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Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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Anno Dossettiano. Relazione di Bartolo Ciccardini al Convegno del 21 Febbraio alla Camera dei Deputati

 

1. La crisi della civiltà

Nel 1935 Jhoan Huizinga scrive il suo libro “In de shaduwen van Morghen”, vale a dire “Le ombre del domani”  Il libro  nel 1936 viene tradotto da Luigi Einaudi che gli dà un nuovo titolo: “La crisi della civiltà”. Il libro viene definito: “Un grido di allarme di uno studioso di fama internazionale per ricordare il valore irrinunciabile della libertà”.(Bianchi Bandinelli). Huizinga morirà sei anni dopo in un campo di concentramento.

In quegli anni Luigi Sturzo, in esilio scrive due libri profetici: uno in cui contesta il diritto di guerra (“The International comunity and the right of war”) e l’altro intitolato “Politics and morality”.

Nel 1936, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, confinati a Ventotene scrivono il manifesto “Per una Europa libera ed unita”. Nel 1936 Giovanni Battista Montini regala a Giorgio La Pira un libro appena uscito in Francia“Humanisme intégral” di Jacques Maritain. La copia di quel libro esiste ancora ed è la testimonianza dell’influenza della “cultura della crisi” sugli intellettuali cattolici italiani. In Francia con Maritain e poi con Emmanuel Mounier e con la sua rivista Esprit, con Jean-Marie Domenach, che fu direttore della rivista Esprit dopo di lui, matura la coscienza che la catastroficità della crisi abbia bisogno di una “nuova cristianità” capace di capire il “segno dei tempi”. Il segno dei tempi è l’espressione biblica con cui il Cardinal Emmanuel Suhard, nella sua pastorale intitolata “Agonia della Chiesa”, pone ai cristiani il problema della guerra e della caduta della civiltà.

2. I cattolici e la cultura della crisi

Dopo il Concordato del 1927 il fascismo instaurò una politica di repressione delle associazioni cattoliche. Fu sciolta la Fuci e l’Azione Cattolica fu costretta ad un’attività religiosa all’interno delle parrocchie.

In quel periodo l’assistente della Fuci, Giovan Battista Montini (che diventerà Paolo VI) e Igino Righetti fondarono la casa Editrice Studium ed il Movimento dei Laureati Cattolici per coltivare una élite dirigenziale. Nacque anche un nuovo tipo di consociazione religiosa formata da laici consacrati, che prendevano i voti, ma non avevano nessun segno di riconoscimento e lavoravano nella società nei modi consueti, inaugurando una nuova spiritualità. Alla ricerca di una risposta culturale   contribuì molto il lavoro della Università Cattolica fondata nel 1920.

Maritain distingue la Chiesa, che è portatrice del messaggio evangelico, dalla “cristianità” che è uno dei possibili risultati storici della risposta dei cristiani alle domande del loro tempo, risposte che possono variare a seconda delle vicende della storia. Questo presuppone che vi sia un piano religioso custode della speranza   e, diverso da questo, un piano storico, in cui i cattolici si impegnano anche politicamente alla creazione di un nuovo rapporto fra i cristiani e la storia, per salvare l’umanità dalla catastrofe.

La “cultura della crisi” ebbe molta importanza nella formazione del pensiero politico cattolico degli anni ’40. Le idee di Maritain e di Mounier si ritrovano nel Codice di Camaldoli, che i professorini del Movimento Laureati Cattolici e della Università Cattolica compilano, dopo ampi dibattiti nel luglio del 1943. Nel 1949 un delegato dossettiano al Congresso di Venezia della Democrazia Cristiana alla domanda polemica di Attilio Piccioni, che chiede: “Ma voi cosa volete?”, risponde: “Umanesimo integrale!”, citando il titolo del famoso libro di Maritain.

3. Dossetti e la cultura della crisi

Dossetti è stato l’espressione più alta della “cultura della crisi” in Italia.

Dice Paolo Prodi in riferimento a Dossetti: “La novità del suo pensiero fu proprio quella del giudizio di catastroficità sulla situazione mondiale che si traduceva in giudizio sulla criticità del momento ecclesiale, a causa del prevalere nel cristianesimo di un modo razionalistico ed attivistico”. (Paolo Prodi, Quando si faceva la Costituzione, pag. 18-19). Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Suor Agnese, al secolo Franca Magistretti, parlando della vocazione di Dossetti parla di una vera e propria chiamata (“un esodo”) strettamente legata alla coscienza della crisi. E cita un brano molto significativo di Dossetti, scritto nel 1944: “Perché questa nostra civiltà non presenti più orrori e dolori tanto immani, non offra più tanti pericoli e tante resistenze alla virtù, perché si nobiliti nella conquista di quel minimo di ordine, di  tranquillità, di giustizia (…).

Notiamo attentamente la data: siamo nel 1944, il mondo sconvolto dalla più terribile guerra di tutti i tempi, da crudeli dittature, dall’olocausto del popolo ebraico, dalla sofferenza di milioni di persone.

Questa presa di coscienza  sempre più lucida è stata in realtà la “misura” del suo “esodo”, come diceva allora: “Alla fine è emersa, attraverso sentenze successive, la conferma più documentata delle intuizioni che esistevano all’inizio: la catastroficità della situazione italiana legata a quella mondiale e la criticità del mondo ecclesiale … questo giudizio di catastroficità della storia si trova in alcuni documenti pontifici recenti (cita i messaggi natalizi di Pio XII del 1951 e 1952)… mentre lo stesso magistero è esplicito nel denunciare la catastroficità della situazione civile, è meno esplicito, più reticente nell’ammettere …la criticità ecclesiale”.

In quell’anno Dossetti divento il capo della resistenza nella provincia di Reggio Emilia.

Si comprende come la presa di coscienza religiosa sulla “catastroficità” abbisognava anche di una risposta storica, di un impegno politico.

Questo avvenne in un modo davvero singolare per esperienza personale di molti, proprio nella Resistenza. Sia Lazzati nel campo di concentramento, sia Dossetti come capo della Resistenza nel reggiano, sentirono che questa ribellione, era nel tempo stesso religiosa e politica. Questa situazione deve essere tenuta presente in tutti i passaggi successivi dell’esperienza di Giuseppe Dossetti.

4.  La crisi italiana e la Costituzione

Il primo passaggio è quello della Costituente. Appare importantissimo il momento creativo con il quale un’ispirazione religiosa profonda che ha a cuore la salvezza dell’umanità viene utilizzata senza integralismi e coinvolgimenti clericali con la necessità di creare uno strumento politico, la Carta Costituzionale, a salvaguardia della pace e della libertà di una comunità , come quella italiana che aveva perso i modi e le ragioni per stare insieme.

Dossetti, che aveva anche una grande capacità di organizzazione e di motivazione, propose un metodo di svolgimento dei lavori della Commissione in cui era possibile confrontare continuamente i risultati, forte della chiarezza logica del suo diritto canonico. Riesce così a trovare come dirà lui stesso 50 anni dopo “una commistione feconda delle tre culture: la liberale, la cattolica e la social-comunista”.

Non fu un accordo politico o perlomeno non fu soltanto un accordo politico. Non fu un compromesso storico. Fu la rifondazione Risorgimentale di una nuova unità. Fu un tentativo molto felice di raccordo fra le radici originali delle tre culture, aldilà delle separazioni occasionali o meglio ancora al di sopra degli storici steccati. E’ certo che senza la esperienza della collaborazione nella Resistenza questo non sarebbe potuto avvenire, tuttavia il risultato è un monumento ai valori comuni, di culture molto diverse, per superre la crisi.

5. La politica nuova

Questa cultura della crisi si scontra dopo il 18 Aprile con la necessità emergente di salvare lo Stato democratico, dal pericolo di una guerra conseguente alla divisione del mondo in due blocchi. Dossetti aspira ad una politica italiana che sia frutto di una caratteristica tipicamente italiana: la presenza in Italia della sede della Chiesa cattolica e la presenza in Italia del più forte Partito Comunista dell’Occidente. Questa caratteristica dovrebbe permettere all’Italia di fare una “politica nuova”,  un ruolo di sintesi per la costruzione di una politica di pace e di salvaguardia dell’umanità.

Cosa era in pratica “la politica nuova”? Era l’abbandono del quadro locale, che era stato chiamato “sacro egoismo nazionale”, per passare ad un livello più alto, che potremmo chiamare “sacro altruismo universale”. Ritorna in questo concetto la concezione giobertiana di un primato italiano, conferito non per un dominio, ma per una missione provvidenziale, oppure la concezione laica di Quintino Sella che all’avvertimento di Teodoro Mommsen “che l’Italia non poteva stare a Roma senza un proposito universale”, rispondeva che il proposito universale che gli italiani si proponevano era “La Scienza”.

Dossetti ripropone in politica un progetto analogo al metodo con cui si è scritta la Costituzione: una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale.

C’era uno stretto apporto fra la ricerca di un ordine mondiale e la ricerca di un ordine sociale. La Pira, in Cronache Sociali, era stato l’autore di un manifesto della politica sociale con un suo scritto famoso: “Le attese della povera gente”.

E mentre andava a Mosca e nel Vietnam per scongiurare la guerra si adoperava anche perché la Pignone non chiudesse, a dispetto delle cosiddette regole di mercato e che il “piano Fanfani case” procedesse in fretta nella sua Firenze.

Quali erano praticamente queste attese?

Dossetti ripropone in politica una proiezione della missione italiana al servizio della nuova Europa e della pace mondiale. Era l’idea che veniva dalla esperienza dela Resistenza, per la quale si portava a termine un Risorgimento che era stato fatto da una minoranza e che ora veniva rinnovato da una nuova unità democratica di tutto il popolo.

Questa concezione di politica alta, aveva anche qualcosa di molto pratico perche proponeva che l’Italia diventasse il motore d’Europa e l’Europa diventasse a sua volta una realtà viva.  E la società europea una comunità senza diseguaglianze. Quanto è distante tutto questo dalla politica povera di oggi, dove il quadro locale si è immiserito nell’interesse di piccole tribù.

6. Dossetti e De Gasperi

Dossetti che pretende da De Gasperi una politica economica meno liberale e più keynesiana, una politica estera più preveggente, si scontra con una realtà molto dura: la necessità per De Gasperi di arrivare, in mezzo a tante difficoltà, a firmare comunque un trattato di pace ed a farsi accettare comunque nel Patto Atlantico. E sul piano economico a ristabilire, comunque, anche con l’aiuto materiale degli americani, la fine dell’economia di guerra.

Dossetti scopre che De Gasperi ha ragione e che bisogna intraprendere un più lungo cammino perché nei cattolici maturi una risposta cristiana ai nuovi problemi che la crisi di civiltà impone. In quella stagione noi giovani, senza rinunciare ai nostri ideali scoprimmo quanto fosse duro e necessario “conservare lo Stato democratico per salvare la speranza di una rivoluzione”. Anche se Dossetti dovette constatare che i tempi non erano maturi per la nuova politica, non tutte queste aspirazioni furono respinte o trascurate. L’Italia diventò comunque il motore dell’Europa (ed è necessario che ritorni ad esserlo) e realizzò, e sembra incredibile dirlo oggi in pochi mesi, una riforma agraria, un piano case, ed un intervento massiccio nel Mezzogiorno. Tuttavia Dossetti sente che c’è bisogno di un progetto per superare la resistenza del momento ecclesiale ad un nuovo modo di presenza nella storia. Non possiamo dire che Dossetti prevedesse o immaginasse un Concilio. Ma poi, nello svolgersi degli avvenimenti, il risultato del suo lavoro fu utile ad un Concilio.

7. La cultura della crisi ed i “due piani”

La conseguente uscita di Dossetti dalla politica non fu una fuga. I più recenti documenti sui Convegni di Rossena, sul suo rapporto con Rumor, dimostrano che egli preparò, una strategia accurata e precisa.La sua non fu una fuga dalla politica né tanto meno un superbo allontanamento da ciò che non condivideva. Un recente documento ritrovato nell’archivio Rumor ci dice come Dossetti  avesse pensato, programmato e scritto accuratamente, anche nei particolari, come era solito fare, il destino del suo gruppo, quello dei dossettiani che rimanevano a fare politica nelle condizioni storicamente date. Essi si sarebbero uniti con la seconda generazione, avrebbero potenziato i quadri giovanili, avrebbero cercato una alleanza con Fanfani ed offerto una precisa garanzia a De Gasperi che avrebbe fatto il traghettatore del passaggio generazionale in forma non traumatica: Altro che fuga!

8. Il Centro di Documentazione

Dossetti ritiene che il mondo cattolico non sia pronto a comprendere la cultura della crisi e la nuova missione civilizzatrice e si propone un altro progetto in un altro piano di lavoro, con la creazione del Centro di Documentazione che diventerà il più importante centro di studi religiosi in Europa.

E’ il periodo della sua esplorazione di campo, attraverso l’incontro con il gruppo di Felice Balbo, con Augusto Del Noce, con le sue dimissioni dall’Università ed il suo piano di studio sulla patristica e sulla cultura cristiana orientale e sui movimenti religiosi in Medio Oriente ed in Oriente.

In Italia il problema si poneva in maniera singolare. Una rigenerazione della unità mancata dell’Italia, un compimento alto del Risorgimento fallito con il fascismo, un compito nuovo per l’Italia, finalmente di tutti gli italiani, era presente come compito morale dei cristiani della Resistenza in Italia ed, in termini diversi, in tutta Europa. Ed era compito di una nuova “cristianità” (Maritain) che sapesse ispirare “nuovi cieli e nuove terre”. Un “umanesimo integrale” che inaugurasse una storia destinata a salvarsi tutta intera nella “parousia”. Un avverarsi dell’Isaia che vede le spade trasformate in aratri. Questa cultura avvicinò negli anni 50, Dossetti a Felice Balbo, ad Augusto del Noce, (meno a Franco Rodano), a Gabriele De Rosa, a Sebregondi e Saraceno. L’idea dell’Italia occasione unica, “cronotopo”, perché sede storica della Chiesa e insediamento del più forte partito comunista dell’occidente, laboratorio per il superamento della frattura fascismo ed antifascismo, oriente ed occidente, capitalismo e proletariato. Una Italia neutrale e fuori del patto atlantico, non per ragioni cripto-comuniste, ma perché Italia profetica. Una “renovatio” cristiana che superasse positivamente il concetto, giacobino prima e sovietico poi, di “rivoluzione”. Che superasse nella “metanoia”, nella conversione alla pace le categorie stesse della “dialettica”. Questi erano i tempi, questi erano i pensieri, queste erano gli alti obbiettivi.

Va qui notato che la coscienza della crisi operava mutamenti anche nella cultura laica. Come bene rappresenta Paolo Prodi: “Un percorso parallelo, mi sembra, a quello che si compì negli stessi anni nell’intellettualità laica, con il passaggio dal discorso teoretico sui massimi sistemi filosofici alla storia della filosofia. Centrale in questo passaggio fu certamente il rapporto con Felice Balbo, la cui importanza noi giovani “dossettiani” vivemmo allora di riflesso, e per il quale rimangono soltanto alcuni accenni e tracce. Certamente intorno al 1951-52 Dossetti partecipò e condivise l’elaborazione di Balbo sulla crisi agonica della civiltà occidentale, diagnosi che non ebbe soltanto implicazioni politiche, con la fine della Sinistra cristiana nella morsa delle ideologie e dei blocchi contrapposti, ma che confluì nella definizione, sul piano storico più generale, della civiltà contemporanea come “civiltà della crisi”, di fronte alla quale non soltanto gli strumenti puramente politici ma anche la Chiesa stessa si rivela impotente”.

9. Dossetti e la crisi del Partito comunista

Nel suo discorso-testamento Dossetti dice anche di aver subito sconfitte, trasformate anche in mezze vittorie. Forse voleva alludere al famoso  e discusso episodio di Bologna.

In qualche modo, il cammino che Dossetti aveva intrapreso verso la sua vocazione, viene interrotto dalla richiesta di Lercaro di presentarsi Sindaco a Bologna. I suoi amici che lo hanno seguito sono contrari, quasi scandalizzati, quelli che erano restati nel partito secondo i suoi piani sono sorpresi titubanti e turbati.

Il giudizio storico di quell’impresa è ancora da scrivere. Le cose che sono state scritte risentono di quella atmosfera e sono caduche. In realtà accadde una fatto molto importante che inciderà molto sulla storia del Partito comunista. Forse, in questo Dossetti alludeva alle mezze vittorie.

Quando Dossetti, già destinato a farsi monaco, accettò per obbedienza l’ordine di Lercaro di candidarsi a Bologna, come indipendente, fece tutto con molta attenzione. Un libro bianco per dare un nuovo significato alla amministrazione locale (il Comune dei servizi), un programma avveniristico in cui coinvolse l’Università, le elezioni primarie per legittimare democraticamente la sua candidatura, forme nuove di partecipazione che scossero la società bolognese. Il suo non era un ritorno alla politica, ma il tentativo di ricreare in vitro un esperimento fuori della logica dei blocchi. Non credeva che fosse una cosa facile, ma avendo accettato per obbedienza di fare quel passo, lo fece alla sua maniera, adottando il metodo suggerito dalla “cultura della crisi”, che aveva funzionato alla Costituente.

Ma il Partito Comunista non capì. Reagì in maniera rozza, come faceva nei confronti dei suoi presunti nemici: lo accusò di essere un servo della Confida (alleanza delle Confederazione padronali); e poi di voler imporre ai bolognesi la sua austerità (con sole duecento lire al giorno); mobilitò il cattolico Rodano per rievocare i tempi del “Cardinal Legato” nella Bologna oppressa dal potere temporale dei Papi. Il PCI sapeva essere un partito malizioso. Togliatti venne a Bologna e fu durissimo con Dossetti, offendendolo più del dovuto sul suo sentire religioso, sulla sua obbedienza, e sulla sua sensibilità politica. Dossetti, molto colpito decise di rispondere con un discorso che oggi è praticamente sconosciuto  Dimostrò, in sede logica come l’argomentazione di Togliatti fosse un triplice tradimento. Tradimento della Costituzione, tradimento della democrazia, tradimento della classe operaia. (Ed io credo che nel profondo del cuore fosse turbato dal tradimento del metodo con cui era stata scritta la Costituzione). Non volendo essere polemico, in una piazza gremita all’inverosimile, Dossetti fece un discorso apparentemente pacato, che era invece durissimo. Mentre molti esultavano per la risposta savonaroliana, lui entrò in crisi perché si era accorto come quel suo argomentare che voleva essere distaccato e logico era divenuto tagliente ed irrevocabile. Io credo che in quel momento abbia constatato che non solo la Chiesa, ma anche il Partito comunista non erano pronti alla “cultura della crisi”. Ma nonostante la rottura di Togliatti i comunisti bolognesi si innamorarono di Dossetti, si lasciarono influenzare dal suo programma e lo premiarono con un riconoscimento cittadino che lui accettò . A Dossetti piaceva quello che lui chiamava il “senso religioso della vita” dei comunisti emiliani (ma solo degli emiliani). E diceva che gli altarini con fiori e candele che avevano spontaneamente improvvisato nelle strade per condolersi della morte di Stalin erano una manifestazione dell’ancestrale spirito cristiano che si conservava nel “popolo” comunista e che invece si era perduto nella “borghesia”egoista e materialista.

10. Attualità di Dossetti

Abbiamo commentato soltanto una parte di una vita intensa e laboriosa, abbiamo raccontato il tentativo di capire la storia da parte di un uomo che aveva in mente il rinnovamento del pensiero cristiano ed un nuovo Risorgimento: un compito speciale dell’Italia in Europa e nel mondo. Dossetti ha proseguito il suo cammino, come sacerdote, come vicario di Lercaro, come esperto al Concilio e poi come monaco in solitudine ed in preghiera.

 E’ giunto il momento di chiudere con una interrogazione dossettiana, quando nel momento del referendum sulla manomessa costituzione egli usci all’aperto con una espressione di Isaia: “Sentinella, a che punto è la notte?

Paolo Prodi scrive: “La storia si è consumata e la biforcazione tra i due piani dell’azione politica e della riflessione storica teologica, non ha più ragione d’essere. La dimensione della catastrofe si è affacciata di nuovo con la fine del mito del progresso, nelle angosce per la degenerazione dell’ambiente e per l’esaurimento delle risorse del pianeta, nelle grandi discussioni sulla vita e sulla morte. (…) Le discussioni che sono state vissute nell’impossibilità di progettare una Civitas humana che fosse nello stesso tempo Civitas cristiana possono essere viste con gli occhi di oggi come un punto di partenza, per una nuova libertà del cristiano, sia in politica che nella vita della Chiesa”.

E Suor Agnese ci rammenta un discorso del Luglio del ’93, quasi un testamento di Dossetti, che ripropone con forza la coscienza della crisi. Dossetti
diceva: “Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi … siamo tutti immobili, fissi sul presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti. Non è catastrofica questa visione, è realistica; non è pessimistica, perché io so che le sorti di tutto sono in mano di Dio (…) l’unico grido che vorrei far sentire è il grido di chi dice: “Aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali, attrezzatevi per dei rimescolamenti più radicali. Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre all’intelligenza il cuore, cioè lo spirito cristiano”.

L’insorgere impetuoso della odierna crisi italiana, non solo crisi economica, ma anche crisi del sentimento nazionale, crisi della stessa unità, crisi della idea europea e conseguente crisi della politica e dei valori morali, rende attualissimo l’appello ad un nuovo Risorgimento.

L’attualità di questo appello ci colpisce, proprio in questi giorni in cui sono in gioco i destini del paese: è evidente che la politica di oggi è regredita non solo all’antico sacro egoismo nazionale, ma addirittura ad un più dissacrante egoismo locale e di corporazione. È evidente che non si pensa più ad un compito da svolgere in Europa, nel Mediterraneo e nell’ordine mondiale. Infine alla “attesa della povera gente” si è sostituita la pretesa di arricchimento ingordo dei corrotti e dei mafiosi.

La politica è entrata in crisi e forse è necessario ricominciare  dai valori che hanno presieduto alla rinascita dell’Italia. La lezione di Dossetti alla Costituente torna di  grandissima attualità.

Quando ho preparato questa relazione non pensavo di occuparmi della parte della vita di Dossetti dedicata al rinnovamento della cultura cattolica ed al Concilio. Ma proprio un’importante fatto storico di una settimana fa (le dimissioni di Joseph Ratzinger) ci suggerisce  quanto sia di grande attualità anche la lezione di Dossetti sulla risposta che i cristiani devono dare alle domande della storia. Anche qui, per i cristiani  è l’ora ricominciare (partendo dal Concilio) un lavoro interrotto.

Bartolo Ciccardini

Giuseppe Dossetti “ Dalla Resistenza alla Costituzione” Giovedì 21 febbraio alle 16 in diretta webtv

Giovedì 21 febbraio, alle ore 16, presso la Sala Aldo Moro, si terrà  il Convegno “Giuseppe Dossetti, dalla Resistenza alla Costituzione”. Interverranno Gerardo Bianco, Presidente Associazione ex parlamentari, organizzatrice dell’evento, Giovanni Bianchi, Presidente nazionale partigiani cristiani, Bartolo Ciccardini, giornalista di www.camaldoli.org, Giancarla Codrignani, Vicepresidente Associazione ex parlamentari. L’appuntamento sarà  trasmesso in diretta webtv.

(www.camera.it)

“Un ulteriore passo verso il riconoscimento del martirio di Teresio Olivelli”

Teresio OlivelliTutte le notizie su http://www.teresioolivelli.it/

Bartolo Ciccardini in occasione della scomparsa del Generale Luigi Poli

Ho conosciuto il Generale Luigi Poli che era il comandante degli Alpini quando io ero Sottosegretario alla Difesa, negli anni ’80. Era un personaggio simpatico ed accattivante perché dimostrava una grande umanità nei suoi rapporti con i soldati e con i colleghi. Io ritengo che questa umanità gli venisse dal modo straordinario e difficile in cui aveva avuto il suo battesimo di fuoco. Era un giovane tenente che faceva parte del primo corpo del riorganizzato esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Gli alleati erano molto dubbiosi sulla volontà degli italiani di tornare a combattere. E gli italiani avevano bisogno di dimostrare la loro volontà di opporsi alla occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi.

Quel primo corpo riorganizzato aveva il materiale che aveva potuto raggranellare nel sud occupato dagli Alleati, aveva armi insufficienti, aveva un morale condizionato dalla incomprensione degli Alleati e dalle difficoltà obiettive della situazione. Chiesero di combattere e furono mandati all’assalto di una posizione, il Montelungo. Il primo giorno l’attacco non riuscì. Il secondo giorno gli italiani riuscirono nell’impresa. Conquistarono in questo modo il diritto a combattere per il loro Paese. Il generale Poli mi raccontava quanto fosse stato difficile, dopo la disperata dissoluzione dell’8 settembre, trovare la forza di combattere in mezzo a quelle difficoltà. Ma il senso del dovere, la volontà di riscatto e l’orgoglio dettero a quei giovani la forza di combattere una battaglia difficile.

La prima battaglia per la libertà dell’Italia combattuta dal nuovo Esercito Italiano. 8 dicembre 1943, tre mesi dopo il fatale 8 settembre.

Il ricordo del bravo Generale Poli si unisce alla memoria di quel combattimento del giovane Tenente Poli.

 

 

 

Da wikipedia

La battaglia di Montelungo fu il primo episodio che vide in combattimento unità militari italiane organiche a fianco degli Alleati dopo l’armistizio di Cassibile. Fu una battaglia marginale per le dimensioni e per i risultati, ma segnò la rinascita dell’Esercito Italiano dopo lo sfaldamento dell’8 settembre 1943.

I reparti

Dopo molte insistenze da parte del Comando Supremo italiano, che aveva già ottenuto l’utilizzo di varie unità navali al fianco degli Alleati, un reparto italiano venne inviato al fronte per una operazione di sfondamento delle linee tedesche. Questo reparto istituito il 27 settembre 1943 a San Pietro Vernotico (BR), che aveva la consistenza di una brigata, era stato denominato Primo Raggruppamento Motorizzato; costituito con soldati di tutte le regioni d’Italia con uniformi logore e raccogliticcie ed armato di armamento leggero (compresi mortai Brixia e mitragliatrici Breda 37) con il supporto di un gruppo di artiglieria, era stato dotato di tutti i camion che la logistica militare italiana era riuscita a reperire, e non aveva avuto alcun aiuto alleato in termini di materiali. Il raggruppamento era formato dal 67º Reggimento fanteria “Legnano”, dal 51º Battaglione bersaglieri allievi ufficiali di complemento, dall’11º Reggimento artiglieria, dal 5º Battaglione controcarro, da una compagnia mista del genio e da un’unità di servizi. La bandiera di guerra era quella della divisione Legnano. Il Raggruppamento era a disposizione del generale dell’US Army Geoffrey Keyes: guidato dal generale Vincenzo Dapino viene incaricato di partecipare allo sfondamento della Linea del Volturno.

La battaglia
Il comando alleato, per saggiare le capacità operative di questo nuovo reparto, gli assegnò un compito: attaccare e conquistare Monte Lungo, nel comune di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta.

Per opporsi alla avanzata nemica, i tedeschi avevano fatto saltare in aria il 29 e il 30 settembre varie abitazioni, la fortezza, il municipio ed il ponte sul Rava, unico passo tra la consolare Casilina ed il centro di Mignano. Il 3 dicembre gli Italiani, appoggiati da due reggimenti di fanteria ed un battaglione di ranger americani, ricevettero l’ordine di conquistare monte Lungo. L’8 dicembre, come previsto nei piani alleati, attaccarono avanzando coperti dalla spessa nebbia, ma questa venne spazzata inaspettatamente da un forte vento: il Raggruppamento, preso di infilata da postazioni laterali che gli statunitensi non erano riusciti a conquistare, così subiva forti perdite ed era costretto a ripiegare. Nei giorni seguenti furono diramati gli ordini per un nuovo attacco, con un nuovo piano di battaglia. Questi prevedeva la caduta delle principali vette del gruppo di Monte Lungo, da destra verso sinistra a cominciare da quota 950, cima Sammucro, San Pietro Infine e Monte Lungo. Preceduto da circa tre quarti d’ora di fitto tiro della nostra artiglieria, alle 9 e 15 del 16 dicembre fanti e bersaglieri italiani ripartirono alla conquista del monte. A differenza della prima volta, ora erano coperti dal 142º reggimento americano già appostato su Monte Maggiore. I tedeschi furono costretti al ripiegamento per evitare di restare isolati ed alle ore 12.30 le bandiere italiana e americana sventolavano in cima al Monte.

Addio a Luigi Poli generale e senatore.

Il generale di Corpo d’Armata e Senatore della Repubblica, Luigi Poli, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari Guerra di Liberazione (ANCFARGL), si è spento a Firenze all’età di 90 anni. La sua presenza l’8 dicembre di ogni anno presso il Sacrario Militare di Mignano Monte Lungo era una presenza costante anche quando l’età e gli acciacchi lo sconsigliavano di partecipare alla annuale commemorazione della battaglia di Monte Lungo, dalle cui balze i soldati italiani, al fianco degli alleati, iniziarono la riconquista del territorio nazionale inquadrati nel 1° Raggruppamento Motorizzato, prima unità regolare costituita dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Era presente anche lo scorso 8 dicembre 2012 insieme al Ministro della Difesa, Ammiraglio Gianpaolo Di Paola. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Claudio Graziano, unitamente a tutte le forze politiche, hanno espresso profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia per la scomparsa del Generale Luigi Poli, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed esemplare figura di fedele servitore delle Istituzioni e di guida illuminata. Luigi Poli ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per tramandare la memoria dell’attività dei combattenti delle Forze Armate regolari nei drammatici anni della guerra di liberazione tra l’8 settembre 1943 ed il 1945. Fu proprio grazie al sacrificio dei militari, e primo tra questi il vice brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, che le istituzioni italiane, opponendosi al nazifascismo, decisero di voltare pagina, gettarono le basi della futura Italia libera e democratica. Il lavoro e l’instancabile impegno del generale Poli sono stati veramente contagiosi soprattutto per i giovani i quali, grazie all’Associazione da lui presieduta, hanno potuto, scoprire e conoscere pagine memorabili scritte dalle nostre Forze Armate in uno dei momenti più bui e drammatici della storia nazionale. Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1985 al 1987, il Generale Poli entrò in Accademia nel 1942, dove, dopo aver frequentato il 1° anno dell’86° Corso dell’allora Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, all’indomani degli avvenimenti dell’8 settembre del 1943, fu protagonista della Guerra di Liberazione. Nato a Torino il 24 agosto del 1923, il Generale Poli, nella sua lunga e prestigiosa carriera, ricoprì numerosi incarichi presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e della Difesa. Dall’ottobre del 1969 all’ottobre del 1971 comandò il (ora disciolto) 6° reggimento artiglieria da montagna; dal 1973 al 1975, a Torino, fu a capo della Brigata Alpina Taurinense. Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1979 al 1980 e Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa dal 1980 al 1981. È stato Comandante del 4° Corpo d’Armata Alpino fino al 1984 prima di assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ricoprì da giugno 1985 a maggio 1987. Il Generale Poli improntò tutta la sua vita, professionale e privata, ai valori militari e allo spirito di servizio per il Paese. È stato Senatore della Repubblica nella X legislatura, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate regolari nella Guerra di Liberazione.  Nunzio De Pinto

DOSSETTI POLITICO. RESISTENZA, COSTITUZIONE E CULTURA DELLA CRISI

Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro

ore 16,00 del 21 Febbraio 2013

 

–        Gerardo Bianco, Presidente dell’Associazione degli ex-Parlamentari.

Introduzione all’anno dossettiano.

–        Giovanni Bianchi, Presidente Nazionale dei Partigiani Cristiani

Giuseppe Dossetti e la difesa della Costituzione.

–        Bartolo Ciccardini, giornalista www.camaldoli.org

La crisi italiana ed il nuovo Risorgimento.

–        Goffredo Bettini, Senatore

Dossetti e la cultura politica italiana.

Clicca qui per vedere l’invito: Invito Commemorazione Dossetti

IMPORTANTE: Istruzioni per il Convegno

Bisogna venire in giacca e cravatta.

Bisogna prenotare la propria presenza mandando nome e cognome a

partigiani.cristiani@gmail.com o ass_ex_parlamentari@camera.it

Portare con sè un documento per essere riconosciuti all’ingresso.

L’ingresso è in Piazza Montecitorio e da lì arriverete alla Sala Moro attraverso un percorso guidato.

CONSIGLIO NAZIONALE ACLI-Fap e Associazione Partigiani Cristiani

foto consiglio nazionazle Fap-acli

Mercoledì 30 Gennaio Il Consiglio Nazionale delle FAP ACLI ha dedicato i lavori alla iniziativa dei Gruppi Resistenza e Costituzione, proposta dall’Associazione nazionale Cristiani. Sono stati così presentato all’attenzione della base aclista il programma di costituzione dei Gruppi Resistenza e Costituzione, per trasmettere ai giovani la memoria, la storia ed i valori conservati dall’Associazione dei Partigiani Cristiani, Hanno presentato l’iniziativa, oltre al Vicepresidente delle Acli, Pasquale Orlando, il Presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani, Giovanni Bianchi, il Segretario Bartolo Ciccardini ed, ospite d’onore,  l’On. Rosa Russo Jervolino. Nell’occasione si è anche parlato delle altre iniziative previste: la campagna contro l’astensione dal voto, il convegno di studio su “Giuseppe Dossetti. La Resistenza e la Costituzione” (nel centenario della sua nascita) il 21 Febbraio 2013 presso la Camera dei Deputati.  Programma denso di iniziative e di attività.

 

31 Gennaio 1944 – Aldo Capitini ed il liberal-socialismo di PINO FERRARINI

CAPITININello scrivere queste pagine sulla storia dell’antifascismo perugino, ci siamo riferiti in modo particolar:e a due articoli scritti da due personaggi che hanno vissuto in proprio questa esperienza antifascista: Walter Binni, perugino , professore ordinario di letteratura italiana nelle università di Genova, Firenze e Roma, grande amico e sostenitore di Aldo Capitini e Alberto Apponi, magistrato nato a Roma ma vissuto ad Assisi e Perugia. I due articoli sono apparsi, assieme ad altre testimonianze, nella rivista mensile “Cittadino e Provincia” in un numero  speciale dedicato all’Antifascismo e Resistenza nella Provincia di Perugia.

Già con il ritorno di Capitini a Perugia nel 1933 si può parlare di una fiammella che si accendeva nel grigio di una città completamente dominata  e addormentata dai fascisti che avevano raggiunto ormai anche il pieno  consenso.

Partiamo con una definizione del personaggio fatta dal suo amico Binni: “Formidabile educatore, persuaso e persuasore”. In poco tempo riuscì a polarizzare l’attenzione  e l’interesse di un gruppo di giovani, di intellettuali e studenti sui principi in cui lui fortemente credeva che possiamo così riassumere : “ non violenza, religiosità aperta e non necessariamente cattolica, netta avversione alla dittatura fascista e ampia apertura a istanze di libertà e socialismo”.

I primi a condividere la sua esperienza furono, oltre Binni e Apponi, Averardo Montesperelli, Francesco Siciliani, Giorgio Graziosi, Franco Maestrini, Mario Frezza, Francesco Francescaglia,  Bruno Enei e altri ancora.

Si riunivano nei posti più disparati, compresa la “cella” della Torre Campanaria del Palazzo Comunale di Perugia, dove Capitini aveva vissuto la sua infanzia. Là  discutevano,confrontavano le loro idee e leggevano articoli o libri, all’epoca proibiti, che il Montesperelli e il libraio Simonelli, riuscivano a portare a Perugia. Questi incontri si arricchivano poi con numerosi contatti con personaggi antifascisti perugini o con viaggi in altre città italiane dove esistevano movimenti clandestini antifascisti: era  tutto un circolare di idee e di esperienze avverse alla cultura fascista.

Al primitivo nucleo si avvicinavano nuovi elementi come gli avvocati repubblicani Alfredo Abatini, Monteneri e Cuccurullo , il liberale  Fausto Andreani e anche il cattolico Carlo Vischia.

Importantissima fu l’adesione di personaggi più popolari come il repubblicano storico maestro Miliocchi, il libraio Luigi Catanelli, i comunisti Remo Roganti, Memo Rasimelli, Enea Todini, Tito

Comparozzi, Cesare Cardinali, Promo Ciabatti e i socialisti  Alfredo Cotani, Gino Spagnesi, Remo Mori,Tommaso Ciarfuglia e don Angelo Migni Ragni, parroco di Montebello, ex modernista ed orientato a sinistra.

La guerra di Spagna segnò un punto di partenza decisivo per gli antifascisti perugini, perché ravvivò il desiderio di una azione più organizzata e così, nello studio dell’avvocato Abatini, venne fondato un Comitato clandestino antifascista, sicuramente uno dei primi costituiti in Italia.

Iniziò così un’attività clandestina sia come diffusione di idee antifasciste e sia come collegamento fra i vari gruppi antifascisti esistenti e fu anche lì che presero forma le vecchie tendenze partitiche.

E sempre fra la fine dell’anno ’36 e inizio ’37, che fu fondato a Perugia un nuovo Movimento che nasceva proprio dall’esperienza del Capitini, il Movimento Liberal-socialista che caratterizzò l’antifascismo perugino per l’originalità del suo pensiero. Capitini, per spiegare l’ambiguità della formula, volle così definire: “ massima libertà sul piano giuridico e culturale e massimo socialismo sul piano economico”.

Il Movimento fu poi ripreso e ampliato a livello nazionale da Guido Calogero, Ugo La Malfa, Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e finì per diventare la premessa  per la nascita del Partito d’Azione. L’originalità dell’idea era la volontà di costituire un Movimento socialista:  “Tanto socialmente, quanto politicamente e giuridicamente concretato in forme di democrazia diretta, “dal basso” e  quindi sempre aperta alla libera circolazione di idee, mai chiuso in rigide strutture burocratiche ed autoritarie “ Così lo definisce Walter Binni.

Intensa divenne l’attività di questo Movimento che si sparse a macchia di leopardo in tutta Italia, grazie ai tanti contatti e viaggi che gli adepti facevano continuamente in tutto il paese, creando  così una folta rete di centri e di gruppi fra loro collegati in cui Perugia rimaneva sempre il punto di riferimento. Perugia fu così frequentata da molte personalità della cultura  e dell’antifascismo come La Malfa , De Rossi, Bobbio, Di Ruggero , Piero Calamandrei, Gianni Pintor, Lombardo Radice  e tanti altri.

Molto importante per favorire questi incontri fu anche la costituzione  dell’Istituto di Studi Filosofici, fondato e presieduto da Averardo Montesperelli. Questo Istituto nacque  il 7 dicembre 1940 come  sottosezione dipendente dalla Sezione fiorentina ed aveva lo scopo di promuovere studi e ricerche filosofiche mediante conversazioni, conferenze e altre iniziative ed era aperto agli insegnanti di filosofia delle scuole  della Provincia, ma anche ai cultori di studi filosofici. Nel Comitato organizzativo si ritrovava la maggior parte dei frequentatori dei corso di Capitini da don  Angelo Migni a Giuseppe Granata, Ottavio Prosciutti, Bruno Enei e Ciabatti. Lo stesso Capitini era nel Consiglio di Presidenza con Granata e  Mencaroni. Erano loro a scegliere gli argomenti e i relatori. Anche questi incontri avvenivano nei posti più disparati a cominciare dalle stessa case di Montesperelli e Apponi, al laboratorio di Cantarelli o nel deposito di legnami di Todini e perfino nella già citata celletta del campanile del Municipio.

Con queste duplici attività il gruppo di antifascisti si allargava sempre più , soprattutto per l’adesione che davano i giovani comunisti come Ilvano Rasimelli, Ciabatti,  Piera Brini, Lanfranco Mencaroni, Massimo Mori, Erminio Covarelli, Pio Baldelli, Ferdinando Roisi Cappellani.  Moltisimi di questi giovani si ritrovarono poi nelle formazioni partigiane della Resistenza Umbra. e  Ciabatti, come il giovane Mario Grecchi, ci lasciò la vita.

Il centro Studi di Montesperelli che dipendeva dal Ministero dell’Educazione Nazionale, aveva a Perugia un pericoloso avversario, creato dal fascismo proprio per controllare le iniziative culturali perugine, cioè L’Istituto di Cultura Fascista. Quando i fascisti si accorsero che l’Istituto di Filosofia invitava  a tenere le relazioni, troppi personaggi chiaramente antifascisti, come Bobbio, Di Ruggero, Calogero ed altri, cominciò a tenerlo sotto osservazione e il Centro di Cultura Fascista tentò di incorporarlo nelle sue attività, ma Montesperelli fu bravo a difendere l’indipendenza dell’Istituto sostenendo che i due Istituti dipendevano da due  diversi ministeri. Tuttavia, anche se riuscì a liberarsi delle attenzioni dell’Istituto di Cultura Fascista,non riuscì a liberarsi delle  grandi ondate di arresti che i fascisti fecero nel ’42 con le quali misero in prigione per ben due volte Capitini, Granata, Prosciutti e tanti altri giovani: così il 2 maggio del 1943, l’Istituto di Montesperelli tenne la sua ultima conferenza.

Intanto i partiti avevano preso il sopravvento sui Movimenti e il gruppo legato a Capitini  e Montesperelli si disperse: Quelli di tendenza comunista passarono al PCI, altri come Apponi preferirono iscriversi al Partito d’Azione e altri ancora, come Binni e Montesperelli scelsero il rinato Partito socialista.  Capitini preferì non aderire a nessun partito e rimase con i suoi Centri di Orientamento Sociale ( COS)  ispirati al suo liberal-socialismo.

Battaglia contro l’astensionismo

I Partigiani Cristiani, riunitisi in Congresso a San Donato Milanese il 23-24 Ottobre 2012, hanno deciso di intraprendere una battaglia contro l’astensionismo. Il XVI Congresso ha approvato all’unanimità un appello a tutte le Associazioni democratiche, con particolare riferimento alle Associazioni cattoliche, per combattere l’astensionismo e l’antipolitica. Non si può rinunciare ad un diritto la cui conquista è costata la vita a migliaia di giovani: l’astensionismo è da considerare come una fuga. Andare a votare non è solo l’esercizio di un diritto, ma è anche un impegno per la difesa dei valori della Resistenza, che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione.

(CON UNA VIVA PREGHIERA DI DIFFUSIONE NEL MESE DI FEBBRAIO)

Discorso ai giovani di Cerreto d’Esi di Bartolo Ciccardini

In occasione dell’evento di sabato 26 gennaio alle ore 10.30 con le due terze della scuola secondaria
“Melchiorri” di Cerreto, Luca Maria Cristini presenterà il suo libro “Mosè Di Segni
medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944)”. bartolo Ciccardini ha scritto il seguente messaggio ai giovani di Cerreto d’Esi

Carissimi giovani e ragazzi di Cerreto d’Esi,

voi avrete spesso sentito parlare della nostra Costituzione e avrete anche sentito dire che la nostra Costituzione è fondata sulla Resistenza, vale a dire sulla lotta degli italiani per riconquistare la libertà e la dignità. Il concetto fondamentale della dittatura, di tutte le dittature, è che lo Stato viene prima della persona umana e che per far trionfare lo Stato si possa reprimere ed offendere la persona umana.

Questo concetto portò a numerosi errori, alla guerra, alla distruzione stessa del nostro Paese che venne duramente assoggettato da un’occupazione straniera che riteneva di poter condannare a morte chiunque le resistesse.

Coloro che si opposero sia con la lotta armata, sia col dare il rifugio ai perseguitati, sia col mantenere alta la dignità della vita umana, inaugurarono un patto nuovo fra gli italiani. Le forze politiche democratiche uscite da questo crogiuolo si trovarono d’accordo nell’affermare nella nostra Costituzione che la persona umana e la sua dignità vengono prima dello Stato. E la nostra Costituzione con i suoi principi fu approvata quasi all’unanimità.

Per questo diciamo che la Costituzione è basata sulla Resistenza.

Io ho raccontato in un piccolo libro l’atteggiamento forte, coraggioso e dignitoso dei cerretesi in questo difficile periodo. Lo storico Pietro Scoppola, ha scritto: “Vi è nella esperienza di questo paese (Cerreto d’Esi) una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi” e non saranno di fatto irrilevanti per un’opera di ricostruzione della convivenza civile. (…) Un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista come elemento di salvaguardia di valori fondamentali, di convivenza e di rispetto della persona umana”.

A questo proposito voglio citarvi le ultime righe del mio racconto: “Una comunità intera che volontariamente rifiuta di obbedire ad un’occupazione ingiusta, che sostiene una “sua” formazione armata che la mette in condizioni di operare imprese militari notevoli e che nel frattempo organizza la sua sopravvivenza, che cerca di mantenere le caratteristiche di una società civile, in un momento in cui non esiste più un’autorità costituita ha il diritto di chiamarsi Repubblica. La piccola, straordinaria, modesta Repubblica libera di Cerreto d’Esi”.

Bartolo Ciccardini

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