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Resistenza in Valnerina di POMPEO DE ANGELIS

Brevi lampi che illuminano l’atteggiamento del clero nei confronti del fascismo, durante il perdurare del regime, spiegano come e perché i cattolici parteciparono alla Resistenza in Valnerina a sostegno delle due principali formazioni partigiane armate: la brigata Gramsci e la Banda Melis.
Monsignor Vincenzo Migliorelli, vescovo di Norcia, condannò dal pulpito il delitto Matteotti e poi, nel 1926, rifiutò il suono delle campane e le funzioni religiose di ringraziamento per lo scampato attentato alla vita di Mussolini. I fascisti locali lo costrinsero con la violenza a rifugiarsi a Roma per vari anni. Una figura notevole di resistente fu il parroco di Monteleone di Spoleto, Don Enrico Ricci, che capitanò la protesta popolare per la decisione di staccare il suo paese dall’Umbria per annetterlo, con il Cicolano, alla costituenda Provincia di Rieti, nel 1927. Per questa dissidenza alcune persone di Monteleone di Spoleto furono condannate al confino. La Chiesa reagì mantenendo la zona espropriata dall’Umbria nella diocesi spoletina.
Nell’inverno del 1940, i parroci dei capoluoghi di comune furono interrogati dai comandi di stazione dei carabinieri per documentare l’opinione della gente circa una eventuale guerra, a fianco della Germania. Don Enrico Ricci ricostruì, nel 1975, il suo colloquio con il brigadiere di Monteleone.
Brigadiere: Chi non vuole la guerra?
Don Ricci: Non i padri di famiglia, i quali già ne hanno fatta una almeno –e contro i tedeschi- e perciò sanno di che si tratta. Non certo le madri di famiglia che non vogliono pericoli per i figli. Non le sorelle che oltre all’affetto ai fratelli temono di vedersi addossare le fatiche degli assenti. Non le fidanzate che hanno paura di vedere sfumate le belle speranze. Non i giovani che dovrebbero subirne le conseguenze più gravi e preferiscono la fatica vicino a casa alle pallottole che fischiano giorno e notte.
Brigadiere: Ma non tiene conto della gente che grida nelle piazze?
Don Ricci: E lei, brigadiere, l’ha vista la gente, sulla piazza di Monteleone, andare a gridare alla guerra? Sulle piazze a gridare guerra ci vanno gli anziani che mangiano al piatto del regime; ci vanno gli oziosi che aspettano impieghi inutili, e ci vanno anche gli studenti svogliati, che prevedono le promozioni facili, anche a scuola, per fatiche di guerra.
Brigadiere: Ma io non posso scrivere queste cose , perché il segretario politico scriverà tutto il contrario.
Don Ricci: Lei mi deve interrogare? Lo faccia. Io le risponderò e lei scriva le mie risposte, io le sottoscrivo e me assumo io, mica lei, la piena responsabilità. E sono certo che i parroci degli ottomila capoluoghi comunali d’Italia, nei quali incontriamo tutti i genitori e i figli, che ci rassomigliano e hanno scritta in faccia e formulata sulle labbra la medesima risposta, salvo forse qualche pazzoide, faranno tutti identica constatazione. Che i segretari politici scrivano diversamente anche contro la verità è molto probabile. Nel nostro caso locale, farebbe proprio meraviglia , anche a lei, se ci incontrassimo a dire le stesse cose.
Questo discorso è tratto dall’intervento di Don Ricci alla tavola rotonda che si tenne a Cascia nel 1975, intitolata : “Il territorio libero di Norcia e Cascia”, organizzata dalla Regione dell’Umbria per le celebrazioni del XXX della Liberazione in Umbria. POMPEO DE ANGELIS

Il 25 Aprile a Cremona

DISCORSO DEL 25 APRILE 2014 A CREMONA IN PIAZZA DUOMO.
(PROF. FRANCO VERDI, VICEPRESIDENTE ANPC CREMONA)

25 Aprile Cremona Oggi è festa, una grande festa. La festa è una giornata che sta nel ritmo del tempo, ma non solo: è giorno della gioia, del riposo, della relazione comunitaria. La festa non si vive da soli ma si celebra con i famigliari, gli amici, i compagni di vita e di destino, la comunità degli uomini. E noi siamo qui per celebrare e rivivere l’evento storico, la Liberazione, avvenuta 69 anni fa, dall’oppressione e dalla violenza nazifascista che aveva trascinato l’Italia, il nostro paese, in una guerra devastante e rovinosa.
La liberazione come processo storico è sempre figura biblica: un esodo da una dominazione oppressiva verso una terra promessa; un sofferto cammino di popolo attraverso il deserto e il mare rosso. C’è un Sinai con le tavole della Legge. E’ il processo storico che nasce nell’antifascismo politico, morale e civile e matura in una nuova coscienza spirituale e politica che genera la resistenza, entra nell’alveo della liberazione nazionale, nel processo costituente, nella costruzione democratica dell’Italia repubblicana che fin dall’inizio guarda all’orizzonte di un’Europa di Pace.
Siamo qui per celebrare e rivivere lo Spirito del 25 aprile.
Per questo siamo partiti dal luogo della memoria, il cimitero, con la messa, tavola del sacrificio, del memoriale e del pane condiviso, la corona di alloro alla gloria dei martiri, il raduno al tempietto di S.Luca, luogo sacro della memoria resistenziale col sacrificio di Barbieri, DeMarchi, Zelioli; il corteo per portare il credo di Libertà,di Giustizia e di Pace trale case e le vie della città per approdare qui, in questa splendida Piazza, sintesi mirabile di Bellezza artistica dove convergono la Casa di Dio, la Domus Dei, e la Casa degli uomini e dei cittadini, il Municipio, per fedeltà alla memoria storica nel tempo e oltre il Tempo, come simboleggia l’ottavo lato del Battistero.
Lo spirito del 25 aprile, non un ricordo sterile ma memoria operante, ravviva con noi e per noi la testimonianza dei martiri della libertà, diversi nelle storie e nelle narrazioni politiche ma uniti nei valori fondamentali e nell’ideale comune. Al cuore delle scelte, sofferte e dolorose fino all’estremo sacrificio, ci fu una reazione delle coscienze per la libertà e la dignità dell’uomo; radice umanistica, quindi, ed esperienza di gratuità come ci ha insegnato il prete e scrittore cremonese Luisito Bianchi, che vide e lesse nell’evento resistenziale il luogo della sua vocazione sacerdotale e di scrittore. Resistenza che si declinò in forme diverse per luoghi e circostanze; la resistenza attiva, con le armi in pugno; la resistenza silenziosa dei cittadini, della gente comune che soccorre feriti e fuggiaschi a rischio della vita; la resistenza dolorosa dei prigionieri nei campi di concentramento; la resistenza dei militari dell’esercito di liberazione nazionale. E vorrei soffermarmi su un capitolo poco studiato e poco citato; la resistenza delle donne con numeri impressionanti, come ha dimostrato l’ultima ricerca storica che nessun revisionismo potrà cancellare.
70mila iscritte ai gruppi di difesa – 35mila le partigiane combattenti – 4653 arrestate o torturate – 2900 fucilate o cadute in azione – 2750 deportate – 512 commissarie di guerra – 16 medaglie d’oro al v.m. – 17 medaglie d’argento al v.m.

Lo spirito del 25 aprile, oggi, guarda alla Costituzione non come mito intangibile ma come architrave di principi e valori – Persona Libertà Solidarietà – che costituiscono il fondamento culturale e spirituale del nostro popolo e un richiamo non retorico che costituisce ancor oggi sostanza cruciale di iniziativa e progetto politico. Penso alla questione del lavoro (art.1) al riconoscimento dei diritti dell’uomo (art.2) all’uguaglianza non formale davanti alla legge (art.3) al diritto d’asilo(art.10) al rifiuto della guerra (art.11)

Lo spirito del 25 aprile ci invita a difendere, proteggere, curare e alimentare la democrazia. Non solo regole, non solo procedure, ma sostanza nella promozione del Bene Comune, questo illustre sconosciuto, rispetto agli interessi personali e corporativi. Promuovere il Bene Comune, rompere la sfiducia, restituire anima etica alla politica, rifare il pavimento etico della società. Bene Comune riguarda essenzialmente la qualità della relazione tra le persone, quel panorama invisibile grazie al quale si può continuare a dire io senza dimenticarsi di noi. Questo discorso ci porta alla domanda fondamentale intorno alle condizioni di buona reciprocità che possono istituzionalizzare in senso politico la convivenza, Che cosa abbiamo in comune tra noi? L’incapacità di rispondere a tale domanda non corrisponde forse alla deriva atomistica e individualistica che sta rendendo biodegradabile anche la forma stessa della civitas? Il problema viene da lontano, d’accordo: dalla celebrazione tutta italiana del “particulare” fino allo scontro tra guelfi e ghibellini con tutta la serie interminabile di varianti interne. Oggi tuttavia si ha l’impressione di una regressione allarmante, di un divario che si aggrava, con la complicità di un populismo pseudopolitico che lo cavalca allegramente: il solco tra nord e Sud, tra italiani e stranieri, tra laicismo e fondamentalismi, tra politica e antipolitica. Per questo abbiamo bisogno di buone pratiche di reciprocità per rigenerare il tessuto più profondo del paese. La società politica certamente necessita di condizioni esterne che garantiscano la vita civile a cominciare da un’autentica partecipazione democratica che deve farsi carico di una costante manutenzione dello stato sociale. Ma prima ancora c’è bisogno di ritrovare e rigenerare i pilastri fondamentali della convivenza e tra questi vorrei indicare la vita e la pace dai quali dipende la possibilità di un’autentica promozione della comunità umana. Vita e Pace sono beni in sé e insieme condizioni inclusive che aiutano a edificare il profilo comune di bene. Per questo non possono essere lottizzati politicamente né ridotti a vessilli ideologici di parte, la vita a destra, la pace a sinistra. Non si può essere in guerra con la vita, non si può lasciar morire la pace.

E infine lo spirito del 25 aprile promuove l’Europa. Dobbiamo riconoscere che è stato fatto troppo poco per formare una coscienza europea e dare forma politica. Dobbiamo riattingere al Manifesto Europeista del 1947 (Sartre, Simon de Beauvoir, Camus, Senghor, Mounier) con l’idea di Europa Ideale, centro d’irradiazione di umanesimo egualitario, alternativo al modello sovietico e all’onnipotenza dell’economia di mercato, e insieme legittimazione federalista perchè come disse Ortega y Gassett con immagine efficace: “Europa è in effetti sciame, molte api e un unico volo”. O come disse profeticamente Robert Schuman: “L’unità d’Europa non sarà fatta prevalentemente da istituzioni europee ma seguirà il cammino degli spiriti”.
Spetta a noi in conclusione coniugare i verbi chiave, custodire e innovare.
Consapevoli dei valori e di una grande storia di libertà che ci è stata consegnata. Consapevoli per costruire futuro, dare certezze, affrontare e risolvere le grandi questioni che riguardano i giovani (Scuola Lavoro)
Dobbiamo ricordare con reverenza, riconoscenza e rispetto chi è caduto per la nostra libertà e con orgoglio perchè ci sentiamo loro eredi cosi come dobbiamo aspirare alla riconoscenza delle generazioni future. Questo e solo questo per continuare a celebrare la Festa del 25 aprile, a esserne degni, e poter gridare, in piedi, con sguardo limpido e cuore ardente, viva il 25 aprile, viva la Resistenza, viva la Costituzione, viva la Repubblica, viva l’Italia.
Cremona, 25 aprile 2014
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI
CRISTIANI DI CREMONA

18 Maggio 1944, Roma

Grazie all’assalto dei polacchi del generale Anders, Montecassino viene conquistata.

17 Maggio 1944, Roma

Partigiani travestiti da poliziotti tedeschi bloccano il camion sul quale si trovano venti militi della PAI, plotone di esecuzione predisposto per la fucilazione di sette partigiani della banda “Tommaso Moro” di Bandiera Rossa. Catturati e legati in un fossato i militi, i partigiani indossano le loro divise e si indirizzano a Forte Bravetta. Correndo grandi rischi, entrati nel forte fingono di schierarsi come plotone d’esecuzione, ma dopo che il prete ha dato l’ultima benedizione ai condannati, quando ricevono l’ordine di procedere all’esecuzione sparano sui tedeschi e sui fascisti. Liberati i 7 condannati, fuggono sul camion, a tutto gas sull’Aurelia, per raggiungere nascondigli sicuri a Cerveteri. A condurre l’azione Vincenzo Guarniera, nome di battaglia “Tommaso Moro”. Il generale Alexander lo decora con la “Bronze Star Medal”e lo definisce: “uno dei primi uomini della Va Armata”.
La Gestapo cattura il tenente colonnello Luigi Cano e il maggiore Bianconi del FCMR. Incappati in un rastrellamento, i partigiani Paolo Rugliani e Aldo Romeo della formazione “Quarticciolo-Gordiani”, vengono catturati dai tedeschi e fucilati ad Ardea.

16 Maggio 1944, Roma

A Porta Furba viene arrestato dai repubblichini Giovanni Mantioni, capo settore “Matteotti” del Quadraro. L’intervento dei partigiani lo libera.
Ferito, viene arrestato Riccardo Antonelli, esponente socialista della Resistenza. Viene portato a via Tasso.

15 Maggio 1944, Roma

Viene dato l’ordine di evacuare immediatamente Castelgandolfo. La polizia tedesca nel corso delle operazioni di evacuazione effettua un rastrellamento.

13 Maggio 1944, Roma

Gappisti dell’VIIIa Zona compiono azioni di sabotaggio all’aeroporto di Centocelle. Viene ferito Vincenzo Del Zotti.

12 Maggio 1944, Roma

5 persone vestite con divise tedesche vengono catturate dai militari. 4 di loro sono immediatamente fucilate.

11 Maggio 1944, Roma

Partigiani della Banda Rossi si scontrano con una pattuglia tedesca sulla via Casilina.
Al Tiburtino III attacco a tre camion tedeschi.
Il governatore di Roma, Giovanni Orgera, impone a tutti i dipendenti del Comune il giuramento di fedeltà alla Repubblica Sociale di Mussolini. Solo l’8 per cento dei dipendenti presta giuramento.
Alle ore 23,00 gli Alleati danno inizio all’operazione “Diadem”, all’avanzata verso Roma, su tre fronti. Sul fronte di Cassino schierano 2.400 pezzi di artiglieria.

9 Maggio 1944 – Venanzio Gabriotti, Medaglia d’oro della Resistenza

Venanzio GabriottiVenanzio Gabriotti, fulgido esempio dell’antifascismo umbro, segretario del Partito Popolare della Città di castello e Segretario Provinciale della DC perugina.

Pluridecorato e grande invalido della Guerra 1915-18, Venanzio Gabriotti è sicuramente la figura più importante  di cattolico oppositore al regime fascista e poi martire della resistenza partigiana in Umbria

Fu condannato a morte dal comando tedesco di Città di Castello, la cittadina dove viveva e operava.

Poteva  commutare la sua condanna con una deportazione in Germania, ma a questa possibilità si opposero i  fascisti repubblichini locali  che reclamarono la sua immediata  fucilazione che  ebbe luogo poi nel greto dello Scatorbia il 9 maggio 1944.

A lui fu concessa la medaglia d’oro della Resistenza e rimane nel ricordo dei tanti che, come lui si opposero al fascismo fin dal suo sorgere, un esempio di  coraggio ed eroismo. Profondo cattolico partecipò  nel 1919 alla fondazione  del Partito popolare a Perugia e rimase con l’amico Gaetano Salciarini come uno dei più attivi seguaci di don Sturzo, tanto che fu l’ultimo segretario della sezione di Città di Castello del Partito Popolare prima del suo scioglimento. E fu questa probabilmente la ragione per cui nel breve periodo che va dalla caduta del fascismo all’armistizio fu designato come segretario provinciale della costituenda DC.

E proprio Salciarini, altra grande figura dell’antifascismo cattolico  perugino, lo ricorda come un uomo  generoso  e di una bontà senza limiti  e a conferma di questa sua umiltà riporta un episodio che accadde  alla vigilia della sua fucilazione nella cella che condivideva con un altro perseguitato. Costuì gli disse” Se fucileranno a lei il sangue dovrebbe scorrere a fiumi”. E Gabriotti rispose “Guai sarebbe il più grande dispiacere che mi potreste dare.”

Alla caduta del fascismo, la sera del 26 luglio pubblicò un giornale, “ Rinascita” dove, oltre ad esprimere la sua gioia per la fine del fascismo, lanciò un grande appello  rivolto a tutti per  l’unità e la solidarietà nazionale e, richiamandosi alla  realtà del momento, invitò alla ricostruzione delle cose e degli spiriti. Per aver pubblicato quel giornale senza la dovuta autorizzazione  fu arrestato e trascorse due giorni in carcere.  Nei giorni successivi, secondo il suo animo di grande cattolico, si adoperò molto per la pacificazione degli animi e per impedire, possibili violenze  e vendette contro i fascisti

Dopo l’8  settembre ai giovani che si rivolgevano a lui  indicava la strada di montagna nelle zone di Monte Bello e di Morra. Sempre con Salciarini partecipò attivamente alla formazione delle squadre partigiane che si formarono nel zona di Morena, Gubbio, Città di Castello, Umbertide, brigate che poi confluirono nella famosa brigata San Faustino. Raccolse fondi per la resistenza e per  l’acquisto di materiale  per una tipografia clandestina da installare a Pietralunga e per l’acquisto di armi per i partigiani. Non ebbe posizioni di comando, ma tanto si dette da fare per organizzare uno stabile collegamento con le brigate partigiane, in particolare la San Faustino. Fra le sue visite nelle zone partigiane, non mancò ai festeggiamenti del 1° maggio  a Pietralunga considerata “ Zona linera”

Disse in quella occasione a Don Pompili Mandrelli, parroco in quelle zone “ sono venuto a portarvi un po’ di tricolore in mezzo a tanto rosso”

Era tenuto d’occhio dai repubblichini , ma lui sembrò non curarsi  di questo pericolo e continuò a girare fra le bande partigiane, finchè non venne arrestato. Negò di essere il presidente del locale Comitato di liberazione, ma non potè negare di aver avuto contatti con Pierangeli, il comandante della brigata San Faustino. Questo bastò per la condanna a morte. E non furono tanto i tedeschi ad accanirsi contro lui, quanto i  repubblichini che si scagliarono contro il Vescovo che era andato a

al Comando tedesco per intercedere in suo favore . Gli ufficiali fascisti, presenti al colloquio, si rivolsero malamente al vescovo dicendogli : “Non si occupi di queste cose; E’ ora di finirla: E’ il nostro nemico. Lui ci vuole morti: Vogliamo che muoia , deve morire”.

Era un uomo stimato da tutti gli antifascisti.  I socialisti nel loro giornale,  “ La Rivendicazione,”alla fine della guerra,  misero Gabriotti fra i grandi Martiri antifascisti, Matteotti, Amendola, Gobetti e Gramsci e  Ferdinando Rosi Cappellani del partito d’Azione scrisse “ E’ un uomo che gettò la sua anima nella lotta contro gli oppressori di ogni libertà”.

Pino Ferrarini

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