ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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3 Aprile 1944 – Una lettera prima dell’ultima alba

Paolo Braccini,

docente universitario, componente del Comitato Militare Regionale Piemontese, condannato a morte dal tribunale Speciale, e fucilato il 5 Aprile 1944 al Martinetto di Torino, con altri sei membri dello stesso Comitato, Medaglia d’Oro.

Lettera a sua figlia Gianna del 3 Aprile 1944

Lettera deportatoGianna, figlia mia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all’alba, per un’ideale, per una fede, che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.

Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morirà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole bene e che ti ha sempre voluto, fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre.

So di non morire, anche perchè la tua mamma sarà per te il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te, e del quale sei tanto gelosa. (…)

Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre,

Tuo Babbo

 

(Tratto dal libro: “Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Einaudi Editore)

L’11 Aprile ad Alatri

Giornata della memoria alatri

7 Aprile 1944 – Che il loro sacrificio non risulti inutile (di Don Giuseppe Chiaretti)

Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti

Pino Ferrarini, acuto ricercatore, ha ritrovato fra i vecchi documenti un articolo tratto da un ciclostilato mensile
dell’Arcidiocesi di Spoleto: “Una Chiesa che lavora insieme”. L’autore è Don Giuseppe Chiaretti, che successivamente è divenuto Vescovo di Perugia. Monsignor Chiaretti è il nipote di Don Concezio Chiaretti, cappellano degli Alpini e poi cappellano della Brigata Gramsci, fucilato dai tedeschi il 7 Aprile 1944. E’ importante notare come Monsignor Chiaretti in questo articolo auspichi lo studio di questi episodi per comprendere il significato della Resistenza ed il significato del sacrificio di moltissimi sacerdoti. Cosa che vogliamo fare.

Scrive Monsignor Chiaretti: “A qualcuno potrebbe sembrare fuori luogo un articolo del genere sul notiziario che tratta esclusivamente di problemi religiosi ed organizzativi della pastorale diocesana. Esso è nato a margine della mostra della Resistenza, allestita nella ex-chiesa di San Niccolò, con i bandi e gli ordini di rappresaglia tristemente noti, che è bene di tanto in tanto rivedere per non dimenticare.

M’ha colpito l’ingenuo racconto pittorico dei ragazzi di Morgano, che, parlando delle vicende insurrezionali del loro Paese, hanno ricordato anche la mediazione del parroco del tempo, Don Andrea Petruccioli.

Se rievoco quei giorni quindi non è per piaggeria o per ricerca di gratificazioni posticcie. Certi travagli storici hanno un profondo significato anche per la chiesa che, sia pur a fatica, cominciò proprio allora la lunga marcia della Liberazione dalle ricorrenti fornicazioni con il potere.

Non saprei dire se la lunga marcia sia giunta a buon punto, ma è certo che ormai è irreversibile. Come è irreversibile a tutti i livelli la scoperta o il recupero della democrazia come valore e come metodo. Anche se una chiesa locale può aver sofferto e subito le traversie ed ambiguità della storia,. Come è normale che avvenga per chi vive nella storia, la carità ha supplito alle carenze della profezia. Per questo mi sembra che si possa parlare senza alcun complesso di inferiorità. La bufera della guerra ha squassato le coscienze intorpidite anche all’interno della Chiesa e del presbiterio. La resistenza, magari nelle sue forme più elementari di scampar la vita e di sperare sorti migliori, provocò allora una solidarietà umana al di là di ogni frontiera ideologica e gettò nei solchi della storia fermenti nuovi che stanno ancora maturando.

La partecipazione dei sacerdoti alla Resistenza, più che in chiave esplicitamente politica, gravemente atrofizzata – del resto – per la nota e ancora perdurante esclusione concordataria dalla militanza partitica, è stata fatta prevalentemente in termini di carità: i sacerdoti, cioè, sono automaticamente passati dalla parte di chi soffriva, dei perseguitati politici, degli ebrei, dei rifugiati, degli sbandati, degli affamati…; tutte persone che hanno sempre trovato aiuto nelle canoniche dei preti, i quali hanno creato un fitto tessuto di solidarietà umana, per lo più ignorato dalle cronache ufficiali.

E l’opposizione-innata ma consapevole – alla violenza, li ha resi spesso vittime della stessa violenza. Hanno perciò anch’essi subito angherie e vessazioni insieme alla loro gente, pagando persino con la vita. Un gran numero di giovani educati nelle associazioni cattoliche ha preso parte alla Resistenza armata, lottando e morendo consapevolmente contro l’ottuso e disumano nazifascismo: lo confermano le decine di medaglie al valore e le commoventi lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana, che dovrebbero essere maggiormente lette e conosciute, anche nelle aule di catechismo.

Le diffidenze sono riaffioriate a Liberazione avvenuta, quando le varie componenti della Resistenza hanno avviato la dinamica partitica e di governo, esasperando il dibattito ideologico, già di per sé così difficile, per lo stalinismo imperante, a danno dei valori identificati e perseguiti di comune intesa durante la Resistenza (libertà, democrazia, giustizia sociale, pace, solidarietà). Il discorso a questo punto, per essere completo, dovrebbe essere arricchito con tante altre considerazioni, che qui non è possibile fare. Basti averlo accennato. 

Anche i sacerdoti della diocesi di Spoleto rimasero coinvolti nel gigantesco vaglio di valori che fu la Resistenza. Molti,  soprattutto nelle battaglie del Sellarese e della Vallerina, dove più forte era l’afflusso dei rifugiati e la possibilità della Resistenza armata, fornirono pane ed ospitalità, anche con rischio personale.

Alcuni di essi tuttora viventi, come Don Sante Sperandio e don Vittorio Giustini, patirono rappresaglie e fuggirono ai monti; don Giovanni Tavani, allora parroco di Santa Anatolia di Narco, che era la porta della montagna di Caso e Gavelli ove si trovavano centinaia di rifugiati, stette carcerato alla Rocca di Spoleto per un paio di mesi e fu liberato con l’intervento del Vescovo.

Altri sacerdoti si distinsero nell’opera di assistenza durante le incursioni aeree: a Spoleto è ancora ricordato con simpatia Padre Giustino Clivi da Leonessa. C’è anche chi ha pagato la sua generosità con la vita.

Nel recente Convegno di Lucca sul contributo del clero italiano alla Resistenza e alla Liberazione (4-5 Aprile 1975), sono stati ricordati i 250 sacerdoti italiani che, come diceva il Vescovo Agresti ad apertura di quel Convegno, sono stati solidali fino alla morte “nella difesa degli inermi e dei perseguitati e nella solidarietà operativa con i liberi”, morendo anch’essi, come Don Aldo Mei, “travolti dalla tenebrosa bufera dell’odio”, perdonando ed amando.

Tra quei preti il nostro Don Michele Lilli, già parroco a Leonessa e successivamente a Bevagna, morto mitragliato dai tedeschi il 12 Giugno 1944.

Ma occorre soprattutto ricordare i sacerdoti allora operanti a Leonessa, che fu la terra più martoriata della diocesi spoletina. Ai preti di lassù, di parte sia spoletina che reatina, non mancarono, in tutto il periodo del fascismo, prove dolorose e lutti. Già il leonessano Don Domenico Ettorre, come vice assistente nazionale della Gioventù d’Azione Cattolica, aveva raccolto nel 1931 un voluminoso e documentato dossier sulle aggressioni dei fascisti alle sedi dell’Azione Cattolica in tutta Italia, a cominciare dal Circolo di Spoleto; e da quel dossier Pio XI derivò l’energica presa di posizione della “Non abbiamo bisogno”. Manganellate e purghe d’olio di ricino toccarono a più di un prete leonessano, tra cui Don Giuseppe PietroStefani, che in seguito se ne ammalò e morì. Il tenace e polemico Don Pio Palla serbò per giorni migliori il ritratto di Giacomo Matteotti, ucciso dalla rabbia fascista. Nessuna meraviglia quindi che lo spirito antifascista covasse, mai spento, sotto la cenere, e riemergesse con facilità quando venne la buriana della guerra, spingendo ad una sistematica azione umanitaria per salvare dalla spirale mostruosa delle vendette il maggior numero possibile di persone.

Tragica settimana santa del 1944. I due parroci di leonessa, Don Guido Rosini e Don Pio Palla, erano stati trasferiti a Rieti, prigionieri dei tedeschi, in attesa di fucilazione, dalla quale scamparono solo per il deciso intervento del Vescovo Migliorini. Don Matteo Paoletti, il parroco di Villa Bigioni, fu costretto a sospendere la Messa domenicale e, con i paramenti sacri addosso, dovette allinearsi in piazza insieme agli uomini del paese, minacciato anch’egli di fucilazione. Per tutti pagò Don Concezio Chiaretti, tenente cappellano degli alpini, fondatore del Comitato leonessano di Liberazione, nel marzo del 1944, cappellano della Brigata Gramsci già dal 1943. Molti uomini ù, dell’una come dell’altra parte, devono a lui la vita.

Ricordo una delle sue ultime messe nella chiesa di Santa Maria, sull’altare dell’Addolorata, quando sua madre entrò urlando: “Arrivano le SS! Fuggi, mettiti in salvo!”. Don Concezio impallidì e rimase in silenzio per un poi di tempo, poi continuò pacatamente la Messa.

Lo rivide esanime due giorni dopo, in mezzo ad un carnaio di copri orrendamente squarciati, perdonando gli autori dell’inutile strage, da lui benedetti, con supremo gesto d’amore.

Lo portammo nella grande aula di San Francesco, con il volto composto ed i fori alle tempie chiusi con l’ovatta, su una predella d’altare, come tutti gli altri, ma avanti agli altri. Leonessa, che fu in seguito decorata con Medaglia d’Argento al Valore della Resistenza, ebbe così il suo cristo morto: un giovane cristo di 27 anni, posto a capo di una schiera di altri 50 martiri, ucciso da una raffica di mitra alle tre pomeridiane del venerdì santo.

Anche i preti sanno soffrire e morire per una giusta causa.

Che il loro sacrificio, per nostra smemoratezza, non risulti inutile!

Giuseppe Chiaretti”.

Sacrario morti stragi di Leonessa

Sacrario morti stragi di Leonessa

(L’articolo è tratto da “Una Chiesa che lavora insieme” ciclostilato mensile dell’Arcidiocesi di Spoleto).

7-8 Aprile 1944 – Monte Tancia

Il monte Tancia si trova nella porzione settentrionale dei Monti Sabini e lì erano stanziati i partigiani della formazione D’Ercole-Stalin, che agivano nella zona di poggio Mirteto, Poggio Catino, Monte Aspra (oggi Casperia) e Famignano. La brigata risultava dalla fusione di soldati e ufficiali dell’esercito regio comandati dal maggior D’Ercole e dai garibaldini di Poggio Mirteto, guidati da Redento Masci. Con loro, sul Tancia, era aggregata una parte dell’8° zona garibaldina di Roma con alla testa Nino Franchilucci e Luigi Forcella. L’intero contingente variava , a seconda delle circostanze, dai 200 ai 300 combattenti. Era la più grossa brigata a nord di Roma, dopo la Gramsci. Nella notte del 6 aprile, Di Marsciano si spostò sui monti sabini e con i militi della legione 116 e con le SS occupò le mulattiere e i sentieri del massiccio , circondando Capannone del Tancia, Rocco Piano, Crocette, Casale Ferri e Cerreta, dove dormivano i partigiani. Iniziò all’alba una battaglia che durò tutto il giorno. I partigiani tentarono,verso sera, di sfondare l’accerchiamento: una squadra, dalla cima del Monte Arcucciola , con una mitragliatrice consentì la fuga a molti altri. L’estremo blocco era composto di otto ragazzi (il più giovane, Giordano Sangallo, aveva 16 anni) che vennero sopraffati e uccisi. Riuscì a fuggire solo Libero Aspromonti. I nazifascisti trovarono altri partigiani dispersi e li imprigionarono, quelli feriti vennero finiti sul posto. Massacrarono anche i civili che vivevano nei casali di montagna: 7 bambini, 8 donne, 4 vecchi. Il giorno dopo, irruppero a Poggio Mirteto, imprigionarono il podestà repubblichino Giuseppe De Vito, perché non aveva ostacolato l’andirivieni dei ribelli. Lui e 29 concittadini furono portati a Rieti per essere avviati ai campi di concentramento.

7 aprile 1944, S. Michele del Monte Tancia-Rieti

Il pomeriggio del 7 aprile 1944, nella frazione di S. Michele del Monte Tancia, elementi del I battaglione del 20° Reggimento SS-Polizei dopo uno scontro con una squadra di partigiani che viene annientata,eseguirono una strage contro gli abitanti della frazione accusati di aver fornito cibo ai partigiani. Furono uccisi 7 bambini tra i due e gli undici anni, 7 donne e 4 anziani.

8 aprile 1944, Scandiano (Re), quattro operai delle Reggiane sono arrestati con l’accusa di aver preso parte all’uccisione di un fascista. Saranno torturati e deportati in Germania.

7 Aprile 1944, Eccidio della Benedicta (Bosio)

Alla “Benedicta “, antico convento trasformato in cascinale, situato sul Brio dell’Arpescella, era sistemata l’intendenza della terza brigata “Garibaldi”. Il 6 aprile è deciso un radicale rastrellamento operato da truppe tedesche, con l’impiego di oltre 5000 uomini, artiglieria e aerei. La battaglia è cruenta e si conclude con la sconfitta delle truppe partigiane. All’alba del 7 aprile inizia la feroce rappresaglia sui prigionieri, 97 giovanissimi sono fucilati nei pressi del Convento a gruppi di 5. Altri 78 vengono massacrati in varie località della zona (Alessandrino) raggiungendo la cifra di 175 caduti. Dei 368 prigionieri, 191 giunsero sicuramente a Mathausen: 144 morirono, 30 sopravvissero sino alla liberazione. Funesta appendice della tragedia delle Benedicta fu l’eccidio del Turchino ad opera dei soldati della Kriegsmarine e della SS, avvenuto la mattina del 19 maggio 1944 e durante il quale furono fucilati 59 martiri.

7 aprile 1944, Casteldelci(PU)

Le SS per rappresaglia, non avendo potuto catturare un gruppo di Partigiani, avvisati dalla popolazione e riparati in montagna, massacrano a Fragheto (frazione di Casteldelci) 39 contadini, tra cui alcune donne e molti bambini. Nella strage viene sterminata l’intera famiglia Gabrielli, composta di 9 adulti e di un bambino di pochi mesi.

2-7 Aprile 1944, Leonessa (Rieti)

La strage di Leonessa fu una strage nazista avvenuta tra il 2 aprile 1944 e il 7 aprile 1944 a Leonessa e nelle frazioni circostanti, nel corso del quale vennero uccisi 51 civili.

 

Era Venerdì Santo. Don Concezio Chiaretti stava celebrando la Messa. I parrocchiano lo invitarono a fuggire, ma lui si presentò al prefetto Di Marsciano, che aveva individuato alcune persone da giustiziare per aver fondato il CLN. Don Concezio si mise fra esse. In tutto erano 24, tra cui Ugo Tavani. Mancò il tenente Umberto Pietrostefani, incarcerato a Rieti, nei giorni precedenti, dallo stesso di Marsciano. Furono tutti ammassati, sotto sorveglianza delle SS, nella sala consiliare del Comune. Alle ore 15, le vittime designate furono portate a Fossatelle , un terrapieno alla vista di Leonessa e a gruppi vennero trucidati con scariche di mitra dai tedeschi. Fossatelle fu scelto perché i leonessani potessero assistere allo spettacolo. Prima di essere colpito, Don Concezio si voltò verso i fedeli affacciati e inerpicati sui tetti e li benedisse. Le sue ultima parole furono: “Ecce agnus dei” Altre 19 persone vennero ammazzate, quel giorno, a Morro Reatino, paese sulla strada fra Leonessa e Labro.

7 Aprile 1944 – Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti era cappellano degli alpini. Lo ritroviamo, nel 1943, parroco di Leonessa, cittadina alle pendici del Terminillo, in provincia di Rieti. Sulla strada di Rieti transitano i convogli dei tedeschi che portano rinforzi e rifornimenti alla Linea Gustav su cui resistono alla avanzata Alleata. La strada che da Orvieto porta a Ortona sull’Adriatico, percorso protetto dalle colline e montagne, passa a sud del Terminillo, mentre Leonessa è sul lato nord del monte, quindi non interessa la strategia di Kesserling.   Leonessa è anche dirimpettaia di Cascia, divisa da un altopiano sugli 800 e i 1.100 metri , lungo una trentina di chilometri. A Cascia, il 28 dicembre del 1943, è stata proclamata la repubblica partigiana dalla brigata Gramsci (che fa parte del CLN di Terni), cioè è stato istituito un poter costituzionale su un piccolo territorio, in nome del comunismo. A Leonessa, invece, si è formato, nell’ottobre del ’43, un comitato cittadino allo scopo di aiutare e incoraggiare i giovani leonessani a sottrarsi alla leva. Don Concezio presiede il comitato avendo accanto Giuseppe Zelli e Ugo Tavani. Al tenente Roberto Pietrostefani viene affidata una minima forza armata, per tenere sotto controllo una situazione di guerra tutt’intorno. Ce n’è bisogno. Infatti, arriva a Leonessa il commissario prefettizio Pietramanico con l’ordine ai coscritti di presentarsi alla caserma di Rieti. Don Concezio e Pietrostefani lo dissuadono con le cattive e il commissario prende la corriera per ritornare in città a chiedere rinforzi. Viaggia in compagnia di un partigiano, tale Wolfango Costa, che lo fredda. E’ il 26 febbraio del 1944. Nei giorni seguenti, Don Concezio incontra il prefetto di Rieti e lo induce a un compromesso: nessuna reazione violenta e in cambio il parroco convincerà i giovani a consegnarsi spontaneamente. Subito dopo, il giovane prete corre a Cascia e chiede un aiuto ad Alfredo Filipponi , commissario della Brigata Gramsci e presidente della repubblica di Cascia. I due inventano un intervento. Gli uomini della Gramsci assaltano un camion, che porta via i giovani leonessani, li liberarono e li aiutano ad imboscarsi. Filipponi crede di aver guadagnato, come premio, la reggenza di Leonessa. Il 16 marzo, quelli della Gramsci entrano armati a Leonessa. Ma don Concezio ribadisce che la città rimane sotto la responsabilità del comitato, la cui rappresentanza viene affidata all’avvocato Giuseppe Climenti, il 18 marzo. Filipponi stabilisce degli accantonamenti dei suoi nelle frazioni di Pulcini e di Piedipoggio e postazioni di avvistamento e di allarme al Passo del Fuscello e ad Albaneto. La città di Leonessa, nel 1944, conta 1.500 abitanti e l’intero comune 4.500. La guerra raggiunge questa gente il 31 marzo. Un reparto esplorativo del maggiore tedesco Wilke spazza via la guardia partigiana al Passo del Fuscello e di Albaneto e apre la strada alle forze della Wehrmacth del colonnello Ludwig Schanze, circa 2000 militari sostenuti dai carri armati. Partecipa all’operazione anche un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana. Il rastrellamento inizia a Poggio Bustone, nella notte del 31 marzo. I tedeschi e i fascisti imprigionano 170 uomini che verranno deportati ai campi di concentramento di Cinecittà e di Aprilia. Il paese viene bruciato. Il 2 aprile, Schanze entra a Leonessa. Rassicura gli abitanti e prosegue per Cascia. E’ la domenica delle Palme e Don Concezio porge i ramoscelli d’ulivo ai fedeli. Dietro la Wehrmacht viene il battaglione della SS Polizei rafforzato da cinque camionette di camice nere comandate dal prefetto di Rieti Ermanno Di Marsciano. Sono loro che devono punire la città. La prima strage, con fucilazione di 11 uomini, avviene a Cumulata nella notte del 6 aprile. Quando si fa giorno è Venerdì Santo, 7 marzo del 1944. Il rastrellamento preleva 24 persone, fra queste c’è Don Concezio. Alle ore 15 del 7 marzo, i rastrellati vengono portati a Fossatelle e , a gruppi, vengono abbattuti da scariche di mitra. Fossatelle è stato scelto perché i paesani possano assistere allo spettacolo. Prima di essere colpito, Don Concezio si volta verso i parrocchiani affacciati e sui tetti e li benedice. Sul monumento marmoreo, che oggi sorge a Fossatelle in ricordo delle vittime, è scolpita la frase : “Ecce agnus Dei”. Pompeo De Angelis

6 Aprile 1944 – Cumulata

Mentre Schanze operava nel norcino, si insediò a Leonessa un battaglione SS rafforzato dai militi della Guardia Nazionale Repubblicana, comandati dal prefetto Di Marsciano. La carneficina esemplare ebbe inizio nella notte fra il 5 e il 6 aprile a Cumulata, frazione del Comune di Leonessa. Dodici contadini furono radunati nell’aia , mentre i soldati razziavano le case e i pollai. Una vecchietta di 73, Cecilia Pasquali, difese le sue galline a colpi di scopa e cadde uccisa da una pistolettata. I 12 di Cumulata, spinti in un viottolo, vennero abbattuti con raffiche di mitraglia. Il borgo fu incendiato, sotto gli occhi di Rosa Cesaretti, che si era vendicata dei compaesani denunciandoli come ribelli, cosa falsa.

3 – 6 aprile 1944 – Cascia e Norcia

All’alba del 3 aprile, Schanze trovò solo la popolazione a Cascia e dintorni. Il comando della Gramsci, alla notizia del massiccio rastrellamento, aveva sparpagliato i suoi uomini sulle montagne e portato al sicuro il materiale del magazzino della repubblica. Le vittime dell’azione repressiva tedesca possiamo conoscerla dal rapporto del famigerato e fascistissimo prefetto Armando Rocchi di Perugia: “Nelle zone di Norcia e Cascia, il 6 corrente, hanno trovato la morte numerose persone (finora accertate 33) di cui 21 identificate e 12 sconosciute … Durante la stessa azione, sono state distrutte a cannonate o incendiate diverse abitazioni e casolari di campagna, per notizia vennero asportati rilevanti quantitativi di generi alimentari. A Cascia, furono arrestate 98 persone, tra cui impiegati di uffici locali, coloni mezzadri, senza accuse specifiche e trasportati a Roma a Cinecittà …” I tedeschi avevano bonificato gli anfratti del pre Appennino occidentale in vista di una linea difensiva a Nord di Cassino.

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