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Giuseppe Dossetti “ Dalla Resistenza alla Costituzione” Giovedì 21 febbraio alle 16 in diretta webtv

Giovedì 21 febbraio, alle ore 16, presso la Sala Aldo Moro, si terrà  il Convegno “Giuseppe Dossetti, dalla Resistenza alla Costituzione”. Interverranno Gerardo Bianco, Presidente Associazione ex parlamentari, organizzatrice dell’evento, Giovanni Bianchi, Presidente nazionale partigiani cristiani, Bartolo Ciccardini, giornalista di www.camaldoli.org, Giancarla Codrignani, Vicepresidente Associazione ex parlamentari. L’appuntamento sarà  trasmesso in diretta webtv.

(www.camera.it)

“Un ulteriore passo verso il riconoscimento del martirio di Teresio Olivelli”

Teresio OlivelliTutte le notizie su http://www.teresioolivelli.it/

Bartolo Ciccardini in occasione della scomparsa del Generale Luigi Poli

Ho conosciuto il Generale Luigi Poli che era il comandante degli Alpini quando io ero Sottosegretario alla Difesa, negli anni ’80. Era un personaggio simpatico ed accattivante perché dimostrava una grande umanità nei suoi rapporti con i soldati e con i colleghi. Io ritengo che questa umanità gli venisse dal modo straordinario e difficile in cui aveva avuto il suo battesimo di fuoco. Era un giovane tenente che faceva parte del primo corpo del riorganizzato esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Gli alleati erano molto dubbiosi sulla volontà degli italiani di tornare a combattere. E gli italiani avevano bisogno di dimostrare la loro volontà di opporsi alla occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi.

Quel primo corpo riorganizzato aveva il materiale che aveva potuto raggranellare nel sud occupato dagli Alleati, aveva armi insufficienti, aveva un morale condizionato dalla incomprensione degli Alleati e dalle difficoltà obiettive della situazione. Chiesero di combattere e furono mandati all’assalto di una posizione, il Montelungo. Il primo giorno l’attacco non riuscì. Il secondo giorno gli italiani riuscirono nell’impresa. Conquistarono in questo modo il diritto a combattere per il loro Paese. Il generale Poli mi raccontava quanto fosse stato difficile, dopo la disperata dissoluzione dell’8 settembre, trovare la forza di combattere in mezzo a quelle difficoltà. Ma il senso del dovere, la volontà di riscatto e l’orgoglio dettero a quei giovani la forza di combattere una battaglia difficile.

La prima battaglia per la libertà dell’Italia combattuta dal nuovo Esercito Italiano. 8 dicembre 1943, tre mesi dopo il fatale 8 settembre.

Il ricordo del bravo Generale Poli si unisce alla memoria di quel combattimento del giovane Tenente Poli.

 

 

 

Da wikipedia

La battaglia di Montelungo fu il primo episodio che vide in combattimento unità militari italiane organiche a fianco degli Alleati dopo l’armistizio di Cassibile. Fu una battaglia marginale per le dimensioni e per i risultati, ma segnò la rinascita dell’Esercito Italiano dopo lo sfaldamento dell’8 settembre 1943.

I reparti

Dopo molte insistenze da parte del Comando Supremo italiano, che aveva già ottenuto l’utilizzo di varie unità navali al fianco degli Alleati, un reparto italiano venne inviato al fronte per una operazione di sfondamento delle linee tedesche. Questo reparto istituito il 27 settembre 1943 a San Pietro Vernotico (BR), che aveva la consistenza di una brigata, era stato denominato Primo Raggruppamento Motorizzato; costituito con soldati di tutte le regioni d’Italia con uniformi logore e raccogliticcie ed armato di armamento leggero (compresi mortai Brixia e mitragliatrici Breda 37) con il supporto di un gruppo di artiglieria, era stato dotato di tutti i camion che la logistica militare italiana era riuscita a reperire, e non aveva avuto alcun aiuto alleato in termini di materiali. Il raggruppamento era formato dal 67º Reggimento fanteria “Legnano”, dal 51º Battaglione bersaglieri allievi ufficiali di complemento, dall’11º Reggimento artiglieria, dal 5º Battaglione controcarro, da una compagnia mista del genio e da un’unità di servizi. La bandiera di guerra era quella della divisione Legnano. Il Raggruppamento era a disposizione del generale dell’US Army Geoffrey Keyes: guidato dal generale Vincenzo Dapino viene incaricato di partecipare allo sfondamento della Linea del Volturno.

La battaglia
Il comando alleato, per saggiare le capacità operative di questo nuovo reparto, gli assegnò un compito: attaccare e conquistare Monte Lungo, nel comune di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta.

Per opporsi alla avanzata nemica, i tedeschi avevano fatto saltare in aria il 29 e il 30 settembre varie abitazioni, la fortezza, il municipio ed il ponte sul Rava, unico passo tra la consolare Casilina ed il centro di Mignano. Il 3 dicembre gli Italiani, appoggiati da due reggimenti di fanteria ed un battaglione di ranger americani, ricevettero l’ordine di conquistare monte Lungo. L’8 dicembre, come previsto nei piani alleati, attaccarono avanzando coperti dalla spessa nebbia, ma questa venne spazzata inaspettatamente da un forte vento: il Raggruppamento, preso di infilata da postazioni laterali che gli statunitensi non erano riusciti a conquistare, così subiva forti perdite ed era costretto a ripiegare. Nei giorni seguenti furono diramati gli ordini per un nuovo attacco, con un nuovo piano di battaglia. Questi prevedeva la caduta delle principali vette del gruppo di Monte Lungo, da destra verso sinistra a cominciare da quota 950, cima Sammucro, San Pietro Infine e Monte Lungo. Preceduto da circa tre quarti d’ora di fitto tiro della nostra artiglieria, alle 9 e 15 del 16 dicembre fanti e bersaglieri italiani ripartirono alla conquista del monte. A differenza della prima volta, ora erano coperti dal 142º reggimento americano già appostato su Monte Maggiore. I tedeschi furono costretti al ripiegamento per evitare di restare isolati ed alle ore 12.30 le bandiere italiana e americana sventolavano in cima al Monte.

Addio a Luigi Poli generale e senatore.

Il generale di Corpo d’Armata e Senatore della Repubblica, Luigi Poli, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari Guerra di Liberazione (ANCFARGL), si è spento a Firenze all’età di 90 anni. La sua presenza l’8 dicembre di ogni anno presso il Sacrario Militare di Mignano Monte Lungo era una presenza costante anche quando l’età e gli acciacchi lo sconsigliavano di partecipare alla annuale commemorazione della battaglia di Monte Lungo, dalle cui balze i soldati italiani, al fianco degli alleati, iniziarono la riconquista del territorio nazionale inquadrati nel 1° Raggruppamento Motorizzato, prima unità regolare costituita dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Era presente anche lo scorso 8 dicembre 2012 insieme al Ministro della Difesa, Ammiraglio Gianpaolo Di Paola. Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Claudio Graziano, unitamente a tutte le forze politiche, hanno espresso profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia per la scomparsa del Generale Luigi Poli, già Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ed esemplare figura di fedele servitore delle Istituzioni e di guida illuminata. Luigi Poli ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per tramandare la memoria dell’attività dei combattenti delle Forze Armate regolari nei drammatici anni della guerra di liberazione tra l’8 settembre 1943 ed il 1945. Fu proprio grazie al sacrificio dei militari, e primo tra questi il vice brigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, che le istituzioni italiane, opponendosi al nazifascismo, decisero di voltare pagina, gettarono le basi della futura Italia libera e democratica. Il lavoro e l’instancabile impegno del generale Poli sono stati veramente contagiosi soprattutto per i giovani i quali, grazie all’Associazione da lui presieduta, hanno potuto, scoprire e conoscere pagine memorabili scritte dalle nostre Forze Armate in uno dei momenti più bui e drammatici della storia nazionale. Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1985 al 1987, il Generale Poli entrò in Accademia nel 1942, dove, dopo aver frequentato il 1° anno dell’86° Corso dell’allora Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena, all’indomani degli avvenimenti dell’8 settembre del 1943, fu protagonista della Guerra di Liberazione. Nato a Torino il 24 agosto del 1923, il Generale Poli, nella sua lunga e prestigiosa carriera, ricoprì numerosi incarichi presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e della Difesa. Dall’ottobre del 1969 all’ottobre del 1971 comandò il (ora disciolto) 6° reggimento artiglieria da montagna; dal 1973 al 1975, a Torino, fu a capo della Brigata Alpina Taurinense. Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito dal 1979 al 1980 e Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa dal 1980 al 1981. È stato Comandante del 4° Corpo d’Armata Alpino fino al 1984 prima di assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito che ricoprì da giugno 1985 a maggio 1987. Il Generale Poli improntò tutta la sua vita, professionale e privata, ai valori militari e allo spirito di servizio per il Paese. È stato Senatore della Repubblica nella X legislatura, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate regolari nella Guerra di Liberazione.  Nunzio De Pinto

DOSSETTI POLITICO. RESISTENZA, COSTITUZIONE E CULTURA DELLA CRISI

Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro

ore 16,00 del 21 Febbraio 2013

 

–        Gerardo Bianco, Presidente dell’Associazione degli ex-Parlamentari.

Introduzione all’anno dossettiano.

–        Giovanni Bianchi, Presidente Nazionale dei Partigiani Cristiani

Giuseppe Dossetti e la difesa della Costituzione.

–        Bartolo Ciccardini, giornalista www.camaldoli.org

La crisi italiana ed il nuovo Risorgimento.

–        Goffredo Bettini, Senatore

Dossetti e la cultura politica italiana.

Clicca qui per vedere l’invito: Invito Commemorazione Dossetti

IMPORTANTE: Istruzioni per il Convegno

Bisogna venire in giacca e cravatta.

Bisogna prenotare la propria presenza mandando nome e cognome a

partigiani.cristiani@gmail.com o ass_ex_parlamentari@camera.it

Portare con sè un documento per essere riconosciuti all’ingresso.

L’ingresso è in Piazza Montecitorio e da lì arriverete alla Sala Moro attraverso un percorso guidato.

CONSIGLIO NAZIONALE ACLI-Fap e Associazione Partigiani Cristiani

foto consiglio nazionazle Fap-acli

Mercoledì 30 Gennaio Il Consiglio Nazionale delle FAP ACLI ha dedicato i lavori alla iniziativa dei Gruppi Resistenza e Costituzione, proposta dall’Associazione nazionale Cristiani. Sono stati così presentato all’attenzione della base aclista il programma di costituzione dei Gruppi Resistenza e Costituzione, per trasmettere ai giovani la memoria, la storia ed i valori conservati dall’Associazione dei Partigiani Cristiani, Hanno presentato l’iniziativa, oltre al Vicepresidente delle Acli, Pasquale Orlando, il Presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani, Giovanni Bianchi, il Segretario Bartolo Ciccardini ed, ospite d’onore,  l’On. Rosa Russo Jervolino. Nell’occasione si è anche parlato delle altre iniziative previste: la campagna contro l’astensione dal voto, il convegno di studio su “Giuseppe Dossetti. La Resistenza e la Costituzione” (nel centenario della sua nascita) il 21 Febbraio 2013 presso la Camera dei Deputati.  Programma denso di iniziative e di attività.

 

Battaglia contro l’astensionismo

I Partigiani Cristiani, riunitisi in Congresso a San Donato Milanese il 23-24 Ottobre 2012, hanno deciso di intraprendere una battaglia contro l’astensionismo. Il XVI Congresso ha approvato all’unanimità un appello a tutte le Associazioni democratiche, con particolare riferimento alle Associazioni cattoliche, per combattere l’astensionismo e l’antipolitica. Non si può rinunciare ad un diritto la cui conquista è costata la vita a migliaia di giovani: l’astensionismo è da considerare come una fuga. Andare a votare non è solo l’esercizio di un diritto, ma è anche un impegno per la difesa dei valori della Resistenza, che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione.

(CON UNA VIVA PREGHIERA DI DIFFUSIONE NEL MESE DI FEBBRAIO)

Discorso ai giovani di Cerreto d’Esi di Bartolo Ciccardini

In occasione dell’evento di sabato 26 gennaio alle ore 10.30 con le due terze della scuola secondaria
“Melchiorri” di Cerreto, Luca Maria Cristini presenterà il suo libro “Mosè Di Segni
medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944)”. bartolo Ciccardini ha scritto il seguente messaggio ai giovani di Cerreto d’Esi

Carissimi giovani e ragazzi di Cerreto d’Esi,

voi avrete spesso sentito parlare della nostra Costituzione e avrete anche sentito dire che la nostra Costituzione è fondata sulla Resistenza, vale a dire sulla lotta degli italiani per riconquistare la libertà e la dignità. Il concetto fondamentale della dittatura, di tutte le dittature, è che lo Stato viene prima della persona umana e che per far trionfare lo Stato si possa reprimere ed offendere la persona umana.

Questo concetto portò a numerosi errori, alla guerra, alla distruzione stessa del nostro Paese che venne duramente assoggettato da un’occupazione straniera che riteneva di poter condannare a morte chiunque le resistesse.

Coloro che si opposero sia con la lotta armata, sia col dare il rifugio ai perseguitati, sia col mantenere alta la dignità della vita umana, inaugurarono un patto nuovo fra gli italiani. Le forze politiche democratiche uscite da questo crogiuolo si trovarono d’accordo nell’affermare nella nostra Costituzione che la persona umana e la sua dignità vengono prima dello Stato. E la nostra Costituzione con i suoi principi fu approvata quasi all’unanimità.

Per questo diciamo che la Costituzione è basata sulla Resistenza.

Io ho raccontato in un piccolo libro l’atteggiamento forte, coraggioso e dignitoso dei cerretesi in questo difficile periodo. Lo storico Pietro Scoppola, ha scritto: “Vi è nella esperienza di questo paese (Cerreto d’Esi) una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi” e non saranno di fatto irrilevanti per un’opera di ricostruzione della convivenza civile. (…) Un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista come elemento di salvaguardia di valori fondamentali, di convivenza e di rispetto della persona umana”.

A questo proposito voglio citarvi le ultime righe del mio racconto: “Una comunità intera che volontariamente rifiuta di obbedire ad un’occupazione ingiusta, che sostiene una “sua” formazione armata che la mette in condizioni di operare imprese militari notevoli e che nel frattempo organizza la sua sopravvivenza, che cerca di mantenere le caratteristiche di una società civile, in un momento in cui non esiste più un’autorità costituita ha il diritto di chiamarsi Repubblica. La piccola, straordinaria, modesta Repubblica libera di Cerreto d’Esi”.

Bartolo Ciccardini

Enrico Mattei: il discorso di Trieste del 25 Aprile 1955

“Consentitemi, amici, che io precisi quale fu la posizione dei cattolici nella Guerra di liberazione, e questo per rettificare alcune inesattezze che la storiografia, grande  e piccola, continua ad avvallare a nostro svantaggio. Come primo ho detto, le bande partigiane furono originariamente piuttosto dei gruppi di sbandati che delle regolari formazioni militari. Ma il loro moltiplicarsi, con l’accorre degli elementi patriottici e dei tecnici organizzatori, ne fece, ben presto, un vero esercito di ribelli, al servizio di una rivoluzione nazionale, quale Mazzini aveva sognato.

I primi agitatori politici giunsero ovviamente dal già organizzato Partito Comunista, il quale si rendeva conto della necessità di una disciplina, sia formale, sia interiore. È doveroso prendere atto che in quel tragico frangente sposarono interamente la causa della Liberazione. Mettendosi alla testa di quelle che essi chiamarono “formazioni garibaldine”, non cercavano (come altre volte più tardi) di mimetizzare intenzioni nascoste, ma additavano agli uomini il valore dell’eroe dei due mondi, ponendo l’accento sulla forza animatrice del coraggio, dell’amore di Patria. Dal canto loro, le gloriose formazioni di “giustizia e Libertà”, poi, sovrapponevano agli stessi sentimenti una teoria dello Stato, elaborata nei silenzi delle prigioni e nella tristezza degli esilii dagli intellettuali che ne erano a capo.

I cattolici, e questo bisogna affermare alto e forte, erano in maggioranza fra gli uni e gli altri. E benché sia stato ripetuto dagli storiografi di sinistra che noi eravamo al più presenti con generici sentimenti di patriottismo, è doveroso ricordare che con noi il clero non fu secondo nel levare alta la fiaccola della riscossa. Né i cristiani avevano bisogno di sovrapporre teorie più o meno politiche a quelle radicate nel cuore delle masse,  se è vero, come è vero, che l’idea cristiana è un’idea di libertà.

Che non fossero sentimenti remoti, insufficienti per l’azione, si vide chiaro col progredire della lotta. Le bande che si vennero raggruppando sotto le insegne cristiane crebbero a dismisura sopravanzando numericamente quelle di altra ispirazione, e gareggiando in entità con le brigate garibaldine.

Nel piano organizzato, ovviamente, si dovette tener debito conto della nostra presenza. Il comando dei volontari della Libertà non ebbe affatto la struttura che troppo spesso si è continuato a ricordare, con evidente esaltazione di determinate ideologie politiche.

Al vertice del comando era il Generale Cadorna, ma sotto di lui operavano non due, bensì cinque vicecomandanti, uno dei quali appunto si trovava a capo delle imponenti forze cattoliche, che hanno scritto pagine memorabili, in nulla, certo, inferiori a quelle delle altre formazioni. (…)

 

Ma la presenza qui, in gruppi numerosi, di coloro che appartennero alle gloriose formazioni dell’Osoppo, mi consenta di fare, per tutti i nostri martire ed eroi, un nome: “De Gregori”; mi consenta di ripetere le commosse parole con le quali un giovane cappellano evocava l’eccidio di Porzus: “Ora, o Signore, tu ci dirai chi li uccise. Perché tu sai meglio di noi che non fu il nemico ad uccidere; e solo il nemico, per le tristi leggi della guerra avrebbe avuto questo diritto. Chi li uccise, dunque, o Signore?”.

Alla gloria dei vivi, alla memoria dei morti, pieghiamo il capo ed inchiniamo le bandiere”.

Enrico Mattei

Relazione ai Partigiani Cristiani del Presidente Bianchi al Consiglio Nazionale del 15 Gennaio 2013

Una ripartenza democratica

Dopo il Congresso

Il senso e la decisione del nostro XVI Congresso svoltosi a San Donato Milanese il 23 e 24 ottobre dello scorso anno sono senza dubbio racchiusi nella mozione finale, approvata all’unanimità. Con essa facciamo appello a tutte le associazioni democratiche – con particolare riferimento alle associazioni cattoliche – per intraprendere un’azione comune intesa a combattere l’astensionismo e l’antipolitica. Due atteggiamenti diffusi che consideriamo una fuga ed un tradimento di fronte alla necessità di impegnarsi per la difesa e la ricostruzione dei valori della Resistenza che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Una decisione starei per dire da manuale: la tradizione della Lotta di Liberazione si sporge oltre la memoria per diventare stimolo alla partecipazione democratica. Non sembri perciò troppo lieve e scanzonato il linguaggio, quasi sportivo, con il quale ho pensato di definire il risultato della nostra assise, nella città voluta da Enrico  Mattei, come una ripartenza democratica.

La transizione infinita nella quale siamo da troppo tempo immersi non solo pone infatti domande per le quali non abbiamo ancora risposte, ma dice soprattutto che il Paese non può fare a meno di una adeguata cultura politica, in entrambi i campi del vigente bipolarismo. E anche oltre il bipolarismo. Troppo a lungo infatti le sorti di una necessaria governabilità e di una auspicabile partecipazione sono state affidate ai meccanismi elettorali ed istituzionali. Importanti senza dubbio, ma non in grado di ridisegnare in quanto tali e da soli le forze in campo. Il nostro Paese infatti è l’unico che, a far data dalla caduta del muro di Berlino dell’Ottantanove, ha azzerato il sistema dei precedenti partiti di massa.

Sono state le diverse tornate elettorali a dettare i tempi e perfino le agende. Una democrazia sincopata di scadenza in scadenza, con una costitutiva incapacità di pensarsi oltre i singoli traguardi. E’  in tal modo che i partiti si sono progressivamente trasformati in taxi o pullman caricati di liste elettorali e disponibili alla rottamazione una volta raggiunto il traguardo con una vittoria o anche con una sconfitta.

Non solo la politica, ma anche l’azione legislativa, quella varata dai parlamenti nazionali e regionali, non se ne è potuta riparare e progressivamente i tempi brevi del decreto-legge di iniziativa governativa hanno sostituito quelli dell’iter naturale delle leggi. Insomma, siamo in presenza di un fenomeno generalizzato e di una condizione che Raffaele Simone così descrive: “Taluni di questi fenomeni, che oggi dominano la scena mondiale e toccano da vicino la nostra vita individuale, non sono stati neppure percepiti, a causa di una sorta di tirannia del breve termine”. Ecco dunque chi detta il dovere dell’ora e determina la velocità dei tempi: il Breve Termine, che costringe tutti a vivere di corsa pensando a raffiche. (E chi evita di pensare rischia di arrivare prima, anche se al traguardo sbagliato.)

Eppure la percezione e l’augurio sono che quella che il Paese sta attraversando sia un’autentica svolta in grado di consentire l’uscita da quella “Repubblica indistinta” (Edmondo Berselli) che è succeduta alla Prima Repubblica crollata sotto le macerie di Tangentopoli. Per quasi un ventennio abbiamo vissuto l’egemonia e i riti della videocracy dominante, implementata da Silvio Berlusconi e dalla sua portentosa macchina mediatica, fino a indurre in se stesso e negli italiani una sorta di seconda natura. Insieme a un estetismo generalmente volgare e commercializzato e a un giovanilismo facilmente orientato verso le fortune della destra politica, si evidenzia un profondo processo di de-istituzionalizzazione e de-costituzionalizzazione del Paese. E non poco ha contribuito allo scopo quella confusione tra divismo e leadership che Francesco Alberoni si incaricava di chiarire in un testo degli anni Sessanta dal titolo L’élite senza potere. Una dittatura dell’immagine occupata da una  torma di dilettanti, laddove almeno i politici della cosiddetta Prima Repubblica quando sbagliavano (e accadeva non di rado) però – ho in mente Paolo Conte – “sbagliavano da professionisti”.

Detto in fretta e alla plebea: dopo aver fatto naufragio con la politica “corta”, dovremmo provare a salvarci pensando una politica “lunga”.

Le osservazioni svolte finora riguardano le modalità del consenso (una loro parte) e si sa che il consenso è ingrediente ineliminabile della democrazia rappresentativa. Esse però rimandano alla  seconda trasformazione in atto, variamente e interessatamente interpretata e perfino esorcizzata: quella che avviene nei luoghi della democrazia. Anche qui, come in tutti i settori dell’agire umano, il campo di Dio e quello di Satana sono lo stesso, nel senso che politica e antipolitica si contendono il medesimo spazio. Nella quotidianità, nell’organizzazione, nelle istituzioni. A separarle un confine poroso e transitabile nei due sensi: circostanza che dovrebbe chiarire come l’antipolitica non sia destinata a restare tale per immutabile natura, e la politica possa volgersi nel suo contrario, al punto che talvolta l’antipolitica si annida nel cuore della politica medesima,  quella che si ostenta come doc ed ortodossa, proprio là dove si scagliano gli anatemi contro le nuove insorgenze dell’antipolitica. Soprattutto nella fase in cui il mutare del governo  coincide con il mutamento del paradigma della politica nazionale, e non soltanto.

Se infatti sono riconoscibili e circoscritte le aree dove le nuove insorgenze dell’antipolitica si manifestano – movimenti, antagonismi, luoghi mediatici, satira, corpi antichi e nuovi del civile e delle istituzioni, corporazioni – più difficile è cogliere i caratteri dell’antipolitica dentro gli organismi deputati del politico. Tuttavia essi possono essere individuati seguendo una lucida indicazione di Hannah Arendt, là dove addita nel carrierismo (le resistenze castali sbeffeggiate da Rizzo e  Stella) i rinascenti mimetismi dell’antipolitica. Scriveva infatti la Arendt nel 1963 che  il guaio è che “la politica è diventata una professione e una carriera, e che quindi l’élite viene scelta in base a norme  e criteri che sono in se stessi profondamente impolitici”.

Insomma, bisogna preliminarmente distinguere. Altro è gridare all’antipolitica e altro rilevare la generalizzata avversione ai partiti. Antipolitica e antipartitica non coincidono; anzi, la disaffezione verso “questi” partiti può aprire nuovi percorsi di ricerca politica. Percorsi imprevedibili e discutibili, dal momento che non si ha notizia di democrazie che funzionino senza partiti.

Non siamo evidentemente in grado di elencare le nuove categorie dell’antipolitica, ma additare sconfinamenti e metamorfosi, in negativo e in positivo (dall’antipolitica alla politica), significa dare un contributo a delimitare il campo ed attrezzarsi per un futuro che senza la competenza della politica non sarebbe neppure possibile progettare.

Ho già osservato che il confine tra politica e antipolitica è indefinito e continuamente transitabile nei due sensi. Miope e destinata alla sconfitta è la politica che reagisce all’antipolitica prima con fastidio e poi con l’esorcismo. L’antipolitica infatti non è condannata a restare perennemente tale. Resta anzi in attesa di chi sappia interpretarla per darle forma politica. E’ la lezione del sempiterno Hegel: sempre la politica nasce da quel che politico non è. E se tu non interpreti quella che definisci antipolitica troverai ben presto chi la interpreti contro di te. La sindrome difensiva è perciò sicuramente perdente. Ci vuole il coraggio del discernimento, di chi si mette “in mezzo” con il gusto prima di vivere e condividere la condizione e le aspirazioni della gente comune e “indignata”, per poi eventualmente governarla. Leggere gli uomini oltre che i libri. Continua a leggere…

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