ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

29 Settembre 1943 – Le Quattro Giornate di Napoli rivissute attraverso il Canto allo Scugnizzo

Napoli è la prima tra le grandi città italiane a ribellarsi all’occupazione nazista con le PROPRIE FORZE.
Il primo Ottobre gli Alleati trovano una città già liberata grazie al coraggio del popolo di Napoli.

29 settembre 1943 – Il film su: “Le Quattro Giornate di Napoli”

Napoli, sventrata dai bombardamenti, s’era come svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti,i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all’esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l’occupazione della città.
Un capolavoro di Nanni Loy.

28 Settembre 1943 – Gennaro Capozzo, un ragazzo delle Quattro Giornate di Napoli

M.O. Gennaro Capozzo, «Appena dodicenne durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo.
Napoli, 28-29 settembre 1943
Capozzo

27-30 Settembre 1943 – Anniversario della Liberazione di Napoli

Quattrogiornate3Napoli insorge da sola ed è la prima città europea che si libera dall’occupazione tedesca.
Le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) furono un episodio storico di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale tramite il quale, i civili, con l’apporto di militari fedeli al cosiddetto Regno del Sud, riuscirono a liberare la città partenopea dall’occupazione delle forze armate tedesche.
L’avvenimento, che valse alla città di Napoli il conferimento della medaglia d’oro al valor militare, consentì alle forze alleate di trovare al loro arrivo, il 1º ottobre 1943, una città già libera dall’occupazione nazista, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere con successo contro l’occupazione nazista. (tratto da: wikipedia). Onore a Napoli!

Napoli liberata
Questo racconto, scritto nel 2009, si ispira alla speranza che Napoli sappia da sola liberarsi dalla oppressione criminale che la soffoca come seppe liberarsi, per la virtù dei suoi cittadini, dall’occupazione nazista.

Da un libro di storia del 2029: “Nel ventennale delle Quattro giornate di Napoli”
Storia dell’insurrezione napoletana del 25 aprile 2009
Quella mattina il Professor Papi saliva le scale dell’università profondamente impressionato dalle notizie dei giornali: nuove vittime della camorra (ce ne erano state 4.000 quell’anno); invasione dei rifiuti industriali del nord, imposta dalla forza militare del Governo reale; insurrezioni per il rifiuto delle discariche legali, in un devastante circuito vizioso; crollo dell’economia; colto dibattito fra gli intellettuali sulle virtù della Napoli privata, sul risveglio della politica; offerta del Governatore Bassolino di collaborare.
A questo punto un allievo lo fermò. Lo stava attendendo per consegnargli una ricerca. La prese distrattamente, mugugnò scortesemente qualcosa, ed entrò nella sua stanza dove lo attendeva una penosa riunione burocratico-didattica.
La riunione non c’era. Le dimostrazioni avevano bloccato il traffico. L’aria era irrespirabile. Chiuse le finestre, si abbandonò scoraggiato nella sua poltroncina.
E quasi per abitudine cominciò a sfogliare distrattamente la ricerca. Era la ricostruzione dei rapporti, delle reti, degli incontri dei capi clandestini delle forze politiche per costituire il Comitato di Liberazione Nazionale Alta-Italia. C’era un generale che aveva rapporti difficili ma preziosi, sia con gli ufficiali dell’esercito renitenti alla leva della Repubblica di Salò, sia con i carabinieri in carica, fedeli al Comando clandestino. C’erano i vecchi guelfi ed i giovani professorini che si radunavano in casa di Boldrini, che aveva come coinquilino un giovane di Matelica, Mattei, c’erano i vecchi comunisti della Spagna, c’erano i socialisti scampati alla prigione, c’era il filo diretto con i preti che mantenevano una rete di soccorso per i fuggiaschi, per i perseguitati, per i condannati a morte. Le membra sparse del Paese morte si ricomponevano per la resurrezione.
La penna del ragazzo era appassionata. I nomi di quei personaggi sconosciuti sarebbero diventati famosi: Mattei, Cadorna, Longo, Pertini, Parri.
La definizione scientifica che il ragazzo aveva trovato per definire la natura del CLNAI lo colpì e lo emozionò: “Organismo clandestino che durante la Resistenza ebbe per delega poteri di governo”.
Un potere di governo clandestino nei confronti di un potere di governo reale, ma fittizio, infeudato al potere di una forza di occupazione illegale, incivile, intollerabile.
Il professor Papi saltò in piedi, spaventato. Ora sapeva chi era la forza di occupazione, ora capiva chi era il governo reale, ma fittizio. Ora si domandava dov’era l’organismo clandestino, che prendesse la delega di un vero governo morale, civile, dignitoso, umano.
Il Professor Papi si alzò di scatto. Lasciò carte e cappello e così di corsa si recò a casa del professor Spalletti, un amico di Prodi che si occupava di sistemi economici, vecchio dossettiano, a sua volta amico di un vecchio deputato dossettiano, che aveva rappresentato Napoli in Parlamento.
Andava di corsa nel caos dell’ora di pranzo e si presentò affannato a casa del professor Spalletti, che si stava mettendo a tavola.
A tavola quel giorno non ci si mise. Papi disse: “Ho capito tutto, abbiamo bisogno del CLN, abbiamo bisogno di un governo clandestino, che organizzi le forze che si oppongono all’imbarbarimento della vita civile. Non basta più la Napoli privata che dice Schiavone, non basta più la turris eburnea del Federico II e di Suor Orsola Benincasa. Qui ci vuole un governo”.
Quando il professor Papi lasciò casa Spalletti, si accorse con sorpresa che la notte era scesa da molto. Incominciò una serie di contatti fra vecchi amici. Ci si rese subito conto che il pericolo maggiore era la pubblicità, uscire allo scoperto contro un potere occhiuto ed organizzato, armati dall’equivoco chiacchiericcio, satirico televisivo, non solo sarebbe stato pericoloso, e questo passi, ma sarebbe stato stupido. Entrarono in clandestinità senza saperlo, per una reazione intelligente e studiosa al pericolo che incombeva non su di loro, ma sulla città.
Fu con naturalezza che decisero di cambiare nome in questa fase di contatti e di non usare messaggi registrabili. Volevano sfuggire più alle indiscrezioni dei cronisti che non alle talpe del governo Quisling o dell’esercito di occupazione, che non si curavano di loro. E non usarono nomi di battaglia, ma nomi arcadici. Papi scelse Evandro e Spalletti, più sostenuto, scelse Professor Monteveglio. Cercarono nell’ambito delle specchiate coscienze, della vecchia politica fatta di illusioni e trovarono un allievo di De Martino, un amico di Napoletano, un nipote di Compagna, un rampollo dei Craveri, ed un paio di meditativi stufi di essere arrabbiati.
Avevano fatto un bel Comitato di Liberazione Nazionale, così lo chiamavano ancora per gioco, con la tecnica per cui si fanno i Comitati scientifici per i congressi. Con un tema che ritenevano ancora sociologico, conoscitivo: “Come affrontare un esercito di occupazione feroce e casalingo”.
L’incontro con il Cardinale fu sconvolgente. Il cardinale ascoltò, non disse nulla, senza nominare ufficiali di collegamento disse che per qualche esigenza particolare potevano rivolgersi ad un pretino della Caritas che si occupava del ricovero urgente dei disagiati, dei disadattati, dei fuggiaschi.
Il Professor Spalletti, alias Monteveglio, parlando con il candido sacerdote si accorse che non di soli barboni si trattava: c’erano anche persone che non avrebbe immaginato, di buona condizione civile e professionale, che non si aspettavano protezione da una rete ufficiale, distrutta in gran parte dalle talpe. La Chiesa aveva riaperto i suoi falsi seminari per le persone in pericolo.
La notizia, che non era stata mai detta esplicitamente, non doveva circolare e non circolò. Fu in questa occasione che la clandestinità divenne veramente clandestinità.
Il problema del piccolo seminario fu quello di organizzare gruppi operativi che non si conoscessero fra di loro, ma che fossero coordinati in qualche modo, per prestare un primo soccorso immediato di rifugio alle persone anche casualmente minacciate dalla ritorsione. Se ne occupò un vecchio gentiluomo napoletano che era stato qualcuno nei carabinieri e che assunse il nome di “Fabrizio”.
Il compito, anche se mitamente assistenziale, si trovò di fronte a casi gravi: persone che avevano visto quello che non dovevano vedere, funzionari che non se la sentivano di accettare la corruzione e ve ne erano costretti, piccoli cristi che erano minacciati dai loro superiori, perchè troppo scrupolosi nel loro lavoro. Avevano bisogno di qualche consiglio, di una garanzia di segretezza, talvolta di un rifugio, in una parola della sensazione di non essere soli.
La non voluta commistione della necessaria rete assistenziale, con la rete clandestina che era stata immaginata come cervello organizzativo dello studio delle situazioni pratiche, portò ad una rapida e perfino non voluta diffusione. Di fatto le file si ingrossarono e poiché i gruppi operativi clandestini si trovavano a rispondere a sempre maggiori richieste, la rete in poco tempo divenne importante.
Il Professor Papi, alias Evandro, era impegnatissimo a tenere i rapporti diplomatici con le personalità che dovevano essere di volta in volta informate su singoli episodi. Egli si trovò presto nella necessità di diffidare delle infiltrazioni che la camorra operava in tutti i settori. Si rese conto che non poteva aprirsi con fiducia nei confronti delle autorità giudiziarie e delle forze dell’ordine, perché in alcuni casi la notizia di persone messe sotto protezione era giunta proprio a chi non doveva giungere.
Del resto anche il Professor Spalletti, alias Monteveglio, che si occupava dei “rifugi”, si rese conto di quanto fosse pericoloso che le notizie arrivassero in mano all’esercito di occupazione. Era un compito difficile che risultò facilitato dall’arroganza e dalla sicurezza che la camorra, ritenendosi ormai padrona, dimostrava in ogni sua azione. Ed apparve chiaro che il punto di maggior pericolo era quello della amministrazioni locali, che anche quando non erano direttamente inquinate, erano tuttavia sempre condizionate da un rapporto ambiguo fra amministrazione, gestione delle risorse ed influenza della criminalità.
In questa situazione il generale “Fabrizio” ebbe un grande lavoro da fare: doveva costituire una rete di coordinamento dei vari gruppi, fatta per settori, che dovevano ignorarsi gli uni con gli altri, con competenze precise ed i responsabili di aree geografiche. L’adesione di molti giovani universitari, trascinati dai professori, fu essenziale. Ma la capillarità della rete assistenziale portò alla scoperta insperata della volontà di resistenza di giovani che sentivano intollerabile il condizionamento della criminalità nella vita quotidiana delle loro famiglie e del loro quartiere.
In essi prendeva corpo il rifiuto profondo alle stragi prodotte dalla droga, al dilagare della violenza, che non era solo una specificità nei rapporti criminali, ma che tracimava lentamente in tutti i rapporti sociali dal traffico stradale alla confisca delle cose in mano alla microcriminalità, fino alla intrusione perversa della schiavitù perfino nei rapporti interfamiliari. Chi aveva vissuto in silenzio alla vista dei morti per droga, alla uccisione casuale di vittime degli scontri di banda, alla quotidiana violenza per abitudine nei minimi rapporti civili, nel traffico, nei bar, nella scuola, che poteva tramutarsi senza alcuna ragione in omicidio.
Molti, avevano già deciso il loro rifiuto. Aspettavano solo un punto di riferimento.
Quando nelle piccole situazioni quotidiane presero contatto con la rete che interveniva per soccorrere, capirono subito da quale parte avrebbero voluto essere.
A tutto ci si abitua, anche alla strage, quando essa è quotidiana. Ma quando, in un giorno della incipiente estate, la crudele vendetta dettata dall’arroganza senza limiti si esercitò su un gruppo di bambine dentro una scuola, senza riguardi per chi fossero ed a quale famiglia appartenessero, ma solo per un dipregio totale della vita organizzata, in quel giorno qualcosa accadde.
Si sentì che non bastavano più gli articoli di giornale scandalizzati, gli appelli ipocriti della autorità costituite, la deplorazione liturgica di personaggi televisivi.
Fu decisa la processione di San Gennaro. Doveva essere un semplice atto di riparazione e di riconsacrazione della sede scolastica che era attigua ad una Chiesa che aveva una tradizionale venerazione.
La semplice breve processione divenne una manifestazione di massa, imprevista e drammatica nel suo impressionante silenzio. Assisteva al mesto corteo, che ormai aveva deviato dal suo piccolo itinerario, un gruppo di camorristi, padroni di quel quartiere che, sicuri della loro impunità, assistevano arroganti e minacciosi.
La folla ruppe le file e li cacciò con decisione. La reazione di quegli uomini armati produsse delle vittime. Ai funerali si temevano nuovi disordini e nuovi conflitti.
Bassolino invitò alla calma e predicò la pace sociale. A chi gli contestava il suo fallimento, rispose: “Dovreste farmi un monumento!”.
“Fabrizio” si trovò nella necessità di aprire un rapporto fra la rete e la rabbia che circolava per dare ad essa un contenimento serio ed obiettivi realistici.
Per un processo naturale, prudente ma cosciente della gravità della situazione, di fatto il CLN, che non sapeva di essere tale, assunse il governo.
La caccia ai camorristi incominciò per caso, alla fine della mesta cerimonia. Ma l’esistenza di una rete organizzata permise di riconoscere gli obiettivi strategici e di trasformare la violenza in un’operazione di pulizia. Furono individuate le sedi del traffico della droga. Furono chiusi nello stadio gli spacciatori. Furono catturati e requisite le armi, gli automezzi. Nacquero così le quattro giornate di Napoli.
Il governo nazionale si trovò di fronte ad una situazione nuova.
Come riportare “l’ordine” a Napoli?
Mandare l’esercito e sparare in difesa dei camorristi? Reclutare le formazioni della rete per mettere ordine ad un movimento spontaneo che correva il pericolo di degenerare?
Evandro, Monteveglio e Fabrizio con gli altri sei del Comitato rappresentativi delle tradizioni politiche si proclamarono disponibili ad un ritorno istituzionale dell’autorità dello Stato. Fu il Cardinale a proporre ad un governo nordista recalcitrante che il CLN, ormai così veniva chiamato da tutti, fosse investito a commissariare la Regione ed il Comune di Napoli. Il 25 di Aprile Evandro, Monteveglio e Fabrizio alla testa dei gruppi che avevano operato la liberazione, si insediarono al Governo.
Da questi avvenimenti nacque quel rinnovamento dell’unità nazionale che gli storici chiamarono “il vento del sud”.
Una matricola di lettere del Federico II, ricoverata perché ferita nel moto di liberazione al Cardarelli descrisse lo spirito delle Quattro Giornate di Napoli una poesia che diventò famosa:
“ Lo avrai
Camerata Bassolino
Il monumento che pretendi da noi napoletani
Ma con che pietra si costruirà
A deciderlo tocca a noi.
Più dura di ogni macigno
Soltanto con la roccia di questo patto
Giurato fra uomini liberi
Che volontari si adunarono
Per dignità e non per odio
Decisi a riscattare
La vergogna ed il terrore.
Se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza”.

23 Settembre 1943 – Salvo d’Acquisto (70 anni dopo. Parole ai giovani)

salvo d'acquistoBiografia
Salvo D’Acquisto nasce il 15 ottobre del 1920 a Napoli, nel quartiere del Vomero, in via S. Gennaro Antignano n. 2, da Salvatore D’Acquisto, nativo di Palermo, e Ines Marignetti, napoletana. Primo di cinque fratelli, Franca, Rosario, Erminia e Alessandro. Frequenta l’asilo Maria Ausiliatrice e le elementari nella scuola “Vanvitelli”; mette poi a profitto due anni di Avviamento professionale presso la scuola “Della Porta” e due all’Istituto dei Salesiani. A Roma si prepara per la licenza liceale.
I professori lo definiscono riservato, prudente e di poche parole, i compagni lo ricordano altruista, sincero e difensore dei più deboli. Nella primavera del 1939 riceve la cartolina militare per il richiamo di leva, qui prende la decisione di arruolarsi nell’Arma dei Carabinieri, in cui hanno militato, da parte di madre, il nonno (Mar. Biagio Marignetti) e uno zio e in cui, al momento dell’arruolamento, militano ancora due altri zii, uno materno e uno paterno. L’arruolamento realizza il suo ideale del “dovere come missione” a difesa dei più deboli e dei più umili, il suo desiderio di operare per la giustizia, un sentimento che lo guiderà per tutta la vita. Salvo viene assegnato alla Legione Allievi Carabinieri di Roma. Il 15 gennaio 1940 diventa carabiniere.
Promosso carabiniere, è destinato alla Legione Territoriale di Roma, dove, per qualche mese, presta servizio a Roma Sallustiana, al Nucleo “Fabbriguerra”.
Siamo nel mese di Giugno 1940, l’Italia entra in guerra e Salvo viene inviato come volontario in Africa, cosa che si realizza il 15 novembre 1940, quando si imbarca a Napoli per Palermo, destinazione finale: laTripolitania.
Dopo un mezzo naufragio della nave, Salvo sbarca a Tripoli il 23 novembre, con la 608a Sezione CC, addetta alla Divisione Aerea “Pegaso”, che viene subito inviata in zona di operazioni.
Salvo è un ragazzo riflessivo, di poche parole. I colleghi gli vogliono bene per il suo carattere disponibile, cordiale, per la sua capacità di condividere gioie e dolori e per il suo spirito di solidarietà.
Salvo è un punto di riferimento non solo per i commilitoni, ma anche per i familiari.
Dal carteggio con i genitori si nota che egli condivide poco della facile retorica dell’epoca. Non solo non nutre odio verso i nemici, ma anzi auspica che, in futuro, «i rapporti internazionali possano essere dominati e guidati da spirito di collaborazione tra i popoli e dalla giustizia sociale».
Verso la fine del febbraio del 1941, Salvo viene ferito ad una gamba.
Resta in Africa sino al 7 settembre 1942 allorchè torna in Patria perchè ammesso al Corso Allievi Sottufficiali, presso la Scuola centrale di Firenze.
Superati brillantemente gli esami alla Scuola di Firenze, Salvo viene promosso vice brigadiere (15 dicembre 1942) ed assegnato alla Stazione di Torrimpietra, una cittadina distante una trentina di chilometri da Roma.
Qui vive gli ultimi nove mesi della sua vita (in paese è amato e stimato da tutti) e da qui gli giungono le notizie delle tragiche vicende che vive la Nazione, la caduta del regime, l’armistizio dell’8 settembre e poi lo sfacelo generale.
La sera del 22 settembre 1943, un soldato di un reparto di SS insediatosi in una caserma abbandonata della Guardia di Finanza, rimane ucciso per lo scoppio di una bomba,due rimangono feriti.
Le versioni finora riportate si differenziano, i tedeschi “gridano” all’attentato, più probabile invece l’ipotesi di un incidente, magari rovistando imprudentemente in una cassetta con all’interno delle bombe a mano lasciata dagli “ex inquilini” della caserma, i finanzieri.
La mattina seguente, comunque, la reazione dei tedeschi non si fa attendere, il comandante del reparto tedesco, recatosi a Torrimpietra per cercare il comandante della locale stazione dei Carabinieri, vi trova il vice brigadiere D’Acquisto, al quale ordina di individuare i responsabili dell’accaduto.
Salvo tenta inutilmente di convincerlo che si è trattato di un incidente, inutilmente.
Più tardi, Torrimpietra è circondata dai tedeschi e 22 cittadini vengono rastrellati, caricati su un camion e trasportati presso la Torre di Palidoro, per essere fucilati.
Salvo prova ancora una volta a convincere l’ufficiale tedesco della casualità dell’accaduto, ma senza esito. I tedeschi costringono gli ostaggi a scavarsi una fossa comune, alcuni con le pale, altri a mani nude.
Per salvare i cittadini innocenti, Salvo (ovviamente totalmente estraneo ai fatti) si autoaccusa come responsabile dell’attentato e chiede che gli ostaggi vengano liberati (un gesto che ancora oggi rimane uno dei massimi esempi di coraggio e nobiltà d’animo nella storia del nostro Paese).
Subito dopo il loro rilascio, il vice brigadiere Salvo D’Acquisto viene freddato da una scarica del plotone d’esecuzione.

Alcune spiegazioni ai giovani per una retta interpretazione della Resistenza
1. L’occupazione ingiusta ed illegittima. I tedeschi si sono installati con la violenza sul territorio italiano, non rispettando la decisione legittima dell’Italia di uscire dalla guerra. In un secondo tempo la ricostruzione del Partito Fascista con un Mussolini liberato dai tedeschi darà una parvenza di consenso all’occupazione tedesca. Ma il 23 settembre, 13 giorni dopo l’occupazione di Roma, non c’è nessun alibi per giustificare l’occupazione tedesca.
2. Una occupazione illegittima e violenta di uno Stato legittimamente istituito dà un diritto a tutti i suoi cittadini di resistere in qualsiasi modo e con tutte le loro forze. Discutere su questo diritto ed accettare (o per paura o per calcolo o per impotenza) l’occupazione significa porre fine allo Stato come espressione di una nazione indipendente. Il diritto alla Resistenza è il diritto all’esistenza.
3. Si può resistere con una azione armata aperta ed annunciata, ed anche, se necessario, con un’azione armata nascosta ed improvvisa. Si può resistere anche con un metodo non violento. Gandhi seppe liberare l’India dal dominio britannico con un’azione non violenta. Anche nella Resistenza vi furono esempi di azione non violenta. Dossetti partecipava disarmato alla lotta armata ed era a capo della Resistenza nella sua provincia. Ne parleremo a suo tempo. È Resistenza anche nascondere i rifugiati, mantenere una dignità civile, non fare delazioni, mantenere alti i valori morali della pietà, del rispetto della persona, del comportamento civile.
4. Cominciamo subito ad affermare che non si può accettare una polemica sulla liceità dell’azione armata per evitare la rappresaglia. La rappresaglia (dieci contro uno nell’episodio delle Fosse Ardeatine), se accettata, toglie ogni diritto a chi la accetta. La rappresaglia è l’arma prepotente di chi viola il diritto civile ed il diritto internazionale. Su questo non torneremo più nelle nostre considerazioni.
5. I tedeschi a Palidoro chiedono per la morte di un loro soldato la fucilazione di 22 ostaggi, se il colpevole non si presentasse. Giunti al momento dell’esecuzione Salvo d’Acquisto, innocente, si consegna come colpevole per salvare gli ostaggi. In questa maniera egli afferma due valori: l’Italia esiste ed è libera ed indipendente ed un vice-brigadiere la rappresenta; il sacrificio contro l’illegalità è la forza morale che fa vivere una società civile, che non accetta la barbarie.
6. (Accadrà negli avvenimenti che via via ricorderemo nel loro 70° anniversario anche un episodio contrapposto: i traditori che consegnano ai tedeschi un sacerdote come ostaggio per salvarsi dalla rappresaglia. Anche questo può succedere, ma è la acquiescenza al potere illecito e la fine della società civile).
7. Il 23 settembre 1943 Salvo d’Acquisto viene fucilato. Dopo la Resistenza dei granatieri e dei volontari civili a Roma, dopo l’insurrezione di Napoli, la prima città europea a cacciare con le sue forze i tedeschi, la morte di Salvo d’Acquisto dà inizio alla Resistenza civile, non armata, ma moralmente vittoriosa.

Medaglia d’Oro al Valore Militare con la seguente motivazione

“Esempio luminoso di altruismo, spinto fino alla suprema rinunzia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, erano stati condotti dalle orde naziste 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, non esitava a dichiararsi unico responsabile d’un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così da solo, impavido, la morte imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma”.

Il 9 settembre 1943 – la Marina militare ricorda i caduti in mare

La Spezia – La Marina Militare il 9 settembre alle 11, presso il Monumento Nazionale al “Marinaio d’Italia” di Brindisi, ricorderà i caduti in mare con la cerimonia commemorativa della “Giornata della Memoria dei Marinai Scomparsi in Mare”, a perenne ricordo del sacrificio dei marinai militari e civili scomparsi in mare.

Alla cerimonia solenne che si svolgerà il giorno in cui si ricorda l’affondamento della corazzata ROMA (9 settembre 1943), prenderà parte il Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio di Squadra Giuseppe De Giorgi, oltre alle locali autorità civili e religiose.

Il programma delle commemorazioni prevede un convegno storico dal tema: “L’8 settembre e la tragedia della corazzata ROMA” che si svolgerà il giorno 6 settembre alle ore 10.00, presso il Castello Svevo di Brindisi e che avrà come relatori il professor Vito Gallotta dell’Università degli Studi di Bari e il Capitano di Vascello Patrizio Rapalino dell’Ufficio Storico della Marina Militare.

Presso la Biblioteca del Circolo Ufficiali di La Maddalena, il giorno 9 settembre alle 09.30, si terrà la conferenza dal titolo “L’armistizio e le Forze Navali da Battaglia” seguita una cerimonia che si svolgerà alle ore 11.00 presso la banchina di Punta Chiara (La Maddalena) e alla quale presenzierà, in rappresentanza del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, impegnato a Brindisi, il contrammiraglio Gualtiero Mattesi, Comandante del Comando Militare Marittimo Autonomo della Sardegna. Clicca qui:  Marina a La Spezia

9 Settembre 1943 – La Battaglia della Montagnola

La mattina susseguente alla notizia dell’armistizio truppe tedesche attaccano proditoriamente il reparto dei Granatieri dislocato presso il Forte Ostiense. L’attacco prosegue per tutta la giornata ed i granatieri resistono “fino all’ultima cartuccia”. Nel percorso che abbiamo deciso di compiere insieme per rendere attuali i valori della Resistenza e della Costituzione abbiamo inserito per alcune ragioni particolari il ricordo di questo evento.

Martedì 10 Settembre 2013 in Piazza Caduti della Montagnola
15:30 – Deposizione di una corona di allora al monumento ai caduti della Battaglia della Montagnola, picchetto e banda dei Granatieri
16:20 – Parleranno: Bartolo Ciccardini (Segretario Nazionale ANPC) ; Vito Francesco Polcaro (Presidente ANPI Roma); Mario Buscemi (Presidente Associazione Granatieri – ANGS).
17:00 – Seminario sulla Difesa di Roma nella Parrocchia del Buon Pastore.
Relatori: Dott. Mario Buscemi, Gen. Ernesto Bonelli, On. Bartolo Ciccardini, Dott. Antonio Cipolloni, Dott. Vito Francesco Polcaro, Parroco Don Dino Mussolano.

L’episodio della battaglia della Montagnola è emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che troveranno il loro compimento nella Resistenza.
1. La forza morale del dovere. I Granatieri avevano ricevuto l’ordine di resistere fino all’ultima cartuccia. Non potevano sapere né la situazione politica, né la situazione strategica in cui quell’ordine si sarebbe attuato. Tuttavia risposero con onore e sacrificio all’ordine che avevano ricevuto. Questa forza morale del dovere compiuto che va da El Alamein alla liberazione di Milano è stato il fondamento della resurrezione d’Italia.
2. All’obbedienza senza calcolo dei granatieri si aggiunge spontaneamente il soccorso della popolazione, che accorre in aiuto dei suoi soldati contro lo strapotere della offesa.
3. In quella situazione disperata si trova coinvolto il parroco, Don Pietro Occelli, il quale si assume una responsabilità civile che va aldilà dei suoi doveri di parroco. Il soccorso ai soldati ed ai civili coinvolti nel sacrificio lo porterà a costituire la prima brigata partigiana di Roma. La resistenza armata dei partigiani non è in contrapposizione all’impegno dei militari ma il naturale maturarsi della coscienza nazionale che si oppone alla ingiusta sopraffazione.
4. Un piccolo episodio di altissimo valore morale ci spiega la nascita della Resistenza Cristiana, di coloro che si vollero chiamare “ribelli per amore”: Suor Teresina, che è ricordata qui fra i caduti, si oppone all’oltraggio nei confronti delle salme dei caduti che stava ricomponendo. È una ribellione che non nasce da contrapposizioni politiche o da motivazioni ideologiche, ma dalla pietà cristiana che soccorre gli umili e gli oppressi.
5. In un momento della crisi è giusto ricordare ai giovani che il dovere fino al sacrificio, il coraggio della difesa dei propri valori, l’impegno personale civile sono le componenti necessarie perché l’Italia viva e si rinnovi.

9 Settembre 1943 – Commemorazione della Battaglia della Montagnola

9 Settembre 1943 – A 70 ANNI DALLA BATTAGLIA DELLA MONTAGNOLA di Emanuela Pendola

Ciccardini e Rondi
Dall’8 al 10 settembre del 1943 i militari del Primo reggimento granatieri di Sardegna, insieme ai cittadini residenti dell’allora borgata Montagnola-San Paolo, hanno resistito strenuamente e con grande amor di patria al tentativo delle unità tedesche di occupare Roma. È per ricordare questo anniversario che il 10 settembre 2013 si è svolta la commemorazione del 70esimo della battaglia della Montagnola, nel piazzale dell’Eur intitolato a questo episodio della Resistenza.
Alla celebrazione, che si è aperta con la deposizione di una corona di alloro al monumento ai caduti, con il picchetto e la banda dei Granatieri, hanno partecipato l’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna (Angs), rappresentata dal presidente, il generale Mario Buscemi, la Parrocchia Gesù Buon Pastore, membri delle associazioni di ex combattenti e partigiani, fra cui il segretario nazionale dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc), onorevole Bartolo Ciccardini, il presidente onorario dell’Anpc Gian Luigi Rondi e Vito Francesco Polcaro dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi) di Roma. A rendere omaggio all’anniversario c’erano anche il Centro Sociale Anziani Casale Ceribelli, il vice sindaco di Roma Capitale Luigi Nieri e l’assessore alle politiche culturali Flavia Barca, i rappresentanti del Municipio VIII fra cui il presidente Andrea Catarci e l’assessore alla Cultura e alla memoria Claudio Marotta, oltre al vice sindaco del comune di Amatrice Giuseppe Monteforte.
La cerimonia è stata preceduta dalla lettura del messaggio inviato dal segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra per conto del capo dello stato Giorgio Napolitano per augurare un’ottima riuscita dell’evento in cui si rievoca la battaglia della Montagnola: “una drammatica pagina della storia nazionale che induce a riflettere sul significato e sulla forza degli ideali di libertà e di giustizia che in quei giorni animarono i cittadini e i soldati italiani”.
«Un fatto storico emblematico perché vi sono racchiusi tutti i valori che nella Resistenza troveranno il loro compimento», come ha ricordato l’onorevole Bartolo Ciccardini, Segretario nazionale dell’Anpc, che ha raccontato gli eventi che coinvolsero gli abitanti della Montagnola.
Nel 1943 in quella zona della Capitale non c’erano alti palazzi e file di isolati come oggi, ma si estendevano a vista d’occhio dei prati erbosi chiamati “colline del Tevere”. Qui abitava una piccola comunità di pastori, alcuni dei quali vivevano nelle grotte di tufo, e c’era un istituto religioso con annesso un orfanotrofio dove venivano curati i figli dei caduti in guerra.
In questo luogo avvenne il primo fatto militare dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre quando le truppe tedesche erano intenzionate a prendere possesso della città.
I granatieri italiani di stanza al forte Ostiense non seguirono la divisione che si ritirava da Roma, ma rimasero con l’ordine di opporsi alle forze preponderanti dei tedeschi, resistendo per una giornata. In quell’occasione ai granatieri si unirono carristi, carabinieri, gruppi di soldati italiani di varie armi e popolani sommariamente armati.
«Non c’erano divisioni in quel momento – ha sottolineato Ciccardini -, c’era la scelta fra combattere e non combattere e presero la decisione di fare il proprio dovere: su questa scelta si fonda poi la rinascita italiana».
A raccogliere le storie dei partigiani della Montagnola in un libretto, fu poi il parroco Don Pietro Occelli, che in quel frangente dovette intervenire per aiutare i soldati, curare i feriti e raccogliere i caduti.
C’è la storia di Luigi Perna, medaglia d’oro al valore militare alla memoria, che a 22 anni era il comandante del plotone dei granatieri di stanza a Roma e che morì colpito da un proiettile anticarro. Quando Don Pietro gli chiuse gli occhi, aveva in tasca due sfilatini, uno per sé e uno per il suo attendente, che era morto mentre gli lanciava un tascapane pieno di proiettili.
Altro toccante episodio è quello di suor Teresina, al secolo Cesarina D’Angelo, nativa di Amatrice. La religiosa era figlia di pastori, nipote del fornaio che venne poi trucidato sulla soglia della chiesa. Quel giorno stava componendo i morti nella cappella del forte Ostiense e aveva un crocifisso d’ottone con cui toccava loro le labbra in segno di benedizione. Un soldato tedesco che passava lì accanto fu attratto dal brillare di una catenina d’oro al collo di un caduto, ma mentre il militare tentava di strappare l’oggetto, la religiosa afferrò il crocifisso di metallo e colpì ripetutamente al viso il tedesco, subendone la furiosa reazione. In quell’istante altre persone accorsero nella cappella mettendo in fuga il soldato straniero, ma suor Teresina, già malata gravemente, morirà otto mesi dopo in una clinica di via Trionfale.
Secondo Ciccardini questo «è il ricordo dell’inizio di una resistenza non politica e non ideologica, ma dettata da amore per l’umanità offesa».
La storia poi fece il suo corso: avuta ragione dei combattimenti, i tedeschi proseguirono verso il centro di Roma lungo la via Ostiense, sino a porta San Paolo, dove era stata allestita un’ultima linea resistenziale che impegnò il nemico sino al tardo pomeriggio del 10 settembre.
Complessivamente, alla Montagnola, al forte Ostiense e nelle vicinanze si contarono 53 caduti, di cui 42 militari e 11 civili.
La storia di suor Teresina, degli altri abitanti della borgata e dei granatieri di Sardegna, tutti ricordati nel monumento ai caduti della Montagnola, per il Presidente onorario Anpc Roma Gian Luigi Rondi, deve continuare a essere commemorata e raccontata ai giovani «affinché sull’esempio di quell’alto impegno morale e civile possano costruire un futuro migliore».
Dopo la commemorazione davanti al monumento ai caduti, nella vicina parrocchia di Gesù Buon Pastore si è svolto un seminario sul post 8 settembre nella Capitale, sul ruolo dei granatieri e della Resistenza cristiana, con i contributi del parroco Don Dino Malussano, il generale Maurizio Riccò, il generale Ernesto Bonelli, presidente del Centro studi dell’Angs, l’onorevole Ciccardini, il giornalista e scrittore Antonio Cipolloni e il presidente del Comitato provinciale dell’Anpi di Roma Vito Francesco Polcaro.

Emanuela Pendola

9 settembre 1943 – primo evento della resistenza in Italia

Presentato il nuovo libro di Antonio Cipolloni

E’ uscito in questi giorni nelle librerie ed edicole a Rieti ed a Roma, il nuovo libro di Antonio Cipolloni:

«La giornata del 9 settembre 1943 primo evento della resistenza in Italia».

Il volume, tra l’altro, sottolinea quattro importanti elementi:

–        L’immediata reazione dei Granatieri di Sardegna all’improvviso attacco tedesco al ponte della Magliana;

–        La partecipazione della Parrocchia della Montagnola di Roma, con il suo Parroco don Pietro Occelli in testa, che oltre a dare conforto ai militari feriti aiutò molti dei superstiti ad evitare la deportazione in Germania, così come alcuni ebrei che fece vestire da seminaristi cattolici;

–        I Caduti civili che si batterono a fianco dei militari, dei quali quattro originari della Provincia di Rieti (tra cui l’eroica suor Teresina D’Angelo nata a Voceto di Amatrice);

–        Infine il giorno successivo, dopo la resa di Porta San Paolo, la creazione nella Parrocchia, ad opera di un parroco (don Pietro appunto), di un Generale, e dell’Azione Cattolica parrocchiale, della prima banda Partigiana Cristiana.

Con questi elementi, filo conduttori, l’autore, dopo accurate ricerche, documenti e raccolta di testimonianze oculari, ha voluto raccontare le vicende immediatamente successive alla proclamazione dell’Armistizio l’8 settembre 1943; le vicende della Difesa di Roma e sacrificio di militari (affiancati da civili), dopo lo stratagemma tedesco che dette inizio alla conquista di Roma nelle ore immediatamente successive al proclama di Badoglio, via radio alle ore 19,30 circa, dell’avvenuto Armistizio con gli Alleati. Infine le attività successive di quella “banda”,  tese a dare conforto e aiuto a quanti si trovarono in pericolo ed in difficoltà durante l’occupazione tedesca di Roma e del Lazio.

Il libro è corredato con numerose foto (d’epoca ed attuali), che mettono anche in evidenza episodi e vicende successive al primo scontro avvenuto alla Montagnola il 9 settembre ‘43, e quello del  10 settembre a Porta San Paolo illustrando:

a)     L’eroica difesa dai Granatieri di Sardegna (privi di ogni direttiva od ordine sulla nuova situazione creata da quell’avvenimento), ai quali si unirono spontaneamente alcuni civili della zona della Montagnola.

b)     L’iniziativa del parroco della chiesina di Gesù Buon Pastore (don Pietro Occelli, paolino, giornalista, avvocato, poeta già direttore di Famiglia Cristiana, amico e conterraneo di Ferruccio Parri e Duccio Galimberti) il quale salvò numerose vite umane e pose fine al massacro di granatieri e parrocchiani.

c)     L’epico gesto dei Suor Teresina D’Angelo, originaria di Voceto di Amatrice che a colpi di Crocefisso allontanò un paracadutista tedesco che stava depredando il cadavere di un granatiere Caduto della Catenina d’oro.

d)     La nascita, nella canonica della Parrocchia, della prima banda partigiana Cristiana, ad opera dello stesso Don Pietro Occelli, dell’Associazione Cattolica parrocchiale “Piergiogio Frassati” del generale del genio Guastatori Rodolfo Cortellessa. Una formazione che operò dal 11 settembre 1943 fino alla Liberazione di Roma, riconosciuta dal CNL.

Viene ampiamente rilevato anche che, al termine della giornata del 9 settembre, fu necessario (ad opera del Parroco e dei parrocchiani), fornire asilo ad Ebrei nella Canonica, abiti civili ai nostri militari destinati alla Deportazione dai tedeschi; seppellire in fosse comuni gli oltre sessanta tra militari e civili Caduti nello scontro con i tedeschi; dare conforto sommario ai feriti, in mancanza di materiale adatto alla cura delle ferite riportate.

Tra i civili Caduti sotto il piombo tedesco in quella terribile giornata, 4 erano originari della provincia di Rieti e figurano sulle lapidi poste a memoria sulla piazza antistante il Tempio; piazza dedicata, da De Gasperi e Romita, ai Martiri Caduti della Montagnola, così come nella Cripta del Tempio e nel Museo Storico della Resistenza di via Tasso a Roma, i nomi di quei Caduti del 9 settembre figurano su una Targa bronzea, voluta dai parrocchiani di Don Pietro Occelli, ed inaugurata dallo stesso e dal presidente Ferruccio Parri.

La fotocronaca  del Seminario tenutosi il 9 settembre 2013 nel Tempio di “Gesù Buon Pastore” alla Montagnola, al termine delle annuali manifestazioni commemorative indetta dalla Associazione Nazionale dei Granatieri di Sardegna, al quale presero parte, oltre all’Associazione Granatieri, i rappresentanti dell’ANPI, dell’ANPC, e della Parrocchia, concludono l’interessante lavoro di Antonio Cipolloni.

Il libro è stato presentato a Rieti il 24 gennaio u.s. da Mons. Lorenzo Chiarinelli (Vescovo Emerito di Viterbo), dal sindaco di Rieti Avvocato Simone Petrangeli, dal Consigliere Regionale Daniele Mitolo, dal parroco del Gesù Buon Pastore Don Dino Mulassano e dalla Prof. Sofia Boesch, presso la biblioteca Comunale, alla quale è intervenuto un foltissimo pubblico qualificato di Rieti, Roma e di vari comuni della provincia di Rieti.

Il libro può essere acquistato nelle librerie ed edicole di Rieti (a Roma è nella libreria ARES – via Lorenzo il Magnifico-); e presso l’ufficio amministrativo della parrocchia di “Gesù Buon Pastore” alla Montagnola, via Perna 3. (costo 12 Euro i.c.).

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