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24 Marzo 1944 – Don Enrico Pocognoni, il Partigiano di Dio

Osservazioni a proposito della celebrazione a Macerata del 29 Aprile 2013 : “Don Enrico Pocognoni: il partigiano di Dio”.

Nel marzo del 1944, imponenti forze tedesche e fasciste, operarono una spedizione punitiva nel gruppo dei monti a nord di Matelica (San Vicino). Dagli studi più recenti ci rendiamo conto che la spedizione di quei giorni aveva una speciale caratteristica: era una spedizione punitiva molto forte, fatta con uno schieramento di 1500 uomini dotati di mezzi blindati e di mortai. La manovra voleva essere una manovra di accerchiamento per sgominare la formazione partigiana denominata “Mario” facente parte della III brigata garibaldina. La prima colonna puntò su Braccano, prese il centro abitato di Valdiola dove era attestata la formazione partigiana, ed arrivò fino a Chigiano con l’intenzione di sgomberare l’intera area del San Vicino. La colonna proveniente da Vinano, in direzione di Braccano, intercettò Don Enrico Pocognoni, assieme ad altri cinque partigiani, che stavano ripiegando verso il San Vicino. La seconda parte dell’operazione non fu portata a termine.  Al ponte di Chigiano la colonna tedesca si trovò presa fra due fuochi, da parte delle formazioni partigiane che scendevano da Elcito e da altre che provenivano dalla strada di Cingoli. La colonna tedesca si ritirò con gravi perdite.

Il risultato di bonificare il gruppo del San Vicino fallì e questo fu uno degli avvenimenti militari più importanti della guerra marchigiana nell’Appennino umbro-marchigiano, ma la spedizione aveva anche uno scopo particolare: quello di catturare e di punire in maniera esemplare l’ispiratore ed il promotore di quelle formazioni che era il parroco di Braccano, Don Enrico Pocognoni.

Rileggiamo la storia che ci racconta Paolo Simonetti: “La terza colonna tedesca ce scendeva da Vinano incrocia Don Enrico Pocognoni che, con altri giovani, aveva lasciato Braccano, per fuggire verso Vinano. Fu fatto tornare indietro, percosso con i mitra e condotto alla fontana dove erano gli altri prigionieri. Qui gli tolsero le scarpe e a piedi nudi, fu costretto a restare fermo sopra il rigagnolo. (…) A Braccano cercavano soprattutto una persona: il parroco. Il sacerdote si raccolse in preghiera (gli fu strappata la corona del rosario, fra lo scherno, gli sputi, gli schiaffi e le percosse). Costretto a correre per un campo fu raggiunto da una raffica di mitra che lo abbattè al suolo. Aveva 32 anni. Il comando tedesco proibì i funerali. La salma per ben due giorni rimase abbandonata nel campo”.

In questa prima analisi delle memorie non condivise notiamo che i sacerdoti sono un punto di riferimento naturale per il raggrupparsi della società civile nella Resistenza.

E quindi essi diventano automaticamente il centro organizzativo del rapporto fra la Resistenza armata ed i civili e per questo motivo diventano il bersaglio centrale della repressione tedesca.

Questa annotazione credo che sia decisiva per risolvere la questione fra la polemica dell’attendismo e la polemica della “zona grigia”. Come scrive Pietro Scoppola: “Vi è nella esperienza di questo paese una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi”, e non saranno di fatto irrilevanti per un’ opera di ricostruzione della convivenza civile. In questi spazi si colloca il ruolo della presenza cattolica intuito da Chabod ma poi confinato nella categoria dell’attendismo.  Nel paese il parroco, non solo svolge il compito che è proprio della stragrande maggioranza del clero italiano di proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e di porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale) a prescindere dalle scelte politiche, ma svolge un ruolo attivo nella gestione delle piccola “repubblica”. Si ha l’impressione di una lotta di resistenza armata dura ma senza odio e crudeltà; e intorno a questa lotta una vasta zona di resistenza civile che alla fine coinvolge tutto il paese”.

Il contributo di sangue dei sacerdoti italiani e soprattutto dei parroci è stato raccontato come se fossero una serie di episodi isolati. Ciascuno bellissimo ed esemplare per il sacrificio, per l’ideale cristiano, per l’amore della Patria, ma tenuto nell’ambito locale come episodio unico. Invece non fu un episodio unico. Tutta la zona civile della Resistenza, del rifugio, del soccorso e della restaurazione della dignità della persona umana avvenne sotto la guida naturale dei parroci e dei sacerdoti. La polemica dell’attendismo e della zona “grigia” ci hanno tolto la possibilità di esaminare questo fenomeno nel suo insieme. Ma la testimonianza che questo fosse un fenomeno diffuso e significativo ci viene dallo stesso comportamento dei tedeschi che ricercavano sempre nei sacerdoti le persone che ritenevano i capi naturali delle popolazioni resistenti e davano forme di particolare severità e di minacciosa esemplarità alle esecuzioni dei sacerdoti.

Bartolo Ciccardini

Progetto nazionale Pietre della Memoria

Il progetto Pietre della Memoria ( (ANMIG – PROGETTO pietre della memoria), messo a punto dal Comitato regionale umbro dell’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra e Fondazione), consiste in primo luogo nel censimento di monumenti, lapidi, steli, cippi e targhe presenti nel territorio nazionale che ricordano la prima e la seconda guerra mondiale.
Il progetto, che ha come fine la conservazione della memoria storica del territorio, parte appunto dalle pietre che ricordano eventi, luoghi, date, nomi di tutto ciò che è successo nelle regioni italiane o riguarda i cittadini negli anni delle due guerre.
Tutto il materiale raccolto, catalogato e ordinato per schede omogenee, sarà pubblicato su questo sito che vuole anche essere facile e utile strumento di consultazione per storici e studenti.
Il progetto pilota partito dall’Umbria verrà attuato e realizzato in tutta Italia in collaborazione, tra gli altri, con le varie realtà associative, enti pubblici e uffici scolastici regionali presenti nel territorio.

L’ANMIG ha predisposto una scheda tipo per catalogare e pubblicare i reperti censiti. Nella scheda è specificata la tipologia del reperto (monumento, lapide, stele, cippo, etc..); il luogo di collocazione; il testo delle iscrizioni; la fotografia del reperto; il tipo di materiale utilizzato; lo stato di conservazione; l’ente preposto alla conservazione. Di particolare importanza è la segnalazione delle coordinate geografiche che attraverso il motore di ricerca interno a questo sito permetteranno anche la localizzazione visiva sulla mappa consultabile con un link.
Il progetto è aperto ad aggiornamenti continui essendo il sito interattivo, con la possibilità dei visitatori di inserire nuove schede e nuovi documenti. Tutte le notizie su come partecipare a questa bella iniziativa su: http://www.pietredellamemoria.it/progetto

 

19 Marzo: Centesimo Anniversario della nascita di Don Morosini

Diventa Partigiano Cristiano

 

Cari amici, si riunisce domani il Gruppo di lavoro ANPC per il nuovo tesseramento e le manifestazione del 25 Aprile. Vi mando l’appunto sugli argomenti all’ordine del giorno che verranno discussi. Vi prego di partecipare anche voi, con i vostri suggerimenti, alla soluzione pratica, concreta e fattiva dei problemi che sono davanti a noi.

Bartolo Ciccardini (Segretario Partigiani Cristiani)

Diventa Partigiano Cristiano

Il 2013 è un anno molto difficile per l’Italia  ed è anche un anno pieno di significati per noi.

E’ l’anno dossettiano (centenario della sua nascita). Abbiamo incominciato la nostra attività con il Convegno su Dossetti, nel quale abbiamo capito la urgente attualità del suo pensiero e dl suo esempio. Dossetti Partigiano Cristiano, Dossetti Padre della Costituzione, Dossetti uomo del Concilio, Dossetti monaco che esce dal suo eremo per chiedere ai giovani di difendere la Costituzione minacciata.

E l’anno settantesimo del sacrificio di Suor Teresina, ribelle per amore in difesa della dignità dei soldati italiani caduti per difendere Roma il 9 Settembre 1943, il primo giorno della Resistenza. La ricorderemo.

E’ anche il settantesimo anniversario del Codice di Camaldoli, il documento che fissò il programma dei cattolici per ricostruire l’Italia democratica. Lo ricorderemo.

Lo scorso anno abbiamo ricordato Enrico Mattei, il nostro Fondatore. Abbiamo ricordato il suo esempio nel rispondere all’appello di La Pira per salvare il lavoro di una fabbrica che avrebbe dovuto chiudere secondo le regole del mercato, ma che non chiuse  ed il mercato se ne avvantaggiò. Questa era le repubblica fondata sul lavoro. Ed altri ancora ricorderemo nei prossimi due anni, in cui riemergeranno tutte le date della memoria e del sacrificio dei Partigiani Cristiani per l’Italia.

Ma qui siamo riuniti per parlare del tesseramento, che non sarà una celebrazione della memoria, ma una consegna della nostra memoria al futuro, alle nuove generazioni, al nuovo coraggio per salvare la Patria.

Non sarà soltanto la consegna di una tessera. Sarà soprattutto, a cominciare dalle giornate del 25 Aprile, la consegna del fazzoletto ai giovani. I vecchi Partigiani consegneranno ai giovani, ai nuovi volontari il loro antico fazzoletto, perchè si rinnovi la volontà di lottare per la salvezza dell’Italia.

Siamo qui per decidere la forma di questo evento. Inviteremo i giovani. Le Acli saranno con noi per costituire i Gruppi di Lavoro Resistenza e Costituzione che saranno gruppi volontari di formazione  e di preparazione. A questi giovani consegneremo il nostro fazzoletto e leggeremo insieme la Preghiera del Ribelle.

Ricorderemo il nostro giudizio storico, come ce lo consegnò in una pagina indimenticabile Pietro Scoppola e solleciteremo uno studio ed una rilettura della storia dei cattolici italiani. E saremo attenti e presenti  a tutto quello che sarà necessario per il bene dell’Italia.

Il nostro messaggio ai giovani sarà: diventa Partigiano Cristiano.

DOSSETTI: UNA VOCE ANCORA VALIDA di Giancarla Codrignani

RELAZIONE AL CONVEGNO: GIUSEPPE DOSSETTI dalla Resistenza alla Costituzione (21 febbraio 2013)

Riordino il mio intervento per la pubblicazione sul sito dopo l’esito delle elezioni e non posso non pensare all’enorme distanza dalle considerazioni dossettiane  sullo  Stato e, contemporaneamente, all’assoluta attualità dei fondamenti del suo pensiero. Nell’intervento del 12 novembre 1951 all’Unione Giuristi Cattolici (che rappresenta il suo congedo dalla politica diretta) il titolo resta ancora di assoluta attualità: “Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”. Gli interrogativi “quid est felicitas?…quid est libertas? possono non appartenere formalmente (il latino!) al Movimento 5stelle, ma le citazioni “Non è forse la libertà già di per sé stessa la felicità? L’uomo è nato libero e perciò felice; mentre ovunque è in ceppi (anche ad opera dell’ignoranza, dell’asservimento ai media, dell’egoismo consumista) e perciò infelice…. Nella storia di 150 anni di Stato moderno una sola libertà risulta sempre sostanzialmente riconosciuta e garantita: la libertà di iniziativa privata e la proprietà dei mezzi di produzione…..Occorrono delle strutture radicalmente nuove. Qualunque cosa noi consideriamo delle tante che sono state dette, qualunque angolo di questa complessa verità noi prendiamo in esame, esso ci porta sempre a questa conclusione: l’assoluta, radicale inadeguatezza delle strutture attuali, adottate più o meno da tutti gli Stati, le quali, pur nell’apparente veste di riforma, sostanzialmente sono ancora legate alla struttura vecchia. Occorre una struttura altamente autorevole, responsabile, efficiente, e perciò rapida. La struttura dello Stato moderno non è una struttura autorevole perché nata, come sappiamo, da una finalità fondamentale: quella di contrapporre i poteri nella previsione di un suo raro e limitato funzionamento. Noi siamo di fronte, ormai in maniera radicale, alla fine della struttura parlamentare“.

Che dire? Certamente, come ho detto nel mio intervento, Giuseppe Dossetti, partigiano disarmato, Costituente che firma proposte con Togliatti e Basso, giurista sorprendente (la sua tesi su “la violenza nel matrimonio canonico” che potrebbe piacere alle teologhe femministe per il riconoscimento della subalternità femminile nella famiglia), il democristiano atipico (anche se in quegli anni il partito di De Gasperi non era ancora la “diccì”), il candidato sindaco per obbedienza al suo vescovo, il prete del Concilio Vaticano II, il monaco, il profeta sceso in campo a difesa della Costituzione, resta da sempre un uomo – e un testimone – scomodo.

Data la crisi globale che ci condiziona, ho scelto di interrogare il pensiero dossettiano sulla problematica del lavoro, oggi più che mai centrale nell’orizzonte politico e nella vita quotidiana delle persone. La crisi è preoccupante e la politica deve porre il lavoro al centro: in primo luogo la questione meridionale è sempre dolente e la situazione dei giovani e delle donne più precaria che mai; mentre le industrie chiudono, non si sono mai privilegiate seriamente la scuola, la ricerca, la cultura; la governance è fallimentare, mentre ambiente e territorio hanno gravi emergenze (gli acquedotti meridionali) e gli enti locali non riescono a finanziare i servizi; intanto i problemi dei “derivati” e della deregulation bancaria continua. Si è allargata la forbice delle differenze fra ricchi e poveri e il deficit di cittadinanza ha prodotto – come risulta ancor più evidente oggi – oblio del senso della rappresentanza parlamentare.

Le condizioni dell’Italia del dopoguerra erano ai tempi di Giuseppe Dossetti particolarmente gravi e, per un credente, pesava la consapevolezza che la maggioranza dei cattolici italiani e tedeschi aveva votato per Mussolini con il Partito Popolare o per Hitler con Zentrum. Non erano ancora i tempi della “guerra fredda”, ma Papa Pacelli preparava la scomunica (1949) del comunismo ateo. Tuttavia la Repubblica nel suo art. 1 viene “fondata sul lavoro” sulla base di  un’intesa concorde presentata in assemblea da Fanfani. E’ un tema dossettiano, che “Pippo” (come lo chiamavano gli amici) svilupperà nei lavori della I sottocommissione lavoro. Dossetti, infatti, come La Pira e Moro, firmerà con Togliatti e Lelio Basso la formulazione sul lavoro che è, secondo le sue parole, diritto per essere uomini non nella naturalità dell’uomo, ma nell’esigenza  di tutti di avere un lavoro, manuale o intellettuale, “che va remunerato per soddisfare le esigenze di un’esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia“, espressione che figurerà (a firma Dossetti e Togliatti) nell’art. 36. In questo senso La Pira può dire che i lavori della sottocommissione erano “volti a far cambiare la struttura economica e sociale del Paese”. Fin dal 1945 (come ha scritto sull’Unità del 10 febbraio di quest’anno Pierluigi Castagnetti) Dossetti aveva manifestato il suo pensiero in materia con un articolo (pubblicato su “Reggio Democratica”) in cui si rallegrava per la vittoria laburista in Gran Bretagna contro “la caparbia cristallizzazione di interessi e di metodi” dei conservatori: “un programma di concreta e realistica inserzione, al vertice della gerarchia sociale e politica, del lavoro, inteso come la prima e fondamentale esplicazione della personalità umana” che diventava “vittoria della solidarietà“.

Paolo Pombeni ha intitolato il suo recente libro su Dossetti “Un riformista cristiano”. Avrei aggiunto “radicale”. Perché il riformismo lui lo chiamava “rivoluzione cristiana” (“non possiamo rinunciare al sogno inteso come sogno politico di avviare la struttura sociale verso una rigenerazione del lavoro“). Forse anche “integrista”, nel convincimento che il cattolico ha il dovere di costruire la storia, ormai orientata a costruire un nuovo sistema democratico. Fu coautore dell’art. 7 per creare uno strumento di sblocco delle relazioni tra Chiesa e Stato esterni l’uno all’altro, anche se prese successivamente le distanze per l’insufficiente azione politica nella realizzazione dell’art. 8, complementare, secondo la sua visione della libertà religiosa, al Concordato. Era, d’altra parte. uno di quei cattolici che diffidava più dei socialisti (e dei laicisti sospetti massoni) che dei comunisti; che andava d’accordo con De Gasperi quando sosteneva l’autonomia delle istituzioni laiche anche davanti a Pio XII, non quando negoziava con gli Usa e aderiva al Patto Atlantico.

Comunque se ne andò dal partito e dal Parlamento nel 1951.

Si trasferì a Bologna, dove era arcivescovo Giacomo Lercaro, che lo indusse a presentarsi candidato alla carica di sindaco in competizione con il comunista Giuseppe Dozza, che vinse – secondo le analisi del “Mulino” – per il rigore con cui Dossetti sostenne la causa dei più svantaggiati prospettando interventi fiscali che consentissero maggiori diritti egualitari (la “dignitosa vita del lavoratore e della sua famiglia”). Ma la sua vera vocazione era già tutta spirituale: divenne prete e Lercaro, che lo aveva ordinato, lo condusse con sé al Concilio Vaticano II, dove fu al centro delle elaborazioni preparatorie, in particolare del grande tema teologico, rimasto incompiuto, della povertà (Lumen gentium, 8), che il cardinale di Bologna riteneva “decisivo” per la vita della chiesa e dei cristiani. La povertà fu anche, insieme con la pace (era in corso la guerra del Vietnam), il tema centrale dell’ultimo intervento di Lercaro e causa della rimozione nel 1968.

Dossetti, uomo di cultura e spiritualità esigenti, fondò in seguito il Centro di Documentazione (diventato oggi Fondazione per le scienze religiose) per dare vita a una comunità di ricerca. Di particolare rilievo le argomentazioni elaborate nel Centro da Dossetti e Alberigo contro la proposta di istituire una Lex Ecclesiae Fundamentalis, accolte da Paolo VI che pur era stato il proponente. Alberto Melloni diceva una settimana fa all’Accademia dei Lincei dove si commemorava Dossetti, che per lui la cultura soprannaturale era il paradigma per cambiare direzione di marcia della civiltà. Per dirlo con le parole dossettiane, è la prospettiva che produce “nuove linee di sblocco dei processi di crisi”. Ancora una volta un’espressione valida ancora per noi.

Una svolta fu la scelta del monachesimo e la fondazione della Piccola Famiglia dell’Annunziata; la particolare spiritualità della Terra Santa lo portò a vivere lunghi periodi di studio in Palestina, ancora una volta dalla parte più “povera”, anche di diritti di sopravvivenza civile e politica. I contatti con Bologna non si persero per questo e nel 1986, quando il Comune gli assegnò l’Archiginnasio d’oro, pronunciò un discorso importante per la sua storia “Per la vita della città” (che nell’intenzione originaria era “Eucaristia e città”) in cui rilevava la cupezza degli orizzonti se si diffonde la corruzione e insisteva sull’importanza della presenza della Chiesa nella città, come cooperatrice salvifica solo se sa restare nel limite di ciò che le è “proprio”.

Anche in Palestina manteneva la conoscenza degli eventi del mondo e, a maggior ragione, nazionali. Nel 1994, in una lunga commemorazione di Giuseppe Lazzati, sviluppò un’argomentazione ferma e preoccupata contro le trasformazioni minacciate dal governo di modificazione “ai diritti inviolabili, civili, politici, sociali previsti dall’attuale Costituzione“, e contro “qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell’equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario“. Si tratta di “oltrepassamenti (che) possono essere  già più che impliciti nell’attuale governo per il modo della sua formazione, per la sua composizione, eri, suo programma e per la conflittualità latente …con il Capo dello Stato“. Fu il ben noto richiamo “Sentinella, a che punto siamo della notte?” indirizzato a richiamare con assoluto rigore ed esplicita denuncia la consapevolezza degli italiani nei confronti delle loro responsabilità politiche. Un appello che resta – ancora una volta – domanda inquietante per il buio che avvertiamo ancora intorno alle nostre istituzioni.

GIUSEPPE DOSSETTI – DALLA RESISTENZA ALLA COSTITUZIONE

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Archivio?IdEvento=5584&IdIntervento=4074

Una lettera accusatoria

Pubblichiamo una lettera accusatoria e la risposta del Segretario nazionale Ciccardini.

Scrive il Signor Scutari: “Perchè i partigiani Cristiani erano diversi dai partigiani non Cristiani ? Suvvia, non speculiamo su chi ha sacrificato la vita e combattuto per la democrazia e libertà, non c’era nè cristianesimo nè laicismo nè non cristianesimo. Speculare su tutto è, scusate il termine, poco dignitoso. Saluti, Scutari”.

Risponde Ciccardini: “Egregio Signor Scutari, rispondo alla lettera che lei mi ha inviato . In quanto persona potrei anche sopportare i giudizi di strumentalizzatore o di speculatore o di persona mancante di dignità . Dovrei attingere ad una riserva di umiltà  che probabilmente non ho, ma potrei anche liberamente farlo. Invece non posso tollerare in alcun modo, come Segretario Nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, che lei si esprima in questi termini nei confronti degli eredi di valori da cui lei è irrimediabilmente lontano. Sulla diversa interpretazione della Resistenza da parte dei Partigiani, c’è un fiume di libri che lei certamente non ha avuto la voglia di leggere. Per questo le consiglio una breve pagina di Pietro Scoppola in Prefazione al mio libro “La Resistenza di una comunità “, che le accludo. Le ricordo che a testimoniare questa valenza Giuseppe Dossetti, capo di tutti i partigiani della Provincia di Reggio Emilia, partecipava alle azioni di guerra disarmato. E non era stupidità  o follia, ma era la precisa testimonianza di non approvazione della guerra e di approvazione della ribellione. Le accludo la Preghiera del Ribelle, scritta da Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, in cui può leggere i valori fondanti per cui egli si sacrificò, diversi da altri, moralmente alti e significativi, ma comunque diversi. Il ricordare questi valori, senza negare la grande validità  della unità  morale della Resistenza, è il nostro compito. Per dare alle giovani generazioni il messaggio cristiano e civile che è contenuto in quella memoria. Lei vede in questo una speculazione.La speculazione prevede un vantaggio materiale, che non riesco assolutamente ad intravedere in quello che facciamo.Quindi il suo giudizio è ingiusto, arrogante, disonesto, falso e sintomo di animo malefico. Si penta e si converta.

Bartolo Ciccardini”.

 

 

Segretario ANPC

Andare in parrocchia? Perchè no!

Cerchiamo di organizzare anche nelle parrocchie disponibili incontri dei partigiani cristiani per riprendere spazi umani e legami di solidarietà  e stima,fondamento della cristianità  e della solidarietà. Bianca de Matthaeis

Risposta di Ciccardini

Cara Signora Bianca, lei ha perfettamente ragione. Io ho scritto un piccolo libro (Ricominciare dalle Piccole Patrie) proprio per dimostrare che bisogna ricominciare a fare politica a partire dalle parrocchie. No voglio dire con questo che le parrocchie devono fare politica o iscriversi ad un partito, ma che deve riprendere quell’opera di formazione che è necessaria per essere buoni cittadini.

Sotto questa accezione della politica “buona”, della politica rivolta al bene comune, il cristiano che ha il dovere di occuparsi degli altri, ha quindi il dovere di occuparsi della politica, che è la somma di tutti gli altri.

Non a caso, il Papa disse che la politica è il più grande atto di carità . Sarebbe giusto che il ricordo dei Partigiani Cristiani che sono morti per la dignità  e la libertà  di tutti gli italiani fosse ricordato anche nelle parrocchie e che il frutto del loro sacrificio, la Costituzione, fosse studiata e letta, naturalmente in un piano diverso dal Vangelo, un piano che attiene alla formazione dei buoni cittadini cristiani, anche nelle parrocchie. Naturalmente non possiamo mettere sulle spalle dei poveri parroci, che già  sono oberati di lavoro e che sono pure troppo pochi, anche questa impresa. Dovrebbero essere i laici a formare questi gruppi educativi ispirati agli ideali dei Partigiani Cristiani.

Ma non poassiamo essere noi come associazione a pretendere questo, non siamo autorizzati da nessuna autorità  pastorale a farlo. Ma saremmo pronti ad esaudire questa richiesta se ci fosse veramente richiesto.

Su questo tema vorrei che si aprisse un ampio dibattito anche fra di noi.

Il Segretario Naizonale, Bartolo Ciccardini

 

 

Alcune foto del Convegno Dossettiano del 21 Febbraio 2013

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Relazione del Presidente Giovanni Bianchi al Convegno Dossettiano del 21 Febbraio 2013

Dossetti rimosso

Curiosamente Giuseppe Dossetti è più noto per il livore disinformato dei detrattori che per lo zelo propagandistico degli estimatori. Dossetti infatti, dopo Antonio Rosmini, è il grande rimosso della cultura e della Chiesa italiana. È Dossetti stesso ad avere suggerito il rapporto con Rosmini, e d’altra parte una circostanza li accomuna: la difficile “traducibilità” delle rispettive esperienze oltre i confini della terra e della Chiesa nazionali. Entro il quadro di un’ulteriore assenza rappresentata dalla non disponibilità di una storia del cattolicesimo italiano accreditata come credibile.

 

Alla fine di un ciclo politico

Eppure, per converso, Dossetti ha avuto la ventura di essere studiato da subito, durante l’impegno politico, e addirittura “storiografato” just in time. Le circostanze possono averne in seguito favorito la sordina dal momento che il monaco di Monte Sole è stato in politica sette anni in tutto, ivi compresi i due passati in montagna come partigiano. Rivisitarne dunque non tanto la memoria ma il lascito politico, provare a rifare i conti con il metodo Dossetti può essere operazione fondatamente ricostruttiva nella fase in cui il cattolicesimo democratico si trova alla fine di un ciclo politico. Proprio perché la forma che ci siamo lasciati alle spalle è quella del partito, laddove estimatori e critici, tutti, riconoscono in Dossetti una passione per il partito che andava ben oltre quella per il governo.

E dal momento che è impossibile fare una storia del cattolicesimo politico di questo secolo a prescindere dalla storia del partito politico, che ne costituisce la più originale espressione – in rotta di collisione con l’universalismo Vaticano additato da Gramsci e con le pratiche del gentilonismo – il confronto con le prese di posizione e gli scritti dossettiani, tanto avari nel numero quanto determinanti per il contenuto, si impone ancora una volta. I cattolici infatti si affacciano come protagonisti alla storia dello Stato unitario solo attraverso la figura e lo strumento del partito politico (Pino Trotta).[1] E probabilmente non si è sottolineata a sufficienza questa novità che per la prassi della politica cattolica costituì un autentico tornante. Non era infatti scontato che l’impegno politico dei cattolici dovesse attraversare l’esperienza del partito.

Fuori da ogni sistemazione consolante a posteriori, è don Luigi Sturzo a rappresentare la svolta nella prassi dei cattolici nello spazio pubblico nazionale. Ma il convergere di interessi di lungo periodo da parte del fascismo e di breve periodo per la Chiesa cattolica costrinsero il prete calatino all’esilio prima londinese e poi statunitense. Tanto che fu l’esperienza del secondo dopoguerra a sviluppare il granello di senape popolare nel grande tronco della Democrazia Cristiana. E mentre la Santa Sede, proverbialmente lento pede, stava ancora uscendo a tappe dallo Stato Pontificio, l’esperienza dei cattolici radunati in partito segnava momenti di innovazione non soltanto sul piano politico ma anche su quello ecclesiale: al punto che la Democrazia Cristiana può essere considerata un’avanguardia nel grande e variegato corpo della chiesa preconciliare. Non è dunque casuale il ruolo di solerte “segreteria” giocato da don Dossetti nelle assise conciliari al seguito del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro.

Proprio la “tranquilla liquidazione del Partito Popolare Italiano dinanzi alla vittoria del fascismo”[2] consegna irrisolto alla Democrazia Cristiana il problema di saggiare fino in fondo nell’area culturale cattolico-democratica le potenzialità della forma partito. Quella forma rispetto alla quale la Santa Sede oscillerà tra diverse opzioni senza coincidere mai. Ed essendo Dossetti la mente più fervida e appassionata alla forma partito, molto più di De Gasperi, maggiormente attento ai ruoli e alle liturgie istituzionali, è con lui che i conti vanno fatti in una fase dove al vecchio della politica pare succedere il vuoto della politica.

E vale la pena osservare, non solo di passata, come il dossettismo non estinto in Aldo Moro si riveli in una sua celebre espressione, quando cioè lo statista pugliese afferma che il pensare politica è già per il novantanove percento fare politica.

 

Il patriottismo costituzionale

Vi è un’espressione, opportunamente atterrata dai cieli tedeschi nel linguaggio giuridico e politico italiano, che definisce l’impegno dossettiano dagli inizi negli anni Cinquanta alla fase finale degli anni Novanta: questa espressione è “patriottismo costituzionale”. Dossetti ne è cosciente e la usa espressamente in una citatissima conferenza tenuta nel 1995 all’Istituto di Studi Filosofici di Napoli: “La Costituzione del 1948 – la prima non elargita, ma veramente datasi da una grande parte del popolo italiano, e la prima coniugante le garanzie di eguaglianza per tutti e le strutture basali di una corrispondente forma di Stato e di Governo –   può concorrere a sanare ferite vecchie e nuove del nostro processo unitario, e a fondare quello che, già vissuto in America, è stato ampiamente teorizzato da giuristi e da sociologi nella Germania di Bonn, e chiamato ‘Patriottismo della Costituzione’. Un patriottismo che legittima la ripresa di un concetto e di un senso della Patria, rimasto presso di noi per decenni allo stato latente o inibito per reazione alle passate enfasi nazionalistiche, che hanno portato a tante deviazioni e disastri“. Vi ritroviamo peraltro uno dei tanti esempi della prosa dossettiana che ogni volta sacrifica alla chiarezza e alla concisione ogni concessione retorica. Parole che risuonavano con forza inedita e ritrovata verità in una fase nella quale aveva inizio la evidente dissoluzione di una cultura politica cui si accompagna l’affievolirsi (il verbo è troppo soft) del tessuto morale della Nazione.

Non a caso la visione dossettiana è anzitutto debitrice al pensare politica dal momento che uno stigma del Dossetti costituente è proprio l’alta dignità e il valore attribuito al confronto delle idee, il terreno adatto a consentire l’incontro sempre auspicato tra l’ideale cristiano e le culture laiche più pensose. Avendo come Norberto Bobbio chiaro fin dagli inizi che il nostro può considerarsi un Paese di “diversamente credenti”. Dove proprio per questo fosse possibile un confronto e un incontro su obiettivi di vasto volo e respiro, e non lo scivolamento verso soluzioni di compromesso su principi fondamentali di così basso profilo da impedire di dar vita a durature sintesi ideali. Così vedono la luce gli articoli 2 e 3 del Testo che segnalano il protagonismo di Dossetti intento a misurarsi con le posizioni di Lelio Basso ed altri.

Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, diritti “riconosciuti” e non attribuiti dalla Repubblica. Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo (e includente) personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese sopravvissuto a laceranti divisioni, con una ambiziosa e non spenta azione riformatrice in campo economico e sociale.

È questa attitudine che ci consegna come “attuale” un Dossetti altrimenti esiliato nel museo delle cere di una non innocente inattualità. Qui ha seminato probabilmente l’esplicito fervore religioso di don Pippo, che in assenza di condizioni adatte a consentirgli una incontenibile azione riformatrice, sceglierà di farsi monaco nel 1956, ma con una modalità storicamente determinata. Non si fugge infatti dal mondo e dalle sue contraddizioni erigendo un convento a Monte Sole dove i nazisti consumarono sull’Appennino reggiano, parole sue, “un piccolo olocausto”.

Resta la diversità di vedute con Alcide de Gasperi – segnatamente nella politica estera – ma a determinare le scelte e a conservare in esse il seme inestirpabile della responsabilità storica è la non tradita vocazione dossettiana a esercitare la responsabilità così come le vicende glielo consentono nel suo tempo. Chiamatela vocazione, o kairòs, o anche socraticamente daimon: da lì Dossetti comunque non si schioda.

Un’evidenza da esplorare viene a noi, così come l’esperienza dossettiana della Resistenza, del partito, del Concilio Ecumenico Vaticano II, gli anni nascosti del suo nomadismo monastico appenninico e mediorientale ce la consegnano: la responsabilità del credente verso la storia è insieme luogo laico e luogo teologico del suo impegno nella città di tutti gli uomini. Dove il sacro separava, adesso la responsabilità storica – fitta di distinzioni e contrasti – è destinata ad unire. Un terreno di prove quotidiane per quel confronto e quel rapporto che dai tempi di Kant affatica il Vecchio Continente sul confine tra Illuminismo e Cristianesimo, tra democrazia e vita quotidiana dei fedeli.

Ma c’è di più. In Dossetti c’è anche lo sforzo interpretativo del profeta e l’ansia riformatrice di Max Weber nutrito alla teologia della vocazione protestante che, nella famosa conferenza di Monaco del 1919, ammonisce: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”. Osserva Pietro Scoppola che Dossetti simbolizza al riguardo la storia non realizzata e quindi le potenzialità inespresse di un certo filone del cattolicesimo democratico. Da qui nasce credo in lui la premonizione sulle difficoltà che sarebbero sorte nella fase di attuazione delle norme. Da qui il solido ancoraggio ricercato nella natura giusnaturalistica dei diritti umani e quindi nel primato della persona cui attribuire il crisma del riconoscimento costituzionale.

Escludendo sia un approccio totalitario come pure un approccio individualistico, Dossetti si affatica intorno a una concezione che faccia perno contemporaneamente sulla persona e sulla solidarietà: dove vigano cioè “diritti che lo Stato non conferisce, ma semplicemente riconosce”. Parole sue. Di qui la battaglia per la libertà religiosa di tutti i culti nel segno del pluralismo culturale ma anche sociale, perché tutti orientati al perfezionamento integrale della persona umana. Compito che attiene al regime democratico in quanto tale perché riguarda in maniera diversa la cosciente partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Di qui la “civetteria”, altrimenti illeggibile in Dossetti, che lo portò in non sporadici casi a sottolineare la convergenza sulle posizioni da lui sostenute di Palmiro Togliatti, dal quale lo separava la difformità della radice e della visione politica, ma al quale l’univa l’ansia di ricercare soluzioni praticabili per tutti gli italiani. (Ad esempio la rivendicazione della necessità di un controllo sociale della vita economica del Paese.) Atteggiamento che presenta intuibili punti in comune con l’esigenza di lavorare alla costruzione di un’etica di cittadinanza che ovviamente trascenda la morale cattolica senza prescinderne, ma tale da attingere punti nodali in grado di coinvolgere credenti e non.

È proprio qui, pare a me, che deve essere collocata l’iniziativa dossettiana affinché venissero riconosciuti nella particolarità della contingenza i Patti Lateranensi nel testo costituzionale. Per questo difese la causa della richiesta perentoria del Vaticano, astenendosi tuttavia dal consultare con sospettabile frequenza uomini e istituzioni d’Oltretevere. La ragione? In questo caso le motivazioni riguardano essenzialmente la storia italiana dove già nel Risorgimento la parte cattolica risultò impedita di dare un contributo costruttivo perché relegata ai margini della Nazione. Mentre nel contesto specifico di un difficile secondo dopoguerra attraversato dalla “guerra fredda”, secondo l’analisi di Dossetti, due blocchi aspramente contendevano all’interno delle contraddizioni storiche insorgenti da una medesima cultura (!) non temperata da una adeguata trasformazione morale. Dove, accanto all’orizzonte complessivo, va considerata la difficoltà individuale delle persone, tra le quali Dossetti annovera anzitutto se stesso, riconoscendo nel Consiglio Comunale di Bologna (1956) che anche la sua personale cultura “è da un pezzo che è andata in pezzi”. Specificando ulteriormente che si tratta di una cultura né borghese né marxista, ma che è ad un tempo, per contaminazione, l’una e l’altra cosa insieme… Ne consegue l’invito pressante a riflettere sul progresso degli strumenti culturali che hanno informato i nostri comuni maestri. Il problema è dunque ancora una volta per Dossetti ri-caricare i concetti e le parole, anche se le parole non bastano ad edificare.

 

La svolta a gomito

Molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che  forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta. Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione. Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo ancora una volta al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta in seguito da De Felice. Già allora alle spalle, nella chiarezza, le preoccupazioni espresse da Luciano Violante durante il discorso di insediamento in quanto presidente della Camera nel 1996. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo:  dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale” (l’Altro), secondo la lezione di Mounier.

 

Una seconda rimozione?

 

“Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica. Una democrazia che voleva che cosa? Che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo e di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale”.[3] Questo il fine. Dossetti si confida al clero di Pordenone in quello che mi pare possibile considerare il suo testamento spirituale: la conversazione tenuta in quella diocesi presso la Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo 1994 e pubblicata con il titolo Tra eremo e passione civile. Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, a cura dell’associazione Città dell’Uomo.

E il mezzo individuato come il più adeguato per raggiungere il fine è per Dossetti l’azione educatrice: “E pertanto la mia azione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Non sono mai stato membro del Governo, nemmeno come sottosegretario e non ho avuto rimpianti a questo riguardo. Mi sono assunto invece un’opera di educazione e di informazione politica.”[4] Dunque un’azione politica educatrice nel concreto, nel transito stesso della vita politica. Un ruolo e un magistero al di là della separatezza delle scuole di formazione, nel concreto delle vicende e del confronto e – si immagina facilmente, con a disposizione la documentazione di un intero itinerario –   prendendone di petto i conflitti e le asprezze. Che appare con tutta evidenza la vocazione di una leadership riconosciuta, il ruolo che fu dell’intellettuale organico, del partito politico come in parte era e come dovrebbe essere, pur ipotizzandone impreviste metamorfosi: capace cioè di organizzare persone e gruppi intorno a un progetto e a una linea di pensiero.

E siccome non sono mancati nel Dossetti che frequentava le istituzioni gli scontri e le asprezze, don Giuseppe così legittima decisioni e atteggiamento: “I miei contrasti – se ci sono potuti essere – con quelli che comandavano allora, sono stati non tanto contrasti di persone o di sensi, di temperamenti, ma contrasti su quest’aspetto necessario dall’azione politica come formazione della coscienza del popolo.”[5]

E’ la vita autentica del cristiano che in Dossetti riassume l’esperienza monastica e la supera, nel mentre innova e continua la vocazione politica. Grande esperienza secolare insieme di ascesi e di laicità è infatti quella del monachesimo storico. Ricollegandosi ad essa ha una nuova valenza politica l’azione culturale del “monaco” Dossetti. È questa inedita scelta che mette in discussione la cristianità e le forme del politico che in essa si inseriscono e che ha la temerarietà di confrontarsi, fino al rischio di perdersi, con una politica bisognosa di nuove idee capaci di nuovi comportamenti.

Chi non intende questo orizzonte e questo approccio non capisce la consequenzialità del Dossetti “monaco” rispetto al Dossetti politico militante. Opera una scissione là dove c’è una lucida distinzione. Rimuove (non rischia anche questa di essere una rimozione?) l’originalità del Dossetti vocazionalmente  politico che sceglie di salire a Monte Sole dove il dramma della storia e del mistero cristiano pongono allo spirito e alla politica domande rimaste ancora senza risposta. Perché la Lotta di Resistenza non segna soltanto la fine del fascismo, ma schiude l’ingresso a una nuova democrazia alimentata da valori che a loro volta non possono essere rimossi, proprio perché questa democrazia –  e la Carta costituzionale che ne discende – non  sono un guadagno fatto una volta per tutte.

Singolare è dunque in Dossetti la sinteticità multiforme del suo carisma, che pare rispondere a una perentoria chiamata alla storicità, come evidente presa di distanze dalla cronaca: “Non dobbiamo occuparci della cronaca, ma della storia sì, con tutta la vigilanza della preghiera e del cuore e, cioè, dei grandi drammi dell’umanità del nostro tempo: l’ingiustizia, la  fame, l’oppressione, il buio della fede, la fatica della ricerca di verità e di luce”.[6]

La faccia della politicità appartiene a un prisma che lungo l’asse Vangelo–Storia allinea il politico, il monaco, ma anche il giurista, lo studioso, il sacerdote diocesano, il “nomade”, il predicatore, il suggeritore… Per questo, essendomene stata affidata la commemorazione a un mese dalla morte all’inizio dei lavori del III Congresso Nazionale dei Popolari (Roma 1997) chiamai a raccolta tutte le scarse risorse del mio antihegelismo per dire della sua vicenda: “Anche la storia può sbagliare”.

Per due ragioni. In Dossetti è infatti il Vangelo che chiama in giudizio la storia nel momento del suo farsi; in secondo luogo perché mi pareva di dover sottoporre finalmente a critica l’etichetta di un Dossetti “perdente” e votato alla sconfitta. Perché? Perché accanto alle fulminee uscite di scena restano – anche per sua esplicita rivendicazione durante la famosa allocuzione all’Archiginnasio – il contributo non marginale alla vittoria repubblicana nel referendum istituzionale dell’immediato dopoguerra e la ricordata “regia” alla Costituente.

Due dunque i luoghi teologici, o meglio, le “fonti” di quello che con estrema titubanza potrebbe essere considerato un “irregolare” di genio della Chiesa e della politica: il Vangelo e la Storia.

Quando giustamente si rivendicano le radici cristiane dell’Europa non è all’azione civilizzatrice e riformatrice dei monaci che si fa riferimento? Non è questa la Traditio che fa i conti con la storia e talvolta – come accade alla grande politica – contro la storia?

Il Dossetti che “obbedisce” al vescovo Giacomo Lercaro candidandosi a sindaco di Bologna contro il comunista Dozza, che organizza le primarie per l’occasione già nel 1956, che con il gruppo dei giovani collaboratori redige il Libro bianco che racchiude il programma amministrativo, non è il Dossetti che saggia insieme i compiti del laico cristiano e la testimonianza ispirata ed operosa nei confronti della città dell’uomo che ha segnato nei secoli l’azione di generazioni di monaci? Non è curioso che la figura del laico e quella del monaco coincidano nel servizio, nella diaconia e nel rinnovamento?

Potrei continuare a porre interrogativi, non certamente retorici, lungo il percorso dove la sperimentazione sul campo cessa di apparire paradossale. Quel che infatti viene esaltato dall’approccio dossettiano, in entrambe le situazioni, è la vocazione pedagogica della politica, senza la quale nessuna politica autentica può darsi. Capace di resistere alla miopia del contingente e della cronaca, alla pressione degli schieramenti, alla violenza delle ideologie, alla nostalgia del richiamo della foresta.

Una politica proprio per questo in grado di distinguersi dal potere, così come la lotta di Liberazione aveva visto il partigiano Dossetti partecipare all’azione militare, ma disarmato. Non che la politica non debba mai commerciare con il potere – Dossetti non è né tedesco né luterano –  ma una politica in grado di continuare e di esercitarsi anche fuori dai luoghi del potere. Che è la sfida incompresa che sta ancora di fronte a noi.  Dossetti non lo dice, ma è probabilmente d’accordo con la cristianissima osservazione che Emanuele Severino traduce in filosofico: non siamo noi che prendiamo i poteri, ma piuttosto i poteri prendono noi.

E’ questo il rigore dossettiano, non quello che si cimenta con le forme keynesiane dell’economia. E’ questo il Dossetti che va riscoperto e non rimosso, anche se ci inquieta e ci sfida a una politica per la quale non ci sentiamo attrezzati e della quale non siamo in grado di intuire il valore. Una politica che ha il coraggio e la lucidità di mettere al primo posto la cultura politica, prima delle rendite di posizione, prima dei sistemi elettorali, prima della dittatura del tempo breve, prima dell’onnipotenza delle immagini sempre più onnivore.

Ecco perché tornare a Dossetti significa non rimuoverlo in questo aspetto della sua lezione che probabilmente risulta il meno comodo. L’imprescindibilità cioè della cultura politica, senza la quale il nichilismo dei contenuti si concede allo spettacolo o ai  nuovismi che fanno succedere al vecchio soltanto il vuoto.

Onestà vorrebbe che non si rifiuti la sfida superando difficoltà e passaggi difficili, avendo il coraggio di fare esperienze e di proseguire anche a tentoni. Così come camminano quelli che viaggiano di notte. Appunto, “Sentinella, quanto resta della notte“?

 

                                                                                                                     Giovanni Bianchi

 


[1] Giuseppe Trotta, Un passato a venire. Saggi su Sturzo e Dossetti, Cens, Milano, 1997, p. 7.

[2] Ivi, p. 8.

[3] Giuseppe Dossetti, Conversazioni, In Dialogo, Milano, novembre 1995, pp. 12-13.

[4] Ivi, p. 13.

[5] Ibidem

[6] Maria Gallo, Una comunità nata dalla Bibbia, Queriniana, Brescia, 1999,  p. 11.

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