ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “marzo, 2014”

20 Marzo 1944 – Fiastra (MC) e Cervarolo (RE)

Quella mattina partirono da Frontillo e da Polverina diverse centinaia di militi nazi-fascisti. I partigiani per evitare rappresaglie contro la popolazione si erano ritirati sulle montagne vicine, completamente innevate. Le truppe nazifasciste piazzarono i mortai nella frazione di Cicconi e nella località di Poggio, poi iniziarono il rastrellamento. Durante l’azione rimasero uccisi Ennio Carradori e Vincenzo Sestili. La casa dei fratelli Ferri fu data alle fiamme dopo essere stata saccheggiata. La stessa sorte toccò all’abitazione di un altro partigiano, Ricci. Alcune squadre si erano dirette a Fiume, Fiegni e Podalla. Gli uomini del “202″ da Podalla, dove erano ripiegati, tentarono di accerchiare i militi, che dopo aver incendiato altre case lungo la strada, a metà pomeriggio fecero ritorno a Fiastra.

20 marzo 1944, Cervarolo Frazione di Villa Minozzo (RE)

Paracadutisti della divisione di SS “Herman Goering”,3. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG al comando del capitano Hartwing, distruggono il paese dopo averlo interamente depredato e dopo aver massacrato donne e bambini. Gli uomini superstiti vengono ammassati in un cortile, denudati, lasciati per ore nella neve. Alla fine 27 di essi vengono fucilati

18 marzo 1944 – Palaganoe Montefiorino (Modena)

Un rastrellamento dei nazifascisti nelle frazioni di Monchio, Susano e Costrignano si conclude con l’eliminazione di 150 persone.

 

18 marzo 1944 – Montefiorino (MO).

Sull’Appennino modenese affluiscono un reparto di paracadutisti della Divisione corazzata Herman Goering, 2. e 4. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG comandato dal capitano di cavalleria, Kurt Cristian von Loeben, accompagnato da reparti della G.N.R. di Modena che circondò la valle del Dragone. Alle prime luci dell’alba del 18 marzo gli abitanti della valle furono svegliati dai colpi di tre cannoni che i tedeschi, dalla Rocca di Montefiorino, sparavano su Susano, Costrignano e Monchio. Muovendo da Montefiorino, da Savoniero e probabilmente anche da Palagano anche i reparti germanici motorizzati si misero in marcia verso i paesi da distruggere. I diversi reparti si erano suddivisi le frazioni e le borgate dove dovevano effettuare le stragi.I paracadutisti della Goering ed elementi della gendarmeria iniziarono la spietata caccia all’uomo. Le povere vittime, tutti inermi cittadini, vennero passate per le armi nei luoghi in cui venivano sorpresi. Una parte di essi fu incolonnata, caricata di armi, munizioni e di beni razziati ed avviata verso Monchio dove, nel pomeriggio, venne “giustiziata”. A Susano, che allora contava circa 250 persone, avvennero le prime uccisioni. Anche gli abitanti di Monchio convinti di non aver nulla da nascondere, non tentarono di fuggire e di nascondersi nei boschi. Don Luigi Braglia, parroco del paese: «Sono le sette del mattino quando comincia il saccheggio e l’orribile strage. Entrano nelle case, spezzano le stoviglie e mandano in frantumi i vetri con i grossi fucili;fanno uscire le donne e i bambini, fanno una scorreria nelle camere, rubano qua e là ciò che loro aggrada, scaricando gli uomini che avevano nel frattempo tenuti fermi sotto la minaccia delle armi e quindi li avviano alla piazzetta in prossimità del cimitero vecchio dove vennero passati per le armi». Quando se ne andarono lasciarono dietro di se 129 cadaveri: 71 a Monchio, 34 a Costrignano e 24 a Susano.

17 Marzo 1944 – In Ricordo di Mario Grecchi di PINO FERRARINI e BC

Mario GrecchiMario Grecchi a 20 anni entra nella formazione di bande partigiani nella provincia di Perugia.

E’ da poco uscito dall’Accademia militare dei Modena e partecipa alla costituzione di una brigata che sarà chiamata “ Brigata Leoni”.

La brigata opererà nella zona di Deruta, Bettona, Collemancio, Castel Leone, Casilina. Nella stessa zona operava la brigata comunista Francesco Innamorati con un raggio d’azione un po’ più ampio, arrivando nel folignate. Fra le due brigate i rapporti erano ottimi e spesso si scambiano viveri e vestiario , a volte armi ed uomini.

In una delle prime azioni, nel febbraio del 1944, le due brigate disarmarono le caserme dei carabinieri e della Guardia Repubblichina di Deruta e distribuiranno viveri e vestiario alla popolazione del luogo.

Il comando della Leoni era sistemato in una altura fra Caste Leone e Bettona, (Torre Burchio). Operava a piccoli gruppi di tre o quattro elementi sabotando le vie di comunicazione, disarmando i fascisti e tedeschi.

Purtroppo nella zona c’erano anche spie che dettero informazioni ai tedeschi per un rastrellamento in tutto il territorio.

Così la famigerata Divisione di paracadutisti “ Goering”, appoggiata da elementi della Guardia Repubblicana inviati dal prefetto Rocchi tra il 6 e l’8 marzo 1944 operarono una vasto rastrellamento in tutta la zona e dopo un bombardamento con mortai e l’uso di carri armati riuscirono a circondare un gruppo di partigiani della Brigata Leoni e due della Brigata Innamorati, comandati dal giovane cadetto Mario Grecchi. Constatato il pericolo, Grecchi, ferito da una granata, ordinava ai suoi uomini di fuggire e salvarsi mentre lui cercherà di trattenere i nazisti e repubblichini, tanto che con una rivoltellata ucciderà il capitano del gruppo nazista che lo aveva circondato.

Grecchi verrà portato all’ospedale di Perugia per una sommaria medicazione, tanto da permettergli di restare in vita per essere fucilato il giorno dopo nel poligono di Tito di Porta San Pietro assieme ad altri otto partigiani catturati nella stessa occasione.

La fucilazione del giovane Grecchi suscitò una grandissima impressione nella città e quando gli alleati si decisero di costituire una nuova brigata per affrontare le retroguardie naziste che si erano asserragliate nel nord di Perugia impedendo per oltre 15 giorni l’avanzata delle truppe alleate verso Arezzo, a questa Brigata fu dato il nome di “ Brigata Mario Grecchi”.

 

Ricordo di Bartolo Ciccardini

 

(tratto dal libro: “La Resistenza di una comunità. La Repubblica autonoma di Cerreto d’Esi” (Studium)

 

La scelta di un giovane non era né serena né facile. I miei compagni di classe erano per la maggior parte due anni più di me ed erano nella bufera. Avevo un compagno che aveva quello che più poteva somigliare ad un carattere fascista e che forse per questo si era iscritto in una scuola militare. Si sentì impegnato per onore al suo giuramento precoce e combattè con i partigiani con valore. Si chiamava Mario Grecchi. Ferito, non accettò di arrendersi. Catturato, fu curato in ospedale quel tanto che bastasse a sostenere la fucilazione. Il giorno dopo l’esecuzione avvenne al poligono che è accanto alla bellissima chiesa di San Pietro. Un altro compagno di banco, Gianfranco Briganti, che era certamente il meno fascista di noi, che amava scherzare e raccontare barzellette antifasciste, non sopportò che l’Italia uscisse con vergogna dalla guerra e fece la sola scelta che a suo giudizio potesse salvare il suo onore. Partì con i giovani della Repubblica sociale e non ritornò. Fu fucilato chissà dove dai partigiani.

O amati compagni che a diciotto anni foste rapiti dall’onore a causa della vostra generosità, in un’età in cui si ha bisogno solo d’amore. Come potrei scegliere fra di voi? Io so che oggi il nostro posto doveva essere moralmente, storicamente e politicamente dalla parte di chi combatteva per la libertà dell’Europa, vicino ai nostri cugini il cui nome è restato nei registri di Ellis Island, vicino ai tanti nomi italo-americani del cimitero di Nettuno. Che la nostra vita sarebbe stata infine una repubblica democratica. So che uno di9 voi era nella parte giusta ed uno di voi era nella parte sbagliata. Ma io vi ho amato e pianto entrambi, tutti e due, compagni di banco.

DE GASPERI, LA RESISTENZA E LE NUOVE GENERAZIONI CATTOLICHE di Gabriele De Rosa

Nell’ottobre 1959 la Direzione Centrale della DC organizzò in Roma un Convegno di studio sul tema: “I cattolici e lo Stato”. Relatori: Gabriele De Rosa, Guido Gonella e Marcello Gallo.
Gabriele De Rosa analizzò il contributo dei cattolici alla formazione del nuovo Stato; Guido Gonella, l’apporto del pensiero cristiano sociale alla nuova Costituzione; Marcello Gallo, le garanzie costituzionali della libertà.
Il Segretario politico della DC, Aldo Moro, concluse il Convegno.
Riportiamo di seguito la parte conclusiva dell’intervento di Gabriele De Rosa.
Ivo Butini

* * *

[…]

De Gasperi fu vicino alle esperienze delle nuove generazioni di cattolici. Egli ben comprese che la vita democratica nel nostro Paese non sarebbe stata ripresa al punto in cui il fascismo l’aveva interrotta, e ritenne sommamente importante che certe tradizioni civili della esperienza democratico cristiana e popolare dovessero essere ricomprese nella prossima azione pubblica dei cattolici.

Potremmo dire che a questo compito di mediazione Alcide De Gasperi si dedicò con ogni sua energia sin dal periodo clandestino, quando firmava i suoi articoli sul Popolo con lo pseudonimo Demofilo.

In uno di questi articoli, dopo avere ricordato che il fascismo aveva cercato di scavare un abisso tra la generazione dei popolari, che avevano lottato sfortunatamente per sbarrare la via al fascismo totalitario, e l’altra generazione dei giovani, “che attraversarono il ventennio fascista, senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore”, De Gasperi aggiungeva:
“Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva e operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico cristiano (…). La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani”.

Se le nuove generazioni portarono nella Resistenza lo slancio e la fede proprie dei giovani, che la liberazione volevano non soltanto come moto patriottico e nazionale, ma anche come palingenesi, come condanna del passato e non soltanto quello fascista, la generazione di De Gasperi era più attenta, invece, ai problemi, che furono cari al popolarismo, dei rapporti istituzionali tra i partiti e ai problemi della democrazia politica.

Quella certa tendenza che durante e dopo la Resistenza si manifestò anche tra gruppi di cattolici di ritenere superata la concezione pluralistica dei partiti e di sostituire ad esso una specie di blocco permanente resistenziale di popolo, lasciava De Gasperi preoccupato e diffidente.

In effetti, la Resistenza per Alcide De Gasperi non fu mai di per se stessa forma politica raggiunta, non fu mai intesa come movimento democraticistico, in cui si stemperassero le disuguaglianze tra i partiti nell’amalgama di una solidarietà popolare, ma fu la premessa materiale, l’elemento storico-politico fondamentale della composizione del nuovo Stato.

In altri termini, la Resistenza gli apparve come complesso di esigenze di rinnovamento della società, che avrebbero dovute essere interpretate politicamente ed essere sistemate nell’ambito di un nuovo Stato.

Questo Stato, nella concezione degasperiana, avrebbe mantenuto, però, il carattere di democrazia parlamentare, dove la solidarietà popolare non poteva superare il confine delle differenze sostanziali e istituzionali tra i partiti; questo Stato doveva essere una unione articolata e multanime e non una unità indiscriminata, e sempre muta, salvo che nelle acclamazioni.

Nella battaglia per la Costituzione del nuovo Stato i cattolici, come gli altri partiti dell’antifascismo, dettero il loro contributo, come portatori, per usare parole del linguaggio politico dello statista trentino, di una propria responsabilità politica specifica, ispirata certamente a un programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui il programma avrebbe dovuto essere attuato.

Non sta a me parlarvi degli apporti peculiari del pensiero cristiano sociale alla Costituzione; con maggiore competenza della mia lo farà l’on. Gonella. Mi permetto solo di richiamare la vostra attenzione sul fatto che il testo costituzionale ci appare come qualcosa di veramente originale e innovatore per noi, animato com’è da un’ispirazione finalistica che le costituzioni dell’Ottocento non conobbero.

Epperò, gli elementi originali vengono affermati anche in una sorta di continuità con il migliore pensiero dell’antifascismo, specialmente per ciò che riguarda le affermazioni del pluralismo sociale degli istituti economici e dei sindacati, delle autonomie locali e del decentramento amministrativo con la istituzione delle regioni. Rivendicazioni che già abbiamo trovato nel programma del partito popolare e che furono fatte proprie dalla democrazia cristiana.

V’è, inoltre, il presupposto personalistico che anima il testo costituzionale e in cui è possibile riconoscere l’influsso di un pensiero sociale di ispirazione cristiana.

Insomma, trattasi di un contributo attivo, dinamico, affermato in una gara ideologica e politica con gli altri partiti dell’antifascismo. Fatto indubbiamente nuovo nella storia del movimento cattolico. Poiché nell’evoluzione dell’azione politica dei cattolici italiani, che per sommi capi abbiamo tracciato, è la prima volta che un partito ispirantesi alla tradizione democratica cristiana abbia dato il suo apporto, e di importanza primaria, alla elaborazione di una Carta costituzionale.

Prima del fascismo i cattolici agivano nell’ambito di una costituzione, alla cui formulazione non avevano partecipato e di cui però, con i loro programmi di derivazione personalistica e di decentramento amministrativo avevano denunciato l’asfitticità. Non solo, ma essi non avevano mai trovato nella Costituzione quegli elementi di protezione e di garanzia alle manifestazioni del loro pensiero nel campo della religione e della propaganda, alla libertà di associazione e di riunione, che invece sono stati garantiti dalla nuova Costituzione a tutti gli italiani.

Non dimentichiamo i processi a Sturzo giovane, la condanna di Albertario e le circolare di Rudinì contro le associazioni cattoliche, non però, di Giolitti, che con sottigliezza da Talleyrand, preferiva alle circolari drastiche i patti Gentiloni.

Nel periodo prefascista i cattolici operavano nella cornice di uno Stato il quale nulla aveva sancito statutariamente per la vita economica del Paese, sembrando che unica legge dovesse essere quella dell’automatismo di mercato. Con tutto ciò niente impedì che si formassero nel periodo post-unitario dei monopoli di rappresentanza professionale per i sindacati rossi, mentre erano ignorati i sindacati cristiani.

Tutto ciò è superato con la nuova Costituzione, la quale non si limita a riconoscere più determinati diritti, rimanendo estranea, per il resto, ai problemi dello sviluppo della società civile, ma si preoccupa, invece, di intervenire, di dirigere, di aiutare la realizzazione di un equilibrio tra le varie classi all’interno, un equilibrio rispondente al fine generale dell’elevazione della persona umana in tutti i campi della vita pubblica.

Vi sarebbero qui elementi sufficienti per allargare la discussione e vedere come proprio nell’attribuzione di questi maggiori compiti allo Stato e nel suo carattere finalistico siano gli elementi di differenza con la mentalità “popolare”, che Sturzo ha difeso coerentemente sino all’ultimo.

Ma il discorso andrebbe riferito in termini più generali di storia economica, tenendo ben presenti certe modificazioni strutturali del nostro apparato statale, avvenute durante il fascismo e che Pareto avrebbe definito di socialismo borghese.

Ciò che in questa sede a noi preme sincerare è il diverso carattere che ha assunto, con la Resistenza, l’atteggiamento dei cattolici nei confronti dei problemi dell’organizzazione dello Stato. Da una opposizione critica e netta allo Stato risorgimentale e liberale, i cattolici sono passati ad assumere un atteggiamento costruttivo e positivo, in un rapporto di chiara e corretta convivenza con gli altri partiti.

In questa fase di passaggio, e poi di assunzione di responsabilità dirette al governo del Paese, la Democrazia cristiana ha avuto la sua guida politica in Alcide De Gasperi, che fu, non a caso, anche l’ultimo segretario del partito popolare, del partito, cioè, per dirla con le parole di Francesco Luigi Ferrari, che aveva gettato un seme di sana democrazia nella nostra vita pubblica, concorrendo a favorire, quando il tempo fu maturo, la conquista da parte del popolo di un ordinamento autenticamente democratico, che esso dal Risorgimento non aveva mai posseduto.

Gabriele De Rosa
ottobre 1959

I Partigiani Cristiani nel 2014

Verbale della riunione del giorno mercoledì 12 Marzo 2014 dell’esecutivo ristretto con la partecipazione dei due esponenti delle Acli (Rocco Savron ed Emiliano Manfredonia).

 

Presiede il Presidente: On. Giovanni Bianchi, che comunica l’andamento e l’esito delle riunioni riguardanti il mancato contributo già promesso per il 2013. Il programma proseguirà ugualmente in termini più contenuti. Si farà comunque il Convegno sulla Resistenza civile ed i sacerdoti del Centro-Italia. inoltre si comincerà la costruzione della “lectio multimedialis” che dovrebbe comprendere dieci lezioni interattive e digitalizzate a partire dalle lezioni 5,6,7 che riguardano i temi che comunque affronteremo in questo anno, in attesa di iniziare in autunno il programma del 2014.

Con la partecipazione dei rappresentanti delle Acli, Manfredonia e Savron, si approva il testo della convenzione Acli-ANPC. I Partigiani Cristiani faranno un tesseramento associato e coordinato con le Acli. Si coordinerà con le Acli il programma di studio e di lavoro. Si collaborerà con il Movimento Giovanile delle Acli al fine di costituire insieme, per la formazione dei giovani, i Gruppi di Lavoro “Resistenza e Costituzione”.

Si raccomandano tutte le sezioni e tutti i soci di collaborare con il nostro blog www.anpcnazionale.com per ricordare le nostre battaglie ed i nostri caduti nel calendario del 70° Anniversario della Resistenza.

Noi, in questi giorni, ricorderemo la strage delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo 1944. Ma vorremmo riportare nel calendario tutte le date degli avvenimenti locali della Resistenza che le nostre sezioni ed i nostri soci ricordano.

Aspettiamo dunque il vostro contributo alla memoria.

Il Segretario ANPC

Bartolo Ciccardini

 

17 marzo 1944 – Valmozzola (Parma)

Otto ostaggi vengono fucilati dalla X Mas come rappresaglia per un’azione partigiana.

Marzo 1944, CUMULATA (Rieti)

Marzo 1944,CUMULATA (Rieti)
Tutti gli uomini venivano uccisi.

14 – 20 marzo 1944 – Cascia, Leonessa

I capi della Gramsci ricevettero, a Cascia, con grandi onori, il parroco di Leonessa, don Concezio Chiaretti, venuto a perorare per la liberazione di sette suoi parrocchiani catturati dagli slavi con l’accusa di essere dei “intellettuali” fascisti. Gli slavi ne chiedevano la fucilazione. Ma l’istanza del parroco venne accolta da Alfredo Filipponi, che decretò un atto di clemenza. Oltre che parroco, don Concezio era il capo del Comitato cittadino di Leonesssa, che amministrava la società civile e organizzava la sottrazione alle armi dei giovani del posto. Quel comitato era molto efficace nei suoi scopi , dotato di una minima forza armata affidata al tenente Roberto Pietrosanti. Per migliorare i rapporti con la Gramsci, il comitato leonessano decise di costituirsi in CLN nominando presidente Giuseppe Climinti. In questo modo, fu evitato che i partigiani della repubblica di Cascia forzassero la situazione per acchiappare “la bella ragazza”.

Pietro Scoppola: Recuperare la “Resistenza civile”

Come è noto, due sono i motivi centrali delle tesi revisioniste: il primo è quello della «lunga zona grigia» di indifferenza e passività fra le due posizioni minoritarie in lotta crudele fra loro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; il secondo è quello della crisi della nazione, quale si era faticosamente venuta formando negli anni del Risorgimento e dell’ Italia unitaria, nella tragedia dell’ 8 settembre, che diventa la data simbolo della «morte della patria».

La conseguenza di queste idee largamente proposte e diffuse a livello di opinione pubblica è stata quella di tagliare per così dire le radici stesse della Repubblica e della Costituzione con l’ evidente e spesso esplicito intento – ed effetto politico – di dare fondamento ad una radicale continuità.

E’ evidente che se è fondata l’immagine di un paese immerso nella zona grigia, se la Resistenza è un fatto sostanzialmente marginale, allora l’ 8 settembre e non più il 25 aprile diventa l’elemento centrale di tutta la vicenda; la Costituzione non ha più un riferimento forte nella Resistenza; non ha d’altra parte un fondamento in una tradizione nazionale italiana travolta dalle vicende belliche; la Costituzione perde rilievo storico e torna ad essere tutto e solo un compromesso fra i partiti. Così tutto l’edificio della Repubblica resta privo di fondamento e la Costituzione perciò destinata ad essere archiviata con il superamento di quel quadro storico e con la scomparsa di quei soggetti politici.

Queste interpretazioni; proprio per le reazioni che hanno suscitato, hanno contribuito alla maturazione di una più comprensiva visione di quel periodo storico. L’immagine della zona grigia è inaccettabile. La popolazione italiana nel suo insieme non fu inerte e indifferente di fronte ai mille drammi umani provocati dall’8 settembre: i soldati allo sbando furono accolti e rivestiti; inglesi e americani in fuga dai campi di prigionia furono ospitati e nascosti a rischio della vita, molti ebrei furono salvati. Il fenomeno del rifiuto della chiamata alle armi da parte della Repubblica sociale,   a livello nazionale coinvolge circa il 40 % dei giovani (e delle loro famiglie). È stata ricuperata anche per merito del presidente Ciampi la complessa realtà della resistenza dei militari, rimasta in ombra nella storiografia di sinistra perché si trattava dei “badogliani”. Sono stati ricuperati alla resistenza gli ufficiali e i soldati che resistettero nei lager per fedeltà al giuramento al re. Vi è nella esperienza di questo paese una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi”, e non saranno di fatto irrilevanti per un’ opera di ricostruzione della convivenza civile.

In questi spazi si colloca il ruolo della presenza cattolica intuito da Chabod ma poi confinato nella categoria dell’attendismo. Il parroco, non solo svolge il compito che è proprio della stragrande maggioranza del clero italiano di proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e di porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale, a prescindere dalle scelte politiche, ma svolge un ruolo attivo.

Si ha l’impressione di una lotta di resistenza armata dura ma senza odio e crudeltà; e intorno a questa lotta una vasta zona di resistenza civile che alla fine coinvolge tutto il paese. Fondamentale anche il ruolo del mondo femminile: in una concezione ampia della Resistenza, che non si limita alla lotta armata, le donne hanno una parte centrale.

Dobbiamo dire ormai con chiarezza che il prendere le armi non si può considerare l’unica forma di partecipazione e di coinvolgimento, senza cedere proprio a quella concezione della Resistenza che i comunisti proponevano con la loro accanita polemica contro gli attendisti. È il concetto stesso di Resistenza che va ripensato, recuperando il significo originario del resistere. Insomma il fenomeno della lotta armata, che conserva tutto il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione dal basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve attentamente osservare.

(Dalla prefazione al libro di Bartolo Ciccardini. “La Resistenza di una comunità. Ed. Studium)

13-14 marzo 1944 – Serravalle (MC)

13 e il 14 marzo 1944 i nazifascisti risalirono la vallata con un’imponente colonna di autocarri e rastrellarono nuovamente la zona intorno a Serravalle. Numerosi uomini vennero arrestati e quattro di essi, Domenico Conversini, Adriano Paolini, AgelioSfasciotti e Alpinolo Presenzini, riconosciuti come partigiani, furono passati per le armi.

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