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Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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30 Gennaio 1944: Anniversario Battaglia di Albacina

Il 30 Gennaio, il comandante Agostino esegue una azione di sabotaggio presso la stazione di Genga: viene danneggiato un piccolo ponte ed interrotta la linea ferroviaria. Questo sabotaggio permetterà alla formazione di compiere una grande impresa: l’azione partigiana alla stazione di Albacina del 2 Febbraio, definita (dalla “Relazione: I militari..” op. cit. pg 88) “un episodio di notevole importanza militare, che si può dire unico nel corso della Resistenza”.

Un treno, che trasporta giovani reclutati a forza e diretto al Nord (forse in Germania), scortato da soldati tedeschi è costretto a fare sosta alla stazione di Albacina, per la precedente interruzione della linea a Genga. Informatori di Albacina portano la notizia a Poggio San Vicino.

In un abboccamento tra i partigiani del San Vicino e quelli di Fabriano si decide l’attacco al treno per la stessa notte del 2 febbraio. Il gruppo San Vicino attaccherà alla testa del convoglio, il gruppo di Fabriano attaccherà alla coda. Il segnale, piuttosto impreciso, è il lancio di una bomba a mano. Infatti nessuno dei due Gruppi poteva avere  certezza di essere puntuale all’appuntamento. Nonostante la difficoltà dei collegamenti, la sorpresa riuscirà. Il nucleo principale dell’operazione è composto da quindici uomini che scendono dal San Vicino lungo la strada della Venza, attraversano la provinciale Settempeda all’altezza della “Figuretta”, attualmente presso la sede dello stabilimento Merloni. Traversano la ferrovia all’altezza del passaggio a livello di Monte Rustico e guadano il fiume Esino dopo “Le cune”. A quel punto il fiume aveva pochissima acqua per una deviazione del flusso a scopo industriale. Seguono lo stradello lungo la sponda sinistra del fiume, fino al congiungimento col fiume Giano e si vengono a trovare alla testa del convoglio che è collocato nel binario più lontano dalla stazione di Albacina.

Segue un lancio di bombe a mano a cui corrisponde un lancio da parte del gruppo di Fabriano che si era appostato in coda al convoglio. Faceva parte del Gruppo di Fabriano il giovane partigiano Angelo Falzetti, oggi Presidente dell’Anpi di Fabriano

La mossa è fortunata perché disorienta la scorta tedesca che non ha sufficienti vedette ed  è mal disposta nella difesa del convoglio. La sorpresa ha successo. Scompaginata e con ordini contrastanti la scorta, dopo aver subito perdite, si dà alla fuga. Le numerose reclute vengono condotte alla Porcarella. Il Salvadori parla di settecento uomini, ma il comandante Agostino stima che fossero circa cinquecento. La maggior parte ritornò a casa dopo diversi giorni, ma molti rimasero ad ingrossare le file della formazione.

L’azione militare è semplice e lineare, condotta con audacia ed accortezza. E’ anche fortunata perché permise di liberare e di sottrarre al nemico una forza considerevole di uomini. Il risultato può essere considerato sorprendente. Fu anche catturato materiale militare molto importante, fra cui una mitragliatrice Breda 22 che si rivelerà decisiva nella battaglia di Chigiano.

In tutte queste azioni partigiane è difficile valutare le perdite del nemico, perché gli attaccanti dovevano subito abbandonare il terreno dello scontro. Alle prime ore del mattino arrivarono truppe tedesche che raccolsero i morti ed i feriti. I partigiani persero un uomo al primo assalto. Una bomba a mano aveva tranciato un cavo della corrente elettrica in cui inciampò un giovane, Attilio Roselli che morì fulminato. Altri vi sarebbero incappati, se non fosse stato subito collocato un uomo a segnalare il pericolo. Ercole Ferranti fu abbattuto da una raffica di mitra della scorta.

(tratto dal libro di Bartolo Ciccardini: “La Resistenza di una comunità. La Repubblica autonome di Cerreto d’Esi”).

Massimo Gizzio, il coraggio dello studente partigiano

Quello che colpisce, in questi giorni dedicati alla Memoria, non è la volgare vigliaccheria di chi cerca invano di infangarla, ma l’abisso di ignoranza che questi atti tradiscono. Anche per questo diventa due volte importante ricordare quel che è accaduto. Ed è fondamentale che non si perda la riconoscenza nei confronti di coloro che furono capaci di combattere allora gli occupanti nazisti, le colpevoli complicità fasciste, l’ignavia di molti. Oggi pomeriggio nella sala della Protomoteca, in Campidoglio, Roma rende onore a una giovane vittima di quei giorni di barbarie, Massimo Gizzio, ferito a morte dai fascisti, che gli spararono alle spalle il 29 gennaio 1944. Non aveva ancora 19 anni Massimo e viene quasi naturale chiamarlo così, solo col nome, come si fa con ogni ragazzo della sua età. Era nato a Napoli, il 1° agosto 1925, ma nel 1928 la famiglia si trasferì a Roma, al seguito del padre, dirigente dell’Istituto nazionale delle Assicurazioni. E non ne aveva ancora 17 quando, nel 1942, ottenne la maturità classica al liceo Tasso con il massimo dei voti. La sua scelta antifascista si compie in quegli anni di studio, a partire dalla ripugnanza per le leggi razziali e dalle rivendicazioni di quella libertà asfissiata da decenni di regime mussoliniano. Massimo frequenta la parrocchia di San Roberto Bellarmino, ma entra presto in contatto con la Resistenza. Nel 1943 viene arrestato e – come d’uso – torturato dalla polizia fascista. Riesce a resistere – e a non rivelare un nome o un dato che potesse danneggiare i compagni – fingendosi pazzo. Riconquista la libertà dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio. L’inverno dell’occupazione nazifascista lo trova in prima linea nell’organizzare il movimento degli studenti che affianca la Resistenza. È lui, matricola di Giurisprudenza, ad organizzare i primi scioperi alla Sapienza, legando il suo nome a quello di coetanei come i futuri registi Carlo Lizzani e Luigi Magni, a professori come Pilo Albertelli, Don Paolo Pecoraro e Renzo Lapiccirella. Subito dopo lo sbarco degli alleati sulle spiagge tra Nettuno e Anzio, il 22 gennaio 1944, proprio Massimo Gizzio e Carlo Lizzani promuovono lo sciopero della Sapienza il 24 e quello del liceo «Dante Alighieri» di via Ennio Quirino Visconti, proclamato per il 29 gennaio. Per difendere le scuole, che i fascisti volevano chiudere, e impedire la razzia da parte dei tedeschi di giovani da portare al nord. Come ha scritto Felice Cipriani «Massimo Gizzio era consapevole di assumersi una grande responsabilità e lo fece con determinazione». Dieci anni fa venne allestita a Roma una mostra sulla «Resistenza studentesca nella Capitale» e in quella occasione venne pubblicato un piccolo a prezioso libro «Massimo Gizzio, uno studente per la libertà», a cura di Lorenzo Teodonio, cui dette il suo contributo la sorella di Massimo, Maria Luisa. Quelle pagine ci consentono oggi di ripercorrere quelle ore drammatiche. Lo sciopero del «Dante Alighieri» ebbe successo, quasi tutti gli studenti abbandonarono le aule nonostante l’opposizione del preside Ladogna. Mentre davanti al liceo si ritrovavano studenti di altre scuole e universitari, arrivarono un gruppo di fascisti. Furono loro a sparare contro i ragazzi. Massimo Gizzio, che stava arrivando da piazza Cavour, fece appena in tempo a rendersi conto di quanto stava succedendo e cercò di allontanarsi verso via Valadier. Ma un attimo prima di svoltare l’angolo e mettersi al riparo, venne colpito alle spalle. Massimo Gizzio è morto il 1° febbraio, dopo due giorni di agonia, «perdonando i suoi assassini» raccontò il suo confessore. Ad assolverli in un aula di tribunale, anni dopo penserà la vigliacca ipocrisia di una giustizia che aveva fretta di liberarsi di fascicoli scomodi. Tra i tanti che preferirono voltare la testa, Massimo Gizzio resta un esempio di coraggio ed è a questi esempi che dobbiamo la nostra democrazia. Ed è giusto che oggi in Protomoteca, nella giornata promossa dal «Comitato Massimo Gizzio» e dall’Associazione nazionale partigiani, accanto agli studenti di oggi del liceo «Dante Alighieri» ci siano l’orchestra e il coro della scuola media «Giuseppe Giacchino Belli», guidati dai loro insegnanti. Tra loro c’è anche il violinista Marco Quaranta. Lui che di Massimo Gizzio è un nipote che quel ragazzo non ha potuto conoscere.

Fallai Paolo

(pubblicato su Corriere della Sera 30 gennaio 2014)

Ogni generazione rilegge la storia

Alcuni amici ci hanno scritto domandandoci se fosse giusto ritornare ai temi della Resistenza ed alle polemiche che essi contengono e ripropongono. Noi riteniamo che non si tratti di rinnovare una polemica o di precisare fatti accaduti. Ma si tratti invece di un’altra cosa naturale e necessaria: quella di valutare quegli avvenimenti con gli occhi di oggi, perché la storia è sempre attuale per tutte le generazioni.

A questo proposito, ad una di queste lettere abbiamo così risposto: “Caro amico, ogni generazione deve rileggere la storia.

I comunisti hanno tentato di dare una loro versione della Resistenza perchè questo giudizio storiografico e quindi politico, li legittimava ad essere coloro che avrebbero sostituito il fascismo. Il 18 Aprile dimostrò che non avevano maturato questo diritto. L’associazione dei Partigiani Cristiani fu fondata da Mattei, che conosceva bene le vicende, essendo uno dei capi, per rivendicare la presenza dei cattolici e dei democratici cristiani.

La resistenza dei comunisti era più organizzata e più esperta. Loro avevano già un apparato clandestino ed una esperienza maturata in Spagna. Usavano anche uno strumento politico (il commissario politico) che le altre formazioni non avevano. Erano forse il gruppo più combattivo, ma non il più numeroso. I cattolici si appoggiavano più ai militari ed avevano una diversa strategia nella salvaguardia della popolazione e non avevano una struttura politica accanto alla struttura militare. Spesso si dichiaravano apolitici, ma il termine era sbagliato perche volevano dire che non rispondevano ad un partito (e quindi apartitici) ma il fatto che fossero antifascisti era già un forte connotazione politica. I comunisti li accusavano di attendismo. In realtà i cattolici furono il tessuto della resistenza civile che era il consenso senza il quale non  si poteva svolgere l’azione partigiana. Così si evitarono conflitti che sarebbero stati gravissimi, anche se ci furono comunque episodi gravi.

Liberata l’Italia ci furono diverse interpretazioni sulla fine della Resistenza. Anche dentro il Partito Comunista ci fu una tendenza favorevole ad un processo democratico ed una che si preparava ad una seconda spallata. E su questo ci si divise.

Per noi il filo legittimo della storia è Resistenza, Repubblica, Costituzione e scelta democratica occidentale.

Le brigate rosse hanno ripreso il tema di una Resistenza da completare contro la DC. Ma anche in molti altri, la non accettazione del 18 Aprile, fa dare una interpretazione unilaterale alla Resistenza.

Anche l’ANPI che ufficialmente ha una corretta posizione unitaria è afflitta da corpuscoli che ritengono vera Resistenza quella dei comunisti e attendismo opportunista quella dei cattolici.

Anche i cattolici hanno commesso l’errore di non dare il giusto peso alla loro Resistenza, considerandola un contributo necessario, ma da dimenticare al più presto per non indebolire la difesa dal comunismo. Però, venuto meno il comunismo, emerge una nuova lettura della storia: quella della riconquista della dignità civile dell’Italia, compromessa dalla guerra fascista e dalla sconfitta, con il valore della Resistenza armata e con la dignità con cui il popolo italiano, nella Resistenza civile, si oppose all’imbarbarimento.

Quella pagina va riletta perché il problema politico di oggi è quello di combattere contro un nuovo e grave imbarbarimento.

(BC)

Don Giovanni Barbareschi: un prete ribelle per amore

Speciale TGR su Don Giovanni Barbareschi (Aquile Randagie), un prete ribelle per amore sempre dalla parte della vita e della libertà

La Resistenza fondamento della nostra identità nazionale. Il progetto dei Partigiani Cristiani.

È cosa nota che la storia serva soprattutto ai moderni: ogni generazione riscrive la storia secondo i suoi bisogni e le sue necessità.

Il 70° anniversario della Resistenza Italiana è una grandissima occasione per riscrivere la storia della Resistenza. L’Italia attraversa una crisi che non è solo economica, ma è anche crisi di identità. La comunità italiana che ha perduto la fiducia nelle istituzioni democratiche, è assediata da egoismi bizzarri e fanatici che mettono a rischio la sua vocazione e le sue scelte di civiltà.

Quindi è una occasione straordinaria questa di rivivere con passione e con curiosità un periodo di grandissima crisi dell’identità italiana: un paese distrutto dalla guerra, percorso da tutti gli eserciti del mondo, aveva perduto la coscienza di essere un popolo unito ed uno Stato indipendente. Come fecero gli italiani di allora a ritrovare la loro identità, la loro vocazione, la loro coscienza civile e religiosa, al punto di saper affrontar egli oppressori, di riconquistare con sacrificio la fiducia degli alleati, di ricomporre una unità necessaria delle forze politiche, di darsi una Costituzione ed di iniziare un cammino democratico che nel giro di venti anni l’avrebbero portati ad essere la quinta potenza mondiale e a fondare l’Europa?

La storia della Resistenza è stata già scritta ed abbiamo una immensa storiografia. Giustamente è stata data una precedenza necessaria alla reazione armata contro l’invasore, perché questo era allora il punto di partenza di un nuovo Risorgimento e questo serviva alla prima generazione democratica.

Nelle generazioni successive si sono fatte vive altre esigenze. Dando la priorità alla risposta armata si è fatta una polemica forse inutile contro l’attendismo, ossia l’atteggiamento prudente dei dirigenti della Resistenza civile, mettendo in ombra  sia il valore della Resistenza dei corpi militari, sia il valore della Resistenza nei campi di concentramento, sia l’eroismo quotidiano  nel non lasciarsi imbarbarire dalla violenza. Nelle generazioni successive si è cercato di superare l’abisso della guerra fra italiani su opposte sponde cercando una necessaria pacificazione ed in questo tentativo si è cercato di capire la “scelta sbagliata” e di ridurre i fatti della Resistenza ad una guerra civile fra due minoranze il cui destino era comunque nelle mani delle potenze vincitrici. Questa interpretazione che pretendeva di essere pacificatrice non ha certo risolto il problema dell’unità nazionale, ma ha solo riportato in circolo gli errori profondi dei totalitarismi che hanno distrutto  l’Europa.

Oggi nel momento in cui affrontiamo il vero problema dell’identità nazionale, credo che vada riscritta la storia della Resistenza tenendo presente quel valore civile diffuso, che indicava una direzione   morale non attendista, non indifferente, ma basata su una scelta di civiltà: l’appartenere  ad una nazione che aveva dignità, che voleva riparare ai suoi errori, che voleva darsi un avvenire pacifico. E a questo eroismo civile, per cui i Partigiani cristiani si chiamarono “ribelli per amore”, bisogna ispirarsi per dare una motivazione ideale alla nostra ultima generazione.

Ricostruire storiograficamente questi valori significa anche ricordare che la Resistenza non finì il 25 aprile del 1945,  ma continuò nelle conquiste democratiche della Costituente e del 18 aprile. In momenti difficili della nostra storia, negli anni di piombo si tentò di mostrare che la Resistenza non era finita, ma che anzi essa andava ripresa contro la Democrazia Cristiana e contro le istituzioni democratiche. Il terrorismo insanguinò il nostro paese ed il sacrificio di Aldo Moro non fu un atto conseguente alla Resistenza ma piuttosto  in una nuovo e terribile ritorno del fascismo. Ritornare al sentimento civile e popolare della Resistenza è il modo giusto per intravedere uno sviluppo ed una crescita della società italiana e delle istituzioni della nuova Europa. Questo si può fare solo richiamandosi ai valori e agli ideali dei Partigiani Cristiani, non per riaprire polemiche, per separare le memorie della Resistenza, ma per dare contenuti alle motivazioni della giovane generazione, per farla partecipe ad un progetto di identità nazionale.

La fondazione di un’Europa federale che contribuisca alla pace del mondo sarà il tema vero dei due anni di studio e di ricerche del progetto “La Resistenza, fondamento della nostra identità”, presentato dai Partigiani Cristiani alla Presidenza del Consiglio per le celebrazioni del 70° Anniversario.

Non saranno soltanto due anni di studio, ma anche due anni di animazione per ritrovare il cammino dell’Italia nello spirito civile della Resistenza degli italiani.

Parte descrittiva del programma

L’ANPC (in base Art. 1, comma 2, lettera A, punto 1 dell’Avviso per la selezione di progetti per il 70° Anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione) presenta un progetto volto alla conservazione, alla valorizzazione della memoria ed alla divulgazione della conoscenza degli eventi che portarono alla liberazione dal nazi‐fascismo e alla rinascita della democrazia in Italia e in Europa. (con una particolare attenzione al contributo della componente del movimento resistenziale che muoveva da una coscienza e da ideali cristianamente ispirati).

Caratteristica innovativa del progetto è la creazione di uno strumento operante grazie alla rete Web – aperto e aggiornabile nel tempo ‐ capace di assolvere alla funzione di archivio, di elaborazione di studi e di comunicazione, che raccolga, organizzi criticamente e proponga in rete fonti bibliografiche e testi, documenti d’archivio, dibattiti ed audiovisivi legati alle vicende della lotta di liberazione.

Sarà realizzata una Piattaforma open source, rispondendo a tutti i più avanzati standard descrittivi e tecnologici, con particolare riguardo alla integrazione e interoperabilità con il patrimonio culturale digitale nazionale ed internazionale.

Tale strumento offrirà anche la possibilità di promuovere e valorizzare nel tempo tutte le iniziative istituzionali e culturali organizzate in occasione del 70.mo anniversario della Resistenza, ospitandone e mettendone in consultazione i programmi e i contenuti, soprattutto quelli di carattere audiovisivo e multimediale.

Per la realizzazione dell’impianto multimediale, il progetto si avvarrà del contributo dell’Istituto Luigi Sturzo ‐fondazione culturale principale depositaria della memoria del movimento cattolico in Italia e fortemente vocata all’applicazione delle nuove tecnologie e dell’Archivio storico dell’ENI, oltre alla partnership scientifica di alcune istituzioni e associazioni fortemente radicate nella società civile e orientate alla formazione della cultura e della coscienza democratica del Paese, come le ACLI, la LUMSA, l’Istituto Alcide De Gasperi di Bologna.

L’accumulazione dei contenuti incomincerà con la organizzazione di Tre Eventi Mediaticodidattici che – ispirandosi alla ricorrenza del settantesimo anniversario – saranno realizzati nei luoghi e lungo il percorso della memoria storica della Resistenza e della liberazione che va dal Gennaio 1944 al 25 Aprile 1945. Il primo, a giugno 2014, si terrà a Roma (o località del centro Italia); il secondo nell’autunno del 2014, a Parma (o località a cavallo della linea gotica), a rievocare la lotta lungo la linea gotica; il terzo ad aprile 2015 a Milano (o località teatro di Repubbliche Partigiane), teatro dell’atto finale della liberazione.

I temi delle Lectio Multimedialis:

1‐ Il significato del sacrificio delle centinaia di sacerdoti uccisi, considerati non come episodi singoli, ma come complessiva repressione dei capi naturali di una Resistenza civile.

2‐ La nascita della coscienza europea durante la Resistenza. Un ideale di pace e di ricomposizione della civiltà europea. Sarà un’occasione per ricordare il contributo italiano al progetto europeo durante la Resistenza in concomitanza col semestre della Presidenza italiana della Comunità Europea (luglio‐dicembre 2014).

3‐ Il ruolo essenziale delle donne nella Resistenza. Recuperare il contributo di dignità civile e di pietà cristiana che creò le condizioni indispensabili per la resistenza armata, aspetto finora trascurato nel giudizio storiografico.

La piattaforma resterà a disposizione anche per tutti i contributi su supporto informatico e di carattere multimediale che verranno da parte delle associazioni, degli studiosi e delle memorie personali nel corso del 70° anniversario e nel futuro.

Il Comitato scientifico del progetto sarà composto da Giampaolo D’Andrea (docente di storia economica presso l’Università della Basilicata), Agostino Giovagnoli (docente di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore) Francesco Malgeri (professore emerito di Storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma) Prof. Andrea Ciampani (Docente di Storia contemporanea LUMSA), Domenico Cella (Direttore Istituto De Gasperi di Bologna), Roberto Rossini (Ufficio Studi ACLI) e Paolo Acanfora (Ricercatore Istituto Sturzo).

QUEL NATALE DEL 1943 A CORINALDO di Angelo Sferrazza

E’ stato difficile raccontare alle figlie quel Natale di settanta anni fa: con i nipoti sarà impossibile. Settanta anni sono tanti, ma non tali da cancellarne il ricordo. Uno studioso americano ha scritto che eventi fortissimi, di ogni tipo, raddoppiano l’età del bambino che li vive. Pur avendo allora solo  quasi otto anni,  ho ancora impresse nella memoria le date del 25 luglio e dell’8 settembre ‘43, anche perché vivevo  a Fano nel deposito militare del 94° Reggimento Fanteria, da dove dopo il 10 settembre siamo dovuti scappare prima dell’arrivo dei tedeschi. Fummo ospitati e nascosti per qualche giorno in una casa di gente semplice e buona, poi accompagnati a Corinaldo, dove restammo fino alla Liberazione, il 10 agosto del 1944. La vita dello “sfollato” non era facile, anche se noi avemmo la fortuna di essere accolti per un anno in una casa di persone straordinarie. In quei due anni fra il ’43 e il ’44 emersero una solidarietà e una fraternità incredibili, che riscattò la violenza cieca e brutale di altri. Una lezione da portarsi dietro per tutta la vita. E nella casa di quella famiglia trascorremmo il Natale del 1943. Di quello degli anni passati ho solo, ovviamente uno sbiaditissimo ricordo, i “cappelletti” in brodo e certi dolcetti al miele, sfingi, che mi mandava la nonna dalla Sicilia. Con l’Italia divisa, nessun pacco con la carta blu fuori e oleata dentro arrivò in quell’anno. Ma ci fu il presepio, con “vellutina”, pastorelli e il Bambin Gesù. Un presepio povero, ma con significati che non ho più ritrovato nel futuro, significati religiosi e spirituali. Perché quel periodo fu segnato da una forte religiosità. Per me piccolo, che forse non ero mai stato in chiesa, se non per un matrimonio o prima comunione di una cugina, si aprì un mondo sconosciuto e misterioso. Il pellegrinaggio quotidiano all’inizio dell’estate ’44 delle donne quasi tutte scalze e che recitavano a voce alta il rosario alla Madonna dell’Incancellata. E la conoscenza della mamma di Santa Maria Goretti, che abitava a pochi metri dalla casa che ci ospitava e che invitava noi bambini a pregare, cosa che non sapevamo fare, ma che ci sembrava importante. Non ci fu Messa di messa di mezzanotte naturalmente: c’era la guerra e poi io non sapevo nemmeno cosa fosse. Che  cosa mangiammo non ricordo, ma certamente non i “cappelletti”. Ricordo che mio padre e mia madre erano molto tristi. Nessun collegamento con i parenti, niente auguri eppure Fano era vicina, ma la Sicilia no, niente posta, nessun modo per comunicare. Sembra un trucchetto letterario un éscamotage, ma se mi chiedessero: “di che colore era il Natale del “43”, risponderei , “grigio” , perché anche il tempo ha un colore. Quello del ’44 a Fano, di nuovo con gli zii e i cugini, con qualcosa di più buono da mangiare, colorato. La fame. O per lo meno la difficoltà di trovare cibo fu la costante angoscia di quell’anno, ma soprattutto la mancanza di denaro. E’ un miracolo come sopravvivemmo. Forse non è del tutto corretto, concettualmente e storicamente, ma la voglia di confrontare quel Natale con quelli di oggi ti prende, soprattutto in questi momenti di crisi. Da farti apparire fuori posto, esagerate, eccessive certe lamentele, invece di capire  meglio e condividere le difficoltà di chi si trova senza  più lavoro o una casa. Ricordo che mia madre mi raccontava che da piccolo mangiavo le banane, ma nel ’43 non sapevo cosa fossero. Riapparsero qualche anno dopo la fine della guerra. E la cioccolata? Dimenticato il sapore. La prima ce la regalarono gli inglesi, pochissima in verità: la prodigalità non era di quelle truppe, ma non erano ricchi come gli americani! Il 10 agosto scorso sono tornato a Corinaldo. Ho avuto la fortuna di ritrovare, abbracciare e salutare, l’ultima persona vivente della famiglia che ci ospitò, la signora Vera Paniconi. Buon Natale signora Vera! E Buon Natale a tutti quelli che il giorno di Natale si adoperano a farlo sentire meno triste a chi soffre, qualunque sia la sua sofferenza, la nazionalità,  la religione.. Angelo Sferrazza

(da” Il Cenacolo Marchigiano”)

25 Dicembre 1943: la Resistenza in Laterano di NICOLA BRUNI

Durante l’occupazione tedesca di Roma il complesso di edifici extraterritoriali adiacenti

alla Basilica di San Giovanni dette asilo a gran parte del Comitato di liberazione nazionale centrale,

 oltre che a molti ebrei, militari e antifascisti, mentre i nazisti fingevano di non saperlo.

Fu il complesso extraterritoriale del Laterano, appartenente allo Stato neutrale del Vaticano, il principale rifugio – e anche sede operativa, dotata di radio trasmittente – dei capi della Resistenza nei nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, dopo l’8 settembre 1943. Vi si nascose gran parte del Comitato di liberazione nazionale centrale (Clnc), con il suo presidente Ivanoe Bonomi, Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Meuccio Ruini. C’era persino il generale Roberto Bencivenga, comandante della Piazza di Roma per il Regno del Sud. Lo rivela lo storico Andrea Riccardi (ex ministro del Governo Monti) nel libro “L’inverno più lungo. 1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma” (Laterza).

Protagonista della vicenda fu un sacerdote di 42 anni, Roberto Ronca, rettore del Seminario maggiore, che con il tacito avallo del papa Pio XII si assunse il rischio e la responsabilità di dare asilo nel recinto lateranense a un migliaio di persone, ricercate dai nazifascisti o comunque in pericolo di vita (ebrei, renitenti alla leva della Repubblica di Salò, militari, politici antifascisti e addirittura personalità legate al regime, come la figlia del maresciallo Graziani). Tra i rifugiati più famosi, il geografo ebreo Roberto Almagià e il futuro editore Giangiacomo Feltrinelli.

I tedeschi sapevano che nel Laterano (come in moltissimi altri edifici religiosi di Roma) erano nascosti ebrei e antifascisti, ma recitando una “commedia delle parti” fingevano di non saperlo, e così tenevano sotto ricatto il papa per costringerlo al silenzio sulle loro malefatte.

Pio XII puntava a favorire una transizione non violenta della città dai tedeschi agli Alleati, e alla fine riuscì, con le armi della diplomazia, ad ottenere la liberazione di Roma senza combattimenti il 4 giugno 1944.

Nicola Bruni

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Articolo pubblicato nel giornale online Belsito con vista di Nicola Bruni

www.webalice.it/nbruni1

e nella rivista La Tecnica della Scuola

I Partigiani Cristiani ci sono! Ecco la buona notizia di Natale

Il programma dei Partigiani Cristiani si farà. Ecco la lettera del Presidente Bernardo Traversaro che comunica la decisione della Confederazione di accogliere il programma dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani nelle celebrazioni del 70° Anniversario della Resistenza. Ed ora, al lavoro!

lettera Traversaro

Ai membri della Confederazione delle Associazioni Militari e Partigiane

Lettera natalizia

Sentiamo la necessità di mandare a tutti voi, a nome di tutti i nostri soci, un particolare augurio di Natale e di fruttuoso lavoro per salvaguardare la memoria di coloro che caddero per la libertà dell’Italia e per consegnare questo patrimonio alle nuove generazioni. Ci rallegra il fatto che dopo tante difficoltà sia giunto il giusto riconoscimento di questo  lavoro con la decisione del Parlamento italiano di erogare il contributo del 2013 e di provvedere in modo adeguato alle Celebrazioni del 70° anniversario della Resistenza.

Ma abbiamo anche il dovere di ricordare a tutti voi che ad un membro di questa Confederazione, che a pieno titolo partecipa a questo compito, non sarà riconosciuta alcuna partecipazione al contributo 2013 e non avrà diritto alle provvidenze previste per la Celebrazioni del 70° anniversario.

Conoscete le due facce del problema relativo alle risorse necessarie. Per quanto riguarda il contributo annuale sapete che il Presidente della Confederazione, Sen. Gerardo Agostini, Presidente anche della nostra Associazione, faceva in modo che una piccolissima parte di quel contributo arrivasse anche alla nostra Associazione. Mentre da un lato apprezziamo ed ammiriamo la discrezione, la prudenza e l’austerità del Presidente Agostini, dall’altro non possiamo non prendere atto che nessuno ha pensato a cosa sarebbe avvenuto dopo la sua improvvisa morte. E cioè che si sarebbe aperto un vuoto destinato ad allargarsi e a pesare ben oltre la natura del contributo.

Ci si è accontentati di indicarci una lunga via legislativa, quasi impossibile se non sarà perseguita con tempestività e decisione da tutta la Confederazione.

Ad accrescere le preoccupazioni si aggiunge la diversa natura della esclusione della nostra Associazione dai programmi della Celebrazione del 70° anniversario. La esclusione è infatti dovuta ad una decisione formale sulla regolarità del progetto. Non entriamo in questa sede nel merito della questione, la cui complessità giuridica non rende giustizia al senso storico dell’iniziativa nel suo significato complessivo. Ricordiamo invece con gratitudine il vostro consenso in sede di Assemblea della Confederazione alla proposta avanzata dal presidente Traversaro per trovare, in qualche modo, una soluzione che consentisse la partecipazione dei Partigiani Cristiani.

La generosità dell’impegno comune è però naufragata di fronte alla insistita applicazione di regole non sostanziali, tutte riconducibili alla mancanza di una firma al bordo dei singoli fogli. Il risultato finale è perciò che noi non potremo prendere parte né alla vostra attività normale, né alla Celebrazione del 70° anniversario.

In queste condizioni la nostra Associazione è destinata a morire. Il realismo dice che le associazioni, anche quelle grandi e gloriose, possono chiudere i battenti e finire il loro percorso. Ma rispetto a questa eventualità – contro la quale ci batteremo con tutte le nostre energie – ci preoccupa soprattutto il rischio che si spenga la voce di una interpretazione storiografica della Resistenza che è un contributo essenziale ed ineliminabile per il giudizio storico di quel periodo.

Di fronte alla storiografia che fa polemica con “l’attendismo” e di fronte all’altra storiografia che considera preponderante nella Resistenza “la zona grigia” dell’indifferenza, gli studi e le testimonianze della storiografia cristiana ci ricordano la scelta popolare e profonda della società italiana di quegli anni per opporsi, anche nella vita quotidiana, all’imbarbarimento. La Resistenza civile fu una scelta precisa contro la guerra, contro le stragi, contro la persecuzione degli innocenti, non solo di quelli che impugnarono le armi, ma anche della parte migliore sella società civile, senza la cui partecipazione e solidarietà, non avrebbe potuto la Resistenza armata.

È questa cultura che non può essere oscurata. Non si zittiscono le voci, così come non si bruciano i libri. È un impegno che rende fraterni i nostri rapporti perché costituisce il vero impedimento al ritorno dei mostri che continuano ad abitare i sotterranei della storia. Così come sappiamo per certo che l’impegno comune di tutte le nostre Associazioni che si dichiarano antifasciste è di difendere insieme le diverse culture storiche che contribuiscono a costituire la comune testimonianza.

Siccome questa è la certezza, l’augurio in occasione del Natale che l’Associazione dei Partigiani Cristiani vuole fare a tutte le Associazioni della Confederazione Italiana è quello di ritrovare assieme le ragioni del nostro stare insieme, per rendere vero e significativo questo Settantesimo Anno della nostra Memoria.

Il Presidente ANPC

Giovanni Bianchi

Il Segretario Nazionale ANPC

Bartolo Ciccardini

Il nuovo libro di Antonio Cipolloni

Esce in questi giorni nelle librerie ed edicole di Rieti un nuovo libro di Antonio Cipolloni:

«La giornata del 9 settembre 1943 primo evento della resistenza in Italia».

Il volume vuole tra l’altro rappresentare quattro importanti elementi:

–        L’immediata reazione dei Granatieri di Sardegna all’improvviso attacco tedesco al ponte della Magliana;

–        La partecipazione della Parrocchia della Montagnola di Roma con il suo Parroco don Pietro Occelli in testa che oltre a dare conforto ai militari feriti aiutò molti dei superstiti ad evitare la loro deportazione in Germania, così come alcuni ebrei che fece vestire da seminaristi cattolici;

–        I Caduti civili che si batterono a fianco dei militari, dei quali quattro originari della Provincia di Rieti (tra cui l’eroica suor Teresina D’Angelo nata a Voceto di Amatrice);

–        Infine il giorno successivo, dopo la resa di Porta San Paolo, la creazione nella Parrocchia, ad opera del parroco, di un Generale e dell’Azione Cattolica parrocchiale, della prima banda Partigiana Cristiana.

Con questi elementi, filo conduttori, l’autore, dopo accurate ricerche e raccolta di testimonianze oculari, ha voluto raccontare le vicende immediatamente successive alla proclamazione dell’Armistizio l’8 settembre 1943, le vicende della Difesa di Roma ed il sacrificio dei militari e dei civili dopo lo stratagemma tedesco che dette inizio alla conquista di Roma nelle ore immediatamente successive al proclama di Badoglio, via radio alle ore 19,30 circa, dell’avvenuto Armistizio con gli Alleati; le attività successive tese a dare conforto e aiuto a quanti si trovarono in pericolo ed in difficoltà durante l’occupazione tedesca, a Roma e nel Lazio.

Nel libro, corredato con numerose foto, d’epoca ed attuali, vengono infatti messi in evidenza episodi e vicende successive al primo scontro avvenuto alla Montagnola il 9 settembre ‘43, e quello del giorno successivo a Porta San Paolo:

a)     L’eroica difesa dai Granatieri di Sardegna (privi di ogni direttiva od ordine sulla nuova situazione creata da quell’avvenimento), ai quali si unirono spontaneamente alcuni civili della zona della Montagnola.

b)     L’iniziativa del parroco della chiesina di Gesù Buon Pastore (don Pietro Occelli, paolino, giornalista, avvocato, poeta già direttore di Famiglia Cristiana, amico e conterraneo di Ferruccio Parri e Duccio Galimberti) il quale salvò numerose vite umane e pose fine al massacro di granatieri e parrocchiani.

c)     L’epico gesto dei Suor Teresina D’Angelo, originaria di Voceto di Amatrice che a colpi di Crocefisso allontanò un paracadutista tedesco che stava depredando il cadavere di un granatiere Caduto della Catenina d’oro.

d)     La nascita, nella canonica della Parrocchia, della prima banda partigiana Cristiana, ad opera dello stesso Don Pietro Occelli, dell’Associazione Cattolica parrocchiale “Piergiogio Frassati” del generale del genio Guastatori Rodolfo Cortellessa. Una formazione che operò dal 11 settembre 1943 fino alla Liberazione di Roma, riconosciuta dal CNL.

Viene ampiamente rilevato anche che, al termine della giornata del 9 settembre, fu necessario (ad opera del Parroco e dei parrocchiani), fornire asilo ad Ebrei nella Canonica, abiti civili ai nostri militari destinati alla Deportazione dai tedeschi; seppellire in fosse comuni gli oltre sessanta tra militari e civili Caduti nello scontro con i tedeschi; dare conforto sommario ai feriti, in mancanza di materiale adatto alla cura delle ferite riportate.

Tra i civili Caduti sotto il piombo tedesco in quella terribile giornata, 4 erano originari della provincia di Rieti e figurano sulle lapidi poste a memoria sulla piazza antistante il Tempio dedicata da De Gasperi e Romita ai Martiri Caduti della Montagnola, così come nella Cripta dello stesso, e nel Museo Storico della Resistenza di via Tasso a Roma, su una Targa bronzea, voluta dai parrocchiani di Don Pietro Occelli.

Il libro, che sarà nelle librerie ed edicole di Rieti e Roma a partire dalla 16 dicembre prossimo (costo 12 Euro i.c.), verrà ufficialmente presentato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales il 24 gennaio p.v.

La presentazione sarà fatta a cura del Comune di Rieti presso la Biblioteca Paroniana dal Sindaco di Rieti avv. Simone Petrangeli.

Relatore sarà il Vescovo Emerito Mons. Lorenzo Chiarinelli.

Interverranno: l’onorevole Bartolo Ciccardini (segretario Nazionale dell’Ass. Partigiani Cristiani), l’attuale Parroco del Tempio “Gesù Buon Pastore” alla Montagnola di Roma (don Dino Mulassano), l’assessore alla Cultura del Comune di Amatrice Piergiuseppe Monteforte il Consigliere Regionale Daniele Mitolo.

Coordinerà la direttrice della Biblioteca Paroniana Gabriella Gianni.

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