Una ripartenza democratica
Dopo il Congresso
Il senso e la decisione del nostro XVI Congresso svoltosi a San Donato Milanese il 23 e 24 ottobre dello scorso anno sono senza dubbio racchiusi nella mozione finale, approvata all’unanimità. Con essa facciamo appello a tutte le associazioni democratiche – con particolare riferimento alle associazioni cattoliche – per intraprendere un’azione comune intesa a combattere l’astensionismo e l’antipolitica. Due atteggiamenti diffusi che consideriamo una fuga ed un tradimento di fronte alla necessità di impegnarsi per la difesa e la ricostruzione dei valori della Resistenza che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Una decisione starei per dire da manuale: la tradizione della Lotta di Liberazione si sporge oltre la memoria per diventare stimolo alla partecipazione democratica. Non sembri perciò troppo lieve e scanzonato il linguaggio, quasi sportivo, con il quale ho pensato di definire il risultato della nostra assise, nella città voluta da Enrico Mattei, come una ripartenza democratica.
La transizione infinita nella quale siamo da troppo tempo immersi non solo pone infatti domande per le quali non abbiamo ancora risposte, ma dice soprattutto che il Paese non può fare a meno di una adeguata cultura politica, in entrambi i campi del vigente bipolarismo. E anche oltre il bipolarismo. Troppo a lungo infatti le sorti di una necessaria governabilità e di una auspicabile partecipazione sono state affidate ai meccanismi elettorali ed istituzionali. Importanti senza dubbio, ma non in grado di ridisegnare in quanto tali e da soli le forze in campo. Il nostro Paese infatti è l’unico che, a far data dalla caduta del muro di Berlino dell’Ottantanove, ha azzerato il sistema dei precedenti partiti di massa.
Sono state le diverse tornate elettorali a dettare i tempi e perfino le agende. Una democrazia sincopata di scadenza in scadenza, con una costitutiva incapacità di pensarsi oltre i singoli traguardi. E’ in tal modo che i partiti si sono progressivamente trasformati in taxi o pullman caricati di liste elettorali e disponibili alla rottamazione una volta raggiunto il traguardo con una vittoria o anche con una sconfitta.
Non solo la politica, ma anche l’azione legislativa, quella varata dai parlamenti nazionali e regionali, non se ne è potuta riparare e progressivamente i tempi brevi del decreto-legge di iniziativa governativa hanno sostituito quelli dell’iter naturale delle leggi. Insomma, siamo in presenza di un fenomeno generalizzato e di una condizione che Raffaele Simone così descrive: “Taluni di questi fenomeni, che oggi dominano la scena mondiale e toccano da vicino la nostra vita individuale, non sono stati neppure percepiti, a causa di una sorta di tirannia del breve termine”. Ecco dunque chi detta il dovere dell’ora e determina la velocità dei tempi: il Breve Termine, che costringe tutti a vivere di corsa pensando a raffiche. (E chi evita di pensare rischia di arrivare prima, anche se al traguardo sbagliato.)
Eppure la percezione e l’augurio sono che quella che il Paese sta attraversando sia un’autentica svolta in grado di consentire l’uscita da quella “Repubblica indistinta” (Edmondo Berselli) che è succeduta alla Prima Repubblica crollata sotto le macerie di Tangentopoli. Per quasi un ventennio abbiamo vissuto l’egemonia e i riti della videocracy dominante, implementata da Silvio Berlusconi e dalla sua portentosa macchina mediatica, fino a indurre in se stesso e negli italiani una sorta di seconda natura. Insieme a un estetismo generalmente volgare e commercializzato e a un giovanilismo facilmente orientato verso le fortune della destra politica, si evidenzia un profondo processo di de-istituzionalizzazione e de-costituzionalizzazione del Paese. E non poco ha contribuito allo scopo quella confusione tra divismo e leadership che Francesco Alberoni si incaricava di chiarire in un testo degli anni Sessanta dal titolo L’élite senza potere. Una dittatura dell’immagine occupata da una torma di dilettanti, laddove almeno i politici della cosiddetta Prima Repubblica quando sbagliavano (e accadeva non di rado) però – ho in mente Paolo Conte – “sbagliavano da professionisti”.
Detto in fretta e alla plebea: dopo aver fatto naufragio con la politica “corta”, dovremmo provare a salvarci pensando una politica “lunga”.
Le osservazioni svolte finora riguardano le modalità del consenso (una loro parte) e si sa che il consenso è ingrediente ineliminabile della democrazia rappresentativa. Esse però rimandano alla seconda trasformazione in atto, variamente e interessatamente interpretata e perfino esorcizzata: quella che avviene nei luoghi della democrazia. Anche qui, come in tutti i settori dell’agire umano, il campo di Dio e quello di Satana sono lo stesso, nel senso che politica e antipolitica si contendono il medesimo spazio. Nella quotidianità, nell’organizzazione, nelle istituzioni. A separarle un confine poroso e transitabile nei due sensi: circostanza che dovrebbe chiarire come l’antipolitica non sia destinata a restare tale per immutabile natura, e la politica possa volgersi nel suo contrario, al punto che talvolta l’antipolitica si annida nel cuore della politica medesima, quella che si ostenta come doc ed ortodossa, proprio là dove si scagliano gli anatemi contro le nuove insorgenze dell’antipolitica. Soprattutto nella fase in cui il mutare del governo coincide con il mutamento del paradigma della politica nazionale, e non soltanto.
Se infatti sono riconoscibili e circoscritte le aree dove le nuove insorgenze dell’antipolitica si manifestano – movimenti, antagonismi, luoghi mediatici, satira, corpi antichi e nuovi del civile e delle istituzioni, corporazioni – più difficile è cogliere i caratteri dell’antipolitica dentro gli organismi deputati del politico. Tuttavia essi possono essere individuati seguendo una lucida indicazione di Hannah Arendt, là dove addita nel carrierismo (le resistenze castali sbeffeggiate da Rizzo e Stella) i rinascenti mimetismi dell’antipolitica. Scriveva infatti la Arendt nel 1963 che il guaio è che “la politica è diventata una professione e una carriera, e che quindi l’élite viene scelta in base a norme e criteri che sono in se stessi profondamente impolitici”.
Insomma, bisogna preliminarmente distinguere. Altro è gridare all’antipolitica e altro rilevare la generalizzata avversione ai partiti. Antipolitica e antipartitica non coincidono; anzi, la disaffezione verso “questi” partiti può aprire nuovi percorsi di ricerca politica. Percorsi imprevedibili e discutibili, dal momento che non si ha notizia di democrazie che funzionino senza partiti.
Non siamo evidentemente in grado di elencare le nuove categorie dell’antipolitica, ma additare sconfinamenti e metamorfosi, in negativo e in positivo (dall’antipolitica alla politica), significa dare un contributo a delimitare il campo ed attrezzarsi per un futuro che senza la competenza della politica non sarebbe neppure possibile progettare.
Ho già osservato che il confine tra politica e antipolitica è indefinito e continuamente transitabile nei due sensi. Miope e destinata alla sconfitta è la politica che reagisce all’antipolitica prima con fastidio e poi con l’esorcismo. L’antipolitica infatti non è condannata a restare perennemente tale. Resta anzi in attesa di chi sappia interpretarla per darle forma politica. E’ la lezione del sempiterno Hegel: sempre la politica nasce da quel che politico non è. E se tu non interpreti quella che definisci antipolitica troverai ben presto chi la interpreti contro di te. La sindrome difensiva è perciò sicuramente perdente. Ci vuole il coraggio del discernimento, di chi si mette “in mezzo” con il gusto prima di vivere e condividere la condizione e le aspirazioni della gente comune e “indignata”, per poi eventualmente governarla. Leggere gli uomini oltre che i libri. Continua a leggere…