ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

14 aprile 1944 – Poggio Mirteto

Sull’eccidio di Monte Tancia, il vescovo di Rieti, mons. Benigno Luciano Migliorini inviò una lettera di sdegno al prefetto Di Marsciano, datata 14 aprile 1944: “Per parte mia, vi pongo tre domande: 1) Perché nelle esecuzioni capitali i condannati non possono avere il Sacerdote cattolico? -2) Perché i bimbi furono uccisi alla stessa stregua delle persone adulte? Che forse la loro innocenza doveva essere punita? -3) Perché le salme di coloro che furono sottoposti alla pena capitale non possono essere sepolte nel Camposanto, secondo il rito cattolico, mentre da tutti i popoli è ammesso che <oltre il rogo non vale l’ira nemica?>Tengo poi sepolta nel cuore, versando tutte le mie lacrime innanzi l’altare di Dio, un’altra cosa che voi ben potete immaginare.” La domenica successiva tutti i parroci della diocesi lessero la lettera del vescovo, durante la messa. Ricordiamo la regola, pronunciata da mons. Migliorini: “Oltre il rogo non vale l’ira nemica” ,per cui ripetiamo che l’operazione Schanze fu macchiata anche dal sacrilegio e dal vilipendio dei cadaveri.

13 aprile 1944

13 Aprile Roma

Viene arrestato Bruno Buozzi. Dirigente sindacale socialista, era più volte sfuggito alla cattura. Imprigionato a via Tasso, la sua vera identità[1] venne riconosciuta grazie ad una spia. Ucciso alla Storta, sulla Via Cassia, con altri 12 compagni il 4 giugno 1944, dai nazisti in fuga.

In via Anapo viene ucciso Tombesi, ufficiale fascista dei militi ferroviari.

[1] Buozzi celava la sua vera identità sotto il nome di Mario Alberti.

13 Aprile 1944, Vallucciole di Stia (AR)

Per meglio predisporre l’azione dj rastrellamento, i tedeschi cercavano di localizzare le formazioni partigiane eventualmente presenti nella zona e, a tale scopo, oltre a raccogliere informazioni dalle autorità fasciste mandavano in avanscoperta nuclei di esploratori per segnare gli itinerari e gli obiettivi delle stragi. Fu appunto uno di questi nuclei, composto da 3 SS travestite da partigiani che, il pomeriggio del 12 aprile 1944, viaggiando a bordo di un’auto civile venne intercettato in località Molin di Bucchio (presso Stia) da una squadra della “Faliero Pucci” scesa a rifornirsi di farina. Ingaggiato il combattimento, due dei tedeschi vennero uccisi sul posto, ma il terzo riuscì a fuggire gettandosi nella boscaglia. I! Comando tedesco non tardò a sfruttare quel pretesto per scatenare l’attacco cercando di farlo apparire una già di per sé mostruosa rappresaglia: all’alba de! 13 aprile reparti tedeschi e italiani(divisione Hermann Goering2. e 4. cp. Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG e militi della GNR), già pronti da alcuni giorni, investirono la zona di Stia, compiendovi una terrificante strage con epicentro a Vallucciole, ma poi estesasi a Stia, a il Castagno (San Godenzo) e in tutte le località circostanti. 122 persone massacrate.- Saccheggiate numerose abitazioni.- Incendiate case per rappresaglia all’uccisione di 2 elementi delle forze armate tedesche vestiti in abiti civili.-

 

13 Aprile 1944, Monte Falterona(FI)

7 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG

13 Aprile 1944 Monte Falterona, Badia a Prataglia(AR)

4 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG

13 Aprile 1944 Monte Falterona, Castagno d’Andrea(FI)

7 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG

13 Aprile 1944, Monte Falterona, Moscaio(AR)

8 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG.

13 Aprile 1944, Monte Falterona, Partina (AR)

29 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring

III./Fallschirm-Panzer-Regiment HG.

13 Aprile 1944Bibbiena(Arezzo):

Reparti di SS di passaggio distruggono totalmente il villaggio dopo averlo saccheggiato. Raccolgono poi tutti gli uomini validi e ne massacrano 29 a raffiche di mitra.

13 APRILE 1944 MONTEFALCO:

dopo essere stati condannati da un Tribunale Militare di guerra, vengono fucilati da un battaglione della RSI due giovani di soli 19 anni in quanto accusati di renitenza alla leva.

13 APRILE 1944 CALVI:

sedici persone vengono prima seviziate e poi fucilate perché accusate di essere antitedesche, dalle S.S. con la collaborazione di fascisti

 

12 Aprile 1944

La brigata Manni viene rastrellata dai tedeschi, nella mattina del 12 aprile. Il battaglione delle SS attacca Monte San Pancrazio da tre lati: da Vasciano, da Configni e da Calvi. L’operazione è battezzata “Osterei”, “Uovo di Pasqua” ed è la coda dei massacri della Settimana Santa a Leonessa, a Cascia e sul Monte Tancia. Bartolucci decide di affrontare il nemico nell’illusione, tra le sue montagne, di poter respingere il nemico. I partigiani resistono , finché l’accerchiamento si restringe con loro in mezzo. A quel punto tre uomini si fermano per coprire la ritirata e gli altri trovano scampo sulle montagne di Stroncone. I tre, Vincenzo Mauri, Umberto Bettini, e Geroge Blacket ( un americano) rimasti sul posto con una mitragliatrice, vengono sopraffatti e finiti a colpi di pistola. La roccaforte dei partigiani è distrutta con i lanciafiamme.

Cronologia Resistenza Roma di ALDO PAVIA

RESISTENZA A ROMA di Aldo Pavia

10 Aprile 1944 Monte Morello (FI)

16 vittime uccisi dai nazisti della divisione Hermann Göring Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG

7 Aprile 1944 – Che il loro sacrificio non risulti inutile (di Don Giuseppe Chiaretti)

Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti

Pino Ferrarini, acuto ricercatore, ha ritrovato fra i vecchi documenti un articolo tratto da un ciclostilato mensile
dell’Arcidiocesi di Spoleto: “Una Chiesa che lavora insieme”. L’autore è Don Giuseppe Chiaretti, che successivamente è divenuto Vescovo di Perugia. Monsignor Chiaretti è il nipote di Don Concezio Chiaretti, cappellano degli Alpini e poi cappellano della Brigata Gramsci, fucilato dai tedeschi il 7 Aprile 1944. E’ importante notare come Monsignor Chiaretti in questo articolo auspichi lo studio di questi episodi per comprendere il significato della Resistenza ed il significato del sacrificio di moltissimi sacerdoti. Cosa che vogliamo fare.

Scrive Monsignor Chiaretti: “A qualcuno potrebbe sembrare fuori luogo un articolo del genere sul notiziario che tratta esclusivamente di problemi religiosi ed organizzativi della pastorale diocesana. Esso è nato a margine della mostra della Resistenza, allestita nella ex-chiesa di San Niccolò, con i bandi e gli ordini di rappresaglia tristemente noti, che è bene di tanto in tanto rivedere per non dimenticare.

M’ha colpito l’ingenuo racconto pittorico dei ragazzi di Morgano, che, parlando delle vicende insurrezionali del loro Paese, hanno ricordato anche la mediazione del parroco del tempo, Don Andrea Petruccioli.

Se rievoco quei giorni quindi non è per piaggeria o per ricerca di gratificazioni posticcie. Certi travagli storici hanno un profondo significato anche per la chiesa che, sia pur a fatica, cominciò proprio allora la lunga marcia della Liberazione dalle ricorrenti fornicazioni con il potere.

Non saprei dire se la lunga marcia sia giunta a buon punto, ma è certo che ormai è irreversibile. Come è irreversibile a tutti i livelli la scoperta o il recupero della democrazia come valore e come metodo. Anche se una chiesa locale può aver sofferto e subito le traversie ed ambiguità della storia,. Come è normale che avvenga per chi vive nella storia, la carità ha supplito alle carenze della profezia. Per questo mi sembra che si possa parlare senza alcun complesso di inferiorità. La bufera della guerra ha squassato le coscienze intorpidite anche all’interno della Chiesa e del presbiterio. La resistenza, magari nelle sue forme più elementari di scampar la vita e di sperare sorti migliori, provocò allora una solidarietà umana al di là di ogni frontiera ideologica e gettò nei solchi della storia fermenti nuovi che stanno ancora maturando.

La partecipazione dei sacerdoti alla Resistenza, più che in chiave esplicitamente politica, gravemente atrofizzata – del resto – per la nota e ancora perdurante esclusione concordataria dalla militanza partitica, è stata fatta prevalentemente in termini di carità: i sacerdoti, cioè, sono automaticamente passati dalla parte di chi soffriva, dei perseguitati politici, degli ebrei, dei rifugiati, degli sbandati, degli affamati…; tutte persone che hanno sempre trovato aiuto nelle canoniche dei preti, i quali hanno creato un fitto tessuto di solidarietà umana, per lo più ignorato dalle cronache ufficiali.

E l’opposizione-innata ma consapevole – alla violenza, li ha resi spesso vittime della stessa violenza. Hanno perciò anch’essi subito angherie e vessazioni insieme alla loro gente, pagando persino con la vita. Un gran numero di giovani educati nelle associazioni cattoliche ha preso parte alla Resistenza armata, lottando e morendo consapevolmente contro l’ottuso e disumano nazifascismo: lo confermano le decine di medaglie al valore e le commoventi lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana, che dovrebbero essere maggiormente lette e conosciute, anche nelle aule di catechismo.

Le diffidenze sono riaffioriate a Liberazione avvenuta, quando le varie componenti della Resistenza hanno avviato la dinamica partitica e di governo, esasperando il dibattito ideologico, già di per sé così difficile, per lo stalinismo imperante, a danno dei valori identificati e perseguiti di comune intesa durante la Resistenza (libertà, democrazia, giustizia sociale, pace, solidarietà). Il discorso a questo punto, per essere completo, dovrebbe essere arricchito con tante altre considerazioni, che qui non è possibile fare. Basti averlo accennato. 

Anche i sacerdoti della diocesi di Spoleto rimasero coinvolti nel gigantesco vaglio di valori che fu la Resistenza. Molti,  soprattutto nelle battaglie del Sellarese e della Vallerina, dove più forte era l’afflusso dei rifugiati e la possibilità della Resistenza armata, fornirono pane ed ospitalità, anche con rischio personale.

Alcuni di essi tuttora viventi, come Don Sante Sperandio e don Vittorio Giustini, patirono rappresaglie e fuggirono ai monti; don Giovanni Tavani, allora parroco di Santa Anatolia di Narco, che era la porta della montagna di Caso e Gavelli ove si trovavano centinaia di rifugiati, stette carcerato alla Rocca di Spoleto per un paio di mesi e fu liberato con l’intervento del Vescovo.

Altri sacerdoti si distinsero nell’opera di assistenza durante le incursioni aeree: a Spoleto è ancora ricordato con simpatia Padre Giustino Clivi da Leonessa. C’è anche chi ha pagato la sua generosità con la vita.

Nel recente Convegno di Lucca sul contributo del clero italiano alla Resistenza e alla Liberazione (4-5 Aprile 1975), sono stati ricordati i 250 sacerdoti italiani che, come diceva il Vescovo Agresti ad apertura di quel Convegno, sono stati solidali fino alla morte “nella difesa degli inermi e dei perseguitati e nella solidarietà operativa con i liberi”, morendo anch’essi, come Don Aldo Mei, “travolti dalla tenebrosa bufera dell’odio”, perdonando ed amando.

Tra quei preti il nostro Don Michele Lilli, già parroco a Leonessa e successivamente a Bevagna, morto mitragliato dai tedeschi il 12 Giugno 1944.

Ma occorre soprattutto ricordare i sacerdoti allora operanti a Leonessa, che fu la terra più martoriata della diocesi spoletina. Ai preti di lassù, di parte sia spoletina che reatina, non mancarono, in tutto il periodo del fascismo, prove dolorose e lutti. Già il leonessano Don Domenico Ettorre, come vice assistente nazionale della Gioventù d’Azione Cattolica, aveva raccolto nel 1931 un voluminoso e documentato dossier sulle aggressioni dei fascisti alle sedi dell’Azione Cattolica in tutta Italia, a cominciare dal Circolo di Spoleto; e da quel dossier Pio XI derivò l’energica presa di posizione della “Non abbiamo bisogno”. Manganellate e purghe d’olio di ricino toccarono a più di un prete leonessano, tra cui Don Giuseppe PietroStefani, che in seguito se ne ammalò e morì. Il tenace e polemico Don Pio Palla serbò per giorni migliori il ritratto di Giacomo Matteotti, ucciso dalla rabbia fascista. Nessuna meraviglia quindi che lo spirito antifascista covasse, mai spento, sotto la cenere, e riemergesse con facilità quando venne la buriana della guerra, spingendo ad una sistematica azione umanitaria per salvare dalla spirale mostruosa delle vendette il maggior numero possibile di persone.

Tragica settimana santa del 1944. I due parroci di leonessa, Don Guido Rosini e Don Pio Palla, erano stati trasferiti a Rieti, prigionieri dei tedeschi, in attesa di fucilazione, dalla quale scamparono solo per il deciso intervento del Vescovo Migliorini. Don Matteo Paoletti, il parroco di Villa Bigioni, fu costretto a sospendere la Messa domenicale e, con i paramenti sacri addosso, dovette allinearsi in piazza insieme agli uomini del paese, minacciato anch’egli di fucilazione. Per tutti pagò Don Concezio Chiaretti, tenente cappellano degli alpini, fondatore del Comitato leonessano di Liberazione, nel marzo del 1944, cappellano della Brigata Gramsci già dal 1943. Molti uomini ù, dell’una come dell’altra parte, devono a lui la vita.

Ricordo una delle sue ultime messe nella chiesa di Santa Maria, sull’altare dell’Addolorata, quando sua madre entrò urlando: “Arrivano le SS! Fuggi, mettiti in salvo!”. Don Concezio impallidì e rimase in silenzio per un poi di tempo, poi continuò pacatamente la Messa.

Lo rivide esanime due giorni dopo, in mezzo ad un carnaio di copri orrendamente squarciati, perdonando gli autori dell’inutile strage, da lui benedetti, con supremo gesto d’amore.

Lo portammo nella grande aula di San Francesco, con il volto composto ed i fori alle tempie chiusi con l’ovatta, su una predella d’altare, come tutti gli altri, ma avanti agli altri. Leonessa, che fu in seguito decorata con Medaglia d’Argento al Valore della Resistenza, ebbe così il suo cristo morto: un giovane cristo di 27 anni, posto a capo di una schiera di altri 50 martiri, ucciso da una raffica di mitra alle tre pomeridiane del venerdì santo.

Anche i preti sanno soffrire e morire per una giusta causa.

Che il loro sacrificio, per nostra smemoratezza, non risulti inutile!

Giuseppe Chiaretti”.

Sacrario morti stragi di Leonessa

Sacrario morti stragi di Leonessa

(L’articolo è tratto da “Una Chiesa che lavora insieme” ciclostilato mensile dell’Arcidiocesi di Spoleto).

7-8 Aprile 1944 – Monte Tancia

Il monte Tancia si trova nella porzione settentrionale dei Monti Sabini e lì erano stanziati i partigiani della formazione D’Ercole-Stalin, che agivano nella zona di poggio Mirteto, Poggio Catino, Monte Aspra (oggi Casperia) e Famignano. La brigata risultava dalla fusione di soldati e ufficiali dell’esercito regio comandati dal maggior D’Ercole e dai garibaldini di Poggio Mirteto, guidati da Redento Masci. Con loro, sul Tancia, era aggregata una parte dell’8° zona garibaldina di Roma con alla testa Nino Franchilucci e Luigi Forcella. L’intero contingente variava , a seconda delle circostanze, dai 200 ai 300 combattenti. Era la più grossa brigata a nord di Roma, dopo la Gramsci. Nella notte del 6 aprile, Di Marsciano si spostò sui monti sabini e con i militi della legione 116 e con le SS occupò le mulattiere e i sentieri del massiccio , circondando Capannone del Tancia, Rocco Piano, Crocette, Casale Ferri e Cerreta, dove dormivano i partigiani. Iniziò all’alba una battaglia che durò tutto il giorno. I partigiani tentarono,verso sera, di sfondare l’accerchiamento: una squadra, dalla cima del Monte Arcucciola , con una mitragliatrice consentì la fuga a molti altri. L’estremo blocco era composto di otto ragazzi (il più giovane, Giordano Sangallo, aveva 16 anni) che vennero sopraffati e uccisi. Riuscì a fuggire solo Libero Aspromonti. I nazifascisti trovarono altri partigiani dispersi e li imprigionarono, quelli feriti vennero finiti sul posto. Massacrarono anche i civili che vivevano nei casali di montagna: 7 bambini, 8 donne, 4 vecchi. Il giorno dopo, irruppero a Poggio Mirteto, imprigionarono il podestà repubblichino Giuseppe De Vito, perché non aveva ostacolato l’andirivieni dei ribelli. Lui e 29 concittadini furono portati a Rieti per essere avviati ai campi di concentramento.

7 aprile 1944, S. Michele del Monte Tancia-Rieti

Il pomeriggio del 7 aprile 1944, nella frazione di S. Michele del Monte Tancia, elementi del I battaglione del 20° Reggimento SS-Polizei dopo uno scontro con una squadra di partigiani che viene annientata,eseguirono una strage contro gli abitanti della frazione accusati di aver fornito cibo ai partigiani. Furono uccisi 7 bambini tra i due e gli undici anni, 7 donne e 4 anziani.

8 aprile 1944, Scandiano (Re), quattro operai delle Reggiane sono arrestati con l’accusa di aver preso parte all’uccisione di un fascista. Saranno torturati e deportati in Germania.

7 Aprile 1944, Eccidio della Benedicta (Bosio)

Alla “Benedicta “, antico convento trasformato in cascinale, situato sul Brio dell’Arpescella, era sistemata l’intendenza della terza brigata “Garibaldi”. Il 6 aprile è deciso un radicale rastrellamento operato da truppe tedesche, con l’impiego di oltre 5000 uomini, artiglieria e aerei. La battaglia è cruenta e si conclude con la sconfitta delle truppe partigiane. All’alba del 7 aprile inizia la feroce rappresaglia sui prigionieri, 97 giovanissimi sono fucilati nei pressi del Convento a gruppi di 5. Altri 78 vengono massacrati in varie località della zona (Alessandrino) raggiungendo la cifra di 175 caduti. Dei 368 prigionieri, 191 giunsero sicuramente a Mathausen: 144 morirono, 30 sopravvissero sino alla liberazione. Funesta appendice della tragedia delle Benedicta fu l’eccidio del Turchino ad opera dei soldati della Kriegsmarine e della SS, avvenuto la mattina del 19 maggio 1944 e durante il quale furono fucilati 59 martiri.

7 aprile 1944, Casteldelci(PU)

Le SS per rappresaglia, non avendo potuto catturare un gruppo di Partigiani, avvisati dalla popolazione e riparati in montagna, massacrano a Fragheto (frazione di Casteldelci) 39 contadini, tra cui alcune donne e molti bambini. Nella strage viene sterminata l’intera famiglia Gabrielli, composta di 9 adulti e di un bambino di pochi mesi.

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