e le munizioni. Organizza un soccorso ai feriti. E quando il cosiddetto “forte” si arrende, esce lui, con un lenzuolo bianco, a chiedere la fine del combattimento ai tedeschi, che insistono con un crudele tiro al bersaglio. È lui che corre a vedere cosa succede sulla via Laurentina, che descrive la morte dei carristi, che trova e ricompone la salma dell’eroe Luigi Perna. È lui che racconta l’episodio della sua morte e dei due sfilatini di pane comprati prima della battaglia per sé e per il suo attendente, Agostino Scali. L’attendente era morto per essere uscito allo scoperto per lanciare al suo tenente un tascapane di munizioni. Poco dopo morì anche il tenente, con i due sfilatini intatti in tasca. A tutti Don Pietro chiuse gli occhi e dette l’assoluzione e tutti, soldati e popolani, ricordò nel suo diario e nelle sue poesie. Dopo pochi giorni fondò, col Generale Cotellessa, la Prima Brigata Partigiana, che controllò il territorio in tutto il periodo dell’occupazione tedesca. Con il suo intervento salvò i rifugiati nell’abbazia di San Paolo dalle rappresaglie del questore Caruso e del torturatore Kappler. Alcuni dei suoi giovani finirono nelle prigioni di Via Tasso.
Anche questo è un aspetto significativo della Battaglia della Montagnola. Nella necessità emerge la personalità del parroco che diventa naturalmente la guida della società civile. Nel giudizio storiografico si sono messi in evidenza i singoli episodi in cui sono caduti dei sacerdoti. Ma non si è meditato sul fatto che essi furono un numero considerevole, 440, che non può essere casuale. Si è guardato a loro come martiri solitari, non si è studiato in quale modo erano divenuti i capi naturali della società civile che si opponeva alla occupazione tedesca, non per ragioni politiche o per ragioni militari, ma per una coscienza religiosa e morale del popolo di cui diventano i naturali leader.
5. La Resistenza cristiana. Nella cripta della primitiva chiesa del Buon Pastore c’è un bassorilievo che ricorda il gesto di Suor Teresina. Figlia di pastori, nipote del fornaio che viene trucidato dai tedeschi, infermiera nel povero orfanotrofio, ospitato negli ambienti del Forte, si ribella all’atto barbaro di un soldato tedesco che vuole depredare le salme dei caduti. E nel suo slancio colpisce il malvagio con un crocifisso di ottone che teneva in mano per accostarlo alle labbra dei caduti come estremo segno di compassione. Piccolo episodio, non importante, che probabilmente sarebbe rimasto sconosciuto, ma significativo perché mostra “in vitro”, quasi al microscopio, la nascita della Resistenza cristiana. La coscienza cristiana si ribella alla barbarie, non per ragioni politiche, non per ragioni militari strategiche, non per ragioni ideologiche, ma per amore. È la primissima manifestazione di quella schiera che Teresio Olivelli e Carlo Bianchi chiameranno i “ribelli per amore”. Ferruccio Parri la chiamerà: “La casa fiduciosa e silenziosa”.
6. Per concludere. Il sacerdote Pierluigi Occelli della Pia Società San Paolo, il cui nome di battaglia era “Don Pietro”, è amico di Ferruccio Parri, suo conterraneo, capo della Resistenza del nord, col nome di Battaglia “Maurizio” (che è il nome del Santo, nota Don Pietro, protettore del loro Paese).
Per un momento vorrei entrare nella nostra situazione politica e mostrare ai giovani cattolici di oggi, che sembrano essere assenti dalla politica, questa considerazione che Ferruccio Parri fece in confidenza a Don Pietro: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi sacerdoti, cappellani della Resistenza, amici e protettori dei Partigiani, di unirvi in società, di prendere posto nell’Italia nuova? Siete una grande forza! Quando avevamo i tedeschi in casa voi sacerdoti siete stati i punti di appoggio della Resistenza, il segreto della clandestinità, ci avete offerto la casa silenziosa e fiduciosa dei Comitati di Liberazione Nazionali”. Rivolgendomi ai giovani cattolici mi viene la tentazione di chiedere insieme a Ferruccio Parri: “Ma è il Vaticano che proibisce a voi di prendere posto nell’Italia nuova?”. (Certamente non Papa Francesco!).

Bartolo Ciccardini

Resistenza e Costituzione Sezione di Cassano d’Adda

Sezione di Cassano d’Adda

RESISTENZA e COSTITUZIONE

ne parliamo con
Giovanni Bianchi
Presidente nazionale dell’ANPC

martedì 24 settembre 2013 – alle ore 21,00
in Casa Berva – via Verdi, 26 – Cassano d’Adda

Con il patrocinio delle ACLI

e del Comune di Cassano d’Adda

Volantino clicca qui: ANPC 24 09.2013 Resistenza e Costituzione

Il 9 settembre 1943 – la Marina militare ricorda i caduti in mare

La Spezia – La Marina Militare il 9 settembre alle 11, presso il Monumento Nazionale al “Marinaio d’Italia” di Brindisi, ricorderà i caduti in mare con la cerimonia commemorativa della “Giornata della Memoria dei Marinai Scomparsi in Mare”, a perenne ricordo del sacrificio dei marinai militari e civili scomparsi in mare.

Alla cerimonia solenne che si svolgerà il giorno in cui si ricorda l’affondamento della corazzata ROMA (9 settembre 1943), prenderà parte il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Giuseppe De Giorgi, oltre alle locali autorità civili e religiose.

Il programma delle commemorazioni prevede un convegno storico dal tema: “L’8 settembre e la tragedia della corazzata ROMA” che si svolgerà il giorno 6 settembre alle ore 10.00, presso il Castello Svevo di Brindisi e che avrà come relatori il professor Vito Gallotta dell’Università degli Studi di Bari e il Capitano di Vascello Patrizio Rapalino dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

Presso la Biblioteca del Circolo Ufficiali di La Maddalena, il giorno 9 settembre alle 09.30, si terrà la conferenza dal titolo “L’armistizio e le Forze Navali da Battaglia” seguita una cerimonia che si svolgerà alle ore 11.00 presso la banchina di Punta Chiara (La Maddalena) e alla quale presenzierà, in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, impegnato a Brindisi, il contrammiraglio Gualtiero Mattesi, Comandante del Comando Militare Marittimo Autonomo della Sardegna. Clicca qui:  Marina a La Spezia

9 Settembre 1943 – La Battaglia della Montagnola

La mattina susseguente alla notizia dell’armistizio truppe tedesche attaccano proditoriamente il reparto dei Granatieri dislocato presso il Forte Ostiense. L’attacco prosegue per tutta la giornata ed i granatieri resistono “fino all’ultima cartuccia”. Nel percorso che abbiamo deciso di compiere insieme per rendere attuali i valori della Resistenza e della Costituzione abbiamo inserito per alcune ragioni particolari il ricordo di questo evento.

Martedì 10 Settembre 2013 in Piazza Caduti della Montagnola
15:30 – Deposizione di una corona di allora al monumento ai caduti della Battaglia della Montagnola, picchetto e banda dei Granatieri
16:20 – Parleranno: Bartolo Ciccardini (Segretario Nazionale ANPC) ; Vito Francesco Polcaro (Presidente ANPI Roma); Mario Buscemi (Presidente Associazione Granatieri – ANGS).
17:00 – Seminario sulla Difesa di Roma nella Parrocchia del Buon Pastore.
Relatori: Dott. Mario Buscemi, Gen. Ernesto Bonelli, On. Bartolo Ciccardini, Dott. Antonio Cipolloni, Dott. Vito Francesco Polcaro, Parroco Don Dino Mussolano.

L’episodio della battaglia della Montagnola è emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che troveranno il loro compimento nella Resistenza.
1. La forza morale del dovere. I Granatieri avevano ricevuto l’ordine di resistere fino all’ultima cartuccia. Non potevano sapere né la situazione politica, né la situazione strategica in cui quell’ordine si sarebbe attuato. Tuttavia risposero con onore e sacrificio all’ordine che avevano ricevuto. Questa forza morale del dovere compiuto che va da El Alamein alla liberazione di Milano è stato il fondamento della resurrezione d’Italia.
2. All’obbedienza senza calcolo dei granatieri si aggiunge spontaneamente il soccorso della popolazione, che accorre in aiuto dei suoi soldati contro lo strapotere della offesa.
3. In quella situazione disperata si trova coinvolto il parroco, Don Pietro Occelli, il quale si assume una responsabilità civile che va aldilà dei suoi doveri di parroco. Il soccorso ai soldati ed ai civili coinvolti nel sacrificio lo porterà a costituire la prima brigata partigiana di Roma. La resistenza armata dei partigiani non è in contrapposizione all’impegno dei militari ma il naturale maturarsi della coscienza nazionale che si oppone alla ingiusta sopraffazione.
4. Un piccolo episodio di altissimo valore morale ci spiega la nascita della Resistenza Cristiana, di coloro che si vollero chiamare “ribelli per amore”: Suor Teresina, che è ricordata qui fra i caduti, si oppone all’oltraggio nei confronti delle salme dei caduti che stava ricomponendo. È una ribellione che non nasce da contrapposizioni politiche o da motivazioni ideologiche, ma dalla pietà cristiana che soccorre gli umili e gli oppressi.
5. In un momento della crisi è giusto ricordare ai giovani che il dovere fino al sacrificio, il coraggio della difesa dei propri valori, l’impegno personale civile sono le componenti necessarie perché l’Italia viva e si rinnovi.

9 Settembre 1943 – Commemorazione della Battaglia della Montagnola

9 Settembre 1943 – A 70 ANNI DALLA BATTAGLIA DELLA MONTAGNOLA di Emanuela Pendola

Ciccardini e Rondi
Dall’8 al 10 settembre del 1943 i militari del Primo reggimento granatieri di Sardegna, insieme ai cittadini residenti dell’allora borgata Montagnola-San Paolo, hanno resistito strenuamente e con grande amor di patria al tentativo delle unità tedesche di occupare Roma. È per ricordare questo anniversario che il 10 settembre 2013 si è svolta la commemorazione del 70esimo della battaglia della Montagnola, nel piazzale dell’Eur intitolato a questo episodio della Resistenza.
Alla celebrazione, che si è aperta con la deposizione di una corona di alloro al monumento ai caduti, con il picchetto e la banda dei Granatieri, hanno partecipato l’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna (Angs), rappresentata dal presidente, il generale Mario Buscemi, la Parrocchia Gesù Buon Pastore, membri delle associazioni di ex combattenti e partigiani, fra cui il segretario nazionale dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc), onorevole Bartolo Ciccardini, il presidente onorario dell’Anpc Gian Luigi Rondi e Vito Francesco Polcaro dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) di Roma. A rendere omaggio all’anniversario c’erano anche il Centro Sociale Anziani Casale Ceribelli, il vice sindaco di Roma Capitale Luigi Nieri e l’assessore alle politiche culturali Flavia Barca, i rappresentanti del Municipio VIII fra cui il presidente Andrea Catarci e l’assessore alla Cultura e alla memoria Claudio Marotta, oltre al vice sindaco del comune di Amatrice Giuseppe Monteforte.
La cerimonia è stata preceduta dalla lettura del messaggio inviato dal segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra per conto del capo dello stato Giorgio Napolitano per augurare un’ottima riuscita dell’evento in cui si rievoca la battaglia della Montagnola: “una drammatica pagina della storia nazionale che induce a riflettere sul significato e sulla forza degli ideali di libertà e di giustizia che in quei giorni animarono i cittadini e i soldati italiani”.
«Un fatto storico emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che nella Resistenza troveranno il loro compimento», come ha ricordato l’onorevole Bartolo Ciccardini, Segretario nazionale dell’Anpc, che ha raccontato gli eventi che coinvolsero gli abitanti della Montagnola.
Nel 1943 in quella zona della Capitale non c’erano alti palazzi e file di isolati come oggi, ma si estendevano a vista d’occhio dei prati erbosi chiamati “colline del Tevere”. Qui abitava una piccola comunità di pastori, alcuni dei quali vivevano nelle grotte di tufo, e c’era un istituto religioso con annesso un orfanotrofio dove venivano curati i figli dei caduti in guerra.
In questo luogo avvenne il primo fatto militare dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre quando le truppe tedesche erano intenzionate a prendere possesso della città.
I granatieri italiani di stanza al forte Ostiense non seguirono la divisione che si ritirava da Roma, ma rimasero con l’ordine di opporsi alle forze preponderanti dei tedeschi, resistendo per una giornata. In quell’occasione ai granatieri si unirono carristi, carabinieri, gruppi di soldati italiani di varie armi e popolani sommariamente armati.
«Non c’erano divisioni in quel momento – ha sottolineato Ciccardini -, c’era la scelta fra combattere e non combattere e presero la decisione di fare il proprio dovere: su questa scelta si fonda poi la rinascita italiana».
A raccogliere le storie dei partigiani della Montagnola in un libretto, fu poi il parroco Don Pietro Occelli, che in quel frangente dovette intervenire per aiutare i soldati, curare i feriti e raccogliere i caduti.
C’è la storia di Luigi Perna, medaglia d’oro al valore militare alla memoria, che a 22 anni era il comandante del plotone dei granatieri di stanza a Roma e che morì colpito da un proiettile anticarro. Quando Don Pietro gli chiuse gli occhi, aveva in tasca due sfilatini, uno per sé e uno per il suo attendente, che era morto mentre gli lanciava un tascapane pieno di proiettili.
Altro toccante episodio è quello di suor Teresina, al secolo Cesarina D’Angelo, nativa di Amatrice. La religiosa era figlia di pastori, nipote del fornaio che venne poi trucidato sulla soglia della chiesa. Quel giorno stava componendo i morti nella cappella del forte Ostiense e aveva un crocifisso d’ottone con cui toccava loro le labbra in segno di benedizione. Un soldato tedesco che passava lì accanto fu attratto dal brillare di una catenina d’oro al collo di un caduto, ma mentre il militare tentava di strappare l’oggetto, la religiosa afferrò il crocifisso di metallo e colpì ripetutamente al viso il tedesco, subendone la furiosa reazione. In quell’istante altre persone accorsero nella cappella mettendo in fuga il soldato straniero, ma suor Teresina, già malata gravemente, morirà otto mesi dopo in una clinica di via Trionfale.
Secondo Ciccardini questo «è il ricordo dell’inizio di una resistenza non politica e non ideologica, ma dettata da amore per l’umanità offesa».
La storia poi fece il suo corso: avuta ragione dei combattimenti, i tedeschi proseguirono verso il centro di Roma lungo la via Ostiense, sino a porta San Paolo, dove era stata allestita un’ultima linea resistenziale che impegnò il nemico sino al tardo pomeriggio del 10 settembre.
Complessivamente, alla Montagnola, al forte Ostiense e nelle vicinanze si contarono 53 caduti, di cui 42 militari e 11 civili.
La storia di suor Teresina, degli altri abitanti della borgata e dei granatieri di Sardegna, tutti ricordati nel monumento ai caduti della Montagnola, per il Presidente onorario Anpc Roma Gian Luigi Rondi, deve continuare a essere commemorata e raccontata ai giovani «affinché sull’esempio di quell’alto impegno morale e civile possano costruire un futuro migliore».
Dopo la commemorazione davanti al monumento ai caduti, nella vicina parrocchia di Gesù Buon Pastore si è svolto un seminario sul post 8 settembre nella Capitale, sul ruolo dei granatieri e della Resistenza cristiana, con i contributi del parroco Don Dino Malussano, il generale Maurizio Riccò, il generale Ernesto Bonelli, presidente del Centro studi dell’Angs, l’onorevole Ciccardini, il giornalista e scrittore Antonio Cipolloni e il presidente del Comitato provinciale dell’Anpi di Roma Vito Francesco Polcaro.

Emanuela Pendola

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