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SENIGALLIA: INTITOLATA A BARTOLO CICCARDINI LA SEZIONE ANPC

Sabato 26 luglio 2014 è stata intitolata a Bartolo Ciccardini la sezione di Senigallia dell’ANPC, per la cui organizzazione lo stesso Compianto Segretario si era personalmente adoperato. Come era stato attentamente pianificato, tutto è avvenuto con una cerimonia composita: alle ore 10.15, dopo una prima accoglienza a Palazzo Mastai, vi è stato un omaggio floreale al vescovo Umberto Ravetta ed al cardinale Fabrizio Sceberras Testaferrata, due pastori che hanno lasciato un grande ricordo a Senigallia. Se infatti il vescovo Ravetta ebbe il delicatissimo compito di reggere la Diocesi durante il periodo bellico,  il cardinale Sceberras Testaferrata viene ricordato per aver operato prevalentemente per l’assistenza ai più poveri e per la costruzione di edifici di pubblica utilità. L’omaggio floreale è avvenuto al Duomo, in quanto nella nostra fede ha sede il cuore dell’Associazione dei Partigiani Cristiani. Alle ore 11.00 è seguita la presentazione del libro “La leggenda del Santo Petroliere” del giornalista Maurizio Verdenelli, interamente dedicato al rapporto di Enrico Mattei con Matelica e con le Marche più in generale, sua Terra d’origine. Era presente l’autore, che non ha mancato di illustrare il suo lavoro con la passione e con dovizia dei preziosi riscontri storici, indispensabili alla sua ricerca. Numerosi interventi hanno preceduto e seguito la presentazione di Verdenelli, davanti ad un uditorio attento. Particolarmente commovente la testimonianza del senatore Giuseppe Orciari che, non potendo essere presente per ragioni di salute, ha inviato una bella testimonianza letta in sala da Franco Porcelli. Il sindaco Orciari ha ricordato i trenta consiglieri eletti alle elezioni amministrative del 10 marzo 1946, ma si è soffermato sul 70° della Liberazione di Senigallia, avvenuta il 4 agosto 1944. “ Fu bello e molto commovente vedere sventolare sul campanile del Comune la bandiera polacca e quella italiana: piansi per la commozione, finalmente eravamo liberi dal dominio nazista”. Ma Orciari è stato testimone del periodo intercorrente tra l’8 settembre 1943 e il 4 agosto 1944,  un momento storico che ha segnato lui e quelli della sua generazione: la situazione imprevedibile fino a qualche tempo prima aveva dato vita ad un tempo denso di paure ed incertezze. “L’adesione alla Resistenza fu subito fuori discussione, ma il dover darsi alla clandestinità non fu cosa semplice. Ci riunivamo quindi di frequente, ora in una casa ora in un’altra, la mia famiglia era sfollata al Campetto di Montignano, l’importante era non farsi trovare.” Ma, dopo la tempesta, viene il sereno, e allora Orciani ha ricordato quanto gli è capitato con la fine della guerra. “Amministrai il Comune di Senigallia come vice del sindaco Zavatti, al quale devo la riconoscenza per avermi estradato nel difficile percorso di gestire la città. Poi nel 1964 venni eletto sindaco di una Giunta di Centro-sinistra, e dal 1971 al 1983 amministrai una Giunta di sinistra”. Eletto Senatore e successivamente alla Camera, nel 1992 ha termine l’impegno parlamentare di Orciari, qualificato testimone di momenti importanti della Comunità Senigalliese, che nel dire che “Mattei è nella Storia”, ne ha sintetizzato le qualità di imprenditore, politico e capo partigiano.

L’Assessore Schiavoni, intervenuto in rappresentanza del Comune di Senigallia, ha sottolineato l’intuizione dell’importanza dell’informazione nel personaggio di Enrico Mattei, che fondò il quotidiano Il Giorno, oltre al suo ruolo di uomo del dialogo con i Paesi del Mediterraneo. Schiavoni si è soffermato sulla sua esperienza scolastica, che gli ha consentito di conoscere le grandi Personalità dell’epoca, come Kennedy e Mattei, tristemente accomunati da una tragica fine. È intervenuta la signora Maria Teresa Bulhak Jebska Allegranza, quale esponente dell’Associazione Italo-polacca delle Marche, che ha riportato il commovente intervento di uno dei trenta veterani presenti alla recente Commemorazione del 70° della Battaglia di Ancona, tenuta a  Loreto. “ I  soldati polacchi erano pronti a morire: io sono stato un combattente, ma lottare per la pace è molto più difficile rispetto all’intervento militare”. Il monito della signora Bulhak mi sembra centrale nella Commemorazione della Liberazione di Senigallia, perchè oggi, con questa ricorrenza, ricordiamo il Primato della Libertà delle Umane Esistenze rispetto alla Deriva Totalitaria, alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, che scatenò la guerra e che è alla base di ogni conflitto.  D’altra parte, i recenti avvenimenti di questi giorni, ci ricordano quanto ancora sia difficile gestire la pace: ha proprio ragione il reduce, al limite la guerra è fulminea, ma è il cammino verso la pacifica convivenza che, se non è ben avviato, prima o poi porterà ad un nuovo conflitto: sembrano parole retoriche, ma non lo sono. Interviene poi una giovane pronipote di Enrico Mattei, che nell’esternare l’orgoglio per quella sua illustre parentela, è lieta di poter constatare che nella città dove risiede, Senigallia appunto, oggi viene ricordato l’illustre zio Enrico, grande per lei, grande per noi, speranza per  un Mondo di pace e di progresso, specialmente per quei Popoli del Mediterraneo che ancora oggi ricercano un loro equilibrio, come è testimoniato dal fenomeno noto come Primavera Araba. Della presentazione di Verdenelli abbiamo già parlato, ma è bene ricordare che la  lezione di vita di Mattei ed  il suo  concetto di Bene Comune sono questioni attualissime, in un momento storico in cui la solidarietà e la carità perseguita dall’Illustre Marchigiano e dagli Uomini del suo tempo vengono spesso dimenticate. Verdenelli ha annunciato la prossima pubblicazione di un suo scritto su Mattei, del cui ruolo le giovani generazioni ed il Paese tutto debbono avere l’onore e l’onore di non dimenticare, come invece troppo spesso accade nel Nostra Paese.  Alla presentazione del libro è seguito un gradito momento conviviale presso il Ristorante Stop and Go, dove è stato ricordato che la sezione dell’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani è intitolata all’onorevole Bartolo Ciccardini, un altro Grande Marchigiano, peraltro Segretario di quell’Associazione fondata proprio dall’onnipresente Enrico, che non ha mai rinunciato alla sua scelta di andare partigiano, sia in tempo di guerra che in quello di pace.

La sezione dell’ANPC di Senigallia è fiera di aver dato ricordato questi due Grandi Marchigiani.

Lasciatemelo dire: momenti come questo fanno bene al cuore.

Massimo Cortese

70° anniversario dell’eccidio dei 67 martiri di Fossoli

Pubblichiamo il testo del discorso che Carla Bianchi Iacono ha tenuto al Poligono di Cibeno (Fossoli) il 13 luglio scorso in occasione del 70° Anniversario dell’eccidio di Fossoli.

Clicca qui per leggere il testo importantissimo e molto bello: 2014_07_13_Discorso Fossoli di Carla Bianchi Iacono

Pubblichiamo anche delle foto di Carla Bianchi Iacono con il sindaco di Carpi  Alberto Bellelli, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, la direttrice della Fondazione ex-Campo di Fossoli Marzia Luppi.

Un grazie speciale alla Signora Carla Bianchi Iacono per averci segnalato questa importante manifestazione ed averci mandato del materiale. E’ importante affinché si possa costruire una memoria condivisa e si conoscano ovunque fatti che vengono ricordati soltanto localmente.

 

Il 26 Luglio a Senigallia

Locandina xIl 26/07/2014 la Sezione ANPC di Senigallia presenterà il libro di Maurizio Verdenelli : “La Leggenda del Santo Petroliere” e intitolerà la sezione stessa a Bartolo Ciccardini. Ecco la locandina dell’evento.

13 Luglio 1944 – Fabriano nella guerra 1943-1945 – La Brigata Maiella

Il reparto Banda Maiella ha operato nel settore maceratese-anconetano-pesarese come avanguardia con le stesse funzioni del gruppo Popski. Erano costituiti da reparti mobili con jeep che perlustravano il territorio prima dell’arrivo del fronte e se necessario facevano azioni di conquista dei capisaldi. La Maiella ha operato fortemente in questo senso sulla valle del Cesano.Per quanto riguarda il nostro territorio ho due appunti interessanti che ti allego ricavati da rapporti originali del PPA di Poposki e dai Rapporti Polacchi del settore Marche riferiti alla B. Maiella. C’è un pò di confusione sulla mobilità di Poposki(PPA) ma se metti insieme le date ricostruite dalle due relazioni si può capire la mobilità del Reparto PPA. Poposki in base ai diari e i rapporti ufficiali polacchi ha aiutato la Maiella nel settore di S.Severino spostandosi poi verso l’Appennino in direzione di Esanatoglia-Gualdo T. poi Fabriano. La Miella è proseguita in direzione di Cingoli-Apiro-Cupramontana con il compito di perlustrare la  SS76 da Montecarotto a S.S.Quirico.La liberazione di Cerreto come Matelica è avvenuta dal 12° Lanceri,in base i rapporti inglesi, poi avanzati verso Collamato dove si sono fermati.Popski rassicuratosi la situazione stabile del fronte a Gualdo T.,prende la via del Serrasanta-Belvedere –Serradica,si fa accompagnare dal parroco d. Ermete Scattoloni e procede su Cancelli,Vetralla ed entra a Fabriano la mattina del 13 Luglio 1944 dalla porta Cervara.La città era deserta e già occupata da gruppi partigiani.Gli alleati sono passati per Cancelli in modo da non essere colpiti dall’artiglieria tedesca posizionata con gli 88 ad Almatano,Nebbiano,Marischio,S.Donato. Successivamente gli alleati inglesi si posizionano alle Serre di Cerreto per cannoneggiare la periferia ovest di Fabriano dove i tedeschi della 5GBJ (retrovia) erano posizionati a Melano-Marischio  e S.Donato.

Federico Uncini

Leggete questa interessante documentazione:

Cliccate su: estratto arrivano gli alleati

Leggete ancora: I rapporti di Popski con La Maiella

Risposta e ringraziamenti di Bartolo Ciccardini

Caro Federico,

Abbiamo trovato un filone incredibile. Io avevo intuito che nella storia del San Vicino ci fosse un significato particolare, ma mi sono reso conto solo dopo che questa intuizione era giusta.

Tutta la zona montana dell’Italia e quindi di conseguenza tutta la zona centrale del fronte non era un fronte vero e proprio, ma era una situazione liquida, dove non c’era un dominio tedesco del territorio e non c’era neppure un dominio assoluto dei Partigiani. Ed era una zona di autogoverno.

In questa zona c’erano diverse forme di guerra partigiana in cui i militari facevano in un modo, i politicizzati, specialmente comunisti, facevano in un altro modo, e gli slavi facevano in un terzo modo.

E c’era una Resistenza civile, vale a dire una non-collaborazione del notabilato e della classe dirigente  con l’autorità repubblichina, che si assumeva la responsabilità dei rifugiati, del mantenimento dell’ordine, della vita amministrativa locale, sotto diverse forme, molto possibiliste e pur tuttavia, coraggiose e responsabili.

Per questo quando i tedeschi andavano a colpire “il prete” sapevano che avevano a che fare con un capo naturale della società civile, certamente implicato se non altro nel nascondere i clandestini, gli ebrei, i partigiani stranieri, e comunque le forme di disobbedienza. E’ in questa atmosfera che si muove una formazione unica nel suo genere, che è la brigata Maiella, formazione specializzata autoctona, legata ad un territorio preciso, ma organizzata in maniera mobile, per poter ispezionare e ripulire un territorio sia affrontando piccole postazioni autonome dei tedeschi, sia disarmando partigiani non utilizzabili, sia collaborando con le formazioni partigiane, che erano utili al mantenimento del fronte.

Il fronte, essendo “liquido”,  si prestava a colpi di mano ed il compito di questa formazione era più quello di garantire l’attenzione ai movimenti di sorpresa dei tedeschi che non quello di garantire l’occupazione del territorio.

Nell’esperienza tipicamente italiana, si era attrezzata una formazione che aveva il carattere dei commandos, la cosiddetta armata Popski, che collaborava con gli inglesi e poi con i polacchi e che svolgeva un’azione di “polizia preventiva” proprio nelle zone di fronte liquido.

E’ importante avere appurato come tu hai fatto l’incontro fra l’armata Popski e la Maiella, che avevano compiti molto simili, più esplorativa e ricognitiva la Popski, più difensiva e controllatrice anche politica del territorio la Maiella, ma ambedue straordinarie ed in necessario contrasto con le regole talvolta burocratiche molto dure delle formazioni inglesi, più semplici delle formazioni polacche, necessariamente poco amichevoli del corpo militare italiano, che si vedeva sottratto un suo compito specifico.

Fabriano, Cupramontana, Sassoferrato ed Arcevia, diventano un teatro molto interessante per l’azione della Maiella e dell’Armata Popski. Quest’azione è di grandissima importanza per garantire alle spalle le battaglie di Osimo, di Ancona e di Pesaro. Qualcosa di analogo deve essere avvenuto anche nella zona che va da Leonessa Cascia all’Appennino romagnolo, dove guarda caso, rispuntano sia la Maiella sia l’Armata Popski. È un pezzo di storia sconosciuta, perché la nostra storia della Resistenza è molto basata sulla memoria locale, ma non ha ancora avuto una sintesi che spiegasse i fatti generali coordinati con le azioni strategiche dei corpi militari.

Forse scoprendo questa realtà lavoriamo più con la intuizione che con i documenti. Ma i documenti parziali che tu hai scoperto confermano in pieno questa nostra intuizione.

Rallegramenti, Bartolo

1 Luglio 1944 – Intervista alla sorella del partigiano Capacci Sabatino fucilato il primo luglio 1944

CapacciLa sorella di Capacci Sabatino, Capacci Gina, è l’ultima persona ad averlo visto vivo, mentre veniva catturato assieme a Rossi Giulio che era il suo compagno in una squadra partigiana. Il Rossi Giulio era un soldato divenuto partigiano dopo l’8 settembre.

A venti anni Sabatino era un idealista, ma anche molto moderno per i tempi nei quali viveva: aveva un grande amore per la libertà, per cui vedeva nella resistenza un valore e nella liberazione una conquista da perseguire. In quel momento comunisti e cattolici combattevano assieme nella guerra di liberazione per l’Italia.

La Signora Gina al tempo aveva 12 anni e si trovava, assieme ad altre persone, nella campagna di Favalto con le pecore, per paura che i tedeschi in ritirata rubassero gli animali. A Favalto c’era infatti una casa colonica con campi e pascoli attorno.L’esercito tedesco in ritirata sarebbe passato di lì a poche ore. In quel luogo si trovavano anche alcuni partigiani, che seppero dell’arrivo dei tedeschi e se ne andarono. I tedeschi, arrivando, spararono da una collina vicina alle pecore e la Capacci Gina con le altre persone trovarono riparo tra alcune piante. La Gina, in un momento di tregua tra gli spari, scappò con un’altra ragazza e si diresse dai campi verso la casa colonica, lasciando sul posto un’altra signora di una certa età che aveva paura di uscire allo scoperto. I tedeschi, in seguito,trovarono e fucilarono questa signora.

Il Capacci Sabatino e il Rossi Giulio arrivarono alla casa colonica, di ritorno da una missione, credendo di incontrare i partigiani, ma vi trovarono i tedeschi. In quel momento sopraggiungeva anche Capacci Gina assieme alla ragazza con cui era fuggita. Il Capacci Sabatino, vedendo la sorella che si avvicinava per salutarlo, le fece cenno di stare lontana, perché c’era il pericolo che i tedeschi arrestassero anche lei. Quindi la sorella rimase fuori nel piazzale della casa colonica.I tedeschi arrestarono il Capacci e il Rossi e li chiusero in una stanza della casa colonica.

Itedeschi trascinarono poi i due partigiani su un camion e alla Capacci Gina, che si trovava assieme all’altra ragazza, fu ordinato di andarsene in cima alla collina, dove rimasero tutta la notte e la mattina seguente rientrarono a casa. Nel frattempo i tedeschi incendiarono la casa e i campi di grano, che però non bruciavano perché il grano ancora era verde. Alcuni animali furono feriti, ma non uccisi, soltanto per crudeltà. Il giorno seguente i partigiani Capacci e Rossi vennero fucilati alla Noceta, vicino a Castiglion Fiorentino, dove erano stati imprigionati. Il padre del Rossi si recò a Favalto a cercare il figlio, ma trovò soltanto il portafogli con alcune sue foto. Le rispettive famiglie seppero della loro morte alcune settimane dopo e alcuni testimoni hanno riferito che erano anche stati torturati dai tedeschi.

I due partigiani furono sepolti dapprima a Castiglion Fiorentino e poi trasferiti ad Arezzo. Il Comune di Arezzo si fece carico delle spese di trasporto per onorare la memoria dei due partigiani morti per la libertà.

Un ricordo di Bartolo Ciccardini di Pino Ferrarini

Fin da giovane dimostrò subito un grande interesse per la politica e già negli anni difficili del 1946-48 collaborava nel Comitato provinciale della Democrazia Cristiana di Perugia, interessandosi in particolare al giornale del partito “Il Popolo dell’Umbria”, per poi passare al Movimento Giovanile.

Ricordava sempre quei momenti difficili in cui andava per i paesi della provincia, tutti di color rosso, a tenere comizi , rischiando spesso qualche brutto incidente.

Appena laureato in giurisprudenza si trasferì a Roma dove visse i primi mesi nella famosa Comunità del Porcellino entrando in contatto con la giovane dirigenza democristiana , da Fanfani, a Baget Bozzo e tanti altri. Fondò con altri amici la prestigiosa rivista politica “ Terza Generazione”, che tanta importanza ebbe fra i giovani che si preparavano a cimentarsi nella politica.

Ricordava sempre l’esperienza che fece in gioventù per sostenere la candidatura di Dossetti al Comune al Comune di Bologna dove fece tesoro di tante iniziative sociali e politiche realizzate sotto la guida del grande maestro.

Lavorò presso l’Agip curando il settore della pubblicità, ma entrò anche in televisione curando una rubrica per lavoratori “ Tempo Libero” e poi “ Cordialmente”.

Intanto, sempre più impegnato nella politica, collaborò con l’on. Pastore, alla fondazione della corrente Rinnovamento Democratico    entrando poi nella direzione delle ACLI dove curò la rivista

“Per l’Azione”.

Mariano Rumor fu tra i primi ad apprezzare il giovane Ciccardini e lo volle con sé al Ministero dell’Agricoltura dove diresse l’ufficio pubbliche relazioni.

Nel 1963 concorse alle elezioni politiche nel Lazio, cercando di recuperare il seggio del Presidente delle Acli Dino Pennazzato, da poco deceduto. Non riuscì eletto per una manciata di voti.

Nel 1968 presentò ancora la sua candidatura alla Camera e fu eletto a pieni voti.

Intanto con Rumor alla segreteria del Partito, per la sua fervida fantasia Ciccardini ebbe l’incarico

di studiare nuove proposte politiche per adattare il partito alle realtà del momento. Le sue proposte furono poi discusse alla Assemblea Organizzativa di Sorrento. Ma il partito non era preparato ad assorbire le proposte innovative che Ciccardini proponeva.

Nella Democrazia Cristiana, con Fanfani Segretario diresse l’importante ufficio SPES della propaganda e fu sua l’idea di presentare il Partito come una giovane donna italiana, idea realizzata nel manifesto “La DC ha 20 anni” che tanto successe ebbe nel campo pubblicitario.

Diresse per alcuni anni il settimanale del partito “La Discussione” e, sempre nel partito, ricoprì altri incarichi come quello di responsabile del settore Attività di Massa dove lanciò la famosa Feste dell’Amicizia che si contrapponevano alle Feste dell’Unità.

Rieletto più volte alla Camera (in una occasione arrivò ad essere il secondo eletto dopo Andreotti), divenne Sottosegretario ai Trasporti e poi alla Difesa.

Ma il suo interesse maggiore fu sempre la politica, dove fu animatore di diversi gruppi rinnovatori, come Europa 70 e il gruppo dei “ Cento” che contrastarono la tendenza a realizzare il famoso “Compromesso storico” con il Partito Comunista.

L’attenzione di Ciccardini era però sempre rivolta nei tentativi di adeguare il partito alle nuove realtà che stavano emergendo e di farne un partito moderno. Sua fu la proposta di elezione diretta del Segretario del Partito, che liberava la nomina dalle ipoteche delle correnti dando più stabilità alle Segreterie Politiche elette legittimamente e sempre sua la proposta di Elezione diretta dei Sindaci.

L’intensa attività politica non gli impedì di realizzare progetti miranti ad aiutare l’Italia ad uscire dalle difficoltà economiche in cui si trovava.

Da uomo di grande vedute capì subito l’importanza che poteva avere la valorizzazione dei nostri prodotti alimentari per l’esportazione all’estero e fondò l’Associazione “Ciao Italia” con la quale cercò di riunire, aiutare i più di 60.000 ristorati italiani che lavoravano sparsi nel mondo e farne una forza che avrebbe potuto, meglio di ogni altro mezzo, far conoscere e apprezzare all’estero i nostri prodotti.

Terminata la sua attiva presenza in Parlamento, non cessò di interessarsi di politica e operò con articoli, contatti e convegni per convincere il mondo cattolico a tornare ad interessarsi di politica. Da questo impegno nacque l’idea di realizzare un settimanale con diffusione via Internet che chiamò “Camaldoli” che riproponeva quei valori che ispirarono la Carta di Camaldoli, con cui la DC iniziò il suo lungo cammino politico.

Ma Ciccardini non era solo un uomo di pensiero, ma era anche un uomo d’azione che aveva sempre necessità di operare per costruire qualche cosa su cui credeva. Trovò il suo nuovo spazio nell’Associazione dei Partigiani Cristiani dove diffuse subito il suo leale impegno. Nominato Segretario Nazionale dell’Associazione cominciò a preparare iniziative per valorizzare ,quel grande patrimonio di ideali che l’Associazione rappresentava e proprio nei suoi ultimi giorni di vita stava mettendo a punto un Convegno a Leonessa per commemorare la figura di un partigiano cattolico ucciso dalla barbarie nazista.

Ciccardini va quindi ricordato non solo come uomo ricco di idee e di iniziative ma anche, leale e tenace combattente per i valori civili e religiosi del mondo cattolico. Uomo di grande cultura, grande giornalista e scrittore, ma soprattutto uomo di grande e lucida sensibilità politica.

Lo abbiamo perso e questa è stata una grande perdita.

22 Giugno 1944

22 giugno 1944,La Bettola Vezzano(RE)

In seguito al tentativo fatto dai Partigiani di sabotare un ponte a qualche chilometro dal paese, le SS compiono un rastrellamento generale degli abitanti e massacrano 32 di essi, tra cui molte donne e bambini, prima mitragliandoli e quindi bruciandoli nella trattoria che da il nome alla località. Per ultimo viene gettato nel rogo un bambino di 18 mesi, ancora vivo.

22 giugno 1944,villa Armanni, Montecappone di Jesi(AN)

Il 20 giugno i tedeschi, nel corso di un rastrellamento, catturarono una trentina di giovani e li condussero verso villa Armanni, in contrada Montecappone; giunti alla villa vennero interrogati e bastonati, poi furono rimessi tutti in libertà tranne sette giovani che furono considerati partigiani e vennero condannati a morte. Cinque erano jesini: Mario Saveri, Armando e Luigi Angeloni, Alfredo Santinelli, Luigi Cecchi; due erano militari sbandati fuggiti dalla caserma Villarey di Ancona: Vincenzo Carbone, calabrese e Calogero Grasceffo, siciliano. Vennero fucilati nel vallone a poche centinaia di metri dalla villa.

 

22giugno.1944,Gubbio (Perugia) Qui, il 22 giugno 1944, vennero fucilati da un plotone di esecuzione della 114 JägerDivision 40 cittadini per rappresaglia, dopo l’uccisione, nel pomeriggio del 20 giugno, di un ufficiale medico tedesco ed il ferimento di un altro in un bar cittadino da parte di componenti una pattuglia dei Gap. Di ostaggi ne erano stati rastrellati 160,  ma l’ intervento del vescovo Ubaldi riuscì a limitare l’eccidio. A quei 40 fu ordinato di scavarsi la fossa e poi avvenne l’esecuzione a raffiche di mitragliatrice. La comunità cittadina, già prostrata dalla guerra e dal gran numero di morti, rimane sconvolta e subito si divide nell’attribuzione delle responsabilità della strage. Sono accusati sia il movimento partigiano eugubino, sia qualche fascista ritenuto responsabile di delazione.

22 Giugno 1944,Morro di Camerino(MC)

La popolazione di Morro era rimasta terrorizzata dagli scontri tra alleati e Tedeschi e aveva paura di rientrare nelle proprie abitazioni. Verso sera, alcuni giovani provarono ad addentrarsi e si imbatterono nei corpi dei quattro soldati tedeschi morti nello scontro. Decisero di impossessarsi di una mitragliatrice rimasta sul terreno, per poi dirigersi verso la vicina località di Palentuccio. Pare che la scena fosse stata spiata dai tedeschi, i quali scatenarono una rappresaglia per cercare la mitragliatrice. Di notte circondarono Palentuccio e non appena arrivò l’alba iniziarono il rastrellamento: frugarono nelle case e radunarono nella piazza uomini, donne e ragazzi, in tutto una trentina di personeche incolonnate furono condotte verso la chiesa parrocchiale di Morro. Alla fine un ragazzo fornì le indicazioni per ritrovare la mitragliatrice e per questo gli fu salva la vita. Gli altri giovani invece, divisi in due gruppi, furono gettati sull’orlo del fosso che scende da Morro a Palente. Alle 7:30 una raffica di mitragliatrice diede avvio alla strage. Dei dieci si salvò solo Franco Vergari, di 23 anni, che raccontò: Mi sentii cadere, a capofitto nel fosso, ebbi l’impressione di essere rimasto quasi illeso e rimasi immobile fino a quando non sentii più armi né voci. Allora mi rialzai, e non badando al dolore al braccio e allo stinco, me la detti a gambe. Dell’altro gruppo, composto da quattro vecchietti, si salvarono in due. Nella serata, venne ucciso anche l’anziano Domenico Fazzini mentre si trovava tranquillamente sulla porta di casa. I tedeschi giustificarono il fatto sostenendo di averlo scambiato per un partigiano.

22 giugno del 1944, di Moscano e Rocchetta di Fabriano(AN)

Il 22 giugno del 1944 nelle frazione di Moscano e Rocchetta accadde dei fatti orribili. Dei soldati tedeschi furono attaccati da due partigiani perché avevano compiuto razzie e infastidito delle giovani donne. Un soldato tedesco morì, un’altro riuscì a dare l’allarme presso gli accampamenti della 85a GebirgsjägerRegimentstanziati a S.Maria, con il quartier generale presso la Villa Quarantotti. In quello stesso giorno,la sera dalle ore 20 alle 21 i tedeschi scatenarono su Moscano un bombardamento, con mortai e altri pezzi di artiglieria, causando distruzione e morte; ai primi colpi la popolazione fuggì sulle vicine colline, ci furono 5 vittime civili e dei feriti.Morirono: Anita Carbonari, Augusto Ferretti,Costantina Ferretti, Ida Grifoni, Domenico Pellegrini. Furono arrestati Romolo Gregori, il parroco don Aldo Radicioni a Moscano, i fratelli Erminio e Enrico Filipponi verso la frazione di Rocchetta. I tre mezzadri furono fucilati nei pressi del Maglio e il parroco liberato dopo due giorni.

22 Giugno 1944.Collegiglioni di Fabriano(AN)

Il giorno 22 Giugno 1944 due consistenti pattuglie tedesche dell’ 85° Gebirgsjäger-Regimentsi diressero verso Nebbiano compiendo atroci azioni sulla popolazione rurale. Nella contrada Ferenzola, nei pressi della villa Moscatelli (oggi villa Merloni o villa Maria) fucilarono due innocenti: Angelo e Luigi Bellerba. Poi furono uccisi Giuseppe e Antonio Cipriani. Più avanti incendiarono la casa della famiglia Arcangeli, dove morì il capofamiglia Pietro Arcangeli nel tentare di spegnere il fuoco;furono fucilati Enrico Arcangeli e Aldo Ballelli sfollato in quella famiglia. Dopo aver compiuto quest’assassinio, si diressero verso il podere Baldini, dove compirono l’ennesimo eccidio mitragliando membri della famiglia e altri per un totale di sette persone.

22 Giugno 1944, Vallunga di Nebbiano di Fabriano(AN)

Il 22 giugno soldati dell’85° Battaglione della 5a Divisione di Montagna dopo aver massacrato dei civili a Collegiglioni si diressero verso la vicina Vallunga.Erano circa le 9 del mattino. I nazisti usarono la solita tecnica.Fecero irruzione nella casa della famiglia Baldini,e obbligati ad uscire. Furono disposti in fila sulla facciata esterna dell’abitazione. Separarono le donne e bambini e rinchiusi in casa .Gli uomini furono portati a forza nella vicina loggia .Tolsero dal gruppo   l’anziano Carlo Baldini e il giovane Antonio Tozzi.A quel punto Giuseppe Baldini si ribellò e fu tramortito con il calcio del fucile e fu la sua salvezza. Furono trucidati : Achille Baldini e i figli Fiore,Guerrino e Luigi,il genero Nello Cirilli e Alaimo Angelelli. Si salvarono Giuseppe Baldini e il fratello Mario riparati durante l’esecuzione dai corpi degli altri sventurati. Alaimo Angelelli ancora ferito fu finito con un colpo di pistola. I due fratelli Giuseppe e Mario Baldini riuscirono a fuggire e a salvarsi. Alla fine i tedeschi gettarono all’interno della loggia quattro bombe a mano.

20 Giugno 1944 – Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

GASPARE MORELLO (sacerdote, educatore, politico) primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, avvenuta il 14 gennaio 1980. GASPARE MORELLO, nato a Mazara del Vallo (Trapani) il 21 settembre 1891, ordinato sacerdote, nel 1938 si trasferisce a Fermo, dove insegna Storia e Filosofia nel Liceo-Ginnasio “A. Caro”, di cui diventa preside dal 1940 al 1947. Tra l’altro, GASPARE MORELLO in campo politico:

  • è il primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale
  • è l’unico prete in tutta Italia a presiedere tale organismo
  • organizza e coordina la Resistenza nel Fermano
  • guida il passaggio politico-istituzionale dal Fascismo alla Democrazia nella città di Fermo, indicando come primo sindaco GIUSEPPE GIAMMARCO
  • redige e firma il primo Manifesto del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale ai cittadini: 10 maggio 1945.

Inoltre GASPARE MORELLO insieme a tutti coloro che hanno lottato con il pensiero e con l’azione, persino con il sacrificio della propria vita, per l’affermazione dei valori democratici e repubblicani (libertà, indipendenza, uguaglianza, dignità della persona umana, solidarietà, istruzione e formazione, lavoro…), è di esempio per tutti.

Piccolo estratto dal libro

Gaspare Morello di Giuseppe Rossi

Citazioni dal libro di Giuseppe Rossi: “Gaspare Morello”

“Gaspare Morello è stato soprattutto un uomo “d’azione”: oggi diremmo un manager scolastico, un grande organizzatore, un animatore culturale e sociale, un autorevole e convinto educatore, un politico discreto, un promotore di iniziative socio-assistenziali; ma soprattutto è stato un “servitore” delle comunità in cui si è vissuto e di cui ho fatto parte.

(…) E quando Don Sturzo fonda il PPI, il 18 gennaio 1919, con il famoso appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, Gaspare Morello ne diventa un attivo primo segretario politico a Mazara su invito personale dello stesso Sturzo.

(…) Dopo l’8 settembre 1943 con l’annuncio ufficiale dell’armistizio del governo Badoglio con gli angloamericani anche l’anno scolastico 1943-1944 subisce un andamento irregolare, condizionato fortemente dalla situazione politica e militare.

Il Liceo Classico ne risente e le lezioni scolastiche si svolgono in modo irregolare a causa anche delle difficoltà che incontravano gli studenti dei paesi dell’entroterra fermano nel recarsi a scuola oltre che per paura dei bombardamenti.

Per opera di morello, il Liceo Classico diventa la sede di riunioni clandestine degli antifascisti fermani per preparare la successione politico-amministrativa al regime fascista.

Alle riunioni partecipavano, fra gli altri, Nicola Ciccolungo, ex-deputato del PPI e futuro sindaco e deputato all’assemblea costituente,  e poi senatore della Repubblica 1948, il Prof.Vittorio Girotti, il prof. Giuseppe Giammarco, che verrà nominato dal Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, primo sindaco di Fermo dopo la Liberazione (1944-46), il Dott. Benedetti, ispettore scolastico, il prof. Mario Santoro, insegnante di puericultura nel liceo, ricercato dalla polizia per le sue idee antifasciste.

Nell’Ottobre del 1943 si costituisce anche a Fermo Comitato di Liberazione Nazionale, alal cui Presidenza viene proprio chiamato Gaspare Morello, unico prete in Italia a dirigere un tale organismo.

Nello stesso mese, il giorno 5, Morello viene arrestato dai carabinieri e su intervento dell’Arcivescovo Norberto Perini, succeduto a Mons. Attuoni nel gennaio 1942, viene liberato due giorni dopo.

In qualità di Presidente del CLN teneva i collegamenti anche con molti sacerdoti delle parrocchie diocesano, in particolare con Don Roberto Massimiliani, parroco di San Gregorio a Fermo, con Don Tommaso Mariucci,  parroco di Santa Lucia, con Don Clario Pallotta, parroco di Porto San Giorgio, con Ugo Lattanzi, parroco di Campo Filone, con Padre Antonio Galli, padre di San Francesco a Fermo.

La presenza ed il ruolo del nuovo vescovo, Mons. Perini, nella diocesi fermana dopo l’8 settembre si fecero sentire nei confronti dei dirigenti locali del fascismo.

(…) Gaspare Morello è presente attivamente nella organizzazione della liberazione della città di Fermo dalla occupazione tedesca.

La liberazione avvenne il 20 Giugno 1944, con l’ingresso in città dei soldati del contingente polacco, guidato dal Gen. Bronislaw Duch”.

Rieti ricorda Bartolo Ciccardini

L’ON. BARTOLO CICCARDINI, SEGRETARIO NAZIONALE ANPC , SARA’ RICORDATO DOMENICA 29 P.V. ORE 12,15 NELLA CATTEDRALE DI RIETI.

PINO STRINATI- PRESIDENTE PROVINCIALE RIETI

Ricordo del sindaco di Rieti Petrangeli

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20 Giugno 1944

20 Giugno 1944,Pian d’Albero Figline (FI)

La notte tra il 19 e 20giugno 1944 i nazisti attaccano una casa colonica in cui si trovano giovani partigiani. Ha inizio un furibondo scontro a fuoco. Nel ritirarsi i nazisti incendiano la cascina e si trascinano dietro 18 partigiani. Giunti vicino ad Incisa, scelgono un campo isolato, dove, lungo un viottolo, ci sono18 ulivi subito destinati a forche per i giovani partigiani. lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

20 Giugno 1944,Pogallo Fondotoce Baveno

Val Grande Novara: Un rastrellamento effettuato da un una intera divisione tedesca (forza partigiana sopravvalutata) investe varie vallate dell’Ossola a partire dal 11 giugno. A Ponte Casletto, verso mezzogiorno, la situazione peggiora. I tedeschi costringono i partigiani ad arretrare, riescono ad attraversare la passerella dell’acqua e iniziano a salire verso Cicogna. Verso sera i partigiani del Valdossola (circa 280 uomini) con una cinquantina di prigionieri iniziano a salire verso Corte del Bosco. Le divergenze fra i comandanti delle tre unità partigiane e la scarsità di informazioni non permette un coordinamento per sganciarsi dai tedeschi, anche dopo il lancio previsto di armi e viveri da parte degli alleati. Gli aerei tedeschi sparano sugli uomini nascosti nel bosco intorno all’Alpe Brusà. Poi il tempo si guasta e la visibilità ridotta consente agli uomini di Muneghina di iniziare la marcia verso la Bocchetta di Terza per scendere in Val Cannobina. Sono solo 200 partigiani (un gruppo ha deciso di seguire Superti). Il tempo è pessimo e anche la situazione è drammatica, perché i tedeschi hanno raggiunto il fondovalle e la popolazione, terrorizzata, non aiuta i partigiani che non conoscono la zona. La colonna di Muneghina giunge presso Finero; a Pian di Sale incrocia i tedeschi: alle 3,30, inizia una tremenda battaglia. Alla fine, mentre il tempo si guasta di nuovo, Muneghina ordina agli uomini di disperdersi per meglio sottrarsi alla caccia nemica. Il gruppo che si era staccato dalla colonna nel vallone di Finero sta intanto cercando di rientrare in Val Grande, ma deve fare i conti con la presenza ormai massiccia dei tedeschi. Anche qui ci sono nemici: i partigiani si arrendono. Consegnati ai fascisti della Muti, verranno portati a Malesco, torturati e poi trasportati a Intra. E’ la fine per tutti i gruppi isolati. All’alba del 20 giugno gli uomini d Superti si rimettono in moto: la prima parte del percorso sotto le strette del Casè e Cima Pedum è massacrante, il terreno è impervio e privo di sentieri. C’è nebbia e questo impedisce ai tedeschi di vederli. Arrivano di nuovo all’Alpe Campo e poi nei pressi dell’Alpe Portaiola, dove si preparano per passare il torrente. Sono uomini stremati dalla fatica e dalla fame. Di colpo la nebbia si alza. I tedeschi piazzati all’Alpe Portaiola li vedono e iniziano a sparare. E’ una strage: non meno di trenta partigiani muoiono.I superstiti si disperdono alla disperata ricerca della salvezza. Anche a quelli della Giovine Italia non va meglio. Il 15 giugno la battaglia riprende tra la Colma e il Pian Cavallone. Gli attacchi dei tedeschi sono respinti per tre volte, poi dal campo sportivo di Intra inizieranno ad arrivare i colpi del mortaio da 149 e le sorti dello scontro cambieranno. All’arrivo della notte la battaglia è finita: i partigiani devono ritirarsi. Flaim si porterà al Pian Vadà per tenere i contatti con la Cesare Battisti; Guido e altri uomini, tra cui i feriti e i disarmati rientrano nel fondovalle per tenersi buoni per un’altra volta; Rolando con pochi altri salirà alla Marona per contrastare l’avanzata tedesca. Il bilancio del rastrellamento è tragico. Tra i partigiani si contano circa 300 morti. 150/160 sono caduti in combattimento; 150 sono stati eliminati tra il 17 e il 27 giugno dopo essere stati catturati. Le perdite del nemico sono valutabili in 200/250 morti e almeno altrettanti feriti. Ingenti danni sono stati provocati alle case, agli alpeggi e ai rifugi. Esecuzioni avvenute durante quei tragici giorni a sinistra.

16 giugno, ALPE FORNA’, 7 + 6 morti del 12 e 14 giugno 17 giugno, PIZZO MARONA, 11 morti + 10 di Aurano 18 giugno, FALMENTA, 4 morti 18 giugno, POGALLO, 18 morti 20 giugno, FONDOTOCE, 42 morti 21 giugno, BAVENO, 17 morti 22 giugno, ALPE CASAROLO, 11 morti 23 giugno, FINERO, 15 morti 27 giugno, BEURA-CARDEZZA, 9 morti

20 giugno1944, Fondotoce (ora Verbano).

Fucilati 42 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani e due morti per le torture. Dopo essere stati fatti sfilare con un cartello denigratorio vengono fucilati 43 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani, uno dei quali, colpito solo ad un braccio ma creduto morto, si salverà. Altri due erano morti per via delle torture durante gli interrogatori che precedettero la fucilazione. 

20giugno 1944,Livorno     50 civili prelevati da un gruppo di 1370 ostaggi, venivano fucilati.-

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