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Mosè Di Segni medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944)”.

Anna Foa per “L’Osservatore Romano

Il manoscritto che viene alla luce — nel libro Mosè Di Segni medico partigiano. Memorie di un protagonista della Guerra di Liberazione (1943-1944), a cura di Luca Maria Cristini (San Severino Marche, Edizioni della Riserva naturale regionale del Monte San Vicino e del Monte Canfaito, 2011 ) — accompagnato dai contributi di studiosi e famigliari, dopo essere rimasto sepolto per decenni negli archivi di famiglia, è il diario di dieci mesi di guerra partigiana condotta dal Battaglione Mario, appartenente alle Brigate Garibaldi, nella zona di San Severino Marche. Il suo autore, Mosè Di Segni, è un medico ebreo romano, rifugiatosi con la famiglia a Serripola, una frazione di San Severino Marche, in una casa del farmacista del posto, Giulio Strampelli, e subito arruolatosi nella brigata partigiana che operava nella zona, una brigata garibaldina guidata da Mario Depangher.

Il testo è quindi un documento importante non solo per ricostruire le vicende di quel frammento di guerra partigiana, ma anche per ricostruire la storia della partecipazione ebraica alla Resistenza, una storia ancora poco conosciuta e che solo recentemente comincia a diventare oggetto di ricerche e riflessioni da parte degli storici. Mosè Di Segni aveva all’epoca due figli bambini, Frida ed Elio. Un terzo nascerà dopo la guerra, Riccardo, l’attuale rabbino capo di Roma. Ai tre figli di Mosè, Elio, che fa il cardiologo in Israele, Frida, scrittrice, e appunto Riccardo, il Comune di San Severino Marche ha voluto recentemente conferire la cittadinanza onoraria.

Perché la storia di Mosè Di Segni, che ha trovato protezione e salvezza a San Severino ma ha anche dato in cambio la sua preziosa opera di medico e quella di combattente per la libertà, è in realtà quella di un intenso scambio reciproco fra i rifugiati ebrei e gli abitanti di Serripola.

Mosè Di Segni, nato a Roma nel 1903 e morto precocemente nel 1969, era una figura certo non banale. Durante i suoi studi di medicina a Roma, per mantenersi lavorò come cronista giudiziario per «Il Giornale d’Italia». Frequentò da giovane a Roma il circolo sionista Avodà, creato da Enzo Sereni. A Firenze, dove si specializzò in pediatria, frequentò i gruppi sionisti fiorentini, fondati dal rabbino Margulies all’insegna della rinascita di un ebraismo integrale. Qui conobbe colei che sarebbe divenuta sua moglie, e che vi studiava farmacia, Pina Dascali Roth, figlia del rabbino capo ashkenazita di Russe, in Bulgaria, un centro importante della cultura ebraica orientale, città di nascita di Elias Canetti.

Mosè Di Segni fu anche molto legato a David Prato, rabbino capo di Roma dal 1936 al 1938, poi cacciato come sionista e antifascista. Sionista e antifascista egli stesso, era quindi visto con sospetto dal regime, tanto che fu messo sotto sorveglianza dalla polizia segreta fascista. Nel 1936, da coscritto e non da volontario, fu inviato in Spagna come medico militare, ma nel 1938 in seguito alle leggi razziste fu radiato dall’esercito, oltre ad essere licenziato dall’Ospedale Spallanzani dove prestava la sua opera. Consigliere della Comunità romana, fu nel settembre 1943 fra quanti si adoperarono a convincere la Comunità della necessità di spingere gli ebrei romani a nascondersi.

Alla fine di settembre, avvisato da un amico che il suo nome era nella lista degli ostaggi destinati alla deportazione, si rifugiò con la famiglia a Serripola. Erano partiti precipitosamente, senza nulla, tanto che sua moglie tornò il 15 ottobre a Roma a prendere qualcosa dalla loro casa. «Capì — scrive il figlio Elio nel volume — il pericolo incombente», e non si fermò quindi a dormire a casa in quella notte tra il 15 e il 16 ottobre in cui si sarebbe svolta la razzia nazista.

A Serripola, il capofamiglia entrò subito nella colonna partigiana appena formata a svolgervi la sua attività di medico ma anche, in alcune emergenze, di combattente (e per una di queste occasioni sarà insignito nel 1948 di medaglia d’argento al valor militare). Una scelta anomala, direi, da parte di un uomo già maturo, con una famiglia da proteggere in una situazione di grande precarietà e rischio.

A Serripola, la famiglia Di Segni fu protetta e aiutata. Una rete di complicità consentì loro di sfuggire ai rastrellamenti fascisti e nazisti, nascondendosi ora dall’uno ora dall’altro quando il pericolo si faceva imminente. Fin dall’inizio, la loro accoglienza era stata facilitata dall’opera del parroco del luogo, che dal pulpito aveva esortato i fedeli ad accogliere questi rifugiati senza far domande, senza chieder loro perché non frequentavano la chiesa. A sua volta, Di Segni si impegnò intensamente a curare, oltre ai partigiani, anche gli abitanti di Serripola, che lo ripagarono di affetto e riconoscenza, sentimenti di cui resta tuttora memoria. Lo ricorda l’attuale arcivescovo di Ancona e Osimo, Edoardo Menichelli, allora uno dei bambini con cui i piccoli Di Segni giocavano.

Leggendo il memoriale scritto da Mosè Di Segni, si resta colpiti dalla sua forte identificazione con la Patria italiana, per cui il battaglione combatte. È un diario di guerra, in cui non c’è nulla che possa far comprendere che a scriverlo era un perseguitato razziale, un ebreo. Nulla nemmeno sulle motivazioni che lo hanno spinto a entrare nella Resistenza armata, quasi si trattasse di una scelta naturale, inevitabile. Sionista, perseguitato come ebreo, Di Segni non ha alcun dubbio sul fatto di essere sempre e comunque un italiano che si batte per liberare la sua patria, l’Italia, dall’occupazione nazista. Ed è anche questo un tassello significativo di questa storia della partecipazione ebraica alla Resistenza, ancora in gran parte da scrivere.Invito_Giorno della memoria_2013

VERBALE del Consiglio Nazionale ANPC del 15 Gennaio 2013

Il Segretario Nazionale, On. Bartolo Ciccardini, introduce la riunione ricordando i risultati e le direttive del XVI° Congresso del 24 Ottobre 2012. Invia un saluto ed un ringraziamento, rispondendo alla sua lettera di augurio e di partecipazione,  al Presidente Onorario dell’Associazione, Bernardo Traversaro, che è succeduto a Gerardo Agostini nella Presidenza dell’ANMIG. Invia a lui le congratulazioni di tutta l’Associazione per la sua elezione a Presidente della Confederazione delle Associazioni Partigiane e Militari e lo ringrazia per la ospitalità concessa al nostro Consiglio Nazionale.

Ricorda le tre decisioni prese nel Congresso: la campagna antiastensione, la partecipazione all’ “Anno dossettiano” (centenario della nascita di Giuseppe Dossetti, partigiano cristiano) ed il programma del 70° Anniversario della rinascita dell’Esercito Italiano nella Guerra di Liberazione (Battaglia di Monte Lungo dell’8 dicembre 1943). Ricorda infine Suor Teresina, la prima partigiana cristiana, che cadde per difendere la dignità delle spoglie dei giovani granatieri morti nella battaglia della Montagnola del 10 Settembre 1943, inizio della “ribellione cristiana per amore”. (“La Preghiera del ribelle” di Teresio Olivelli).

Prende la parola il Presidente, On. Giovanni Bianchi.  La bellissima relazione del Presidente parte dal significato della Resistenza Cristiana, introduce la definizione di Dossetti (figura sottovalutata, quasi ignorata nella storia, che va invece riscoperta e valorizzata): “Se fascismo significa priorità dello Stato sulla persona, antifascismo significa priorità della persona sullo Stato”. Questo concetto diventa il fondamento della Costituzione personalista, che mette d’accordo culture ed ideologie differenti nella Costituzione, patto fondante la nostra democrazia.

Parte dalla mozione dell’ultimo Congresso, che ha rappresentato una svolta nell’Associazione: la lotta contro l’antipolitica e contro l’astensionismo. Ripensare al modo di essere della nostra Associazione per presentarci in forma nuova al Paese, ossia come esempio di democrazia costituzionale.

Educazione costituzionale alla politica: riscoprire la cultura costituzionale. Tra i giovani si è diffuso il pensiero dell’inutilità della politica. Trovare nella Costituzione l’accordo tra le diversità. Due pilastri fondamentali: democrazia fondata sull’azione educatrice per sviluppare forme politiche colte. Sull’azione educatrice può e deve intervenire la nostra associazione. Tornare alla Costituzione con lo spirito della Resistenza: per tornare al bene comune, tornare alla base dei fondamenti che sono comuni a tutti gli italiani. Riscoprire questi valori sarà il compito dell’ “Anno dossettiano”.

Sturzo diceva: “La democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte”. Attualità di questa frase.

Interviene il Segretario nazionale, On. Bartolo Ciccardini. Parla dell’agenda delle cose pratiche da fare: rapporti con la Confederazione (ricordo di Gerardo Agostini e di Bruno Olini). Il tesseramento (formule da definire). L’anno del 70° dell’Esercito Italiano: celebrazioni da proporre al Comitato per i festeggiamenti. Antiastensionismo: lettera alle associazioni cattoliche. Offerta educativa. Prendere contatto con tutte le sedi Acli.

Si apre il dibattito. Intervengono:

  1. Danilo Poletto, Roma: proporre in termini pratici nei problemi del momento dei programmi e delle soluzioni. Critica alle associazioni cattoliche che non hanno fatto la dovuta opposizione ai sacrifici imposti ai più deboli;
  2. Serafino Zilio, Vicenza: celebrazioni dell’episodio della Resistenza sul Monte Grappa. Importanza della Resistenza cattolica nel Veneto e necessità di questo contributo storico nella formazione dei giovani.
  3. Sen. Maurizio Eufemi: collegamento con l’Ass. degli Ex-parlamentari. Necessario contributo alla organizzazione dei partigiani cristiani e partecipazione viva ai temi proposti. Sua esperienza personale nel ricordo del padre partigiano.
  4. Angelo Sferrazza: giornalista RAI e membro della Internazionale Cristiana. Parla della esperienza personale e familiare nella Resistenza. Propone e vuole collaborare per una riscoperta dei documenti audiovisivi dedicati alla Resistenza a disposizione del progetto educativo.
  5. Pino Strinati, Presidente Anpc Rieti: riferisce sull’attività di presentazione della memoria storica della Resistenza nella provincia di Rieti. Ricorda che Suor Teresina era di Amatrice e si propone di celebrarla in questo anno. Collaborazione con l’associazione Santa Barbara nel mondo. Dopo l’anno di Mattei faranno l’anno di Dossetti. Propone una soluzione sul problema dei rapporti con l’Anpi.
  6. Carlo Costantini, Presidente Anpc Frosinone: dopo il ricordo di Agostini e di Olini, parla del programma delle attività in corso. Chiede aiuto per portare a termine l’iniziativa del riconoscimento e della utilizzazione come parco della memoria del campo di concentramento “Le Fraschette” (di Alatri) dove, durante la seconda guerra mondiale,sono state internate,e sottoposte a dure restrizioni e sofferenze,migliaia di cittadine e
    cittadini,anche bambini,sloveni,croati,anglo-maltesi e di confinati politici italiani,provenienti da Ustica.
  7. Giorgio Paini, Vicepresidente Anpc di Parma: eleva la sua protesta per la costruzione di un mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani, a spese della Regione, ignorando che Graziani fu un criminale di guerra prima e responsabile poi della sanguinosa repressione repubblichina. Evoca la strage del Monte Grappa con l’impiccagione finale di 17 giovani partigiani a cui partecipò Giorgio Albertazzi.
  8. Giovanni Guidaccioni, Roma: interviene precisando che Graziani si distinse anche per le repressioni disumane in Libia ed in Etiopia, ricordando la strage di più di mille sacerdoti cristiani copti in Etiopia. Si preoccupa per la infiltrazione di elementi della sinistra anarchica nelle manifestazioni dell’Anpi.
  9. Ottavio Battisti, Segretario Provinciale di Rieti: interviene precisando sul carattere democratico della grande maggioranza dei soci dell’Anpi, anche se si pone il problema nei futuri rapporti della caratteristica particolare del tesseramento dell’Anpi.
  10. Felice Tagliente, Presidente Anpc di Torino: parla dei programmi svolti a Torino anche in collaborazione con l’Anpi per il mantenimento della memoria. È molto interessante questa esperienza non solo come offerta pedagogica, ma anche per la riscoperta di memorie personali e familiari della Resistenza rimaste sconosciute. Consiglia di iniziare un programma, magari a premi nelle scuole per la riscoperta dei nonni partigiani.
  11. Sergio Giliotti, Vicepresidente nazionale e Presidente di Parma (nome di battaglia “Sparviero”): ringrazia la Signora Teresa Montaruli per la perfetta organizzazione della riunione e il Consigliere Nazionale Pasquale Orlando, vicepresidente delle Acli, per la predisposizione del “rancio di campo”. Parla della sua esperienza in prima linea e narra episodi della memoria del terribile inverno del ’44 sull’Appennino tosco emiliano.
  12. Carla Roncati, vicesegretaria nazionale con funzioni amministrative: si sofferma sulle note organizzative. Conclude ricordando uno stupendo episodio: la piccola sorella Wanda che all’età di soli otto anni, con grande coraggio, percorreva di nascosto, passando sotto i respingenti, il binario ferroviario dove sostavano i treni piombati per portare in Germania i deportati, per raccogliere bigliettini per avvertire le famiglie. Episodio toccante e pieno di significato.
  13. Anna Maria (Cristina) Olini, figlia dell’amatissimo Bruno Olini, grande partigiano, grande democratico, grande Segretario dell’Associazione, da poco tempo scomparso: accolta da un grande applauso di riconoscenza interviene, dopo essersi soffermata sui problemi in discussione, ricordando questo episodio: “Mio padre mi raccontava sempre che aveva dovuto puntare un fucile contro un suo uomo che voleva prendere un orologio ad un prigioniero fascista, che spiegava piangendo come quello fosse un ricordo di suo padre”. E questa era la testimonianza dello spirito vero dei partigiani cristiani. Grande commozione nell’animo di tutti per le parole di Cristina Olini.

Il Presidente Bianchi conclude riassumendo la discussione e preannunciando le istruzioni pratiche per svolgere il programma discusso ed approvato all’unanimità.

COMUNICATO STAMPA su Consiglio Nazionale ANPC del 15 Gennaio 2013

Il Consiglio Nazionale dell’Associazione Partigiani Cristiani ha preso importanti decisioni sul programma da svolgere nell’anno 2013. Dopo un ampio dibattito seguito alla relazione del Presidente, On. Giovanni Bianchi. I Partigiani Cristiani si impegneranno a fare una campagna contro l’astensione dal voto, chiedendo a tutte le associazioni cattoliche di partecipare a questa mobilitazione della coscienza civica.
Questa azione sarà proposta all’attenzione del Presidente della CEI, Cardinal Bagnasco.
Una lettera su questo programma è stata inviata al Presidente della Repubblica.
Nella sua relazione il Presidente, On. Giovanni Bianchi, ha spiegato lo stretto collegamento fra Resistenza e Costituzione. Ha citato la frase di Dossetti: “Se il fascismo significava priorità dello Stato sulla persona, la Resistenza significa priorità della persona sullo Stato”. Questo concetto è stato al centro della Costituzione con un accordo straordinario fra le culture cattolica, socialista e liberale, che ha permesso di approvare il testo quasi all’unanimità.
Per sottolineare questa caratteristica importante della Costituzione i Partigiani Cristiani celebreranno l’”Anno Dossettiano”, ricordando anche il Dossetti partigiano sull’Appennino tosco emiliano. I Partigiani Cristiani parteciperanno con le altre Associazioni militari e partigiane al ricordo della rinascita dell’Esercito Italiano dopo la dissoluzione dell’8 Settembre 1943 nella battaglia di Monte Lungo a Mignano (l’8 dicembre 1943), in Campania.
L’Associazione con un accordo stretto con le Acli costituirà dei Gruppi di Lavoro “Resistenza e Costituzione” per la preparazione dei giovani alla “buona” politica.

Partigiani Cristiani per il futuro

I Partigiani Cristiani non sono solo i custodi della memoria storica dei “ribelli per amore”. Ma vogliono essere anche coloro che trasmettono i valori della resistenza e della Costituzione ai giovani per edificare una Italia “buona”. Preoccupati per il futuro aprono la loro Associazione ai giovani perché diventino propugnatori della libertà.

Iscrivetevi all’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani.

Si riunisce domani, 15 Gennaio, alle ore 10:00 presso la sede ANMIG in Piazza Adriana, 3 in Roma, il Consiglio Nazionale “aperto”.

Quanti aspirano ad essere “partigiani cristiani” per la democrazia sono invitati a partecipare, a mandare la loro adesione, a manifestare il loro consenso.

Il Segretario Nazionale

Bartolo Ciccardini

Convocazione Consiglio Nazionale ANPC il 15 Gennaio 2013

       

 

 

Cari amici,   Dirigenti e Soci della Associazione Nazionale Partigiani Cristiani,

vi confermiamo l’invito speditovi il 19 Dicembre 2012 per la riunione del Consiglio Nazionale della Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, convocato per decidere il  programma di lavoro, riunione che si terrà

martedì 15 gennaio 2013 alle ore 10, a Roma, presso la sede di Piazza Adriana 3

Parteciperanno i Consiglieri Nazionali con diritto di voto eletti al Congresso di Milano.

Tuttavia abbiamo invitato anche i dirigenti delle Associazioni locali che abbiano la possibilità di  partecipare alla riunione (con la facoltà di parlare ed ovviamente senza diritto di voto), per ascoltare anche il loro parere, per conoscere meglio i dirigenti che non hanno potuto partecipare al Congresso e per rafforzare fra tutti i nostri soci i rapporti di amicizia ed i propositi di combattere per i nostri valori.

Sono invitati anche quei dirigenti, per ora purtroppo pochissimi, che hanno iniziato il lavoro dei Gruppi Resistenza e Costituzione, programmati in collaborazione con le Acli.

Condizione precisa per la partecipazione degli invitati “non eletti” è che ci giunga la notizia della loro partecipazione  entro lunedì 14 gennaio per organizzare il “rancio di campo” del giorno 15.

Vi aspettiamo.

La Segreteria Nazionale

partigiani.cristiani@gmail.com

L’anno di Dossetti

A tutti i partigiani cristiani, ai dirigenti e soci

Carissimi, l’anno prossimo, 2013, sarà l’anno centenario della nascita di Giuseppe Dossetti. Avremo il tempo di illustrare il significato di qeusto grande personaggio e del suo contributo anche politico alla vita italiana, in particolare noi dovremo ripensare con attenzione al suo contributo di partigiano cristiano sia nella guerra di Liberazione, sia nella edificazione della Costituzione Italiana, fondata sui valori della Resistenza. Sarà anche per noi l’anno di Dossetti. Nel Consiglio Nazionale parleremo anche di questo programma. Colgo questa occasione per comunicare a tutti che i contributi al Consiglio Nazionale sono graditi da parte di tutti.Chiunque, dei nostri soci, volesse partecipare ce ne dia notizia.

Il Segretario Nazionale

Bartolo Ciccardini

Suor Teresina: la prima partigiana cristiana

Quest’anno la parrocchia Gesù Buon Pastore alla Montagnola celebra il suo 75° anniversario. La parrocchia infatti è stata istituita nel 1938. Nel progetto la chiesa doveva nascere dove ora passa la Via Cristoforo Colombo. Ma in quegli anni Mussolini decide di celebrare la Esposizione Universale del 1942 in una piccola altura sul Tevere, che si chiamerà Eur (che è l’acronimo di Esposizione Universale di Roma). Una nuova strada, la Colombo appunto, congiungerà la porta Ardeatina con il nuovo comprensorio, proprio dove sono i terreni della parrocchia. E la parrocchia si sposta di un centinaio di metri, a sinistra della Colombo, proprio dove c’è la cima di una piccola altura, che si chiama appunto la Montagnola. La Colombo divide così la parrocchia dal Forte Ostiense, dove esiste un istituto per gli orfani dei caduti in guerra tenuti dalle suore francescane. Siamo giunti così al 1943 ed il panorama è questo: sull’altura precedente a quella della Montagnola, si alzano già i palazzi dell’Esposizione Universale, tutti disabitati. Il palazzo della Civiltà del lavoro, chiamato poi Colosseo quadrato, la modernissima Basilica di San Pietro e Paolo, le colonne di quello che oggi è il Museo Romano, il Palazzo dei Congressi e la grande caserma monumentale che oggi è l’ospedale di sant’Eugenio dell’Eur. Subito a nord dell’Eur c’è il fosso delle Tre Fontane, con l’antica basilica dedicata al martirio di San Paolo. Poi una piccola salita di pochi metri dove la Laurentina si inerpica sulla Montagnola, attraversa la Colombo, incrocia il Forte Ostiense, e ridiscende fino alla Basilica di San Paolo. Attorno case di contadini, il casale delle grande proprietà Ceribelli ed i coloni delle terre che appartengono all’Abbazia delle Tre Fontane. Quindi una parrocchia contadina.

È l’8 settembre. L’Italia ha firmato l’armistizio con gli Alleati, ma Badoglio si rifiuta di comunicare l’avvenuta firma dell’armistizio. Non riceve il colonnello americano Poletti, paracadutato dagli americani per preparare lo sbarco di una divisione aerotrasportata e pensa solo a preparare la fuga per sé, per il re e per il suo governo.

Attorno a Roma ci sono le tre migliori divisioni italiane, fra cui l’Ariete, la più moderna e la meglio armata. Ma sono senza ordini ed il comunicato con cui viene annunciato l’armistizio è ambiguo. Non si capisce se bisogna comunque trattare con i tedeschi o se bisogna respingere la loro occupazione.

Il maledetto, vile e stupido Badoglio fugge da Roma.

I tedeschi capiscono che è essenziale per loro conquistare Roma e la stringono a tenaglia con forze che provengono dal Nord e forze che provengono dal Sud, dal fronte che si è aperto a Salerno con lo sbarco avvenuto proprio l’8 settembre. Le forze tedesche non vengono aggredite e contrastate dal grosso delle divisioni italiane, ma incontrano solo la resistenza di piccoli reparti separati che incontrano sul loro cammino. Dal nord a Monterosi e Bracciano. Dal sud all’Eur, alla Montagnola e a Porta San Paolo.

Mentre i piccoli reparti combattono aiutati dalla popolazione e dai civili, i generali trattano la resa. I reparti italiani non hanno direttive, non sono collegati ad un sistema difensivo e per questo non sono né supportati, né riforniti. Spesso combattono con i moschetti 91 contro reparti mobili corazzati e motorizzati tedeschi, addestrati e specializzati. 1.167 furono i militari caduti.

È l’inizio della Resistenza, di una rivolta contro tutto e contro tutti per salvare la dignità dell’Italia ed il suo diritto ad esistere. L’episodio militare della Montagnola assume tutte le caratteristiche di un episodio della Resistenza.

I granatieri senza armi pesanti, si battono nelle case dei contadini, nell’istituto delle suore, aiutati dalla popolazione. Nel momento in cui dovranno disperdersi sotto la forza preponderante sono aiutati a trovare vestiti civili e a nascondersi. Quando la battaglia è finita le suore compongono le salme: Suor Teresina tocca le loro labbra con un crocifisso di ottone per accogliere il loro ultimo respiro.

“Suor Teresina di Sant’Anna, al secolo Cesarina D’Angelo, nativa di Amatrice, stava componendo il cadavere d’un granatiere nella cappella del forte Ostiense, quando un soldato tedesco che passava lì accanto fu attratto dal brillare di una catenina d’oro al collo di un caduto. Mentre il militare tentava di strappare l’oggetto, la religiosa afferrò il crocifisso di metallo che si accingeva a collocare sul petto del caduto e colpì ripetutamente al viso il tedesco, subendone la furiosa reazione”.

Lei è stata certamente la prima “ribelle per amore”. Non era lì per uccidere, non era lì per opporre violenza a violenza. Era lì per amore, per dare la cristiana sepoltura ai morti. Ha reagito, ribellandosi, ad un gesto di profanazione della dignità dell’uomo e ha colpito l’oppressore con quel suo piccolo crocifisso d’ottone con cui cercava di aprire la strada del paradiso ad un giovane caduto.

Suor Teresina è la prima partigiana cristiana. Nel suo gesto riconosciamo quei valori che Pietro Scoppola riconosce di essere a fondamento dei partigiani cristiani e della Resistenza intesa come resistenza di civiltà: “(…) Proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale a prescindere dalle scelte politiche.

Dobbiamo dire ormai con chiarezza che il prendere le armi non si può considerare l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento, senza cedere proprio a quella concezione della Resistenza che i comunisti proponevano con la loro accanita polemica contro gli attendisti. È il concetto stesso di Resistenza che va ripensato, recuperando il significo originario del resistere.

Insomma il fenomeno della lotta armata, che conserva tutto il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione dal basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve attentamente osservare”.

CONVOCAZIONE CONSIGLIO NAZIONALE ANPC

Roma 19/12/2012

Ai Componenti il Consiglio

Nazionale ANPC

OGGETTO: CONVOCAZIONE CONSIGLIO NAZIONALE ANPC

Cari Amici,

prima di tutto, desideriamo cogliere l’occasione per inviare a tutti i migliori auguri di buon Natale e sereno Anno Nuovo.

Vi comunichiamo che la Giunta Esecutiva dell’ANPC ha deciso di convocare il Consiglio Nazionale dell’ANPC per martedì 15 gennaio 2013 alle ore 10, a Roma, presso la sede di Piazza Adriana 3, con il seguente ordine del giorno:

1) Relazione del Presidente. (Valutazioni sul XVI Congresso. Esame delle mozioni. Rapporti con l’ANMIG. Rapporti con la Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane. Programma di lavoro con le Acli).

2) Cooptazioni;

3) Tesseramento e stampa nuove tessere (2013-2018);

4) Iniziative volte a combattere l’astensionismo dei cittadini;

4) Varie ed eventuali.

Con i nostri più sinceri auguri,

Il Segretario Nazionale                                                                                   Il Presidente

On. Bartolo Ciccardini                                                                                     On. Giovanni Bianchi

IL VOTO: L’ARMA PIU’ IMPORTANTE di Giovanni Bianchi

Populismo e antipolitica sono i mali della stagione in corso. Attraversare il disordine da essi prodotto è il compito di tutte le forze democratiche, ovunque collocate: nella società civile come nelle istituzioni. Starei per dire, nello spazio pubblico e perfino in quello privato. E ad elezioni generali ormai prossime il dovere dell’ora è quello di incalzare noi stessi e i nostri concittadini a esercitare tutti i diritti, che in democrazia sono anche obbligo a partecipare. Per i partigiani che si fregiano anche del nome cristiano si tratta di una battaglia irrinunciabile, dal momento che discende direttamente dalla Carta costituzionale, senza la quale sarebbe impensabile la nostra convivenza democratica. E tutti sanno che la Costituzione del 1948 non sarebbe stata mai iscritta se non avesse avuto alle spalle la Lotta di liberazione e la tragedia del fascismo. Il personalismo cristiano che ne costituisce la tessitura è nato sui monti e nelle coscienze, e dunque non può assentarsi quando ritornano quelli che David Maria Turoldo chiamava “i giorni del rischio”.Eccoli i giorni del rischio: perché la democrazia – sarà bene non dimenticarlo – non è un guadagno fatto una volta per tutte. Soprattutto quando il rischio prende la maschera, emotiva e mediatica, della fuga dal voto. Mentre il diritto di voto, lo sappiamo, è da sempre una delle più elementari richieste per l’instaurazione di una vera democrazia ed uno dei primi diritti riconosciuti ai cittadini: nel nostro Paese, è solo grazie a dure lotte che i ceti sociali più disagiati riuscirono progressivamente a conquistare il diritto di voto, e solo dopo la caduta del fascismo esso venne esteso alle donne.Da sempre il nostro Paese, a differenza di altre democrazie europee, ha fatto registrare un alto tasso di partecipazione alle competizioni elettorali a tutti i livelli, segno di una richiesta di rappresentanza che si esprimeva anche nella fiducia alle forze politiche in un clima contrassegnato certo da forti contrapposizioni ma anche dal riconoscimento del comune radicamento nei valori e nei principi della Costituzione, espressione degli ideali della Resistenza antifascista.Negli ultimi anni tale tendenza nazionale si è invertita, e nelle elezioni amministrative della scorsa primavera, come pure nelle elezioni regionali siciliane di ottobre, si è assistito ad un declino della partecipazione alle urne che ha interessato quasi la metà della popolazione avente diritto al voto. Questo fenomeno è riconducibile alla scarsa fiducia che i cittadini ormai nutrono verso le forze politiche e persino verso le istituzioni democratiche, sia per l’accusa di corruzione generalizzata rivolta a tutta la classe politica, sia per la sensazione dell’impotenza della politica di fronte al dilagare del pensiero unico.A fronte di ciò, e senza voler negare i problemi e le criticità realmente esistenti, come associazione dei combattenti per la libertà desideriamo vivamente invitare i nostri iscritti e simpatizzanti e tutti gli Italiani a non voler disertare le urne elettorali in occasione dei prossimi appuntamenti, ed in particolare per le elezioni politiche di febbraio.Riteniamo infatti che il voto, per la definizione della rappresentanza democratica, sia ancora la via maestra per dare forza e significato alla volontà dei cittadini: diversamente, vi è il serio rischio che a tutti i livelli coloro che comunque verranno eletti per svolgere le funzioni rappresentative ed esecutive si trovino in uno stato di evidente carenza di rappresentanza popolare, il che indebolirebbe la loro capacità di assumere decisioni necessarie e magari impopolari per far fronte alla grave crisi in cui si trova il Paese. È perciò doveroso, prescindendo dai diversi e legittimi orientamenti politici, che tutti coloro che  hanno facoltà di voto fruiscano fino in fondo di questo diritto democratico rafforzando con la loro partecipazione le nostre istituzioni in una fase davvero problematica e dagli esiti che definire incerti suona perfino eufemistico se non umoristico.Attivarsi contro il non voto perché le urne non vadano malinconicamente deserte è quindi la decisione che ci pare insieme più saggia ed obbligata. Dirlo per tempo è il primo passo. Farlo sapere il secondo. Le modalità di un attivismo che recuperi antiche militanze e nuovi volontariati le individueremo per strada, con una catena informativa senza la quale l’odierna democrazia partecipata non riuscirebbe ad esistere.

 

 

Giovanni Bianchi

Resistenza e Pace di Raniero La Valle

RESISTENZA E PACE

Dove nasce la speranza

Mi scrive un lettore che a volte i miei articoli, per troppa verità, fanno soffrire; quando analizzano le cose che non vanno, le ingiustizie, le distrette in cui tanti si trovano, suscitano disappunto e indignazione: come sarebbe bello, invece, poter sognare e sperare!

La stessa richiesta di ricercare motivi di speranza, echeggia in molte assemblee dedicate al ricordo del Concilio; la ricorrenza del cinquantesimo anniversario dall’inizio del Vaticano II ha fatto breccia, e sempre più numerose sono le riunioni in cui si fa memoria e si fa un bilancio di quell’evento. E anche in queste occasioni, quando sono evocate tante attese suscitate dal Concilio e andate perdute, o quando si lamenta la mancata riforma della Chiesa nella sua dimensione istituzionale e visibile, si fa pressante la domanda di come si possa tornare a sperare.

Naturalmente per fare spazio alla speranza sarebbe sbagliato fare uno sconto sul rigore dell’analisi; non è una buona ricetta quella di Pangloss e di Candide, di credere che in fin dei conti le cose non vanno male, anzi siamo nel migliore dei mondi possibili. Al contrario, capire dove siamo, mettersi faccia a faccia col male, mostrare i pericoli delle politiche adottate e delle strade intraprese è la premessa perché possa sorgere una speranza adulta, sia nella società civile che nella Chiesa.

Ma, stabilito e compreso dove siamo, due, io credo, sono le condizioni della speranza.

La prima è che non si perda la memoria delle cose passate. Memoria non vuol dire un mero ricordo, non vuol dire spostare indietro le lancette dell’orologio. Memoria vuol dire far presenti gli eventi passati e interrogarli di nuovo, per scoprire i significati che essi hanno in serbo per noi.

La memoria però deve essere militante, deve prendere parte, non può essere neutrale, deve essere una memoria trasformatrice e, se necessario, eversiva. Non può essere neutrale la memoria della Shoà, non può non essere eversiva la memoria della schiavitù, non può essere eurocentrica la memoria della “scoperta” e conquista dell’America. Si fanno i conti, con la memoria: al Concilio le due Chiese, di Roma e di Costantinopoli, “cancellarono” la memoria della scomunica che si erano reciprocamente lanciata nell’XI secolo: con quella memoria irrisolta non si poteva andare verso l’unità.

La memoria dunque si può cancellare, per una riconciliazione o un perdono, ma non si può perdere. La perdita della memoria molto facilmente si traduce in una perdita della speranza. Se invece ci ricordiamo le miserie da cui siamo usciti, le schiavitù da cui ci siamo liberati, le ricostruzioni cui abbiamo provveduto, le idee e le risorse che abbiamo messo in campo per risorgere, possiamo pensare che se questo è avvenuto può sempre accadere di nuovo. Perciò è irresponsabile oggi voler buttare al macero le Costituzioni, i movimenti, i partiti, le ideologie del Novecento, perché senza questa memoria non c’è dove afferrarsi per non sprofondare nelle sabbie mobili. E anche per la Chiesa, se non si fa appello agli straordinari doni di grazia del Concilio novecentesco, le speranze, fossero pure speranze celesti, non avrebbero la terra su cui fondarsi.

La seconda condizione della speranza è che non si speri nulla di cui non si possa rendere ragione agendo. Sperare non è sognare, né ristagnare nell’ottimismo. C’è un’ammonizione preziosa che il pastore martire Dietrich Bonhoeffer fece uscire dal carcere di Tegel, nel pieno della persecuzione nazista. Considerando come le parole anche più alte si fossero logorate e sfiorite, quelle della politica non meno di quelle della religione, indicò il modo in cui esse potessero ritrovare verità e vigore lanciando questo monito: “D’ora in poi direte solo ciò di cui risponderete agendo”. Parafrasando questo messaggio, potremmo dire oggi, in tempi certo diversi, ma non meno bisognosi di verità e di vigore: “Sperate solo ciò che cercherete di fare accadere agendo”.

Naturalmente perché questo agire sia potente, occorre credere che quello che speriamo veramente avverrà. È la fede che dà sostanza alla speranza. Spero perché credo. Sperare nella pace significa credere che la pace è possibile, e porre mano a costruirla. Sarà allora l’estensione l’altezza e la profondità della nostra fede e non il limite del nostro agire che darà le misura delle cose che possiamo sperare.

Raniero La Valle

 

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