ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Saluto ai combattenti di Cerreto d’Esi

Roma 02/11/2012. Il giorno dei Combattenti di Cerreto d’Esi

Cari Combattenti cerretesi,
Quando ero un ragazzo mi fermavo molto spesso di fronte alla nostra bella lapide per i caduti, che allora era affissa sulla parete del Comune vicino all’arco di Belisario, esattamente sopra la macelleria dei fratelli Boccadoro e sopra l’ufficio dell’esattore delle tasse. Mi piaceva molto rileggere tutti quei nomi e tutti quei cognomi cercando di immaginare chi fossero quei ragazzi e quale fosse il doloroso ricordo delle loro famiglie. Era un esercizio difficile perché, non essendoci scritti i soprannomi, non era facile identificarli.
Cercavo di immaginare questo ragazzi. Pensavo a come avessero sofferto le loro mamme, i loro padri, i loro fratelli. Solo più tardi ripensando a questa impressione infantile mi resi conto di quanto fosse grave il peso che il nostro Cerreto aveva sopportato: un numero così grande di caduti (senza considerare anche i feriti ed i mutilati) in proporzione ad un paese così piccolo. La seconda guerra mondiale non è stata causa di un numero così forte di vittime, come lo era stata la prima. Ed un numero così elevato di sacrifici, coinvolgeva per la prima volta una piccola comunità pacifica che era stata per secoli lontana dalle grandi guerre.
Oggi le ricerche storiche hanno dimostrato che la condotta della guerra fu molto crudele, perché non metteva in conto il peso dei sacrifici ed il numero delle vittime. Era una guerra nuova, nella quale si usavano armi moderne, nella quale la mitragliatrice aveva eliminato lo scontro diretto fra schiere inquadrate ed aveva trasformato le battaglie campali in guerra di trincea.
E siamo rimasti abbarbicati alle trincee cercando di rompere il fronte nemico sul Carso, con gli assalti alla baionetta, con l’uso delle bombe a mano, cercando di tagliare i reticolati nemici con le cesoie. Dopo la guerra ci fu una forte impressione, nel sentimento della gente, per quel modo di condurre la guerra, anche se, dopo Caporetto, le condizioni dei combattimenti erano molto migliorate. Sul Piave e sul Grappa dovevamo difenderci ed allora, con le mitragliatrici, era più facile resistere che non attaccare.
Oggi posso immaginare il sentimento profondo che poteva esserci in un paese agricolo abituato al lento procedere delle stagioni, allo scorrere pacifico dei lavori e delle feste in un’atmosfera tranquilla e sonnolenta. Il prezzo pagato era stato pesante ed aveva sconvolto la vita di tutto il Paese.
Tuttavia, sia sul piano nazionale, sia nel nostro piccolo paese, era successo qualcosa di grande. Il popolo italiano che per la prima volta nella sua storia affrontava un grande conflitto, finalmente unito dalle Alpi alle isole, come non era stato mai prima, per la prima volta trovò nella sciagura la sua ragion d’essere. Per la prima volta nel ricordo dei caduti ci sentimmo tutti italiani.
A Cerreto, per tradizione si onoravano con amore e cerimonie i defunti. Da questo momento le fotografie dei giovani caduti apparvero circondate di fiori nelle tombe familiari. Il lutto per la perdita delle giovani vite diventò qualcosa che univa le famiglie alla Chiesa ed i piccoli paesi alla Patria.
La Festa dei Combattenti è, in fondo, la memoria di questa Patria conquistata con grande sacrificio. Nel primo dopoguerra nacque questo culto della memoria. Questa solidarietà operante che divenne anche una delle caratteristiche di Cerreto.
Ebbe fasi diverse. Nei primi anni il combattentismo era attivo, democratico e patriottico e rivendicava con forza i diritti dei combattenti a vedere riconosciuti i diritti sociali di cittadinanza conquistati in trincea. Più tardi si identificò con il fascismo, che divenne a modo suo una forma di combattentismo e che usò questo sentimento per tenere untiti gli italiani. Ricordo che una volta, ad una festa dell’uva, i combattenti fecero un carro in cui appariva un elmetto della prima guerra mondiale fatto con i chicchi dell’uva. Era molto bello e molto significativo che questo tema del lavoro si unisse al senso del sacrificio per la Patria. Del resto, anche nel rito cattolico, il vino, frutto del lavoro, diviene la materia per ricordare il sacrificio di Gesù sulla Croce.
Ma c’era anche un modo diverso di ricordare la guerra combattuta. Era nei racconti dei reduci. Mi ricordo da ragazzo che mi infilavo nella bottega di Lino Bruzzichesi, il falegname che lavorava fino ad ora tarda, nella piazzetta Ciccardini , prima della vendemmia per riparare le bigoncie. E la sera si ritrovavano da lui i suoi amici ad aiutarlo ed a raccontarsi la guerra.
Quegli uomini ancora giovani raccontavano la loro guerra, la loro grande esperienza, che aveva sconvolto la loro vita. Erano partiti da un Paese da cui ci si allontanava malvolentieri, avevano corso pericoli inauditi, ma i loro racconti erano pacati e nostalgici. Non erano racconti di battaglia e di morte, ma racconti di amicizie perdute, di storielle militari, di ufficiali attenti e severi come padri, di sottoufficiali carogne che bisognava trattare con circospezione, di episodi senza importanza, ma che erano stati, per loro, esperienza di vita.
Era il ricordo buono di un’avventura di giovani, che erano usciti perla prima volta dal loro piccolo paese per combattere per una Patria più grande, che molti conoscevano per la prima volta. Ricordi in cui non si parlava volentieri della morte e dei caduti.
Anche nella mia famiglia il ricordo della guerra era molto silenzioso. Il figlio più grande, che si chiamava Bartolo Ciccardini , come me, era morto da soldato, un anno prima della guerra, nel 1914. Ricordo mia nonna, sempre vestita di nero per quel lutto che durò tutta la vita. Mio zio Giovanni era stato fatto prigioniero dopo un assalto sul Carso in un contrattacco degli austriaci. In realtà non erano austriaci, erano slavi ed egli fu portato in campo di concentramento in Serbia. Da lì scappò via e ritornò a casa a piedi. Non ne parlava volentieri. Mio padre, Pietro era partito a 17 anni ed era arrivato al fronte, impiegato in un’improvvisata seconda linea di resistenza italiana sul Monte Grappa. Se il Monte Grappa avesse ceduto, l’ultima linea di difesa sarebbe stata composta da questi bambini che avevano indossato i calzoni lunghi per la prima volta per andare alla visita chiamata militare.
Questa esperienza aveva cambiato il ritmo nella vita delle famiglie, aveva insegnato modi nuovi di stare insieme, di sentire insieme il sentimento di Patria, di unità e di solidarietà. In questo modo era nata un’Italia diversa.
Il fascismo usò molto il ricordo e la passione dei combattenti per affermare la sua supremazia ed il suo modo politico di sentire l’Italia e per questo trovò il consenso del popolo italiano.
Questo grande tesoro che era stato affidato a loro fu gettato senza intelligenza in una guerra impossibile. Il sentimento dei Combattenti della seconda guerra mondiale era diverso. I giovani che tornavano a casa l’8 settembre sentivano forte il peso di questo errore e fecero di tutto per cancellarlo. Avevano combattuto con fedeltà e con onore, con coraggio in situazioni di terribile inferiorità, sapevano di avere affrontato senza preparazione una guerra impossibile e dolorosa.
Io ho scritto in un piccolo libro la storia cerretese di questo distacco e di questa riconquista. Un distacco doloroso da una Patria perduta ed uno sforzo perché la sventura non diventasse barbarie, stravolgimento della vita civile.In parte siamo riusciti ad ottenere questo risultato, ma qualche volta non ci siamo riusciti.
Ma anche nel ricordo della guerra impossibile non venne mai meno l’amore per i caduti e la riconoscenza per il loro sacrificio.
È cominciata così un’altra storia per costruire un altro Paese superando tutte le difficoltà, andando a lavorare all’estero, cambiando mestiere, riuscendo a costruire un piccolo grande miracolo economico, morale e politico. La memoria della guerra, il sacrificio dei combattenti, ci ha aiutato. Abbiamo ricordato coloro che avevano combattuto bene anche quando sapevano che la guerra non era ben diretta, che gli alleati non erano quelli giusti. Ma il sacrificio ed il coraggio con cui venivano affrontate quelle difficoltà erano quelli giusti, quelli che sarebbero serviti all’Italia per risorgere. Dopo la prima guerra mondiale potevamo festeggiare la vittoria. Dopo la seconda guerra mondiale, potevamo ricordare il sacrificio generoso senza vittorie. Ma in nome di quel sacrificio abbiamo ricostruito l’Italia ed alla fine siamo riusciti a rifondare una Patria unita più grande e più forte e più rispettata nel mondo, di quella che avevamo perduto l’8 settembre.
Ora il nostro Paese è di nuovo in difficoltà ed il compito dei combattenti di allora non è solo quello di ricordare i caduti ed i sacrifici, ma quello anche di tramandare ai giovani la forza, il coraggio e le speranze dei momenti difficili.
Perché l’Italia non perda il patrimonio messo insieme da coloro che ci hanno preceduto.
Con affetto filiale, Bartolo Ciccardini

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