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Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

QUEL NATALE DEL 1943 A CORINALDO di Angelo Sferrazza

E’ stato difficile raccontare alle figlie quel Natale di settanta anni fa: con i nipoti sarà impossibile. Settanta anni sono tanti, ma non tali da cancellarne il ricordo. Uno studioso americano ha scritto che eventi fortissimi, di ogni tipo, raddoppiano l’età del bambino che li vive. Pur avendo allora solo  quasi otto anni,  ho ancora impresse nella memoria le date del 25 luglio e dell’8 settembre ‘43, anche perché vivevo  a Fano nel deposito militare del 94° Reggimento Fanteria, da dove dopo il 10 settembre siamo dovuti scappare prima dell’arrivo dei tedeschi. Fummo ospitati e nascosti per qualche giorno in una casa di gente semplice e buona, poi accompagnati a Corinaldo, dove restammo fino alla Liberazione, il 10 agosto del 1944. La vita dello “sfollato” non era facile, anche se noi avemmo la fortuna di essere accolti per un anno in una casa di persone straordinarie. In quei due anni fra il ’43 e il ’44 emersero una solidarietà e una fraternità incredibili, che riscattò la violenza cieca e brutale di altri. Una lezione da portarsi dietro per tutta la vita. E nella casa di quella famiglia trascorremmo il Natale del 1943. Di quello degli anni passati ho solo, ovviamente uno sbiaditissimo ricordo, i “cappelletti” in brodo e certi dolcetti al miele, sfingi, che mi mandava la nonna dalla Sicilia. Con l’Italia divisa, nessun pacco con la carta blu fuori e oleata dentro arrivò in quell’anno. Ma ci fu il presepio, con “vellutina”, pastorelli e il Bambin Gesù. Un presepio povero, ma con significati che non ho più ritrovato nel futuro, significati religiosi e spirituali. Perché quel periodo fu segnato da una forte religiosità. Per me piccolo, che forse non ero mai stato in chiesa, se non per un matrimonio o prima comunione di una cugina, si aprì un mondo sconosciuto e misterioso. Il pellegrinaggio quotidiano all’inizio dell’estate ’44 delle donne quasi tutte scalze e che recitavano a voce alta il rosario alla Madonna dell’Incancellata. E la conoscenza della mamma di Santa Maria Goretti, che abitava a pochi metri dalla casa che ci ospitava e che invitava noi bambini a pregare, cosa che non sapevamo fare, ma che ci sembrava importante. Non ci fu Messa di messa di mezzanotte naturalmente: c’era la guerra e poi io non sapevo nemmeno cosa fosse. Che  cosa mangiammo non ricordo, ma certamente non i “cappelletti”. Ricordo che mio padre e mia madre erano molto tristi. Nessun collegamento con i parenti, niente auguri eppure Fano era vicina, ma la Sicilia no, niente posta, nessun modo per comunicare. Sembra un trucchetto letterario un éscamotage, ma se mi chiedessero: “di che colore era il Natale del “43”, risponderei , “grigio” , perché anche il tempo ha un colore. Quello del ’44 a Fano, di nuovo con gli zii e i cugini, con qualcosa di più buono da mangiare, colorato. La fame. O per lo meno la difficoltà di trovare cibo fu la costante angoscia di quell’anno, ma soprattutto la mancanza di denaro. E’ un miracolo come sopravvivemmo. Forse non è del tutto corretto, concettualmente e storicamente, ma la voglia di confrontare quel Natale con quelli di oggi ti prende, soprattutto in questi momenti di crisi. Da farti apparire fuori posto, esagerate, eccessive certe lamentele, invece di capire  meglio e condividere le difficoltà di chi si trova senza  più lavoro o una casa. Ricordo che mia madre mi raccontava che da piccolo mangiavo le banane, ma nel ’43 non sapevo cosa fossero. Riapparsero qualche anno dopo la fine della guerra. E la cioccolata? Dimenticato il sapore. La prima ce la regalarono gli inglesi, pochissima in verità: la prodigalità non era di quelle truppe, ma non erano ricchi come gli americani! Il 10 agosto scorso sono tornato a Corinaldo. Ho avuto la fortuna di ritrovare, abbracciare e salutare, l’ultima persona vivente della famiglia che ci ospitò, la signora Vera Paniconi. Buon Natale signora Vera! E Buon Natale a tutti quelli che il giorno di Natale si adoperano a farlo sentire meno triste a chi soffre, qualunque sia la sua sofferenza, la nazionalità,  la religione.. Angelo Sferrazza

(da” Il Cenacolo Marchigiano”)

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