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INTERVISTA AL SEN. GIULIO ANDREOTTI, PUBBLICATO SUL LIBRO “GIUSEPPE SPATARO

Il Senatore Giulio Andreotti rappresenta la memoria storica del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi. Ed è sicuramente il democristiano che ha vissuto tutte le fasi della DC dalla sua costituzione fino alla dissoluzione ed è, quindi, un attento lettore delle vicende e dei personaggi della seconda metà del novecento. Su Spataro, quindi, è indispensabile una Sua riflessione. D) Presidente Andreotti, Lei ha conosciuto Giuseppe Spataro negli anni finali del Fascismo quando la sua abitazione di Via Cola di Rienzo era il punto di riferimento dei democristiani e delle forze della Resistenza. Partiamo da qui. Che ricordi ha di quel periodo? R) Era il centro operativo dell’antifascismo. Ricordo il 19 marzo 1943: a festeggiare don Peppino erano venuti dal Nord ex deputati (rammento Bertone e Marroncini) e tanti ex dirigenti del P.P.I. che stavano riallacciando le fila. Attivissimo era il prof. Baronia, grande amico e referente di Don Sturzo. D) E’ vero che fu Spataro a farLe conoscere De Gasperi? Ci può raccontare come andarono le cose? R) Fui convocato da Spataro ( che era tra i predecessori nella presidenza della FUCI) e capii chi era l’impiegato della Biblioteca Vaticana che mi aveva detto di non perdere tempo in studi inutili. A suggerire ai due di arruolarmi era stato Mons. Montini. D) Spataro fu un uomo vicino a Sturzo, infatti fu il suo Vice segretario, ed è stato molto vicino a De Gasperi. Quindi, lo possiamo definire il personaggio politico di collegamento tra l’esperienza popolare e quella democristiana? Che giudizio può dare di Spataro su questo suo ruolo? R) Era un tessitore di reti e anche riallacciava vecchi legami. Veramente, sul piano operativo era l’epicentro. D) Senza nulla togliere ai tanti protagonisti del movimento cattolico del novecento, Lei riconosce a Spataro un ruolo di grande protagonista? Cosa può dirci di Spataro Popolare ed antifascista? R) Godeva il rispetto di tutti gli antifascisti e non a caso il Comitato di Liberazione Nazionale sarebbe nato in casa sua. D) Spataro non appare molto. Ha un ruolo marginale? Cosa fa? R) Ad elaborare e aggiornare i programmi pensava De Gasperi con l’aiuto di Gonella. Spataro era l’organizzatore. 2 D) Nasce la Democrazia Cristiana. Spataro è a fianco a De Gasperi. Che ruolo svolge all’interno del Partito? R) Durante il periodo dell’occupazione fu dall’Ospedale dei Fatebenefratelli (ricoverato sotto falso nome) il punto di raccordo anche con i corrieri che venivano dalla altre città. Dopo la Liberazione fu Sottosegretario alla Presidenza con il Primo Ministro Bonomi e tenne i rapporti con la stampa, splendidamente. D) Lei che rapporto ha avuto con Spataro nei primi anni di vita della Democrazia Cristiana? R) Aveva molto la solidarietà “fucina” e mi prese a benvolere, nonostante fossi digiuno di politica e senza precedenti familiari. D) Quali sono, secondo Lei, gli aspetti più interessanti dell’esperienza politica di Spataro? Lei lo giudica più un organizzatore o un ideologo? R) Organizzatore nato: riassumerei così queste doti al servizio della D.C. Ma anche degli altri partiti. D) L’Abruzzo lo ricorda come protagonista della ricostruzione e dell’avvio dello sviluppo. Di grande importanza è stata la sua battaglia per l’inserimento della Regione nella Cassa per il Mezzogiorno. Lei che ricordi ha di questo Suo impegno? R) L’Abruzzo gli deve moltissimo. Per lui l’elevazione sociale della regione era una passione autentica. D) Per concludere. Un giudizio sull’uomo Spataro? R) Non si dette mai arie. Ed uscì in punta di piedi. In verità il Partito non avrebbe dovuto lasciare a casa né lui né Scelba, anche se lo avevano chiesto.

Condividere la memoria. La riscoperta di una fotografia straordinaria

La fotografia è sulla copertina del libro intitolato: “L’eccidio di Braccano ed altri fatti della Resistenza nel territorio di Matelica e di Esanatoia”. Nella fotografia è rappresentato Don Enrico Pogognoni. I personaggi alla sua destra (a sinistra di chi guarda la fotografia) sono i capi della Resistenza di Matelica. Il terzo personaggio alla sinistra di Don Enrico è Tommaso Mari, uno dei cpai della Resistenza di Cerreto, che aveva contatti con Don Enrico e che non viene riconosciuto dagli autori del libro. Il quarto personaggio è Dalmato Seneghini, uno dei capi della Resistenza militare del San Vicino, segretario del Comitato di Liberazione Nazionale di Cerreto, in contatto con il Comandante Agostino della Sezione Porcarella della Brigata Garibaldi. In questa fotografia Seneghini non viene riconosciuto e non è nominato. La fotografia era di Giuseppe Baldini. Tommaso Mari, nominato nel libro come l’italo-americano era in realtà il collegamento con gli alleati, perchè sapeva l’inglese e per questo veniva utilizzato nella radio. Però non lo si identifica come capo della Democrazia Cristiana clandestina di Cerreto d’Esi e partecipante attivo alla Resistenza del versante nord del San Vicino. Giuseppe Baldini, che è nella fotografia con lui, sapeva certamente questa particolarità e probabilmente l’ha tenuta nascosta per ragioni di sicurezza. Ma nel libro si è persa, la memoria di questo collegamento. Non ci sono altre dimostrazioni di collegamenti fra queste storie e questa è la prova invece che il collegamento c’era e che è sconosciuto anche a chi è in possesso delle prove per dimostrarlo.

La fotografia è sulla copertina del libro intitolato: “L’eccidio di Braccano ed altri fatti della Resistenza nel territorio di Matelica e di Esanatoia”. Nella fotografia è rappresentato Don Enrico Pogognoni. I personaggi alla sua destra (a sinistra di chi guarda la fotografia) sono i capi della Resistenza di Matelica. Il terzo personaggio alla sinistra di Don Enrico è Tommaso Mari, uno dei cpai della Resistenza di Cerreto, che aveva contatti con Don Enrico e che non viene riconosciuto dagli autori del libro. Il quarto personaggio è Dalmato Seneghini, uno dei capi della Resistenza militare del San Vicino, segretario del Comitato di Liberazione Nazionale di Cerreto, in contatto con il Comandante Agostino della Sezione Porcarella della Brigata Garibaldi.
In questa fotografia Seneghini non viene riconosciuto e non è nominato. La fotografia era di Giuseppe Baldini. Tommaso Mari, nominato nel libro come l’italo-americano era in realtà il collegamento con gli alleati, perchè sapeva l’inglese e per questo veniva utilizzato nella radio.
Però non lo si identifica come capo della Democrazia Cristiana clandestina di Cerreto d’Esi e partecipante attivo alla Resistenza del versante nord del San Vicino. Giuseppe Baldini, che è nella fotografia con lui, sapeva certamente questa particolarità e probabilmente l’ha tenuta nascosta per ragioni di sicurezza. Ma nel libro si è persa, la memoria di questo collegamento. Non ci sono altre dimostrazioni di collegamenti fra queste storie e questa è la prova invece che il collegamento c’era e che è sconosciuto anche a chi è in possesso delle prove per dimostrarlo.

Era passato del tempo dalla pubblicazione del mio libro sulla ridotta del San Vicino (Bartolo Ciccardini, la Resistenza di una comunità: la Repubblica autonoma di Cerreto d’Esi, Studium, Roma 2005) quando fui invitato dal Sindaco di Matelica, Patrizio Gagliardi (che è anche il grande sacerdote degli splendidi vini “Belisario” di Cerreto e Matelica) a parlare dell’eccidio di Braccano, dove trovarono la morte cinque partigiani ed il sacerdote che li ospitava, don Enrico Pocognoni. Dedicai i miei sforzi a ricercare una memoria condivisa, lamentandomi che ogni comunità avesse una sua versione della Resistenza e che non si facesse abbastanza per mettere in comune le diverse memorie.

Nella versione matelicese si ricorda l’eccidio di Braccano e non si parla della battaglia di Chigiano. I fabrianesi giustamente rivendicano di essere stati protagonisti della liberazione dei deportati con l’assalto al treno di Albacina, dove persero due giovani combattenti e non ricordano la presenza del comandante Agostino. Nella versione albacinese ci sono altri protagonisti ancora.

Il mio augurio era che diverse memorie non condivise, che ricordano troppo la natura delle Marche separate e le infinite guerre comunali e di campanile, diano luogo invece ad una memoria storica condivisa, frutto di una più attenta ricerca e di una maggiore consapevolezza

Il sindaco, per ringraziarmi della commemorazione mi regalò alcuni libri sulla storia e sul patrimonio artistico ed ambientale di Matelica. La nostra valle oltre ad essere stravagante e misteriosa, è anche bellissima.

La copertina di uno di questi libri, che pubblica una ricerca degli studenti sulla civiltà contadine e sulla storia della Città (Matelica orgogliosamente si nomina “Città di Matelica” in ricordo della sua romanità), è riprodotto un ingrandimento di una vecchia fotografia con i volti tirati e magri di un gruppo di persone. E’ l’ingrandimento di una foto di Don Enrico e dei partigiani di Roti, inglesi, jugoslavi e somali fuggiti dai campi di prigionia, assieme a militari italiani e personalità politiche antifasciste.

Un volto mi colpisce e mi incuriosisce. Lo riconosco: “Ma questo è Tommaso Mari!”, il capo della Democrazia Cristiana clandestina di Cerreto d’Esi, che è stato un mio maestro. Nel libro c’è un’altra fotografia, in cui la persona ritratta viene definito “Mari, l’italo americano”. In una altra foto vedo Dalmato Seneghini, capitano dell’esercito che è il collegamento fra le formazioni partigiane del San Vicino e la Repubblica autonoma di Cerreto che, con esse, ha stretto un patto.

Chiedo spiegazioni a Baldini, che è il possessore delle foto, figlio del Baldini che fu promotore della resistenza a Matelica. I suoi ricordi sono incompleti, perché il padre fu fatto prigioniero, fece il carcere e rischiò la fucilazione e non fu presente negli accadimenti del San Vicino, anche se fu più che presente nel sacrificio.

Baldini ricorda che c’era un italo-americano che svolgeva un compito importante perché, conoscendo bene l’inglese teneva i rapporti con gli ufficiali inglesi, i quali, prima di prendere la strada per il Sud, riuscirono a stabilire un contatto, a far paracadutare una radio ed un operatore (Baldelli) ed il San Vicino fu il campo di rifornimento logistico per tutta la regione. Mari era divenuto, attraverso Baldelli, il collegamento di fiducia degli inglesi, perché conosceva l’inglese.

Mi permetto di aggiungere che ben altre erano le doti di Tommaso Mari: aveva studiato e si era laureato a Milano. Era stato un dirigente del Partito Popolare. Era emigrato in America per problemi familiari, aveva insegnato e frequentato in ambienti significativi ed in America, aveva conosciuto Luigi Sturzo. In quel periodo, per noi giovani, era una maestro. Fu l’artefice del patto fra i notabili di Cerreto e la formazione del Comandante Agostino.

Di lui mi scrisse il Comandante Agostino, in una lettera in cui parlava con benevolenza del mio libro (senza risparmiarmi rampogne per le mie divagazioni), in termini che non lasciano dubbi:

“Nel tuo libro fai menzione della dimostrazione di coraggio che diede don Antonio Parri nel tenermi in casa sua mettendo a rischio non solo la sua vita,ma anche quella della mamma e della sorella; ma c’è un’altra persona che mi tenne per alcuni giorni in casa sua(…):Tommaso Mari, colui che fu certamente il vero artefice dell’impianto ideologico e pratico del Patto. Nelle serate che passammo insieme nell’attesa della notizia dell’amico Baldelli, del dove e quando gli alleati mi avrebbero prelevato, parlammo di che cosa a sud dovevavo sapere della reale situazione marchigiana. Ed anche lui rischiò la sua vita e quelle della sua consorte (…). Zona grigia?”.

(Il vecchio comandante partigiano rifiuta il giudizio secondo il quale, tra le due parti combattenti della guerra civile ci fosse solo una zona grigia. Anche lui pensa che senza la Resistenza della società civile, dei contadini, delle donne e dei preti, non ci sarebbe stata la Resistenza armata).

Mi colpisce l’evidenza di tante memorie non condivise e la mancanza di una memoria storica condivisa.

A Matelica non sanno chi era e cosa faceva l’ “italo-americano” di passaggio che figura nelle fotografie. Io, che sono di Cerreto ho scritto un libro in cui lo descrivo come un protagonista. Ma lo riconosco per caso in una foto di un libro stampato dal Comune di Matelica.

Molti sono stati gli scettici che hanno pensato che io esagerassi quando scrissi che il Capitano Dalmato Seneghini fosse l’ufficiale di collegamento delle varie formazioni. Eppure il suo volto appare senza nome in una foto, accanto a Don Enrico, assieme agli ufficiali inglesi della radio di collegamento, agli slavi, agli etiopici ed ai partigiani italiani.

Ci sono anche alcuni matelicesi, facenti parte evidentemente della direzione politica del gruppo, ma il Baldini non mi ha saputo dire i nomi.

Dico queste cose, non per polemica, che sarebbe veramente fuori posto. Rischiavano tutti la vita, non per essere ricordati in una didascalia, ma per salvare la civiltà europea. Quanti sono stati i morti senza nome che non si lamentano?

Ma perché è giunto il momento di mettere assieme le memorie partigiane della nostra montagna ricca di eremi, di monasteri e di campi militari. Di sostituire memorie non condivise con una memoria storica condivisa.

La memoria non condivisa è nata anche dalla necessità di tenere segreti e sconosciuti nomi e compiti. Ma è soprattutto un difetto del carattere di questa valle misteriosa, che ha un grande pudore nel conservare sentimenti, memorie, gioie e dolori. Le memorie sono per gli abitanti della valle eccentrica come i bambini, che si baciano solo quando dormono.

Bartolo Ciccardini

(articolo pubblicato su: “Il Bollettino ANPI)

UNA MOSTRA FOTOGRAFICA AD ALATRI

UNA MOSTRA FOTOGRAFICA AD ALATRI SULL’EX CAMPO DI CONCENTRAMENTO “LE FRASCHETTE” A CURA DELL’ARCHEOCLUB E DELL’ ASS.NAZ. PARTIGIANI CRISTIANI

Si è tenuto nei locali del Chiostro di S. Francesco di Alatri la mostra fotografica “gocce di memoria” relativa all’ex Campo “Le Fraschette” a cura dell’Archeoclub di Alatri e dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Frosinone – con il patrocinio del Comune di Alatri e la collaborazione delle locali scuole elementari.

Nelle due sale allestite dall’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Frosinone erono esposti vari pannelli dell’Archivio di Stato di Frosinone, del liceo “L. Pietrobono” di Alatri e della stessa Associazione con foto dell’artista Luigi Centra.

All’inaugurazione della Mostra erano presenti, oltre al Sindaco Morini, il Delegato alla cultura Fantini, il consigliere Maggi e il neo consigliere regionale P.D. Mauro Buschini e i dirigenti dell’Archeoclub e dell’ANPC.

CELEBRATA A S.GIOVANNI IN CARICO LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

GLI INTERVENTI DI MORSILLO PRESIDENTE PROV. ANPI E DI MARILINDA FIGLIOZZI DELLA A.N.P.C. DI FROSINONE

Manifestazione del 25 aprile  2013 a San Giovanni Incarico

Viva l’Italia che resiste!

di

Umberto Zimarri presidente dell’associazione culturale “L’Indifferenziato

La manifestazione in Viale della Rimembranza ha concluso il progetto “Viva l’Italia che resiste”. Siamo riusciti a raggiungere il nostro obiettivo: celebrare degnamente il 25 Aprile e la Resistenza dei Partigiani.

Questo risultato ci gratifica e ci trasmette ulteriore entusiasmo per i prossimi eventi. Un ringraziamento caloroso e sentito va ai relatori della manifestazione: Giovanni Morsillo, presidente provinciale dell’Anpi, Marilinda Figliozzi, autrice del libro su “Le Fraschette” di Alatri e Federico Zanetti, artista bolognese autore di un diorama su un evento bellico avvenuto a San Giovanni Incarico. Questi con le loro semplici ma efficaci parole sono riusciti a far riflettere tutti sul significato attuale  della festa della Liberazione. Un ulteriore ringraziamento va fatto ai ragazzi e ai professori della “Scuola Media  Salvo d’Acquisto” di San Giovanni Incarico, in particolar modo al professor Marco Farina che ha dimostrato  un elevato interesse  per il nostro progetto.
Durante l’evento sono stati premiati tutti i ragazzi che hanno partecipato all’evento. Per quanto riguarda il concorso letterario dal titolo: “La resistenza ieri, oggi e domani” la vincitrice è stata Camilla Sette, che si è aggiudicata un vocabolario di inglese. Al secondo posto si è classificata Rebecca Reali a cui è stato donato il libro di Cesare Pavese, La Luna e i falò. Per quanto riguarda il concorso artistico sono stati premiati tutti i ragazzi di terza D autori dei cartelloni e tutti i ragazzi di prima c per i disegni in A4. La vincitrice in questa categoria è risultata Morena Tucci.

Questo non sarà un evento una tantum:  la nostra Associazione  cercherà di renderlo un appuntamento fisso per San Giovanni Incarico.  C’è chi dice che il 25 Aprile sia una festa morta, per noi non è e non sarà mai cosi. Sul nostro portale continueremo ad approfondire questi argomenti collaborando attivamente con le altre associazioni che hanno a cuore questa tematica.  La manifestazione di ieri era il nostro primo evento in una piazza del paese, quindi mi scuso per tutti gli eventuali errori ed eventualmente per le dimenticanze che sono avvenute nella realizzazione dell’evento.  Ringraziamo inoltre Graziano Lombardi, sempre disponibile nel fornirci amplificazione,  supporto tecnico e personale nelle nostre manifestazioni .

25 aprile

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Il 25 Aprile 2013 a Piacenza

Cari  Cittadini di Monticelli,

è per me un onore celebrare con voi oggi,   nella terra di Felice Ziliani e di Emilio Pecorari , in rappresentanza della Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, la giornata del  25 Aprile 1945, anniversario della Liberazione dell’Italia dalle forze nazifasciste e dell’avvio del percorso che avrebbe condotto alla Repubblica e alla Costituzione.

Oggi più che mai è fondamentale portare avanti il ricordo di questo evento.

Innanzitutto, è doveroso , come cittadini di questo paese, Fare memoria di tutti quei coraggiosi, uomini e donne, che in vari modi e forme, combatterono e anche morirono per costruire un’Italia  Libera e democratica : mi riferisco al   Valoroso e ad Antonio Carini, figli prediletti di queste terre, ai caduti di Olza, San Pedretto e San Nazzaro  e poi ancora  ai tanti partigiani  che furono privati della vita ,per il loro impegno e per la loro scelta a  favore della libertà e della democrazia,  e i cui nomi  sono scritti, a imperitura memoria sui tanti  cippi, marmi e monumenti sparsi nelle nostre campagne e sulle nostre montagne.

Tuttavia Cari cittadini, non dobbiamo nasconderci che ancora oggi non tutti gli italiani vivono questa giornata come una grande festa nazionale ma anzi è evidente il tentativo  di far cadere nell’oblio questa data

La verità, cari cittadini, è che Il 25 aprile purtroppo , per l’errore di alcuni e per la volontà di altri, è  sentita anziché come la festa di tutto il  popolo italiano, come la festa di una parte di esso. Ciò che assolutamente non è; perché il 25 aprile appartiene a tutti coloro che, pur rappresentando filoni culturali e politici diversi,  hanno creduto nella possibilità di fare dell’ Italia uno  Stato di Diritto democratico , a  tutti gli italiani  antifascisti, a tutti coloro che tennero vivo il dissenso, a quelli  che lavorarono in clandestinità ,  che furono, imprigionati, esiliati o uccisi per la libertà.

Il 25 Aprile dunque come festa di tutti gli italiani  che , pur di diversa provenienza politica, culturale o religiosa, hanno creduto e combattuto per un’Italia nuova, libera e democratica. Per questo è preferibile che in occasione di questa laica celebrazione ci si astenga dall’esibire simboli, bandiere o emblemi di parte, a favore dell’unico simbolo che tutti ci accomuna : il Tricolore, la Bandiera italiana.

Era il 1944 quando Giuseppe  Dossetti , a fronte della guerra, dell’Olocausto e della mancanza di democrazia, esprimeva un forte e drammatico   giudizio di “catastroficità”  sulla situazione italiana e mondiale e   affermava che “ perché questa nostra civiltà non presenti più orrori e dolori tanto immani, non offra più tanti pericoli e tante resistenze alla virtù ,perchè  si nobiliti  nella conquista di un  minimo di ordine e giustizia “ alla presa di coscienza religiosa sulla carta doveva far seguito una risposta  storica e di impegno politico. In quell’anno 1944, Giuseppe Dossetti, giovane professore dell’Università Cattolica  ,futuro politico e poi sacerdote nel 1959 , ispirato da tale atteggiamento, compiva  un atto di ribellione e  diventava capo della Resistenza nella Provincia di Reggio Emilia. Ma una simile  presa di coscienza a cui seguirono una ribellione sia religiosa che politica accomunò tanti cattolici  che in vario modo si impegnarono  proprio nella Resistenza. Consentitemi così di ricordare , oltre a Dossetti, gli illustri piacentini:

-Francesco Daveri, avvocato, capo del Comitato di Liberazione Nazionale di Piacenza e figura importante del CLN nazionale di cui fu, per un periodo, Ispettore militare per il Nord Emilia , cattolico praticante e convinto,  n. 126.054 del più terribile dei campi secondari di Mauthausen nell’Alta Austria, quello di Gusen II, dove morì, a 42 anni, il 13 aprile 1945;

– don Giuseppe Beotti, mio concittadino,  che aveva 32 anni il 20 luglio 1944 quando i tedeschi, insieme a don Delnevo e al seminarista Subacchi, lo allinearono e uccisero al muro di sostegno della strada davanti alla chiesa di Sidolo ,in Comune di Bardi ,nella parte della montagna parmense della diocesi .La sua colpa: nel periodo della guerra essersi distinto per la sua indefessa carità verso partigiani, ebrei, soldati feriti. Nella Domenica  del 21 novembre 2010 nella chiesa parrocchiale  di San   Michele Arcangelo in Gragnano Trebbiense,mio Comune di residenza,  il vescovo di Piacenza – Bobbio mons. Gianni Ambrosio, nel corso di una solenne celebrazione, ha sottoscritto il documento d’insediamento del tribunale ecclesiastico che sta esaminando la sua causa di beatificazione.

 

-Giuseppe  Berti :insegnante di filosofia ,promotore e animatore dell’Azione Cattolica per tutta la vita,  partecipò alla fondazione del Partito Popolare e si impegnò strenuamente nella difesa della libertà, subendo anche violenze fisiche nel 1923. Durante la seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza nel cremonese, seguendo i suoi giovani arruolati nelle formazioni partigiane. Fu arrestato a Piacenza il 7 dicem­bre 1944, mentre lasciava la sede della FUCI di via San Giovanni. Fu libe­rato nella notte fra Natale e Santo Stefano grazie all’intervento di Giuseppe Prati, comandante della Divisione Val d’Arda: fu scambiato con un sergente della Repubblica Sociale Italiana.  Morto nel 1979, anche per lui è in corso il processo di beatificazione , aperto  in Cattedrale a Piacenza , il 18 marzo 2012.

 

Celebrare il 25 Aprile , cari concittadini , è celebrare la Resistenza . Perché? A che serve ?

-Celebrare la Resistenza significa difendere la Costituzione , senza , per questo, negare la necessità di un cambiamento della Parte II , quella relativa all’Ordinamento dello Stato, la cui riforma, anzi è discussa e attesa da tempo.   La nostra Carta Fondamentale nacque da una commistione feconda tra le culture che Dossetti , componente della Costituente, definiva, liberale , cattolica e socialcomunista. Una Carta capace di riportare pace e libertà in una comunità umana che aveva perso i modi, le ragioni e le motivazioni  per stare insieme.  Essa non fu soltanto frutto di un accordo politico, ma la rifondazione risorgimentale di una nuova unità . Senza l’esperienza della collaborazione nella Resistenza questa unità non avrebbe potuto avvenire. Essa fu voluta, condivisa e approvata da schieramenti e forze ideologiche manifestamente contrapposte ma unite da un collante misterioso , silente ma efficace : quel collante che Oscar Luigi Scalfaro, nel 1946 giovane membro dell’Assemblea Costituente, definisce “la grande pagina della sofferenza, del dolore, del martirio nella lotta per la  libertà. Una sofferenza vissuta da chi credeva nei valori dello Spirito e da chi non vi credeva, da chi apriva la speranza in una visione trascendente e da chi questa luce non aveva, ma sempre sofferenza, umano incredibile patrimonio che divenne anima della Carta Costituzionale”.

La nostra Costituzione dunque è frutto dell’”Unità nella diversità”. Questo dobbiamo rivendicare oggi, spiegarlo  ai nostri ragazzi , ricordarlo alle nostre pigre coscienze. In caso contrario prevarranno coloro che vogliono far credere che la nostra Costituzione  è stata falsata , nella sua costruzione, dalle preponderanti forze della sinistra che ne avrebbero irrimediabilmente compromesso l’efficacia democratica; il tutto quale risultato di una Lotta resistenziale non frutto della autodeterminazione di un popolo ma strumento nelle mani di un minoritario gruppo politico  al soldo di potenze ed obiettivi stranieri.

Da qui tutta la teoria del revisionismo storico che, pur essendo stato sempre presente fin dal dopoguerra, negli ultimi anni ha trovato nuovi proseliti ed una più ampia eco nei media ed in parti politiche di grande massa.

 

-Ma Ricordare la Resistenza significa anche offrire un messaggio di speranza per il futuro.

Io credo ,cari cittadini, che il  giudizio di “catastroficità”  espresso da Dossetti nel 1944, possa oggi essere riproposto e possa essere riattualizzato. Il quadro sociale e culturale non solo italiano   è  profondamente mutato : oggi siamo nella società del nulla , dei “non luoghi”, del “non senso”.  Le ideologie hanno fallito o comunque non sono più attrattive.. Le istituzioni sono in crisi .Mancano punti di riferimento e  sembrano mancare Valori fortemente condivisi e  aggreganti intorno ai quali riconoscersi. In questa difficile situazione di disagio complessivo il pensiero filosofico e la politica, ai quali spetterebbe il compito di indicare  modelli interpretativi della realtà e soprattutto  modelli nuovi idonei ad orientarci  e ad orientare il necessario cambiamento, se ne rivelano incapaci. Prevale il disorientamento, che ovviamente coinvolge anche   i Partiti e le loro  classi dirigenti  cosicchè alla strada della “feconda, anche se aspra  dialettica democratica “  esercitata all’interno delle Istituzioni democraticamente elette, viene preferita “ quella avventurosa e deviante , della contrapposizione tra piazza e Parlamento” .(Giorgio Napolitano 22.04.2013).

 

A fronte della  difficile situazione economica, sociale e culturale del Paese si registra la rivivescenza di diverse forme di populismo che ,come è noto, rischiano spesso di trasformarsi in autoritarismo. La Situazione italiana  appare ancora più grave a chi  , d’accordo con Dossetti , ritiene, gobettianamente, il fascismo, l’autobiografia della Nazione non riconducibile ad una specifica epoca. Ma una costante della vita italiana , ancorchè di volta in volta variamente rivestito.

Il rischio che l’Italia corre è davvero serio e reale , soprattutto se si considera come la crisi abbia messo a nudo quanto di finto e di sbagliato negli anni si sia compiuto, col mito dell’economia e della finanza ,con  il sistema delle raccomandazioni , delle conoscenze influenti e della collusione col potere, che  hanno umiliato il merito e la competenza, la moralità , la correttezza e la legalità .

“Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; la quale non può che condurre al precipizio. Il problema economico è l’ aspetto e la conseguenza di un più ampio problema, spirituale e morale”. Così scriveva tanti anni fa Luigi Einaudi, cogliendo il senso di un problema che ha radici profonde e può essere risolto solo ripartendo dai valori fondamentali della crescita della persona umana.

Che sono poi i valori sui quali è nata e si è sviluppata la Resistenza.

 

Allora Io penso,  cari Cittadini che ricordare la Resistenza possa  aiutare ad affrontare le sfide del futuro , con speranza e con rinnovato entusiasmo, nella consapevolezza che un avvenire  sereno per l’Italia è possibile se affrontato alla ricerca dell’Unità nella Diversità, come fecero i nostri Padri, alla luce dei  valori  di un nuovo umanesimo , quale quello sancito e affermato nei principi fondamentali della Costituzione Italiana, il principio della libertà, personale, religiosa, di  pensiero , quello  della democrazia, della pace, del lavoro, dell’inviolabilità dei diritti umani, della solidarietà politica economica e sociale,  della sussidiarietà ,  del decentramento politico e amministrativo.  Quegli stessi valori che unirono gli italiani ormai settant’anni fa, sono gli stessi valori intorno ai quali una nuova pacificazione sociale si può costruire nell’interesse del Paese.” Perché , come ci ha ricordato Il Presidente della Repubblica nel suo recente discorso di insediamento , “Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorte di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni , convergenze tra forze politiche diverse , è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare della cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini , appunto, di mediazioni, intese e alleanze politiche”

 

-E’ chiaro tuttavia che ai valori costituzionali  siamo chiamati a dare testimonianza ogni giorno, nelle nostre occupazioni quotidiane, nel nostro impegno politico e civile. Perché come raccomandava Piero Calamandrei ai giovani universitari di Milano nel 1955 “ la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità”.

 

Oggi dunque può essere l’occasione per interrogarci su come,a i vari livelli, viviamo e sosteniamo i valori propugnati dalle persone che commemoriamo. A partire da quell’articolo 1 che recita :”l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”,  “ perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita …(omissis)..al progresso  continuo di tutta la società.”(Piero Calamandrei), Per questo auspico che il nuovo Governo che, auspico possa formarsi a breve, ponga la questione del lavoro come  priorità assoluta della propria azione .

 

E’ facile  dunque convenire che ricordare oggi i nostri  Resistenti non è esercizio retorico, ma necessità. Necessità di recuperare modelli di uomini veri, reali, impegnati, coraggiosi , a cui ispirarci.  Testimoni, di cui abbiamo bisogno, come l’aria!.

E ‘ per questo che voglio concludere oggi  con voi queste mie riflessioni  con le parole utilizzate da Ziliani  nel Suo intervento all’ultimo convegno dell’ Associazione Partigiani Cristiani di Piacenza da Lui stesso organizzato l’8 ottobre 2005, in occasione del 60° Anniversario della Liberazione, in memoria dei sacerdoti diocesani Martiri della Libertà.

Conclusione che preludeva la lettura, come Sua abitudine in tutte le occasioni pubbliche, della Preghiera del Ribelle scritta dalla Medaglia d’oro Teresio Olivelli (di cui è in corso il processo di beatificazione), frasi che riassumono il Suo stile di vita e la Sua esistenza (e che ci ricordano l’importanza ed il significato profondo della responsabilità personale di ognuno di noi):

“  I Sacerdoti che stiamo onorando ci ricordano che ciascun uomo ha le sue responsabilità e ciascuno ha un compito  cui attendere.

Ci ricordano ancora che ciascuno di noi ha un dovere rispetto alla società e ciascuno ne deve rispondere perché nessun’altro farà mai quello che solo noi possiamo fare.

Ci ricordano che non ci sarà mai vera pace fino a quando l’uomo non avrà trovato la pace in se stesso.

Ci ricordano, col sacrificio del loro sangue, che non c’è cosa più grande di quella di saper dare la propria vita per gli altri.

Queste povere cose ma solo esse, potranno finalmente scacciare le nubi che ci sovrastano. “.

 

Con queste parole saluto , ( un saluto particolare a Emilio Pecorari e alla staffetta Pierina Pivani ) e mi unisco a Voi in un unico ideale abbraccio a tutti i caduti per la democrazie e la libertà.

Viva la Resistenza, viva la Repubblica, viva l’Italia unita.

Patrizia Calza

Associazione nazionale Partigiani Cristiani di Piacenza

Monticelli d’Ongina 25 Aprile 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione di Piacenza – via don Carozza, 30/a – tel. 0523497197

Le bandierine del 25 Aprile di MASSIMO CORTESE

In occasione delle festività civili del 25 aprile e del 1° maggio, la mia città è sempre stata imbandierata. Venivano affisse delle bandierine tricolori sui fili elettrici utilizzati dai filobus: la loro era una presenza stabile, che si protraeva anche per qualche giorno ancora, approfittando della festività, religiosa e civile ad un tempo, del Patrono cittadino san Ciriaco. Quelle bandierine hanno percorso la mia nascita, la mia adolescenza, l’ingresso nell’età adulta, e con esse è andato avanti anche il Paese che, nonostante i cambiamenti e le trasformazioni che ha subito in questi anni, le ha sempre volute al loro posto.

Accadeva sempre alla vigilia del 25 aprile, e mai una volta che vedessi gli operai metterle al loro posto. Era come una magia, all’approssimarsi della festa apparivano le bandiere, ma da quest’anno i vessilli tricolori non sono più ricomparsi. Forse le bandierine sono state considerate uno spreco che in quest’epoca di tagli la Città non poteva permettersi, ma non voglio andare oltre. Care bandierine, credo che ormai non vi vedremo più in occasione delle prossime ricorrenze civili del 25 aprile e del 1° maggio, perché quando si interrompe la consuetudine, poi è complicato riprenderla, come è già accaduto per il Carnevale dei Ragazzi, scomparso nel 1972 a causa del terremoto. Qualcuno poi ci dirà che, in fondo, le bandierine erano dei segni esteriori, ed allora ricorro al ricordo. Ripenso allora alla mattinata del 25 aprile 1974, quando mi ritrovo al cinema Metropolitan, dove viene proiettato “Roma Città Aperta”: ogni ordine di posti era occupato da altri studenti delle scuole cittadine. Sempre in quell’anno il Comune organizzò una mostra sul Trentennale della Liberazione di Ancona, ed ancora ricordo l’anziano usciere, con la protesi nera alla mano, che grida a me e al mio amico “ Ragazzi, voi non sapete cos’è la guerra, la guerra! A scuola ci facevano leggere le lettere dei giovani condannati a morte durante la Resistenza: sentite, ma si fanno ancora queste letture? Non so, forse mi sbaglio, ma credo che la scomparsa delle bandierine, oltre ad una questione di tagli, sia la conseguenza di un rilassamento della Memoria.

Massimo Cortese

VIVERE NELLA RESISTENZA. Una questione morale. 25 Aprile 2013 a Savona

 

 

La festa di Liberazione che ci accingiamo a vivere, cade nel settantesimo anniversario della firma

dell’armistizio, evento che sancì di fatto l’inizio della lotta armata contro i nazifascisti. Specifico

lotta armata perchè la Resistenza, in quanto ribellione dell’Uomo contro un regime dove violenza e

soppressione delle libertà erano legge, era iniziata molto tempo prima e aveva già pagato il pegno

del sangue, del carcere e del confino.

Nella concezione collettiva tuttavia, da sempre, la visuale che maggiormente rimane del periodo

resistenziale è quella della lotta armata. La stessa legge del tempo con cui si riconosceva lo status di

“partigiano” era legata alle azioni compiute in battaglia. La tendenza ad accentuare questa visione

della Resistenza è legata al forte scontro politico ed ideologico che andava lacerando l’eredità

resistenziale fin dai primi anni della neonata Repubblica e che sarebbe poi proseguito, in modi e

forme diverse, fino ai giorni nostri. Pietro Scoppola nei suoi tesi ha ben analizzato come le identità

collettive nel nostro Paese si sono formate negli anni della ricostruzione su circuiti distinti. E’ da

questo dato che occorre partire per analizzare la difficoltà di creazione di un sentimento di identità

nazionale: apparteniamo ad una democrazia non in un senso comune, ma su binari separati.

Con la pubblicazione delle

lettere dei condannati a morte, negli anni cinquanta, emerse poi un

nuovo capitolo della vicenda resistenziale che in qualche modo scavalcava la lotta armata: la

componente morale.

Il martire cattolico Teresio Olivelli, nella sua Preghiera del Ribelle, usò per primo l’espressione

 

ribelli per amore

che ben sintetizzava per i cristiani la rivolta morale che portò tanti uomini e tante

donne a dare il loro contributo alla causa della Resistenza. L’opposizione al regime era quindi

vissuta, fin dall’inizio, come una spinta primariamente di coscienza; nel primo manifesto che il

movimento Guelfo di Malvestiti e Malavasi, nato clandestinamente alla fine degli anni venti per

raccogliere le anime antifasciste del mondo cattolico, diffuse in piazza San Pietro nel maggio del

1931 in occasione delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario della Rerum Novarum, vi era

scritto che:

“…E’ illogico ed assurdo che, nel nostro secolo, i cattolici debbano essere chiamati all’ubbidienza cieca di un

qualsiasi potere in qualsiasi modo costituito, e nello stesso tempo alla più perfetta apatia, alla più stupida

indifferenza circa le origini e gli scopi di questo potere, abdicando al chiaro diritto preesistente”.

In queste parole è chiaro come la questione, prima che politica, sia di coscienza e tocchi le corde più

profonde dell’animo umano. Don Primo Mazzolari, in una lettera al professor Livio Olivieri nel

1955, scriverà:

«L’uomo libero e consapevole è sempre un «resistente», qualunque siano i tempi e i regimi. Ci son sempre cose

che non possono essere accolte dal galantuomo: c’è sempre una tentazione dell’ambiente e del tempo, che ci

minaccia in quello che abbiamo di veramente nostro e di più prezioso. Chi tira i remi in barca perché c’è bonaccia

in aria, non sa o dimentica che in ogni momento la nostra coscienza morale e cristiana è posta davanti a delle

scelte. La scelta crea la resistenza»

Quindi non è solo questione di vivere la Resistenza, ma di vivere nella resistenza. In quest’ottica la

moralità personale è declinata nel quotidiano.

Sempre inquadrando il nostro discorso in quel determinato periodo storico si aggiunge un fatto che

si deve tenere ben presente, ovvero l’immane dramma umano della guerra. E’ in questa situazione

umana e sociale che in quegli anni nacquero spazi di partecipazione fuori da logiche di schieramenti

ideologici e si espressero forme di solidarietà che si potrebbero definire antropologiche: dall’aiuto

dei contadini, alla solidarietà di quelli che nascosero gli ebrei, di coloro che aiutarono gli alleati, di

quelli che accolsero gli sfollati, la scelta che fu fatta della maggioranza dei giovani italiani di non

rispondere ai bandi di Salò…

Si espresse così una radicalità che non si può limitare alla lotta armata o ad una questione

ideologica. Non si poteva stare a guardare mentre tutto crollava.

E’ anche interessante il confronto che si può fare tra la Resistenza armata ed una qualsiasi guerra,

intesa come scontro che contrappone due eserciti: il fronte resistenziale era assai più vasto di un

normale esercito, esso non si limitava , come nel caso di quest’ultimo, a qualche leva della

popolazione impiegata in combattimento su un fronte territorialmente limitato; la Resistenza

coinvolgeva ogni città, ogni borgata, ogni cascina, ogni casa, e interessava tutta la popolazione che

abitava quei luoghi, in particolar modo le donne rimaste a presidio delle case e delle famiglie. Tutti

e ovunque erano coinvolti e quindi messi di fronte alla scelta. Vi è quindi un livello etico che

scavalca la lotta armata e da cui parte il vero significato identitario del 25 aprile.

Giuseppe Dossetti visse così nel profondo questa dimensione morale che nel dibattito alla

Costituente propose come articolo 3 della Costituzione il seguente testo:

 

«La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà

 

fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino».

 

La proposta non passò, tuttavia per Dossetti c’era qualcosa di più di una questione legislativa in

quelle parole. La sua vita infatti sarà l’incarnazione di questo atteggiamento morale, come grido

della coscienza in soccorso dell’umanità in pericolo e della stessa Chiesa.

Per poter correre in aiuto però occorre innazitutto capire i segni dei tempi e saperli leggere alla luce

della storia. Questo è il ruolo della figura biblica della “sentinella” che fino all’ultimo don Giuseppe

ci esortò ad interpretare come uomini e cristiani del nostro tempo.

Fare memoria allora non vuol solo dire ricordare; fare memoria vuol dire lasciarci interrogare dal

passato e capire quale significato assume alla luce di quello che viviamo oggi. Evitare ciò vuol dire

darla vinta all’indifferenza che, come disse Gramsci, è la peggior insidia per l’uomo. Essa è in tutte

le epoche la scelta più semplice da compiere e su cui, da sempre, fanno leva le spinte peggiori

dell’umanità.

Giorgio Masio

RENATO VUILLERMIN – Una testimonianza cristiana nella Resistenza

Renato Vuillermin nasce a Milano l’8 febbraio 1896, frequenta le scuole elementari a Racconigi (CN) e in seguito a Torino, dove il padre di origini aostane era stato trasferito in quanto vicecancelliere del tribunale, quindi si iscrive al Ginnasio Salesiano a Valdocco. Nel 1916 è chiamato alle armi nel corpo di sanità, tuttavia si offre volontario negli alpini. L’esperienza della guerra lo segnerà sia nella carne che negli affetti: lui rimane ferito al braccio e alla gamba sulle pendici dell’Ortigara, anche il fratello Ermete cade ferito mentre il terzogenito Fausto muore in Macedonia. Da questi eventi Renato esce con una profonda avversione ad ogni forma di violenza e quindi con la netta opposizione a quei movimenti di nazionalisti delusi che si andavano sviluppando a seguito del conflitto. Congedato nel 1919 Vuillermin si applica agli studi universitari nella facoltà di Scienze Naturali e trova lavoro nella redazione del quotidiano cattolico “Il Momento”, oltre che nell’insegnamento. Sempre in quell’anno è tra i primi aderenti all’appello ai liberi e forti di don Sturzo; con il Partito Popolare si impegna in comizi, aperture di sezioni e settimane sociali. Nel 1919 risulta tra gli eletti per il primo congresso nazionale del partito e insieme ad altri forma l’indisciplinato gruppo di sinistra che si contrappone all’estrema destra, naturale filiazione del circolo degli aristocratici piemontesi. Il PPI a Torino sarà infatti molto condizionato da questo gruppo “Tupinet” di cui faceva parte anche il barone Gianotti che nel 1924 sarà promotore del filofascista Centro Nazionale per il Piemonte. Sempre nel 1919 diventa Presidente della Gioventù Cattolica Piemontese e, per un breve tempo, segretario dell’Unione Lavoratori di Torino: sono le prime forme di sindacalismo bianco. Sono anni difficili, ogni convegno o processione può essere teatro di scontro con socialisti, massoni e più tardi anche con i fascisti. Lo stesso Vuillermin durante un contradditorio a Chieri viene scaraventato a terra dal tavolino e riesce ad evitare una coltellata. Il 7 ottobre 1920 viene eletto consigliere comunale di Torino. E’ tuttavia dalle righe di “Giovane Piemonte”, il settimanale della Gioventù Cattolica piemontese da lui ispirato, che possiamo meglio seguire il pensiero di Vuillermin sull’Italia che andava conoscendo il biennio rosso e la venuta del fascismo. Nel numero del 29 gennaio 1921 Vuillermin interviene in merito alle suggestioni della guerra ai rossi e dell’ordine fascista che minacciano di inquinare i giovani cattolici “il fascismo è un fenomeno di violenza, e quindi lo dobbiamo combattere” afferma Renato, proseguendo così: “ che differenza c’è fra un attacco rosso ad una processione e l’assasinio fascista del contadino di Toscana, reo di non voler abbassare la bandiera bianca dal suo tetto? Tra l’assalto socialista di Ferrara e gli attacchi fascisti ai pacifici cortei di lavoratori socialisti, all’”Avanti” di Roma e Milano?” Il fascismo “è sempre il diavolo e una volta o l’altra butterà via il travestimento”; se qualcuno “malgrado i più fraterni ammonimenti, si confonderà con esso, troverà nei nostri circoli l’uscio di legno”. Nell’agosto del 1921 si svolge a Roma il cinquantesimo anniversario della nascita della gioventù cattolica, evento che in ogni modo viene osteggiato dal governo, negando di fatto le autorizzazioni al corteo e alla celebrazione della S. Messa al Colosseo. Vuillermin è tra i più attivi in quell’evento, ha guidato a Roma duemila giovani piemontesi a cui ha fatto indossare una vistosa cravatta bianca e negli incidenti tra manifestanti e guardie regie in Piazza del Gesù viene tratto posto in stato di fermo. L’avversione al fascismo del giovane Vuillerimn, testimoniata nei suoi scritti e nei suoi comizi, non passa inosservata; il 18 marzo dello stesso anno mentra passeggia con un amico nei pressi di piazza Santa Marta a Torino viene aggredito da tre fascisti armati di manganelli che lo feriscono alla testa. Non tutti i cattolici la pensano però allo stesso modo, molti sono stati ammaliati dalla restaurazione dell’ordine che il fascismo sembra promanare. Vuillermin allora, in seguito ad uno scritto di Mussolini dell’11 giugno 1922, sferra l’attacco nel punto più sensibile di un qualsiasi cristiano superficiale. Il duce disse: “Noi disdegnamo la frigidà purità degli impotenti. Noi sputiamo in faccia sui San Luigi Gonzaga che temono di guardare in faccia la madre – la vita – per il terrore di commettere peccato”. Vuillermin non si fa sfuggire l’occasione e risponde per le rime: “

Noi avremmo osato sperare che delle sputacchiere non mancassero al fascismo italiano, che tutta la grassa mandria che lo foraggia non gli avesse lasciato mancare questo arnese di prima necessità. Invece no, gli amici non ci hanno pensato. Ed allora con la baldanza sua propria si è dato dattorno cercarsele. Non le ha cercate nei volti dei barattieri, dei pescecanacci ingordi, dei truffatori medagliati, degli agrari strozzacontadini. No! Non si sputa nel piatto in cui si mangia. Si sputa contro i nemici…Questa gioventù grida a costoro che vivaddio se vorranno sputacchiare sulle facce d’Italia che seguono S.Luigi si consumeranno tutti i marci polomoni degli sputacchiatori più o meno coperti dal bandierone tricolore”. Nel 1923 in seguito alle dimissioni di Sturzo dal Partito Popolare, Vuillermin non si da pervinto e dopo le devastazioni per mano fascista di diversi circoli in tutt’Italia, decide di scrivere una lettera pubblica a Mussolini: “On. Mussolini, è perfettamente inutile chiamare idiote delle gesta delittuose, bisogna prevenirle, impedirle…Uno Stato che non è capace di far rispettare le sue leggi è indegno di vivere, avete detto voi un giorno contro i liberali. On. Mussolini, è la vostra volta…”. Ma è nel discorso di Novara del luglio 1923 che si esprime al meglio ed organicamente il pensiero di Vuillermin: la ferma adesione ai principi del popolarismo quali andava difendendo strenuamente Luigi Sturzo, e insieme la testimonianza drammatica della lacerata coscienza cattolica degli anni venti e della resistenza opposta dalla base popolare, fra le ombre e i bagliori dell’imminente crepuscolo della libertà, alla marcia su Roma. Intanto continuano le violenze sui giovani cattolici in tutta la penisola e il 23 agosto ad Argenta viene ucciso dagli squadristi di Italo Balbo don Giovanni Minzoni. Nel giugno, con il delitto Matteotti il regime sembrava avere i giorni contati. Le forze democratiche avevano realizzato di fatto una prima collaborazione, attestandosi, secondo la nobile espressione di Turati “sull’Avventino delle loro coscienze”. Ma vi rimangono prigioniere delle loro contraddizioni ed indecisioni. Il 1924 è l’anno in cui Vuillermin lascia la carica di presidente del movimento giovanile piemontese, i nuovi statuti accentratori avevano infatti svuotavano nei fatti i movimenti regionali. Renato intanto si era sposato nel 1922 con Eugenia Ruscazio da cui avrà due figli, Fiorenza e Eugenio, e inizia a lavorare presso la Società Idroelettrica Piemontese. In questi anni conseguirà le lauree in Legge, con una tesi sulla Crisi dello Stato e decentramento amministrativo, e nel 1926 quella in Scienze Politiche con un tesi sull’opera del gesuita spagnolo Suarez, che divverà anche un libro edito da edizioni Athena Milano. Fino al 1929 poco o nulla sappiamo della sua attività politica. In questi anni sono frequenti i suoi viaggi a Roma, dove incontra Spataro, padre Rosa, il maresciallo Caviglia e talvolta De Gasperi. Talora si spinge anche a Napoli a trovare l’amico Rodinò e Bendetto Croce. Il 1929 è l’anno della firma dei patti lateranensi, i quali non illuderanno gli spiriti più avvertiti; i cattolici democratici cominciano allora ad uscire alla chetichella e rientrare nei circoli di A.C. svolgendo un’intensa opera di educazione; anche Vuillermin torna in scena, la SEI pubblica in quell’anno l’enciclica Immortale Dei di Leone XIII con un suo commento-prefazione.Nel 1930 il prof. Augusto Monti, incontra tramite il comune amico Domenico Ravaioli, Vuillermin. Il Partito Popolare non era morto. Vuillermin chiede a Monti di metterlo in contatto con Luigi Albertini e Luigi Einaudi, Monti però, visto l’immobilismo dei liberali del “Corriere”, gli propone il contatto con il gruppo Giellista di Torino capeggiato da Pierino Zanetti e con quello di Milano guidato da Riccardo Bauer. Dopo una fitta serie di incontri preparatori si arriverà a fissare il 30 ottobre un appuntamento tra Vuillermin e il gruppo torinese e milanese, incontro che però salterà a causa di una retata della polizia che scompaginerà il movimento giellista lombardo. Vuillermin continua su questo filone giellista e manda Ravaioli per suo conto a Parigi da Carlo Rosselli ma non si combinerà niente neanche in questo caso per obbiezioni e diffidinze della parte laica. La collaborazione con i giellisti rimane in qualche modo occasionale, di fronte allo scetticismo degli improvvisati compagni di strada di fronte al suo piano d’azione, Vuillermin risponde di sapere “che la tela si ordiva in alto”, che non bisogna disarmare. L’intenso rapporto con padre Enrico Rosa fa presupporre anche un legame del gruppo di Renato Vuillermin al movimento clandestino di Alleanza Nazionale, capeggiato da Mario Vinciguerra e sostenuto da Bendetto Croce, Zanotti Bianco e pade Enrico Rosa. Oltre a Enrico Rosa, Vuillermin era in stretto contatto con lo stesso Croce, il quale avrà modo di ricordarlo dopo la morte: “l’ho ancora dinnanzi agli occhi, quando veniva a trovarmi a Meana insieme ad Augusto Monti, e questi era tutto rianimato dal pensiero di avere alleati nella lotta contro il fascimo i cattolici di nobile sentire, come quel giovane…”

Se l’adesione di Vuillermin ad Alleanza Nazionale può essere desunta da una lettura critica dei documenti rimasti, la sua presenza all’interno del Movimento Guelfo d’Azione, è esplicitamente confermata. Il gruppo era nato nel 1929 e aveva lo scopo di raccogliere in un unico movimento le correnti cattoliche antifasciste, specie nell’Italia settentrionale. Lo guidavano Piero Malvestiti e Gioacchino Malavasi. Malvesti ricorda i numerosi colloqui avuti a Milano in casa di amici con Renato Vuillermin al fine di potenziare il movimento, ed inoltrò in gran copia i manifestini del Movimento: “E mi risulta anche che la diffusione nel torinese fu adeguata. Naturalmente né il nome di Vuillermin né queli di altri corrispondenti uscirono dalle nostre labbra” negli interrogatori a seguito all’arresto dei vertici guelfi. Nel 1937 Renato frequenta Finale Ligure, vicino a Savona, dove acquista una sorta di castello a mezzacosta della montagna; l’anno seguente il prefetto di Torino impone alla SIP di licenziarlo, Vuillermin si ostinava infatti a non iscriversi al PNF. Decide quindi di aprire uno studio a Finale e va ad abitare al castello in compagnia del figlio Fiorenzo. Il 10 giugno 1940 vi è la dichiarazione di guerra dell’Italia, in una delle sere seguenti carabinieri, milizia e polizia irromperanno nell’abitazione di Vuillermin accusandolo di aver fatto segnalazioni luminose agli arei alleati. Un’accusa assurda e infondata me è un avvertimento: basta meno di un mormorio di un incontro clandestino per rischiare grosso. Rentato non si intimorisce, inoltre la presenza a Finale del generale Caviglia, conoscente di vecchia data di Vuillermin, monarchico, lealista, ma intimamente avverso al fascismo, gli consente, in un certo qual modo, di agire con una certa garanzia. Nel “castello” di Finale si svolgono diverse riunioni clandestine con vecchi popolari e altri antifascisti ed è a causa dei verbali di queste riunioni che il 24 novembre Renato viene arrestato dopo una perquisizione in casa da parte delle camice nere. Vuillermin, insieme con i maggiori indiziati del così detto “complotto di Finale”, viene trattenuto in carcere per circa un mese, affronta gli interrogatori con il suo solito spirito irreprensibile e il 13 gennaio 1943 viene condannato dalla Commisione provinciale di Savona al confino di polizia per cinque anni: il massimo della pena.

Sconterà la condanna a Giulianova. Qui Renato partecipa attivamente alla vita religiosa del paese, studia, legge e scrive molto. Riesce a prendere contatto con gli antifascisti locali e ad essere partecipe del movimento che si stava creando in quella zona. Gli sono vicini in quel periodo il comunista Leo Leone, il sarto Salvatore Verdini, l’avv. Riccardo Cerulli, il prof. Saverio Secchi e il rag. Aristide Castiglioni; attraverso questi ultimi due, vecchi popolari, Vuillermin riesce ad incontrarsi con il vecchio amico Giuseppe Brusasca ed a mantenere i rapporti con la Democrazia Cristiana, ormai attiva su piano nazionale. Ha modo anche di difendersi contro l’inchiesta militare che deriva ad ogni ufficiale in congedo in seguito a provvedimento di polizia per motivi politici “Falso è…l’allegato del Questore di Savona – prorompe Vuillermin – quando mi definisce un ex popolare fervente. Io non ho mai tradito la mia fede politica. Gli ex si possono affibiare ad altri,non a me … Se anche il mio partito è stato violentemente soppresso, le mie idee rimangono quelle, anzi si sono rinvigorite nella ventennale esperienze contraria fatta dal mio diletto Paese…”.Preoccupati per il suo attivismo, le autorità decidono di trasferire Vuillermin a Castelli di Teramo, un paesino di montagna a cui al tempo si accedeva solo a piedi. Lì lo coglie la notizia del 25 luglio e, dopo pochi giorni, lascia l’Abruzzo per far ritorno a Finale Ligure dove proseguirà la sua attività di incontri e riunioni clandestine.La sera del 23 dicembre a Savona viene lanciata una bomba nella “Trattoria della Stazione” dove era presente un gruppo di militari tedeschi e il capo del personale dell’ILVA, Piero Bonetto, famoso per le sue spedizioni punitive e il reclutamento delle liste di persone da mandare in Germania. Tre morti e diciasette feriti sarà il bilancio dell’esplosione. Il capo della provincia Mirabelli da l’avvio alle indagini, mentre la sera stessa gli squadristi si raccogono in federazione invocando una rappresaglia esemplare . E’ questa l’idea che prenderà corpo nelle successive riunioni in prefettura. Si inizia così a redigere l’elenco dei nomi destinati al sacrificio: l’avvocato giellista Cristoforo Astengo, denuto da due mesi senza imputazione specifica, Francesco Calcagno, militare comunista alla macchia e catturato nei boschi di Roviasca, CarloRebagliati e Arturo Giacosa, comunisti, entrambi arrestati a Millesimo con l’accusa di favoreggiamento di partigiani, Aurelio Bolognesi e Aniello Savaresi, rastrellati nella zona di Gottasecca. A questo punto esce il nome di Vuillermin, antifascista di spicco e sospettato di connivenza con gli alleati. Inoltre, essendo cattolico, avrebbe conferito alla lista anche una maggiore rappresentatitvità dell’intero arco antifascista che si voleva colpire.

Il maresciallo dei carabinieri suonò a casa Vuillermin il giorno di Natale alle 14.00, comunicando a Renato l’ordine di tradurlo sotto scorta a Savona e gli diede appuntamento in caserma nel pomeriggio. Se il maresciallo volesse offrire a Vuillermin il modo di scappare lo possiamo solo ipotizzare, di fatto Vuillermin pensò che non avendo nulla da nascondere non vi era motivo per non presentarsi all’appuntamento. Così fece, presentandosi all’orario accordato in caserma. Di qui viene portato a Savona nelle carceri insieme alle altre sei vittime designate. Alle quattro di mattina del 27 dicembre i sette vengono caricati su un torpedone e portati in corso Ricci dove rimarrano fino allesei. Dentro l’edificio sotto cui stanno attendendo i prigionieri, si consuma la farsa del tribunale speciale straordianario. Nessuno pensa ad ascoltarli, la loro sorte è già decisa: condannati a morte. Di qui vengono trasportati al forte della Madonna degli Angeli, sulle alture di Savona, quando scendono dal mezzo capiscono perfettamente quale destiono li sta attendendo. Il comandante Rosario Privitera gli impone la fucilazioni con i ferri come ulteriore atto di umiliazione. Astegno protesta: “Vigliacchi!Dunque ci assisante così! Vigliacchi! Voi vi macchiate del peggior crimine che la storia ricordi! Io non so nulla da due mesi di quello che avviene fuori”. Privitera risponde irridente “Questo è il conto che vi si salda dopo vent’anni di propaganda antifascista”.

Si fa avanti Vuillermin, calmo, rasseganto: “Giacchè mi dovete ammazzare, datemi almeno l’estremo conforto della religione, chiamatemi un prete”. Privitera, inidicando il muro risponde: “Andate là, ho regolato io tutti i conti per voi anche con Dio”. I condannati si stringono l’un l’altro. Si ode a questo punto la voce ferma e tonante di Vuillermin “Io credo in Dio, Padre Onnipotente…”,le svetagliate di mitra stroncheranno, rabbiose, la preghiera e ogni altra voce o gesto.

Solo il giorno seguente le salme furono lasciate ai famigliari, senza neanche il conforto di un ricordo, infatti queste vennero depredate di portafogli, anelli e orologi. A Renato Vuillermin nel dopoguerra verranno dedicate una piazza ad Aosta, una corso a Torino, una piazza a Finale Ligure, una via a Giulianova, una via ad Alba, una a Saluggia (Vercelli) e una a Villafranca Piemonte (Torino). In vari articoli e saggi sarà ricordato da storici, amici e personaggi illustri conosciuti in vita come Benedetto Croce, Alcide De Gasperi e Giuseppe Spataro.

Bibliografia di riferimento:

Ezio Bèrard –

Renato Vuillermin. Un cattolico di frontiera, Tipografia Valdostana, Aosta 1994

Lorenzo Mondo –

Renato Vuillermin. Un cattolico nella resistenza. Ed. Cinque Lune, Roma 1966

Renato Vuillermin e l’antifascismo cattolico

, supplemento speciale della rivista abruzzese di studi

storici dal fascismo alla resistenza di autori vari, Arti Grafiche Aquilane, L’Aquila, 1981

 

Una testimonianza cristiana nella Resistenza

 

Renato Vuillermin nasce a Milano l’8 febbraio 1896, frequenta le scuole elementari a Racconigi

(CN) e in seguito a Torino, dove il padre di origini aostane era stato trasferito in quanto vicecancelliere

del tribunale, quindi si iscrive al Ginnasio Salesiano a Valdocco. Nel 1916 è chiamato

alle armi nel corpo di sanità, tuttavia si offre volontario negli alpini. L’esperienza della guerra lo

segnerà sia nella carne che negli affetti: lui rimane ferito al braccio e alla gamba sulle pendici

dell’Ortigara, anche il fratello Ermete cade ferito mentre il terzogenito Fausto muore in Macedonia.

Da questi eventi Renato esce con una profonda avversione ad ogni forma di violenza e quindi con la

netta opposizione a quei movimenti di nazionalisti delusi che si andavano sviluppando a seguito del

conflitto. Congedato nel 1919 Vuillermin si applica agli studi universitari nella facoltà di Scienze

Naturali e trova lavoro nella redazione del quotidiano cattolico “Il Momento”, oltre che

nell’insegnamento. Sempre in quell’anno è tra i primi aderenti all’

appello ai liberi e forti di don

Sturzo; con il Partito Popolare si impegna in comizi, aperture di sezioni e settimane sociali. Nel

1919 risulta tra gli eletti per il primo congresso nazionale del partito e insieme ad altri forma

l’indisciplinato gruppo di sinistra che si contrappone all’estrema destra, naturale filiazione del

circolo degli aristocratici piemontesi. Il PPI a Torino sarà infatti molto condizionato da questo

gruppo “

Tupinet” di cui faceva parte anche il barone Gianotti che nel 1924 sarà promotore del

filofascista Centro Nazionale per il Piemonte. Sempre nel 1919 diventa Presidente della Gioventù

Cattolica Piemontese e, per un breve tempo, segretario dell’Unione Lavoratori di Torino: sono le

prime forme di sindacalismo bianco. Sono anni difficili, ogni convegno o processione può essere

teatro di scontro con socialisti, massoni e più tardi anche con i fascisti. Lo stesso Vuillermin durante

un contradditorio a Chieri viene scaraventato a terra dal tavolino e riesce ad evitare una coltellata.

Il 7 ottobre 1920 viene eletto consigliere comunale di Torino. E’ tuttavia dalle righe di “Giovane

Piemonte”, il settimanale della Gioventù Cattolica piemontese da lui ispirato, che possiamo meglio

seguire il pensiero di Vuillermin sull’Italia che andava conoscendo il biennio rosso e la venuta del

fascismo.

Nel numero del 29 gennaio 1921 Vuillermin interviene in merito alle suggestioni della guerra ai

rossi e dell’ordine fascista che minacciano di inquinare i giovani cattolici “

il fascismo è un

fenomeno di violenza, e quindi lo dobbiamo combattere

” afferma Renato, proseguendo così: “ che

differenza c’è fra un attacco rosso ad una processione e l’assasinio fascista del contadino di

 

Toscana, reo di non voler abbassare la bandiera bianca dal suo tetto? Tra l’assalto socialista di

 

Ferrara e gli attacchi fascisti ai pacifici cortei di lavoratori socialisti, all’”Avanti” di Roma e

 

Milano?

.” Il fascismo “è sempre il diavolo e una volta o l’altra butterà via il travestimento”; se

qualcuno “

malgrado i più fraterni ammonimenti, si confonderà con esso, troverà nei nostri circoli

l’uscio di legno

”.

Nell’agosto del 1921 si svolge a Roma il cinquantesimo anniversario della nascita della gioventù

cattolica, evento che in ogni modo viene osteggiato dal governo, negando di fatto le autorizzazioni

al corteo e alla celebrazione della S. Messa al Colosseo. Vuillermin è tra i più attivi in quell’evento,

ha guidato a Roma duemila giovani piemontesi a cui ha fatto indossare una vistosa cravatta bianca e

negli incidenti tra manifestanti e guardie regie in Piazza del Gesù viene tratto posto in stato di

fermo. L’avversione al fascismo del giovane Vuillerimn, testimoniata nei suoi scritti e nei suoi

comizi, non passa inosservata; il 18 marzo dello stesso anno mentra passeggia con un amico nei

pressi di piazza Santa Marta a Torino viene aggredito da tre fascisti armati di manganelli che lo

feriscono alla testa. Non tutti i cattolici la pensano però allo stesso modo, molti sono stati ammaliati

dalla restaurazione dell’ordine che il fascismo sembra promanare. Vuillermin allora, in seguito ad

uno scritto di Mussolini dell’11 giugno 1922, sferra l’attacco nel punto più sensibile di un qualsiasi

cristiano superficiale. Il duce disse: “Noi disdegnamo la frigidà purità degli impotenti. Noi sputiamo

in faccia sui San Luigi Gonzaga che temono di guardare in faccia la madre – la vita – per il terrore

di commettere peccato”.

Vuillermin non si fa sfuggire l’occasione e risponde per le rime: “

Noi avremmo osato sperare che

delle sputacchiere non mancassero al fascismo italiano, che tutta la grassa mandria che lo foraggia

 

non gli avesse lasciato mancare questo arnese di prima necessità. Invece no, gli amici non ci hanno

 

pensato. Ed allora con la baldanza sua propria si è dato dattorno cercarsele. Non le ha cercate nei

 

volti dei barattieri, dei pescecanacci ingordi, dei truffatori medagliati, degli agrari

 

strozzacontadini. No! Non si sputa nel piatto in cui si mangia. Si sputa contro i nemici…Questa

 

gioventù grida a costoro che vivaddio se vorranno sputacchiare sulle facce d’Italia che seguono

 

S.Luigi si consumeranno tutti i marci polomoni degli sputacchiatori più o meno coperti dal

 

bandierone tricolore

”.

Nel 1923 in seguito alle dimissioni di Sturzo dal Partito Popolare, Vuillermin non si da pervinto e

dopo le devastazioni per mano fascista di diversi circoli in tutt’Italia, decide di scrivere una lettera

pubblica a Mussolini: “

On. Mussolini, è perfettamente inutile chiamare idiote delle gesta delittuose,

bisogna prevenirle, impedirle…Uno Stato che non è capace di far rispettare le sue leggi è indegno

 

di vivere, avete detto voi un giorno contro i liberali. On. Mussolini, è la vostra volta…

”. Ma è nel

discorso di Novara del luglio 1923 che si esprime al meglio ed organicamente il pensiero di

Vuillermin: la ferma adesione ai principi del popolarismo quali andava difendendo strenuamente

Luigi Sturzo, e insieme la testimonianza drammatica della lacerata coscienza cattolica degli anni

venti e della resistenza opposta dalla base popolare, fra le ombre e i bagliori dell’imminente

crepuscolo della libertà, alla marcia su Roma.

Intanto continuano le violenze sui giovani cattolici in tutta la penisola e il 23 agosto ad Argenta

viene ucciso dagli squadristi di Italo Balbo don Giovanni Minzoni. Nel giugno, con il delitto

Matteotti il regime sembrava avere i giorni contati. Le forze democratiche avevano realizzato di

fatto una prima collaborazione, attestandosi, secondo la nobile espressione di Turati “sull’Avventino

delle loro coscienze”. Ma vi rimangono prigioniere delle loro contraddizioni ed indecisioni.

Il 1924 è l’anno in cui Vuillermin lascia la carica di presidente del movimento giovanile piemontese,

i nuovi statuti accentratori avevano infatti svuotavano nei fatti i movimenti regionali. Renato intanto

si era sposato nel 1922 con Eugenia Ruscazio da cui avrà due figli, Fiorenza e Eugenio, e inizia a

lavorare presso la Società Idroelettrica Piemontese. In questi anni conseguirà le lauree in Legge, con

una tesi sulla Crisi dello Stato e decentramento amministrativo, e nel 1926 quella in Scienze

Politiche con un tesi sull’opera del gesuita spagnolo Suarez, che divverà anche un libro edito da

edizioni Athena Milano. Fino al 1929 poco o nulla sappiamo della sua attività politica. In questi

anni sono frequenti i suoi viaggi a Roma, dove incontra Spataro, padre Rosa, il maresciallo Caviglia

e talvolta De Gasperi. Talora si spinge anche a Napoli a trovare l’amico Rodinò e Bendetto Croce. Il

1929 è l’anno della firma dei patti lateranensi, i quali non illuderanno gli spiriti più avvertiti; i

cattolici democratici cominciano allora ad uscire alla chetichella e rientrare nei circoli di A.C.

svolgendo un’intensa opera di educazione; anche Vuillermin torna in scena, la SEI pubblica in

quell’anno l’enciclica

Immortale Dei di Leone XIII con un suo commento-prefazione.

Nel 1930 il prof. Augusto Monti, incontra tramite il comune amico Domenico Ravaioli, Vuillermin.

Il Partito Popolare non era morto. Vuillermin chiede a Monti di metterlo in contatto con Luigi

Albertini e Luigi Einaudi, Monti però, visto l’immobilismo dei liberali del “Corriere”, gli propone il

contatto con il gruppo Giellista di Torino capeggiato da Pierino Zanetti e con quello di Milano

guidato da Riccardo Bauer. Dopo una fitta serie di incontri preparatori si arriverà a fissare il 30

ottobre un appuntamento tra Vuillermin e il gruppo torinese e milanese, incontro che però salterà a

causa di una retata della polizia che scompaginerà il movimento giellista lombardo.

Vuillermin continua su questo filone giellista e manda Ravaioli per suo conto a Parigi da Carlo

Rosselli ma non si combinerà niente neanche in questo caso per obbiezioni e diffidinze della parte

laica. La collaborazione con i giellisti rimane in qualche modo occasionale, di fronte allo

scetticismo degli improvvisati compagni di strada di fronte al suo piano d’azione, Vuillermin

risponde di sapere “che la tela si ordiva in alto”, che non bisogna disarmare.

L’intenso rapporto con padre Enrico Rosa fa presupporre anche un legame del gruppo di Renato

Vuillermin al movimento clandestino di Alleanza Nazionale, capeggiato da Mario Vinciguerra e

sostenuto da Bendetto Croce, Zanotti Bianco e pade Enrico Rosa. Oltre a Enrico Rosa, Vuillermin

era in stretto contatto con lo stesso Croce, il quale avrà modo di ricordarlo dopo la morte: “l’ho

ancora dinnanzi agli occhi, quando veniva a trovarmi a Meana insieme ad Augusto Monti, e questi

era tutto rianimato dal pensiero di avere alleati nella lotta contro il fascimo i cattolici di nobile

sentire, come quel giovane…”

Se l’adesione di Vuillermin ad Alleanza Nazionale può essere desunta da una lettura critica dei

documenti rimasti, la sua presenza all’interno del Movimento Guelfo d’Azione, è esplicitamente

confermata. Il gruppo era nato nel 1929 e aveva lo scopo di raccogliere in un unico movimento le

correnti cattoliche antifasciste, specie nell’Italia settentrionale. Lo guidavano Piero Malvestiti e

Gioacchino Malavasi. Malvesti ricorda i numerosi colloqui avuti a Milano in casa di amici con

Renato Vuillermin al fine di potenziare il movimento, ed inoltrò in gran copia i manifestini del

Movimento: “E mi risulta anche che la diffusione nel torinese fu adeguata. Naturalmente né il nome

di Vuillermin né queli di altri corrispondenti uscirono dalle nostre labbra” negli interrogatori a

seguito all’arresto dei vertici guelfi.

Nel 1937 Renato frequenta Finale Ligure, vicino a Savona, dove acquista una sorta di castello a

mezzacosta della montagna; l’anno seguente il prefetto di Torino impone alla SIP di licenziarlo,

Vuillermin si ostinava infatti a non iscriversi al PNF. Decide quindi di aprire uno studio a Finale e

va ad abitare al castello in compagnia del figlio Fiorenzo. Il 10 giugno 1940 vi è la dichiarazione di

guerra dell’Italia, in una delle sere seguenti carabinieri, milizia e polizia irromperanno

nell’abitazione di Vuillermin accusandolo di aver fatto segnalazioni luminose agli arei alleati.

Un’accusa assurda e infondata me è un avvertimento: basta meno di un mormorio di un incontro

clandestino per rischiare grosso. Rentato non si intimorisce, inoltre la presenza a Finale del generale

Caviglia, conoscente di vecchia data di Vuillermin, monarchico, lealista, ma intimamente avverso al

fascismo, gli consente, in un certo qual modo, di agire con una certa garanzia. Nel “castello” di

Finale si svolgono diverse riunioni clandestine con vecchi popolari e altri antifascisti ed è a causa

dei verbali di queste riunioni che il 24 novembre Renato viene arrestato dopo una perquisizione in

casa da parte delle camice nere. Vuillermin, insieme con i maggiori indiziati del così detto

“complotto di Finale”, viene trattenuto in carcere per circa un mese, affronta gli interrogatori con il

suo solito spirito irreprensibile e il 13 gennaio 1943 viene condannato dalla Commisione

provinciale di Savona al confino di polizia per cinque anni: il massimo della pena.

Sconterà la condanna a Giulianova. Qui Renato partecipa attivamente alla vita religiosa del paese,

studia, legge e scrive molto. Riesce a prendere contatto con gli antifascisti locali e ad essere

partecipe del movimento che si stava creando in quella zona. Gli sono vicini in quel periodo il

comunista Leo Leone, il sarto Salvatore Verdini, l’avv. Riccardo Cerulli, il prof. Saverio Secchi e il

rag. Aristide Castiglioni; attraverso questi ultimi due, vecchi popolari, Vuillermin riesce ad

incontrarsi con il vecchio amico Giuseppe Brusasca ed a mantenere i rapporti con la Democrazia

Cristiana, ormai attiva su piano nazionale. Ha modo anche di difendersi contro l’inchiesta militare

che deriva ad ogni ufficiale in congedo in seguito a provvedimento di polizia per motivi politici “

 

Falso è…l’allegato del Questore di Savona –

prorompe Vuillermin – quando mi definisce un ex

popolare fervente. Io non ho mai tradito la mia fede politica. Gli ex si possono affibiare ad altri,

 

non a me … Se anche il mio partito è stato violentemente soppresso, le mie idee rimangono quelle,

 

anzi si sono rinvigorite nella ventennale esperienze contraria fatta dal mio diletto Paese…”.

 

Preoccupati per il suo attivismo, le autorità decidono di trasferire Vuillermin a Castelli di Teramo,

un paesino di montagna a cui al tempo si accedeva solo a piedi. Lì lo coglie la notizia del 25 luglio

e, dopo pochi giorni, lascia l’Abruzzo per far ritorno a Finale Ligure dove proseguirà la sua attività

di incontri e riunioni clandestine.

La sera del 23 dicembre a Savona viene lanciata una bomba nella “Trattoria della Stazione” dove

era presente un gruppo di militari tedeschi e il capo del personale dell’ILVA, Piero Bonetto, famoso

per le sue spedizioni punitive e il reclutamento delle liste di persone da mandare in Germania. Tre

morti e diciasette feriti sarà il bilancio dell’esplosione.

Il capo della provincia Mirabelli da l’avvio alle indagini, mentre la sera stessa gli squadristi si

raccogono in federazione invocando una rappresaglia esemplare . E’ questa l’idea che prenderà

corpo nelle successive riunioni in prefettura. Si inizia così a redigere l’elenco dei nomi destinati al

sacrificio: l’avvocato giellista Cristoforo Astengo, denuto da due mesi senza imputazione specifica,

Francesco Calcagno, militare comunista alla macchia e catturato nei boschi di Roviasca, Carlo

Rebagliati e Arturo Giacosa, comunisti, entrambi arrestati a Millesimo con l’accusa di

favoreggiamento di partigiani, Aurelio Bolognesi e Aniello Savaresi, rastrellati nella zona di

Gottasecca. A questo punto esce il nome di Vuillermin, antifascista di spicco e sospettato di

connivenza con gli alleati. Inoltre, essendo cattolico, avrebbe conferito alla lista anche una

maggiore rappresentatitvità dell’intero arco antifascista che si voleva colpire.

Il maresciallo dei carabinieri suonò a casa Vuillermin il giorno di Natale alle 14.00, comunicando a

Renato l’ordine di tradurlo sotto scorta a Savona e gli diede appuntamento in caserma nel

pomeriggio. Se il maresciallo volesse offrire a Vuillermin il modo di scappare lo possiamo solo

ipotizzare, di fatto Vuillermin pensò che non avendo nulla da nascondere non vi era motivo per non

presentarsi all’appuntamento. Così fece, presentandosi all’orario accordato in caserma. Di qui viene

portato a Savona nelle carceri insieme alle altre sei vittime designate. Alle quattro di mattina del 27

dicembre i sette vengono caricati su un torpedone e portati in corso Ricci dove rimarrano fino alle

sei. Dentro l’edificio sotto cui stanno attendendo i prigionieri, si consuma la farsa del tribunale

speciale straordianario. Nessuno pensa ad ascoltarli, la loro sorte è già decisa: condannati a morte.

Di qui vengono trasportati al forte della Madonna degli Angeli, sulle alture di Savona, quando

scendono dal mezzo capiscono perfettamente quale destiono li sta attendendo. Il comandante

Rosario Privitera gli impone la fucilazioni con i ferri come ulteriore atto di umiliazione. Astegno

protesta: “Vigliacchi!Dunque ci assisante così! Vigliacchi! Voi vi macchiate del peggior crimine che

la storia ricordi! Io non so nulla da due mesi di quello che avviene fuori”. Privitera risponde

irridente “Questo è il conto che vi si salda dopo vent’anni di propaganda antifascista”.

Si fa avanti Vuillermin, calmo, rasseganto: “Giacchè mi dovete ammazzare, datemi almeno

l’estremo conforto della religione, chiamatemi un prete”. Privitera, inidicando il muro risponde:

“Andate là, ho regolato io tutti i conti per voi anche con Dio”. I condannati si stringono l’un l’altro.

Si ode a questo punto la voce ferma e tonante di Vuillermin “Io credo in Dio, Padre Onnipotente…”,

le svetagliate di mitra stroncheranno, rabbiose, la preghiera e ogni altra voce o gesto.

Solo il giorno seguente le salme furono lasciate ai famigliari, senza neanche il conforto di un

ricordo, infatti queste vennero depredate di portafogli, anelli e orologi.

A Renato Vuillermin nel dopoguerra verranno dedicate una piazza ad Aosta, una corso a Torino, una

piazza a Finale Ligure, una via a Giulianova, una via ad Alba, una a Saluggia (Vercelli) e una a

Villafranca Piemonte (Torino). In vari articoli e saggi sarà ricordato da storici, amici e personaggi

illustri conosciuti in vita come Benedetto Croce, Alcide De Gasperi e Giuseppe Spataro.

Bibliografia di riferimento:

Ezio Bèrard –

Renato Vuillermin. Un cattolico di frontiera, Tipografia Valdostana, Aosta 1994

Lorenzo Mondo –

Renato Vuillermin. Un cattolico nella resistenza. Ed. Cinque Lune, Roma 1966

Renato Vuillermin e l’antifascismo cattolico

, supplemento speciale della rivista abruzzese di studi

storici dal fascismo alla resistenza di autori vari, Arti Grafiche Aquilane, L’Aquila, 1981

Il 25 aprile a Milano – la cronaca

Autorità, rappresentanze politiche ma soprattutto cittadini comuni, scesi in strada per celebrare il 68esimo anniversario della Liberazione

. E’ partito da Corso Venezia il corteo milanese del 25 aprile e si è diretto verso piazza Duomo: numerosi gonfaloni hanno scandito il passaggio delle delegazioni ufficiali, tra le bandiere dei partiti politici, delle associazioni dei partigiani e dei sindacati. Oltre agli slogan di rito, tanti anche quelli di attualita’, contro la crisi. “Anche lui ha diritto a un futuro”, recita un marsupio con cui un giovane padre ha portato Luca, di 3 mesi, a sfilare per la Liberazione, e dai diritti dei piu’ piccoli a quelli dei disoccupati, esodati, pensionati, tutti “urlati” con cartelli fai da te portati addosso dai partecipanti.

Ad aprire il corteo il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il leader di Sel, Nichi Vendola, quello del Prc Paolo Ferrero e il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, si è unita al corteo nella fase conclusiva del suo percorso, in corso Vittorio Emanuele e li’ e’ stata accolta con applausi.

Con essi le rappresentanze d’arma e delle associazioni partigiane, fra cui il Presidente dell’APC Giovanni Bianchi.

Nel suo intervento Bianchi ha sottolineato che la celebrazione del 25 aprile non è una vuota ricorrenza, ma richiama noi tutti alla responsabilità generale di onorare ed applicare quello che è il lascito più maturo della Resistenza, la Costituzione repubblicana, che deve essere assunta non come documento da venerare ma come programma da realizzare.

“C’e’ chi ha detto stamane che questa e’ una festa morta, vengano qui, a Milano, gli scettici.

Questa e’ una festa viva, piu’ viva che mai”. Così la Presidente della Camera, Laura Boldrini, risponde a Beppe Grillo, nel suo intervento dal palco in piazza Duomo a Milano. Boldrini ha continuato: “Mi unisco a chi chiede l’abrogazione completa e definitiva del segreto di Stato per i reati di strage del terrorismo, perche’ in un paese civile verita’ e giustizia non si possono ne’ barattare ne’ calpestare”. Boldrini ha ricordato che “tante stragi non hanno trovato risposta e in troppi casi le istituzioni non hanno saputo dare risposte e certezze su esecutori e mandanti”. Ritenendo tutto questo “un fallimento” la Boldrini ha voluto lanciare un messaggio di trasparenza totale riportando i tanti casi di violenze registratesi negli anni nel nostro paese come segni del fascismo: “anche dopo la resistenza – ha detto – in molti hanno continuato a morire per la nostra liberta’. L’Italia e’ stata ripetutamente colpita dalla violenza politica, dagli attacchi della mafia e dalla barbarie del terrorismo”.

La presidente della Camera dei deputati ha voluto ricordare a Milano e piu’ in generale all’Italia le conquiste del 25 aprile: “Ci siamo certo liberati dal fascismo – ha detto – ma anche dai suoi valori. Valori che vogliono il popolo come una comunita’ chiusa che deve essere purificata, dal conformismo e anche da una concezione del potere basato su un’idea di violenza. Ci siamo liberati dalla celebrazione della divinita’, dal maschilismo e dalla riduzione della donna a madre e sposa”.

Laura Boldrini, ha invitato l’Italia ad aprirsi ai rifugiati in nome degli ideali della lotta partigiana:

nel chiedere l’applauso di piazza Duomo per i tanti ragazzi morti “per quello che hanno fatto”, Boldrini ha raccontato di aver “conosciuto la guerra nei Balcani, in Medio Oriente, in Africa. Ho visto ragazzi imprigionati e torturati che se riescono a salvarsi diventano rifugiati”. “Come Sandro Pertini – ha continuato Boldrini – costretto dal fascismo a riparare in Francia. Questi giovani della primavera araba che hanno sfidato regimi dittatoriali e molti continuano a morire per la liberta’. Anche loro sono combattenti per la liberta’ e molti vivono qui in quella che deve essere anche casa loro se crediamo nei valori della resistenza“.

Il Presidente Giovanni Bianchi alla Manifestazione del 25 Aprile a Milano

Cari milanesi,

ci ritroviamo anche quest’anno in questa piazza il 25 aprile consapevoli che l’Italia di oggi è certamente lontana da quella che sognarono i partigiani 68 anni fa. Anzi, proprio questa distanza, misurata dalla crisi economico-finanziaria, con 3 milioni di disoccupati e il 35,3% dei giovani senza lavoro, impedisce il rischio di una celebrazione rituale. Ci ha spinti qui il bisogno di un progetto e di una speranza ritrovati, di raccoglierci intorno a un’etica di cittadinanza che diventi il riferimento comune, perché capace di opporsi al crescere di disuguaglianze ormai insopportabili. C’è un bisogno di riferimenti, di maestri credibili, di certezze sulle quali fondare la speranza di un futuro per tutti. Questo bisogno ha le sue radici nella Lotta di Liberazione.

 Si tratta di una domanda ancora una volta rivolta alla politica. Anche se troppe volte questa politica appare agli occhi dei nostri concittadini non più soltanto una cosa sporca, ma addirittura una cosa inutile. È tuttavia alla politica che viene chiesto di occuparsi di situazioni apparentemente impossibili. In fondo i nostri concittadini sanno benissimo che non si riuscirebbe a realizzare quel poco che già oggi è possibile se non si ritentasse ogni volta l’impossibile. Il Paese fatica, soffre, si arrabbia, vota con rabbia, e tuttavia non cessa di cercare una via d’uscita e di sperare di trovarla concretamente.

Questo è il Paese che ha saputo uscire unito dagli anni di piombo. Il Paese dove le smanie di secessione delle piccole patrie si sono trasformate in istituzioni (sono parole del Presidente della Repubblica) “portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza”. Questo è il Paese che ha salvaguardato la democrazia dopo l’assassinio di Aldo Moro. E tutto questo conduce a interrogarci su quale sia il sentimento comune che nei passaggi più difficili ci tiene tuttavia  insieme e riesce a capitalizzare le nostre energie insieme alle nostre differenze.

Questo riferimento comune – sopravvissuto allo scontro e alla morte delle ideologie – è la Carta costituzionale del 1948; quella Carta che Piero Calamandrei giudicava nient’altro che la Resistenza messa in norme giuridiche. Fu Dossetti a porsi il 9 settembre del 1946 nella Seconda Sottocommissione della Costituente la domanda cruciale: come faremo noi che siamo così diversi per cultura e convinzioni a scrivere insieme la Carta di tutti gli italiani? E la risposta fu altrettanto franca: soltanto assumendo come visione comune l’antifascismo o almeno l’a-fascismo. Perché se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi stabiliamo insieme che il nostro antifascismo prevede il prevalere della persona rispetto allo Stato. L’ordine del giorno che racchiudeva questa chiave di interpretazione passò all’unanimità, cosa tutt’altro che normale durante i lavori alla Costituente. È dunque da quel giorno che la nuova Italia ha a disposizione un fondamento repubblicano comune. Una costituzione fondata esplicitamente sulla Lotta di Liberazione. Che fu fatto di popolo, guidato da minoranze attive che combattevano in montagna e che vide la partecipazione diffusa di chi operava nelle città per cambiare le coscienze.

Perché il fascismo fu una grande macchina di consenso, e il suo abbattimento non poteva limitarsi alle sconfitte inflittegli sui campi di battaglia. Non si capirebbero altrimenti nella loro radice gli scioperi del marzo 1943, di cui ricorre il 70º anniversario, che videro battersi i lavoratori delle grandi fabbriche del Nord, primi in Europa a sollevarsi contro la dittatura. Non è dunque casuale che i principi fondamentali della Carta costituzionale partano con l’incipit: l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Lavoro e futuro sono infatti la coppia spezzata dalla crisi, mentre il secolo alle spalle aveva visto procedere il lavoro come macchina di futuro e di speranza, di cittadinanza quotidiana e collettiva. A scavalco dall’oceano. Il lavoro come fondamento e il lavoro come orizzonte

Il lavoro è infatti il grande ordinatore sociale, prima e talvolta più della legge. Lo dicono le migrazioni interne, l’emigrazione italiana e l’immigrazione in Italia.

L’emigrazione italiana non deve dimenticare Charleroi e Marcinelle: quelle tragedie narrano lo scambio di uomini contro sacchi di carbone scontati in un’Italia tesa nel massimo sforzo per ricostruirsi.

Così pure l’immigrazione non deve dimenticare Jerry  Masslo, ucciso da un gruppo di giovani balordi a Villa Literno, nel cuore delle campagne dove si raccoglie l’oro rosso dei pomodori sotto il dominio del caporalato. Nell’appello dei suoi compagni di lavoro col quale fu indetto il primo sciopero dei lavoratori stranieri in Italia il 20 settembre 1989  possiamo leggere all’indirizzo dei lavoratori italiani: “Non siamo disposti ad essere strumento per fare arretrare i vostri diritti”…

 E se come è stato ben scritto, la Costituzione ringiovanisce vivendola, anche la Lotta di Liberazione che l’ha prodotta ringiovanisce nelle relazioni dei cittadini che insieme riscoprono le ragioni del proprio stare insieme e del lavorare a un orizzonte di pace e bene comune. E qui l’ultima perla: quel verbo sorprendente, “l’Italia ripudia la guerra”, ammirato e invidiatoci dalla coscienza internazionale.

Questa è la verità di questo 25 aprile. E questo l’idem sentire che ci rende orgogliosi di continuare a chiamarci italiani ed europei.

Viva la Resistenza e viva la Costituzione!

                                                                                                         Giovanni Bianchi

                                                                  (presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani)

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