ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “giugno, 2014”

6 Giugno 1944

Gli Alleati sbarcano in Normandia.

A Colle Siccu (Castelmadama) uccisi 11 uomini per rappresaglia.

Il CLN dell’Italia Centrale costituisce l’ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il 5 aprile 1945, con il decreto luogotenenziale n.224, riceve la qualifica di Ente Morale, acquisendo personalità giuridica. Il 27 giugno 1945, con la fusione con il CLN Alta Italia, l’associazione diviene definitivamente e veramente nazionale, rappresentando tutto il partigianato italiano. 16 suoi esponenti verranno chiamati quali consultori alla Consulta Nazionale. Nel 1947, al suo primo Congresso Nazionale, verrà eletto Presidente Arrigo Boldrini (Bulow), Medaglia d’Ooro al Valor Militare.

5 Giugno 1944, Roma

Alle 10 del mattino, partigiani della “Banda Roma”[1] di Prima Porta, al comando del capitano Raffaele Ridolfi, si battono contro i tedeschi di una colonna composta da sei camion, tre autovetture e due carri armati. Uno dei carri armati viene bloccato da Felice Rosi, 19 anni, che riesce a piazzargli due bombe a mano nei cingoli. Perde poi la vita colpito in pieno da una raffica di proiettili, mentre tenta di bloccare anche l’altro carro.

Combattendo sulla via Salaria, cade ucciso Ugo Forno[2], “Ughetto”, un ragazzo di tredici anni figlio unico di un invalido, che con i suoi compagni riesce ad evitare che i tedeschi facciano saltare il ponte sull’Aniene. Colpito al suo fianco, muore in ospedale Francesco Guidi. Resterà mutilato di un braccio Sandro Fornari.

Le squadre socialiste dei fratelli Piacentini, dopo uno scontro a fuoco, occupano la caserma Mussolini che presidieranno fino al 10 giugno, per consegnarla poi ai soldati francesi.

Un cecchino fascista a Tor Pignattara, uccide il partigiano Pietro Principato, l’ultimo tra i caduti della Resistenza romana.

Il generale Roberto Bentivegna, che si era rifugiato in Vaticano, viene nominato su designazione del CLN, comandante militare e civile di Roma.

Vittorio Emanuele III trasferisce i suoi poteri al figlio Umberto di Savoia, nominandolo Luogotenente Generale del Regno.

Nella notte tra il 5 e il 6 giugno, i tedeschi bombardano Monterotondo. Numerose le vittime.

 

[1] La “Banda Roma” faceva parte del Fronte Clandestino Militare della Resistenza.

[2] Avvolto in una lacera bandiera tricolore, il suo corpo venne portato alla clinica Inail di via Monte delle Gioie. Per lui e alla sua memoria è stata proposta una medaglia d’oro. Ancora oggi è solo una proposta senza alcun esito.

4 Giugno 1944 – Memorie e ricordi della Liberazione di Roma

Arrivati sul colle, i liberatori di Roma dovettero attendere qualche minuto, perché il Campidoglio era chiuso a chiave e non fu giudicato educato abbattere il portone di un monumento così famoso. (Mark Wayne Clark, Calculated risk, New York 1950).

 

La ventenne Carla Angelini al carcere femminile delle mantellate: “La mattina sono entrate le suore di corsa gridando: “Potete uscire, siete libere!”. Allora noi giù, di corsa…quando siamo uscite dal cancello il secondino alla porta, che era un tipo pignolissimo, ci ha fatto mettere le impronte digitali! Incredibile! Non avevo i soldi del tram. Salgo sulla circolare rossa e dico al fattorino: “Guarda, i soldi non ce lo ho! Esco adesso dal Regina Coeli. Ero una detenuta politica. Che facciamo?”. Quello mi sorride: “Bella mia, vieni, vieni, mettiti seduta!”. (…) Avevo vent’anni, mi sembrava di volare”. (Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Testimonianza di Carla Angelini).

 

A Via Tasso, già nella serata di Sabato 3 Giugno, i detenuti erano stati presi dalle SS di Kappler e caricati su due camion (…). L’autocarro più pieno si fermò per un guasto appena dopo essere partito. I prigionieri, molti dei quali , dopo le torture, erano in condizioni pietose, furono sbattuti di nuovo nelle celle. L’altro camion prese la via del nord (…) e si fermò al 14°km della Via Cassia. I prigionieri, fra cui Buozzi, furono portati in una rimessa. Domenica 4 Giugno il sole era già alto quando le SS li vennero a prendere (…). Là, dopo averli costretti ad inginocchiarsi li uccisero uno dopo l’altro, con un colpo di pistola alla testa. (Claudio Fracassi, La Battaglia di Roma, Mursia).

 

Mussolini il 5 Giugno lanciò al Paese un messaggio irritato ed amaro: “I soldati del Reich hanno conteso passo a passo, con un eroismo che resterà imperituro nella memoria dei popoli, ogni lembo del territorio italiano… Soldati, alle armi! Operai e contadini al lavoro! La Repubblica è minacciata dalla plutocrazia e dai suoi mercenari di ogni razza. Difendetela!”.

 

Lia Levi, la bambina ebrea che aveva passato i mesi dell’occupazione nascosta in un convento di suore a Monteverde, racconta: “Avevo cominciato a scrivere una letterina: “Cara radio, sono una bambina ebrea…”. Mia madre legge e con un grande gesto, come di teatro, comincia a strappare il foglio, scritto in pezzi sempre più piccoli. La guardo sbalordita: che grande errore ci può mai essere? Ed anche se c’è da correggere, perché rompe tutto? Mamma non sembra arrabbiata, anzi è quasi allegra, e butta i pezzetti del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale. La guardo iroso ed offesa. Anche lei mi guarda: “Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina! Una bambina e basta!”. (Lia Levi, Una bambina e basta, E/O).

70 anni fa io c’ero ed avevo quasi 16 anni di GIUSEPPE ACCORINTI

4 GIUGNO 1944

Ci scrive Giuseppe Accorinti, Vicesegretario Nazionale ANPC ed autore del libro “Quando Mattei era l’impresa energetica, io c’ero” (Hacca): “Ecco il mio piccolo ricordo di quel pomeriggio: abitavo in Via D’Azeglio angolo Via Torino ed avevamo una finestra che guardava lungo tutta la Via NAPOLEONE III° in fondo in fondo fino a Piazza Vittorio; le ultime retroguardie tedesche sulle motocarrozzette  con il militare con la mitragliatrice nel sedile di dietro continuavano a scendere lungo Via Napoleone III°:  attraversavano Via Cavour, continuavano sotto di noi per Via FARINI e poi voltavano verso via Torino e quindi verso Villa Borghese e la Flaminia.

Dopo qualche ora queste retroguardie cominciarono a diradarsi e dopo un po’ cessarono del tutto: noi continuavamo a guardare e poi improvvisamente cominciammo a vedere lontano lontano su PIAZZA VITTORIO apparire alle finestre tanti lenzuoli bianchi sic!!-; lì per lì non capivamo di cosa si trattasse ma poi questi lenzuoli continuavano ad apparire sempre più vicini a noi sempre su Via NAPOLEONE III° e quindi lo mettemmo fuori anche noi. Perché i lenzuoli bianchi? Per segnalare agli americani che avanzavano e che inseguivano i tedeschi di proseguire  tranquillamente  perché nelle finestre non c’erano cecchini pronti a sparare -sic!!- : una cosa molto intelligente, no? ma chi aveva dato il suggerimento dei lenzuoli bianchi? Non certo né la radio e tanto meno i giornali: evidentemente c’era stato qualcuno nelle prime strade di Roma in cui  gli americani si stavano inoltrando che aveva avuto questa idea che piano piano era stata seguita da tanti altri che li avevano imitati. Dopo i tristi mesi della occupazione tedesca della città la tanta gente di Roma aveva anche voglia di fare qualcosa che aiutasse quelli che furono subito chiamati i liberatori.

4 Giugno 1944

4 giugno 1944 ,Roma

Alle 3,30 arriva in Campidoglio il tenente colonnello Pollok, primo rappresentante della 5a armata americana.

Alle 6,30 il generale Bencivenga si insedia come comandante militare e civile di Roma.

Il questore Pietro Caruso, nelle prime ore fugge accompagnato dal suo autista e dal caporal maggiore Franzetti, a bordo della sua Alfa Romeo ministeriale.Mitragliato nei pressi di Viterbo esce di strada e si frattura una gamba. Verrà arrestato dai partigiani di Bagnoregio.

I carcerati di Regina Coeli sono liberati dalla popolazione.

Mentre gli Alleati sono alle porte di Roma e avanzano lungo l’Appia Nuova e la Casilina, la sera del 3 giugno i nazisti della Gestapo ammassano su alcuni camion prigionieri di via Tasso, ritenuti utili ostaggi, scortati dalle SS, per portarli con loro al Nord. A nord, sulla Cassia un camion scortato da 6 SS (due italiane) si ferma e fatti scendere, i 14 prigionieri vengono obbligati a ricoverarsi in una rimessa della tenuta Grazioli. Al mattino del 4 giugno le SS decidono di sbarazzarsi di loro. Nel pomeriggio li portano in una zona cespugliosa, nei pressi della Storta e li uccidono con un colpo di pistola alla testa.

Tre giorni dopo gli abitanti del luogo ne rinvengono i cadaveri. Tra gli assassinati, Bruno Buozzi, leader sindacale socialista[1]e Edmondo Di Pillo[2].

A Monterotondo i partigiani, italiani e russi guidati da Alvaro Marchini, da Francesco Zuccheri e dai sovietici Kaliaskin e Tarassenko, assaltano il Comando tedesco. I tedeschi, dopo uno strenuo combattimento, si arrendono. 250 circa i prigionieri e molti i feriti e i morti.

Intanto a Capistrello, in Abruzzo e non molto lontano da Roma, i nazisti assassinano 33 civili, abitanti del luogo ed ex prigionieri alleati.

 

Bruno Buozzi

 

Lungo la via della ritirata, sulla Cassia e sulla Flaminia, ai tedeschi si mischiano anche i repubblichini fascisti. Commissari, prefetti, ispettori, tutta la gerarchia del fascismo romano.

Lungo la via Appia, nella zona di Monte Mario, nei quartieri Appio e San Giovanni, sulla Portuense e sulla Aurelia si battono contro i tedeschi in ritirata i carabinieri della “Banda Caruso” del FCMR.[3]

Scontri molto duri i soldati americani hanno con i tedeschi in fuga a San Basilio, Tiburtino III e Pietralata. Una zona particolarmente colpita dai combattimenti è Portonaccio. Alle 17 gli americani raggiungono Forte Tiburtino.

Nell’VIIIa Zona garibaldina i partigiani entrano in contatto con le truppe alleate.

Sono stati fatti prigionieri 60 soldati tedeschi, subito consegnati agli Alleati.

A Villa Certosa, sulla Casilina, i partigiani combattono contro tedeschi in ritirata. Sei di loro restano uccisi.

Alle 9 del mattino l’VIIIa Zona può dirsi finalmente liberata. Cadono i partigiani Gennaro Di Francesco e Cataldo Grammatica. Le squadre Matteotti attaccano, al Mandrione, i tedeschi in fuga. Viene ucciso Mario D’Angeli e ferito, con mutilazioni, Mario Soldi.

Sulla via Appia squadre Matteotti catturano soldati tedeschi, consegnandoli poi agli americani.

Violento scontro a fuoco alla stazione Ostiense tra squadre Matteotti e paracadutisti tedeschi.

La squadra di Riziero Tesei attacca a Monte Mario una colonna di carri armati tedeschi. Quelle di Francesco Tunetti e di Giacomo Mereu liberano italiani rastrellati e catturano i tedeschi di scorta, consegnandoli agli americani.

Praticamente in tutte le zone di Roma i partigiani attaccano i tedeschi e i fascisti, disarmandoli e consegnandoli poi agli americani.

Poco dopo le 16,00, 4 carri armati americani sono fermi all’angolo di via Ostiense, di fronte ai Mercati Generali[4].

Alla sera, le truppe della Quinta Armata americana, attraverso Porta San Giovanni, entrano in Roma, liberandola dall’occupazione nazifascista.[5]

Nella notte scontro tra partigiani matteottini e fascisti in viale Angelico.

 

[1] Bruno Buozzi, il 13 aprile 1944, incappato in un rastrellamento, viene arrestato a viale del Re e imprigionato in via Tasso, dove viene riconosciuto dai fascisti. Con Buozzi e Di Pillo vengono assassinati il generale Piero Dodi, Medaglia d’Oro al Valor Militare; il tenente Eugenio Arrighi; il tenente Saverio Tunetti; Lino Eramo, Enrico Sorrentino, tutti del Fronte Clandestino Militare; Vincenzo Conversi; Borjan Frejdrik del Comando militare delle formazioni Matteotti, Luigi Castellani, Libero De Angelis e Alberto Pennacchi delle “Matteotti”, Alfeo Brandimarte, Medaglia d’Oro al Valor Militare, e il capitano inglese John Armstrong.

[2] Edmondo Di Pillo (1904-1944). Direttore della Bomprini Parodi Delfino. All’8 settembre 1943 tenente di fanteria, decide di entrare nella Resistenza e stabilisce contatti con la Va Armata americana. Riesce ad evitare la distruzione di importanti impianti elettrici da parte dei tedeschi al momento dello sbarco alleato ad Anzio. Rientrato a Roma, arrestato e sottoposto a duri interrogatori a via Tasso. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

[3] Mario Avagliano, op. cit. pag.272.

[4] Mancini Olivio, Un percorso di vita- Associazione culturale “Il Migliore”2006.

[5] Roma è la prima capitale europea ad essere liberata degli occupanti nazifascisti.

4 Giugno 1944,Capistrello (Aquila)

Mentre Roma veniva liberata, il 4 giugno 1944, a Capistrello si consumava la tragedia: trentatre esseri umani, furono assassinati e buttati nelle buche prodotte dal bombardamento presso la stazione. I tedeschi sono in ritirata, ma non tutti i reparti sono in linea (ciò a volte la dice molto di più sulle prospettive di un conflitto). Nella seconda metà di maggio alcune unità della 5ª divisione cacciatori da montagna(5GBJ) da Sora sono penetrati nella Valle Roveto e si dedicano ai rastrellamenti antipartigiani. Le cose si sono subito messe male quando addosso a un contadino viene rinvenuto un volantino inneggiante alla resistenza. In breve le canne delle carabine e degli Schmeisser tengono sotto controllo 33 uomini. La colonna viene condotta sotto la minaccia delle armi verso la stazione ferroviaria di Capistrello bombardata dagli aerei alleati qualche giorno prima e con voragini enormi. Uno alla volta quegli uomini vengono portati sul bordo di una buca e freddati con una raffica. Quei militari della Wehrmacht non li vedrà più nessuno, inghiottiti dalla storia. La strage è scoperta solo il 9 giugno. Uno dei responsabili del massacro è il caporale Siegfried Oelschlegel, che alla fine della guerra ha preso i voti ed è diventato parroco a Monaco di Baviera.   

4 giugno 1944, La Storta (Borgata di Roma) 14 detenuti del carcere di Via Tasso appena abbandonato dai tedeschi in fuga, tutti torturati e fisicamente distrutti, vengono assassinati a colpi di mitra al quattordicesimo chilometro della Via Cassia. Tra i Martiri c’è il vecchio sindacalista Bruno Buozzi.

7 giugno 1944,Filetto di Paganica(Aquila) In seguito al ritrovamento del cadavere di un soldato tedesco ucciso dai partigiani, un reparto della 114° divisione tedesca cacciatori, comandato dal capitano austriaco Matthias Deffregger (diventerà Vescovo) si precipita sul paese, saccheggia le case e trascina oltre 200 abitanti a un chilometro, sulla via di Camarda.Dopo molte ore di attesa, a mezzanotte, con una mitragliatrice i nazisti cominciano a sparare sulla massa. La folla, con la forza della disperazione, si scaglia sui soldati e molti riescono a fuggire nei boschi. Sul terreno rimangono 17 cadaveri. Cosparsi di benzina, venivano bruciati e quindi seppelliti sotto le macerie di alcune case che venivano fatte saltare.-

 

4 giugno 1944: quando arrivarono i nostri, io c’ero di NICOLA BRUNI

Avevo due anni e sette mesi, il 4 giugno del 1944, allorché i soldati americani entrarono trionfalmente a Roma, dopo che le truppe tedesche occupanti se ne erano ritirate senza combattere, per la miracolosa intercessione di Papa Pio XII, evitandole una catastrofe. Quella sera anch’io, in braccio a mio padre, feci festa ai “liberatori” che passavano con jeep e carri armati per Via Gallia; e ne ricevetti in dono un tubetto di “caramelle col buco”. E’ il ricordo più antico che conservo della mia vita.

Il resto mi fu raccontato. Ero nato sotto la dittatura fascista, mentre l’Italia era in guerra contro mezzo mondo, alleata della Germania di Hitler, e collaborava al progetto nazista di sterminio degli ebrei.

Avevo meno di due anni – e la mia sorellina appena 11 giorni di vita – la mattina del 19 luglio 1943 quando gli aerei angloamericani bombardarono all’improvviso la mia città. Furono sganciate moltissime bombe, che andarono a colpire non le ville ben note dei gerarchi del regime ma il quartiere popolare di San Lorenzo e la sua antica basilica, a breve distanza da casa mia. Dalle macerie furono estratti circa 1600 morti e migliaia di feriti.

Noi abitavamo al nono piano, e quando suonava la sirena dell’allarme aereo, dovevamo scappare tutti nel rifugio sotterraneo della cantina scendendo di corsa e con grande agitazione venti rampe di scale.

La guerra fece irruzione nel mio palazzo di Via Licia il 29 gennaio 1944, quando agenti della Gestapo vennero ad arrestarvi il professor Gioacchino Gesmundo, militante nella Resistenza, e si appostarono nel suo appartamento al decimo piano per catturare i “complici” che andassero a fargli visita. Gesmundo fu poi torturato dai nazisti nel carcere di Via Tasso e fucilato il 24 marzo con altri 334 italiani alle Fosse Ardeatine.

Quel giorno nella nostra casa erano nascosti due miei cugini calabresi ventenni, renitenti alla leva della Repubblica nazifascista di Salò, che tremavano insieme con miei genitori dalla paura. Dietro la porta accanto, c’era una famiglia in angoscia per la sorte di un congiunto bersagliere mandato in guerra sul fronte russo e che non sarebbe più tornato.

Mio padre, 37 anni, maresciallo dell’esercito impiegato al ministero, già combattente pluridecorato della Guerra d’Etiopia, era stato licenziato senza assegni per non aver aderito alla Repubblica di Mussolini. In quel tragico 23 marzo 1944 dell’attentato antitedesco di Via Rasella, che scatenò la smisurata rappresaglia delle Ardeatine, si trovava nella zona di Piazza Barberini circondata dai nazisti, ma riuscì a superare un posto di blocco esibendo la sua tessera di militare e dicendo “polizia”.

Nella stessa Via Licia, il convento delle suore del Preziosissimo Sangue nascondeva alcune famiglie di ebrei, che si salvarono così dalla deportazione nei campi di sterminio. Tra i rifugiati c’era l’ingegner Ferdinando Tagliacozzo, che ho conosciuto nel 1998: allora aveva solo cinque anni, e quando per la strada passavano i tedeschi andava a ficcarsi sotto il letto di una monaca.

Oggi, da superstite, mi viene di pensare che solo per caso (o per grazia di Dio) io mi trovai ad essere fra quegli italiani che gli “Alleati” liberarono dalla dittatura nazifascista, anziché fra quegli italiani inermi che i medesimi liberarono dalla vita bombardando i centri abitati.

 

Nicola Bruni

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Articolo pubblicato nel giornale online Belsito con vista di Nicola Bruni

www.webalice.it/nbruni1/Liberazione.html

4 Giugno 1944 – La liberazione di Roma

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Il generale Clark arrivò al mattino alla testa di un piccolo convoglio di jeep militari e di fotoreporter. Ma invece che al Campidoglio, dove volevano arrivare, si ritrovarono tutti dalle parti di Piazza San Pietro nel dedalo dei vicoli del quartiere Borgo. Un prete fece capire alla colonna dei militari che la direzione era sbagliata. Fu poi un ragazzo in bicicletta, pedalando furiosamente ed urlando alla gente di fare largo, ad accompagnarli a Piazza Venezia, percorrendo Corso Vittorio e poi Via del Gesù.

Ai suoi collaboratori Clark confidò con compiacimento: “Comunque siamo arrivati a Roma prima che Ike attraversasse la Manica ed invadesse la Lombardia”. Nel suo breve discorso non nominò mai il britannico Alexander le cui vittorie erano state decisive sul fronte di Cassino (tratto dal libro “La battaglia di Roma” di Claudio Fracassi, Mursia).

“Quando lo Stato unitario e risorgimentale crollò, restò in piedi nella coscienza civile degli italiani, nel pieno della guerra civile il senso dello Stato. Certamente una Patria (con la retorica P maiuscola) morì l’8 settembre, ma altrettanto certamente una patria (l’umile Italia di Salvo D’Acquisto) si conquistò il diritto di esistere nell’ adempimento del dovere, anche se gli ordini non sarebbero mai arrivati.

Mi fece notare questa cosa straordinaria Vernon A. Walters, personaggio leggendario che è stato anche il famoso vicecapo della Cia che si rifiutò di coprire lo scandalo Watergate, ai tempi di Nixon e poi negli anni ottanta ambasciatore viaggiante di Reagan.

Una sera, a cena, mi raccontò un episodio della sua vita molto avventurosa, che lo aveva  colpito in modo particolare. Walters era entrato a Roma nel 1944 con la prima jeep dell’esercito americano. Veniva dalla via Appia, entrò per porta San Sebastiano, la passeggiata archeologica, il Colosseo ed arrivò a Piazza Venezia. Le ultime camionette tedesche si attardavano ancora a Ponte Milvio e nessuno poteva prevedere cosa sarebbe potuto ancora succedere. L’impressione dell’immagine di questa città  monumentale e deserta era fortissima e lui ed i suoi commilitoni erano ammutoliti per l’emozione.

“A questo punto mi resi conto – mi raccontava Walters – che al centro della scalinata del Milite Ignoto era accesa una fiamma e che due Carabinieri armati facevano la guardia immobili. Erano passati gli ultimi carri tedeschi ed i Carabinieri erano là, immobili. Arrivavano le Jeep che precedevano le autoblinde americane ed i Carabinieri erano là, immobili. Mi resi conto che Roma era Eterna!”.

L’emozione del giovane soldato americano di fronte al senso del dovere dei poveri e dispersi  italiani, ci dice quanto è stato importante rimanere dignitosamente in piedi nella sventura”. (Tratto dal libro “Aspettando il 18 Aprile”, Bartolo Ciccardini, Ed. Studium).

 

3 Giugno 1944, Roma

Al mattino, i tedeschi fanno saltare in aria la polveriera del Forte Tiburtino.

Il CLN, all’unanimità ritiene opportuno rinunciare all’insurrezione popolare.

Le formazioni partigiane dei Castelli entrano in azione, collaborando attivamente alla liberazione di Roma. A Zagarolo i nuclei partigiani Garbuglia, Passeri e Bonaccorsi si scontrano in una battaglia di vaste proporzioni con le retroguardie tedesche.La formazione di Fontana di Sala, al comando di Aurelio Del Gobbo e del tenente Gerardo Cascone, cattura 35 tedeschi sulla Via Nettunese.

La formazione di Marino sulla via dei Due Laghi cattura numerosi soldati tedeschi e requisisce una notevole quantità di materiale bellico.

Le vie consolari, Appia, Casilina e Nettunense, nonché quelle dell’Agro Romano, sono sotto l’attacco partigiano e sempre più intasate da mezzi tedeschi in fuga, in chiara difficoltà e in molti casi allo sbando. Per bloccare l’avanzata alleata e l’attività partigiana i tedeschi fanno saltare il grande ponte di Ariccia.

Militari della PAI vengono disarmati nei pressi del Foro Mussolini.

Una squadra Matteotti attacca una autocolonna tedesca a Monte Mario.

A Forte Bravetta, la Gestapo fa fucilare dai militi della PAI i partigiani del FCMR Fortunato Caccamo[1], Emilio Scaglia[2], Costantino Ebat[3], Giovanni Lupis, Mario De Martis e Guido Orlanducci.

Viene arrestato il ferroviere Roberto Luzzitelli, colpevole di aver “sminato” il Ponte delle Nove Luci.

La Banda di Collepardo[4] che aveva portato a termine numerose azioni di sabotaggio sulla Prenestina, sostiene un conflitto a fuoco con un reparto di 800 alpini tedeschi in ritirata. Il giorno dopo arresta tutti i fascisti delle amministrazioni della zona di Collepardo e di Veroli.

Una pattuglia tedesca in ritirata, a Porta Maggiore abbandona un carro armato in avaria. Il capo equipaggio, incurante della presenza di un gruppo di donne e bambini, lancia una bomba a mano per distruggerlo. Il carro prende fuoco e le munizioni in esso contenute esplodono. A terra rimangono una trentina di corpi, tra morti e feriti.

In via Galeazzo Alessi i partigiani della Banda Rossi catturano 22 soldati tedeschi Una donna viene uccisa a Monteverde dai tedeschi in ritirata.

Nella notte, al nono chilometro della Trionfale, un gruppo di GAP attacca un camion tedesco carico di uomini e munizioni. Dopo un breve scontro a fuoco, 14 soldati tedeschi (due le SS) vengono uccisi.

Lungo via della Nebbia, i tedeschi si arrendono ai gappisti. Vengono portati alla caserma Ulivelli, alla borgata Ottavia, e poi consegnati ad una pattuglia americana.

Achille Grandi , Emilio Canevari e Giuseppe Di Vittorio firmano il “Patto di Roma” per l’unità sindacale.

 

[1] Fortunato Caccamo era un carabiniere della Legione di Roma. Arrestato il 7 aprile 1944, mentre trasportava documenti. Imprigionato per 37 giorni a via Tasso. Condannato a morte il 9 maggio 1944. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

[2] Agente di PS.

[3] Costanzo Ebat, Tenente colonnello di artiglieria, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

[4] La banda di Collepardo, sin dalla sua costituzione, era collegata con la Giunta Militare Centrale e con la zona di Palestrina, ove si trovava un efficiente Comando di zona diretto dai fratelli Lucio e Ignazio Lena e da Mario Sbardella.

Manifestazione 2 Giugno Sezione Piacenza

Come ogni anno l’ANPI: sezione di Gropparello-Carpaneto e l’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piacenza, organizzano nella giornata di Lunedi 2 Giugno, in concomitanza con la Festa della Repubblica, la commemorazione dei primi partigiani morti durante la lotta di Resistenza.

Alle ore 10,00 visita al cippo di Monte Lana ed alle 10,30 funzione religiosa e discorsi commemorativi pressa la chiesetta del passo di Santa Franca (Morfasso), come da programma allegato.

La manifestazione è aperto a tutti coloro ritengono che una buona occasione per celebrare compiutamente la ricorrenza della nascita della Repubblica sia quella di ricordare, sul posto dove sono stati trucidati, i martiri che con il sacrificio della vita hanno permesso la costruzione di un Paese libero e democratico.

Mario Spezia – Presidente ANPC Piacenza

volantino 2 giugno 2014

Incontro a Piacenza del 7 giugno

La V B del Liceo Scientifico “Mattei” di Fiorenzuola ha realizzato una ricerca storica dal titolo IL FASCISMO E Il MOVIMENTO CATTOLICO-POPOLARE  IN PROVINCIA DI PIACENZA NEGLI ANNI 1921-26 da cui è scaturita la pubblicazione di un volume patrocinata, tra l’altro, dall’Associazioni Partigiani Cristiani di Piacenza. Dopo la presentazione a Fiorenzuola, il volume, viene illustrato a Piacenza in quanto il periodo storico preso in esame coincide con una parte importante della vita del prof. Giuseppe Berti, parrocchiano di Sant’Anna, tra le maggiori figure di cattolico antifascista fin dal 1921 nella nostra provincia, di cui si è da poco concluso il percorso diocesano del processo di beatificazione e di cui ricorrono, proprio il 7 giugno, i 35 anni dalla scomparsa.

L’incontro, aperto a tutti, si terrà sabato 7 giugno alle ore 16.00 presso la sala parrocchiale di Sant’Anna in Piacenza via Scalabrini 88.

In allegato:

–  il volantino dell’incontro; Incontro Piacenza 7 6 2014

– articoli da Il Nuovo Giornale a presentazione dell’incontro; Il Nuovo Giornale 31 5 2014 presentazione convegno

– articolo dall’inserto L’Idea di Fiorenzuola d’Arda. L’IDEA 31 5 2014 ricordo storico di Carla Danani

Cordialmente

 

    Mario Spezia presidente provinciale Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Piacenza anpc.piacenza@gmail.com 

 

Ringraziamo il Presidente Spezia per il suo efficientissimo lavoro, la sua dedizione e le belle iniziative!

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