ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “aprile, 2014”

13 aprile 1944

13 Aprile Roma

Viene arrestato Bruno Buozzi. Dirigente sindacale socialista, era più volte sfuggito alla cattura. Imprigionato a via Tasso, la sua vera identità[1] venne riconosciuta grazie ad una spia. Ucciso alla Storta, sulla Via Cassia, con altri 12 compagni il 4 giugno 1944, dai nazisti in fuga.

In via Anapo viene ucciso Tombesi, ufficiale fascista dei militi ferroviari.

[1] Buozzi celava la sua vera identità sotto il nome di Mario Alberti.

13 Aprile 1944, Vallucciole di Stia (AR)

Per meglio predisporre l’azione dj rastrellamento, i tedeschi cercavano di localizzare le formazioni partigiane eventualmente presenti nella zona e, a tale scopo, oltre a raccogliere informazioni dalle autorità fasciste mandavano in avanscoperta nuclei di esploratori per segnare gli itinerari e gli obiettivi delle stragi. Fu appunto uno di questi nuclei, composto da 3 SS travestite da partigiani che, il pomeriggio del 12 aprile 1944, viaggiando a bordo di un’auto civile venne intercettato in località Molin di Bucchio (presso Stia) da una squadra della “Faliero Pucci” scesa a rifornirsi di farina. Ingaggiato il combattimento, due dei tedeschi vennero uccisi sul posto, ma il terzo riuscì a fuggire gettandosi nella boscaglia. I! Comando tedesco non tardò a sfruttare quel pretesto per scatenare l’attacco cercando di farlo apparire una già di per sé mostruosa rappresaglia: all’alba de! 13 aprile reparti tedeschi e italiani(divisione Hermann Goering2. e 4. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG e militi della GNR), già pronti da alcuni giorni, investirono la zona di Stia, compiendovi una terrificante strage con epicentro a Vallucciole, ma poi estesasi a Stia, a il Castagno (San Godenzo) e in tutte le località circostanti. 122 persone massacrate.- Saccheggiate numerose abitazioni.- Incendiate case per rappresaglia all’uccisione di 2 elementi delle forze armate tedesche vestiti in abiti civili.-

 

13 Aprile 1944, Monte Falterona(FI)

7 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG

13 Aprile 1944 Monte Falterona, Badia a Prataglia(AR)

4 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG

13 Aprile 1944 Monte Falterona, Castagno d’Andrea(FI)

7 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG

13 Aprile 1944, Monte Falterona, Moscaio(AR)

8 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG.

13 Aprile 1944, Monte Falterona, Partina (AR)

29 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG.

13 Aprile 1944Bibbiena(Arezzo):

Reparti di SS di passaggio distruggono totalmente il villaggio dopo averlo saccheggiato. Raccolgono poi tutti gli uomini validi e ne massacrano 29 a raffiche di mitra.

13 APRILE 1944 MONTEFALCO:

dopo essere stati condannati da un Tribunale Militare di guerra, vengono fucilati da un battaglione della RSI due giovani di soli 19 anni in quanto accusati di renitenza alla leva.

13 APRILE 1944 CALVI:

sedici persone vengono prima seviziate e poi fucilate perché accusate di essere antitedesche, dalle S.S. con la collaborazione di fascisti

 

12 Aprile 1944

La brigata Manni viene rastrellata dai tedeschi, nella mattina del 12 aprile. Il battaglione delle SS attacca Monte San Pancrazio da tre lati: da Vasciano, da Configni e da Calvi. L’operazione è battezzata “Osterei”, “Uovo di Pasqua” ed è la coda dei massacri della Settimana Santa a Leonessa, a Cascia e sul Monte Tancia. Bartolucci decide di affrontare il nemico nell’illusione, tra le sue montagne, di poter respingere il nemico. I partigiani resistono , finché l’accerchiamento si restringe con loro in mezzo. A quel punto tre uomini si fermano per coprire la ritirata e gli altri trovano scampo sulle montagne di Stroncone. I tre, Vincenzo Mauri, Umberto Bettini, e Geroge Blacket ( un americano) rimasti sul posto con una mitragliatrice, vengono sopraffatti e finiti a colpi di pistola. La roccaforte dei partigiani è distrutta con i lanciafiamme.

Mario Rebosio, Bollate, 183^ Brigata Garibaldi

NOTA STORICA: LA BRIGATA GARIBALDI

 

Le brigate d’assalto “Garibaldi”, durante la Resistenza Italiana, furono delle brigate partigiane legate prevalentemente al Partito Comunista Italiano, ma in cui militavano anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente del Partito Socialista Italiano e più raramente del Partito d’Azione o della Democrazia Cristiana.

Il modello organizzativo venne strutturato dalla direzione del PCI.

Il termine “brigata” non fu casuale: era il superamento della “banda”: brigata stava ad indicare un legame organizzativo di tipo militare tradizionale, di dipendenza tra le unità operative ed i livelli superiori e, nello specifico, politici.

Le dimensioni delle brigate variavano dal contesto operativo. La struttura impostata dal PCI richiedeva, oltre ad un comandante militare, un commissario politico; questa struttura era replicata anche nelle squadre, i battaglioni e gli altri sotto-raggruppamenti.

Nonostante la filiazione abbastanza diretta dal PCI, le Brigate Garibaldi annoverarono capi di enorme caratura che non erano militanti comunisti, quali ad esempio il cattolico ed apolitico Aldo Gastaldi, l’apolitico Mario Musolesi, l’anarchico Emilio Canzi.

Queste situazioni interne portarono anche a diatribe e fratture che però non diminuirono la comune volontà di lotta antifascista e la relativa applicazione in combattimento. Le personalità citate come esempio erano dotate di forte carisma personale, capacità di coesione con la brigata ed indubbio valore militare e quindi preferivano combattere in una organizzazione efficiente, anche se non condividevano gli ideali comunisti, piuttosto che disperdersi a dirigere bande di scarsa efficienza in zone in cui la loro personale ideologia politica non era così fortemente estesa.

Associati alle Brigate Garibaldi vi erano i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), che nelle città operavano azioni di sabotaggio ed attentati contro gli occupanti nazifascisti. In totale esse rappresentavano circa l’80% delle forze di Resistenza partigiana. (http://it.wikipedia.org/wiki/Brigate_Garibaldi)

 

Da un colloquio con Anna Rebosio, figlia di Mario, (Classe 1933)

 

Erano tre fratelli: Materno, classe 1898; Mario, classe 1902 e Isidoro, classe 1914.

Nel 1930 Mario faceva il muratore e partecipò alla costruzione delle villette di via Gramsci in qualità di muratore con un’impresa che, fallendo, non pagò i lavoratori a fine opera.

La figlia ricorda che un giorno lo videro tornare a casa con delle assi da ponte utilizzate per le impalcature e rimaste abbandonate dagli imprenditori che costruirono le Case del Fascio. (1)

Abitava in via Pontida al 21, vicino al cosiddetto secondo ponte sul fiume Pudiga, (ponte che esisteva quando il fiume non era stato ancora coperto e che serviva ad attraversare il corso d’acqua per raggiungere la frazione di Castellazzo percorrendo via Origona).

Abitavano tutti in una piccola casa ora ristrutturata ed ampliata, mentre nella frazione di Traversagna, alla cascina San Pietro, abitava la mamma di Mario Rebosio, Giovanna Radice.

A guerra finita i fratelli, andarono a vivere, ciascuno con la propria famiglia, nella casa di Mario, a Bollate.

Si tratta di una casa piena di ricordi e di tracce di quei venti mesi. Un luogo che è servito durante il periodo della Resistenza ed anche nei mesi seguenti quale deposito di armi e munizioni.

Materiale talmente numeroso che al momento in cui furono abbattuti alcuni muri per apportare alcune modifiche all’edificio, si temette addirittura di ritrovarlo nelle intercapedini dov’era stato nascosto per occultarlo alla polizia fascista.

Fino a questo punto arrivò Mario: a coinvolgere tutta quanta la sua famiglia alla lotta partigiana.

La figlia Anna ricorda ancora, con pena, quando da piccola era costretta a stare seduta a lungo sulla seggiolina ed obbligata a fare da vedetta, per avvisare dell’improvviso arrivo di Fascisti o sconosciuti le cui visite, a quei tempi, erano davvero frequenti.

E la richiesta del padre, arrivava anche al punto di farla rinunciare a soddisfare i propri bisogni fisiologici, perché…“ne andava della vita di tutti loro!“

Ricorda ancora quando lei e le sorelle, dovevano alzarsi alle cinque del mattino per andare a piedi fino a Traversagna.

Percorrevano la massicciata della ferrovia sino all’attuale stazione FNM Serenella.

Arrivate all’altezza del laghetto, vicino al luogo dove oggi sorge un ristorante, consegnavano ad altri Partigiani volantini e comunicati con l’avvertimento che avrebbero dovuto inghiottire quei fogli in caso di pericolo, affinché non ne rimanesse alcuna traccia.

Al pensiero di quanta carta abbia dovuto trangugiare, Anna mi dichiara di avvertire ancora la nausea per la tanta ingerita!

Un altro ricordo che la figlia mi comunica è questo: la moglie di Mario, incinta di un figlio maschio, fu malmenata dai fascisti giunti nella sua abitazione alla ricerca di armi e munizioni che pensavano fossero lì nascoste. A causa di ciò perse il bambino che aspettava e quel bimbo perduto lasciò un profondo turbamento in Mario. Egli allevò le figlie, tutte femmine, insegnando autoritariamente loro anche l’arte del muratore, tant’è che Anna sa ancora oggi lavorare con la cazzuola ed il cemento per fare qualche riparazione in casa.

Mario Rebosio fu uno di quei Bollatesi che si diede davvero anima e corpo alla causa della Lotta di Liberazione.

Egli fu il comandante del 1° distaccamento di Bollate della 183^ Brigata Garibaldi.

Le azioni descritte nel suo diario che la signora Anna mi ha consegnato sono riportate di seguito dall’originale dattiloscritto.

Ma oltre ai fatti raccontati si devono ricordare sia la sua onestà ed il disinteresse con cui ha compiuto assalti, boicottaggi, ma anche diverse azioni umanitarie.

Il coraggio con cui proteggeva i più giovani ed inesperti, come i fratelli Genovese.

Angelo Genovese ha aggiunto in appendice una pagina a testimonianza di quei fatti che lo hanno visto coinvolto con il fratello Eugenio.

Benché molto impegnato nell’attività partigiana, Mario doveva comunque mantenere la sua famiglia, ma non avendo un lavoro fisso, prestava saltuariamente la sua opera di muratore.

Il 25 Aprile se non ci fosse stato il signor Giannino Vaghi, salumiere in via Roma angolo ex P.zza della Vittoria (ora San Francesco), che portò del cibo a casa Rebosio, la famiglia sarebbe stata senza cibo per oltre due giorni, poiché non si sapeva dove fosse il capofamiglia, impegnato com’era, quale Comandante dei Partigiani…a “terminare il lavoro!“

Quale ex muratore, a Liberazione compiuta, chiese un impiego al Sindaco, ma anche per lui, come per altri che avevano combattuto per la Resistenza, il posto non fu trovato.

Dovette quindi emigrare e rimase in Francia, a Lione, a lavorare alle dighe del Rodano per tre anni; avrebbe voluto portare con sé la famiglia, ma poiché ciò non fu possibile in quanto non ottenne il permesso per il ricongiungimento, fece ritorno a Bollate andando a lavorare presso l’impresa di costruzioni Tenconi.

Attivo fu anche il suo coinvolgimento nel sociale, poiché si dedicò al Segretariato del Popolo nelle ACLI bollatesi – quello che oggi si chiama Patronato -, (2) aiutando i lavoratori nell’ottenimento della pensione e di vari sussidi sociali.

In una Bollate disordinata, caotica e turbolenta, specialmente nel periodo immediatamente seguente la Liberazione, Mario Rebosio collaborò assai attivamente con il Maresciallo Baldo. (3)

Aveva ricevuto la tessera del PCI, ma la restituì perché non condivideva i metodi e gli ideali di quel partito, come lui stesso ha scritto nell’incipit del suo racconto.

Ebbe due infarti, si ammalò gravemente e per dieci anni dovette convivere con una metastasi che lo colpì al volto.

Morì a 70 anni senza alcun riconoscimento pubblico.

 

 

Trascrizione del testo dattiloscritto di Mario Rebosio

consegnatomi dalla figlia Anna

 

 

PREMESSA

Benché comandante di un distaccamento partigiano garibaldino, non fui mai comunista, perciò il mio compito fu molto arduo verso i miei superiori tutti comunisti.

Solo il Comandante la Brigata Tito, mi teneva in considerazione per il mio modo di agire.

Il motivo per cui divenni partigiano sta nel fatto che non essendo iscritto al partito fascista, questi mi segnarono sul libro nero, partendo dal 1931, per tutta la durata del fascismo.

Per dodici anni feci una vita di stenti e fame, mi rovinarono la mia carriera di lavoro, impedendomi di proseguire negli studi che avevo intrapresi, non concedendomi più alcun nullaosta di lavoro.

Uno di questi fu il defunto Carlo Rosa, Collocatore di mano d’opera di Bollate.

 

 

BIOGRAFIA DELL’8 SETTEMBRE 1943 CON DATE APPROSSIMATIVE

 

 

8 settembre 1943

Lo sfacelo dell’esercito italiano segnò l’ora di partenza da me tanto attesa.

 

9 settembre 1943

Mi impossessai dei primi sei moschetti del corpo di guardia militare di stanza alle scuole di Bollate. In possesso di queste poche armi, sentii in me che gli uomini non potevano più fermarmi; solo la mano di Dio poteva farlo.

Per tutto il 1943 pensai a reclutare clandestinamente uomini, formandone una squadra di sei. Questo compito di reclutamento fu molto arduo e protraendosi sino al 1945, portai gli effettivi a sedici.

Varie volte corsi il rischio di essere denunciato ai nazi-fascisti, ma con il modo di agire con prudenza e anche con minacce, raggiunsi il mio scopo.

 

Gennaio 1944

Incominciai a disturbare i fascisti con qualche azione di disarmo sulle strade ove non ero conosciuto. Avevo bisogno di armi e munizioni, che in seguito nascondevo nella doppia parete del rifugio antiaereo da me costruito nel mio orto. Per potere mantenere in efficienza queste armi, fummo costretti a prelevare senza pagarlo mezzo fusto di grasso dalla raffineria Marelli.

Continuai questi disarmi per tutto il periodo clandestino, accumulando un quantitativo di materiale abbastanza per equipaggiare sessanta uomini,e, in caso di emergenza, potevo resistere per tre giorni.

Giorno dell’Ascensione 1944 – ore 15

Tagliai la linea telefonica tedesca asportandone i fili. Il Comando tedesco il giorno seguente la riassetta, e per rappresaglia (di poco conto) fa montare la guardia ai cittadini di Bollate, dandone incarico al Comune di invitarli al loro compito procedendo per ordine alfabetico.

Venni a conoscenza che gli esercenti di Bollate, non montavano di guardia al loro turno, ma pagavano dei disgraziati per sostituirli.

Questo a me non garbava, ma non potevo pronunciarmi, dato che il popolo mi era contrario.

 

15 giorni dopo Corpus Domini – ore 21

Tagliai i fili all’altezza del giuoco delle bocce del circolo Nuova Luce, una persona mi riconobbe, questa è il defunto sig. Valadé addetto alla vendita di carbone della Cooperativa di Consumo.

Non persi tempo e lo minacciai di morte qualora mi avesse tradito. Seppe, infatti, tenere il segreto.

Il giorno dopo feci pervenire un biglietto al Comandante tedesco (il quale si recava tutti i giorni in Comune) avvertendolo di far sospendere la guardia alle linee lasciando in pace i Cittadini di Bollate, con mio impegno a non più disturbarlo; in caso contrario io avrei tagliato i fili in Piazza Municipio e facilmente avrebbe potuto fare qualche brutto incontro.

Questo biglietto fu Bellotti che lo consegnò al Comandante tedesco, lo stesso Comandante diede ordine di sospendere la guardia in attera del mio impegno, che mantenni.

 

Giugno 1944

Mi collegai con la 3a G.A.P. Di Milano e la 11a S.A.P.

 

1 Luglio 1944

A Bollate Vincenzo Attimo che comandava il G.U.I. (Gruppo Unitario Irredentista) venne arrestato con Riccardi. Dopo due giorni arrestai pure i Fratelli Eugenio ed Angelo Genovese, facenti parte a detto gruppo, ma in seguito vennero rilasciati con ammonimento previo l’arresto definitivo.

Venuto a conoscenza dei fatti, consigliai i Genovese a lasciare immediatamente il paese per un luogo più sicuro.

Alle ore 23 dello stesso giorno, mentre vigeva il coprifuoco, mi recai all’abitazione dei genitori di Riccardi per chiedere precise informazioni ove si trovava al momento il figlio, per prendere una decisione sul da farsi.

Purtroppo dopo varie scampanellate di richiamo, nessuno mi aprì (forse temevano il peggio) ed io fui costretto ad allontanarmi per il sopraggiungere della ronda fascista.

Attimo e Riccardi furono inviati a San Vittore e mandati in Germania ove non fecero più ritorno.

I Genovese al ritorno della loro forzata campagna, entrarono a far parte della Brigata del Popolo. Nei giorno dell’insurrezione mi furono molto vicini ed utili.

Benché appartenenti alla Brigata del Popolo, preferirono stare con me.

 

Luglio 1944

Incomincia la sorveglianza per poter eliminare il comandante la G.N.R., prof Celio detto Occhiobello, essendo lui il responsabile delle infami denunce degli sbandati ed attivisti al movimento Partigiano.

 

Agosto 1944

Azione notturna in sei al sanatorio di Garbagnate, fortunatamente fallita.

 

Agosto 44

Azione notturna in tre a Palazzo Sormanni di Castellazzo abitato dai tedeschi; bottino: tre sacchi di medicinali e ferri chirurgici. Materiale che avrebbe dovuto servire ai Partigiani.

La persona che prese in consegna detto materiale, se ne servì vendendolo per proprio conto, come si appropriò di somme di denaro raccolte per l’aiuto ai Partigiani.

 

Settembre 1944

Feci parte ad una azione a fuoco a Milano con la 3a G.A.P. , riuscita bene.

 

Ottobre 1944

Nel corso di un’azione per disarmo presso Varedo, un fascista opponendo resistenza, trovò la morte

 

Ottobre 1944

Passai alla 183a Brigata Garibaldi con la nomina di Comandante del primo distaccamento.

 

Novembre 1944

Creai un secondo occultamento di armi per maggior sicurezza

 

Dicembre 1944

Subii una perquisizione all’abitazione, con esito negativo.

Dopo la smobilitazione, seppi da un ex appartenente alla G.N.R., che partecipò alla perquisizione, che ciò era avvenuto in seguito ad una denuncia di un funzionario del Comune.

 

Dicembre 1944

Consegnai al Comando della Brigata i due schizzi richiesti, riguardanti la polveriera di Ceriano Laghetto e della Leon Beaux, con un mio ordine di bombardare solo nei giorni di sabato pomeriggio e domenica, per evitare vittime fra gli operai.

 

 

Natale 1944

 

Due giorni prima mi venne comunicato che il giorno 25 verso mezzogiorno, avrebbero effettuato un massiccio Bombardamento a Ceriano e che per ogni eventualità avrei dovuto essere presente con diversi uomini.

All’ora stabilita andammo sul posto; incominciò il bombardamento che si protrasse per quasi due ore, ma io dovetti ritirarmi prima della fine, perché notai che due persone ( una era una donna ) a me sconosciute mi osservavano con insistenza.

Riferendo la cosa al Comandante e dandogli i connotati, delle due persone, mi disse di stare in guardia, avendo quasi la certezza che fossero spie dei tedeschi.

In seguito ne ebbi la conferma.

Dopo pochi giorni mi pervenne un ordine perentorio dal Comando di Brigata con il quale mi si informava che le due persone in proposito erano il padre e la moglie di Ianetti Giovanni, con nome di battaglia Arconati, impiegato di banca, sfollato a Castellazzo con la famiglia, spia dei tedeschi, che già aveva fatto fucilare varie persone e mandato molte in Germania.

L’ordine diceva: “A te che lo conosci adottare tutti i mezzi per eliminarlo. F.to TITO“.

Mi misi subito all’opera.

Venni a sapere che non veniva più a Castellazzo, ma erano la moglie od il padre che andavano tutti i giorni sul treno da Castellazzo a Milano per più di dieci giorni, pedinando la moglie.

Finalmente riuscii ad individuarla e seguirla, ma all’uscita della Stazione di Milano qualcuno mi invitò al Commissariato. Creai confusione e nella ressa riuscii a fuggire, raggiungendo la Signora che pedinavo in Piazza Cairoli. Prese il tram N.9 per la Bovisa ( io la seguii sempre ) scese alla fermata del capolinea e si diresse in una via laterale, entrando in una porta.

Mi appostai in un portone a circa trenta metri, attesi dieci minuti ed ecco arrivare il mio uomo dal lato opposto.

Quando fu quasi vicino alla porta dove era entrata poco prima la moglie, sparai due volte; mancai il colpo. Dopo di che scappai e attraversando le campagne arrivai a casa.

Se mi sono dilungato troppo in questa azione andata male e solo perché questo uomo è stato la causa di molti lutti avvenuti a Bollate.

 

28 gennaio 1945

Bombardamento e mitragliamento del treno a Bollate ( Vignetta ) dove trovarono la morte più di cento persone.

“Arconati”, venendo a conoscenza del progetto partigiano ( non si sa come ) di far bombardare il treno tedesco che doveva transitare a quell’ora, fece fermare a Saronno il treno tedesco facendo partire quello operaio. Da qui la catastrofe.

 

Febbraio 1945

Ricerche continue e saltuarie di Arconati sino in aprile coronate da successo a Monza.

Marzo 1945

Fallito tentativo sulla Varesina di catturare il portaordini dei tedeschi di stanza a Valera, per mitragliamento aereo i quali ci indirizzarono parecchie raffiche.

In quel mitragliamento fu il sig. Guzzetti di Baranzate che ci rimise cavalli, carro e patate.

 

Fine marzo 1945

A Santa Maria Rossa cadi in una imboscata di fascisti, due miei compagni riuscirono a fuggire, io fui bloccato.

Siccome erano più di una quarantina trovai inutile far uso delle armi; fra questi si trovava Boscani figlio, il quale conoscendomi, mi si avvicinò e prendendomi amichevolmente per una braccio, rivolgendosi agli altri disse. ” Lui non sa nulla, lo conosco io”. Nel lasciarmi andare Boscani mi sussurrò: ” Spero che terrai conto di questo al prossimo incontro” ; ed io risposi: ” Ti do la mia parola”.

Parola che mantenni evitandogli la fucilazione, non solo a lui, ma anche a suo padre.

 

Primi aprile 1945

La spia Arconati fu localizzata a Monza. L’attendemmo con una macchina all’uscita della caserma presieduta dai tedeschi: quando usci, lo seguimmo e dopo una cinquantina di metri lo costringemmo a salire in macchina. All’indomani dopo l’interrogatorio è stato fucilato. Della moglie e del padre io non seppi più nulla.

Mi rifiutai di far saltare la polveriera del Calogero per motivi pericolosi ed inutili.

 

20 aprile 1945

Con un falso fonogramma facemmo partire al completo la Brigata nera di Bollate per Legnano, ove risiedeva il suo Comando.

 

Ore 24

Poco prima di Legnano caddero nell’imboscata tesagli dai miei compagni del 4° distaccamento, catturandoli tutti (16) senza ferire alcuno.

 

24 Aprile 1945 mattino. Insurrezione.

Reclutai tutti gli uomini disponibili. L’ordine fu di raggiungere il comando a Uboldo con tutti gli uomini per le ore 16.

Il sig. Mazza mi diede un camion, la V.I.B.A. un altro.

Nel pomeriggio radunai tutto e tutti a casa mia.

Distribuii armi e munizioni ai 27 presenti.

Un camion lo feci partire per Lainate con 13 uomini per entrare a Uboldo dal lato opposto al mio.

Io con altri tredici percorremmo la strada Varesina, inseguendo tre automezzi tedeschi che creavano dei disturbi strada facendo. Li raggiunsi a Caronno, ove erano fermi ostacolati da parecchi partigiani, apprestai l’accerchiamento e li attaccai. Io mi trovai al centro ed allo scoperto.

Un ufficiale tedesco, nascosto nell’erba, sparò su di me i nove colpi della sua pistola senza colpirmi; individuandolo, a mia volta feci fuoco e lo colpii al polso della mano destra. Si arrese e lo esortai a camminare avanti a me puntandogli la pistola alla schiena, costringendo poi i suoi uomini alla resa.

Il bilancio fu di sei feriti tedeschi, uno morto, quattro feriti borghesi, e 42 prigionieri con tre camion ed armi.

Portai via le armi a lasciai tutto il resto in consegna ai partigiani del posto, partii, quindi, per raggiungere il Comando; mentre l’altra squadra, preoccupata del mio ritardo, stava venendo in mio aiuto.

 

24 Aprile – ore 22

Rientrai a Bollate con 34 uomini ( parecchi mi avevano raggiunto separatamente a Uboldo ) e presi possesso delle scuole e caserma installandovi il quartiere.

 

25 Aprile

Scaramucce e rastrellamento dei tedeschi sbandati e fascisti.

 

26 Aprile

Cattura di tedeschi con tre automezzi e parecchio materiale a Vialba

 

27 Aprile

Affluirono al quartiere molti volontari

 

28 Aprile

In pochi giorni da 16 che eravamo il 22 aprile, arrivammo a ben 302 componenti.

Questi erano coloro che stavano a guardare e che, non solo non mi dettero alcun aiuto, ma se gli eventi del 25 aprile fossero falliti, essi sarebbero stati i primi ad essere contro di noi. ( Fatta eccezione per quelli appartenenti alla Brigata del Popolo ).

Anche i componenti del C.L.N. ( Comitato Liberazione Nazionale) si presentarono al quartiere dopo tre giorni, quando ormai tutto era sistemato.

Tutti questi ritardatari non fecero che creare confusione, approfittando per far razzie e vendette personali, tanto che fui costretto a sorvegliare più loro che i nazi-fascisti.

Di giorno erano tutti presenti al rancio, di notte quasi tutti tornavano a casa loro per poter dormire tranquillamente.

 

Domenica dopo il 25 Aprile 1945

Avvenne la fucilazione in piazza dell’ex Comandante della G.N.R. Di Bollate. Prof Celio.

In seguito i componenti la Brigata del Popolo comandati da Strozzi, passarono sotto il mio comando.

 

Primi di Maggio – notte

Una colonna tedesca di quattromila uomini era ferma sull’autostrada a Novate. Con trenta uomini ( metà di quelli che erano in quartiere ) mi recai sul posto e due dei nostri andarono a parlamentare chiedendo la resa. In risposta i tedeschi dissero che se noi li avessimo attaccati. Loro avrebbero sparato sul paese addormentato, essendo provvisti di carri armati.

Dovetti limitarmi a stare sulla difensiva, in attesa di rinforzi che giunsero troppo tardi; perché i tedeschi fecero dietro front e se ne andarono. Meglio così si evitò una inutile rappresaglia.

Questa colonna arrivò fino a Conegliano Veneto, seminando durante il suo tragitto, morte e distruzione, qui fu distrutta.

Quei due che andarono a trattare con i tedeschi a mia insaputa credendo di poter far bottino, ma io li attendevo a pochi passi. Visto che non vi era nulla da fare se la squagliarono e ritornarono a Bollate.

 

Primi di Maggio

Nelle perquisizioni fatte ai prigionieri tedeschi, sequestrai più di 500.000 lire che consegnai al C.L.N.; una parte di questo denaro servì a comperare farina per fare il pane ai Bollatesi.

 

4 Maggio

Prelevai a Legnano i prigionieri delle Brigata nera (16) e li portai a Bollate a disposizione del Comitato di Liberazione. Quale fu il verdetto? Non lo seppi mai: Seppi soltanto che parecchi giorni dopo, durante la notte, ne fucilarono sei sulla strada Varesina. I rimasti con altri fascisti furono mandati al carcere di S. Vittore e i tedeschi furono consegnati agli alleati.

 

5 Maggio

Alcuni elementi comunisti; facenti parte del quartiere, complottarono per togliermi di mezzo, essendo io contrario ad atti di vandalismo che si verificarono e, sopratutto, per impossessarsi del bottino di guerra.

Tengo a precisare che non erano poi tutti malvagi come li descrivo, ma vi era una parte di buoni, i quali mi aiutarono a portare a termine discretamente bene la mia impresa.

Fui informato d i quello che stava per succedere e presi tempestivamente le misure necessarie.

Il colpo doveva avvenire alle tre di notte; un quarto d’ora prima feci smontare tutta la guardia ritirando tutte le armi, e sostituendola con uomini fidati, con l’ordine di far fuoco in caso di resistenza. Alle tre precise affrontai il capo del complotto dicendogli. “Avanti, proseguite se ne avete il coraggio che tanto decantate; per me voi non siete che degli sciacalli rossi.

Trovandomi preparato desistettero.

Data la situazione di quei giorni, preferii mettere a tacere questa e altre vicende, dato che il popolo era già fin troppo esaltato.

 

 

7 Maggio

Il Signor Mazza raccolse fra gli esercenti la somma di lire 37.000.= per il fabbisogno dei partigiani.

Volle consegnarla a me, ma io gli consigliai di versare la somma al Comitato, che era di sua competenza. Questo denaro, però, non raggiunse mai lo scopo a cui era destinato. I rappresentanti comunisti al Comitato, se ne impossessarono devolvendolo alla costituzione della loro sede,come pure si appropriarono di una parte del bottino di guerra consistente in cancelleria, macchina da scrivere, gomme di ricambio per camion e una radio trasmittente.

Non si seppe mai dove andò a finire questo materiale, ne chi fu beneficiato.

 

15 Maggio 1945

Consegnai le armi agli alleati a Monza, ma in paese ne restarono più del doppio di quelle consegnate.

 

30 Maggio 1945

Smobilitazione completa.

Come responsabile della lotta intrapresa, i miei scopi erano due:

1°) impiegare tutte le mie forze disinteressatamente per la liberazione del paese

2°) evitare distruzioni e minor spargimento di sangue possibile.

Se in quel momento fossi stato un vile, avrei potuto essere ricco; ma a quale prezzo? La mia coscienza non me lo permetteva.

Vi furono certi che la coscienza non sapevano neppure cosa fosse; il loro scopo era solo quello di far soldi. Non faccio i nomi di quella gente che presentai come delinquenti nella mia biografia, ma son disposto a rivelarli a voce e raccontare le loro losche imprese.

Qui termina la mia biografia del periodo di guerra, ma per me incomincia una nuova lotta in privato, per il benessere collettivo.

 

Giugno 1945

Mi trovai senza lavoro, feci domanda al Sindaco Vallini – comunista – ( primo sindaco dopo la Liberazione) per poter avere una occupazione in qualità di muratore presso il Comune. Ne ebbi un rifiuto, non per iscritto, ma a voce.

 

Giugno 1945

Si costituì la sezione A.N.P.I., amministrata e diretta dai partigiani comunisti.

Per la mia opera di partigiano Combattente mi furono riconosciute solo £it 14.000.= facendomi apparire in efficienza solo dal 15 ottobre 1944 in avanti.

Fui promosso – ai fini amministrativi – al grado di Maresciallo, mi fu concessa la croce di guerra e la medaglia di bronzo di volontario, nonché il brevetto di partigiano e la Medaglia Garibaldina, quest’ultima da parte del Comando della Brigata.

 

 

Luglio 1945

Sulle strade si verificarono rapine e atti di banditismo. Gli autori di queste rapine e atti di banditismo furono i famosi Partigiani comunisti che militavano nelle mie file. Portai a conoscenza dei fatti il mio ex comandante la 183^ Brigata, Carnelli Luigi ( TITO ), il quale mi diede l’ordine di collaborare con i carabinieri per cercare di eliminare il disordine e la corruzione.

Trovai nella persona del Maresciallo Baldo Pasquale una onesta collaborazione che ci permise di far cessare quegli atti incresciosi portando finalmente un po di calma.

Il maggior merito del maresciallo baldo, che con modi persuasivi, indusse anche i più restii a mettersi sulla retta via.

Il popolo di Bollate ebbe molta stima e riconoscenza per il suo operato.

 

Agosto 1945

Tornando dal lavoro Carnelli ( TITO ) sulla strada Varesina poco dopo Saronno venne ucciso a tradimento da persone non identificate. Otto giorni prima mi comunicò il suo presentimento e mi esortò a stare in guardia, dicendomi che chi si comportò onestamente sarebbe stato eliminato.

 

Settembre 1945

Trovai nella cassetta delle lettere della Sezione ANPI alla casa del Popolo, uno scritto così formulato. ” Tu ed i tuoi compagni farete la fine del vostro degno comandante TITO. F.to – i fascisti.”

Fra i quattro nominativi vi era anche quello di Figini Carlo ( detto Canelin ) che prima del 25 Aprile non apparteneva alla 183^ Brigata. Questo mi sembrò molto strano.

Affidai il suddetto scritto al Maresciallo Baldo. Fui certo che questa minaccia non proveniva dai fascisti, ma bensì da quelli che ostacolai nelle sue malefatte e che stupidamente mi avvisarono del loro intento.

 

12 ottobre 1945

Nel rincasare di notte, poco dopo il circolo nuova luce, due individui mi seguirono e nel pezzo di strada ove non vi era illuminazione cercarono di avvicinarsi, non diedi loro il tempo e sparai in loro direzione mettendoli in fuga.

 

15 Novembre 1945 ore 18

Il sig Barlassina Giuseppe ( elemento torbido ) mi tese un’imboscata; passai subito ai fatti sparando tre colpi a scopo intimidatorio. Bastò questa mia reazione per farlo desistere da altri tentativi di questo genere. Pur essendo la cosa pubblica, il Maresciallo Baldo non intervenne, per mancata denuncia da parte dell’interessato.

 

25 novembre 1945

Il Comitato esecutivo del partito Comunista mi chiamò per rispondere dell’atto fatto a Barlassina. In risposta stracciai la tessera che mi avevano inviato da poco tempo, aggiungendo che malgrado io fossi sporco ero più pulito di loro.

20 luglio 1946

Emigrai in Francia per lavoro e mi fermai tre anni.

Al ritorno continuai a collaborare con il Maresciallo Baldo fino al suo congedo.

 

 

REBOSIO MARIO ( Marino )

 

ex Comandante 1° Dist.to 183^ Brigata

Via Pontida 21 – BOLLATE

 

NdA – Deliberatamente si è voluto riportare tutto il manoscritto lasciato da Mario Rebosio, anche se alcuni suoi ricordi eccedono il tempo storico scelto per la stesura di questo lavoro. Ciò per offrire la possibilità ai lettori di conoscere tutta la testimonianza di uno dei Protagonisti della Resistenza bollatese, e anche quanto avvenne oltre la riconosciuta data ufficiale di Liberazione fissata al 25 Aprile 1945.

 

NOTE al capitolo

 

  1. Fotocopia del volantino (costruzione Case del Fascio)
  2. Forse non tutti sanno che il circolo ACLI di Bollate è intitolato a Giuseppe Fanin. Per conoscere meglio chi sia, si rimanda alla sezione “Biografie” del testo
  3. Maresciallo Pasquale Baldo: “Figura fondamentale ed indimenticata del Dopoguerra bollatese, fu maresciallo dei Carabinieri a Bollate nei giorni della feroce tensione fra cattolici e comunisti nel 1945 e nei difficili anni della ricostruzione sia edilizia che economica. Un uomo semplice e buono, così lo ricordano tutti ed un personaggio che con la sua bicicletta era stimato e rispettato da tutti per quella sua generosità e disponibilità che mantenne anche quando giunse l’età della pensione. Di lui sono numerosi i ricordi dei Bollatesi,, ma tra i tanti vogliamo riportare quello di Mario Rebosio, che nei suoi appunti di comandante partigiano ricorda il grande lavoro che Baldo compì per far tornare l’ordine in una Bollate dilaniata dall’odio, dove molti possedevano armi e non esitavano ad usarle. Il Maresciallo Baldo è deceduto a 86 anni. La cerimonia funebre è stata officiata dal parroco don Franco Fusetti che ne ha ricordato la figura di uomo onestissimo e sempre ligio al dovere. Al cimitero, presentat-arm di un picchetto d’onore dei Carabinieri di Bollate, che hanno voluto così salutare il loro stimato predecessore.”

    (articolo apparso sul settimanale Settegiorni in data 2/11/1991)

La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile di Duccio Pedercini

Quando nel mese di giugno 2012 fui contattato da Maria Pia Ercolini, professoressa di geografia, lei mi segnalò il lavoro che stava svolgendo. In particolare la collaborazione del gruppo da lei creato, Toponomastica femminile, ad una serie di articoli sui municipi di Roma e pubblicati su un periodico. Le segnalai allora che al Parco della Pace nel XX municipio c’era una targa fantasma: il palo di sostegno indicava il cielo azzurro. Quell’ameno viottolo era intitolato a Settimia Spizzichino, unica donna ebrea romana sopravvissuta ad Auschwitz e scomparsa nel 2000.

Tutti conosciamo la storia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, ma tanti, troppi, sembrano essersene scordati. La targa era scomparsa da mesi e perfino l’amministrazione comunale sembrava averla dimenticata, tanto che perfino i parenti di Settimia ne ignoravano l’esistenza. Nessuno conosce il motivo per cui quella targa fu rimossa, se per un gesto di intolleranza politica o razziale, o per un gesto di vandalismo, ma comunque tutti da condannare con determinazione perché figli di disvalori culturali che minano le basi fondamentali della convivenza civile. Fotografai quel palo e inviai la foto alla professoressa Ercolini che la pubblicò nel profilo Facebook del gruppo Toponomastica femminile. Ne nacque un caso civico e giornalistico con dichiarazioni istituzionali. Il 6 e il 7 luglio notizia e foto furono ripresi da molti quotidiani e siti internet e il 16 luglio a Viale Settimia Spizzichino fu riposizionata una nuova targa durante una cerimonia pubblica. In questo modo conobbi Maria Pia Ercolini e il suo incredibile lavoro sulle ‘Partigiane in città’. Nel dicembre scorso anche il nuovo cavalcaferrovia a Ostiense è stato intitolato a Settimia Spizzichino.

Quello della Resistenza al femminile, al pari e più di altre realtà di genere, è un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato per decenni. La guerra contro il nazifascismo è stata rappresentata quasi sempre al maschile relegando la donna a ruoli secondari. Eppure oggi possiamo affermare che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che “le donne furono la Resistenza dei resistenti”, come disse Ferruccio Parri, poiché senza loro sarebbe venuta meno l’organizzazione clandestina e senza le ‘staffette’ la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Erano loro a portare messaggi, medicine, cibo, giornali, armi, esplosivi e i famosi chiodi a tre punte, spesso a prezzo della vita. Fu anche a causa loro che i tedeschi temettero le biciclette e imposero il coprifuoco a Roma durante l’occupazione. Le donne hanno fatto la Resistenza a pieno titolo, hanno partecipato con ruoli attivi, militari, politici, logistici, non ne hanno solo preso parte. Si dice “il contributo delle donne alla Resistenza”, eppure a nessuno verrebbe in mente di dire il “contributo degli uomini”. Dobbiamo opporci alla visione storiografica che cancella le forme di lotta partigiana condotta senza armi. Interpretare la lotta partigiana solo con la figura epica, eroica, che rappresenta il partigiano con il mitra è fuorviante e funzionale a chi vuole sminuire il significato della Resistenza che fu, purtroppo si deve ribadirlo ancora, una guerra per la liberazione dell’Italia da un terribile nemico invasore e non una guerra civile, fu lotta di liberazione di tutti per tutti, donne ed uomini. Per questo è importante la conoscenza anche di un solo un nome, della storia di una donna ‘resistente’, ed è importante dunque che si portino alla luce e si propongano ancora oggi intitolazioni di vie e piazze a donne antifasciste e resistenti, come sta facendo Toponomastica femminile con i progetti Partigiane in città, Largo alle costituenti e Una strada per Miriam, il primo per monitorare le intitolazioni in tutto il Paese, il secondo per dare riconoscimento e pari dignità alle protagoniste della Repubblica, il terzo per raccogliere le firme per intitolare una via a Miriam Mafai, scomparsa nel 2012, al quale si è ‘purtroppo’ recentemente aggiunta la campagna per intitolare una strada a Rita Levi Montalcini. Dietro tutto questo c’è un patrimonio comune che non può e non deve essere dimenticato.

Dopo l’8 settembre del ’43 donne operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale, lavorano nella stampa e nella diffusione clandestina, danno vita ai Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà, organizzano corsi di preparazione tecnica e politica, formano reti, vivono la consapevolezza della giusta causa, entrano in clandestinità, fanno le staffette, le partigiane, conquistano un’arma sul campo. Molte diventano comandanti di bande partigiane, come Valchiria Terradura che a 18 anni è a capo di una squadra di uomini, Medaglia d’Argento al valore militare, Croce al Merito di guerra, Croce di Cavaliere al Merito della Repubblica e grado di Sottotenente. Ma accanto alle partigiane famose, vi furono migliaia di donne che rischiavano la loro vita senza imbracciare un fucile, pur trovandosi spesso, ai posti di blocco o nelle loro case, di fronte quello dei tedeschi durante perquisizioni e retate. Erano loro a nascondere i clandestini, ad aiutare gli ebrei, a vestirli e curarli. Erano le donne impiegate alla posta ed adibite alla cernita della corrispondenza a nascondere le lettere che i delatori inviavano ai comandi tedeschi per denunciare gli antifascisti, e a costo della loro vita avvisavano gli interessati. E sono ancora una volta le donne a prendere parte attiva nell’organizzazione degli scioperi. Sono loro che in assenza degli uomini fanno la fila per il pane con la tessera annonaria, sono loro che lottano per la sopravvivenza dei loro cari e organizzano gli assalti ai depositi di derrate alimentari. Famoso è l’assalto ai forni delle dieci donne nel quartiere Ostiense di Roma, assassinate dai tedeschi e dai militari della PAI al Ponte dell’Industria o ‘ponte di ferro’ come amano chiamarlo i romani, dove solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa, per iniziativa di Carla Capponi, partigiana dei GAP, Medaglia d’oro al valor militare e parlamentare. E sono ancora le donne a salvare i militari sbandati dai rastrellamenti, le contadine ad ospitarli e guidarli. A Roma, la tredicenne Gloria Chilanti, figlia di partigiani, entra in clandestinità e compila un diario (Bandiera rossa e borsa nera. La resistenza di una adolescente. – Mursia, 1998 e omonimo docufilm della Sacher diretto da Andrea Molaioli), come la sua coetanea Anna Frank. Nasconde civili, porta armi, messaggi, fa attraversare la città a antifascisti ricercati, fonda una organizzazione clandestina di ragazzi che incontra adulti e intellettuali. La sua storia non buca le coscienze e solo da pochi anni è conosciuta agli addetti ai lavori.

E allora mi viene in mente l’efficacia e il ruolo del cinema neorealista, primo fra tutti il film ‘Roma città aperta’, con il quale Roberto Rossellini nel 1945 fece conoscere a tutto il mondo il dramma dell’occupazione nazista a Roma. A ispirare la pellicola furono le vicende di Don Pietro Pappagallo (Aldo Fabrizi – Don Pietro), martire della Chiesa del XX secolo e Medaglia d’oro al merito civile, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44 per aver aiutato la Resistenza, e di Teresa Gullace (Anna Magnani – Sora Pina), anche lei Medaglia d’oro al merito civile, assassinata dai nazisti il 3 marzo dello stesso anno per aver tentato di avvicinarsi e parlare al marito rinchiuso in una caserma a seguito di un rastrellamento. Il film non lo racconta, ma alla scena assistono due partigiane, la già ricordata Carla Capponi, e Marisa Musu Medaglia d’argento al valor militare. Vedendo l’uccisione della Gullace, Carla tira fuori la pistola ma viene contemporaneamente protetta dalle altre donne ed arrestata dai tedeschi. Marisa le toglie la pistola e le infila in tasca una tessera fascista che le salverà forse la vita. La scena di Pina che grida “Francesco” prima di essere mitragliata è entrata profondamente nel nostro patrimonio culturale, ma pochi conoscono la storia di Teresa, ricordata in una targa in Viale Giulio Cesare a Roma. Una targa non serve solo a ricordare una persona e a commemorarla, ma a trasmettere e condividere valori positivi, proprio come un film o un libro.

A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale.

Durante la guerra e l’occupazione molte donne furono impiegate in lavori maschili mentre gli uomini erano al fronte, svolgendo i loro ruoli spesso meglio dei maschi. Le storie delle donne che in vario modo partecipano alla Resistenza sono storie eterogenee di donne che trovano però motivazioni ideali comuni che le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. All’inizio è anche la guerra privata di donne che smettono improvvisamente di sentirsi solo madri o figlie, che decidono di lottare non solo contro l’occupante tedesco o i fascisti di Salò, ma per liberare se stesse dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile. La Resistenza, delle donne e degli uomini dunque, è nata come spinta a difendersi da una condizione sociale e dalla dittatura e dagli orrori trasformandosi in una reazione attiva e in una volontà di costruire qualcosa di nuovo, al di là della conquista della libertà.

Troppe donne non sono state riconosciute patriote o partigiane e dei loro nomi e coraggio si è persa memoria. Occorre ricordare allora anche il loro contributo di sangue. Di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne, solo l’11,5%. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero decorate di Medaglia d’oro al valor militare, 54 con la medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Le donne dunque hanno partecipato a testa alta alla Resistenza ed hanno contribuito al riscatto morale e civile di tutta la società.

Duccio Pedercini

(Presidente sez. ANPI “Martiri de La Storta” – Roma) 

Il presente articolo, riveduto ed ampliato, è una nuova versione del testo pubblicato in “Sulle vie della parità. Atti del 1º Convegno di toponomastica femminile (Roma, 6-7 ottobre 2012)”, curato da Maria Pia Ercolini, Ed. Universitalia.

(Fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne3.htm)

Cronologia Resistenza Roma di ALDO PAVIA

RESISTENZA A ROMA di Aldo Pavia

21 dicembre 1943 – La lettera di Giancarlo Puecher

foto-PUECHERLA LETTERA-TESTAMENTO DI GIANCARLO PUECHER SCRITTA PRIMA DI ESSERE FUCILATO

21 dicembre 1943

Muoio per la mia patria.

Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni.

 Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere (…).

Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.

Viva l’Italia.

Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.

L’amavo troppo la mia patria, non la tradite e voi giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.

Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia (…).

A te papà vada l’imperituro grazie per ciò che  sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.

Ginio e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.

Baci a tutti.      Giancarlo Puecher Passavalli

Puecher, il nome della libertà di Arturo Colombo (dal Corriere  della Sera del 22/09/2013)

Pochi lo sanno, ma la prima medaglia d’oro al valor militare della Resistenza è stata assegnata a Giancarlo Puecher, un giovane fucilato ventenne la notte del 23 dicembre 1943 davanti al muro del cimitero nuovo di Erba. «Questi i reati compiuti dal bandito Puecher», spiccava come titolo sul quotidiano milanese La Sera, e pochi giorni dopo La Provincia di Como rincarava la dose: «Puecher era un delinquente reo di parecchi gravissimi delitti».Nulla di più falso, perché Puecher era uno studente universitario, iscritto a giurisprudenza alla Statale di Milano, che in quel periodo di guerra stava coi propri familiari in una villa di Lambrugo, e solo il 13 settembre del ’43 era entrato a far parte di un gruppo partigiano di Ponte Lambro. Era un cattolico convinto, con una forte passione per gli sport, dall’atletica all’automobilismo e all’aviazione (tanto da ottenere il brevetto di pilota civile). Ma in quel periodo, così drammatico, non ammetteva che si potesse rimanere indifferenti; tant’è vero che con un altro giovane, Franco Fucci, aveva cercato subito di rifornire i partigiani con viveri e vestiario ma anche con armi e carburante, fedele ai principi di libertà, imparati frequentando padre David Maria Turoldo.È appena uscito un ottimo testo di Giuseppe Deiana, «Nel nome del figlio» (ed. Mursia), che ricostruisce «la famiglia Puecher nella Resistenza» (perché anche il padre sarà deportato e morirà nel lager di Mauthausen). Infatti, all’indomani dell’omicidio di due fascisti, vengono istituiti posti di blocco, oltre al coprifuoco, e la sera del 12 novembre 1943 il giovane Puecher è fermato, trattenuto in arresto e sottoposto a violenze. Ma la successiva uccisione di Aldo Resega, federale di Milano, provoca un’ulteriore rappresaglia, che comporta l’immediato processo sotto la falsa accusa di aver «promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell’ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato». Questo pseudo-processo si conclude rapidamente con la condanna a morte; e subito dopo, la sera del 21 dicembre, Puecher viene fucilato, dopo aver scritto una lettera nobilissima, dove si legge, fra l’altro: «Muoio per la mia Patria. L’amavo troppo la mia patria, non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale». Milano gli ha dedicato una scuola e una piccola trasversale di viale Monza. Ma dal 1955 è il Centro intitolato al suo nome che tiene viva l’esemplare lezione di vita di Giancarlo Puecher

 

10 Aprile 1944 Monte Morello (FI)

16 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG

3 Aprile 1944 – Una lettera prima dell’ultima alba

Paolo Braccini,

docente universitario, componente del Comitato Militare Regionale Piemontese, condannato a morte dal tribunale Speciale, e fucilato il 5 Aprile 1944 al Martinetto di Torino, con altri sei membri dello stesso Comitato, Medaglia d’Oro.

Lettera a sua figlia Gianna del 3 Aprile 1944

Lettera deportatoGianna, figlia mia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all’alba, per un’ideale, per una fede, che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.

Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morirà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole bene e che ti ha sempre voluto, fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre.

So di non morire, anche perchè la tua mamma sarà per te il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te, e del quale sei tanto gelosa. (…)

Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre,

Tuo Babbo

 

(Tratto dal libro: “Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Einaudi Editore)

L’11 Aprile ad Alatri

Giornata della memoria alatri

7 Aprile 1944 – Che il loro sacrificio non risulti inutile (di Don Giuseppe Chiaretti)

Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti

Pino Ferrarini, acuto ricercatore, ha ritrovato fra i vecchi documenti un articolo tratto da un ciclostilato mensile
dell’Arcidiocesi di Spoleto: “Una Chiesa che lavora insieme”. L’autore è Don Giuseppe Chiaretti, che successivamente è divenuto Vescovo di Perugia. Monsignor Chiaretti è il nipote di Don Concezio Chiaretti, cappellano degli Alpini e poi cappellano della Brigata Gramsci, fucilato dai tedeschi il 7 Aprile 1944. E’ importante notare come Monsignor Chiaretti in questo articolo auspichi lo studio di questi episodi per comprendere il significato della Resistenza ed il significato del sacrificio di moltissimi sacerdoti. Cosa che vogliamo fare.

Scrive Monsignor Chiaretti: “A qualcuno potrebbe sembrare fuori luogo un articolo del genere sul notiziario che tratta esclusivamente di problemi religiosi ed organizzativi della pastorale diocesana. Esso è nato a margine della mostra della Resistenza, allestita nella ex-chiesa di San Niccolò, con i bandi e gli ordini di rappresaglia tristemente noti, che è bene di tanto in tanto rivedere per non dimenticare.

M’ha colpito l’ingenuo racconto pittorico dei ragazzi di Morgano, che, parlando delle vicende insurrezionali del loro Paese, hanno ricordato anche la mediazione del parroco del tempo, Don Andrea Petruccioli.

Se rievoco quei giorni quindi non è per piaggeria o per ricerca di gratificazioni posticcie. Certi travagli storici hanno un profondo significato anche per la chiesa che, sia pur a fatica, cominciò proprio allora la lunga marcia della Liberazione dalle ricorrenti fornicazioni con il potere.

Non saprei dire se la lunga marcia sia giunta a buon punto, ma è certo che ormai è irreversibile. Come è irreversibile a tutti i livelli la scoperta o il recupero della democrazia come valore e come metodo. Anche se una chiesa locale può aver sofferto e subito le traversie ed ambiguità della storia,. Come è normale che avvenga per chi vive nella storia, la carità ha supplito alle carenze della profezia. Per questo mi sembra che si possa parlare senza alcun complesso di inferiorità. La bufera della guerra ha squassato le coscienze intorpidite anche all’interno della Chiesa e del presbiterio. La resistenza, magari nelle sue forme più elementari di scampar la vita e di sperare sorti migliori, provocò allora una solidarietà umana al di là di ogni frontiera ideologica e gettò nei solchi della storia fermenti nuovi che stanno ancora maturando.

La partecipazione dei sacerdoti alla Resistenza, più che in chiave esplicitamente politica, gravemente atrofizzata – del resto – per la nota e ancora perdurante esclusione concordataria dalla militanza partitica, è stata fatta prevalentemente in termini di carità: i sacerdoti, cioè, sono automaticamente passati dalla parte di chi soffriva, dei perseguitati politici, degli ebrei, dei rifugiati, degli sbandati, degli affamati…; tutte persone che hanno sempre trovato aiuto nelle canoniche dei preti, i quali hanno creato un fitto tessuto di solidarietà umana, per lo più ignorato dalle cronache ufficiali.

E l’opposizione-innata ma consapevole – alla violenza, li ha resi spesso vittime della stessa violenza. Hanno perciò anch’essi subito angherie e vessazioni insieme alla loro gente, pagando persino con la vita. Un gran numero di giovani educati nelle associazioni cattoliche ha preso parte alla Resistenza armata, lottando e morendo consapevolmente contro l’ottuso e disumano nazifascismo: lo confermano le decine di medaglie al valore e le commoventi lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana, che dovrebbero essere maggiormente lette e conosciute, anche nelle aule di catechismo.

Le diffidenze sono riaffioriate a Liberazione avvenuta, quando le varie componenti della Resistenza hanno avviato la dinamica partitica e di governo, esasperando il dibattito ideologico, già di per sé così difficile, per lo stalinismo imperante, a danno dei valori identificati e perseguiti di comune intesa durante la Resistenza (libertà, democrazia, giustizia sociale, pace, solidarietà). Il discorso a questo punto, per essere completo, dovrebbe essere arricchito con tante altre considerazioni, che qui non è possibile fare. Basti averlo accennato. 

Anche i sacerdoti della diocesi di Spoleto rimasero coinvolti nel gigantesco vaglio di valori che fu la Resistenza. Molti,  soprattutto nelle battaglie del Sellarese e della Vallerina, dove più forte era l’afflusso dei rifugiati e la possibilità della Resistenza armata, fornirono pane ed ospitalità, anche con rischio personale.

Alcuni di essi tuttora viventi, come Don Sante Sperandio e don Vittorio Giustini, patirono rappresaglie e fuggirono ai monti; don Giovanni Tavani, allora parroco di Santa Anatolia di Narco, che era la porta della montagna di Caso e Gavelli ove si trovavano centinaia di rifugiati, stette carcerato alla Rocca di Spoleto per un paio di mesi e fu liberato con l’intervento del Vescovo.

Altri sacerdoti si distinsero nell’opera di assistenza durante le incursioni aeree: a Spoleto è ancora ricordato con simpatia Padre Giustino Clivi da Leonessa. C’è anche chi ha pagato la sua generosità con la vita.

Nel recente Convegno di Lucca sul contributo del clero italiano alla Resistenza e alla Liberazione (4-5 Aprile 1975), sono stati ricordati i 250 sacerdoti italiani che, come diceva il Vescovo Agresti ad apertura di quel Convegno, sono stati solidali fino alla morte “nella difesa degli inermi e dei perseguitati e nella solidarietà operativa con i liberi”, morendo anch’essi, come Don Aldo Mei, “travolti dalla tenebrosa bufera dell’odio”, perdonando ed amando.

Tra quei preti il nostro Don Michele Lilli, già parroco a Leonessa e successivamente a Bevagna, morto mitragliato dai tedeschi il 12 Giugno 1944.

Ma occorre soprattutto ricordare i sacerdoti allora operanti a Leonessa, che fu la terra più martoriata della diocesi spoletina. Ai preti di lassù, di parte sia spoletina che reatina, non mancarono, in tutto il periodo del fascismo, prove dolorose e lutti. Già il leonessano Don Domenico Ettorre, come vice assistente nazionale della Gioventù d’Azione Cattolica, aveva raccolto nel 1931 un voluminoso e documentato dossier sulle aggressioni dei fascisti alle sedi dell’Azione Cattolica in tutta Italia, a cominciare dal Circolo di Spoleto; e da quel dossier Pio XI derivò l’energica presa di posizione della “Non abbiamo bisogno”. Manganellate e purghe d’olio di ricino toccarono a più di un prete leonessano, tra cui Don Giuseppe PietroStefani, che in seguito se ne ammalò e morì. Il tenace e polemico Don Pio Palla serbò per giorni migliori il ritratto di Giacomo Matteotti, ucciso dalla rabbia fascista. Nessuna meraviglia quindi che lo spirito antifascista covasse, mai spento, sotto la cenere, e riemergesse con facilità quando venne la buriana della guerra, spingendo ad una sistematica azione umanitaria per salvare dalla spirale mostruosa delle vendette il maggior numero possibile di persone.

Tragica settimana santa del 1944. I due parroci di leonessa, Don Guido Rosini e Don Pio Palla, erano stati trasferiti a Rieti, prigionieri dei tedeschi, in attesa di fucilazione, dalla quale scamparono solo per il deciso intervento del Vescovo Migliorini. Don Matteo Paoletti, il parroco di Villa Bigioni, fu costretto a sospendere la Messa domenicale e, con i paramenti sacri addosso, dovette allinearsi in piazza insieme agli uomini del paese, minacciato anch’egli di fucilazione. Per tutti pagò Don Concezio Chiaretti, tenente cappellano degli alpini, fondatore del Comitato leonessano di Liberazione, nel marzo del 1944, cappellano della Brigata Gramsci già dal 1943. Molti uomini ù, dell’una come dell’altra parte, devono a lui la vita.

Ricordo una delle sue ultime messe nella chiesa di Santa Maria, sull’altare dell’Addolorata, quando sua madre entrò urlando: “Arrivano le SS! Fuggi, mettiti in salvo!”. Don Concezio impallidì e rimase in silenzio per un poi di tempo, poi continuò pacatamente la Messa.

Lo rivide esanime due giorni dopo, in mezzo ad un carnaio di copri orrendamente squarciati, perdonando gli autori dell’inutile strage, da lui benedetti, con supremo gesto d’amore.

Lo portammo nella grande aula di San Francesco, con il volto composto ed i fori alle tempie chiusi con l’ovatta, su una predella d’altare, come tutti gli altri, ma avanti agli altri. Leonessa, che fu in seguito decorata con Medaglia d’Argento al Valore della Resistenza, ebbe così il suo cristo morto: un giovane cristo di 27 anni, posto a capo di una schiera di altri 50 martiri, ucciso da una raffica di mitra alle tre pomeridiane del venerdì santo.

Anche i preti sanno soffrire e morire per una giusta causa.

Che il loro sacrificio, per nostra smemoratezza, non risulti inutile!

Giuseppe Chiaretti”.

Sacrario morti stragi di Leonessa

Sacrario morti stragi di Leonessa

(L’articolo è tratto da “Una Chiesa che lavora insieme” ciclostilato mensile dell’Arcidiocesi di Spoleto).

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