ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

11 Gennaio 1944 – Fabriano 70° Anniversario del bombardamento della città

Manifestazione dell’11 gennaio 2014 che si terrà a Fabriano in occasione del 70° anniversario del bombardamento della città avvenuto l’11 gennaio 1944.

manifesto 70° 11 gennaio 1944

25 Dicembre 1943: la Resistenza in Laterano di NICOLA BRUNI

Durante l’occupazione tedesca di Roma il complesso di edifici extraterritoriali adiacenti

alla Basilica di San Giovanni dette asilo a gran parte del Comitato di liberazione nazionale centrale,

 oltre che a molti ebrei, militari e antifascisti, mentre i nazisti fingevano di non saperlo.

Fu il complesso extraterritoriale del Laterano, appartenente allo Stato neutrale del Vaticano, il principale rifugio – e anche sede operativa, dotata di radio trasmittente – dei capi della Resistenza nei nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, dopo l’8 settembre 1943. Vi si nascose gran parte del Comitato di liberazione nazionale centrale (Clnc), con il suo presidente Ivanoe Bonomi, Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Meuccio Ruini. C’era persino il generale Roberto Bencivenga, comandante della Piazza di Roma per il Regno del Sud. Lo rivela lo storico Andrea Riccardi (ex ministro del Governo Monti) nel libro “L’inverno più lungo. 1943-44: Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma” (Laterza).

Protagonista della vicenda fu un sacerdote di 42 anni, Roberto Ronca, rettore del Seminario maggiore, che con il tacito avallo del papa Pio XII si assunse il rischio e la responsabilità di dare asilo nel recinto lateranense a un migliaio di persone, ricercate dai nazifascisti o comunque in pericolo di vita (ebrei, renitenti alla leva della Repubblica di Salò, militari, politici antifascisti e addirittura personalità legate al regime, come la figlia del maresciallo Graziani). Tra i rifugiati più famosi, il geografo ebreo Roberto Almagià e il futuro editore Giangiacomo Feltrinelli.

I tedeschi sapevano che nel Laterano (come in moltissimi altri edifici religiosi di Roma) erano nascosti ebrei e antifascisti, ma recitando una “commedia delle parti” fingevano di non saperlo, e così tenevano sotto ricatto il papa per costringerlo al silenzio sulle loro malefatte.

Pio XII puntava a favorire una transizione non violenta della città dai tedeschi agli Alleati, e alla fine riuscì, con le armi della diplomazia, ad ottenere la liberazione di Roma senza combattimenti il 4 giugno 1944.

Nicola Bruni

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Articolo pubblicato nel giornale online Belsito con vista di Nicola Bruni

www.webalice.it/nbruni1

e nella rivista La Tecnica della Scuola

La lunga guerra della Brigata Majella

Zakrzewski

Un ufficiale italiano,comandante di una pattuglia di “Patrioti della Majella”,fornisce informazioni al Tenente Colonnello Zakrzewski,comandante del reggimento polacco “Lancieri dei Carpazi” (Imperial War Museum,Londra)

Nel 1943, i reparti tedeschi, cacciati da Napoli, organizzano precipitosamente una linea di difesa sul Garigliano. Concentrano le loro forze a Cassino, ma per non essere presi alle spalle devono chiudere la linea da un mare all’altro nella direttrice in cui si trova il Parco nazionale degli Abruzzi, la Majella, il Sangro fino a Termoli. Nelle montagne più riposte d’Italia si consuma una tragedia di cui si è perso dolorosamente e colpevolmente il ricordo: i tedeschi fanno saltare i paesi e sii fortificano sulle rovine, compiono stragi di intere popolazioni, si accaniscono contro donne e bambini. Fanno terra bruciata per non aver ostacoli nella difesa

Gli abruzzesi si ribellano e nasce una resistenza tutta particolare, che non nasce per disturbare gli occupanti, ma che difende i propri paesi e le proprie famiglie, affrontando in campo aperto i nemici. Non si chiamano partigiani, (il nome era ancora sconosciuto) e non son partigiani, perché non usano la tattica della guerra partigiana, ma vogliono combattere come una formazione militare presente in campo.

Nasce cosi il piccolo esercito della Majella che avrà caratteristiche uniche nella storia della Resistenza, per questa loro pretesa di riconquistare subito il proprio paese. E si danno il nome di Patrioti.

La zona in cui operano è praticamente vuota: il Re e Badoglio sono a Brindisi, ultimo lembo dell’Italia non occupato dai tedeschi, e non hanno ancora messo in campo forze capaci di operare; gli Alleati sono a Salerno ed a Napoli e cercano di arrivare il più presto possibile a Roma; gli stessi tedeschi sono in quei monti solo per creare una disperata linea di difesa e per rallentare la corsa degli alleati verso il Nord.

I patrioti della Majella chiedono armi e mezzi per combattere. Ma gli Inglesi, che in quel momento sono al comando delle forze alleate, hanno molti dubbi. Non hanno stima dei combattenti italiani, non molto fretta di dare agli italiani una possibilità di riscatto, sono sospettosi verso le posizioni politiche che a loro sembravano di sinistra, temevano di concedere le armi a forze che, alla fine della guerra, le avrebbero potute usare contro di loro.

La realtà era diversa. I capi della Majella erano socialisti (l’avvocato Ettore Troilo era stato collaboratore di Matteotti) e repubblicani ( si definivamo Mazziniani). Fra i volontari c’erano tutte le tendenze politiche, ma avevano i mente di costituire una forza militare disciplinata ed apolitica, nonostante che questo parola fosse inesatta. Infatti era politica la sceltra antifascistA e la pretesa di non accettare la monarchia.

Questo creerà altri problemi quando verrà il momento di inserire la brigata Majella nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) che faticosamente si stava riorganizzando nel Sud. La Brigata Majella ebbero con il CIL un rapporto amministrativo, ma pretese ed ottenne una completa autonomia operativa. E questo non suscito   grande simpatia nei Comandi dell’esercito, anche se il loro contributo fu sempre riconosciuto ed apprezzato.

Ma non sorprendiamoci troppo. Era esattamente questo il rapporto tra i volontari Garibaldini e l’esercito piemontese nelle guerre del Risorgimento. A buon titolo la Brigata Majella entra nella tradizione delle formazioni dei volontari  che hanno caratterizzato la storia italiana.

Finalmente gli inglesi accettarono di far combattere i patrioti della Majella, per una ragione molto semplice: perche avevano bisogno di soldati che conoscessero il territorio, che avessero una grande mobilità, che andassero a piedi senza consumare benzina e che facessero a meno di ricambi e d strutture di sostegno. Lasciarono i capi che erano stati scelti dai soldati, ma li misero agli ordini di tre ufficiali inglesi , come in un qualsiasi reparto di indigeni nelle guerre coloniali.

Possiamo dare questo giudizio senza timore e falsa prudenza, perché i tre ufficiali  inglesi si convinsero del valore del coraggio dei soldati abruzzesi, ne chiamarono altri ad arruolarsi, li difesero nei confronti delle gerarchie alleate ed italiane ed uno do loro , il capo, maggiore Wigram mori combattendo con loro nella impresa più difficile. Non solo, ma dopo aver impiegato il piccolo esercito abruzzese per riconquistare i loro paesi distrutti dai tedeschi, li portarono a liberare le Marche ed a sfondare la linea gotica, facendo nuovi arruolamenti fra gli abruzzesi. La Majella restò un piccolo esercito abruzzese : solo un reparto marchigiano, fatto da partigiani marchigiani che avevano combattuto con loro, ebbe l’onore di entrare a far parte della Brigata Majella.

E parliamo della piccola guerra di questo piccolo esercito “garibaldino”. Come Garibaldi a Varese ed a Bezzecca si fecero subito conoscere per il valore e la mobilità.

Nella zona in cui operavano, che era anche la loro piccola patria, liberarono Civitella Messer Raimondo, Lama dei Peligni, Gessopalena, Torricella Peligna, Fallasco, Montelpiano Fallo e Quadri.

Molte di queste località furono strappate ai tedeschi e rimasero sotto il loro controllo. Ma dobbiamo capire che non c’era un fronte stabile e definito: erano pochi uomini in un territorio grande e montagnoso, senza basi di approvvigionamento, senza riserve e cambi, senza una vera base di comando, per cui la situazione era continuamente variabile e sempre esposta a contrattacchi e sorprese. Era però importante che essi conoscessero i luoghi, godessero della fiducia della popolazione, si occupassero  con amore delle genti disperate ed oppresse che erano anche le loro famiglie. Questo li rese indispensabili e non furono più figli di nessuno.

Il 17 gennaio fu ucciso il primo patriota. Il 31 gennaio iniziò l’attacco al caposaldo di Pizzoferrato. Il 2 febbraio fu liberata Quadri, il 4 febbraio i tedeschi furono cacciati da Pizzoferrato. In quall’azione morì il Maggiore Wagram. A  Marzo il Comando militare italiano del Governo Badoglio, il Generale Messe chiama Ettore Troilo per inquadrare la “banda”, nel Regio Esercito. Troilo rifiuta il giuramento al Re, ma si arriva ad un accordo fra formazioni autonome. I Comandi militari si orientano verso un naturale ed ovvio scioglimento della “banda” con il prelievo dei soggetti alla leva, ma il generale Messe decide di  procedere “con tatto e senza fretta”. Probabilmente tutti pensavano che con l’avanzare del fronte la “banda” si sarebbe sciolta da sola. Non avevano fatto i conti con le necessita della guerra. Con un fronte non solidificato e non ben definito cha andava dal Mar Tirreno al mare Adriatico, segnato da posizioni forti  con grandi spazi aperti nelle zone montuose, una formazione agile, poco pesante e mobilissima capace di controllare il territorio sarebbe diventata preziosa. Nel frattempo la banda presidia e riordina i territori conquistati. Questa operazione si conclude il 13 Giugno a Sulmona.

Gli inglesi si trasferiscono altrove e vengono sostituiti dai polacchi a cui è affidato il compito di conquistare Ancona. I polacchi hanno fatto una esperienza terribile: prigionieri dei sovietici nel 1939 ( quando furono occupati ferocemente da tedeschi e russi, son stati trasferiti in Iraq, dopo l’accordo tra alleati e russi, e sospettano di tutte le formazioni in cui militino anche dei comunisti. Sono sospettosi ed esigenti, ma la Majella non è pronta ad inserirsi nel Regio Esercito (che comunque l’avrebbe sciolta e magari avrebbe processato qualcuno per diserzione) ed  anche i polacchi avevano un problema di uomini dopo le terribili perdite della battaglia di Cassino: cos’ decisero di portarsi gli Abruzzesi con sé. Anzi, permisero anche nuovi arruolamenti, ma solo nella zona di origine. Fu solo la mancanza di munizioni per il disordinato e vario armamento di cui la Majella disponeva impose una limitazione al numero esuberante di richieste. In questa occasione  presero il nome di Brigata. E diventarono l’ala sinistra mobile dello schieramento polacco.

Il colonnello Lewicki, il 18 giugno, ne assunse il comando e divenne, con la sua relazione, lo storico della Brigata oltre che l’ammiratore.

Il 19 giugno il Corpo polacco si dirige su Pescara, il Corpo Italiano di Liberazione (CIL), si dirige su Ascoli, il corpo inglese si muove per l’occupazione di Terni. Fra gli italiani e gli inglesi c’è uno spazio montuoso largo trenta chilometri che la Brigata Majella, partita verso Teramo, più lentamente dovrà controllare. La marcia si concluderà il 2 settembre con la conquista di Pesaro, senza che la Majella abbia mai avuto un cambio, una giornata di riposo, una pausa.

C’è un punto particolare in Italia dove si incontrano tre Regioni: gli Abruzzi, le Marche e l’Umbria. È un paesaggio bellissimo, è una zona montuosa, riservata e civilissima. Da lì la brigata Majella raggiunge l’Arquata del Tronto il 25 Giugno. Il 27 la brigata riconquista Montefortino Il 28 giugno sono a Caldarola e nei giorni successivi, insieme al corpo polacco risale l’intera Regione.

Nella zona montuosa non c’era un fronte ben definito ma ci si poteva scontrare con delle posizioni fortificate. Dopo un primo vero scontro a fuoco con i tedeschi la brigata occupa Serra Petrona, Belforte, e si organizza per bonificare e controllare la zona.

Mentre i polacchi risalivano le Marche verso Loreto ed il CIL si allineava verso Filottrano, la Brigata Maliella che aveva di fronte a sé uno spazio vuoto prosegue spingendosi fino al fiume Potenza ed il 3 Luglio occupa Tolentino e San Severino. Il 3 luglio la Brigata si scontra con i tedeschi a Castel San Pietro. Un gruppo espugna Serralta per aprire la via verso Cingoli, l’altro occupa Aliforni bloccando la strada verso Frontale. Facendo da cerniera, la brigata prende contatto con gli inglesi (il 120° Reggimento lancieri) lungo la strada San Severino-Castel Raimondo, e dalla loro sinistra, con il CIL lungo la S. Severino Tolentino.

È da notare che in tutta questa avanzata la difesa tedesca usava molto l’artiglieria mobile mentre una brigata disponeva solo le armi di piccolo calibro. “Quindi era costretta ad operare nelle ore notturne mediante rapide azioni di sorpresa”. (  La Guerra nelle Marche 1943-44, Sergio Sparapani).

(Nota a parte La brigata Majella ebbe anche un compito importante di coordinarsi con le formazioni partigiane del luogo, operazione che comportava anche grossi problemi. Alcune formazioni si aggregarono alla Majella, e solo ai partigiani marchigiani fu concesso di entrare a far parte del corpo. In quella zona  c’erano   diversi campi di concentramento da dove erano usciti prigionieri di diversi paesi. Fu affidato alla Majella anche  il compito di disarmare  dei gruppi non affidabili. Nel diario del colonnello Lewicki viene ricordato un episodio di cui non c’è traccia nel diario del comandante Troilo.

Lewicki  racconta che a Matelica una pattuglia venne sorpresa da una compagnia tedesca e vi fu uno scontro a fuoco. Io allora ero a Matelica e non ho avuto mai notizia di questo episodio.

Però un episodio analogo accadde, sul fronte di Matelica, a Cerreto d’Esi. Questa località, abbandonata dai tedeschi si era trovata nella terra di nessuno  perché le truppe alleate erano ritornatealla base di Matelica. Era rimasta nel paese una pattuglia partigiana. Ci fu effettivamente un attacco tedesco notturno, vennero presi prigionieri alcuni partigiani, all’uscita del paese ci fu uno scontro a fuoco, dove morì   il partigiano di guardia, Giuseppe Chillemi, alcuni partigiani si salvarono sfuggendo la cattura nel momento dello scontro, ma tre di essi furono trascinati via ed alcuni giorni dopo uccisi per impiccagione.

 Cerreto d’Esi dista da Matelica solo sette km ed i reparti alleati che lo avevano conquistato  erano posizionati a Matelica. Forse l’episodio citato dal Colonnello Lewicki  potrebbe essere proprio questo. Ma i partigiani tenuti prigionieri non erano abruzzesi ma marchigiani ed il partigiano messo di guardia che fece fuoco sulla pattuglia tedesca era siciliano). 

Il 19 luglio fu conquistata . Gruppi tedeschi si erano ritirati ad Apiro nella zona che nei mesi di Febbraio e Marzo era controllata dalla formazione partigiana del Comandante Agostino.

Cingoli fu conquistata e poi ripresa dalle truppe italiane e dai reparti polacchi. In quelle operazioni  la brigata Majella ebbe il suo primo caduto in terra marchigiana. Secondo il diario di Lewicki furono gli abruzzesi ad entrare a Castel San Pietro. Furono proprio sotto le operazioni della Brigata Majella che andava da Apiro, Poggio San Vicino, Poggio San Romulado- Almatano, il 15 luglio le forze della Majella li contrastavano a Santa Maria Candelora, a Frontale ed a Fornaci.

Questa azione sull’altopiano del San Vicino dove esistevano solo piccoli paesi (ed alcuni storici fanno confusione perché qualcuno di questi paesi ha nomi diversi) può sembrare un dettaglio piccolo ed insignificante. In realtà il San Vicino domina un nodo di strade che passano infossate fra le montagne e che sono di grande importanza strategica: una è la strada della Valle Esina, la 76, che dalla Flaminia per Fabriano porta ad Ancona; un’altra porta a nord di Fabriano per Arcevia e Pesaro: un’altra ancora, la Settempeda, va a sud verso la valle del Potenza e verso un passo di Ussita che porta a Spoleto ed a Roma. Da qui si capisce l’importanza di stanare  in alta montagna le formazioni dotate di artiglieria che possono controllare queste strade. La battaglia di Cingoli ha bloccato tutto il fronte ed il comando polacco decide di portarsi in avanti a Cupramontana, per controllare la strada di comunicazione con Ancona e difendere così il fianco alle formazioni che si dirigono su Ancona.

A questo scopo l’intera brigata disseminata su un vasto fronte viene radunata a Poggio San Vicino, liberato il 18 luglio, dopo due giorni di combattimento. Il 19 è la volta di Apiro, il giorno stesso viene attaccata Cupramontana.

Viene così liberata la via verso Ancona, che in mano ai tedeschi avrebbe potuto essere molto pericolosa per le formazioni polacche che stavano faticosamente operando per circondare la città.In un mese la brigata Majella si era portare dal fiume Chienti all’Esino attraverso le montagne dell’Appennino. L’apporto dei patrioti della Majella è singolare ed importante, sia per la loro mobilità, sia per il contatto con le popolazioni e con i partigiani marchigiani, sia per  la capacità di muoversi con gruppi autonomi. Così il Colonnello Lewicki ricorda la qualità delle operazioni svolte dalle diverse compagnie della Majella: “Operando in completo isolamento (reparti più prossimi si trovano a 10-15 km), e pur avendo dinanzi un nemico più forte svolge una tattica offensiva e non solo non resta indietro rispetto alle altre unità vicine, ma costantemente cerca di spingersi in avanti laddove lo consente il terreno. Tale condotta era naturalmente rischiosa, esigeva una notevole vigilanza e prontezza continue. Ma l’elasticità della formazione, le profonde azioni ricognitive e la larga utilizzazione dei servizi informativi ne diminuivano il rischio fornendo nel contempo al II Corpo ed all’VIII Armata preziose notizie”.

Subito dopo la Brigata occupa Montecarotto, procedendo verso nord sulla strada 76 Vallesina. Montecarotto per la sua posizione domina la strada ed è un centro di la base logistica dei nemici. A Montecarotto non giungono i rinforzi e la brigata subisce un duro contrattacco delle forze tedesche il 27 ed il 28 Luglio. Al centro dello scontro si trovò il presidio dell’ospedale. Lo scontro notturno avvenne all’interno a distanza ravvicinata. Il 29 continuarono i combattimenti con l’intervento dell’artiglieria. Dopo quattro giorni d’assedio arrivarono i paracadutisti della Nembo (del CIL) a sostenere lo sforzo della Majella.

Lewicki nella sua relazione definisce l’assedio di Montecarotto: “Una delle più notevoli e brillanti operazioni condotte dalla Majella. L’operazione svolta da un reparto di partigiani relativamente debole (100/150 uomini) assicura nei giorni critici il lavoro dei genieri sulla strada numero 76, su una linea di più di 20 km da Jesi a Serra San Chirico”.

Nel giudizio finale si conclude che senza l’impegno della Majella, ed il controllo della strada 76, le forze impegnate a circondare Ancona si sarebbero dovute ritirare Per rafforzare il possesso della 76 il fronte avanzò e fu compito della Brigata occupare Arcevia. Nella nuova linea consolidata la brigata assolveva al compito di controllare un fronte di 20 chilometri, tra Canduo e Pantana.

Nella notte tra il 17 ed il 18 Agosto venne conquistato Montesecco. Il 20 Agosto a Piticchio di Arcevia viene costituito il XV plotone formato esclusivamente da partigiani marchigiani e comandato dal sottotenente La Marca, che morirà nella conquista di Pesaro. Ancora una volta viene rinviato il cambio della formazione la quale viene autotrasportata a coprire l’avanzata dei polacchi verso il fiume Metauro.

Invece di essere sostituiti furono trasferiti a Fano. Il 2 settembre in appoggio ad una formazione di blindati inglesi, i patrioti della Majella entrarono a Pesaro.

Finalmente dopo 80 giorni di marce e di combattimenti, tutti in prima linea, la Brigata fu trasferita a Recanati per un periodo di riposo e di riorganizzazione.

Per comprendere bene le condizioni difficili e la qualità particolare del servizio reso dalla Brigata Majella dobbiamo leggere la relazione del Colonnello stesso che all’inizio non era favorevole all’impiego di patrioti abruzzesi: “Mentre i reparti regolari venivano cambiati nella prima linea entro determinati brevi periodi non superiore alla ventina di giorni, quelli della Majella restavano in azioni in linea senza venir cambiati anche per più di due mesi. E ciò in condizioni fisiche molto difficili. L’estensione del settore da sorvegliare affidato ad un esiguo numero di uomini faceva sì che i singoli reparti della brigata erano costretti ad operare a distanza di alcuni km gli uni dagli altri, senza collegamento tattico e tecnico. In caso di assalto nemico ciascuno di tali reparti doveva contare unicamente sulle proprie forze senza speranza di qualsiasi aiuto. Conseguentemente tutti i reparti della Majella dovevano stare sempre in allarme. (…) In conseguenza di questo costante stato di allarme nonché dell’enorme sforzo fisico (“La Majella”) operò sempre su terreno montuoso”.

Al Colonnello Lewicki sfugge che un’azione di controllo così importante alle spalle delle formazioni regolari fosse possibile, non perché il terreno era montuoso, ma perché i patrioti della Majella avevano un rapporto particolare con le formazioni partigiane locali e con le popolazioni dalle quali traevano aiuto e sussistenza.

La Brigata Majella potè operare in situazioni così difficili perché tenne un collegamento con quei territori montuosi del centro Italia che avevano dato luogo a forme di gestioni civili  autonome, mai veramente controllate dai tedeschi. Questa particolarità è sfuggita alla storiografia che ha dato più valore alle azioni armate (e la Majella ne ha fatte di più di ogni altra formazione partigiana) ma ha misconosciuto se non addirittura polemizzato con la cosiddetta resistenza civile.

Come dice Pietro Scoppola: “Il fenomeno della lotta armata , che conserva il suo valore, non può essere isolato dalle innumerevoli forme di “resistenza civile”. Vi è una ricostruzione del basso delle ragioni della convivenza e perciò della identità collettiva che lo storico deve attentamente osservare”. E questa particolarità è confermata da un fatto che si tende, per carità di patria ad ignorare. La Majella fu attiva nel disarmare quelle formazioni che si proclamavano partigiane ma che non rispondevano alle regole ed ai fini patriottici della Resistenza.

Finalmente, dopo 80 giorni di servizio continuo in prima linea, la Majella viene trasferita a Recanati. Il comandante Ettore Troilo si recò in Abruzzo per arruolare nuovi volontari. Si cercò anche regolarizzare la posizione della Brigata nei confronti dell’esercito italiano ed il 2 Novembre i patrioti abruzzesi ripartirono per il fronte. La Brigata fu riaggregata ai polacchi a Laterina in provincia di Arezzo. Per svolgere la stessa funzione nella zona montuosa a ridosso della offensiva degli alleati in Romagna. Il primo combattimento avvenne per la conquista di Monte Castellaccio, posizione dominante dello schieramento tedesco conquistato con un assalto frontale, nei giorni dal 20 al 22 Novembre. Seguì la liberazione di Brisighella, che avvenne in cinque giorni di combattimento dal 1 al 5 dicembre, con assalti alle postazioni di Monticino, Belvedere, Rocca, Torre, Monte della Siepe, che sovrastano l’abitato di Brisighella.

Fu conquistato poi Monte Mauro, posizione contro cui si erano infranti precedenti tentativi polacchi.

La sua presa determinò la caduta di Faenza. I combattimenti seguirono lungo il fiume Senio. Dice Sergio Sparapani nel suo libro “La Guerra nelle Marche”: “Fino all’impiego in campo del gruppo di italiano di combattimento Friuli, la Brigata fu la sola formazione italiana nello schieramento alleato e la sola che ebbe la responsabilità esclusiva di un settore del fronte, nel quale operò in modo autonomo, pur sotto le direttive tattiche e strategiche del corpo polacco, da cui militarmente dipendeva”.

Finalmente ci si accorse della Brigata Majella. Il Comandante Troilo fu invitato a Roma dal Ministro della Difesa  Gasparotto. La relazione del generale polacco Kazimierz Wilniowski, afferma: “Dislocata alla sinistra del settore della Prima Brigata fucilieri Carpati, (la Brigata Majella) ha avuto parecchi bei successi in condizioni difficilissime di terreno occupando molte importanti quote e località come Castellaccio, Bicocca, Brisighella, Monte Rotana, Monte Sacco, Monte Mauro, Monte della Volpe. Affermo che in questa azioni i soldati della “Brigata Majella” hanno dimostrato il più alto valore nel combattimento, morale altissimo e bravura militare, consapevoli della finalità del combattimento e del sacrificio in difesa della vera libertà delle Nazioni e dell’uomo.

I Soldati della Brigata Majella sono degni successori delle tradizioni dei loro Padri, che combatterono sul Monte Grappa, al Piave ed a Vittorio Veneto e dei loro antenati che lottarono per la Libertà e la Democrazia sotto il comando del grande Giuseppe Garibaldi (…)”.

Nel marzo 1945 la Brigata raggiunse una forza totale di circa 1326 uomini, mobilitata nuovamente il 10 aprile presso Faenza, avanzò lungo la via Emilia sostenendo combattimenti a Villa Mosconi, a Monteceneri, a Castel San Pietro. All’alba del 21 aprile 1945 entrarono a Bologna tra le primissime truppe liberatrici. Nei giorni successivi un reparto si spinse a nord entrando ad Asiago il primo Maggio. Il 15 Luglio la Brigata si sciolse con una solenne cerimonia a Brisighella. Finalmente riconosciuta ed accettata dai ministri, da sottosegretari, dai generali, dai prefetti, dall’Arcivescovo di Ravenna, e dai reparti alleati polacchi ed inglesi.

Bartolo Ciccardini

2 Novembre 1943 – Ancona a 70 anni dai bombardamenti di MASSIMO CORTESE

70 ANNI DAI BOMBARDAMENTI- COMMOVENTE COMMEMORAZIONE AL RIFUGIO DELLE CARCERI 

Sabato 2 novembre 2013, alle ore 12.30, alla presenza di oltre un centinaio di persone, il Sindaco di Ancona, Valeria Mancinelli, ha deposto una corona di alloro all’ingresso del Rifugio delle Carceri, ove trovarono la morte alcune centinaia di cittadini.

Nel suo breve ma intenso discorso, il Sindaco ha evidenziato come, anche da un simile evento tragico, l’intera Comunità debba recuperare un senso di appartenenza alla Città di Ancona, che ai giorni nostri sembra essere scomparso. Alla Commemorazione erano presenti anche alcuni sopravvissuti alla tragedia, come i signori Marcellini e Dubbini e l’allora bambina Gisella Bendelari, di appena 4 mesi, che ebbe a perdere la mamma. Era presente anche la mamma di Fiammetta, meglio conosciuta come la ragazzina che, per aver dimenticato di portare nel rifugio il cappello, per punizione fu costretta a rimanere in Istituto: Quel fatto le salvò la vita. Particolarmente toccante la testimonianza di Dubbini: “ Perdemmo ogni speranza di salvezza quando vedemmo i carcerati tornare verso di noi, lamentandosi sull’impossibilità di trovare una via d’uscita da quel disastro. Qualcuno disse: Loro sono morti, noi andiamo incontro ad una morte lenta.” Le cose, però, andarono diversamente. In quindici o venti riuscirono a trovare un varco. Anche lo storico Dubbini, che per l’occasione fa da Guida ai presenti, nel rievocare il suocero, sopravvissuto e soccorritore, che trova accatastati morti dappertutto, per un attimo si commuove, ma subito si riprende e continua nella sua rievocazione. Alla commemorazione hanno preso parte anche persone straniere: ecco una prova. Ultimo oratore, prende la parola un signore con la barba, molto distinto, il quale adopera parole forti e vibranti, esaltando la marchigianità delle vittime, dei presenti e del luogo, appartenente alla Sovrintendenza Archelogica. Chiedo allora ad una signora: Come si chiama il signore che sta parlando? “I don’t know è la sua risposta, non lo so. Comprendo che la donna ha parlato in inglese, ed allora rispondo con Sorry, chiedo scusa. Sono certo che nessuno ha ascoltato quella improvvisata conversazione, ma non è così, perché oggi ci sentiamo tutti vicini, come al tempo della guerra. Infatti, quel Sorry è bastato per far credere che io sia un Suddito di Sua Maestà, al punto che, mentre stiamo per uscire dal Rifugio, una signora mi viene incontro, gridando: Signore inglese, signore inglese, si chiama Landolfi. Ha parlato il Dirigente alla Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche dottor Maurizio Landolfi.

Ormai la visita al Rifugio delle Carceri, che io ho effettuato ben due volte, è conclusa: Davanti a noi vi sono le rovine dell’Anfiteatro Romano, con il sole che era presente anche in quel tragico 1° novembre.

Sono consapevole che Ancona ci ha regalato una Giornata Eccezionale, con delle persone eccezionali che solo una Città Straordinaria può avere.

A 70 ANNI DAI BOMBARDAMENTI- INAUGURATA LA MOSTRA ALL’ATELIER DELL’ARCO AMOROSO IN PIAZZA DEL PLEBISCITO

Da sabato 2 fino a domenica 17 novembre 2013, è possibile visitare la Mostra “Ancona in guerra 1940-1944”, recandosi presso l’Atelier dell’Arco Amoroso in Piazza del Plebiscito.

Terminata la visita al Rifugio, mi reco presso l’Atelier dell’Arco Amoroso, ove è stata allestita la Mostra “Ancona in guerra 1940-1944”. Per fare prima, vista anche l’ora tarda, faccio le scalette, e ben presto mi trovo nel luogo stabilito. Al tavolo vi è il libro che invita a raccogliere le firme dei visitatori, ed io provvedo subito, ma le emozioni fin qui provate mi inducono a scrivere quattro o cinque righe di commento. La Mostra è molto bella, con manifesti e documenti di quel periodo, senza mai dimenticare, accanto alle divise ed agli strumenti bellici, i riferimenti alla vita di tutti i giorni, come è il caso del tariffario dei prezzi del pesce. La copia ingiallita di un giornale riporta la fotografia della piccola Gisella Bendelari, con la quale al rifugio delle Carceri ho scambiato qualche battuta. Molto suggestive le fotografie, tra le quali vi è quella che riproduce la copertina del mio secondo libro. Sergio Sparapani, che per l’occasione fa da guida ad un Assessore e a qualche altro visitatore, si sofferma sulla figura dell’Ingegner Carlo Albertini, il mitico Comandante dei Vigili del Fuoco, Uomini Preziosi ed indispensabili per quell’Ancona ferita: sicuramente il personaggio meriterebbe un’attenzione maggiore. A coronamento della visita è stato programmato un video di venti minuti, che forse molti trascurano, e fanno male, perché il filmato rappresenta il pezzo forte della Mostra. Vi si parla della vita della gente comune, dell’aria gioiosa dei ragazzi, che stanno per andare ad acquistare un dolcetto per festeggiare il compleanno della mamma: non dimentichiamo che quel giorno era festivo. Il video si conclude con un riferimento al dramma degli sfollati, attraverso il riferimento alla lettera di una suora, che presta il suo operato in una Casa di Riposo della Provincia di Reggio Emilia, indirizzata a sua sorella.  Scrive la Suora: “ Cara sorella, ero in pena, in quanto da qualche mese non avevo tue notizie. Vi prego di venire da me, qui ci sono tante buone persone, sono tanti gli sfollati provenienti da Ancona. La signorina mi ha detto di dirvi che alle spese del viaggio penserà lei”.

Eccezionale.

A 70 ANNI DAI BOMBARDAMENTI- UNA BELLA GIORNATA DI SOLE 

Sabato 2 novembre 2013, alle ore 9.55, oltre trecento persone hanno partecipato al Trekking proposto dal Comune di Ancona, che ha permesso di visitare alcuni luoghi importanti per ricordare i bombardamenti su Ancona.

Tra i partecipanti non pochi provenivano da altre regioni, a dimostrazione dell’interesse riscosso dalla bella iniziativa. Sono stati formati dieci gruppi, di circa trenta persone ciascuno, presieduti da guide turistiche.

E’ stato un intenso ed emozionante viaggio nella memoria.

L’itinerario proposto, con partenza da Piazza Cavour, valorizzava palazzi e luoghi, che in genere passano inosservati. Per esempio, è ancora visibile, sulle facciate di qualche edificio, un cerchio con la R, che indicava la presenza di un Rifugio, noto all’epoca come Ricovero. Ve ne erano quarantaquattro in città. Subito dopo la dichiarazione di guerra del giugno 1940, l’allora Sindaco di Ancona aveva disposto la costruzione dei ricoveri per ospitare la popolazione civile. Il particolare risalto dato al tragico bombardamento del 1° novembre 1943, ci porta a riscoprire i luoghi presenti all’interno dell’attuale Parco del Cardeto, quali la Caserma Villarey, la Polveriera, il Magazzino Viveri, il Cimitero degli Ebrei, ciascuno dei quali rievoca una drammatica pagina di storia cittadina. Siamo nel cuore della vecchia Ancona, da una parte palazzi di recente costruzione, dall’altra abitazioni ormai abbandonate, certamente anche a causa del Terremoto del 1972. Arriviamo infine al Rifugio delle Carceri, tristemente noto per la morte di alcune centinaia di persone, addirittura, come risulterebbe da uno studio recente, ben settecentoventiquattro vittime. Le guide ci mostrano, documenti alla mano, centinaia di fotografie dei luoghi, immortalati prima e dopo i bombardamenti.

E’ proprio il caso di dire, prendendo a prestito le parole di un ufficiale, che sopravvivere ad una guerra è una casualità.

A 70 ANNI DAI BOMBARDAMENTI- RIFLESSIONI CONCLUSIVE 

A conclusione dell’intensa mattinata del 2 novembre 2013, trascorsa nell’Ancona della seconda Guerra Mondiale, desidero esprimere qualche breve pensiero.

Non è un’impresa facile, in quanto sono state tante le emozioni provate in questi momenti. Ne ricorderò solo alcune, le più importanti. Durante la seconda visita al rifugio delle Carceri, quella con il Sindaco per intenderci, ha preso la parola il farmacista Dubbini, che ci ha offerto una testimonianza di quei tragici momenti, che aveva temuto essere gli ultimi. Dopo la sua testimonianza, il signor Bevilacqua, in qualità di guida improvvisata, ha chiesto di proseguire nella visita con un garbatissimo Posso continuare?, e subito dopo Dubbini ha chiesto scusa per aver parlato. A quel punto, Bevilacqua ha detto: “ No, lei non deve scusarsi in alcun modo, lei è un testimone di quei fatti”. Bevilacqua non lo ha detto, ma io credo che avrebbe voluto dire, con animo commosso: “Siamo tutti noi a dover essere grati a lei”.

Concludo con una nota di costume. Fin da piccolo, mi è stato detto che non è buona cosa chiedere l’età delle donne, ma oggi abbiamo fatto un’eccezione. Ai signori uomini non è stata rivolta questa domanda: d’altra parte, chi ha il coraggio di domandare l’età a Carlo Marcellini, al farmacista Dubbini e agli altri sopravvissuti presenti? Invece della signora Gisella, che aveva 4 mesi, conosciamo l’età, ma sarà sempre la nostra bambina. Quanto all’altra signora di questa vicenda, Ancona, di anni ne ha duemilaquattrocento: Sono tanti, è vero, ma li porta bene.

Massimo Cortese

 

25 Ottobre 1943 – 70° anniversario sacrificio Don Pasquale Buttarazzi

70° anniversario della barbara uccisione ( 25 ottobre 1943 ) da parte delle truppe tedesche di don Pasquale Buttararazzi, medaglia d’argento al valore militare, Parroco di Guadagnolo, frazione del Comune di Capranica Prenestina ( Roma ).

La cerimonia è programmata per il prossimo 1° novembre alle ore 11 con la S. Messa, la posa di una lapide nel luogo ( alle immediate vicinanze dell’entrata in Guadagnolo ) dove avvenne l’assasinio e la posa di una corona al monumento dei caduti di tutte le guerre.

I tedeschi catturarono don Pasquale Buttarazzi, già cappellano militare dell’aeronautica, che era in contatto con uomini di Bandiera Rossa e con militari sbandati della zona Prenestina: dopo averlo inutilmente torturato per estorcergli notizie, lo mitragliano sulla piazza del paese lasciandolo esposto per tre giorni come monito ai cittadini.

16 Ottobre 1943 – Non c’è futuro senza memoria (marcia per ricordare)

Il fascismo e gli ebrei in Italia e a Roma

Il 16 ottobre 1943 è una data importante per la comunità ebraica di Roma, ma anche per la città intera. Per gli ebrei romani è l’ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Tra queste due date esiste un profondo legame: per molti ebrei romani infatti le leggi razziali hanno rappresentato l’anticamera dei campi di sterminio nazisti. Il 1938 è un anno cruciale. La vita cambia in tutti i suoi aspetti, pubblici e privati. È una svolta che coinvolge tutti gli ebrei, dai bambini agli anziani, da chi nasce a chi muore. Dal 1938, infatti, “ufficialmente” gli ebrei non muoiono più in Italia: è vietata anche la pubblicazione dei necrologi sui giornali. Dal 1938 gli ebrei in Italia devono diventare “invisibili”. Tuttavia, come avrebbe mostrato il 16 ottobre, gli ebrei erano molto visibili, facilmente reperibili: erano registrati in una lista, quindi perfettamente identificabili, per separare il loro destino dal resto della popolazione romana. Continua a leggere…

7 Ottobre 1943 – I MILITARI ITALIANI NELLA CRISI DEL 1943-45. Prigionieri, internati, partigiani, combattenti

Lunedì 7 ottobre ore 16,30
Museo storico della Liberazione, Via Tasso 145, Roma

70° ANNIVERSARIODELL’INTERNAMENTO NEI LAGER DEI MILITARI ITALIANI

70° ANNIVERSARIODELLA DEPORTAZIONE IN GERMANIA DEI 2500 CARABINIERI DA ROMA (7 ottobre)

100° ANNIVERSARIODELLA NASCITA DI VITTORIO EMANUELE GIUNTELLA

Incontro di studio in onore di Vittorio Emanuele Giuntella

I MILITARI ITALIANINELLA CRISI DEL 1943-45. Prigionieri, internati, partigiani, combattenti.

Coordina Antonio Parisella, intervengono Annamaria Casavola, Isabella Insolvibile,Luciano Zani, Antonino Zarcone.

Attività valida come aggiornamento per insegnanti, per la quale verrà rilasciato l’attestato.

POSTI LIMITATI: SI SUGGERISCE DI PRENOTARSI Ainfo@museoliberazione.it

a cura di

MUSEO A.N.E.I. FNISM

Museostorico della Associazione nazionale Federazione nazionale

Liberazione– Roma ex-internati militari insegnanti scuola media

1 Ottobre 1933 – PER GLI 80 ANNI DEL “GIULIO CESARE” di Gian Luigi Rondi

Al Giulio Cesare sono arrivato nel ’36, per frequentare la V Ginnasio. Prima ero a Genova e gli altri quattro anni di ginnasio li avevo seguiti all’Andrea Doria e al Cristoforo Colombo. La scelta che aveva fatto mio padre al momento di iscrivermi era stata soprattutto motivata dall’ubicazione della scuola. Noi abitavamo a via Malta, una parallela tranquilla di Corso Trieste e il Giulio Cesare era proprio in corso Trieste, davanti alle nostre finestre. Prima non era lí, l’avevano inaugurato nel ’34 in una palazzina umbertina di piazza Indipendenza, poi, era stato trasferito in un complesso modernissimo tutto nuovo (lo stesso che lo accoglie adesso) ma in quell’ottobre in cui venni iscritto non era stato ancora inaugurato. Perché? Perché in occasione del 28 ottobre, data nefasta, venisse a inaugurarlo Mussolini come una cosiddetta “opera di regime”. E toccò a me, dalla finestra della mia stanza, di vederlo arrivare su un’auto scoperta, in testa quel buffo fez con doppi galloni rossi, la sua divisa esibizionistica da “caporale della milizia”. Tre giorni dopo quell’incontro, mai più intenzionalmente rinnovato negli anni che seguirono, si celebrò al Giulio Cesare il primo giorno di scuola. Tutto bianco, tutto nuovo, al centro, sulla cancellata la scritta in metallo che diceva “Regio Liceo Ginnasio Giulio Cesare”, e appena entravi, in mezzo a un bel giardino con alberi d’alloro a semicerchio, una copia della statua di Giulio Cesare,  esposta in quella che forse ancora non si chiamava via dell’Impero, con una lunga scritta in latino sulla base (la gioia, anni dopo, quando riuscivamo agevolmente a tradurla). Allora, non so oggi, i cinque anni di ginnasio erano affidati a un unico insegnante esperto in tutte le materie. Ebbi subito la fortuna di constatare che l’insegnante a me destinata era una signora molto colta, la professoressa Cesarini (di nome, forse, Luisa,) che pur sapendo che lei ed io ci saremmo visti solo per un anno (il liceo era alle porte) mi dedicò persino attenzioni maggiori di quelle che già dedicava agli altri miei compagni che, loro, la seguivano già da quattro anni. “Scrivi bene – mi disse – mi fa piacere vederti rispettare l’italiano”. Non così l’insegnante d’inglese che, soprattutto per la pronuncia, mi rimandò a ottobre (ricordo ancora che per farmi correttamente pronunciare “the” si metteva la lingua tra i denti…).

Finito il ginnasio, la scoperta più bella, gli insegnanti che in liceo via via ci si avvicendavano in classe. Ho dovuto loro moltissimo, e non solo nell’ambito degli studi ma – e non è una affermazione retorica, – nell’ambito della vita. Una vita che, in quegli anni Trenta e Quaranta, ometteva ogni riferimento alla politica. Debbo a loro invece di aver trovato motivazioni profonde a quell’antifascismo che mio padre, ufficiale dei Carabinieri, a me e a mio fratello Brunello, aveva insegnato tra le mura domestiche. Più di tutti, prima di tutti, l’insegnante di greco e di latino, il prof. Marani, che riusciva quasi quotidianamente a rivedere le bucce di quella “cronache fasciste”, esibite alla radio da Forges Davanzati. I sarcasmi di Marani per i modi in cui quelle cronache interpretavano “la notte dei cristalli”, una delle prime macchie del nazismo ed anche, ma con dolore e tristezza,  per l’Anschluss con cui Hitler si era annessa l’Austria. E così, anche sul piano teorico, l’insegnante di storia e filosofia, il prof. Magnanelli che ci parlava della Grecia, del suo concetto di libertà, della sua democrazia (termine che allora nelle conversazioni si pronunciava sottovoce) riuscendo a suggerirci confronti con quegli anni grigi definiti persino al ministero dell’Educazione Nazionale, “l’era fascista”.

Anni in cui non solo la democrazia ma l’umanità; la logica e il buon senso venivano feriti. Come nel ’38 quando promulgarono le cosiddette “leggi razziali”. In classe c’era un nostro compagno, Benedetto Dell’Ariccia, fra i più intelligenti e studiosi, primo in tutte le materie e sempre pronto ad aiutare gli altri con suggerimenti e consigli. Un giorno non si presentò, e così per molti altri giorni. Ne chiesi notizie all’insegnante di religione che era fra l’altro un cappellano militare, Luigi Apolloni. “Si è ritirato”, mi rispose, ma il suo tono di voce sottintendeva molte cose. Era ebreo e veniva così messo al bando. Ho ripensato a lui, anche con commozione perché ormai informato di tutto, vedendo nel bellissimo film di Ettore Scola, “Concorrenza sleale”, una sequenza particolarmente commovente dedicata a un ragazzino ebreo che non potendo più andare a scuola, alla stessa ora andava a sedersi di fronte al suo tavolino, con penna e libri presto intento a scrivere. Ripreso di spalle, in una stanza quasi buia. Curvo sotto il peso di non aver nessuna colpa…

Ripensando a Dell’Ariccia, di cui non ho mai più saputo nulla, ricordo oggi con gratitudine quell’antifascismo a noi insegnato dalla cattedra a rischio e pericolo di chi se ne faceva portatore. Un rischio, però, e un pericolo che al Giulio Cesare non colpì nessuno di quei coraggiosi insegnanti. Il motivo forse era nelle oneste capacità del nostro preside, Guido Rispoli, che pur essendo “consigliere nazionale” di quella Camera dei fasci e delle corporazioni con cui, abolendo la democrazia, a Palazzo Venezia avevano pensato di sostituire il Parlamento, aveva una mentalità molto aperta e comprensiva. Con un’unica eccezione: nel settembre del ’39, soffiavano venti di guerra. Pio XII aveva già dichiarato il suo celebre “tutto è perduto con la guerra”, e adesso, con l’occasione della Supplica alla Madonna di Pompei, tenuta come sempre ogni 7 ottobre a mezzogiorno, aveva invitato tutti a parteciparvi pregando per la pace. Ritenni come cattolico di parteciparvi anch’io, ma essendo orario di scuola, mi si disse che solo il preside poteva darmi il permesso di assentarmi. Fui deluso: “Se il duce ( lo scandiva con la maiuscola…)è per la guerra, sa qual’è il bene dell’Italia e gli Italiani debbono seguirlo”.

Poi la guerra arrivò e noi eravamo già in terza liceo, prossimi alla maturità. Che però non sostenemmo perché dal ministero arrivò la notizia che quei temutissimi esami li avremmo sostenuti nelle nostre classi, con i nostri insegnanti. “Certo un aiuto non da poco, – ci disse il caro prof. Marani, salutandoci, tutti promossi – ma anche perché vi si considera già carne da cannone”.

30 Settembre 1943 – RESISTENZA E O.S.C.A.R. A MILANO

O.S.C.A.R., acronimo di Opera Scautistica Cattolica Aiuto Ricercati, era una rete di soccorso che aiutava indistintamente i ricercati dalla polizia fascista e tedesca, fornendo l’aiuto necessario per oltrepassare la frontiera italiana verso la Svizzera e  la salvezza.

La sua nascita, del tutto casuale e informale, ci riporta al mese di settembre del ’43 nelle aule del Collegio san Carlo di Milano. Don Andrea Ghetti e don Aurelio Giussani, insegnanti in quel liceo classico ricevettero la visita di un amico, don Enrico Bigatti, coadiutore della parrocchia di Crescenzago, all’epoca comune alle porte di Milano. L’amico era preoccupato per la sorte di una giovane che aveva nascosto in casa sua un militare inglese fuggito e temeva una perquisizione che avrebbe portato alla rovina la sua famiglia. Che cosa fare in una situazione così delicata e difficile? I tre sacerdoti decisero di rivolgersi a don  Natale Motta, residente a Varese, vicino al confine con la Svizzera. Venne organizzato il passaggio oltre confine, che, nonostante timori e pericoli,  riuscì perfettamente. Tutto sembrava concluso in quel singolo evento. Ma non fu così.

Nelle settimane successive, con il “passa parola”, si fecero sempre più numerose le richieste di aiuto da parte di militari italiani sbandati  e alleati, di renitenti alla leva della R.S.I.; fu necessario predisporre anche un gruppo di persone addette alla compilazione  di documenti falsi, si intensificò il preallarme per i ricercati antifascisti, e si organizzò l’espatrio per intere famiglie di ebrei.

I quattro sacerdoti da soli non potevano provvedere alle richieste sempre più pressanti di aiuto, coinvolsero quindi i giovani della FUCI, dell’Azione Cattolica e delle Aquile Randagie.

La Fuci e l’Azione Cattolica erano le due sole  associazioni cattoliche funzionanti dopo la presa di potere del fascismo e comunque mal tollerate dal regime; negli  anni Trenta ci furono diversi attacchi  e uccisioni di militanti di A.C. da parte delle squadre fasciste, soprattutto nel centro Italia.

E le Aquile Randagie, chi erano, che cosa facevano?

Bisogna ritornare ancora più indietro nel tempo.

La legge n. 5 art. 3 del 9 gennaio 1927 costituì l’Opera Nazionale Balilla (ONB), decretò lo sciogli­mento dei Reparti Scout nei centri inferiori a 20.000 abitanti ed obbligò ad apporre, ai restanti, le iniziali ONB sulle proprie insegne.

Il 24 gennaio il Pontefice Pio XI con suo chirografo sciolse egli stesso i Reparti ASCI (Associazione Scout Cattolici Italiani), citando il Re Davide (2 RE 24,14): “Se dobbiamo morire sia per mano vostra, o Signore, piuttosto che per mano degli uomini”. Il 9 aprile 1928 il Consiglio dei Ministri modificò la legge ONB che con decreto n. 696, firmato dal capo del Governo Mussolini e dal Re, dichiarò soppresso lo Scautismo.

Nell’ultima udienza dell’ASCI in Arcivescovado a Milano, alla presenza dell’ Arcivescovo Card. Tosi, vennero simbolicamente deposte sull’altare e consegnate le insegne dei Reparti milanesi.

Ma soppresso lo Scoutismo, alcuni Capi decisi a restare fedeli  alla “Promessa” e alla “Legge” fondarono il gruppo  delle Aquile Randagie che iniziò ad agire in clandestinità: Giulio Cesare Uccellini, Capo del MI II, che prenderà il nome di Kelly durante la resistenza, e Andrea Ghetti scout del MI XI,  che diventerà il mitico (per i milanesi) mons. Andrea Ghetti detto Baden.

Il movimento Scautistico clandestino nella sua  visione aveva un duplice scopo: mantenere l’idea di libertà, di autonomia, di fraternità insita nel metodo pedagogico del suo fondatore sir Baden Powell e  preparare i quadri per il momento della ricostruzione; avere una forza propria di resistenza ideologica per impedire ai giovani di accettare una sola prospettiva della vita, della storia, della politica;  che significava decidere da che parte stare e scegliere con la propria mente e con la propria coscienza.

E in effetti,  quando quasi tutti si piegavano, furono dei ragazzi a dire “no” al fascismo, nonostante le denunce con interrogatori nelle sedi fasciste e in Questura. Ebbe così origine il  primo gruppo cattolico antifascista  composto mediamente da 20-25 iscritti; fare scautismo in divisa voleva dire amare totalmente il metodo, avere convinzioni salde e coerenti, coraggio per affrontare le conseguenze giuridiche come l’arresto dei genitori, la perdita dei vari benefici del Fascio; per gli adulti significava come minimo la perdita del posto di lavoro e per i giovani l’esclusione dalla scuola e comunque per tutti il sopruso e la violenza  delle squadre fasciste. Le  Aquile Randagie, senza sede, lasciavano le informazioni per le uscite della domenica nelle fessure fra le pietre di  alcuni monumenti storici intorno a Piazza del Duomo.

In uno di quei luoghi, in Piazza dei Mercanti, nel 1953  l’amministrazione comunale pose 19 lapidi in bronzo, sistemate sulle colonne del porticato, con i  circa 3.000 nomi dei caduti milanesi  che hanno fatto meritare alla città di Milano  la medaglia d’oro della la Resistenza.

I ragazzi delle Aquile Randagie, ormai diventati uomini, professionisti, sacerdoti come don Ghetti, fra i primi  si unirono all’opera dell’O.S.C.A.R. (che cambierà acronimo dopo poco in “Organizzazione Soccorsi Cattolici Antifascisti Ricercati”) . Oltre alla falsificazione di documenti  era indispensabile, in attesa del momento favorevole per attraversare il confine,  trovare alloggio presso i conventi e le foresterie delle parrocchie. Intanto, a causa dei frequenti bombardamenti su Milano,  gli insegnanti e gli allievi del Collegio san Carlo  si erano trasferiti a Varese in un palazzo vicino alla caserma della Legione Muti;  proprio in quel palazzo arrivavano i fuggitivi  che don Motta nascondeva, e  che qualche volta dormivano, separati solo da pochi metri dai loro nemici.

Il nome di Oscar all’orecchio di chiunque era un nome proprio di persona, perciò la comunicazione sia telefonica, che amicale che si instaurava per far espatriare i perseguitati  non dava adito a sospetti da parte delle autorità della RSI.  “Ciao Oscar, Oscar come stai?;  allora c’è da fare quella solita passeggiata…;  si deve fare quel deposito…;  devi portare quel pacchetto…; allora ci troviamo al solito posto?”. Tutto questo poteva sembrare una conversazione tra amici.

Inoltre le Aquile Randagie collaborano anche alla diffusione clandestina de ‘Il Ribelle’ , il foglio clandestino più diffuso in Alta Italia,  scritto e stampato da un coraggioso gruppo di cattolici.

Nella primavera del ’44  le richieste di aiuto diventavano sempre più numerose tanto che fu necessario ampliare il territorio di transito cercando altri passaggi di frontiera fra quelli poco presenziati dalle guardie di confine.

L’attività dell’O.S.C.A.R., la diffusione de “Il Ribelle”, le altre opere di assistenza come la “Carità dell’Arcivescovo” infastidivano il potere delle S.S. e dei fascisti che iniziarono la caccia all’uomo. Cominciano i primi arresti, le torture e,  purtroppo, le esecuzioni. Tenuto conto del modesto numero dei componenti dell’O.S.C.A.R. il tributo è stato alto; fucilazione di Carlo Bianchi a Fossoli, uccisione di Peppino Candiani di 19 anni al confine italo-svizzero durante un espatrio, morte di Teresio Olivelli nel campo di concentramento di Hersbruck, morte di Rolando Petrini a Gusen, morte di Franco Rovida a Mauthausen, fucilazione di Nino Verri, arresto e incarcerazione a san Vittore di don Enrico Bigatti e di don Giovanni Barbareschi,  ordine di cattura per don Ghetti-Baden con l’ordine di sparare a vista che, per errore, veniva ricercato col nome di Don Betti, ordine di cattura per Don Aurelio Giussani. L’O.S.C.A.R.  dal settembre del ’43 agli ultimi mesi del ’44 attuò  2.166 espatri clandestini, 500 preallarmi, 3.000 documenti falsi, con una spesa di circa 10 milioni di lire di quel tempo. Se da un lato l’iniziativa dell’O.S.C.A.R. non costituiva in fondo che il collaudo dello spirito scout, che è comunque lo spirito del cristianesimo, anche storicamente si inseriva a pieno titolo  nelle forze della resistenza, un allinearsi di forze cattoliche, modeste sì, ma valide e costruttive,  accanto a quanti aderivano al movimento armato di liberazione.

Nonostante la poca notorietà di questi eventi e di queste persone, ho avuto un riscontro che mi ha confortato e mi ha anche lasciata molto perplessa. Lo scorso 8 settembre proprio in piazza dei Mercanti a Milano, l’Anpi commemorava il settantesimo anniversario dell’inizio della resistenza attiva e il discorso introduttivo della cerimonia tenuto dal presidente provinciale Roberto Cenati iniziava così: “Sotto queste pietre i ragazzi delle Aquile Randagie mettevano i loro biglietti…”

Carla Bianchi Iacono

Bartali il Giusto

«Gino il Giusto». Gino Bartali è stato dichiarato ieri «Giusto tra le Nazioni» dallo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, il massimo riconoscimento attribuito a persone che durante le persecuzioni nazi-fasciste hanno rischiato la vita per salvare anche solo un ebreo.

Bartali ha contribuito a salvare famiglie perseguitate durante l’occupazione nazifascista: ha pedalato anche per loro, corriere e latore di documenti falsi di una rete clandestina che aiutava centinaia di ebrei nascosti negli istituti religiosi e nelle abitazioni di famiglie coraggiose del Centro Italia. «Fingendo di allenarsi- ha spiegato il figlio Andrea-, il mio babbo trasportava documenti falsi, nascosti nei tubi del telaio o del manubrio, per dare una nuova identità a persone perseguitate dalle leggi razziali e minacciate dalle deportazioni nei campi di concentramento».Par di vederlo, Ginetaccio, divorare gli 82 km che separano la stazione di Terontola-Cortona (dove si era rifugiato come riparatore di bici fra il settembre 1943 e il giugno 1944) dalla Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Non erano allenamenti, ma azioni eroiche e la sua faccia (la faccia del campione, «quel naso triste come una salita/quegli occhi allegri da italiano in gita», come canta Paolo Conte) serviva da salvacondotto, mentre divorava i posti di blocco come fossero traguardi volanti. In vita, Bartali non ne ha mai parlato: «Certe cose si fanno ma non si dicono». C’è voluta una tesi di laurea del 2003, «La Seconda guerra mondiale di Gino Bartali: ebrei, cattolici e dissidenti tra Umbria e Toscana 1943-1944», di Paolo Alberati (oggi consulente sportivo e procuratore di atleti), per riportare alla luce questa storia fuori dell’ordinario (ripresa anche dalla fiction «Bartali. L’intramontabile» del 2006, dove però il taglio agiografico trasformava il campione in una sorta di Padre Pio della bicicletta). Scavando nei segreti del Vaticano, alla curia di Firenze, nel convento San Quirico di Assisi e negli archivi del Coni, si è scoperto che il campione «ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città, cardinale Elia Angelo Dalla Costa».

(…)Vincendo tre tappe alpine al Tour del ’48 si dice abbia scongiurato la guerra civile, la presa del potere dei comunisti. Non è vero; di vero però c’era la riconoscenza eterna di Pio XII e dei vertici democristiani, il rosario di attributi salvifici: ciclista della provvidenza, salvatore della patria, arcangelo della montagna… «Gino il Pio» è stato un uomo semplice che per resistere alla classe e alla complessità psicologica di Coppi a volte ha dovuto farsi violenza, dotarsi di una corazza che lo ha reso più archeologico del dovuto. Ma mentre gli altri si abbandonavano alla retorica, lui pedalava «pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva, per aiutare gli ebrei».Quando nel 1955 abbandonò le corse, Dino Buzzati scrisse sul Corriere: «Bartali è stato il vivo simbolo del lavoro umano. Ha lavorato fino all’ultimo, badando a fare tutto il suo dovere meglio che gli era possibile. Ecco la grande lezione di umile onestà». Tutto il suo dovere e anche qualcosa di più.

Grasso Aldo
(24 settembre 2013) – Corriere della Sera

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