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19 giugno 1944 – Don David Berrettini, un sacerdote martire da conoscere

Don David BerrettiniMedaglia d’oro al merito civile Don David Berrettini, martire della libertà, ha dato la sua vita per la liberazione di un gruppo di suoi parrocchiani presi in ostaggio. Fu cinicamente fucilato dai nazisti il 19 Giugno 1944.  

Un sacrificio eroico poco conosciuto, mentre il suo ricordo dovrebbe vivere come un monito ed un insegnamento.

 

Tratto dal libro di Bartolo Ciccardini “La Resistenza di una comunità”

Pilati racconta l’amara storia di Don David Berrettini, parroco di Marischio, frazione fabrianese sulla strada di Sassoferrato, che per antica tradizione longobardica apparteneva ancora alla diocesi di Nocera Umbra.

Il 19 giugno 1944, un mese prima della liberazione fu lanciata una bomba contro la colonna dei tedeschi in ritirata. Forse ci furono due vittime e per la regola della rappresaglia fu minacciata la morte di 23 ostaggi.

In mancanza di autorità civili nella frazione, i tedeschi comunicarono al parroco l’intimazione a consegnare i responsabili. Il sacerdote si sottrasse all’interrogatorio e fuggì verso Serradica, passando per la strada di montagna che lo portava al suo paese natale, Gualdo ed alla sua Diocesi, Nocera. Si rifugiò presso Don Ermete Frattolini. Che ci lasciò questa testimonianza: “La flagellazione dei suoi parrocchiani fu semplice: per paura di rappresaglie pretesero che il parroco si presentasse, pur sapendo che sarebbe stato ucciso, ed in questa paura lo accolsero al suo ritorno come un vile ed un traditore. Due persone lo accompagnarono al comando tedesco:fu un atto di solidarietà od una costrizione? Solo Dio lo sa. Morì solo, angosciato, martoriato, processato, obbligato a scavarsi la sua fossa. Era la sera del 19 giugno, la notte era appena cominciata ma un terribile temporale si prestò a spegnere ogni luce che non fosse quella dei lampi e dei fulmini. I 23 ostaggi furono liberati e per riconoscenza qualcuno offrì un pranzo ai carnefici. L’ufficiale tedesco che ordinò l’esecuzione era il figlio di Kesserling.”

Sul registro diocesano delle morti, il sacerdote don Sante Romitelli, parroco della vicina San Donato, scrive amaramente: “Ai suoi funerale presero parte soltanto i Sandonatesi, di Marischio nessuno si fece vedere all’infuori dei suoi familiari”.

 

Una parentesi necessaria

L’episodio della morte di Don David ci introduce ad una necessaria meditazione su un aspetto della Resistenza che ha provocato grandi discussioni, strumentalizzazione polemiche e più rispettabili problemi di coscienza, di cui dobbiamo parlare.

Entriamo con animo sospeso nelle vicende dolorose della guerra civile, cercando di esaminarle con animo giusto, perché vorremmo uscirne da giusti.

Se una potenza estranea o straniera vuole imporre un qualche dominio senza ragione legittima, senza trattato, senza consenso, con la sola legge della forza, la risposta a questa ingiustizia non può essere altro che una resistenza. Il mettere sempre e comunque in difficoltà la forza che pretende quel domino, anche con atti di guerra è legittimo e doveroso. Si può pensare o preferire una opposizione non violenta, ma anche questa è una resistenza e spesso da sola non basta.

Invocare un preteso diritto di rappresaglia, come previsto dal diritto di guerra, è ingiusto sempre ed in particolare in questo caso. Il cosiddetto diritto di guerra ha come scopo dettare alcune regole di civiltà e di umanità alla barbarie della guerra. La pretesa di esercitare la rappresaglia su innocenti non rientra nella sfera di nessun diritto. Se si accetta come legittimo il diritto di rappresaglia si perde ogni possibilità di combattere, di fare resistenza ad una pretesa ingiusta.

Con questo pensiamo che si debba porre terme a pretese illogiche, come il ritenere la rappresaglia legittima, come il dovere o la rassegnazione ad obbedire per timore della rappresaglia, come il pretendere che l’autore dell’atto di resistenza debba presentarsi per evitare la rappresaglia, che significherebbe solo la fine di ogni resistenza e la consacrazione di un   dominio illegittimo.

Detto questo con forza e senza tentennamenti sappiamo di non aver risolto tutti i nostri problemi.

L’atto eroico di Salvo d’Acquisto che fu l’inizio della Resistenza fu meritevole di ammirazione e di onore. Evidentemente quel gesto eroico di sacrificarsi volontariamente per gli altri, che si può esercitare in qualsiasi momento della vicenda umana ed ancor più nella sciagura è un atto prezioso. E non solo di umanità, ma anche di resistenza al male.

Ma quel gesto generoso per salvare degli innocenti non riconosce, non giustifica, né rende legittima la rappresaglia Non dimostra che i tedeschi avevano ragione a pretendere vite umane in risarcimento.

Salvo d’Acquisto dimostra con la sua azione quanto sia illegittima la rappresaglia e quanto sia forte il diritto di esistere come comunità libera di coloro, che come difensore di quella comunità, egli ha salvato. Ma è proprio per questo che quel gesto non è un atto dovuto per obbedire alla ingiusta rappresaglia, ma un atto libero e volontario per protestare e testimoniare resistenza ad un illecito e vile dominio.

Dobbiamo dare una valutazione più attenta degli atti di resistenza. Gandhi ci ha insegnato che si può fare una resistenza anche rinunciando ad atti di violenza. Ed infatti guardando con più attenzione ci rendiamo conto che la maggioranza degli atti che formano tutti assieme una resistenza al dominio ingiusto, sono atti non violenti, ma atti di amore. Nascondere i perseguitati, avere pietà per i morti ed onorarli di santa sepoltura, dar da mangiare ai perseguitati, assistere i fuggiaschi dalle prigioni, consolare le vittime, riaffermare la dignità e la forza morale degli oppressi, sono tutti atti non violenti, che costituiscono la più profonda e veritiera forza della resistenza, senza la quale non può esserci neppure l’azione armata.

Ed a questo punto può esserci anche una valutazione di merito sulla opportunità e l’intelligenza, e quindi sulla moralità di alcune azioni, che non illegittime in sé, furono malamente calcolate, con leggerezza giovanile, o con arroganza incosciente, senza una attenta valutazione dei costi umani, a cui ogni forma di resistenza, che non voglia diventare anche lei barbarie, deve rifuggire.

Ed ora veniamo al dramma di Don Davide Berrettini.

Che Don Davide avesse avuto una umana e comprensibile paura, non toglie nulla al valore del suo sacrificio. Era innocente ed aveva il diritto di cercare di salvarsi. Si convinse che come sacerdote non avrebbe potuto abbandonare la sua comunità e tornò sapendo di dover morire.

Che i tedeschi lo martoriassero sapendolo innocente e infierissero su di lui è delitto. Che a pretendere il suo sacrificio per salvare se stessi, fossero i suoi parrocchiani è parricidio.

Che i suoi beneficati celebrassero con gli assassini lo scampato pericolo è orribile ed abominevole.

Per la loro ferocia Don David subì, oltre alla morte il ben più grave martirio del tradimento e della solitudine, inviso ai nemici perché amico dei partigiani ed inviso ai suoi parrocchiani perché poco sollecito a morire.

Nella sua umanità debole, martoriata c’è qualcosa di più. E’ la solitudine della croce. “Signore, Signore, perché mi hai abbandonato?”.

 

Piccola biografia

Don David nacque il 9 giugno 1908 alla periferia di Gualdo Tadino, da una modesta famiglia colonica abitante nella zona di via dei Cappuccini, che poi si trasferì a Palazzo Ceccoli; fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1933; il Dr. Angelo Lucarelli e il maestro Italo Giubilei, recentemente scomparsi e che lo conobbero di persona, ne hanno descritto allo scrivente la figura di un sacerdote mite e zelante nella educazione dei ragazzi al canto polifonico, seguendo l’esempio di mons. Raffaele Casimiri, che in quegli anni guidava al successo la Polifonica romana sugli scenari di tutto il mondo.

Dal 1 agosto 1936 fu nominato parroco della parrocchia di Marischio alla periferia di Fabriano (allora parte dalla diocesi di Nocera e Gualdo), ove fu travolto nel turbine della guerra: la mattina del 19 giugno 1944 presso Marischio, un lancio di bombe da parte dei partigiani sui tedeschi in ritirata provocò un rastrellamento da parte degli stessi che irruppero nella canonica alla ricerca di un “capo”, invitando poi Don David a seguirli per interrogarlo; egli, spaventato per l’ingiunzione di rintracciare in giornata gli autori dell’attentato, con il pretesto di vestirsi si sottrasse all’arresto dandosi alla fuga.

I tedeschi che nel frattempo avevano preso in ostaggio 19 parrocchiani, intimarono che, se il parroco non si fosse presentato entro le 20, sarebbero stati fucilati ed il paese sarebbe stato dato alle fiamme.

Don David, ormai in salvo sulla strada di Gualdo Tadino sulle pendici del Serrasanta, quando fu raggiunto ed informato dell’accaduto dal parroco di Serradica, Don Ermete Scattoloni, decise immediatamente di tornare indietro e presentarsi ai tedeschi per ottenere la liberazione degli ostaggi che, nel frattempo erano stati spostati a San Donato Marche ed erano saliti a 23; rientrato a Marischio, si recò di persona a San Donato dove fu incarcerato dal tenente Kesselring (figlio del tristemente noto generale).

Liberati gli ostaggi, uno dei quali invitò a pranzo i carcerieri a casa propria per il giorno successivo, Don David fu sottoposto ad interrogatorio dal carceriere che, non soddisfatto da una interprete locale nata in Lussemburgo che parlava tedesco e che conoscendo Don David di persona cercò inutilmente di scagionarlo, preannunciandone alla stessa interprete la condanna, ne fece venire uno di fiducia da Sassoferrato.

 

I particolari dell’interrogatorio seguito non sono noti: ma alle 22 il prigioniero fu prelevato dal locale in cui era custodito da un tenente austriaco di nome Rickard (non se ne è saputo il cognome) accompagnato da quattro soldati e dall’interprete, e condotto in fondo ad una scarpata, circa 150 metri lontano dal centro abitato, fu costretto a scavarsi la fossa, sotto l’infuriare di un violento temporale con tuoni e lampi.

Un lavoro improbo, anche per le condizioni fisiche e psichiche del condannato che abbandonò il piccone raccogliendosi in preghiera, mentre l’interprete alla meglio completò l’opera; Don David si rivolse con fermezza agli aguzzini “sono pronto!”, cadendo poi crivellato dalle raffiche di mitra sparategli nella schiena.

Gli esecutori dell’assassinio ingiustificato (non è possibile in esso ravvisare gli estremi della rappresaglia dal momento che nell’attentato della mattina non c’erano state vittime fra i tedeschi), terminata la loro macabra operazione, dopo averlo derubato del portafogli, gettarono il corpo della vittima nella fossa, infierendo su di esso con colpi di badile nel tentativo di sotterrarlo frettolosamente e di coprirlo alla meglio con zolle di terra, per rientrare poi nella casa parrocchiale adibita a comando, infangati e fradici di pioggia. Uno di essi raccontò di aver ucciso un cane rognoso ed inopportuno, gli altri andarono il giorno seguente al pranzo cui li aveva invitati uno degli ostaggi liberati.

Il corpo sarebbe stato riscoperto casualmente l’indomani da un ragazzo il quale ne diffuse la notizia che il parroco di San Donato comunicò il giorno seguente ai familiari, invitandoli a provvedere per il recupero della salma. Alla pietosa operazione parteciparono alcuni abitanti di San Donato e, celebrate le esequie, il corpo fu inumato nel cimitero di San Donato. Al funerale di Don David non partecipò nessuno dei suoi parrocchiani; la salma nell’ottobre del 1944, per iniziativa di mons. Vittorugo Righi, fu traslata al cimitero di Gualdo Tadino, presso la tomba della compagnia dei Preti.

Questa è la storia di Don David; le passioni e divisioni politiche del momento, sia nel fabrianese che a Gualdo Tadino, non erano le ideali perché il sacrificio del martire fosse riconosciuto e valorizzato; il suo nome sarebbe stato aggiunto solo in secondo tempo sulla lapide in memoria dei caduti per la Resistenza sulla piazza di Gualdo Tadino e solo più tardi al suo nome fu intestata una via, sia a Gualdo Tadino che a Fabriano, poi il silenzio e l’oblìo, mentre a San Donato il luogo dell’eccidio diventava oggetto di venerazione.

Solo nel 1994 il Sindaco di Fabriano Antonio Merloni, dopo 50 anni, raccogliendo doverose sollecitazioni chiese alla Presidenza della Repubblica il riconoscimento della medaglia d’oro al merito civile, che è stata concessa con decreto del Presidente della Repubblica del 29 novembre 1995.

(tratto da: http://www.ilserrasanta.it/200804/01dondavid0804.htm)

 

Per conoscere meglio questa storia, segnaliamo il bel libretto di Valerio Anderlini: “Un Eroe da conoscere. Don David Berrettini. Medaglia d’oro al merito civile”. Edizioni Accademia dei Romiti. Gualdo Tadino”.

 

Commento di Aldo Crialesi al libro di Don Abramo Tenti “Sacrificio eroico, Don David Berrettini, “Editore: Arti grafiche Gentile Fabriano, 1996. 

Don Berrettini non ha ottenuto ancora piena e completa giustizia, non ha ancora quella diffusa ammirazione e venerazione che il suo sacrificio eroico merita.

Andate a parlare con la gente di Fabriano e sentite che cosa dice di lui: che é stato una vittima, una povera vittima, non un eroe.

Non per nulla a Fabriano in quello che può essere chiamato il sacrario della patria, nel -Loggiato S. Francesco, c’é una lapide che ricorda i nomi dei cittadini vittime della ferocia nazifascista (le “vittime civili”) e tra questi nomi, in ordine alfabetico c’é anche quello di Berettini ( con una “r” sola) Don David di anni 36. Uno dei tanti travolti inconsapevolmente dalla furia della guerra. Ed anche a Gualdo non é che uno dei 21 caduti ricordati (quasi per ultimo) nella lapide in piazza Martiri della Libertà, anzi uno dei 15 nomi che fanno corona a quelli dei quattro partigiani fucilati nella piazza stessa.

Ci son voluti più di 50 anni per ottenere il riconoscimento della Medaglia d’oro alla sua memoria. Ma quanti sono a Gualdo e a Fabriano sanno che Don David Berrettini é Medaglia d’Oro?

Il fatto é che Don Berrettini non era un partigiano, né un uomo della Resistenza, non apparteneva cioé a quell’antifascismo che a buon diritto esaltava ed esalta i suoi caduti, i suoi eroi. Era soltanto un prete di campagna, mite, umile. Era, anzi, per carattere, quello che si potrebbe dire un antieroe, più simile a un Don Abbondio che a un Padre Cristoforo, un uomo che aveva paura e lo dimostrava. Questo era Don David: un prete timido, introverso, amante della musica e dei libri. Ha un animo da poeta, in un aspetto ancora da ragazzo; non era il tipo ideale per fare da guida al piccolo gregge della sua parrocchia, specialmente nel terribile frangente del passaggio del fronte.

Ma questo prete timido e pauroso, messo di fronte a una prova irrecusabile e tremenda, ebbe il coraggio per affrontarla, un coraggio insospettatamente grande ed eroico che l’ha portato a scegliere la via del Calvario, il martirio. E come deve chiamarsi se non eroe chi trasforma la paura in coraggio, chi mette a repentaglio, anzi sacrifica la sua vita, coscientemente per il bene degli altri? È più eroe chi vince la paura che lo fa tremare, di chi affronta i pericoli da incosciente, di chi mette in gioco la sua vita solo per dimostrare di aver coraggio?

Il coraggio che non aveva gli é venuto, insperato, dalla sua coscienza sacerdotale, dalla consapevolezza che il pastore deve sacrificarsi per il suo gregge. Nell’ora del la prova tremenda gli deve essere tornata alla mente, e non solo alla mente, quanto letto e meditato negli anni della sua formazione al sacerdozio: gli esempi dei santi e dei martiri, le meditazioni e le promesse da lui fatte. Deve aver capito che l’essere sacerdote in quelle circostanze, gli dava il dovere di consegnarsi ai feroci tedeschi, fino alla morte.

Don David era ormai in salvo a Serradica, avrebbe potuto raggiungere Gualdo e sottrarsi definitivamente alle ricerche dei suoi inseguitori. Perché non avrebbe dovuto fuggire?

C’é una drammatica, dolorosissima incomprensione che rende il sacrificio di Don David più grande e meritorio. I suoi parrocchiani non lo compresero. Presi dalla paura di morire o di veder morire i loro fa-miliari per mano dei tedeschi furono ingiusti con Don David pretendendo che fosse lui a sacrificarsi per loro e non sbollirono la loro rabbia neppure quando lo videro tornare a Narischio per affrontare la morte. Lo accolsero con ostilità e disprezzo.

E così a Don David, pastore immolatosi per il suo gregge, non fu risparmiata neppure l’ignominia dell’ingratitudine.

Questo é stato Don Berrettini: un antieroe che si é fatto eroe. Questo é stato il suo martirio, consapevole, liberamente accettato per fedeltà al suo sacerdozio, per amore dei suoi parrocchiani. Una medaglia d’oro al merito civile lo attesta ufficialmente.

La vicenda di Don David fa riflettere che purtroppo é possibile, accade, che meriti grandi rimangano sconosciuti, che eroi e santi attraversino i nostri giorni e non ce ne rendiamo conto. Per questo la testimonianza di Don Abramo Tenti è preziosissima.

19 giugno 1944 S. Donato di Fabriano(AN)

In cambio della liberazione di 19 ostaggi di S. Donato, fatti prigionieri perché sospetti di aver posto ordigni esplosivi al passaggio di reparti motorizzati tedeschi a Marischio, Don Davide Berrettini si consegna ai tedeschi, dopo un tentativo di fuga e viene giustiziato con la fucilazione.

17 Giugno 1944

17 giugno 1944, Aurano (Valle Intrasca)   Ad Aurano otto partigiani della “Cesare Battisti” vengono fucilati e sepolti nella fossa che sono stati costretti a scavare.  A Ponte Casletto vengono fucilati con una scarica alle spalle due partigiani del “Valdossola”: Luigi Abbiati e il “Panatée”.  In Val Pogallo due partigiani, catturati all’alpe Aurà, vengono legati assieme e bruciati vivi su una catasta di legna.

17 giugno 1944Alpe Pogallo(Verbano).   Alpe Pogallo. L’edificio degli ingegneri dell’impresa boschiva che ha operato per decenni nella valle, è stato trasformato nella sede del comando SS. Qui vengono fatti confluire dieci partigiani catturati sotto l’alpe Baldesaut e otto catturati sotto la Bocchetta di Campo. Viene ordinato loro di scavare una fossa lungo il terrapieno sotto l’edificio. Dopo aver firmato un verbale scritto in tedesco, ogni partigiano viene condotto sul margine della fossa, fatto spogliare e fucilato.  Dietro il cimitero di Falmenta vengono uccisi con un colpo alla nuca altri quattro partigiani.

Arrivederci Bartolo! di Andrea Rossi – ANPC Ferrara

L’11 giugno scorso è scomparso a Roma, improvvisamente, il segretario dell’associazione nazionale partigiani cristiani (ANPC), Bartolo Ciccardini.

Esponente di spicco della sinistra democristiana, era persona mite, tenace e onesta, tenace difensore delle radici del movimento cattolico italiano. Due anni fa decise di impegnarsi personalmente, per sostenere e garantire l’esistenza dell’ associazione, depositaria della memoria di chi combattè la guerra di liberazione col fazzoletto azzurro di Enrico Mattei al collo.
Gli ultimi mesi non sono stati felici per Bartolo, che davvero fino al giorno della morte ha lottato e protestato per garantire i fondi necessari alla sopravvivenza dell’associazione, i quali sono stati dirottati altrove, in modo arbitrario e immotivato, causandogli immensa amarezza, specie per le improvvide rassicurazioni avute dai diretti interessati del (magro) beneficio.
L’eredità che lascia, in una stagione fra le meno liete per il paese e per i cattolici impegnati in politica, è quella della speranza senza cedimenti al disegno della Provvidenza, che ci fa dire, comunque, anche nel momento di maggiore sconforto “omnia in bonum”, tutto concorre al bene, comprese le cose che oggi non capiamo e che ci addolorano. Personalmente, io che sono stato il suo vice in quest’ultimo scorcio della sua esistenza terrena, posso solo salutarlo con le parole di Benigno Zaccagnini, che ANPC ricordò nel novembre 2009 a Ferrara, con un convegno per il 20° anniversario della morte:
A vég par la mi strè
incontra a la mi guéra
s’a chésch a chesch in téra
e zidèint a ch’i m’tò so.
Arrivederci Bartolo, grazie di tutto.
Andrea Rossi
Vice segretario nazionale ANPC

In ricordo di Bartolo Ciccardini Il Partigiano Bianco dell’ANPC Cremona

I partigiani cristiani di Cremona ricordano la personalità del caro amico Ciccardini

Domenica 15 Giugno 2014

“IN QUESTA DIMENSIONE CREPUSCOLARE LA ANPC DI CREMONA RICORDA, CON COMMOZIONE, SOLIDARIETA’ UMANA E CRISTIANA, LA PERSONALITA’ DEL CARO AMICO  BARTOLO CICCARDINI, UOMO DI CULTURA E DI FORTE IMPEGNO POLITICO, IN UNA VISIONE DELLA VITA CHE CI HA SEMPRE COINVOLTI. CON IL RICORDO, L’AUGURIO CHE IL SUO ESEMPIO E LA SUA TESTIMONIANZA SIANO FORIERI DI NUOVE AVVENTURE DELL’UOMO. SENTITE CONDOGLIANZE E VIVE CORDIALITA’ “. Angelo  Rescaglio Presidente ANPC Cremona

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MEMORIAL’onorevole Bartolo Ciccardini è morto a Roma l’11 giugno del 2014. Fu un politico cattolico che visse nella Dc al fianco di Enrico Mattei ed è stato incompreso leader dell’associazione dei “partigiani bianchi”. Più volte deputato Dc, esponente di spicco della sinistra democristiana, appartenente però a quel gruppo “anomalo” che, fino agli anni Sessanta, ha provato a battersi al fianco di Enrico Mattei (1906-1962) per il recupero della sovranità nazionale, anche energetica, del nostro Paese. Pochi ricordano ad esempio come l’ingegner Mattei, da Commissario straordinario dell’Agip per l’Italia settentrionale, fin dal maggio 1945 curò intensamente ricerche d’idrocarburi nella valle padana, propugnando un esteso intervento dello Stato in questo settore al fine di sottrarre il Paese dalle «Sette Sorelle» del petrolio, fra le quali c’erano allora l’Anglo-Olandese Royal Dutch Shell e l’Anglo-Persian Oil Company poi divenuta British Petroleum.

CON ENRICO MATTEI.Deputato per la Dc dal 1948 al 1953, Mattei era stato comandante di un gruppo di “partigiani bianchi” all’interno dei quali lo stesso giovanissimo Ciccardini militò fin dal 1943. Ciccardini, che era nato Cerreto d’Esi il 30 settembre 1928, è ricordato come un uomo mite, tenace e onesto. Nell’età matura si fece anche difensore delle radici del movimento cattolico italiano facendosi eleggere, nel 2012, a segretario dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc), sodalizio che è stato depositario della memoria di chi combatté la Resistenza su posizioni cattoliche ed anti-comuniste, col fazzoletto azzurro di Enrico Mattei al collo.Come denunciato da Andrea Rossi, che negli ultimi anni è stato il suo “vice” nell’Anpc, da quando Ciccardini decise di impegnarsi personalmente per sostenere e garantire l’esistenza dell’associazione, fu chiamato a vivere periodi difficili: «Fino al giorno della scomparsa Bartolo ha lottato e protestato per garantire i fondi necessari alla sopravvivenza dell’Associazione, i quali sono stati dirottati altrove, in modo arbitrario e immotivato, causandogli immensa amarezza, specie per le improvvide rassicurazioni avute dai diretti interessati del (magro) beneficio. L’eredità che lascia, in una stagione fra le meno liete per il paese e per i cattolici impegnati in politica, è quella della speranza senza cedimenti al disegno della Provvidenza, che ci fa dire, comunque, anche nel momento di maggiore sconforto “in bonum”, tutto concorre al bene, comprese le cose che oggi non capiamo e che ci addolorano».

PRESIDENZIALISMO CATTOLICO.Nelle rievocazioni di questi giorni, naturalmente non è stato ricordato l’impegno di Ciccardini per la “Repubblica decidente”. Con altri democristiani “decisionisti” come il senatore Luciano Dal Falco, Celso Destefanis, l’onorevole Edoardo Speranza ed il più volte ministro Giuseppe Zamberletti, Ciccardini costituì, all’inizio del 1968, l’agenzia d’informazione “Europa Settanta”, del quale fu il primo direttore responsabile, che promosse d’affrontare dal basso la riforma dello Stato facendo presentare alla Camera un progetto di legge per l’elezione diretta dei sindaci, nel proposito di risalire all’elezione diretta dei Presidenti di Regione e da ultimo, con graduale affermazione della stessa logica, all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica. I suggerimenti “profetici” di Ciccardini e di “Europa Settanta”, però, caddero allora nel vuoto, finché vent’anni dopo non si è comunque dovuti arrivare, nell’instabilità continua delle giunte comunali e regionali, alla riforma delle autonomie locali che, negli ultimi tempi, ha rifatto parlare dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica come “Sindaco Italia”. Ma questa è un’altra storia. (Tratto dal ricordo di un caro amico comune) Addio e grazie, grande Segretario! Caro Bartolo, l’11 di giugno, mercoledì scorso, hai concluso serenamente la tua esistenza terrena, in compagnia dei tuoi tanti amici. Noi che gli abbiamo voluto bene lo affidiamo alla misericordia del Padre e lo ricordiamo con affetto e rimpianto. Un grazie con tutto il cuore per l’amore, la dedizione, l’entusiasmo che hai sempre saputo trasmetterci nel tuo lavoro e per l’esempio di vita che hai dato a chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerti! “RESISTERAI” per sempre nei nostri cuori!

Associazione Nazionale, Patigiani Cristiani Cremona, (Giorgio Carnevali)

15 giugno 1944,Pian d’albero di Figline (FI)

 I nazisti impiccano 18 partigiani catturati dopo uno scontro a fuoco. I corpi sono lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

14 Giugno 1944

14 Giugno 1944,Niccioleta Cecina,Massa Marittima GR

Anche qui come a Forno l’idea che la guerra fosse finita spingeva la gente a rischi maggiori di quanti potessero gestirne, con i tedeschi nel pieno delle loro forze, non spese a contrastare gli Alleati. A Niccioleta, con la sua miniera (comprensorio Larderello) facevano capo diverse forniture strategiche che facevano gola a partigiani e tedeschi. Il 3 giugno 1944 un distaccamento di partigiani comandati da Vincenzo Checcucci entrò in Niccioleta. Il 13 giugno oltre 300 fra soldati tedeschi e milizie fasciste accerchiarono e attaccarono il paese di Niccioleta. Il rastrellamento porto alla cattura di 120 uomini. I minatori di Niccioleta passarono la notte nel teatro di Castelnuovo e la mattina furono divisi in tre gruppi: uno destinato alla fucilazione, uno alla deportazione e uno ad essere rimandato a casa. Escluso questi ultimi gli altri (77) vennero accompagnati nei pressi di una centrale geotermica, dove i soffioni erano stati liberati dai tubi e producevano un rumore fortissimo. Vennero fatti entrare in una specie di piccolo anfiteatro naturale e abbattuti a raffiche di mitra. Ai settantasette minatori si aggiunsero quattro partigiani provenienti da Volterra, tutti ex ufficiali dell’esercito. Il tenente Blok, delle SS, artefice del rastrellamento di Niccioleta, riceverà per questo un riconoscimento al valor militare dai suoi superiori.

14 giugno 1944,Todi (PG),

in località Pontecuti i nazisti della Fallschirmjäger-Division Hermann Goering, rinforzata da giovani volontari della Rsi, trucida cinque contadini della zona, dopo averli usati come bestie da soma per il trasporto di materiali. Due giorni dopo, in località Poggio di Monte Castello, uccidono per rappresagli altre nove persone.

13 Giugno 1944,Forno di Massa

L’operazione fu condotta dalla 3a Compagnia della 135a FestungBrigade, alla quale erano subordinati i reparti italiani della Xa MAS di La Spezia, al comando del Ten. Umberto Bertozzi di Cologno (PR). i tedeschi dichiararono:n. 149 partigiani uccisi, n. 51 catturati, n. 10 case distrutte, n. 7 feriti nelle forze tedesche (fonte Prof. Vemi”). Come già successo tante volte si vociferava che quelli (giugno 44) fossero gli ultimi giorni di guerra e che fosse arrivata l’ora della rivolta generale. Le brigate partigiane scesero a Forno, chiave di volta di Massa Carrara presidiandola per giorni, dal 9/6 al 13 nonostante si fosse capito che il messaggio era male interpretato. Il comandante ex bersagliere Marcello Garosi e gli altri comandanti decisero di rimanere, preparandosi ad accogliere la reazione dei tedeschi. Il 12 giugno, la brigata partigiana contava ancora 450 uomini armati e altri 200 da armare. Il passo di Colonnata, che era d’importanza strategica, venne presidiato da un distaccamento che la sera del 12 giugno non venne raggiunto dai rifornimenti. I partigiani allora abbandonarono la posizione per poche ore per potersi rifocillare, senza attendere il cambio. Fu fatale: all’alba del 13 un migliaio di soldati appartenenti alle SS, alla X Mas e alla Guardia Nazionale Repubblicana di La Spezia mossero contro Forno appoggiati da due semoventi. In particolare i militi della X Mas il battaglione San Marco ebbero la fortuna di trovare il passo di Colonnata sgombro e di poter così operare un accerchiamento. All’alba del 13 Forno venne circondata ed iniziava un violento combattimento tra fascisti e partigiani che alla fine dovettero ritirarsi perdendo anche il comandante Tito. Le unità tedesche del maggiore Walter Raeder, bruciarono il paese mentre molti venivano rinchiusi nella ex stazione dei Carabinieri. I partigiani lamentavano 70 morti e 15 prigionieri. Così l’eccidio viene descritto da Emidio Mosti:” prima del tramonto, furono prelevati settantadue giovani e trasportati a piedi, fuori del paese, in località Sant’Anna, nei pressi di una chiesetta sul pendio lungo il fiume Frigido. In paese, intanto, venti persone ferite finirono miseramente in un rogo ardente ancora dentro la caserma dei carabinieri. Fu questo l’inizio di una vera ecatombe: infatti, quasi contemporaneamente, sul ciglione del fiume, a Sant’Anna, i nazifascisti consumavano uno dei più efferati crimini. A gruppi di otto o nove alla volta, quei settantadue giovani venivano falciati da scariche ravvicinate (circa da 4 m). I loro corpi straziati rotolavano sanguinanti sul greto del Frigido, da un’altezza di poco più di tre metri, in una fossa comune.” Il comandante Marcello Garosi che per una ferita ad una gamba non aveva preso direttamente parte alle ultime azioni era alloggiato fuori dal paese: tentò più volte di raggiungere i compagni assediati al cotonificio ma venne respinto e infine ferito gravemente. Continuò a sparare contro i nemici, infine conservò l’ultima pallottola per sé, per non cadere vivo nelle loro mani. Così Garosi, detto “Tito”, morì in località Pizzacuto alle 9.30, poco distante dal cotonificio. 72 giovani del luogo vennero fucilati sull’argine del Frigido, i partigiani presi prigionieri vennero rinchiusi nella caserma dei carabinieri e arsi vivi. Altre 400 persone vennero avviate verso i campi di concentramento in Germania e le loro case furono saccheggiate e date alle fiamme.

12 giugno 1944 Marenella di Fabriano(AN).

I fratelli Agapito e Torello Latini sono fatti prigionieri nella loro casa di campagna in loc. Marenella. Interrogati senza risultati come simpatizzanti partigiani sono condotti in varie località e trovati impiccati il 21 luglio 1944 nei pressi di Cesena.

Addio e grazie, grande Segretario!

Bartolo Ciccardini l’11 Giugno 2014 ha concluso serenamente la sua esistenza terrena, in compagnia dei suoi amici.

Noi che gli abbiamo voluto bene lo affidiamo alla misericordia del Padre e lo ricordiamo con affetto e rimpianto.

Un grazie con tutto il cuore per l’amore, la dedizione, l’entusiasmo che hai sempre saputo trasmetterci nel tuo lavoro e per l’esempio di vita che hai dato a chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerti! Resterai per sempre nei nostri cuori!

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