ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

20 Giugno 1944 – Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

Copertina (fronte-retro) libro Prof. G. Rossi su Gaspare Morello

GASPARE MORELLO (sacerdote, educatore, politico) primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, avvenuta il 14 gennaio 1980. GASPARE MORELLO, nato a Mazara del Vallo (Trapani) il 21 settembre 1891, ordinato sacerdote, nel 1938 si trasferisce a Fermo, dove insegna Storia e Filosofia nel Liceo-Ginnasio “A. Caro”, di cui diventa preside dal 1940 al 1947. Tra l’altro, GASPARE MORELLO in campo politico:

  • è il primo Presidente del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale
  • è l’unico prete in tutta Italia a presiedere tale organismo
  • organizza e coordina la Resistenza nel Fermano
  • guida il passaggio politico-istituzionale dal Fascismo alla Democrazia nella città di Fermo, indicando come primo sindaco GIUSEPPE GIAMMARCO
  • redige e firma il primo Manifesto del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale ai cittadini: 10 maggio 1945.

Inoltre GASPARE MORELLO insieme a tutti coloro che hanno lottato con il pensiero e con l’azione, persino con il sacrificio della propria vita, per l’affermazione dei valori democratici e repubblicani (libertà, indipendenza, uguaglianza, dignità della persona umana, solidarietà, istruzione e formazione, lavoro…), è di esempio per tutti.

Piccolo estratto dal libro

Gaspare Morello di Giuseppe Rossi

Citazioni dal libro di Giuseppe Rossi: “Gaspare Morello”

“Gaspare Morello è stato soprattutto un uomo “d’azione”: oggi diremmo un manager scolastico, un grande organizzatore, un animatore culturale e sociale, un autorevole e convinto educatore, un politico discreto, un promotore di iniziative socio-assistenziali; ma soprattutto è stato un “servitore” delle comunità in cui si è vissuto e di cui ho fatto parte.

(…) E quando Don Sturzo fonda il PPI, il 18 gennaio 1919, con il famoso appello “A tutti gli uomini liberi e forti”, Gaspare Morello ne diventa un attivo primo segretario politico a Mazara su invito personale dello stesso Sturzo.

(…) Dopo l’8 settembre 1943 con l’annuncio ufficiale dell’armistizio del governo Badoglio con gli angloamericani anche l’anno scolastico 1943-1944 subisce un andamento irregolare, condizionato fortemente dalla situazione politica e militare.

Il Liceo Classico ne risente e le lezioni scolastiche si svolgono in modo irregolare a causa anche delle difficoltà che incontravano gli studenti dei paesi dell’entroterra fermano nel recarsi a scuola oltre che per paura dei bombardamenti.

Per opera di morello, il Liceo Classico diventa la sede di riunioni clandestine degli antifascisti fermani per preparare la successione politico-amministrativa al regime fascista.

Alle riunioni partecipavano, fra gli altri, Nicola Ciccolungo, ex-deputato del PPI e futuro sindaco e deputato all’assemblea costituente,  e poi senatore della Repubblica 1948, il Prof.Vittorio Girotti, il prof. Giuseppe Giammarco, che verrà nominato dal Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale, primo sindaco di Fermo dopo la Liberazione (1944-46), il Dott. Benedetti, ispettore scolastico, il prof. Mario Santoro, insegnante di puericultura nel liceo, ricercato dalla polizia per le sue idee antifasciste.

Nell’Ottobre del 1943 si costituisce anche a Fermo Comitato di Liberazione Nazionale, alal cui Presidenza viene proprio chiamato Gaspare Morello, unico prete in Italia a dirigere un tale organismo.

Nello stesso mese, il giorno 5, Morello viene arrestato dai carabinieri e su intervento dell’Arcivescovo Norberto Perini, succeduto a Mons. Attuoni nel gennaio 1942, viene liberato due giorni dopo.

In qualità di Presidente del CLN teneva i collegamenti anche con molti sacerdoti delle parrocchie diocesano, in particolare con Don Roberto Massimiliani, parroco di San Gregorio a Fermo, con Don Tommaso Mariucci,  parroco di Santa Lucia, con Don Clario Pallotta, parroco di Porto San Giorgio, con Ugo Lattanzi, parroco di Campo Filone, con Padre Antonio Galli, padre di San Francesco a Fermo.

La presenza ed il ruolo del nuovo vescovo, Mons. Perini, nella diocesi fermana dopo l’8 settembre si fecero sentire nei confronti dei dirigenti locali del fascismo.

(…) Gaspare Morello è presente attivamente nella organizzazione della liberazione della città di Fermo dalla occupazione tedesca.

La liberazione avvenne il 20 Giugno 1944, con l’ingresso in città dei soldati del contingente polacco, guidato dal Gen. Bronislaw Duch”.

Rieti ricorda Bartolo Ciccardini

L’ON. BARTOLO CICCARDINI, SEGRETARIO NAZIONALE ANPC , SARA’ RICORDATO DOMENICA 29 P.V. ORE 12,15 NELLA CATTEDRALE DI RIETI.

PINO STRINATI- PRESIDENTE PROVINCIALE RIETI

Ricordo del sindaco di Rieti Petrangeli

C:\Users\Bartolo\AppData\Local\Microsoft\Windows\Temporary Internet Files\Content.Outlook\UAVZ77AM\morto-lon-bartolo-ciccardini-amico-rieti-degli-operai-snia1.htm

20 Giugno 1944

20 Giugno 1944,Pian d’Albero Figline (FI)

La notte tra il 19 e 20giugno 1944 i nazisti attaccano una casa colonica in cui si trovano giovani partigiani. Ha inizio un furibondo scontro a fuoco. Nel ritirarsi i nazisti incendiano la cascina e si trascinano dietro 18 partigiani. Giunti vicino ad Incisa, scelgono un campo isolato, dove, lungo un viottolo, ci sono18 ulivi subito destinati a forche per i giovani partigiani. lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

20 Giugno 1944,Pogallo Fondotoce Baveno

Val Grande Novara: Un rastrellamento effettuato da un una intera divisione tedesca (forza partigiana sopravvalutata) investe varie vallate dell’Ossola a partire dal 11 giugno. A Ponte Casletto, verso mezzogiorno, la situazione peggiora. I tedeschi costringono i partigiani ad arretrare, riescono ad attraversare la passerella dell’acqua e iniziano a salire verso Cicogna. Verso sera i partigiani del Valdossola (circa 280 uomini) con una cinquantina di prigionieri iniziano a salire verso Corte del Bosco. Le divergenze fra i comandanti delle tre unità partigiane e la scarsità di informazioni non permette un coordinamento per sganciarsi dai tedeschi, anche dopo il lancio previsto di armi e viveri da parte degli alleati. Gli aerei tedeschi sparano sugli uomini nascosti nel bosco intorno all’Alpe Brusà. Poi il tempo si guasta e la visibilità ridotta consente agli uomini di Muneghina di iniziare la marcia verso la Bocchetta di Terza per scendere in Val Cannobina. Sono solo 200 partigiani (un gruppo ha deciso di seguire Superti). Il tempo è pessimo e anche la situazione è drammatica, perché i tedeschi hanno raggiunto il fondovalle e la popolazione, terrorizzata, non aiuta i partigiani che non conoscono la zona. La colonna di Muneghina giunge presso Finero; a Pian di Sale incrocia i tedeschi: alle 3,30, inizia una tremenda battaglia. Alla fine, mentre il tempo si guasta di nuovo, Muneghina ordina agli uomini di disperdersi per meglio sottrarsi alla caccia nemica. Il gruppo che si era staccato dalla colonna nel vallone di Finero sta intanto cercando di rientrare in Val Grande, ma deve fare i conti con la presenza ormai massiccia dei tedeschi. Anche qui ci sono nemici: i partigiani si arrendono. Consegnati ai fascisti della Muti, verranno portati a Malesco, torturati e poi trasportati a Intra. E’ la fine per tutti i gruppi isolati. All’alba del 20 giugno gli uomini d Superti si rimettono in moto: la prima parte del percorso sotto le strette del Casè e Cima Pedum è massacrante, il terreno è impervio e privo di sentieri. C’è nebbia e questo impedisce ai tedeschi di vederli. Arrivano di nuovo all’Alpe Campo e poi nei pressi dell’Alpe Portaiola, dove si preparano per passare il torrente. Sono uomini stremati dalla fatica e dalla fame. Di colpo la nebbia si alza. I tedeschi piazzati all’Alpe Portaiola li vedono e iniziano a sparare. E’ una strage: non meno di trenta partigiani muoiono.I superstiti si disperdono alla disperata ricerca della salvezza. Anche a quelli della Giovine Italia non va meglio. Il 15 giugno la battaglia riprende tra la Colma e il Pian Cavallone. Gli attacchi dei tedeschi sono respinti per tre volte, poi dal campo sportivo di Intra inizieranno ad arrivare i colpi del mortaio da 149 e le sorti dello scontro cambieranno. All’arrivo della notte la battaglia è finita: i partigiani devono ritirarsi. Flaim si porterà al Pian Vadà per tenere i contatti con la Cesare Battisti; Guido e altri uomini, tra cui i feriti e i disarmati rientrano nel fondovalle per tenersi buoni per un’altra volta; Rolando con pochi altri salirà alla Marona per contrastare l’avanzata tedesca. Il bilancio del rastrellamento è tragico. Tra i partigiani si contano circa 300 morti. 150/160 sono caduti in combattimento; 150 sono stati eliminati tra il 17 e il 27 giugno dopo essere stati catturati. Le perdite del nemico sono valutabili in 200/250 morti e almeno altrettanti feriti. Ingenti danni sono stati provocati alle case, agli alpeggi e ai rifugi. Esecuzioni avvenute durante quei tragici giorni a sinistra.

16 giugno, ALPE FORNA’, 7 + 6 morti del 12 e 14 giugno 17 giugno, PIZZO MARONA, 11 morti + 10 di Aurano 18 giugno, FALMENTA, 4 morti 18 giugno, POGALLO, 18 morti 20 giugno, FONDOTOCE, 42 morti 21 giugno, BAVENO, 17 morti 22 giugno, ALPE CASAROLO, 11 morti 23 giugno, FINERO, 15 morti 27 giugno, BEURA-CARDEZZA, 9 morti

20 giugno1944, Fondotoce (ora Verbano).

Fucilati 42 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani e due morti per le torture. Dopo essere stati fatti sfilare con un cartello denigratorio vengono fucilati 43 tra civili simpatizzanti per la resistenza e partigiani, uno dei quali, colpito solo ad un braccio ma creduto morto, si salverà. Altri due erano morti per via delle torture durante gli interrogatori che precedettero la fucilazione. 

20giugno 1944,Livorno     50 civili prelevati da un gruppo di 1370 ostaggi, venivano fucilati.-

19 giugno 1944 – Don David Berrettini, un sacerdote martire da conoscere

Don David BerrettiniMedaglia d’oro al merito civile Don David Berrettini, martire della libertà, ha dato la sua vita per la liberazione di un gruppo di suoi parrocchiani presi in ostaggio. Fu cinicamente fucilato dai nazisti il 19 Giugno 1944.  

Un sacrificio eroico poco conosciuto, mentre il suo ricordo dovrebbe vivere come un monito ed un insegnamento.

 

Tratto dal libro di Bartolo Ciccardini “La Resistenza di una comunità”

Pilati racconta l’amara storia di Don David Berrettini, parroco di Marischio, frazione fabrianese sulla strada di Sassoferrato, che per antica tradizione longobardica apparteneva ancora alla diocesi di Nocera Umbra.

Il 19 giugno 1944, un mese prima della liberazione fu lanciata una bomba contro la colonna dei tedeschi in ritirata. Forse ci furono due vittime e per la regola della rappresaglia fu minacciata la morte di 23 ostaggi.

In mancanza di autorità civili nella frazione, i tedeschi comunicarono al parroco l’intimazione a consegnare i responsabili. Il sacerdote si sottrasse all’interrogatorio e fuggì verso Serradica, passando per la strada di montagna che lo portava al suo paese natale, Gualdo ed alla sua Diocesi, Nocera. Si rifugiò presso Don Ermete Frattolini. Che ci lasciò questa testimonianza: “La flagellazione dei suoi parrocchiani fu semplice: per paura di rappresaglie pretesero che il parroco si presentasse, pur sapendo che sarebbe stato ucciso, ed in questa paura lo accolsero al suo ritorno come un vile ed un traditore. Due persone lo accompagnarono al comando tedesco:fu un atto di solidarietà od una costrizione? Solo Dio lo sa. Morì solo, angosciato, martoriato, processato, obbligato a scavarsi la sua fossa. Era la sera del 19 giugno, la notte era appena cominciata ma un terribile temporale si prestò a spegnere ogni luce che non fosse quella dei lampi e dei fulmini. I 23 ostaggi furono liberati e per riconoscenza qualcuno offrì un pranzo ai carnefici. L’ufficiale tedesco che ordinò l’esecuzione era il figlio di Kesserling.”

Sul registro diocesano delle morti, il sacerdote don Sante Romitelli, parroco della vicina San Donato, scrive amaramente: “Ai suoi funerale presero parte soltanto i Sandonatesi, di Marischio nessuno si fece vedere all’infuori dei suoi familiari”.

 

Una parentesi necessaria

L’episodio della morte di Don David ci introduce ad una necessaria meditazione su un aspetto della Resistenza che ha provocato grandi discussioni, strumentalizzazione polemiche e più rispettabili problemi di coscienza, di cui dobbiamo parlare.

Entriamo con animo sospeso nelle vicende dolorose della guerra civile, cercando di esaminarle con animo giusto, perché vorremmo uscirne da giusti.

Se una potenza estranea o straniera vuole imporre un qualche dominio senza ragione legittima, senza trattato, senza consenso, con la sola legge della forza, la risposta a questa ingiustizia non può essere altro che una resistenza. Il mettere sempre e comunque in difficoltà la forza che pretende quel domino, anche con atti di guerra è legittimo e doveroso. Si può pensare o preferire una opposizione non violenta, ma anche questa è una resistenza e spesso da sola non basta.

Invocare un preteso diritto di rappresaglia, come previsto dal diritto di guerra, è ingiusto sempre ed in particolare in questo caso. Il cosiddetto diritto di guerra ha come scopo dettare alcune regole di civiltà e di umanità alla barbarie della guerra. La pretesa di esercitare la rappresaglia su innocenti non rientra nella sfera di nessun diritto. Se si accetta come legittimo il diritto di rappresaglia si perde ogni possibilità di combattere, di fare resistenza ad una pretesa ingiusta.

Con questo pensiamo che si debba porre terme a pretese illogiche, come il ritenere la rappresaglia legittima, come il dovere o la rassegnazione ad obbedire per timore della rappresaglia, come il pretendere che l’autore dell’atto di resistenza debba presentarsi per evitare la rappresaglia, che significherebbe solo la fine di ogni resistenza e la consacrazione di un   dominio illegittimo.

Detto questo con forza e senza tentennamenti sappiamo di non aver risolto tutti i nostri problemi.

L’atto eroico di Salvo d’Acquisto che fu l’inizio della Resistenza fu meritevole di ammirazione e di onore. Evidentemente quel gesto eroico di sacrificarsi volontariamente per gli altri, che si può esercitare in qualsiasi momento della vicenda umana ed ancor più nella sciagura è un atto prezioso. E non solo di umanità, ma anche di resistenza al male.

Ma quel gesto generoso per salvare degli innocenti non riconosce, non giustifica, né rende legittima la rappresaglia Non dimostra che i tedeschi avevano ragione a pretendere vite umane in risarcimento.

Salvo d’Acquisto dimostra con la sua azione quanto sia illegittima la rappresaglia e quanto sia forte il diritto di esistere come comunità libera di coloro, che come difensore di quella comunità, egli ha salvato. Ma è proprio per questo che quel gesto non è un atto dovuto per obbedire alla ingiusta rappresaglia, ma un atto libero e volontario per protestare e testimoniare resistenza ad un illecito e vile dominio.

Dobbiamo dare una valutazione più attenta degli atti di resistenza. Gandhi ci ha insegnato che si può fare una resistenza anche rinunciando ad atti di violenza. Ed infatti guardando con più attenzione ci rendiamo conto che la maggioranza degli atti che formano tutti assieme una resistenza al dominio ingiusto, sono atti non violenti, ma atti di amore. Nascondere i perseguitati, avere pietà per i morti ed onorarli di santa sepoltura, dar da mangiare ai perseguitati, assistere i fuggiaschi dalle prigioni, consolare le vittime, riaffermare la dignità e la forza morale degli oppressi, sono tutti atti non violenti, che costituiscono la più profonda e veritiera forza della resistenza, senza la quale non può esserci neppure l’azione armata.

Ed a questo punto può esserci anche una valutazione di merito sulla opportunità e l’intelligenza, e quindi sulla moralità di alcune azioni, che non illegittime in sé, furono malamente calcolate, con leggerezza giovanile, o con arroganza incosciente, senza una attenta valutazione dei costi umani, a cui ogni forma di resistenza, che non voglia diventare anche lei barbarie, deve rifuggire.

Ed ora veniamo al dramma di Don Davide Berrettini.

Che Don Davide avesse avuto una umana e comprensibile paura, non toglie nulla al valore del suo sacrificio. Era innocente ed aveva il diritto di cercare di salvarsi. Si convinse che come sacerdote non avrebbe potuto abbandonare la sua comunità e tornò sapendo di dover morire.

Che i tedeschi lo martoriassero sapendolo innocente e infierissero su di lui è delitto. Che a pretendere il suo sacrificio per salvare se stessi, fossero i suoi parrocchiani è parricidio.

Che i suoi beneficati celebrassero con gli assassini lo scampato pericolo è orribile ed abominevole.

Per la loro ferocia Don David subì, oltre alla morte il ben più grave martirio del tradimento e della solitudine, inviso ai nemici perché amico dei partigiani ed inviso ai suoi parrocchiani perché poco sollecito a morire.

Nella sua umanità debole, martoriata c’è qualcosa di più. E’ la solitudine della croce. “Signore, Signore, perché mi hai abbandonato?”.

 

Piccola biografia

Don David nacque il 9 giugno 1908 alla periferia di Gualdo Tadino, da una modesta famiglia colonica abitante nella zona di via dei Cappuccini, che poi si trasferì a Palazzo Ceccoli; fu ordinato sacerdote il 24 giugno 1933; il Dr. Angelo Lucarelli e il maestro Italo Giubilei, recentemente scomparsi e che lo conobbero di persona, ne hanno descritto allo scrivente la figura di un sacerdote mite e zelante nella educazione dei ragazzi al canto polifonico, seguendo l’esempio di mons. Raffaele Casimiri, che in quegli anni guidava al successo la Polifonica romana sugli scenari di tutto il mondo.

Dal 1 agosto 1936 fu nominato parroco della parrocchia di Marischio alla periferia di Fabriano (allora parte dalla diocesi di Nocera e Gualdo), ove fu travolto nel turbine della guerra: la mattina del 19 giugno 1944 presso Marischio, un lancio di bombe da parte dei partigiani sui tedeschi in ritirata provocò un rastrellamento da parte degli stessi che irruppero nella canonica alla ricerca di un “capo”, invitando poi Don David a seguirli per interrogarlo; egli, spaventato per l’ingiunzione di rintracciare in giornata gli autori dell’attentato, con il pretesto di vestirsi si sottrasse all’arresto dandosi alla fuga.

I tedeschi che nel frattempo avevano preso in ostaggio 19 parrocchiani, intimarono che, se il parroco non si fosse presentato entro le 20, sarebbero stati fucilati ed il paese sarebbe stato dato alle fiamme.

Don David, ormai in salvo sulla strada di Gualdo Tadino sulle pendici del Serrasanta, quando fu raggiunto ed informato dell’accaduto dal parroco di Serradica, Don Ermete Scattoloni, decise immediatamente di tornare indietro e presentarsi ai tedeschi per ottenere la liberazione degli ostaggi che, nel frattempo erano stati spostati a San Donato Marche ed erano saliti a 23; rientrato a Marischio, si recò di persona a San Donato dove fu incarcerato dal tenente Kesselring (figlio del tristemente noto generale).

Liberati gli ostaggi, uno dei quali invitò a pranzo i carcerieri a casa propria per il giorno successivo, Don David fu sottoposto ad interrogatorio dal carceriere che, non soddisfatto da una interprete locale nata in Lussemburgo che parlava tedesco e che conoscendo Don David di persona cercò inutilmente di scagionarlo, preannunciandone alla stessa interprete la condanna, ne fece venire uno di fiducia da Sassoferrato.

 

I particolari dell’interrogatorio seguito non sono noti: ma alle 22 il prigioniero fu prelevato dal locale in cui era custodito da un tenente austriaco di nome Rickard (non se ne è saputo il cognome) accompagnato da quattro soldati e dall’interprete, e condotto in fondo ad una scarpata, circa 150 metri lontano dal centro abitato, fu costretto a scavarsi la fossa, sotto l’infuriare di un violento temporale con tuoni e lampi.

Un lavoro improbo, anche per le condizioni fisiche e psichiche del condannato che abbandonò il piccone raccogliendosi in preghiera, mentre l’interprete alla meglio completò l’opera; Don David si rivolse con fermezza agli aguzzini “sono pronto!”, cadendo poi crivellato dalle raffiche di mitra sparategli nella schiena.

Gli esecutori dell’assassinio ingiustificato (non è possibile in esso ravvisare gli estremi della rappresaglia dal momento che nell’attentato della mattina non c’erano state vittime fra i tedeschi), terminata la loro macabra operazione, dopo averlo derubato del portafogli, gettarono il corpo della vittima nella fossa, infierendo su di esso con colpi di badile nel tentativo di sotterrarlo frettolosamente e di coprirlo alla meglio con zolle di terra, per rientrare poi nella casa parrocchiale adibita a comando, infangati e fradici di pioggia. Uno di essi raccontò di aver ucciso un cane rognoso ed inopportuno, gli altri andarono il giorno seguente al pranzo cui li aveva invitati uno degli ostaggi liberati.

Il corpo sarebbe stato riscoperto casualmente l’indomani da un ragazzo il quale ne diffuse la notizia che il parroco di San Donato comunicò il giorno seguente ai familiari, invitandoli a provvedere per il recupero della salma. Alla pietosa operazione parteciparono alcuni abitanti di San Donato e, celebrate le esequie, il corpo fu inumato nel cimitero di San Donato. Al funerale di Don David non partecipò nessuno dei suoi parrocchiani; la salma nell’ottobre del 1944, per iniziativa di mons. Vittorugo Righi, fu traslata al cimitero di Gualdo Tadino, presso la tomba della compagnia dei Preti.

Questa è la storia di Don David; le passioni e divisioni politiche del momento, sia nel fabrianese che a Gualdo Tadino, non erano le ideali perché il sacrificio del martire fosse riconosciuto e valorizzato; il suo nome sarebbe stato aggiunto solo in secondo tempo sulla lapide in memoria dei caduti per la Resistenza sulla piazza di Gualdo Tadino e solo più tardi al suo nome fu intestata una via, sia a Gualdo Tadino che a Fabriano, poi il silenzio e l’oblìo, mentre a San Donato il luogo dell’eccidio diventava oggetto di venerazione.

Solo nel 1994 il Sindaco di Fabriano Antonio Merloni, dopo 50 anni, raccogliendo doverose sollecitazioni chiese alla Presidenza della Repubblica il riconoscimento della medaglia d’oro al merito civile, che è stata concessa con decreto del Presidente della Repubblica del 29 novembre 1995.

(tratto da: http://www.ilserrasanta.it/200804/01dondavid0804.htm)

 

Per conoscere meglio questa storia, segnaliamo il bel libretto di Valerio Anderlini: “Un Eroe da conoscere. Don David Berrettini. Medaglia d’oro al merito civile”. Edizioni Accademia dei Romiti. Gualdo Tadino”.

 

Commento di Aldo Crialesi al libro di Don Abramo Tenti “Sacrificio eroico, Don David Berrettini, “Editore: Arti grafiche Gentile Fabriano, 1996. 

Don Berrettini non ha ottenuto ancora piena e completa giustizia, non ha ancora quella diffusa ammirazione e venerazione che il suo sacrificio eroico merita.

Andate a parlare con la gente di Fabriano e sentite che cosa dice di lui: che é stato una vittima, una povera vittima, non un eroe.

Non per nulla a Fabriano in quello che può essere chiamato il sacrario della patria, nel -Loggiato S. Francesco, c’é una lapide che ricorda i nomi dei cittadini vittime della ferocia nazifascista (le “vittime civili”) e tra questi nomi, in ordine alfabetico c’é anche quello di Berettini ( con una “r” sola) Don David di anni 36. Uno dei tanti travolti inconsapevolmente dalla furia della guerra. Ed anche a Gualdo non é che uno dei 21 caduti ricordati (quasi per ultimo) nella lapide in piazza Martiri della Libertà, anzi uno dei 15 nomi che fanno corona a quelli dei quattro partigiani fucilati nella piazza stessa.

Ci son voluti più di 50 anni per ottenere il riconoscimento della Medaglia d’oro alla sua memoria. Ma quanti sono a Gualdo e a Fabriano sanno che Don David Berrettini é Medaglia d’Oro?

Il fatto é che Don Berrettini non era un partigiano, né un uomo della Resistenza, non apparteneva cioé a quell’antifascismo che a buon diritto esaltava ed esalta i suoi caduti, i suoi eroi. Era soltanto un prete di campagna, mite, umile. Era, anzi, per carattere, quello che si potrebbe dire un antieroe, più simile a un Don Abbondio che a un Padre Cristoforo, un uomo che aveva paura e lo dimostrava. Questo era Don David: un prete timido, introverso, amante della musica e dei libri. Ha un animo da poeta, in un aspetto ancora da ragazzo; non era il tipo ideale per fare da guida al piccolo gregge della sua parrocchia, specialmente nel terribile frangente del passaggio del fronte.

Ma questo prete timido e pauroso, messo di fronte a una prova irrecusabile e tremenda, ebbe il coraggio per affrontarla, un coraggio insospettatamente grande ed eroico che l’ha portato a scegliere la via del Calvario, il martirio. E come deve chiamarsi se non eroe chi trasforma la paura in coraggio, chi mette a repentaglio, anzi sacrifica la sua vita, coscientemente per il bene degli altri? È più eroe chi vince la paura che lo fa tremare, di chi affronta i pericoli da incosciente, di chi mette in gioco la sua vita solo per dimostrare di aver coraggio?

Il coraggio che non aveva gli é venuto, insperato, dalla sua coscienza sacerdotale, dalla consapevolezza che il pastore deve sacrificarsi per il suo gregge. Nell’ora del la prova tremenda gli deve essere tornata alla mente, e non solo alla mente, quanto letto e meditato negli anni della sua formazione al sacerdozio: gli esempi dei santi e dei martiri, le meditazioni e le promesse da lui fatte. Deve aver capito che l’essere sacerdote in quelle circostanze, gli dava il dovere di consegnarsi ai feroci tedeschi, fino alla morte.

Don David era ormai in salvo a Serradica, avrebbe potuto raggiungere Gualdo e sottrarsi definitivamente alle ricerche dei suoi inseguitori. Perché non avrebbe dovuto fuggire?

C’é una drammatica, dolorosissima incomprensione che rende il sacrificio di Don David più grande e meritorio. I suoi parrocchiani non lo compresero. Presi dalla paura di morire o di veder morire i loro fa-miliari per mano dei tedeschi furono ingiusti con Don David pretendendo che fosse lui a sacrificarsi per loro e non sbollirono la loro rabbia neppure quando lo videro tornare a Narischio per affrontare la morte. Lo accolsero con ostilità e disprezzo.

E così a Don David, pastore immolatosi per il suo gregge, non fu risparmiata neppure l’ignominia dell’ingratitudine.

Questo é stato Don Berrettini: un antieroe che si é fatto eroe. Questo é stato il suo martirio, consapevole, liberamente accettato per fedeltà al suo sacerdozio, per amore dei suoi parrocchiani. Una medaglia d’oro al merito civile lo attesta ufficialmente.

La vicenda di Don David fa riflettere che purtroppo é possibile, accade, che meriti grandi rimangano sconosciuti, che eroi e santi attraversino i nostri giorni e non ce ne rendiamo conto. Per questo la testimonianza di Don Abramo Tenti è preziosissima.

19 giugno 1944 S. Donato di Fabriano(AN)

In cambio della liberazione di 19 ostaggi di S. Donato, fatti prigionieri perché sospetti di aver posto ordigni esplosivi al passaggio di reparti motorizzati tedeschi a Marischio, Don Davide Berrettini si consegna ai tedeschi, dopo un tentativo di fuga e viene giustiziato con la fucilazione.

17 Giugno 1944

17 giugno 1944, Aurano (Valle Intrasca)   Ad Aurano otto partigiani della “Cesare Battisti” vengono fucilati e sepolti nella fossa che sono stati costretti a scavare.  A Ponte Casletto vengono fucilati con una scarica alle spalle due partigiani del “Valdossola”: Luigi Abbiati e il “Panatée”.  In Val Pogallo due partigiani, catturati all’alpe Aurà, vengono legati assieme e bruciati vivi su una catasta di legna.

17 giugno 1944Alpe Pogallo(Verbano).   Alpe Pogallo. L’edificio degli ingegneri dell’impresa boschiva che ha operato per decenni nella valle, è stato trasformato nella sede del comando SS. Qui vengono fatti confluire dieci partigiani catturati sotto l’alpe Baldesaut e otto catturati sotto la Bocchetta di Campo. Viene ordinato loro di scavare una fossa lungo il terrapieno sotto l’edificio. Dopo aver firmato un verbale scritto in tedesco, ogni partigiano viene condotto sul margine della fossa, fatto spogliare e fucilato.  Dietro il cimitero di Falmenta vengono uccisi con un colpo alla nuca altri quattro partigiani.

Arrivederci Bartolo! di Andrea Rossi – ANPC Ferrara

L’11 giugno scorso è scomparso a Roma, improvvisamente, il segretario dell’associazione nazionale partigiani cristiani (ANPC), Bartolo Ciccardini.

Esponente di spicco della sinistra democristiana, era persona mite, tenace e onesta, tenace difensore delle radici del movimento cattolico italiano. Due anni fa decise di impegnarsi personalmente, per sostenere e garantire l’esistenza dell’ associazione, depositaria della memoria di chi combattè la guerra di liberazione col fazzoletto azzurro di Enrico Mattei al collo.
Gli ultimi mesi non sono stati felici per Bartolo, che davvero fino al giorno della morte ha lottato e protestato per garantire i fondi necessari alla sopravvivenza dell’associazione, i quali sono stati dirottati altrove, in modo arbitrario e immotivato, causandogli immensa amarezza, specie per le improvvide rassicurazioni avute dai diretti interessati del (magro) beneficio.
L’eredità che lascia, in una stagione fra le meno liete per il paese e per i cattolici impegnati in politica, è quella della speranza senza cedimenti al disegno della Provvidenza, che ci fa dire, comunque, anche nel momento di maggiore sconforto “omnia in bonum”, tutto concorre al bene, comprese le cose che oggi non capiamo e che ci addolorano. Personalmente, io che sono stato il suo vice in quest’ultimo scorcio della sua esistenza terrena, posso solo salutarlo con le parole di Benigno Zaccagnini, che ANPC ricordò nel novembre 2009 a Ferrara, con un convegno per il 20° anniversario della morte:
A vég par la mi strè
incontra a la mi guéra
s’a chésch a chesch in téra
e zidèint a ch’i m’tò so.
Arrivederci Bartolo, grazie di tutto.
Andrea Rossi
Vice segretario nazionale ANPC

In ricordo di Bartolo Ciccardini Il Partigiano Bianco dell’ANPC Cremona

I partigiani cristiani di Cremona ricordano la personalità del caro amico Ciccardini

Domenica 15 Giugno 2014

“IN QUESTA DIMENSIONE CREPUSCOLARE LA ANPC DI CREMONA RICORDA, CON COMMOZIONE, SOLIDARIETA’ UMANA E CRISTIANA, LA PERSONALITA’ DEL CARO AMICO  BARTOLO CICCARDINI, UOMO DI CULTURA E DI FORTE IMPEGNO POLITICO, IN UNA VISIONE DELLA VITA CHE CI HA SEMPRE COINVOLTI. CON IL RICORDO, L’AUGURIO CHE IL SUO ESEMPIO E LA SUA TESTIMONIANZA SIANO FORIERI DI NUOVE AVVENTURE DELL’UOMO. SENTITE CONDOGLIANZE E VIVE CORDIALITA’ “. Angelo  Rescaglio Presidente ANPC Cremona

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MEMORIA. L’onorevole Bartolo Ciccardini è morto a Roma l’11 giugno del 2014. Fu un politico cattolico che visse nella Dc al fianco di Enrico Mattei ed è stato incompreso leader dell’associazione dei “partigiani bianchi”. Più volte deputato Dc, esponente di spicco della sinistra democristiana, appartenente però a quel gruppo “anomalo” che, fino agli anni Sessanta, ha provato a battersi al fianco di Enrico Mattei (1906-1962) per il recupero della sovranità nazionale, anche energetica, del nostro Paese. Pochi ricordano ad esempio come l’ingegner Mattei, da Commissario straordinario dell’Agip per l’Italia settentrionale, fin dal maggio 1945 curò intensamente ricerche d’idrocarburi nella valle padana, propugnando un esteso intervento dello Stato in questo settore al fine di sottrarre il Paese dalle «Sette Sorelle» del petrolio, fra le quali c’erano allora l’Anglo-Olandese Royal Dutch Shell e l’Anglo-Persian Oil Company poi divenuta British Petroleum.

CON ENRICO MATTEI.Deputato per la Dc dal 1948 al 1953, Mattei era stato comandante di un gruppo di “partigiani bianchi” all’interno dei quali lo stesso giovanissimo Ciccardini militò fin dal 1943. Ciccardini, che era nato Cerreto d’Esi il 30 settembre 1928, è ricordato come un uomo mite, tenace e onesto. Nell’età matura si fece anche difensore delle radici del movimento cattolico italiano facendosi eleggere, nel 2012, a segretario dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc), sodalizio che è stato depositario della memoria di chi combatté la Resistenza su posizioni cattoliche ed anti-comuniste, col fazzoletto azzurro di Enrico Mattei al collo.Come denunciato da Andrea Rossi, che negli ultimi anni è stato il suo “vice” nell’Anpc, da quando Ciccardini decise di impegnarsi personalmente per sostenere e garantire l’esistenza dell’associazione, fu chiamato a vivere periodi difficili: «Fino al giorno della scomparsa Bartolo ha lottato e protestato per garantire i fondi necessari alla sopravvivenza dell’Associazione, i quali sono stati dirottati altrove, in modo arbitrario e immotivato, causandogli immensa amarezza, specie per le improvvide rassicurazioni avute dai diretti interessati del (magro) beneficio. L’eredità che lascia, in una stagione fra le meno liete per il paese e per i cattolici impegnati in politica, è quella della speranza senza cedimenti al disegno della Provvidenza, che ci fa dire, comunque, anche nel momento di maggiore sconforto “in bonum”, tutto concorre al bene, comprese le cose che oggi non capiamo e che ci addolorano».

PRESIDENZIALISMO CATTOLICO.Nelle rievocazioni di questi giorni, naturalmente non è stato ricordato l’impegno di Ciccardini per la “Repubblica decidente”. Con altri democristiani “decisionisti” come il senatore Luciano Dal Falco, Celso Destefanis, l’onorevole Edoardo Speranza ed il più volte ministro Giuseppe Zamberletti, Ciccardini costituì, all’inizio del 1968, l’agenzia d’informazione “Europa Settanta”, del quale fu il primo direttore responsabile, che promosse d’affrontare dal basso la riforma dello Stato facendo presentare alla Camera un progetto di legge per l’elezione diretta dei sindaci, nel proposito di risalire all’elezione diretta dei Presidenti di Regione e da ultimo, con graduale affermazione della stessa logica, all’elezione popolare diretta del presidente della Repubblica. I suggerimenti “profetici” di Ciccardini e di “Europa Settanta”, però, caddero allora nel vuoto, finché vent’anni dopo non si è comunque dovuti arrivare, nell’instabilità continua delle giunte comunali e regionali, alla riforma delle autonomie locali che, negli ultimi tempi, ha rifatto parlare dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica come “Sindaco Italia”. Ma questa è un’altra storia. (Tratto dal ricordo di un caro amico comune) Addio e grazie, grande Segretario! Caro Bartolo, l’11 di giugno, mercoledì scorso, hai concluso serenamente la tua esistenza terrena, in compagnia dei tuoi tanti amici. Noi che gli abbiamo voluto bene lo affidiamo alla misericordia del Padre e lo ricordiamo con affetto e rimpianto. Un grazie con tutto il cuore per l’amore, la dedizione, l’entusiasmo che hai sempre saputo trasmetterci nel tuo lavoro e per l’esempio di vita che hai dato a chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerti! “RESISTERAI” per sempre nei nostri cuori!

Associazione Nazionale, Patigiani Cristiani Cremona, (Giorgio Carnevali)

15 giugno 1944,Pian d’albero di Figline (FI)

 I nazisti impiccano 18 partigiani catturati dopo uno scontro a fuoco. I corpi sono lasciati esposti per tre giorni a S. Andrea in Campiglia

14 Giugno 1944

14 Giugno 1944,Niccioleta Cecina,Massa Marittima GR

Anche qui come a Forno l’idea che la guerra fosse finita spingeva la gente a rischi maggiori di quanti potessero gestirne, con i tedeschi nel pieno delle loro forze, non spese a contrastare gli Alleati. A Niccioleta, con la sua miniera (comprensorio Larderello) facevano capo diverse forniture strategiche che facevano gola a partigiani e tedeschi. Il 3 giugno 1944 un distaccamento di partigiani comandati da Vincenzo Checcucci entrò in Niccioleta. Il 13 giugno oltre 300 fra soldati tedeschi e milizie fasciste accerchiarono e attaccarono il paese di Niccioleta. Il rastrellamento porto alla cattura di 120 uomini. I minatori di Niccioleta passarono la notte nel teatro di Castelnuovo e la mattina furono divisi in tre gruppi: uno destinato alla fucilazione, uno alla deportazione e uno ad essere rimandato a casa. Escluso questi ultimi gli altri (77) vennero accompagnati nei pressi di una centrale geotermica, dove i soffioni erano stati liberati dai tubi e producevano un rumore fortissimo. Vennero fatti entrare in una specie di piccolo anfiteatro naturale e abbattuti a raffiche di mitra. Ai settantasette minatori si aggiunsero quattro partigiani provenienti da Volterra, tutti ex ufficiali dell’esercito. Il tenente Blok, delle SS, artefice del rastrellamento di Niccioleta, riceverà per questo un riconoscimento al valor militare dai suoi superiori.

14 giugno 1944,Todi (PG),

in località Pontecuti i nazisti della Fallschirmjäger-Division Hermann Goering, rinforzata da giovani volontari della Rsi, trucida cinque contadini della zona, dopo averli usati come bestie da soma per il trasporto di materiali. Due giorni dopo, in località Poggio di Monte Castello, uccidono per rappresagli altre nove persone.

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