ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “Articoli”

La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile di Duccio Pedercini

Quando nel mese di giugno 2012 fui contattato da Maria Pia Ercolini, professoressa di geografia, lei mi segnalò il lavoro che stava svolgendo. In particolare la collaborazione del gruppo da lei creato, Toponomastica femminile, ad una serie di articoli sui municipi di Roma e pubblicati su un periodico. Le segnalai allora che al Parco della Pace nel XX municipio c’era una targa fantasma: il palo di sostegno indicava il cielo azzurro. Quell’ameno viottolo era intitolato a Settimia Spizzichino, unica donna ebrea romana sopravvissuta ad Auschwitz e scomparsa nel 2000.

Tutti conosciamo la storia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, ma tanti, troppi, sembrano essersene scordati. La targa era scomparsa da mesi e perfino l’amministrazione comunale sembrava averla dimenticata, tanto che perfino i parenti di Settimia ne ignoravano l’esistenza. Nessuno conosce il motivo per cui quella targa fu rimossa, se per un gesto di intolleranza politica o razziale, o per un gesto di vandalismo, ma comunque tutti da condannare con determinazione perché figli di disvalori culturali che minano le basi fondamentali della convivenza civile. Fotografai quel palo e inviai la foto alla professoressa Ercolini che la pubblicò nel profilo Facebook del gruppo Toponomastica femminile. Ne nacque un caso civico e giornalistico con dichiarazioni istituzionali. Il 6 e il 7 luglio notizia e foto furono ripresi da molti quotidiani e siti internet e il 16 luglio a Viale Settimia Spizzichino fu riposizionata una nuova targa durante una cerimonia pubblica. In questo modo conobbi Maria Pia Ercolini e il suo incredibile lavoro sulle ‘Partigiane in città’. Nel dicembre scorso anche il nuovo cavalcaferrovia a Ostiense è stato intitolato a Settimia Spizzichino.

Quello della Resistenza al femminile, al pari e più di altre realtà di genere, è un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato per decenni. La guerra contro il nazifascismo è stata rappresentata quasi sempre al maschile relegando la donna a ruoli secondari. Eppure oggi possiamo affermare che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che “le donne furono la Resistenza dei resistenti”, come disse Ferruccio Parri, poiché senza loro sarebbe venuta meno l’organizzazione clandestina e senza le ‘staffette’ la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Erano loro a portare messaggi, medicine, cibo, giornali, armi, esplosivi e i famosi chiodi a tre punte, spesso a prezzo della vita. Fu anche a causa loro che i tedeschi temettero le biciclette e imposero il coprifuoco a Roma durante l’occupazione. Le donne hanno fatto la Resistenza a pieno titolo, hanno partecipato con ruoli attivi, militari, politici, logistici, non ne hanno solo preso parte. Si dice “il contributo delle donne alla Resistenza”, eppure a nessuno verrebbe in mente di dire il “contributo degli uomini”. Dobbiamo opporci alla visione storiografica che cancella le forme di lotta partigiana condotta senza armi. Interpretare la lotta partigiana solo con la figura epica, eroica, che rappresenta il partigiano con il mitra è fuorviante e funzionale a chi vuole sminuire il significato della Resistenza che fu, purtroppo si deve ribadirlo ancora, una guerra per la liberazione dell’Italia da un terribile nemico invasore e non una guerra civile, fu lotta di liberazione di tutti per tutti, donne ed uomini. Per questo è importante la conoscenza anche di un solo un nome, della storia di una donna ‘resistente’, ed è importante dunque che si portino alla luce e si propongano ancora oggi intitolazioni di vie e piazze a donne antifasciste e resistenti, come sta facendo Toponomastica femminile con i progetti Partigiane in città, Largo alle costituenti e Una strada per Miriam, il primo per monitorare le intitolazioni in tutto il Paese, il secondo per dare riconoscimento e pari dignità alle protagoniste della Repubblica, il terzo per raccogliere le firme per intitolare una via a Miriam Mafai, scomparsa nel 2012, al quale si è ‘purtroppo’ recentemente aggiunta la campagna per intitolare una strada a Rita Levi Montalcini. Dietro tutto questo c’è un patrimonio comune che non può e non deve essere dimenticato.

Dopo l’8 settembre del ’43 donne operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale, lavorano nella stampa e nella diffusione clandestina, danno vita ai Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà, organizzano corsi di preparazione tecnica e politica, formano reti, vivono la consapevolezza della giusta causa, entrano in clandestinità, fanno le staffette, le partigiane, conquistano un’arma sul campo. Molte diventano comandanti di bande partigiane, come Valchiria Terradura che a 18 anni è a capo di una squadra di uomini, Medaglia d’Argento al valore militare, Croce al Merito di guerra, Croce di Cavaliere al Merito della Repubblica e grado di Sottotenente. Ma accanto alle partigiane famose, vi furono migliaia di donne che rischiavano la loro vita senza imbracciare un fucile, pur trovandosi spesso, ai posti di blocco o nelle loro case, di fronte quello dei tedeschi durante perquisizioni e retate. Erano loro a nascondere i clandestini, ad aiutare gli ebrei, a vestirli e curarli. Erano le donne impiegate alla posta ed adibite alla cernita della corrispondenza a nascondere le lettere che i delatori inviavano ai comandi tedeschi per denunciare gli antifascisti, e a costo della loro vita avvisavano gli interessati. E sono ancora una volta le donne a prendere parte attiva nell’organizzazione degli scioperi. Sono loro che in assenza degli uomini fanno la fila per il pane con la tessera annonaria, sono loro che lottano per la sopravvivenza dei loro cari e organizzano gli assalti ai depositi di derrate alimentari. Famoso è l’assalto ai forni delle dieci donne nel quartiere Ostiense di Roma, assassinate dai tedeschi e dai militari della PAI al Ponte dell’Industria o ‘ponte di ferro’ come amano chiamarlo i romani, dove solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa, per iniziativa di Carla Capponi, partigiana dei GAP, Medaglia d’oro al valor militare e parlamentare. E sono ancora le donne a salvare i militari sbandati dai rastrellamenti, le contadine ad ospitarli e guidarli. A Roma, la tredicenne Gloria Chilanti, figlia di partigiani, entra in clandestinità e compila un diario (Bandiera rossa e borsa nera. La resistenza di una adolescente. – Mursia, 1998 e omonimo docufilm della Sacher diretto da Andrea Molaioli), come la sua coetanea Anna Frank. Nasconde civili, porta armi, messaggi, fa attraversare la città a antifascisti ricercati, fonda una organizzazione clandestina di ragazzi che incontra adulti e intellettuali. La sua storia non buca le coscienze e solo da pochi anni è conosciuta agli addetti ai lavori.

E allora mi viene in mente l’efficacia e il ruolo del cinema neorealista, primo fra tutti il film ‘Roma città aperta’, con il quale Roberto Rossellini nel 1945 fece conoscere a tutto il mondo il dramma dell’occupazione nazista a Roma. A ispirare la pellicola furono le vicende di Don Pietro Pappagallo (Aldo Fabrizi – Don Pietro), martire della Chiesa del XX secolo e Medaglia d’oro al merito civile, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44 per aver aiutato la Resistenza, e di Teresa Gullace (Anna Magnani – Sora Pina), anche lei Medaglia d’oro al merito civile, assassinata dai nazisti il 3 marzo dello stesso anno per aver tentato di avvicinarsi e parlare al marito rinchiuso in una caserma a seguito di un rastrellamento. Il film non lo racconta, ma alla scena assistono due partigiane, la già ricordata Carla Capponi, e Marisa Musu Medaglia d’argento al valor militare. Vedendo l’uccisione della Gullace, Carla tira fuori la pistola ma viene contemporaneamente protetta dalle altre donne ed arrestata dai tedeschi. Marisa le toglie la pistola e le infila in tasca una tessera fascista che le salverà forse la vita. La scena di Pina che grida “Francesco” prima di essere mitragliata è entrata profondamente nel nostro patrimonio culturale, ma pochi conoscono la storia di Teresa, ricordata in una targa in Viale Giulio Cesare a Roma. Una targa non serve solo a ricordare una persona e a commemorarla, ma a trasmettere e condividere valori positivi, proprio come un film o un libro.

A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale.

Durante la guerra e l’occupazione molte donne furono impiegate in lavori maschili mentre gli uomini erano al fronte, svolgendo i loro ruoli spesso meglio dei maschi. Le storie delle donne che in vario modo partecipano alla Resistenza sono storie eterogenee di donne che trovano però motivazioni ideali comuni che le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. All’inizio è anche la guerra privata di donne che smettono improvvisamente di sentirsi solo madri o figlie, che decidono di lottare non solo contro l’occupante tedesco o i fascisti di Salò, ma per liberare se stesse dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile. La Resistenza, delle donne e degli uomini dunque, è nata come spinta a difendersi da una condizione sociale e dalla dittatura e dagli orrori trasformandosi in una reazione attiva e in una volontà di costruire qualcosa di nuovo, al di là della conquista della libertà.

Troppe donne non sono state riconosciute patriote o partigiane e dei loro nomi e coraggio si è persa memoria. Occorre ricordare allora anche il loro contributo di sangue. Di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne, solo l’11,5%. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero decorate di Medaglia d’oro al valor militare, 54 con la medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Le donne dunque hanno partecipato a testa alta alla Resistenza ed hanno contribuito al riscatto morale e civile di tutta la società.

Duccio Pedercini

(Presidente sez. ANPI “Martiri de La Storta” – Roma) 

Il presente articolo, riveduto ed ampliato, è una nuova versione del testo pubblicato in “Sulle vie della parità. Atti del 1º Convegno di toponomastica femminile (Roma, 6-7 ottobre 2012)”, curato da Maria Pia Ercolini, Ed. Universitalia.

(Fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne3.htm)

In ricordo di Umberto Ciani

ciani2Settimana scorsa ci ha lasciati un altro dei protagonisti della ricostruzione morale e civile del nostro Paese: Umberto Ciani. Per anni segretario provinciale dell’Associazione Partigiani Cristiani a fianco dello storico Presidente e Fondatore, Nato Ziliani; tra i fondatori della Cisl a Piacenza; Terziario Francescano; Operaio di Cristo; Cavaliere della Repubblica. Pubblichiamo un lettera di Mario Spezia ai familiari. Clicca qui:  lettera familiari 27.3.2014 Mario Spezia ci segnala anche che ne hanno parlato  sul quotidiano locale Libertà che gli ha dedicato una serie di articoli: Ciani e la CISL Libertà 26.3.2014 Saluto a Ciani 1 Libertà 26.3.2014 articolo funerali Libertà 27.3.2014   Tutta la Anpc si unisce nel ricordo del nostro amico e nelle condoglianze alla famiglia.

ELENCO PRINCIPALI STRAGI NAZI-FASCISTE 1944 di Federico Uncini

 

Ringraziamo per questo lavoro lo storico Federico Uncini (hooks79@aliceposta.it) che ha ricostruito una cronologia di  eccidi  eseguiti dai nazifascisti nel periodo marzo 1944-dicembre 1944, con particolare riferimento al territorio Umbro-Marchigiano, dedicandosi soprattutto alla ricerca dei reparti responsabili degli eccidi avvenuti nel 1944 .

 

 La cronologia è molto complessa e vasta  e perciò richiede di un’ aggiornamento continuo.

 

Per questo chiediamo a tutti di aiutarci per completarla con contributi, documenti, segnalazioni.

 

CRONO STRAGI NAZI FASCISTE in Italia 1944 Rev 1

Una polemica sbagliata sulle Foibe

Ci scrivono: “E se parlaste delle foibe? Sareste sempre molto cristiani? E ai nostri giovani cosa siete in grado di dire? Vi consiglio di dire ai nostri ragazzi che abbiamo una bandiera, un crocefisso, una patria che è la nazione Italia. Forse in questo modo il messaggio arriva, altro che Resistenza, è comunque un passato da dimenticare.

Risposta

“Non ci piacciono quelli che adoperano i morti per fare la guerra. Il suo rimprovero è ingiusto ed impertinente. Abbiamo da cristiani pubblicato nel nostro sito tutto il lavoro di Cristicchi, Magazzino 18 (https://anpcnazionale.com/2014/03/04/magazzino-18-di-simone-cristicchi/), a tempo dovuto, quando era giusto e buono ricordare le foibe (https://anpcnazionale.com/2014/02/10/lanpc-in-occasione-del-giorno-del-ricordo/).

Le rimandiamo al suo indirizzo sia il rimprovero sia lo spirito con cui l’ha fatto.

Gli italiani caduti nelle foibe sono nel nostro cuore assieme a tutti gli italiani morti per la libertà. E non le permettiamo di dire: “Altro che Resistenza”. I morti della Resistenza sono italiani, degni di onore e di memoria, come gli italiani delle foibe.

DE GASPERI, LA RESISTENZA E LE NUOVE GENERAZIONI CATTOLICHE di Gabriele De Rosa

Nell’ottobre 1959 la Direzione Centrale della DC organizzò in Roma un Convegno di studio sul tema: “I cattolici e lo Stato”. Relatori: Gabriele De Rosa, Guido Gonella e Marcello Gallo.
Gabriele De Rosa analizzò il contributo dei cattolici alla formazione del nuovo Stato; Guido Gonella, l’apporto del pensiero cristiano sociale alla nuova Costituzione; Marcello Gallo, le garanzie costituzionali della libertà.
Il Segretario politico della DC, Aldo Moro, concluse il Convegno.
Riportiamo di seguito la parte conclusiva dell’intervento di Gabriele De Rosa.
Ivo Butini

* * *

[…]

De Gasperi fu vicino alle esperienze delle nuove generazioni di cattolici. Egli ben comprese che la vita democratica nel nostro Paese non sarebbe stata ripresa al punto in cui il fascismo l’aveva interrotta, e ritenne sommamente importante che certe tradizioni civili della esperienza democratico cristiana e popolare dovessero essere ricomprese nella prossima azione pubblica dei cattolici.

Potremmo dire che a questo compito di mediazione Alcide De Gasperi si dedicò con ogni sua energia sin dal periodo clandestino, quando firmava i suoi articoli sul Popolo con lo pseudonimo Demofilo.

In uno di questi articoli, dopo avere ricordato che il fascismo aveva cercato di scavare un abisso tra la generazione dei popolari, che avevano lottato sfortunatamente per sbarrare la via al fascismo totalitario, e l’altra generazione dei giovani, “che attraversarono il ventennio fascista, senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore”, De Gasperi aggiungeva:
“Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva e operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico cristiano (…). La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani”.

Se le nuove generazioni portarono nella Resistenza lo slancio e la fede proprie dei giovani, che la liberazione volevano non soltanto come moto patriottico e nazionale, ma anche come palingenesi, come condanna del passato e non soltanto quello fascista, la generazione di De Gasperi era più attenta, invece, ai problemi, che furono cari al popolarismo, dei rapporti istituzionali tra i partiti e ai problemi della democrazia politica.

Quella certa tendenza che durante e dopo la Resistenza si manifestò anche tra gruppi di cattolici di ritenere superata la concezione pluralistica dei partiti e di sostituire ad esso una specie di blocco permanente resistenziale di popolo, lasciava De Gasperi preoccupato e diffidente.

In effetti, la Resistenza per Alcide De Gasperi non fu mai di per se stessa forma politica raggiunta, non fu mai intesa come movimento democraticistico, in cui si stemperassero le disuguaglianze tra i partiti nell’amalgama di una solidarietà popolare, ma fu la premessa materiale, l’elemento storico-politico fondamentale della composizione del nuovo Stato.

In altri termini, la Resistenza gli apparve come complesso di esigenze di rinnovamento della società, che avrebbero dovute essere interpretate politicamente ed essere sistemate nell’ambito di un nuovo Stato.

Questo Stato, nella concezione degasperiana, avrebbe mantenuto, però, il carattere di democrazia parlamentare, dove la solidarietà popolare non poteva superare il confine delle differenze sostanziali e istituzionali tra i partiti; questo Stato doveva essere una unione articolata e multanime e non una unità indiscriminata, e sempre muta, salvo che nelle acclamazioni.

Nella battaglia per la Costituzione del nuovo Stato i cattolici, come gli altri partiti dell’antifascismo, dettero il loro contributo, come portatori, per usare parole del linguaggio politico dello statista trentino, di una propria responsabilità politica specifica, ispirata certamente a un programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui il programma avrebbe dovuto essere attuato.

Non sta a me parlarvi degli apporti peculiari del pensiero cristiano sociale alla Costituzione; con maggiore competenza della mia lo farà l’on. Gonella. Mi permetto solo di richiamare la vostra attenzione sul fatto che il testo costituzionale ci appare come qualcosa di veramente originale e innovatore per noi, animato com’è da un’ispirazione finalistica che le costituzioni dell’Ottocento non conobbero.

Epperò, gli elementi originali vengono affermati anche in una sorta di continuità con il migliore pensiero dell’antifascismo, specialmente per ciò che riguarda le affermazioni del pluralismo sociale degli istituti economici e dei sindacati, delle autonomie locali e del decentramento amministrativo con la istituzione delle regioni. Rivendicazioni che già abbiamo trovato nel programma del partito popolare e che furono fatte proprie dalla democrazia cristiana.

V’è, inoltre, il presupposto personalistico che anima il testo costituzionale e in cui è possibile riconoscere l’influsso di un pensiero sociale di ispirazione cristiana.

Insomma, trattasi di un contributo attivo, dinamico, affermato in una gara ideologica e politica con gli altri partiti dell’antifascismo. Fatto indubbiamente nuovo nella storia del movimento cattolico. Poiché nell’evoluzione dell’azione politica dei cattolici italiani, che per sommi capi abbiamo tracciato, è la prima volta che un partito ispirantesi alla tradizione democratica cristiana abbia dato il suo apporto, e di importanza primaria, alla elaborazione di una Carta costituzionale.

Prima del fascismo i cattolici agivano nell’ambito di una costituzione, alla cui formulazione non avevano partecipato e di cui però, con i loro programmi di derivazione personalistica e di decentramento amministrativo avevano denunciato l’asfitticità. Non solo, ma essi non avevano mai trovato nella Costituzione quegli elementi di protezione e di garanzia alle manifestazioni del loro pensiero nel campo della religione e della propaganda, alla libertà di associazione e di riunione, che invece sono stati garantiti dalla nuova Costituzione a tutti gli italiani.

Non dimentichiamo i processi a Sturzo giovane, la condanna di Albertario e le circolare di Rudinì contro le associazioni cattoliche, non però, di Giolitti, che con sottigliezza da Talleyrand, preferiva alle circolari drastiche i patti Gentiloni.

Nel periodo prefascista i cattolici operavano nella cornice di uno Stato il quale nulla aveva sancito statutariamente per la vita economica del Paese, sembrando che unica legge dovesse essere quella dell’automatismo di mercato. Con tutto ciò niente impedì che si formassero nel periodo post-unitario dei monopoli di rappresentanza professionale per i sindacati rossi, mentre erano ignorati i sindacati cristiani.

Tutto ciò è superato con la nuova Costituzione, la quale non si limita a riconoscere più determinati diritti, rimanendo estranea, per il resto, ai problemi dello sviluppo della società civile, ma si preoccupa, invece, di intervenire, di dirigere, di aiutare la realizzazione di un equilibrio tra le varie classi all’interno, un equilibrio rispondente al fine generale dell’elevazione della persona umana in tutti i campi della vita pubblica.

Vi sarebbero qui elementi sufficienti per allargare la discussione e vedere come proprio nell’attribuzione di questi maggiori compiti allo Stato e nel suo carattere finalistico siano gli elementi di differenza con la mentalità “popolare”, che Sturzo ha difeso coerentemente sino all’ultimo.

Ma il discorso andrebbe riferito in termini più generali di storia economica, tenendo ben presenti certe modificazioni strutturali del nostro apparato statale, avvenute durante il fascismo e che Pareto avrebbe definito di socialismo borghese.

Ciò che in questa sede a noi preme sincerare è il diverso carattere che ha assunto, con la Resistenza, l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dei problemi dell’organizzazione dello Stato. Da una opposizione critica e netta allo Stato risorgimentale e liberale, i cattolici sono passati ad assumere un atteggiamento costruttivo e positivo, in un rapporto di chiara e corretta convivenza con gli altri partiti.

In questa fase di passaggio, e poi di assunzione di responsabilità dirette al governo del Paese, la Democrazia cristiana ha avuto la sua guida politica in Alcide De Gasperi, che fu, non a caso, anche l’ultimo segretario del partito popolare, del partito, cioè, per dirla con le parole di Francesco Luigi Ferrari, che aveva gettato un seme di sana democrazia nella nostra vita pubblica, concorrendo a favorire, quando il tempo fu maturo, la conquista da parte del popolo di un ordinamento autenticamente democratico, che esso dal Risorgimento non aveva mai posseduto.

Gabriele De Rosa
ottobre 1959

I Partigiani Cristiani nel 2014

Verbale della riunione del giorno mercoledì 12 Marzo 2014 dell’esecutivo ristretto con la partecipazione dei due esponenti delle Acli (Rocco Savron ed Emiliano Manfredonia).

 

Presiede il Presidente: On. Giovanni Bianchi, che comunica l’andamento e l’esito delle riunioni riguardanti il mancato contributo già promesso per il 2013. Il programma proseguirà ugualmente in termini più contenuti. Si farà comunque il Convegno sulla Resistenza civile ed i sacerdoti del Centro-Italia. inoltre si comincerà la costruzione della “lectio multimedialis” che dovrebbe comprendere dieci lezioni interattive e digitalizzate a partire dalle lezioni 5,6,7 che riguardano i temi che comunque affronteremo in questo anno, in attesa di iniziare in autunno il programma del 2014.

Con la partecipazione dei rappresentanti delle Acli, Manfredonia e Savron, si approva il testo della convenzione Acli-ANPC. I Partigiani Cristiani faranno un tesseramento associato e coordinato con le Acli. Si coordinerà con le Acli il programma di studio e di lavoro. Si collaborerà con il Movimento Giovanile delle Acli al fine di costituire insieme, per la formazione dei giovani, i Gruppi di Lavoro “Resistenza e Costituzione”.

Si raccomandano tutte le sezioni e tutti i soci di collaborare con il nostro blog www.anpcnazionale.com per ricordare le nostre battaglie ed i nostri caduti nel calendario del 70° Anniversario della Resistenza.

Noi, in questi giorni, ricorderemo la strage delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo 1944. Ma vorremmo riportare nel calendario tutte le date degli avvenimenti locali della Resistenza che le nostre sezioni ed i nostri soci ricordano.

Aspettiamo dunque il vostro contributo alla memoria.

Il Segretario ANPC

Bartolo Ciccardini

 

Pietro Scoppola: Recuperare la “Resistenza civile”

Come è noto, due sono i motivi centrali delle tesi revisioniste: il primo è quello della «lunga zona grigia» di indifferenza e passività fra le due posizioni minoritarie in lotta crudele fra loro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; il secondo è quello della crisi della nazione, quale si era faticosamente venuta formando negli anni del Risorgimento e dell’ Italia unitaria, nella tragedia dell’ 8 settembre, che diventa la data simbolo della «morte della patria».

La conseguenza di queste idee largamente proposte e diffuse a livello di opinione pubblica è stata quella di tagliare per così dire le radici stesse della Repubblica e della Costituzione con l’ evidente e spesso esplicito intento – ed effetto politico – di dare fondamento ad una radicale continuità.

E’ evidente che se è fondata l’immagine di un paese immerso nella zona grigia, se la Resistenza è un fatto sostanzialmente marginale, allora l’ 8 settembre e non più il 25 aprile diventa l’elemento centrale di tutta la vicenda; la Costituzione non ha più un riferimento forte nella Resistenza; non ha d’altra parte un fondamento in una tradizione nazionale italiana travolta dalle vicende belliche; la Costituzione perde rilievo storico e torna ad essere tutto e solo un compromesso fra i partiti. Così tutto l’edificio della Repubblica resta privo di fondamento e la Costituzione perciò destinata ad essere archiviata con il superamento di quel quadro storico e con la scomparsa di quei soggetti politici.

Queste interpretazioni; proprio per le reazioni che hanno suscitato, hanno contribuito alla maturazione di una più comprensiva visione di quel periodo storico. L’immagine della zona grigia è inaccettabile. La popolazione italiana nel suo insieme non fu inerte e indifferente di fronte ai mille drammi umani provocati dall’8 settembre: i soldati allo sbando furono accolti e rivestiti; inglesi e americani in fuga dai campi di prigionia furono ospitati e nascosti a rischio della vita, molti ebrei furono salvati. Il fenomeno del rifiuto della chiamata alle armi da parte della Repubblica sociale,   a livello nazionale coinvolge circa il 40 % dei giovani (e delle loro famiglie). È stata ricuperata anche per merito del presidente Ciampi la complessa realtà della resistenza dei militari, rimasta in ombra nella storiografia di sinistra perché si trattava dei “badogliani”. Sono stati ricuperati alla resistenza gli ufficiali e i soldati che resistettero nei lager per fedeltà al giuramento al re. Vi è nella esperienza di questo paese una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi”, e non saranno di fatto irrilevanti per un’ opera di ricostruzione della convivenza civile.

In questi spazi si colloca il ruolo della presenza cattolica intuito da Chabod ma poi confinato nella categoria dell’attendismo. Il parroco, non solo svolge il compito che è proprio della stragrande maggioranza del clero italiano di proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e di porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale, a prescindere dalle scelte politiche, ma svolge un ruolo attivo.

Si ha l’impressione di una lotta di resistenza armata dura ma senza odio e crudeltà; e intorno a questa lotta una vasta zona di resistenza civile che alla fine coinvolge tutto il paese. Fondamentale anche il ruolo del mondo femminile: in una concezione ampia della Resistenza, che non si limita alla lotta armata, le donne hanno una parte centrale.

Dobbiamo dire ormai con chiarezza che il prendere le armi non si può considerare l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento, senza cedere proprio a quella concezione della Resistenza che i comunisti proponevano con la loro accanita polemica contro gli attendisti. È il concetto stesso di Resistenza che va ripensato, recuperando il significo originario del resistere. Insomma il fenomeno della lotta armata, che conserva tutto il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione dal basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve attentamente osservare.

(Dalla prefazione al libro di Bartolo Ciccardini. “La Resistenza di una comunità. Ed. Studium)

Ci hanno tolto i contributi, ma noi lavoriamo lo stesso!

Si è riunito ieri, 3 Marzo 2014, il Consiglio di Presidenza ANPC.

Il Presidente Bianchi ha riferito sulle ultime vicende riguardanti la Confederazione delle Associazioni Partigiane e Combattentistiche. Ci sarà un certo ritardo nella soluzione del problema dei nostri contributi. Infatti, in questo momento la nostra Associazione è l’unica a non avere contributi dal 2009. Abbiamo deciso che il nostro programma andrà avanti anche se più lentamente di quanto non avessimo previsto.

Il prossimo Convegno di studio, che è il quinto dopo i quattro dello scorso anno (Dossetti, La Resistenza a Roma, Camaldoli, la Battaglia della Montagnola e Suor Teresina) sarà dedicato alla Resistenza civile nelle terre libere del centro Italia.

È stata presa anche la decisione di ripartire col programma organizzativo potenziando i nostri contatti informatici.

La Segreteria ANPC

Lettera ai soci ANPC per il 2014

Carissimo,

dobbiamo ritrovarci: ritrovare il contatto con i soci che non sono collegati tramite internet ed invitarli a contattarci, a partecipare alle attività e soprattutto a collegarsi su internet. Questo è il nostro primo problema: la nostra attività, molto intensa e molto approfondita, avviene necessariamente attraverso la rete, in particolare sul blog www.anpcnazionale.com e su facebook.

  • Mettersi in rete.

È necessario per il prossimo futuro che tutti i nostri amici si organizzino per questo tipo di collegamento, sia mettendosi in rete, sia con la collaborazione di un familiare, sia con l’impegno di un collaboratore capace di tenere questi contatti.

  • Partecipare alla rete.

Una raccomandazione va fatta anche a coloro, che pur essendo collegati con noi tramite e-mail, non interagiscono sul sito, non ci comunicano le loro attività ed i loro iscritti, non commentano le nostre prese di posizione. L’Associazione può vivere solo se c’è continuamente questo scambio, di studi, di memorie, di esperienze e di iniziative. La rete significa che non c’è un capo con dei subordinati che ascoltano ed obbediscono, ma che tutti possono prendere iniziative e condividerle con tutti.

  • Tesseramento.

Anche questo anno ci sarà un tesseramento. Il tesseramento è l’occasione per contarci, per allargare il nostro spazio, per registrare il consenso alle nostre iniziative. Voglio ricordare che il tesseramento è aperto anche ai giovani che come dice lo Statuto “condividono gli ideali della Resistenza e gli scopi dell’Associazione”.  (Possono essere iscritti all’Associazione coloro che hanno lottato nella Resistenza come Partigiani, patrioti e benemeriti; i militari che hanno combattuto a fianco delle Forze Armate Alleate; i reduci dall’internamento, dalla deportazione e dalla prigionia, i perseguitati politici, i familiari dei Caduti e coloro che condividono gli ideali della Resistenza e gli scopi dell’Associazione – Art. 3 dello Statuto). Abbiamo assolutamente bisogno che attraverso il tesseramento conosciamo nomi e cognomi, indirizzo e soprattutto e-mail dei soci iscritti. Quindi ogni Sezione, ma anche ogni socio individualmente, se non ha attorno a sé un gruppo organizzato, ci deve mandare questi dati e deve cercare di allargare il consenso acquisendo nuovi soci.

(la scheda di adesione si trova facilmente on-line e deve essere spedita alla nostra e-mail: partigiani.cristiani@gmail.com).

  • Gruppi di Lavoro Resistenza e Costituzione.

L’impegno principale per tutti è quello di trasmettere ai giovani le nostre memorie ed i nostri valori. Questo lo si fa praticamente fondando in collaborazione con le Acli locali, gruppi di lavoro composti da giovani.

Se non si creano questi gruppi l’Associazione sarà destinata a morire assieme ai suoi protagonisti.

  • 70° Resistenza

Stiamo lavorando con molto impegno alla formulazione del programma per il 70° Anniversario della Resistenza. Sul nostro blog (dove vi invito ad inserire l’email dove dice “diventa followers”, sulla destra della home-page, per ricevere direttamente nella vostra casella postale tutte le news) troverete pubblicate tutte le nostre iniziative che sono già cominciate dal febbraio dello scorso anno. I prossimi due anni saranno importanti per ricordare, per commemorare e per insegnare ai giovani. L’assidua frequenza e partecipazione al nostro blog vi permetterà di seguire quotidianamente gli eventi della nostra Resistenza. Ancora sono troppo pochi gli iscritti al blog. Inoltre mandando il materiale alla nostra e-mail delle vostre iniziative locali e delle ricorrenze della vostra Resistenza, esse avranno la giusta eco e saranno disponibili per tutti sul sito e sui social network.

  • La ricerca della memoria.

Invitare i giovani a ritrovare con interviste e testimonianze gli episodi particolari della Resistenza per raccoglierli nella nostra piattaforma.

Aspettiamo una vostra comunicazione, soprattutto con una vostra e-mail, per agevolare i contatti, accelerarli, fare una sorta di censimento ed avere elenchi completi.

Con gli auguri di buon lavoro,

La Presidenza ANPC

Partigiani in convento di ENRICO MATTEI

(dai Discorsi di Mattei)

Dicembre 1945 – pubblicato da Mercurio

Quello che hanno fatto i religiosi in questa guerra ha dell’incredibile. In quasi tutte le formazioni partigiane c’erano cappellani, ufficiali e volontari. Non c’è stata una brigata, una divisione che non abbia avuto l’assistenza religiosa, il conforto agli infermi, ai moribondi. Il sacerdote partigiano era il fratello che confortava il fratello ammalato, ferito, il morente.

Fuori di quell’ora solenne, in cui la creatura ritornava al creatore, il sacerdote viveva la vita di stenti di pericoli coi partigiani.

Spesso assumeva il compito di ufficiale di collegamento, preoccupato di far giungere alle formazioni armi, cibarie, vestiario. Altre volte erano i sacerdoti che facevano da intermediari per lo scambio degli ostaggi.

Più guerriero che sacerdote

Accanto ai cappellani i parroci. Nelle zone occupate o battute dai partigiani il parroco era sempre il primo partigiani che si incontrava. Sfidando sospetti, rischi, perquisizioni, deportazioni, i parroci erano sempre pronti ad apprestare il loro aiuto.

Solo in una zona del parmense 15 sacerdoti vennero fucilati per favoreggiamento. La storia delle barbarie e delle sofferenze dei partigiani e del clero dovrà essere narrata. Si vedrà allora quanto hanno potuto l’amore cristiano e l’amore di Patria.

C’era un prete, anima di tutte le formazioni, che nell’adempimento dei suoi compiti sembrava più guerriero che sacerdote, Padre Carlo delle formazioni del Nord Emilia.

C’era una suora (Suor Cecilia di Como) che non dubitò mai di sfidare la sorveglianza dei poliziotti pur di portare notizie delle famiglie ai detenuti. Essa era in collegamento col servizio assistenza del comando generale, e recava ai partigiani alimenti e la parola soave del suo cuore.

Dal cappellano del carcere (Don Castelli), tutto dolcezza e comprensione, attendevamo ansiosamente la Messa. Fra il freddo invernale della tetraggine del luogo sentivamo il calore della sua parola. Vedevamo nel cappellano un partigiano senza distinzione politica. Era il fratello nostro maggiore, era il padre che confortava tutti, facendoti intendere fugacemente, durante la Messa, sotto gli occhi dei carcerieri nuove situazioni. Quando, dopo 37 giorni di detenzione, riuscì a fuggire dal carcere di Como, sorse contro Don Castelli una accanita diffidenza. Di fatti fu imprigionato e poi liberato grazie all’intervento del suo Vescovo. Un altro brutto giorno fu quando si seppe che il “posto andò bruciato”. Avevano arrestato il Colonnello Palumbo (Pieri) e Sogno (Franchi).

Dovevamo trovarci insieme da Monsignor Paolo, la cui casa era piena di documenti compromettentissimi. Era il luogo di riunione del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà e di tutti i capi delle formazioni democratiche-cristiane, il nostro quartier generale.

Vi si discutevano i piani, vi venivano decisi i colpi di mano, impartiti gli ordini.

Arrivavamo uno per volta con andatura circospetta, con le borse ricolme di “gravi carte”.

“Conferenza di San Vincenzo di Paoli” era la nostra parola d’ordine. Maria, la sorella di Monsignor Paolo era la nostra sorella maggiore, tutto cuore, tutta ansietà per noi. a Monsignor Paolo confidammo che Cadorna era con noi. era stato capitato degli alpini nella guerra 1915-18: egli volle essergli presentato. Era commosso per la nostra attività e volle lui pure fare qualcosa per l’Italia. e quanto ha fatto! Un giorno chiesi al mio fedele amico “Gino” di trovarmi un rifugio. Si doveva cambiare il posto di riunione del comando. “Gino mi presentò a Padre Edoardo”. Trovai in lui un’accoglienza più che fraterna. Non l’avevamo mai veduto. La sua alta figura, il suo viso sorridente, la sua accoglienza aperta, mi accertarono subito che potevamo contare su di lui come su di un grande amico. Fu molto lieto di aiutarci, di mettere a nostra disposizione i locali del suo laboratorio. Padre Edoardo volle conoscerci tutti. La sua affettuosità, il suo interessamento per la nostra attività, conquistò, commosse tutti. Di sopra, Padre Edoardo, nel suo ufficio lavorava per i giovani randagi, per gli ebrei nascosti, per gli scappati, per i perseguitati dalla polizia, ma di fuori il nemico cominciava a ronzare. Furono date le segnalazioni ammonitrici e “Gino” dovette ricercare un altro sicuro rifugio. Ci portò in un convento di suore, un grande e vecchio edificio poco distante dal punto dove, il 26 ottobre 1944 Saletta fece di noi una grossa retata.

 

Una grande impresa

“Gino” ci presentò a Madre Rosa Chiarina, la superiora generale, due occhi lucenti, intelligenti, vivacissimi. Appena ci vide la sua faccia si illuminò. Non sapeva chi fossimo. Sapeva da “Gino” che “cospiravamo” per liberare l’Italia dal tedesco. Fu felice di concorrere alla nostra impresa, dandoci tutto il suo aiuto. Dalle nove del mattino alle venti di sera restavamo in una stanza a lavorare senza sosta. La prima volta, verso sera, Madre Rosa Chiarina, non vedendoci uscire si preoccupò e venne a picchiare alla porta. Un bel giorno Madre Rosa Chiarina si trovò innanzi a noi, non più cospiratori, ma a comando generale militare del CVL. Le chiedemmo di ospitarci per la notte e di metterci a disposizione il telefono e qualche locale per mettere in piedi degli uffici. Madre Chiarina fu colta da evidente sorpresa, confusa di trovarsi impensatamente dinanzi al Comando. Avendo obiettato che non poteva darci ospitalità per la notte ,essendo un monastero femminile sottoposto alle leggi canoniche, le rispondemmo che noi eravamo da quel momento il Governo dell’Alta Italia e come tale investito di tutti i poteri in virtù dei quali proseguimmo alla requisizione di una parte del monastero. Quell’atto mise in pace la coscienza di Madre Rosa Chiarina. Era il pomeriggio del 25 Aprile. Partito l’ordine dell’azione in breve il monastero diventò quartier generale del CVL e vi alloggiammo comandanti, ufficiali di collegamento, staffette.

A nostra disposizione avemmo alcune suore che furono preziose nostre collaboratrici. Occupata la prefettura, la mattina del 26 Aprile vi trasferimmo il nostro comando, lasciando, non senza nostalgia, l’ospitale monastero. Subito dopo la Liberazione, il Generale Cadorna inviò alla superiora generale la lettera che mi piace qui riportare: “Milano 5 Maggio 1945. Reverendissima Rosa Chiarina Scolari, superiora generale delle suore della Riparazione, Corso Magenta, 79 – Milano.

Reverendissima Madre Generale,

il Comando Generale Militare desidera esprimerle i più vivi ringraziamenti per la cordiale ospitalità datagli nei giorni che precedettero la Liberazione, e nella memoranda notte che segnò la fine della tirannide. In quel giorno da codesta casa generalizia, di decisero le sorti di questa preziosissima parte dell’Italia, affidata al Corpo Volontari. Per noi queste ore di intenso lavoro, svolto nella serena quiete del suo monastero, rimarranno nel nostro più caro ricordo, come un giorno gli italiani conosceranno che da codeste mura partirono gli ordini per la resurrezione della Patria”.

Ricordando oggi questi fatti fra i tanti episodi della Guerra di Liberazione penso con ansietà ai rischi ed ai  pericoli corsi dai tanti generosi e silenziosi collaboratori dell’azione partigiana. La loro opera non sarà dimenticata.

Enrico Mattei

Navigazione articolo