ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

14 – 20 marzo 1944 – Cascia, Leonessa

I capi della Gramsci ricevettero, a Cascia, con grandi onori, il parroco di Leonessa, don Concezio Chiaretti, venuto a perorare per la liberazione di sette suoi parrocchiani catturati dagli slavi con l’accusa di essere dei “intellettuali” fascisti. Gli slavi ne chiedevano la fucilazione. Ma l’istanza del parroco venne accolta da Alfredo Filipponi, che decretò un atto di clemenza. Oltre che parroco, don Concezio era il capo del Comitato cittadino di Leonesssa, che amministrava la società civile e organizzava la sottrazione alle armi dei giovani del posto. Quel comitato era molto efficace nei suoi scopi , dotato di una minima forza armata affidata al tenente Roberto Pietrosanti. Per migliorare i rapporti con la Gramsci, il comitato leonessano decise di costituirsi in CLN nominando presidente Giuseppe Climinti. In questo modo, fu evitato che i partigiani della repubblica di Cascia forzassero la situazione per acchiappare “la bella ragazza”.

13-14 marzo 1944 – Serravalle (MC)

13 e il 14 marzo 1944 i nazifascisti risalirono la vallata con un’imponente colonna di autocarri e rastrellarono nuovamente la zona intorno a Serravalle. Numerosi uomini vennero arrestati e quattro di essi, Domenico Conversini, Adriano Paolini, AgelioSfasciotti e Alpinolo Presenzini, riconosciuti come partigiani, furono passati per le armi.

11 Marzo 1944 – Cerreto d’Esi (AN)

L’11 marzo sei aerei alleati, provenienti da nord, una volta giunte all’altezza del paese, sganciarono il loro carico di bombe. Fortunatamente non ci furono danni in quanto finirono solo sopra il Rio Bagno, piccolo affluente dell’Esino, infossato a pochi metri dalle prime case del paese. Tuttavia perse la vita un bambino di due anni che la madre aveva portato con sé nell’andare a lavare al fiume.

7 Marzo 1944 – Milano – Arresto Galileo Vercesi

7 marzo 1944, Milano

Arrestato Galileo Vercesi, rappresentante della Dc nel ClnaI. Sarà successivamente fucilato a Fossoli.

Biografia

Nato a Costa Montefedele di Montù Beccaria (Pavia) il 3 marzo 1891, fucilato a Cibeno (Modena) il 12 luglio 1944, avvocato, Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Aveva partecipato come volontario alla Prima guerra mondiale, durante la quale era stato decorato di due medaglie di bronzo. Nel dopoguerra si era impegnato in politica e, sino allo scioglimento dei partiti decretato dal fascismo, era stato segretario del Partito popolare a Milano. Non volle mai aderire al PNF e fu, per questo, sempre controllato dalla polizia. Ciò non gli impedì, nel 1938, di riprendere clandestinamente la sua militanza.
Dopo l’8 settembre 1943, l’avvocato Vercesi, col nome di copertura di “Cusani”, fu tra gli organizzatori della Resistenza nel Milanese. Per la sua esperienza politica e militare, Vercesi entrò a far parte del Comando generale del Corpo Volontari della Libertà. Gli sarebbe succeduto nell’incarico Enrico Mattei, quando l’avvocato, era il 17 marzo 1944, fu arrestato nel suo studio dalla polizia.
Incarcerato prima a Monza e poi trasferito a San Vittore, il 9 giugno Vercesi fu avviato al campo di concentramento di Fossoli. Vi restò poco più di un mese. Fu fucilato dai tedeschi, per rappresaglia, nel vicino poligono di tiro di Cibeno, con altri 66 deportati. A Galileo Vercesi è dedicato un Circolo cooperativo di Canegrate. Al suo nome, a Pavia, è stata intitolata la vecchia via Darsena.

3 Marzo 1944 – In ricordo di Teresa Gullace

Il 3 marzo scorso siamo intervenuti col medagliere, in rappresentanza dell’ANPC, alla tradizionale cerimonia in ricordo del sacrificio  di Teresa Gullace, uccisa dai soldati nazisti il 3 marzo 1944, mentre tentava di avvicinarsi al marito che era stato arrestato nel corso di un rastrellamento e portato in una caserma in Viale Giulio Cesare. La protesta popolare fu immediata, tanto che i nazisti furono costretti a liberare il marito Girolamo Gullace. Teresa lasciava cinque figli ed era alla soglia di una nuova maternità. Nel periodo successivo alla sua uccisione divenne uno dei simboli della resistenza romana e, in seguito, nel 1977, fu insignita della medaglia d’oro al merito civile dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

La figura e la vicenda di Teresa Gullace sono state celebrate dal film di Rossellini “Roma città aperta”, interpretato da Anna Magnani e premiato al Festival di Cannes nel 1946.

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TERESA GULLACE LA VERA STORIA DI PINA LA PROTAGONISTA DI ROMA CITTÀ APERTA

Ogni anno la  memoria di Teresa Gullace viene onorata con la deposizione di corone di alloro sotto la lapide a lei dedicata nel luogo dove fu uccisa, in Viale Giulio Cesare.

Quest’anno, 70° anniversario dalla morte, erano presenti, oltre al rappresentante  del Sindaco di Roma Assessore Masini e a quelli della Provincia e della Regione, il figlio di Teresa, Mario Gullace con i parenti, varie associazioni (ANPC, ANPI, ANFIM – Associazione Nazionale Famiglie Martiri Caduti per la Libertà dell’Italia, ANCFARGIL – Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione, ANMIG – Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra), la Preside, insegnanti e allievi del Liceo Scientifico Statale Teresa Gullace Talotta di Piazza Cavalieri del Lavoro, il Sindaco di Cittanova (Reggio Calabria), dove era nata Teresa Gullace, la Banda dei Vigili Urbani di Roma.

Nel pomeriggio dello stesso giorno ha avuto luogo presso il Liceo Gullace Talotta una manifestazione con interventi di autorità, docenti, studenti e scrittori,  oltre a un breve discorso di Mario Gullace.

Nota:

Per le Associazioni sono intervenuti, insieme a numerosi soci, per l’ANPC il Vice Segretario Nazionale Carla Roncati, per l’ANPI il neo Presidente Ernesto Nassi, per l’ANFIM il Vice Presidente Aladino Lombardi, per l’ANCFARGIL il Presidente Nazionale Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis, per l’ANMIG GIOVANNI PUCCIOTTI, Medaglia d’Oro al  Valor Militare.

15 -16- 17 febbraio 1944

Il commissario della brigata Manni è informato che i fascisti avrebbero rastrellato Poggio di Otricoli per ripulirla dei ritenenti alle leva e ribelli. Edmondo Marinelli organizza un appostamento a Madonna Scoperta. Il 15 febbraio , la formazione partigiana apre il fuoco sui camion dei fascisti che avanzano sulla strada calvese. Le camicie nere fuggono trascinandosi dietro i loro feriti. Il 17 febbraio, Poggio d’Otricoli è accerchiata dai tedeschi. I due partigiani, Orazio Costarella e Giovanni Barabba, vengono portai in piazza per essere interrogati pubblicamente. Un tenente fascista, quando Costarella si rifiuta di svelare il rifugio della banda, lo uccide con sei colpi di pistola alla bocca. Barabba viene caricato su un camion per essere interrogato a Terni. Di lui non si saprà più nulla. Gli uomini del paese, messi in fila, vengono malmenati Chi ha le scarpe buone deve levarsele . Le scarpe era un genere agognato quanto i prosciutti. Il milite del posto Natale Matticari indica 25 persone sospette di simpatie per i ribelli. Gli indiziati vengono tradotti nel carcere di via Carrara di Terni, dove subiscono l’interrogatorio con tortura.

10 febbraio 1945- Magazzino 18 di Simone Cristicchi

Uno spettacolo che vale la pena di vedere. Commuovente, imparziale e liberatorio.

10 Febbraio 1945 – L’ANPC, in occasione del “Giorno del ricordo”

Uniamo i nostri animi al ricordo delle sofferenze delle popolazioni italiane della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, dei nostri 350.000 fratelli che scelsero di lasciare la loro case e le loro memorie per ricongiungersi all’Italia.

Non cambia il nostro giudizio sugli errori del fascismo totalitario e razzista che impose trattamenti ingiusti alle popolazioni slave di quelle terre assegnate all’Italia dal trattato di pace di Versailles.

Ma questo non ci fa dimenticare che fu l’Italia ed il popolo italiano che con autonoma scelta si liberò dai fascisti; non ci fa dimenticare che gli italiani scelsero di combattere i tedeschi come la “Divisione Garibaldi” al fianco dei patrioti serbi e croati; non ci fa dimenticare che, nello spirito di riconquistata libertà, gli italiani di Trieste, dell’Istria, di Pola, di Zara e di Spalato non meritavano la tragedia che li colpì.

Non dimentichiamo anche che i profughi di quelle terre italiane non meritavano il rifiuto ideologico dei loro patimenti, come le vittime delle foibe non meritavano il loro genocidio.

Tutto questo non doveva accadere nello spirito della pace e della nuova Europa per la quale abbiamo combattuto assieme.

Nel “Giorno del ricordo” il pensiero dei Partigiani Cristiani va a tutti coloro che subirono la tragedia della guerra e della occupazione straniera sanguinosa, a tutti, di qualsiasi nazionalità, lingua e religione, e fra questi, non per ultimi, va anche ai nostri fratelli istriani che pagarono il prezzo più alto degli errori e degli orrori del fascismo italiano e straniero.

30 Gennaio 1944: Anniversario Battaglia di Albacina

Il 30 Gennaio, il comandante Agostino esegue una azione di sabotaggio presso la stazione di Genga: viene danneggiato un piccolo ponte ed interrotta la linea ferroviaria. Questo sabotaggio permetterà alla formazione di compiere una grande impresa: l’azione partigiana alla stazione di Albacina del 2 Febbraio, definita (dalla “Relazione: I militari..” op. cit. pg 88) “un episodio di notevole importanza militare, che si può dire unico nel corso della Resistenza”.

Un treno, che trasporta giovani reclutati a forza e diretto al Nord (forse in Germania), scortato da soldati tedeschi è costretto a fare sosta alla stazione di Albacina, per la precedente interruzione della linea a Genga. Informatori di Albacina portano la notizia a Poggio San Vicino.

In un abboccamento tra i partigiani del San Vicino e quelli di Fabriano si decide l’attacco al treno per la stessa notte del 2 febbraio. Il gruppo San Vicino attaccherà alla testa del convoglio, il gruppo di Fabriano attaccherà alla coda. Il segnale, piuttosto impreciso, è il lancio di una bomba a mano. Infatti nessuno dei due Gruppi poteva avere  certezza di essere puntuale all’appuntamento. Nonostante la difficoltà dei collegamenti, la sorpresa riuscirà. Il nucleo principale dell’operazione è composto da quindici uomini che scendono dal San Vicino lungo la strada della Venza, attraversano la provinciale Settempeda all’altezza della “Figuretta”, attualmente presso la sede dello stabilimento Merloni. Traversano la ferrovia all’altezza del passaggio a livello di Monte Rustico e guadano il fiume Esino dopo “Le cune”. A quel punto il fiume aveva pochissima acqua per una deviazione del flusso a scopo industriale. Seguono lo stradello lungo la sponda sinistra del fiume, fino al congiungimento col fiume Giano e si vengono a trovare alla testa del convoglio che è collocato nel binario più lontano dalla stazione di Albacina.

Segue un lancio di bombe a mano a cui corrisponde un lancio da parte del gruppo di Fabriano che si era appostato in coda al convoglio. Faceva parte del Gruppo di Fabriano il giovane partigiano Angelo Falzetti, oggi Presidente dell’Anpi di Fabriano

La mossa è fortunata perché disorienta la scorta tedesca che non ha sufficienti vedette ed  è mal disposta nella difesa del convoglio. La sorpresa ha successo. Scompaginata e con ordini contrastanti la scorta, dopo aver subito perdite, si dà alla fuga. Le numerose reclute vengono condotte alla Porcarella. Il Salvadori parla di settecento uomini, ma il comandante Agostino stima che fossero circa cinquecento. La maggior parte ritornò a casa dopo diversi giorni, ma molti rimasero ad ingrossare le file della formazione.

L’azione militare è semplice e lineare, condotta con audacia ed accortezza. E’ anche fortunata perché permise di liberare e di sottrarre al nemico una forza considerevole di uomini. Il risultato può essere considerato sorprendente. Fu anche catturato materiale militare molto importante, fra cui una mitragliatrice Breda 22 che si rivelerà decisiva nella battaglia di Chigiano.

In tutte queste azioni partigiane è difficile valutare le perdite del nemico, perché gli attaccanti dovevano subito abbandonare il terreno dello scontro. Alle prime ore del mattino arrivarono truppe tedesche che raccolsero i morti ed i feriti. I partigiani persero un uomo al primo assalto. Una bomba a mano aveva tranciato un cavo della corrente elettrica in cui inciampò un giovane, Attilio Roselli che morì fulminato. Altri vi sarebbero incappati, se non fosse stato subito collocato un uomo a segnalare il pericolo. Ercole Ferranti fu abbattuto da una raffica di mitra della scorta.

(tratto dal libro di Bartolo Ciccardini: “La Resistenza di una comunità. La Repubblica autonome di Cerreto d’Esi”).

27 Gennaio 1944 – Giornata della Memoria

Edith1926dLe nostre sezioni e tutti i nostri iscritti sono mobilitati per la Giornata della Memoria del 27 Gennaio, in cui saranno ricordate le vittime della grande persecuzione ebraica da parte dei nazisti e dei fascisti italiani.

I nostri dirigenti parteciperanno dove possibile a tutte le cerimonie ufficiali della giornata portando il nostro saluto ed il significato della nostra partecipazione al grande dramma degli ebrei.

In particolare dedicheremo la nostra giornata al ricordo di Edith Stein, una suora carmelitana che venne arrestata in Olanda dai nazisti e rinchiusa nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove, insieme alla sorella Rosa (anch’ella monaca carmelitana scalza) trovò la morte perché era di origine ebraica.

Va ricordato in modo particolare che Edith Stein venne proclamata santa nel 1998 da Papa Giovanni Paolo II e l’anno successivo compatrona d’Europa. È molto significativo l’elenco dei santi protettori che la Chiesa cattolica ha scelto a fondamento dell’Europa: San Benedetto, che custodì il seme dell’Europa; Santi Cirillo e Metodio, che portando il cristianesimo fra i popoli slavi segnarono gli ultimi confini dell’Europa;  e tre donne mistiche impegnate nel sociale: la nobile Brigida di Svezia  francescana, la domenicana Caterina da Siena e la filosofa, ebrea e carmelitana, Edith Stein.

È con questo spirito che i Partigiani Cristiani parteciperanno alla Giornata della Memoria.

Mandateci notizie della vostra partecipazione e delle vostre iniziative.

La Direzione centrale ANPC

La vita di Edith Stein

Quando il 12 ottobre 1891 Edith Stein nacque a Breslavia, quale ultima di 11 figli, la famiglia festeggiava lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell’espiazione. “Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane”. Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.

Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d’età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, veramente un’ammirevole persona, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. ” In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare “.

Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all’Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S’interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell’organizzazione ” Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto “. Più tardi scrisse: ” Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l’interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive “.

Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. ” Ritorno all’oggettivismo “. La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l’intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.

Quest’incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l’esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.

Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: “Ora non ho più una mia propria vita”. Frequentò un corso d’infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell’ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea ” summa cum laude ” con una tesi “Sul problema dell’empatia”.

A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. ” Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto “. Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: “Ci sono stati degli individui che in seguito ad un’improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina”. Come arrivò a questa asserzione?

Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l’assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all’incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. “Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori … Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse”. Più tardi scriverà: “Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che-visto dal lato di Dio – non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta”.

Nell’autunno del 1918 Edith Stein cessò l’attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: “Dopo ogni incontro che mi fa sentire l’impossibilità di influenzare direttamente, s’acuisce in me l’impellenza di un mio proprio olocausto”.

Edith Stein desiderava ottenere l’abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: “Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l’ammissione all’esame di abilitazione”. Più tardi le venne negata l’abilitazione a causa della sua origine giudaica.

Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d’esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.

Nell’estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l’autobiografia di Teresa d’Avila. La lesse per tutta la notte. ” Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità “. Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: ” Il mio anelito per la verità era un’unica preghiera”.

Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l’accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. “Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio”. Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.

Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. “Mamma, sono cattolica”. Ambedue piansero. Hedwig CornradMartius scrisse: “Vedi, due israelite e nessuna è insincera” (confr. Giovanni 1, 47).

Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d’insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell’Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. “Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione … credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi … io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve “uscire da se stesso”, nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere”. Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l’opera “Quxstiones disputati de veritate” di Tommaso d’Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile “praticare la scienza al servizio di Dio … solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche “. Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell’anno ecclesiastico.

Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l’abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un’opera sui principali concetti di Tommaso d’Aquino: “Potenza ed azione”. Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo “Endliches un ewiges Sein ” (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell’opera non fu possibile durante la sua vita.

Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l’Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d’altri quest’unione. In tutta la sua vita vuole solo essere “strumento di Dio”. “Chi viene da me desidero condurlo a Lui”.

Nel 1933 la notte scende sulla Germania. “Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino”. L’articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell’attività d’insegnante. “Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me”. “Ero divenuta una straniera nel mondo”.

L’Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d’ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. “Non l’attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi”.

Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L’ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. “Perché l’hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s’è fatto Dio?”. La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. “Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima – nel porto della volontà di Dio”. Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.

Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L’Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: “Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto”. Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. ” Fino all’ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio … fu l’ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch’io possa arrivare alla meta”.

Sull’immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: “La mia unica professione sarà d’ora in poi l’amore”.

L’entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. “Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti”. Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. ” Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione” (31-10-1938).

Il giorno 9 novembre 1938 l’odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all’estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: ” Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte … in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo…”.

Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l’altro scrisse in quel luogo “Dalla vita di una famiglia ebrea”. “Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea “. Nei confronti ” della gioventù che oggi viene educata già dall’età più tenera ad odiare gli ebrei … noi, che siamo stati educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza”.

In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su “Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 “. Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d’amicizia: “Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) “. Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: ” La scienza della Croce”.

Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s’odono, sono rivolte a Rosa: ” Vieni, andiamo per il nostro popolo “.

Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. “Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l’ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l’ho veramente saputo … in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti”. Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. ” Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio”.

All’alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.

Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, “una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea”.

 

“Ci inchiniamo profondamente di fronte alla testimonianza della vita e della morte di Edith Stein, illustre figlia di Israele e allo stesso tempo figlia del Carmelo. Suor Teresa Benedetta della Croce, una personalità che porta nella sua intensa vita una sintesi drammatica del nostro secolo, una sintesi ricca di ferite profonde che ancora sanguinano; nello stesso tempo la sintesi di una verità piena al di sopra dell’uomo, in un cuore che rimase così a lungo inquieto e inappagato, “fino a quando finalmente trovò pace in Dio””, queste parole furono pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Edith Stein a Colonia, il 1° maggio del 1987.

(pubblicato su: http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19981011_edith_stein_it.html)

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