ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

7 Aprile 1944 – Che il loro sacrificio non risulti inutile (di Don Giuseppe Chiaretti)

Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti

Pino Ferrarini, acuto ricercatore, ha ritrovato fra i vecchi documenti un articolo tratto da un ciclostilato mensile
dell’Arcidiocesi di Spoleto: “Una Chiesa che lavora insieme”. L’autore è Don Giuseppe Chiaretti, che successivamente è divenuto Vescovo di Perugia. Monsignor Chiaretti è il nipote di Don Concezio Chiaretti, cappellano degli Alpini e poi cappellano della Brigata Gramsci, fucilato dai tedeschi il 7 Aprile 1944. E’ importante notare come Monsignor Chiaretti in questo articolo auspichi lo studio di questi episodi per comprendere il significato della Resistenza ed il significato del sacrificio di moltissimi sacerdoti. Cosa che vogliamo fare.

Scrive Monsignor Chiaretti: “A qualcuno potrebbe sembrare fuori luogo un articolo del genere sul notiziario che tratta esclusivamente di problemi religiosi ed organizzativi della pastorale diocesana. Esso è nato a margine della mostra della Resistenza, allestita nella ex-chiesa di San Niccolò, con i bandi e gli ordini di rappresaglia tristemente noti, che è bene di tanto in tanto rivedere per non dimenticare.

M’ha colpito l’ingenuo racconto pittorico dei ragazzi di Morgano, che, parlando delle vicende insurrezionali del loro Paese, hanno ricordato anche la mediazione del parroco del tempo, Don Andrea Petruccioli.

Se rievoco quei giorni quindi non è per piaggeria o per ricerca di gratificazioni posticcie. Certi travagli storici hanno un profondo significato anche per la chiesa che, sia pur a fatica, cominciò proprio allora la lunga marcia della Liberazione dalle ricorrenti fornicazioni con il potere.

Non saprei dire se la lunga marcia sia giunta a buon punto, ma è certo che ormai è irreversibile. Come è irreversibile a tutti i livelli la scoperta o il recupero della democrazia come valore e come metodo. Anche se una chiesa locale può aver sofferto e subito le traversie ed ambiguità della storia,. Come è normale che avvenga per chi vive nella storia, la carità ha supplito alle carenze della profezia. Per questo mi sembra che si possa parlare senza alcun complesso di inferiorità. La bufera della guerra ha squassato le coscienze intorpidite anche all’interno della Chiesa e del presbiterio. La resistenza, magari nelle sue forme più elementari di scampar la vita e di sperare sorti migliori, provocò allora una solidarietà umana al di là di ogni frontiera ideologica e gettò nei solchi della storia fermenti nuovi che stanno ancora maturando.

La partecipazione dei sacerdoti alla Resistenza, più che in chiave esplicitamente politica, gravemente atrofizzata – del resto – per la nota e ancora perdurante esclusione concordataria dalla militanza partitica, è stata fatta prevalentemente in termini di carità: i sacerdoti, cioè, sono automaticamente passati dalla parte di chi soffriva, dei perseguitati politici, degli ebrei, dei rifugiati, degli sbandati, degli affamati…; tutte persone che hanno sempre trovato aiuto nelle canoniche dei preti, i quali hanno creato un fitto tessuto di solidarietà umana, per lo più ignorato dalle cronache ufficiali.

E l’opposizione-innata ma consapevole – alla violenza, li ha resi spesso vittime della stessa violenza. Hanno perciò anch’essi subito angherie e vessazioni insieme alla loro gente, pagando persino con la vita. Un gran numero di giovani educati nelle associazioni cattoliche ha preso parte alla Resistenza armata, lottando e morendo consapevolmente contro l’ottuso e disumano nazifascismo: lo confermano le decine di medaglie al valore e le commoventi lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana, che dovrebbero essere maggiormente lette e conosciute, anche nelle aule di catechismo.

Le diffidenze sono riaffioriate a Liberazione avvenuta, quando le varie componenti della Resistenza hanno avviato la dinamica partitica e di governo, esasperando il dibattito ideologico, già di per sé così difficile, per lo stalinismo imperante, a danno dei valori identificati e perseguiti di comune intesa durante la Resistenza (libertà, democrazia, giustizia sociale, pace, solidarietà). Il discorso a questo punto, per essere completo, dovrebbe essere arricchito con tante altre considerazioni, che qui non è possibile fare. Basti averlo accennato. 

Anche i sacerdoti della diocesi di Spoleto rimasero coinvolti nel gigantesco vaglio di valori che fu la Resistenza. Molti,  soprattutto nelle battaglie del Sellarese e della Vallerina, dove più forte era l’afflusso dei rifugiati e la possibilità della Resistenza armata, fornirono pane ed ospitalità, anche con rischio personale.

Alcuni di essi tuttora viventi, come Don Sante Sperandio e don Vittorio Giustini, patirono rappresaglie e fuggirono ai monti; don Giovanni Tavani, allora parroco di Santa Anatolia di Narco, che era la porta della montagna di Caso e Gavelli ove si trovavano centinaia di rifugiati, stette carcerato alla Rocca di Spoleto per un paio di mesi e fu liberato con l’intervento del Vescovo.

Altri sacerdoti si distinsero nell’opera di assistenza durante le incursioni aeree: a Spoleto è ancora ricordato con simpatia Padre Giustino Clivi da Leonessa. C’è anche chi ha pagato la sua generosità con la vita.

Nel recente Convegno di Lucca sul contributo del clero italiano alla Resistenza e alla Liberazione (4-5 Aprile 1975), sono stati ricordati i 250 sacerdoti italiani che, come diceva il Vescovo Agresti ad apertura di quel Convegno, sono stati solidali fino alla morte “nella difesa degli inermi e dei perseguitati e nella solidarietà operativa con i liberi”, morendo anch’essi, come Don Aldo Mei, “travolti dalla tenebrosa bufera dell’odio”, perdonando ed amando.

Tra quei preti il nostro Don Michele Lilli, già parroco a Leonessa e successivamente a Bevagna, morto mitragliato dai tedeschi il 12 Giugno 1944.

Ma occorre soprattutto ricordare i sacerdoti allora operanti a Leonessa, che fu la terra più martoriata della diocesi spoletina. Ai preti di lassù, di parte sia spoletina che reatina, non mancarono, in tutto il periodo del fascismo, prove dolorose e lutti. Già il leonessano Don Domenico Ettorre, come vice assistente nazionale della Gioventù d’Azione Cattolica, aveva raccolto nel 1931 un voluminoso e documentato dossier sulle aggressioni dei fascisti alle sedi dell’Azione Cattolica in tutta Italia, a cominciare dal Circolo di Spoleto; e da quel dossier Pio XI derivò l’energica presa di posizione della “Non abbiamo bisogno”. Manganellate e purghe d’olio di ricino toccarono a più di un prete leonessano, tra cui Don Giuseppe PietroStefani, che in seguito se ne ammalò e morì. Il tenace e polemico Don Pio Palla serbò per giorni migliori il ritratto di Giacomo Matteotti, ucciso dalla rabbia fascista. Nessuna meraviglia quindi che lo spirito antifascista covasse, mai spento, sotto la cenere, e riemergesse con facilità quando venne la buriana della guerra, spingendo ad una sistematica azione umanitaria per salvare dalla spirale mostruosa delle vendette il maggior numero possibile di persone.

Tragica settimana santa del 1944. I due parroci di leonessa, Don Guido Rosini e Don Pio Palla, erano stati trasferiti a Rieti, prigionieri dei tedeschi, in attesa di fucilazione, dalla quale scamparono solo per il deciso intervento del Vescovo Migliorini. Don Matteo Paoletti, il parroco di Villa Bigioni, fu costretto a sospendere la Messa domenicale e, con i paramenti sacri addosso, dovette allinearsi in piazza insieme agli uomini del paese, minacciato anch’egli di fucilazione. Per tutti pagò Don Concezio Chiaretti, tenente cappellano degli alpini, fondatore del Comitato leonessano di Liberazione, nel marzo del 1944, cappellano della Brigata Gramsci già dal 1943. Molti uomini ù, dell’una come dell’altra parte, devono a lui la vita.

Ricordo una delle sue ultime messe nella chiesa di Santa Maria, sull’altare dell’Addolorata, quando sua madre entrò urlando: “Arrivano le SS! Fuggi, mettiti in salvo!”. Don Concezio impallidì e rimase in silenzio per un poi di tempo, poi continuò pacatamente la Messa.

Lo rivide esanime due giorni dopo, in mezzo ad un carnaio di copri orrendamente squarciati, perdonando gli autori dell’inutile strage, da lui benedetti, con supremo gesto d’amore.

Lo portammo nella grande aula di San Francesco, con il volto composto ed i fori alle tempie chiusi con l’ovatta, su una predella d’altare, come tutti gli altri, ma avanti agli altri. Leonessa, che fu in seguito decorata con Medaglia d’Argento al Valore della Resistenza, ebbe così il suo cristo morto: un giovane cristo di 27 anni, posto a capo di una schiera di altri 50 martiri, ucciso da una raffica di mitra alle tre pomeridiane del venerdì santo.

Anche i preti sanno soffrire e morire per una giusta causa.

Che il loro sacrificio, per nostra smemoratezza, non risulti inutile!

Giuseppe Chiaretti”.

Sacrario morti stragi di Leonessa

Sacrario morti stragi di Leonessa

(L’articolo è tratto da “Una Chiesa che lavora insieme” ciclostilato mensile dell’Arcidiocesi di Spoleto).

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