ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

1 Ottobre 1933 – PER GLI 80 ANNI DEL “GIULIO CESARE” di Gian Luigi Rondi

Al Giulio Cesare sono arrivato nel ’36, per frequentare la V Ginnasio. Prima ero a Genova e gli altri quattro anni di ginnasio li avevo seguiti all’Andrea Doria e al Cristoforo Colombo. La scelta che aveva fatto mio padre al momento di iscrivermi era stata soprattutto motivata dall’ubicazione della scuola. Noi abitavamo a via Malta, una parallela tranquilla di Corso Trieste e il Giulio Cesare era proprio in corso Trieste, davanti alle nostre finestre. Prima non era lí, l’avevano inaugurato nel ’34 in una palazzina umbertina di piazza Indipendenza, poi, era stato trasferito in un complesso modernissimo tutto nuovo (lo stesso che lo accoglie adesso) ma in quell’ottobre in cui venni iscritto non era stato ancora inaugurato. Perché? Perché in occasione del 28 ottobre, data nefasta, venisse a inaugurarlo Mussolini come una cosiddetta “opera di regime”. E toccò a me, dalla finestra della mia stanza, di vederlo arrivare su un’auto scoperta, in testa quel buffo fez con doppi galloni rossi, la sua divisa esibizionistica da “caporale della milizia”. Tre giorni dopo quell’incontro, mai più intenzionalmente rinnovato negli anni che seguirono, si celebrò al Giulio Cesare il primo giorno di scuola. Tutto bianco, tutto nuovo, al centro, sulla cancellata la scritta in metallo che diceva “Regio Liceo Ginnasio Giulio Cesare”, e appena entravi, in mezzo a un bel giardino con alberi d’alloro a semicerchio, una copia della statua di Giulio Cesare,  esposta in quella che forse ancora non si chiamava via dell’Impero, con una lunga scritta in latino sulla base (la gioia, anni dopo, quando riuscivamo agevolmente a tradurla). Allora, non so oggi, i cinque anni di ginnasio erano affidati a un unico insegnante esperto in tutte le materie. Ebbi subito la fortuna di constatare che l’insegnante a me destinata era una signora molto colta, la professoressa Cesarini (di nome, forse, Luisa,) che pur sapendo che lei ed io ci saremmo visti solo per un anno (il liceo era alle porte) mi dedicò persino attenzioni maggiori di quelle che già dedicava agli altri miei compagni che, loro, la seguivano già da quattro anni. “Scrivi bene – mi disse – mi fa piacere vederti rispettare l’italiano”. Non così l’insegnante d’inglese che, soprattutto per la pronuncia, mi rimandò a ottobre (ricordo ancora che per farmi correttamente pronunciare “the” si metteva la lingua tra i denti…).

Finito il ginnasio, la scoperta più bella, gli insegnanti che in liceo via via ci si avvicendavano in classe. Ho dovuto loro moltissimo, e non solo nell’ambito degli studi ma – e non è una affermazione retorica, – nell’ambito della vita. Una vita che, in quegli anni Trenta e Quaranta, ometteva ogni riferimento alla politica. Debbo a loro invece di aver trovato motivazioni profonde a quell’antifascismo che mio padre, ufficiale dei Carabinieri, a me e a mio fratello Brunello, aveva insegnato tra le mura domestiche. Più di tutti, prima di tutti, l’insegnante di greco e di latino, il prof. Marani, che riusciva quasi quotidianamente a rivedere le bucce di quella “cronache fasciste”, esibite alla radio da Forges Davanzati. I sarcasmi di Marani per i modi in cui quelle cronache interpretavano “la notte dei cristalli”, una delle prime macchie del nazismo ed anche, ma con dolore e tristezza,  per l’Anschluss con cui Hitler si era annessa l’Austria. E così, anche sul piano teorico, l’insegnante di storia e filosofia, il prof. Magnanelli che ci parlava della Grecia, del suo concetto di libertà, della sua democrazia (termine che allora nelle conversazioni si pronunciava sottovoce) riuscendo a suggerirci confronti con quegli anni grigi definiti persino al ministero dell’Educazione Nazionale, “l’era fascista”.

Anni in cui non solo la democrazia ma l’umanità; la logica e il buon senso venivano feriti. Come nel ’38 quando promulgarono le cosiddette “leggi razziali”. In classe c’era un nostro compagno, Benedetto Dell’Ariccia, fra i più intelligenti e studiosi, primo in tutte le materie e sempre pronto ad aiutare gli altri con suggerimenti e consigli. Un giorno non si presentò, e così per molti altri giorni. Ne chiesi notizie all’insegnante di religione che era fra l’altro un cappellano militare, Luigi Apolloni. “Si è ritirato”, mi rispose, ma il suo tono di voce sottintendeva molte cose. Era ebreo e veniva così messo al bando. Ho ripensato a lui, anche con commozione perché ormai informato di tutto, vedendo nel bellissimo film di Ettore Scola, “Concorrenza sleale”, una sequenza particolarmente commovente dedicata a un ragazzino ebreo che non potendo più andare a scuola, alla stessa ora andava a sedersi di fronte al suo tavolino, con penna e libri presto intento a scrivere. Ripreso di spalle, in una stanza quasi buia. Curvo sotto il peso di non aver nessuna colpa…

Ripensando a Dell’Ariccia, di cui non ho mai più saputo nulla, ricordo oggi con gratitudine quell’antifascismo a noi insegnato dalla cattedra a rischio e pericolo di chi se ne faceva portatore. Un rischio, però, e un pericolo che al Giulio Cesare non colpì nessuno di quei coraggiosi insegnanti. Il motivo forse era nelle oneste capacità del nostro preside, Guido Rispoli, che pur essendo “consigliere nazionale” di quella Camera dei fasci e delle corporazioni con cui, abolendo la democrazia, a Palazzo Venezia avevano pensato di sostituire il Parlamento, aveva una mentalità molto aperta e comprensiva. Con un’unica eccezione: nel settembre del ’39, soffiavano venti di guerra. Pio XII aveva già dichiarato il suo celebre “tutto è perduto con la guerra”, e adesso, con l’occasione della Supplica alla Madonna di Pompei, tenuta come sempre ogni 7 ottobre a mezzogiorno, aveva invitato tutti a parteciparvi pregando per la pace. Ritenni come cattolico di parteciparvi anch’io, ma essendo orario di scuola, mi si disse che solo il preside poteva darmi il permesso di assentarmi. Fui deluso: “Se il duce ( lo scandiva con la maiuscola…)è per la guerra, sa qual’è il bene dell’Italia e gli Italiani debbono seguirlo”.

Poi la guerra arrivò e noi eravamo già in terza liceo, prossimi alla maturità. Che però non sostenemmo perché dal ministero arrivò la notizia che quei temutissimi esami li avremmo sostenuti nelle nostre classi, con i nostri insegnanti. “Certo un aiuto non da poco, – ci disse il caro prof. Marani, salutandoci, tutti promossi – ma anche perché vi si considera già carne da cannone”.

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