ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

4 Giugno 1944 – Memorie e ricordi della Liberazione di Roma

Arrivati sul colle, i liberatori di Roma dovettero attendere qualche minuto, perché il Campidoglio era chiuso a chiave e non fu giudicato educato abbattere il portone di un monumento così famoso. (Mark Wayne Clark, Calculated risk, New York 1950).

 

La ventenne Carla Angelini al carcere femminile delle mantellate: “La mattina sono entrate le suore di corsa gridando: “Potete uscire, siete libere!”. Allora noi giù, di corsa…quando siamo uscite dal cancello il secondino alla porta, che era un tipo pignolissimo, ci ha fatto mettere le impronte digitali! Incredibile! Non avevo i soldi del tram. Salgo sulla circolare rossa e dico al fattorino: “Guarda, i soldi non ce lo ho! Esco adesso dal Regina Coeli. Ero una detenuta politica. Che facciamo?”. Quello mi sorride: “Bella mia, vieni, vieni, mettiti seduta!”. (…) Avevo vent’anni, mi sembrava di volare”. (Cesare De Simone, Roma città prigioniera, Testimonianza di Carla Angelini).

 

A Via Tasso, già nella serata di Sabato 3 Giugno, i detenuti erano stati presi dalle SS di Kappler e caricati su due camion (…). L’autocarro più pieno si fermò per un guasto appena dopo essere partito. I prigionieri, molti dei quali , dopo le torture, erano in condizioni pietose, furono sbattuti di nuovo nelle celle. L’altro camion prese la via del nord (…) e si fermò al 14°km della Via Cassia. I prigionieri, fra cui Buozzi, furono portati in una rimessa. Domenica 4 Giugno il sole era già alto quando le SS li vennero a prendere (…). Là, dopo averli costretti ad inginocchiarsi li uccisero uno dopo l’altro, con un colpo di pistola alla testa. (Claudio Fracassi, La Battaglia di Roma, Mursia).

 

Mussolini il 5 Giugno lanciò al Paese un messaggio irritato ed amaro: “I soldati del Reich hanno conteso passo a passo, con un eroismo che resterà imperituro nella memoria dei popoli, ogni lembo del territorio italiano… Soldati, alle armi! Operai e contadini al lavoro! La Repubblica è minacciata dalla plutocrazia e dai suoi mercenari di ogni razza. Difendetela!”.

 

Lia Levi, la bambina ebrea che aveva passato i mesi dell’occupazione nascosta in un convento di suore a Monteverde, racconta: “Avevo cominciato a scrivere una letterina: “Cara radio, sono una bambina ebrea…”. Mia madre legge e con un grande gesto, come di teatro, comincia a strappare il foglio, scritto in pezzi sempre più piccoli. La guardo sbalordita: che grande errore ci può mai essere? Ed anche se c’è da correggere, perché rompe tutto? Mamma non sembra arrabbiata, anzi è quasi allegra, e butta i pezzetti del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale. La guardo iroso ed offesa. Anche lei mi guarda: “Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina! Una bambina e basta!”. (Lia Levi, Una bambina e basta, E/O).

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