ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Mario Rebosio, Bollate, 183^ Brigata Garibaldi

NOTA STORICA: LA BRIGATA GARIBALDI

 

Le brigate d’assalto “Garibaldi”, durante la Resistenza Italiana, furono delle brigate partigiane legate prevalentemente al Partito Comunista Italiano, ma in cui militavano anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente del Partito Socialista Italiano e più raramente del Partito d’Azione o della Democrazia Cristiana.

Il modello organizzativo venne strutturato dalla direzione del PCI.

Il termine “brigata” non fu casuale: era il superamento della “banda”: brigata stava ad indicare un legame organizzativo di tipo militare tradizionale, di dipendenza tra le unità operative ed i livelli superiori e, nello specifico, politici.

Le dimensioni delle brigate variavano dal contesto operativo. La struttura impostata dal PCI richiedeva, oltre ad un comandante militare, un commissario politico; questa struttura era replicata anche nelle squadre, i battaglioni e gli altri sotto-raggruppamenti.

Nonostante la filiazione abbastanza diretta dal PCI, le Brigate Garibaldi annoverarono capi di enorme caratura che non erano militanti comunisti, quali ad esempio il cattolico ed apolitico Aldo Gastaldi, l’apolitico Mario Musolesi, l’anarchico Emilio Canzi.

Queste situazioni interne portarono anche a diatribe e fratture che però non diminuirono la comune volontà di lotta antifascista e la relativa applicazione in combattimento. Le personalità citate come esempio erano dotate di forte carisma personale, capacità di coesione con la brigata ed indubbio valore militare e quindi preferivano combattere in una organizzazione efficiente, anche se non condividevano gli ideali comunisti, piuttosto che disperdersi a dirigere bande di scarsa efficienza in zone in cui la loro personale ideologia politica non era così fortemente estesa.

Associati alle Brigate Garibaldi vi erano i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), che nelle città operavano azioni di sabotaggio ed attentati contro gli occupanti nazifascisti. In totale esse rappresentavano circa l’80% delle forze di Resistenza partigiana. (http://it.wikipedia.org/wiki/Brigate_Garibaldi)

 

Da un colloquio con Anna Rebosio, figlia di Mario, (Classe 1933)

 

Erano tre fratelli: Materno, classe 1898; Mario, classe 1902 e Isidoro, classe 1914.

Nel 1930 Mario faceva il muratore e partecipò alla costruzione delle villette di via Gramsci in qualità di muratore con un’impresa che, fallendo, non pagò i lavoratori a fine opera.

La figlia ricorda che un giorno lo videro tornare a casa con delle assi da ponte utilizzate per le impalcature e rimaste abbandonate dagli imprenditori che costruirono le Case del Fascio. (1)

Abitava in via Pontida al 21, vicino al cosiddetto secondo ponte sul fiume Pudiga, (ponte che esisteva quando il fiume non era stato ancora coperto e che serviva ad attraversare il corso d’acqua per raggiungere la frazione di Castellazzo percorrendo via Origona).

Abitavano tutti in una piccola casa ora ristrutturata ed ampliata, mentre nella frazione di Traversagna, alla cascina San Pietro, abitava la mamma di Mario Rebosio, Giovanna Radice.

A guerra finita i fratelli, andarono a vivere, ciascuno con la propria famiglia, nella casa di Mario, a Bollate.

Si tratta di una casa piena di ricordi e di tracce di quei venti mesi. Un luogo che è servito durante il periodo della Resistenza ed anche nei mesi seguenti quale deposito di armi e munizioni.

Materiale talmente numeroso che al momento in cui furono abbattuti alcuni muri per apportare alcune modifiche all’edificio, si temette addirittura di ritrovarlo nelle intercapedini dov’era stato nascosto per occultarlo alla polizia fascista.

Fino a questo punto arrivò Mario: a coinvolgere tutta quanta la sua famiglia alla lotta partigiana.

La figlia Anna ricorda ancora, con pena, quando da piccola era costretta a stare seduta a lungo sulla seggiolina ed obbligata a fare da vedetta, per avvisare dell’improvviso arrivo di Fascisti o sconosciuti le cui visite, a quei tempi, erano davvero frequenti.

E la richiesta del padre, arrivava anche al punto di farla rinunciare a soddisfare i propri bisogni fisiologici, perché…“ne andava della vita di tutti loro!“

Ricorda ancora quando lei e le sorelle, dovevano alzarsi alle cinque del mattino per andare a piedi fino a Traversagna.

Percorrevano la massicciata della ferrovia sino all’attuale stazione FNM Serenella.

Arrivate all’altezza del laghetto, vicino al luogo dove oggi sorge un ristorante, consegnavano ad altri Partigiani volantini e comunicati con l’avvertimento che avrebbero dovuto inghiottire quei fogli in caso di pericolo, affinché non ne rimanesse alcuna traccia.

Al pensiero di quanta carta abbia dovuto trangugiare, Anna mi dichiara di avvertire ancora la nausea per la tanta ingerita!

Un altro ricordo che la figlia mi comunica è questo: la moglie di Mario, incinta di un figlio maschio, fu malmenata dai fascisti giunti nella sua abitazione alla ricerca di armi e munizioni che pensavano fossero lì nascoste. A causa di ciò perse il bambino che aspettava e quel bimbo perduto lasciò un profondo turbamento in Mario. Egli allevò le figlie, tutte femmine, insegnando autoritariamente loro anche l’arte del muratore, tant’è che Anna sa ancora oggi lavorare con la cazzuola ed il cemento per fare qualche riparazione in casa.

Mario Rebosio fu uno di quei Bollatesi che si diede davvero anima e corpo alla causa della Lotta di Liberazione.

Egli fu il comandante del 1° distaccamento di Bollate della 183^ Brigata Garibaldi.

Le azioni descritte nel suo diario che la signora Anna mi ha consegnato sono riportate di seguito dall’originale dattiloscritto.

Ma oltre ai fatti raccontati si devono ricordare sia la sua onestà ed il disinteresse con cui ha compiuto assalti, boicottaggi, ma anche diverse azioni umanitarie.

Il coraggio con cui proteggeva i più giovani ed inesperti, come i fratelli Genovese.

Angelo Genovese ha aggiunto in appendice una pagina a testimonianza di quei fatti che lo hanno visto coinvolto con il fratello Eugenio.

Benché molto impegnato nell’attività partigiana, Mario doveva comunque mantenere la sua famiglia, ma non avendo un lavoro fisso, prestava saltuariamente la sua opera di muratore.

Il 25 Aprile se non ci fosse stato il signor Giannino Vaghi, salumiere in via Roma angolo ex P.zza della Vittoria (ora San Francesco), che portò del cibo a casa Rebosio, la famiglia sarebbe stata senza cibo per oltre due giorni, poiché non si sapeva dove fosse il capofamiglia, impegnato com’era, quale Comandante dei Partigiani…a “terminare il lavoro!“

Quale ex muratore, a Liberazione compiuta, chiese un impiego al Sindaco, ma anche per lui, come per altri che avevano combattuto per la Resistenza, il posto non fu trovato.

Dovette quindi emigrare e rimase in Francia, a Lione, a lavorare alle dighe del Rodano per tre anni; avrebbe voluto portare con sé la famiglia, ma poiché ciò non fu possibile in quanto non ottenne il permesso per il ricongiungimento, fece ritorno a Bollate andando a lavorare presso l’impresa di costruzioni Tenconi.

Attivo fu anche il suo coinvolgimento nel sociale, poiché si dedicò al Segretariato del Popolo nelle ACLI bollatesi – quello che oggi si chiama Patronato -, (2) aiutando i lavoratori nell’ottenimento della pensione e di vari sussidi sociali.

In una Bollate disordinata, caotica e turbolenta, specialmente nel periodo immediatamente seguente la Liberazione, Mario Rebosio collaborò assai attivamente con il Maresciallo Baldo. (3)

Aveva ricevuto la tessera del PCI, ma la restituì perché non condivideva i metodi e gli ideali di quel partito, come lui stesso ha scritto nell’incipit del suo racconto.

Ebbe due infarti, si ammalò gravemente e per dieci anni dovette convivere con una metastasi che lo colpì al volto.

Morì a 70 anni senza alcun riconoscimento pubblico.

 

 

Trascrizione del testo dattiloscritto di Mario Rebosio

consegnatomi dalla figlia Anna

 

 

PREMESSA

Benché comandante di un distaccamento partigiano garibaldino, non fui mai comunista, perciò il mio compito fu molto arduo verso i miei superiori tutti comunisti.

Solo il Comandante la Brigata Tito, mi teneva in considerazione per il mio modo di agire.

Il motivo per cui divenni partigiano sta nel fatto che non essendo iscritto al partito fascista, questi mi segnarono sul libro nero, partendo dal 1931, per tutta la durata del fascismo.

Per dodici anni feci una vita di stenti e fame, mi rovinarono la mia carriera di lavoro, impedendomi di proseguire negli studi che avevo intrapresi, non concedendomi più alcun nullaosta di lavoro.

Uno di questi fu il defunto Carlo Rosa, Collocatore di mano d’opera di Bollate.

 

 

BIOGRAFIA DELL’8 SETTEMBRE 1943 CON DATE APPROSSIMATIVE

 

 

8 settembre 1943

Lo sfacelo dell’esercito italiano segnò l’ora di partenza da me tanto attesa.

 

9 settembre 1943

Mi impossessai dei primi sei moschetti del corpo di guardia militare di stanza alle scuole di Bollate. In possesso di queste poche armi, sentii in me che gli uomini non potevano più fermarmi; solo la mano di Dio poteva farlo.

Per tutto il 1943 pensai a reclutare clandestinamente uomini, formandone una squadra di sei. Questo compito di reclutamento fu molto arduo e protraendosi sino al 1945, portai gli effettivi a sedici.

Varie volte corsi il rischio di essere denunciato ai nazi-fascisti, ma con il modo di agire con prudenza e anche con minacce, raggiunsi il mio scopo.

 

Gennaio 1944

Incominciai a disturbare i fascisti con qualche azione di disarmo sulle strade ove non ero conosciuto. Avevo bisogno di armi e munizioni, che in seguito nascondevo nella doppia parete del rifugio antiaereo da me costruito nel mio orto. Per potere mantenere in efficienza queste armi, fummo costretti a prelevare senza pagarlo mezzo fusto di grasso dalla raffineria Marelli.

Continuai questi disarmi per tutto il periodo clandestino, accumulando un quantitativo di materiale abbastanza per equipaggiare sessanta uomini,e, in caso di emergenza, potevo resistere per tre giorni.

Giorno dell’Ascensione 1944 – ore 15

Tagliai la linea telefonica tedesca asportandone i fili. Il Comando tedesco il giorno seguente la riassetta, e per rappresaglia (di poco conto) fa montare la guardia ai cittadini di Bollate, dandone incarico al Comune di invitarli al loro compito procedendo per ordine alfabetico.

Venni a conoscenza che gli esercenti di Bollate, non montavano di guardia al loro turno, ma pagavano dei disgraziati per sostituirli.

Questo a me non garbava, ma non potevo pronunciarmi, dato che il popolo mi era contrario.

 

15 giorni dopo Corpus Domini – ore 21

Tagliai i fili all’altezza del giuoco delle bocce del circolo Nuova Luce, una persona mi riconobbe, questa è il defunto sig. Valadé addetto alla vendita di carbone della Cooperativa di Consumo.

Non persi tempo e lo minacciai di morte qualora mi avesse tradito. Seppe, infatti, tenere il segreto.

Il giorno dopo feci pervenire un biglietto al Comandante tedesco (il quale si recava tutti i giorni in Comune) avvertendolo di far sospendere la guardia alle linee lasciando in pace i Cittadini di Bollate, con mio impegno a non più disturbarlo; in caso contrario io avrei tagliato i fili in Piazza Municipio e facilmente avrebbe potuto fare qualche brutto incontro.

Questo biglietto fu Bellotti che lo consegnò al Comandante tedesco, lo stesso Comandante diede ordine di sospendere la guardia in attera del mio impegno, che mantenni.

 

Giugno 1944

Mi collegai con la 3a G.A.P. Di Milano e la 11a S.A.P.

 

1 Luglio 1944

A Bollate Vincenzo Attimo che comandava il G.U.I. (Gruppo Unitario Irredentista) venne arrestato con Riccardi. Dopo due giorni arrestai pure i Fratelli Eugenio ed Angelo Genovese, facenti parte a detto gruppo, ma in seguito vennero rilasciati con ammonimento previo l’arresto definitivo.

Venuto a conoscenza dei fatti, consigliai i Genovese a lasciare immediatamente il paese per un luogo più sicuro.

Alle ore 23 dello stesso giorno, mentre vigeva il coprifuoco, mi recai all’abitazione dei genitori di Riccardi per chiedere precise informazioni ove si trovava al momento il figlio, per prendere una decisione sul da farsi.

Purtroppo dopo varie scampanellate di richiamo, nessuno mi aprì (forse temevano il peggio) ed io fui costretto ad allontanarmi per il sopraggiungere della ronda fascista.

Attimo e Riccardi furono inviati a San Vittore e mandati in Germania ove non fecero più ritorno.

I Genovese al ritorno della loro forzata campagna, entrarono a far parte della Brigata del Popolo. Nei giorno dell’insurrezione mi furono molto vicini ed utili.

Benché appartenenti alla Brigata del Popolo, preferirono stare con me.

 

Luglio 1944

Incomincia la sorveglianza per poter eliminare il comandante la G.N.R., prof Celio detto Occhiobello, essendo lui il responsabile delle infami denunce degli sbandati ed attivisti al movimento Partigiano.

 

Agosto 1944

Azione notturna in sei al sanatorio di Garbagnate, fortunatamente fallita.

 

Agosto 44

Azione notturna in tre a Palazzo Sormanni di Castellazzo abitato dai tedeschi; bottino: tre sacchi di medicinali e ferri chirurgici. Materiale che avrebbe dovuto servire ai Partigiani.

La persona che prese in consegna detto materiale, se ne servì vendendolo per proprio conto, come si appropriò di somme di denaro raccolte per l’aiuto ai Partigiani.

 

Settembre 1944

Feci parte ad una azione a fuoco a Milano con la 3a G.A.P. , riuscita bene.

 

Ottobre 1944

Nel corso di un’azione per disarmo presso Varedo, un fascista opponendo resistenza, trovò la morte

 

Ottobre 1944

Passai alla 183a Brigata Garibaldi con la nomina di Comandante del primo distaccamento.

 

Novembre 1944

Creai un secondo occultamento di armi per maggior sicurezza

 

Dicembre 1944

Subii una perquisizione all’abitazione, con esito negativo.

Dopo la smobilitazione, seppi da un ex appartenente alla G.N.R., che partecipò alla perquisizione, che ciò era avvenuto in seguito ad una denuncia di un funzionario del Comune.

 

Dicembre 1944

Consegnai al Comando della Brigata i due schizzi richiesti, riguardanti la polveriera di Ceriano Laghetto e della Leon Beaux, con un mio ordine di bombardare solo nei giorni di sabato pomeriggio e domenica, per evitare vittime fra gli operai.

 

 

Natale 1944

 

Due giorni prima mi venne comunicato che il giorno 25 verso mezzogiorno, avrebbero effettuato un massiccio Bombardamento a Ceriano e che per ogni eventualità avrei dovuto essere presente con diversi uomini.

All’ora stabilita andammo sul posto; incominciò il bombardamento che si protrasse per quasi due ore, ma io dovetti ritirarmi prima della fine, perché notai che due persone ( una era una donna ) a me sconosciute mi osservavano con insistenza.

Riferendo la cosa al Comandante e dandogli i connotati, delle due persone, mi disse di stare in guardia, avendo quasi la certezza che fossero spie dei tedeschi.

In seguito ne ebbi la conferma.

Dopo pochi giorni mi pervenne un ordine perentorio dal Comando di Brigata con il quale mi si informava che le due persone in proposito erano il padre e la moglie di Ianetti Giovanni, con nome di battaglia Arconati, impiegato di banca, sfollato a Castellazzo con la famiglia, spia dei tedeschi, che già aveva fatto fucilare varie persone e mandato molte in Germania.

L’ordine diceva: “A te che lo conosci adottare tutti i mezzi per eliminarlo. F.to TITO“.

Mi misi subito all’opera.

Venni a sapere che non veniva più a Castellazzo, ma erano la moglie od il padre che andavano tutti i giorni sul treno da Castellazzo a Milano per più di dieci giorni, pedinando la moglie.

Finalmente riuscii ad individuarla e seguirla, ma all’uscita della Stazione di Milano qualcuno mi invitò al Commissariato. Creai confusione e nella ressa riuscii a fuggire, raggiungendo la Signora che pedinavo in Piazza Cairoli. Prese il tram N.9 per la Bovisa ( io la seguii sempre ) scese alla fermata del capolinea e si diresse in una via laterale, entrando in una porta.

Mi appostai in un portone a circa trenta metri, attesi dieci minuti ed ecco arrivare il mio uomo dal lato opposto.

Quando fu quasi vicino alla porta dove era entrata poco prima la moglie, sparai due volte; mancai il colpo. Dopo di che scappai e attraversando le campagne arrivai a casa.

Se mi sono dilungato troppo in questa azione andata male e solo perché questo uomo è stato la causa di molti lutti avvenuti a Bollate.

 

28 gennaio 1945

Bombardamento e mitragliamento del treno a Bollate ( Vignetta ) dove trovarono la morte più di cento persone.

“Arconati”, venendo a conoscenza del progetto partigiano ( non si sa come ) di far bombardare il treno tedesco che doveva transitare a quell’ora, fece fermare a Saronno il treno tedesco facendo partire quello operaio. Da qui la catastrofe.

 

Febbraio 1945

Ricerche continue e saltuarie di Arconati sino in aprile coronate da successo a Monza.

Marzo 1945

Fallito tentativo sulla Varesina di catturare il portaordini dei tedeschi di stanza a Valera, per mitragliamento aereo i quali ci indirizzarono parecchie raffiche.

In quel mitragliamento fu il sig. Guzzetti di Baranzate che ci rimise cavalli, carro e patate.

 

Fine marzo 1945

A Santa Maria Rossa cadi in una imboscata di fascisti, due miei compagni riuscirono a fuggire, io fui bloccato.

Siccome erano più di una quarantina trovai inutile far uso delle armi; fra questi si trovava Boscani figlio, il quale conoscendomi, mi si avvicinò e prendendomi amichevolmente per una braccio, rivolgendosi agli altri disse. ” Lui non sa nulla, lo conosco io”. Nel lasciarmi andare Boscani mi sussurrò: ” Spero che terrai conto di questo al prossimo incontro” ; ed io risposi: ” Ti do la mia parola”.

Parola che mantenni evitandogli la fucilazione, non solo a lui, ma anche a suo padre.

 

Primi aprile 1945

La spia Arconati fu localizzata a Monza. L’attendemmo con una macchina all’uscita della caserma presieduta dai tedeschi: quando usci, lo seguimmo e dopo una cinquantina di metri lo costringemmo a salire in macchina. All’indomani dopo l’interrogatorio è stato fucilato. Della moglie e del padre io non seppi più nulla.

Mi rifiutai di far saltare la polveriera del Calogero per motivi pericolosi ed inutili.

 

20 aprile 1945

Con un falso fonogramma facemmo partire al completo la Brigata nera di Bollate per Legnano, ove risiedeva il suo Comando.

 

Ore 24

Poco prima di Legnano caddero nell’imboscata tesagli dai miei compagni del 4° distaccamento, catturandoli tutti (16) senza ferire alcuno.

 

24 Aprile 1945 mattino. Insurrezione.

Reclutai tutti gli uomini disponibili. L’ordine fu di raggiungere il comando a Uboldo con tutti gli uomini per le ore 16.

Il sig. Mazza mi diede un camion, la V.I.B.A. un altro.

Nel pomeriggio radunai tutto e tutti a casa mia.

Distribuii armi e munizioni ai 27 presenti.

Un camion lo feci partire per Lainate con 13 uomini per entrare a Uboldo dal lato opposto al mio.

Io con altri tredici percorremmo la strada Varesina, inseguendo tre automezzi tedeschi che creavano dei disturbi strada facendo. Li raggiunsi a Caronno, ove erano fermi ostacolati da parecchi partigiani, apprestai l’accerchiamento e li attaccai. Io mi trovai al centro ed allo scoperto.

Un ufficiale tedesco, nascosto nell’erba, sparò su di me i nove colpi della sua pistola senza colpirmi; individuandolo, a mia volta feci fuoco e lo colpii al polso della mano destra. Si arrese e lo esortai a camminare avanti a me puntandogli la pistola alla schiena, costringendo poi i suoi uomini alla resa.

Il bilancio fu di sei feriti tedeschi, uno morto, quattro feriti borghesi, e 42 prigionieri con tre camion ed armi.

Portai via le armi a lasciai tutto il resto in consegna ai partigiani del posto, partii, quindi, per raggiungere il Comando; mentre l’altra squadra, preoccupata del mio ritardo, stava venendo in mio aiuto.

 

24 Aprile – ore 22

Rientrai a Bollate con 34 uomini ( parecchi mi avevano raggiunto separatamente a Uboldo ) e presi possesso delle scuole e caserma installandovi il quartiere.

 

25 Aprile

Scaramucce e rastrellamento dei tedeschi sbandati e fascisti.

 

26 Aprile

Cattura di tedeschi con tre automezzi e parecchio materiale a Vialba

 

27 Aprile

Affluirono al quartiere molti volontari

 

28 Aprile

In pochi giorni da 16 che eravamo il 22 aprile, arrivammo a ben 302 componenti.

Questi erano coloro che stavano a guardare e che, non solo non mi dettero alcun aiuto, ma se gli eventi del 25 aprile fossero falliti, essi sarebbero stati i primi ad essere contro di noi. ( Fatta eccezione per quelli appartenenti alla Brigata del Popolo ).

Anche i componenti del C.L.N. ( Comitato Liberazione Nazionale) si presentarono al quartiere dopo tre giorni, quando ormai tutto era sistemato.

Tutti questi ritardatari non fecero che creare confusione, approfittando per far razzie e vendette personali, tanto che fui costretto a sorvegliare più loro che i nazi-fascisti.

Di giorno erano tutti presenti al rancio, di notte quasi tutti tornavano a casa loro per poter dormire tranquillamente.

 

Domenica dopo il 25 Aprile 1945

Avvenne la fucilazione in piazza dell’ex Comandante della G.N.R. Di Bollate. Prof Celio.

In seguito i componenti la Brigata del Popolo comandati da Strozzi, passarono sotto il mio comando.

 

Primi di Maggio – notte

Una colonna tedesca di quattromila uomini era ferma sull’autostrada a Novate. Con trenta uomini ( metà di quelli che erano in quartiere ) mi recai sul posto e due dei nostri andarono a parlamentare chiedendo la resa. In risposta i tedeschi dissero che se noi li avessimo attaccati. Loro avrebbero sparato sul paese addormentato, essendo provvisti di carri armati.

Dovetti limitarmi a stare sulla difensiva, in attesa di rinforzi che giunsero troppo tardi; perché i tedeschi fecero dietro front e se ne andarono. Meglio così si evitò una inutile rappresaglia.

Questa colonna arrivò fino a Conegliano Veneto, seminando durante il suo tragitto, morte e distruzione, qui fu distrutta.

Quei due che andarono a trattare con i tedeschi a mia insaputa credendo di poter far bottino, ma io li attendevo a pochi passi. Visto che non vi era nulla da fare se la squagliarono e ritornarono a Bollate.

 

Primi di Maggio

Nelle perquisizioni fatte ai prigionieri tedeschi, sequestrai più di 500.000 lire che consegnai al C.L.N.; una parte di questo denaro servì a comperare farina per fare il pane ai Bollatesi.

 

4 Maggio

Prelevai a Legnano i prigionieri delle Brigata nera (16) e li portai a Bollate a disposizione del Comitato di Liberazione. Quale fu il verdetto? Non lo seppi mai: Seppi soltanto che parecchi giorni dopo, durante la notte, ne fucilarono sei sulla strada Varesina. I rimasti con altri fascisti furono mandati al carcere di S. Vittore e i tedeschi furono consegnati agli alleati.

 

5 Maggio

Alcuni elementi comunisti; facenti parte del quartiere, complottarono per togliermi di mezzo, essendo io contrario ad atti di vandalismo che si verificarono e, sopratutto, per impossessarsi del bottino di guerra.

Tengo a precisare che non erano poi tutti malvagi come li descrivo, ma vi era una parte di buoni, i quali mi aiutarono a portare a termine discretamente bene la mia impresa.

Fui informato d i quello che stava per succedere e presi tempestivamente le misure necessarie.

Il colpo doveva avvenire alle tre di notte; un quarto d’ora prima feci smontare tutta la guardia ritirando tutte le armi, e sostituendola con uomini fidati, con l’ordine di far fuoco in caso di resistenza. Alle tre precise affrontai il capo del complotto dicendogli. “Avanti, proseguite se ne avete il coraggio che tanto decantate; per me voi non siete che degli sciacalli rossi.

Trovandomi preparato desistettero.

Data la situazione di quei giorni, preferii mettere a tacere questa e altre vicende, dato che il popolo era già fin troppo esaltato.

 

 

7 Maggio

Il Signor Mazza raccolse fra gli esercenti la somma di lire 37.000.= per il fabbisogno dei partigiani.

Volle consegnarla a me, ma io gli consigliai di versare la somma al Comitato, che era di sua competenza. Questo denaro, però, non raggiunse mai lo scopo a cui era destinato. I rappresentanti comunisti al Comitato, se ne impossessarono devolvendolo alla costituzione della loro sede,come pure si appropriarono di una parte del bottino di guerra consistente in cancelleria, macchina da scrivere, gomme di ricambio per camion e una radio trasmittente.

Non si seppe mai dove andò a finire questo materiale, ne chi fu beneficiato.

 

15 Maggio 1945

Consegnai le armi agli alleati a Monza, ma in paese ne restarono più del doppio di quelle consegnate.

 

30 Maggio 1945

Smobilitazione completa.

Come responsabile della lotta intrapresa, i miei scopi erano due:

1°) impiegare tutte le mie forze disinteressatamente per la liberazione del paese

2°) evitare distruzioni e minor spargimento di sangue possibile.

Se in quel momento fossi stato un vile, avrei potuto essere ricco; ma a quale prezzo? La mia coscienza non me lo permetteva.

Vi furono certi che la coscienza non sapevano neppure cosa fosse; il loro scopo era solo quello di far soldi. Non faccio i nomi di quella gente che presentai come delinquenti nella mia biografia, ma son disposto a rivelarli a voce e raccontare le loro losche imprese.

Qui termina la mia biografia del periodo di guerra, ma per me incomincia una nuova lotta in privato, per il benessere collettivo.

 

Giugno 1945

Mi trovai senza lavoro, feci domanda al Sindaco Vallini – comunista – ( primo sindaco dopo la Liberazione) per poter avere una occupazione in qualità di muratore presso il Comune. Ne ebbi un rifiuto, non per iscritto, ma a voce.

 

Giugno 1945

Si costituì la sezione A.N.P.I., amministrata e diretta dai partigiani comunisti.

Per la mia opera di partigiano Combattente mi furono riconosciute solo £it 14.000.= facendomi apparire in efficienza solo dal 15 ottobre 1944 in avanti.

Fui promosso – ai fini amministrativi – al grado di Maresciallo, mi fu concessa la croce di guerra e la medaglia di bronzo di volontario, nonché il brevetto di partigiano e la Medaglia Garibaldina, quest’ultima da parte del Comando della Brigata.

 

 

Luglio 1945

Sulle strade si verificarono rapine e atti di banditismo. Gli autori di queste rapine e atti di banditismo furono i famosi Partigiani comunisti che militavano nelle mie file. Portai a conoscenza dei fatti il mio ex comandante la 183^ Brigata, Carnelli Luigi ( TITO ), il quale mi diede l’ordine di collaborare con i carabinieri per cercare di eliminare il disordine e la corruzione.

Trovai nella persona del Maresciallo Baldo Pasquale una onesta collaborazione che ci permise di far cessare quegli atti incresciosi portando finalmente un po di calma.

Il maggior merito del maresciallo baldo, che con modi persuasivi, indusse anche i più restii a mettersi sulla retta via.

Il popolo di Bollate ebbe molta stima e riconoscenza per il suo operato.

 

Agosto 1945

Tornando dal lavoro Carnelli ( TITO ) sulla strada Varesina poco dopo Saronno venne ucciso a tradimento da persone non identificate. Otto giorni prima mi comunicò il suo presentimento e mi esortò a stare in guardia, dicendomi che chi si comportò onestamente sarebbe stato eliminato.

 

Settembre 1945

Trovai nella cassetta delle lettere della Sezione ANPI alla casa del Popolo, uno scritto così formulato. ” Tu ed i tuoi compagni farete la fine del vostro degno comandante TITO. F.to – i fascisti.”

Fra i quattro nominativi vi era anche quello di Figini Carlo ( detto Canelin ) che prima del 25 Aprile non apparteneva alla 183^ Brigata. Questo mi sembrò molto strano.

Affidai il suddetto scritto al Maresciallo Baldo. Fui certo che questa minaccia non proveniva dai fascisti, ma bensì da quelli che ostacolai nelle sue malefatte e che stupidamente mi avvisarono del loro intento.

 

12 ottobre 1945

Nel rincasare di notte, poco dopo il circolo nuova luce, due individui mi seguirono e nel pezzo di strada ove non vi era illuminazione cercarono di avvicinarsi, non diedi loro il tempo e sparai in loro direzione mettendoli in fuga.

 

15 Novembre 1945 ore 18

Il sig Barlassina Giuseppe ( elemento torbido ) mi tese un’imboscata; passai subito ai fatti sparando tre colpi a scopo intimidatorio. Bastò questa mia reazione per farlo desistere da altri tentativi di questo genere. Pur essendo la cosa pubblica, il Maresciallo Baldo non intervenne, per mancata denuncia da parte dell’interessato.

 

25 novembre 1945

Il Comitato esecutivo del partito Comunista mi chiamò per rispondere dell’atto fatto a Barlassina. In risposta stracciai la tessera che mi avevano inviato da poco tempo, aggiungendo che malgrado io fossi sporco ero più pulito di loro.

20 luglio 1946

Emigrai in Francia per lavoro e mi fermai tre anni.

Al ritorno continuai a collaborare con il Maresciallo Baldo fino al suo congedo.

 

 

REBOSIO MARIO ( Marino )

 

ex Comandante 1° Dist.to 183^ Brigata

Via Pontida 21 – BOLLATE

 

NdA – Deliberatamente si è voluto riportare tutto il manoscritto lasciato da Mario Rebosio, anche se alcuni suoi ricordi eccedono il tempo storico scelto per la stesura di questo lavoro. Ciò per offrire la possibilità ai lettori di conoscere tutta la testimonianza di uno dei Protagonisti della Resistenza bollatese, e anche quanto avvenne oltre la riconosciuta data ufficiale di Liberazione fissata al 25 Aprile 1945.

 

NOTE al capitolo

 

  1. Fotocopia del volantino (costruzione Case del Fascio)
  2. Forse non tutti sanno che il circolo ACLI di Bollate è intitolato a Giuseppe Fanin. Per conoscere meglio chi sia, si rimanda alla sezione “Biografie” del testo
  3. Maresciallo Pasquale Baldo: “Figura fondamentale ed indimenticata del Dopoguerra bollatese, fu maresciallo dei Carabinieri a Bollate nei giorni della feroce tensione fra cattolici e comunisti nel 1945 e nei difficili anni della ricostruzione sia edilizia che economica. Un uomo semplice e buono, così lo ricordano tutti ed un personaggio che con la sua bicicletta era stimato e rispettato da tutti per quella sua generosità e disponibilità che mantenne anche quando giunse l’età della pensione. Di lui sono numerosi i ricordi dei Bollatesi,, ma tra i tanti vogliamo riportare quello di Mario Rebosio, che nei suoi appunti di comandante partigiano ricorda il grande lavoro che Baldo compì per far tornare l’ordine in una Bollate dilaniata dall’odio, dove molti possedevano armi e non esitavano ad usarle. Il Maresciallo Baldo è deceduto a 86 anni. La cerimonia funebre è stata officiata dal parroco don Franco Fusetti che ne ha ricordato la figura di uomo onestissimo e sempre ligio al dovere. Al cimitero, presentat-arm di un picchetto d’onore dei Carabinieri di Bollate, che hanno voluto così salutare il loro stimato predecessore.”

    (articolo apparso sul settimanale Settegiorni in data 2/11/1991)

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