ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Relazione ai Partigiani Cristiani del Presidente Bianchi al Consiglio Nazionale del 15 Gennaio 2013

Una ripartenza democratica

Dopo il Congresso

Il senso e la decisione del nostro XVI Congresso svoltosi a San Donato Milanese il 23 e 24 ottobre dello scorso anno sono senza dubbio racchiusi nella mozione finale, approvata all’unanimità. Con essa facciamo appello a tutte le associazioni democratiche – con particolare riferimento alle associazioni cattoliche – per intraprendere un’azione comune intesa a combattere l’astensionismo e l’antipolitica. Due atteggiamenti diffusi che consideriamo una fuga ed un tradimento di fronte alla necessità di impegnarsi per la difesa e la ricostruzione dei valori della Resistenza che sono alla base della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Una decisione starei per dire da manuale: la tradizione della Lotta di Liberazione si sporge oltre la memoria per diventare stimolo alla partecipazione democratica. Non sembri perciò troppo lieve e scanzonato il linguaggio, quasi sportivo, con il quale ho pensato di definire il risultato della nostra assise, nella città voluta da Enrico  Mattei, come una ripartenza democratica.

La transizione infinita nella quale siamo da troppo tempo immersi non solo pone infatti domande per le quali non abbiamo ancora risposte, ma dice soprattutto che il Paese non può fare a meno di una adeguata cultura politica, in entrambi i campi del vigente bipolarismo. E anche oltre il bipolarismo. Troppo a lungo infatti le sorti di una necessaria governabilità e di una auspicabile partecipazione sono state affidate ai meccanismi elettorali ed istituzionali. Importanti senza dubbio, ma non in grado di ridisegnare in quanto tali e da soli le forze in campo. Il nostro Paese infatti è l’unico che, a far data dalla caduta del muro di Berlino dell’Ottantanove, ha azzerato il sistema dei precedenti partiti di massa.

Sono state le diverse tornate elettorali a dettare i tempi e perfino le agende. Una democrazia sincopata di scadenza in scadenza, con una costitutiva incapacità di pensarsi oltre i singoli traguardi. E’  in tal modo che i partiti si sono progressivamente trasformati in taxi o pullman caricati di liste elettorali e disponibili alla rottamazione una volta raggiunto il traguardo con una vittoria o anche con una sconfitta.

Non solo la politica, ma anche l’azione legislativa, quella varata dai parlamenti nazionali e regionali, non se ne è potuta riparare e progressivamente i tempi brevi del decreto-legge di iniziativa governativa hanno sostituito quelli dell’iter naturale delle leggi. Insomma, siamo in presenza di un fenomeno generalizzato e di una condizione che Raffaele Simone così descrive: “Taluni di questi fenomeni, che oggi dominano la scena mondiale e toccano da vicino la nostra vita individuale, non sono stati neppure percepiti, a causa di una sorta di tirannia del breve termine”. Ecco dunque chi detta il dovere dell’ora e determina la velocità dei tempi: il Breve Termine, che costringe tutti a vivere di corsa pensando a raffiche. (E chi evita di pensare rischia di arrivare prima, anche se al traguardo sbagliato.)

Eppure la percezione e l’augurio sono che quella che il Paese sta attraversando sia un’autentica svolta in grado di consentire l’uscita da quella “Repubblica indistinta” (Edmondo Berselli) che è succeduta alla Prima Repubblica crollata sotto le macerie di Tangentopoli. Per quasi un ventennio abbiamo vissuto l’egemonia e i riti della videocracy dominante, implementata da Silvio Berlusconi e dalla sua portentosa macchina mediatica, fino a indurre in se stesso e negli italiani una sorta di seconda natura. Insieme a un estetismo generalmente volgare e commercializzato e a un giovanilismo facilmente orientato verso le fortune della destra politica, si evidenzia un profondo processo di de-istituzionalizzazione e de-costituzionalizzazione del Paese. E non poco ha contribuito allo scopo quella confusione tra divismo e leadership che Francesco Alberoni si incaricava di chiarire in un testo degli anni Sessanta dal titolo L’élite senza potere. Una dittatura dell’immagine occupata da una  torma di dilettanti, laddove almeno i politici della cosiddetta Prima Repubblica quando sbagliavano (e accadeva non di rado) però – ho in mente Paolo Conte – “sbagliavano da professionisti”.

Detto in fretta e alla plebea: dopo aver fatto naufragio con la politica “corta”, dovremmo provare a salvarci pensando una politica “lunga”.

Le osservazioni svolte finora riguardano le modalità del consenso (una loro parte) e si sa che il consenso è ingrediente ineliminabile della democrazia rappresentativa. Esse però rimandano alla  seconda trasformazione in atto, variamente e interessatamente interpretata e perfino esorcizzata: quella che avviene nei luoghi della democrazia. Anche qui, come in tutti i settori dell’agire umano, il campo di Dio e quello di Satana sono lo stesso, nel senso che politica e antipolitica si contendono il medesimo spazio. Nella quotidianità, nell’organizzazione, nelle istituzioni. A separarle un confine poroso e transitabile nei due sensi: circostanza che dovrebbe chiarire come l’antipolitica non sia destinata a restare tale per immutabile natura, e la politica possa volgersi nel suo contrario, al punto che talvolta l’antipolitica si annida nel cuore della politica medesima,  quella che si ostenta come doc ed ortodossa, proprio là dove si scagliano gli anatemi contro le nuove insorgenze dell’antipolitica. Soprattutto nella fase in cui il mutare del governo  coincide con il mutamento del paradigma della politica nazionale, e non soltanto.

Se infatti sono riconoscibili e circoscritte le aree dove le nuove insorgenze dell’antipolitica si manifestano – movimenti, antagonismi, luoghi mediatici, satira, corpi antichi e nuovi del civile e delle istituzioni, corporazioni – più difficile è cogliere i caratteri dell’antipolitica dentro gli organismi deputati del politico. Tuttavia essi possono essere individuati seguendo una lucida indicazione di Hannah Arendt, là dove addita nel carrierismo (le resistenze castali sbeffeggiate da Rizzo e  Stella) i rinascenti mimetismi dell’antipolitica. Scriveva infatti la Arendt nel 1963 che  il guaio è che “la politica è diventata una professione e una carriera, e che quindi l’élite viene scelta in base a norme  e criteri che sono in se stessi profondamente impolitici”.

Insomma, bisogna preliminarmente distinguere. Altro è gridare all’antipolitica e altro rilevare la generalizzata avversione ai partiti. Antipolitica e antipartitica non coincidono; anzi, la disaffezione verso “questi” partiti può aprire nuovi percorsi di ricerca politica. Percorsi imprevedibili e discutibili, dal momento che non si ha notizia di democrazie che funzionino senza partiti.

Non siamo evidentemente in grado di elencare le nuove categorie dell’antipolitica, ma additare sconfinamenti e metamorfosi, in negativo e in positivo (dall’antipolitica alla politica), significa dare un contributo a delimitare il campo ed attrezzarsi per un futuro che senza la competenza della politica non sarebbe neppure possibile progettare.

Ho già osservato che il confine tra politica e antipolitica è indefinito e continuamente transitabile nei due sensi. Miope e destinata alla sconfitta è la politica che reagisce all’antipolitica prima con fastidio e poi con l’esorcismo. L’antipolitica infatti non è condannata a restare perennemente tale. Resta anzi in attesa di chi sappia interpretarla per darle forma politica. E’ la lezione del sempiterno Hegel: sempre la politica nasce da quel che politico non è. E se tu non interpreti quella che definisci antipolitica troverai ben presto chi la interpreti contro di te. La sindrome difensiva è perciò sicuramente perdente. Ci vuole il coraggio del discernimento, di chi si mette “in mezzo” con il gusto prima di vivere e condividere la condizione e le aspirazioni della gente comune e “indignata”, per poi eventualmente governarla. Leggere gli uomini oltre che i libri.

Una legge elettorale inguardabile

È risaputo che in Italia il cuore della de-legittimazione della politica è costituito da una legge elettorale che il latinismo porcellum non riesce ad ingentilire: per la evidente contraddizione che non si dà  democrazia rappresentativa senza rappresentanza. Bisogno dunque di pensieri lunghi che non dovrebbero essere assenti, parrebbe, da una Nazione dove la vita media dei cittadini – superati allo sprint i giapponesi – è la più lunga al mondo… Pensieri necessari, perché la fase che stiamo attraversando non è una sorta di nuova parentesi crociana della politica italiana chiusa la quale tutto è destinato a ricominciare come prima.

I riflettori sono finalmente sui problemi reali, e da qui tutte le forze politiche sono costrette a ripartire. Questa d’altra parte è l’occasione offerta per ri-legittimare la politica da quando i sondaggi d’opinione (Renato Mannheimer, Ilvo Diamanti) ci raccontano che il numero di coloro che auspicano una politica senza i partiti è diventato maggioranza rispetto al numero di quelli che continuano a pensarla governata dai partiti.

Ma – bisogna ripeterlo – non c’è democrazia al mondo senza partiti. L’inciampo grosso è rappresentato dalla circostanza che i costi della politica appaiono scandalosamente insopportabili perché le istituzioni appaiono scandalosamente inefficienti e autoreferenziali. (I rimborsi elettorali odierni pagati ai partiti sono 10 o 15 volte superiori a quelli della stagione nella quale Citaristi fungeva da segretario amministrativo della Democrazia Cristiana.) Anche per questa ragione il mantra corrente non è più che la politica sia cosa sporca, ma cosa inutile. L’italiano medio non si rallegra davanti alla salata parcella del dentista, ma sa perfettamente che senza denti e dentiera la sua salute risulta compromessa.

È la sua “inutilità percepita” che impedisce di difendere il primato della politica contro l’antipolitica in nome di un Parlamento da tutti ritenuto finto e di altrettanti finti partiti. Senza disperare, perché la stessa storia del nostro Paese è colma di ossimori vitali. E non si dovrebbe neppure dimenticare che la politica spesso risolve le proprie complicate equazioni aggiungendo ogni volta una nuova incognita…

Chi meglio ha analizzato la situazione da questo punto di vista è Gerardo Bianco in una lettera indirizzata agli ex parlamentari. Laddove si segnala che la precedente legislatura lascia una pesante e negativa eredità che sarà molto difficile da gestire. Perché è soprattutto l’indebolimento dello spirito pubblico e della fibra morale della nostra società a dover suscitare preoccupazione. Non a caso il Presidente della Repubblica ha, con molta lucidità, indicato i problemi aperti che rendono preoccupante la situazione sociale e politica dell’Italia. Con un rischio di continua alterazione del sistema istituzionale che minaccia di trasformare la crisi politica in  crisi democratica. Osserva ancora Gerardo Bianco: “Con lo scioglimento delle Camere, senza la revisione della legge elettorale, ci si avvia verso una elezione del Parlamento con un sistema sul quale la Corte Costituzionale ha espresso seri dubbi di costituzionalità e la cui mancata revisione è stata duramente stigmatizzata dal Presidente Napolitano. È inevitabile conseguenza che un Parlamento così eletto sia inficiato nella sua legittimazione. Si aprirà, pertanto, all’indomani delle elezioni, un delicato problema istituzionale che le forze politiche, se vogliono ripristinare la piena legittimazione del Parlamento, non potranno eludere”.

La Costituzione e i suoi nemici

Sempre nella missiva ricordata Gerardo Bianco osserva che esiste

un vero e proprio rischio di continua alterazione del sistema istituzionale e di sotterranea demolizione della nostra Costituzione. “La insensata tesi sostenuta da alcuni, con protervia, di una cosiddetta “Costituzione materiale” che dovrebbe ormai sostituire quella “formale” dimostra la confusione culturale e politica in circolazione”. E infatti non sono “coerentemente” mancati – e per tempo – i tentativi di mettere al passo la Costituzione formale con quella materiale. Non a caso il punto di resistenza più importante alla generale deriva è  rappresentato dal referendum del 2006 con il quale gli italiani hanno respinto lo sgorbio di riforma costituzionale approntato dal centrodestra. Basterebbe confrontare sinotticamente il testo dell’articolo 70 nelle due versioni per cogliere quanto di cristallino vi sia nella Costituzione del 1948 e quanto di fantozziano nel tentativo approvato dalle Camere nel 2005 e bocciato dagli elettori. Recita infatti l’articolo 70 rimasto in vigore: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere“. Una riga e mezza, che sarebbe perfino possibile solfeggiare. Quanto all’articolo 70 bocciato dal referendum del 25 e 26 giugno 2006 si compone di ben ottantatré righe con il rimando a un diluvio di altri articoli e di commi, tali da costituire un percorso labirintico scritto apposta per non farsi capire.

Non si trattava soltanto del tentativo di prendere le distanze da quella che Togliatti considerava una Repubblica fondata sui partiti – per altro erosa dall’interno e nella superficie esposta al pubblico da una partitocrazia in assenza di partiti credibili – ma di fondare su nuovi equilibri il patto tra mercato e democrazia. Ma lo spirito della Costituzione del ’48 ha retto, e con lui un idem sentire degli italiani che recupera una diversa antropologia e una visione della politica che ebbe  in Giuseppe Capograssi e nel giovanissimo giurista Aldo Moro due punti di riferimento. Una temperie culturale e politica cioè che ha fondamento in quel personalismo costituzionale che trova  in Giuseppe Dossetti il maggior regista. Circostanza che dovrebbe togliere di mezzo tutti gli improvvidi tentativi di continuamente metter mano al testo costituzionale, guastandone l’ispirazione e avvilendone la lettera. Ha ragione Valerio Onida: “La Costituzione ringiovanisce vivendola”.

Già all’inizio degli anni ’70 si determinò un passaggio decisivo che poneva le condizioni per attuare i fini istituzionali della Costituzione sul terreno economico-sociale. Viene cioè in evidenza il dato che la Costituzione non è solo un documento, un fatto formale scorporabile e da analizzare da specialisti, ma è fondamento di un processo nuovo. La Costituzione Italiana dice cioè che il mercato, sublimato poi nell’ordinamento comunitario europeo, non è il solo metro di misura dei “valori sociali”, ma, al contrario, risulta ad esso subordinato.

Si poneva già allora il problema di conseguire riforme sul terreno del sociale per trovare una coniugazione coerente tra controllo del sistema di accumulazione e nuove forme di consumo sociale. Sul territorio emersero conseguentemente elementi convergenti di controllo democratico che rafforzavano il ruolo degli enti locali sul terreno della programmazione dell’economia. E nacque il fenomeno diffuso denominato “partecipazione” che fu luogo  d’incontro tra forze culturali diverse. La partecipazione come partecipazione sociale e politica che provava ad esprimersi in Consigli di zona e Consigli di quartiere. Cui si è poi accompagnata una concezione della legge non più solo come legge dello Stato di diritto, ma anche come strumento di garanzia di diritti. Tant’è che per esorcizzare questa originalità nel linguaggio politologico venne coniato il termine  “anomalia del caso italiano”.

In linee generali dell’anomalia si occupa il libro La crisi della democrazia, che raccoglie il rapporto tenuto a Kyoto nel maggio 1975 dalla Commissione Trilaterale. Le relazioni a quell’assemblea furono tenute, naturalmente, da un europeo (Michel Crozier), da un americano (Samuel P.Huntington), da un giapponese (Joji Watanuki), ma il reale referente teorico è Niklas Luhmann. Ed è nella adesione alla sua teoria generale che si cercano soluzioni. Anche in Italia si definiscono nuove risposte politiche. Ed è da questo momento che la Costituzione incontra i suoi nemici, meno preoccupati della governabilità e più del consistere di quelli che con etichetta onnicomprensiva siamo abituati a chiamare “poteri forti”, non di rado occulti.

A dire il vero a far problema non è tanto la governabilità, quanto i disegni che dietro le sue bandiere vengono allestiti. È infatti impressionante che quanti si sono preoccupati del governo del Paese a prescindere dalla Costituzione abbiano messo a rischio non solo la Costituzione ma anche la democrazia repubblicana. Mi riferisco al piano della P2 e a una parte  della strategia delle riforme istituzionali.

Il c.d. “Piano di rinascita democratica” della “loggia massonica P2”, pubblicato a cura di Gelli, elenca tutte le proposte di “riforma istituzionale” che dovevano servire a “rivitalizzare” il sistema inquinato dalla presenza del “partito orientale”  e dalla politica compromissoria della Dc, denunciata per essere nei limiti della legittimità repubblicana. Tale “piano” non è stato sottoposto a una discussione sufficientemente attenta e diffusa tra la pubblica opinione, sicché per quanto importante sia stato l’attacco in sede istituzionale alla “P2” come associazione eversiva e nei suoi aspetti “strutturali”, rimane una zona di preoccupante latenza.

Come attacco alla Costituzione Italiana, si articola un’altra risposta, che trova espressione in Gianfranco Miglio e nel suo “Gruppo di Milano”. Hayek è il punto di riferimento. Infatti, ciò che Miglio invoca è la tradizione liberale non ancora contaminata dalle lotte del movimento democratico.

Prendiamo la sua lettura contro la Costituzione nata dalla Resistenza. Vi leggiamo: “Le norme che pretendono di rendere coattivo, mediante la redistribuzione del reddito, il ‘presunto impegno alla solidarietà’ non fanno altro che ‘legalizzare la violenza’ a danno dell’onesto possidente, costretto a rendere ‘partecipi della sua fortuna coloro che guadagnare non sanno’. Non solo i principi della ‘progressività’, ma anche quelli della ‘proporzionalità’ dell’imposizione fiscale (…) entrano in costituzione perché si fondano su una decisione di maggioranza, e dunque, sulla ‘sopraffazione dei più a danno dei meno’, ‘sul principio della forza’. Se ‘accumulata nel rispetto della legge’, una ricchezza privata è ‘intangibile’ e su di essa ‘né i concittadini stessi né i detentori del potere possono vantare alcuna pretesa fondata sul diritto naturale’. Dato che ‘la grandiosa parabola del socialismo dell’otto-novecento si è esaurita’ e che, assieme al socialismo, sembra per fortuna ‘uscire definitivamente di scena’ anche lo ‘stato sociale’, è necessario farla finita una volta per sempre con tali sopraffazioni e ritornare ai principi del liberalismo classico”.

Come si vede, il bersaglio della polemica va ben al di là della Prima Repubblica: sono in discussione due secoli di storia mondiale. E questo progetto per lungo tempo è stato il substrato ideologico della Lega Nord. Le elaborazioni di Gianfranco Miglio e del “Gruppo di Milano” hanno poi trovato formulazione coerente nel progetto presentato al senato all’inizio del 1995 da Speroni (ed altri), per una “revisione della Costituzione in senso federale.”

Il progetto in parola puntava alla modifica di tutti i princìpî fondamentali, ma soprattutto mirava a sostituire il valore del lavoro con il valore del mercato (art.1); subordinava i valori di cui all’attuale art. 2 sui doveri di solidarietà politica economica e sociale ai valori del federalismo fiscale;  stravolgeva completamente il nesso tra i princìpî fondamentali e le norme sui rapporti economici, sostituendo l’attuale art. 35 (per il quale la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni) con una serie di principî intesi ad esaltare la libertà di mobilità dei capitali e dei beni all’interno e verso l’estero, in sintonia con un nuovo testo dell’art. 1. In tale logica si proponeva poi di modificare tutti gli articoli da 41 a 47, onde eliminare ogni condizionamento a fini sociali dell’impresa e della proprietà.

In effetti è la natura ‘politica’ della Costituzione che va sottolineata  tanto più nei casi in cui essa – come conferma il contesto della elaborazione della Costituzione italiana del 1948 – si è posta come sbocco di un processo di lotta politica armata (Giorgio Bocca) quale è stata la Resistenza diretta dai partiti antifascisti, con la conseguenza che il potere costituente “sociale” ha preceduto ed è stato il motore del potere costituente “politico-istituzionale” espresso dalla successiva Assemblea Costituente, destinata a delineare i tratti del nuovo ordinamento sociale, politico ed economico secondo un modello non inquadrabile negli schemi della cultura giuridica tradizionale, in grado di predisporre una strategia di trasformazione della società e di creare i presupposti di una democratizzazione della società e dello

Stato, imperniata sul potere preminente degli organi parlamentari. I più adatti a recepire le opzioni espresse dalle organizzazioni in cui si articola il pluralismo sociale e politico.

Dopo l’anno di Mattei, il centenario di Dossetti

Se lo scorso anno fu dedicato ad Enrico Mattei, quest’anno celebra il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti. Dossetti non nasconde che la matrice di tutto il suo agire fosse un “irriducibile antifascismo”. Una opposizione continua e continuata cioè al fascismo inteso come “una grande farsa accompagnata da una grande diseducazione del nostro Paese, del nostro popolo; un grande inganno anche se è seguito certamente con l’illusione dalla maggioranza, che però sempre più si lasciava ingannare e sempre più si lasciava fuorviare”.

Così pure molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che  forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta.

Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione. Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.  Del resto i temi etici non hanno cessato d’assediarci: non è forse anche etica la contrapposizione tra ricchi e poveri, contrapposizione sulla quale sono misurati i provvedimenti delle leggi finanziarie? E non aveva ragione Leopoldo Elia quando indicava nel costituzionalismo, in grado di fornire “una disciplina ai partiti”, il vero europeismo del Partito Democratico?

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta da De Felice. Già allora alle spalle, nella chiarezza, le preoccupazioni espresse da Luciano Violante durante il discorso di insediamento in quanto presidente della Camera nel 1996. Ridicolizzata addirittura l’uscita di Berlusconi che in un’intervista parlò di “Costituzione bolscevica”: soltanto un prodigio etilico può legittimare un’espressione simile. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie e  che – in sintonia con  un acuto intervento in Assemblea di Giorgio La Pira – rammenta che i diritti della persona vengono prima, come fonti, rispetto al riconoscimento da parte dello Stato. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo:  dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale” (l’Altro), secondo la lezione di Mounier.

Dossetti rimosso

Curiosamente Giuseppe Dossetti è più noto per il livore disinformato dei detrattori che per lo zelo propagandistico degli estimatori. Dossetti infatti, dopo Antonio Rosmini, è il grande rimosso della cultura e della Chiesa italiana. Le circostanze possono averne favorito la sordina dal momento che il monaco di Monte Sole è stato in politica sette anni in tutto, ivi compresi quelli passati in montagna come partigiano. Rivisitarne dunque non tanto la memoria ma il lascito politico, provare a rifare i conti con il metodo Dossetti può essere operazione fondatamente ricostruttiva nella fase in cui il cattolicesimo democratico si trova alla fine di un ciclo politico. Proprio perché la forma che ci siamo lasciati alle spalle è quella del partito, laddove estimatori e critici, tutti, riconoscono in Dossetti una passione per il partito che andava ben oltre quella per il governo.

E dal momento che è impossibile fare una storia del cattolicesimo politico di questo secolo a prescindere dalla storia del partito politico, che ne costituisce la più originale espressione – in rotta di collisione con l’universalismo Vaticano additato da Gramsci e con le pratiche del gentilonismo – il confronto con le prese di posizione e gli scritti dossettiani, tanto avari nel numero quanto determinanti per il contenuto, si impone ancora una volta.

I cattolici infatti si affacciano come protagonisti alla storia dello Stato unitario solo attraverso la figura e lo strumento del partito politico (Pino Trotta). E probabilmente non si è sottolineata a sufficienza questa novità che per la prassi della politica cattolica costituì un autentico tornante. Non era infatti scontato che l’impegno politico dei cattolici dovesse attraversare l’esperienza del partito. Tanto che fu l’esperienza del secondo dopoguerra a sviluppare il granello di senape popolare nel grande tronco della Democrazia Cristiana. E mentre la Santa Sede, proverbialmente lento pede, stava ancora uscendo a tappe dallo Stato Pontificio, l’esperienza dei cattolici radunati in partito segnava momenti di innovazione non soltanto sul piano politico ma anche su quello ecclesiale: al punto che la Democrazia Cristiana può essere considerata un’avanguardia nel grande e variegato corpo della chiesa preconciliare. Non è dunque casuale e certamente è provvidenziale il ruolo di solerte “segreteria” giocato da don Dossetti nelle assise conciliari al seguito del cardinale di Bologna Giacomo Lercaro.

Proprio la “tranquilla liquidazione del Partito Popolare Italiano dinanzi alla vittoria del fascismo” consegna irrisolto alla Democrazia Cristiana il problema di saggiare fino in fondo nell’area culturale cattolico-democratica le potenzialità della forma partito. Quella forma rispetto alla quale la Santa Sede oscillerà tra diverse opzioni senza coincidere mai. Ed essendo Dossetti la mente più fervida e appassionata alla forma partito, è con lui che i conti vanno fatti in una fase dove al vecchio della politica pare succedere il vuoto della politica.

Spetta quindi a Giuseppe Dossetti il primato nella visione e nell’approfondimento culturale. Al punto da considerare la cultura politica l’aspetto preminente del fare politica. E vale la pena osservare, non solo di passata, come il dossettismo non estinto in Aldo Moro si riveli in una sua celebre espressione, quando cioè lo statista pugliese afferma che il pensare politica e già per il novantanove percento fare politica.

Ma se si prende come termine a quo l’Ottantanove o il Novantaquattro, tutte queste rischiano di apparire espressioni da antico testamento. Perché la nuova politica si gioca intorno ai narcisismi dell’individualismo che producono il partito personale e alle confusioni tra divismo e leadership che privilegiano la comunicazione onnivora rispetto ai contenuti. Dove il vettore comunicativo cannibalizza ogni sera nei talkshow il contenuto che è stato chiamato a veicolare. Mentre senza il fondamento dei contenuti non si danno partiti.

Probabilmente l’estinzione della figura dell’intellettuale, più o meno “organico”, che si occupava dei destini del partito e del Paese e della formazione dei quadri (gli intellettuali non coincidono necessariamente con i professori) è da collocare nel dissolversi del rapporto tra elaborazione culturale, formazione, organizzazione e rappresentanza. Nessun training riconosciuto; molta improvvisazione ed esaltazione di attitudini che non sempre si combinano con la professione politica e meno ancora con la ricerca del bene comune. Il presidente Scalfaro notava con amarezza che dopo il 1992 venivano considerati atti a fare politica soprattutto  coloro che fin lì non se ne erano mai occupati. Un filo di ironia lega anche la riflessione in proposito del cardinale Carlo Maria Martini dal momento che ai suoi occhi la politica è l’unica professione senza una specifica formazione. “I risultati sono di conseguenza”. Circa le conseguenze si esprimeva con grande semplicità il rappresentante del popolo Saharawi nel nostro Paese: altrove cambiano gli uomini e restano i partiti; in Italia cambiano i partiti e restano gli uomini. Candore africano!

Resta comunque il fatto che non si dà al mondo democrazia senza partiti. Si aggiungano le nuove tensioni che in senso contraddittorio e contrapposto sollecitano le forme della politica. Da un lato assistiamo alla lenta ma inesorabile derubricazione “elvetica” della politica a semplice amministrazione, complice, nel quadro istituzionale, di promesse impossibili da mantenere e di troppe eterogenesi dei fini, tra le quali, soltanto per fare un esempio, la riduzione italiana del federalismo a inguardabile imitazione del federalismo. Dall’altro l’irrompere delle nuove acquisizioni della ricerca scientifica e  delle biopolitiche hanno reso ineliminabile dalla riflessione, dalla legislazione e dalla decisione politica la questione antropologica. Tutto ciò dilata in maniera inedita l’ambito e lo statuto della politica, ne intimorisce ed esalta la responsabilità, fino a produrre una serie di effetti evidenti ma difficili da ricondurre a disciplina. Per questo verso infatti si dilata l’ambito della cultura politica, fino a recuperare in maniera diffusa e diffusiva, ma anche indisciplinata e confusa, il ruolo che negli anni Cinquanta e Sessanta fu – la Francia come epicentro – quello già ricordato dell’intellettuale.

Tutto ciò non bussa alla porta della politica politicante per la semplice ragione che nell’opinione pubblica e nei ritmi della vita quotidiana quella porta è stata divelta.

E’ per questo fascio di ragioni che la politica, proprio nella fase in cui  si sono  smarriti l’abitudine e i luoghi del pensare, si carica di nuove domande e nuove tensioni. E’ ancora qui che il compito di un’associazione come la nostra e l’attività dei gruppi incentrati intorno al binomio Costituzione e Resistenza può esercitare a pieno titolo e con originalità la propria funzione.

La lezione

È don Giuseppe a consegnarcene l’interpretazione autentica in quello che mi pare possibile considerare il suo testamento spirituale: la conversazione tenuta al clero della diocesi di Pordenone presso la Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo 1994 e pubblicata con il titolo Tra eremo e passione civile. Percorsi biografici e riflessioni sull’oggi, a cura dell’associazione Città dell’Uomo.

Dopo avere ricordato con una sorta di civetteria del tempo breve che nel 1952 la sua stagione politica era già finita, Dossetti quasi contraddice se stesso dando conto delle ragioni che lo condussero all’abbandono esplicitato a Rossena e all’impegno successivo all’abbandono.

Dossetti del pari non nasconde che la matrice di tutto il suo agire fosse un “irriducibile antifascismo”. Una opposizione continua e continuata cioè al fascismo inteso come “una grande farsa accompagnata da una grande diseducazione del nostro Paese, del nostro popolo; un grande inganno anche se seguito certamente con illusione dalla maggioranza, che però sempre più si lasciava ingannare e sempre più si lasciava fuorviare”.

Su due registri Dossetti si confida al clero di Pordenone. Da un lato mette in rilievo l’occasionalità, perfino rocambolesca, del suo ingresso in politica, accompagnato da una rottura di testa in un incidente d’auto. Dall’altro insiste sul carattere della propria scelta e sulla continuità di questa scelta nella fase della politica attiva ed in quella del suo farsi monaco e fondatore di una comunità. Eccone i pilastri: “Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica. Una democrazia che voleva che cosa? Che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo e di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale”. Questo il fine.

E il mezzo individuato come il più adeguato per raggiungere il fine è per Dossetti l’azione educatrice: “E pertanto la mia azione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito stesso dalla vita politica. Non sono mai stato membro del Governo, nemmeno come sottosegretario e non ho avuto rimpianti a questo riguardo. Mi sono assunto invece un’opera di educazione e di informazione politica.”

E siccome non sono mancati nel Dossetti che frequentava le istituzioni gli scontri e le asprezze, don Giuseppe così legittima decisioni e temperamento: “I miei contrasti – se ci sono potuti essere – con quelli che comandavano allora, sono stati non tanto contrasti di persone o di sensi, di temperamenti, ma contrasti su quest’aspetto necessario dall’azione politica come formazione della coscienza del popolo.”

In particolare le accuse nei suoi confronti sono risultate funzionali a bloccare ogni opera di educazione politica e “quella dimensione della politica attiva che è l’educazione politica del popolo“. (Si noti l’espressione “politica attiva” che colloca l’educazione politica nell’ambito della politica militante e non in quello del prepolitico.) Una evidente causa d’inciampo alla quale una seconda causa, altrettanto evidente, si aggiunge. “La seconda cosa che mi ha bloccato è la coscienza che la nostra cristianità, la cristianità italiana non consentiva le cose che io auspicavo nel mio cuore. Non le consentiva a me e non le avrebbe consentite a nessun altro in quei momenti, per considerazioni varie di politica internazionale e di politica interna.”

Chi non intende questo approccio non capisce la consequenzialità del Dossetti “monaco” rispetto al Dossetti politico militante. Opera una scissione là dove c’è una lucida distinzione. Rimuove (non rischia anche questa di essere una rimozione?) l’originalità del Dossetti vocazionalmente  politico che sceglie di salire a Monte Sole dove il dramma della storia e del mistero cristiano pongono allo spirito e alla politica domande rimaste ancora senza risposta. Perché la Lotta di Resistenza non segna soltanto la fine del fascismo, ma schiude l’ingresso a una nuova democrazia alimentata da valori che a loro volta non possono essere rimossi, proprio perché questa democrazia –  e la Carta costituzionale che ne discende – non  sono un guadagno fatto una volta per tutte.

E’ questo il rigore dossettiano. E’ questo il Dossetti che va riscoperto e non rimosso, anche se ci inquieta e ci sfida a una politica per la quale non ci sentiamo attrezzati e della quale non siamo in grado di intuire il valore. Una politica che ha il coraggio e la lucidità di mettere al primo posto la cultura politica, prima dei sistemi elettorali, prima della dittatura del tempo breve, prima dell’onnipotenza delle immagini sempre più onnivore.

Ma proprio queste immagini hanno assoggettato la politica fino a svuotarla, e a svuotarla a partire dalla sua istanza pedagogica. Non è forse più tempo di vati come nel Risorgimento, ma certamente è ancora tempo di testimoni piuttosto che di trionfanti ed applauditi testimonial. Ecco perché tornare a Dossetti significa non rimuoverlo in questo aspetto della sua lezione che probabilmente risulta il meno comodo. L’imprescindibilità cioè dello stile del cristiano e della cultura politica, senza la quale il nichilismo dei contenuti si concede allo spettacolo o ai  nuovismi che fanno succedere al vecchio soltanto il vuoto. Onestà vorrebbe che non si rifiuti la sfida e che il cammino prosegua oltre l’attimo di un successo apparentemente felice, superando difficoltà e passaggi difficili, avendo il coraggio di proseguire anche a tentoni.

I compiti dell’ora

Diceva Giuseppe Dossetti, nel settembre del 1994 a Monteveglio, che era impossibile leggere il testo della Costituzione senza la coscienza che i costituenti avevano alle spalle l’evento globale della guerra, la trasformazione quasi totale dei costumi di vita e l’aspirazione al bando di ogni conflitto, tali da sollecitare gli animi oltre le concezioni di parte, fino a conferire al testo “l’impronta di uno spirito universale e in certo modo transtemporale”. Circostanze che consentirono una votazione finale che raggiunse quasi il novanta percento dei componenti dell’Assemblea.

È a partire da queste convinzioni che abbiamo promosso una campagna contro l’astensionismo e l’antipolitica, per invitare i cittadini a non disertare le urne.  Infatti la difesa della democrazia e della Costituzione sono il modo migliore per celebrare la memoria della Resistenza. Questo l’intento che intendiamo perseguire e proporre alle associazioni che, a diverso titolo, fanno riferimento alla lotta di liberazione. Di tutto ciò dà conto la lettera inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la quale chiediamo un incontro.

L’intenzione emersa infatti dal nostro ultimo congresso è quella di contribuire efficacemente al rilancio degli ideali resistenziali a partire da un approfondimento della Carta Costituzionale da non svolgersi soltanto in convegni e seminari, ma creando una serie di Gruppi di Lavoro sul territorio intorno al tema “Costituzione e Resistenza”. Gruppi di Lavoro composti dall’incontro tra l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani e le Acli che, per ragione sociale e dimensione territoriale, assicurino un nuovo tessuto umano e generazionale all’associazione. Non una rivitalizzazione ed una lotta impari contro l’anagrafe, ma un’iniziativa di recupero della memoria e dei valori della Resistenza da offrire alle nuove generazioni.

Il patrimonio al quale accedere è quello di una resistenza civile e cristiana che ha contribuito alla trasformazione delle coscienze dei cittadini in maniera determinante affiancando questa mobilitazione di popolo alla lotta armata  che i partigiani conducevano in montagna. Un concetto ben delineato da Pietro Scoppola e da sempre costitutivo della visione dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani. Una tradizione peraltro nella quale campeggiano vite ed eroismi cristiani come quello di Teresio Olivelli, la cui preghiera “Ribelli per amore” è diventata luogo d’incontro e di riflessione della passione civile degli italiani e insieme della loro fede cristiana e di una carità eroica. Come  Olivelli, prima studente e poi rettore del collegio Ghislieri di Pavia, ufficiale degli Alpini nella tragica campagna di Russia, fondatore del giornale clandestino Il Ribelle, capace di difendere

coraggiosamente valori cristiani in un’epoca segnata da ideologie che si ponevano contro Dio e contro l’uomo. Internato nei campi di concentramento di Bolzano, Flossenburg, Hersbruck, all’età di 29 anni si immola volontariamente facendo scudo con il proprio corpo alle percosse inflitte a un giovane internato dal kapò responsabile della loro baracca. Una figura, quella di Olivelli, che si va ad aggiungere alla schiera di figure eroiche, morte nei campi di sterminio tedeschi e che costituiscono un riferimento per tutto il popolo italiano.

Sarà sufficiente ricordare il rifiuto di Giuseppe Lazzati a lasciare il Lager per condividere il destino dei compagni d’arme e la passione ad un tempo religiosa e civile con la quale padre David Maria Turoldo ha identificato nella Resistenza milanese il suo essere frate e poeta, allievo di Bontadini alla Cattolica, con la libera passione che lo oppose alla dittatura e alle insorgenze mai sopite dell’antidemocrazia successiva. Perché, giova ripeterlo, la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte.

Non manchiamo certamente di un solido retroterra e di motivazioni per il prossimo futuro. Da qui emerge la decisione

di continuare e approfondire i rapporti con la Confederazione delle associazioni militari e partigiane, dopo la morte di Gerardo Agsotini, che fu per lunghi anni e con grande vigore presidente nostro e presidente della Confederazione. Da qui anche il rapporto con le altre associazioni partigiane: trovare una nuova sintonia sui valori generali, tenendo alti i nostri valori e mantenendo l’iniziativa. Che vuole anche dire aprirci alle nuove generazioni con il mezzo tradizionale del tesseramento e con altri che la stagione storica e la creatività dei giovani e degli aclisti sapranno suggerirci. Tutti modi per segnalare, anzitutto a noi stessi, che non solo chi non sa da dove viene non sa neppure dove va, ma che il fare memoria è il modo più cospicuo per ritrovare i materiali adatti alla ricostruzione del nostro futuro repubblicano.

                                                                                     Roma, 15 gennaio 2013        Giovanni Bianchi

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