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Resistenza in Valnerina di POMPEO DE ANGELIS

Brevi lampi che illuminano l’atteggiamento del clero nei confronti del fascismo, durante il perdurare del regime, spiegano come e perché i cattolici parteciparono alla Resistenza in Valnerina a sostegno delle due principali formazioni partigiane armate: la brigata Gramsci e la Banda Melis.
Monsignor Vincenzo Migliorelli, vescovo di Norcia, condannò dal pulpito il delitto Matteotti e poi, nel 1926, rifiutò il suono delle campane e le funzioni religiose di ringraziamento per lo scampato attentato alla vita di Mussolini. I fascisti locali lo costrinsero con la violenza a rifugiarsi a Roma per vari anni. Una figura notevole di resistente fu il parroco di Monteleone di Spoleto, Don Enrico Ricci, che capitanò la protesta popolare per la decisione di staccare il suo paese dall’Umbria per annetterlo, con il Cicolano, alla costituenda Provincia di Rieti, nel 1927. Per questa dissidenza alcune persone di Monteleone di Spoleto furono condannate al confino. La Chiesa reagì mantenendo la zona espropriata dall’Umbria nella diocesi spoletina.
Nell’inverno del 1940, i parroci dei capoluoghi di comune furono interrogati dai comandi di stazione dei carabinieri per documentare l’opinione della gente circa una eventuale guerra, a fianco della Germania. Don Enrico Ricci ricostruì, nel 1975, il suo colloquio con il brigadiere di Monteleone.
Brigadiere: Chi non vuole la guerra?
Don Ricci: Non i padri di famiglia, i quali già ne hanno fatta una almeno –e contro i tedeschi- e perciò sanno di che si tratta. Non certo le madri di famiglia che non vogliono pericoli per i figli. Non le sorelle che oltre all’affetto ai fratelli temono di vedersi addossare le fatiche degli assenti. Non le fidanzate che hanno paura di vedere sfumate le belle speranze. Non i giovani che dovrebbero subirne le conseguenze più gravi e preferiscono la fatica vicino a casa alle pallottole che fischiano giorno e notte.
Brigadiere: Ma non tiene conto della gente che grida nelle piazze?
Don Ricci: E lei, brigadiere, l’ha vista la gente, sulla piazza di Monteleone, andare a gridare alla guerra? Sulle piazze a gridare guerra ci vanno gli anziani che mangiano al piatto del regime; ci vanno gli oziosi che aspettano impieghi inutili, e ci vanno anche gli studenti svogliati, che prevedono le promozioni facili, anche a scuola, per fatiche di guerra.
Brigadiere: Ma io non posso scrivere queste cose , perché il segretario politico scriverà tutto il contrario.
Don Ricci: Lei mi deve interrogare? Lo faccia. Io le risponderò e lei scriva le mie risposte, io le sottoscrivo e me assumo io, mica lei, la piena responsabilità. E sono certo che i parroci degli ottomila capoluoghi comunali d’Italia, nei quali incontriamo tutti i genitori e i figli, che ci rassomigliano e hanno scritta in faccia e formulata sulle labbra la medesima risposta, salvo forse qualche pazzoide, faranno tutti identica constatazione. Che i segretari politici scrivano diversamente anche contro la verità è molto probabile. Nel nostro caso locale, farebbe proprio meraviglia , anche a lei, se ci incontrassimo a dire le stesse cose.
Questo discorso è tratto dall’intervento di Don Ricci alla tavola rotonda che si tenne a Cascia nel 1975, intitolata : “Il territorio libero di Norcia e Cascia”, organizzata dalla Regione dell’Umbria per le celebrazioni del XXX della Liberazione in Umbria. POMPEO DE ANGELIS

Angela Canale: “Sono nata al Campo le Fraschette”

Ringraziamo per questa bellissima e commuovente testimonianza il Presidente della Sezione ANPC di Frosinone, Carlo Costantini. Buona visione a tutti.


Intervento della Sig.ra Maria canale in occasione di una iniziativa dell’ANPC di Frosinone nell’Istituto “A.G. Bregaglia” di Frosinone

Discorso di De Gasperi al Congresso dei Partigiani Cristiani del 1950

Discorso De Gasperi 1950

25 aprile 2014, Parma celebra la Liberazione

Cerchiamo notizie di un Partigiano Cristiano di Busto Arstizio

Ci scrive il Signor Dino Tosi: “E’ possibile ritrovare traccia scritta/foto di attività/persone all’epoca impegnate nel movimento partigiano di cui all’oggetto? Credo vi facesse parte lo “storico” sindaco della Città di Busto Arsizio Giovanni Rossini di cui mio padre Antonio Tosi fu carissimo amico e “compagno” di azione (un figlio di Rossini mi ha confidato che i due agivano in azioni di resistenza “armati” della sola grossa chiave del portone di casa nascosta sotto la manica della giacca!).  Vi ringrazio sin d’ora, con grande affetto e simpatia!Io purtroppo non ho potuto conoscer mio papà Antonio e sto raccogliendo notizie sulla Sua persona ed opera, a vari livelli. Prima del matrimonio fu missionario laico comboniano in sud Sudan (per 7 anni dal 1926 al 1932) e poi laico di San Luigi Orione per ben 13 anni”.

Chiediamo soprattutto agli amici della Lombardia ma a tutti coloro che ci leggono se hanno notizie di mandarcele così da mettervi in contatto con il Signor Tosi e soprattutto da ricostruire un altro pezzetto di storia poco conosciuta. Grazie a tutti della collaborazione!

 

25 Aprile a Parma – Il Discorso di Giovanni Bianchi

Le speranze del 25 Aprile 

Giovanni Bianchi 25 aprile 2014 ParmaAnche questo 25 aprile rappresenta un punto di arrivo e un punto di partenza. Di arrivo, perché conclude quella dolorosa vicenda, iniziata all’indomani della fine della prima guerra mondiale, che avrebbe lasciato un Paese profondamente cambiato e inserito in un contesto globale radicalmente nuovo. Di partenza, perché nel momento stesso in cui quella dolorosa parentesi si chiudeva, subito se ne apriva un’altra, quella della ricostruzione, civile e istituzionale dell’Italia.

Sono queste le ragioni che ci vedono oggi ricordare insieme l’anniversario della guerra di Liberazione e gli scioperi del marzo del 1944, settant’anni fa. Furono gli operai delle grandi fabbriche del Nord infatti a dichiarare con il loro comportamento civile che un’epoca di barbarie doveva considerarsi conclusa.

Vengo da una città, Sesto San Giovanni, in prima linea nel dire in faccia al maresciallo Kesselring che una tragica stagione stava volgendo al termine e che gli italiani avevano deciso di voltare pagina. Mio padre e tutti gli zii, che pure militavano in formazioni partigiane di diverso orientamento politico, erano presenti su quel piazzale della Falck Unione. Mancava solo il più giovane, trattenuto nel suo laboratorio perché a differenza degli altri, tutti metalmeccanici, faceva il sarto. E quella notte, mentre tutti gli altri dormirono fuori casa, zio Luigi, che non si riteneva sospettato, fu arrestato e condotto Mauthausen, da dove riuscì a ritornare.

Una città la mia – come la vostra, protagonista e anche medaglia d’oro della Resistenza – che da allora prese il nome di “Stalingrado d’Italia”: non perché fosse l’anticipazione della Reggello di Don Camillo e Peppone, dove il sindaco, grazie al sessanta percento del suo partito, la vinceva sempre sul parroco democristiano… Siccome Stalingrado reggeva alle armate di Von Paulus, per le medesime ragioni Sesto e i suoi operai divennero per tutti, per la loro resistenza, la Stalingrado nazionale.

Ho ricordato l’episodio non per campanilismo, ma perché già allora il lavoro e la sua dignità costituirono l’inizio di un riscatto e di una ripresa. Perché è il lavoro il grande ordinatore delle nostre società, prima e più della legge, oggi come allora. E la difesa delle fabbriche e delle macchine significò la volontà di ricostruire il Paese nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza, perché il superamento delle distanze sociali continua ad essere la spinta ineliminabile di una vera democrazia.

Sandro Pertini, grande capo partigiano e non dimenticato presidente della Repubblica, non a caso aveva l’abitudine di ripetere: “Non ci può essere vera libertà senza giustizia sociale. Non ci può essere giustizia sociale senza vera libertà”.

Siamo oggi di fronte alle molte facce di una crisi economica e sociale e alla fase finale di una transizione infinita sul piano delle istituzioni. Abbiamo assistito alla dissoluzione delle regole e alla conseguente caduta dell’etica pubblica. Al venir meno della fiducia nel futuro, per cui sembra rincuorare e spronare tutti, credenti e non credenti, l’invito di papa Francesco a non lasciarci rubare la speranza.

Il dovere dell’ora è dunque ritrovare un senso comune al nostro vivere repubblicano. Recuperare insieme un idem sentire senza il quale un traguardo comune non è raggiungibile né può esistere.

A ricostruire il Paese furono allora le stesse forze politiche che erano state forgiate dalla comune esperienza della Resistenza ed esaltate dalla Liberazione, e lo fecero a partire dalla sua Carta fondamentale: la scrittura della Costituzione della Repubblica vide infatti realizzarsi, in una sinergia di straordinaria importanza, una collaborazione storica tra due blocchi che, seppur profondamente divisi, seppero unire le loro migliori energie ed intelligenze intorno a una comune idea non solo di Stato, di società e di cittadino, ma anche e soprattutto di uomo.

Fu lungo questa linea interpretativa che – secondo Leopoldo Elia – Dossetti riuscì a convincere la commissione dei Settantacinque che fosse possibile rintracciare “una ideologia comune” e non di parte sulla quale fondare il nuovo edificio costituzionale. Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, dei suoi diritti fondamentali “riconosciuti” e non creati e dettati dalla Repubblica.

Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo (e includente) personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese sopravvissuto a laceranti divisioni, con una ambiziosa e non spenta azione riformatrice in campo economico e sociale.

Molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta. Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione.

Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo ancora una volta al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta in seguito da De Felice. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo: dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale”.

Fu quello, il passaggio fondamentale che decise il destino di un Paese che era passato dalla debolezza del regime liberale all’esperienza del Ventennio e si era, infine, ritrovato in macerie.

Ricostruire significò allora per prima cosa scegliere: scegliere di abbandonare la monarchia, di deporre le armi, di preferire la via della pacificazione a quella della vendetta.

Ma anche ripulire il terreno dalle macerie e decidere insieme che Paese sarebbe stato l’Italia da quel momento in poi, in quale modello di uomo e di società insieme ci saremmo specchiati, per realizzare quale cittadinanza avremmo dovuto impegnare tutte le nostre energie.

Ha probabilmente ragione Benigni quando sostiene che la nostra è la più bella Costituzione del mondo. Certamente è la meglio scritta. Circostanza non casuale, perché fu allora creato un gruppo di lavoro incaricato di limarne il testo sotto la regia di Benedetto Croce. Al punto che quando un decennio fa un gruppo di lavoro totalmente trasversale, del quale facevo parte, provò ad aumentarne il tasso ecologico (il testo infatti parla soltanto di “salvaguardia del paesaggio”, e tanta laconicità non può che risultare comprensibile se consideriamo che i padri costituenti scrivevano tra macerie ancora fumanti e il problema della ricostruzione sopravanzava di gran lunga ogni altra preoccupazione) fummo costretti a desistere, non tanto per divergenze di contenuto, quanto piuttosto per l’inadeguatezza delle formule del nostro linguaggio ad entrare nel testo del 1948. Avevamo infatti l’impressione di introdurre battute dei Legnanesi tra le terzine di Dante…

I partigiani di tutte le formazioni, gli italiani apertamente o silenziosamente capaci di una resistenza civile diffusa furono già allora tra i protagonisti di un rinnovamento che attraversava lo Stato ma anche la quotidianità della gente e la sua capacità di mettere insieme relazioni solidali.

In quel momento gli Italiani, provocati nella coscienza dall’esperienza del Ventennio, dalla barbarie di una guerra ingiusta in cui ad essere annichiliti furono, prima che i popoli, il concetto stesso di uomo e la dignità delle persone, seppero tornare ad essere esempio di dignità dandosi una Costituzione che metteva con forza la persona umana al centro di qualsiasi teorizzazione civile, sociale, statuale, politica.

Ciò che la guerra e i suoi protagonisti avevano distrutto – il concetto di uomo – noi in quel momento ricostruivamo con caparbia determinazione. E lo facemmo a partire dalla Carta fondativa dello Stato.

Con uno straordinario coraggio, i componenti delle forze politiche che avevano liberato il Paese, coloro i quali si erano ritrovati a combattere in prima linea, in tutte le sedi, dalla clandestinità in patria e dall’esilio, per la liberazione d’Italia, sancivano che da quel momento in poi la sovranità sarebbe spettata alla persona.

La ricchezza e l’attualità della nostra Costituzione risiedono infatti nella sua caratteristica principale, di essere cioè Costituzione vivente, che non si esaurisce nell’affermazione di vuote formule o astratti postulati, ma traccia una rotta da seguire, indica a che cosa deve essere rivolto il lavoro di ogni cittadino, di ogni associazione di cittadini, di ogni amministrazione e istituzione dello Stato:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Una Costituzione viva, per lo spirito ricostruttivo che l’anima, per la centralità della persona.

Sono questi i fili conduttori, a quasi settant’anni da quel giorno, della nostra esperienza di cittadini e di Italiani oggi; gli elementi che rappresentano un ponte con quel 25 Aprile di allora.

Gli eventi degli ultimi, difficilissimi mesi ci dicono che siamo arrivati al termine di un modo di intendere lo Stato e il rapporto tra cittadini e istituzioni. Non solo per quel che riguarda il nostro Paese, ma anche per la comune patria Europa. Casa comune fin nel pensiero dei nostri padri fondatori.

Non ci si può allontanare troppo dai padri fondatori, dal loro pensare in grande e parlare di conseguenza, e accedere alle liturgie vincenti di un populismo dilagato in tutti gli schieramenti che privilegia il vincere rispetto alla coltivazione degli ideali e del sogno, e quindi all’affermazione di una democrazia che non è mai un guadagno fatto una volta per tutte.

La riduzione populistica del dibattito alla quale assistiamo finisce per perdere profondità e prospettiva, accettando che il campo del confronto sia essenzialmente quello intorno all’euro. Dimenticandone i convulsi retroscena politici, le preoccupate telefonate tra Parigi e Londra nel momento in cui Helmut Kohl decise la riunificazione delle due Germanie , mentre da Roma Giulio Andreotti commentava con il proverbiale disincanto: “Amo tanto i tedeschi da preferire che di Germanie ne restino due”. L’euro infatti risultò allora la mediazione ottenuta come contropartita rispetto ai timori di un’egemonia del marco e della Germania.

Dunque fin dall’inizio la moneta comune europea non è affare di soli banchieri, ma problema tutto interno al destino del Vecchio Continente e di sovranità tra gli Stati contraenti. Se si prescinde dalla durezza di questa memoria si diventa corrivi a quel dilagare dei poteri finanziari rispetto a quelli politici che ha trasformato progressivamente – complice non soltanto il fiscal compact – gli gnomi di un tempo nei signori della moneta e della Bce. La traduzione europea cioè, dopo la crisi iniziata nel 2007, di quella che Obama nel primo discorso di insediamento alla Casa Bianca definiva l’avidità dei mercati.

Da non demonizzare (i mercati, non l’avidità) dal momento che in essi agiscono i grandi fondi di pensione mondiale e senza i loro acquisti dei nostri titoli di Stato non riusciremmo a pagare gli stipendi degli insegnanti e dei medici.

Ma altro è fare i conti con la durezza dei mercati ed altro consegnare ad essi lo scettro di comando. Prospettiva che ci rimanda insieme al sogno europeo e al realismo delle sue tappe istituzionali.

Non è un caso che Alcide De Gasperi insieme a Jean Monnet sia uno dei più convinti sostenitori negli anni cinquanta della Ceca: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Quel che lo scetticismo delle diverse famiglie di europopulisti dimenticano è che soltanto il consolidarsi di una dimensione adeguata, insieme economica e politica, è in grado di reggere alla globalizzazione del turbocapitalismo. Di conseguenza accettare il terreno degli avversari riduzionisti è il modo di compromettere non soltanto una tornata elettorale, ma lo stesso significato della costruzione europea.

Pochi ricordano infatti che Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli – pur partendo da visioni differenti e addirittura diametralmente opposte circa lo Stato e la sovranità – ripetono all’unisono nei loro interventi che l’Europa deve considerarsi una tappa verso un governo mondiale. Non solo Stati Uniti d’Europa, ma una forma democratica capace di includere e insieme di governare. Non un problema di moneta, ma un banco di prova della democrazia, non soltanto per il Vecchio Continente. Con garanzie reali per il rispetto della cittadinanza di tutti.

Per questo ha visto bene Romano Prodi quando ha affermato che il welfare, lo Stato Sociale, da aggiornare e riformare, è la più grande invenzione politica di questa nostra Europa. E pazienza se qualcuno meno di un decennio fa ha pensato di dileggiarci – proprio per questo – definendoci figli di Venere e pigmei militari nei confronti dei figli di Marte. Noi siamo contenti di restare dalla parte di Venere.

È importante e da sottolineare in queste celebrazioni e anche in questa piazza la presenza di larghe masse (il termine non è letterario ma statistico) giovanili. Tanto più che anche sulla Resistenza europea sembravano essere calati l’oblio e la dimenticanza.

E invece prima dei padri fondatori ci sono quelli che quest’Europa l’hanno testimoniata nel sangue. Abbiamo fatto l’Europa perché c’è stata una Resistenza europea attraversata da due grandi presenze e da due temi che sono tuttora di bruciante attualità.

Furono i giovani a salire montagna e a non militare per la Repubblica Sociale di Salò e per i suoi analoghi nelle altre nazioni. I giovani sono il nerbo naturale della Resistenza: quelli che l’hanno pagata di più anticipando drammaticamente quella partecipazione dei loro coetanei che settant’anni dopo saranno i protagonisti dell’Erasmus.

La ritroviamo anche in Germania. Il gruppo della “Rosa Bianca” non è soltanto una piccola testimonianza. Quei giovani studenti tedeschi che lasciavano i volantini nelle guide telefoniche dei telefoni pubblici e che invitavano i tedeschi a riappropriarsi della loro dignità di popolo ritornando alle pagine dei grandi pensatori della Nazione : da Heine a Goethe.

E la circostanza che il tribunale nazista li volle giustiziati nell’immediato pomeriggio susseguente alla condanna testimonia della preoccupazione e del timore che quelle posizioni, pur disarmate, rappresentavano per il regime hitleriano.

Quel medesimo regime reso orrendamente famoso dai campi di sterminio – da Auschwitz a Mauthausen – e che mi lascia soprattutto inorridito di fronte alla testimonianza del castello di Artheim, dove gli scienziati del regime operarono i più orrendi esperimenti su uomini considerati meno che cavie. Non più cioè la grigia amministrazione dei seguaci di Himmler in nome della banalità del male denunciata da Hannah Arendt, ma una scienza pervertita nei panni dell’aguzzino.

E, quasi a riproporre un dilemma e un legame attualissimi legati alla presenza dei giovani, l’assenza di lavoro. Perché è sempre vero che il lavoro che manca stanca di più del lavoro che sta.

E se tutti ripetiamo che Hitler andò al potere conquistando il Reichstag con un voto democratico, quel che omettiamo di ricordare è che Hitler andò al potere promettendo e realizzando la piena occupazione. Con venti milioni di morti e sei milioni di ebrei fatti passare per il camino.

Sono tutte buone ragioni per non ridurre l’Europa odierna all’Europa dei banchieri.

L’Europa infatti è fin dalle sue radici un luogo di accoglienza del diverso. Proprio la presenza storica delle radici cristiane – insieme a quelle ebraiche ed islamiche, omesse nel trattato che doveva preludere alla costituzione europea – sono lì a testimoniare che il diverso non è altra cosa e sconosciuta da parte del cittadino europeo. La diversità cioè ci appartiene come patrimonio costitutivo da molti secoli.

Una cittadinanza dell’accoglienza che riguarda i diritti e le regole della democrazia così come le garanzie che ai diritti e alle regole conferisce concretamente lo Stato Sociale. Gli Stati Uniti d’Europa cioè non sono la bella copia aggiornata degli Stati Uniti d’America: essi devono andare oltre se stessi per alludere a una nuova forma di democrazia capace di includere e di dare speranza.

Fuori da questo orizzonte ogni discussione sull’Europa non solo risulta inadeguata e parla d’altro, ma è pure destinata all’impotenza.

Sono i grandi storici, soprattutto quelli di lingua francese, a ricordarci l’importanza delle radici. E così come Braudel suggerisce che non ci può essere Europa a prescindere dalla sua vocazione mediterranea, Jacques Le Goff, recentemente scomparso, per il libro dedicato a evidenziare le radici medievali dell’Europa, non trova di meglio che il titolo: Il cielo sceso in terra

Non hanno cioè cittadinanza europea i senza-storia, la nuova barbarie televisiva che ha sostituito alla politica non la propaganda, ma la pubblicità capace di generare la domanda attraverso le sue offerte ossessive. Non ha cittadinanza europea la tirchieria mentale (Nino Andreatta) di quanti fanno discendere dalla ragioneria e dalle sue polemiche ed opposizioni interne il destino delle forme politiche. Oltretutto soltanto la grande politica è capace di andare anche contro la storia, perché si è presa il disturbo di conoscerla.

Il senso del nostro 25 Aprile è quindi, oggi come allora, nello spirito della ricostruzione di un Paese che riporti il cittadino e la persona umana al centro di ogni discorso, di ogni scelta, di ogni comportamento, di ogni regola del nostro essere società e Stato. Una persona rispettata, fiera della propria dignità e cittadinanza, e garantita.

Lo strumento ce l’abbiamo: va difeso, riformato e celebrato. Le parole e lo spirito dei Costituenti devono animarci oggi nello sforzo di ricostruire un Paese che deve cessare di apparire esausto, senza speranza, rassegnato al peggio. Ma che proprio per questo deve recuperare la centralità del lavoro proclamata dalla Costituzione: un lavoro in grado di esprimere le potenzialità della persona e capace di essere ancora una volta luogo dell’inclusione e dell’ordine sociale.

Ricostruzione e Costituzione per ripristinare la centralità dei cittadino rispetto allo Stato, della persona rispetto alla politica e, soprattutto, all’economia e alla finanza.

Non abbiamo che da continuare un percorso cominciato settant’anni fa.

Viva l’Italia democratica!

Viva l’Europa dei popoli democratici!

Viva la memoria di questo 25 aprile, che non può restare soltanto memoria!

Aprile 2014    Giovanni Bianchi

 

Questo 25 Aprile di GIOVANNI BIANCHI

Acli e Anpc ricordano insieme che anche questo 25 aprile rappresenta un punto di arrivo e di partenza. Di arrivo, perché conclude quella dolorosa vicenda, iniziata all’indomani della fine della prima guerra mondiale, che avrebbe lasciato un Paese profondamente cambiato e inserito in un contesto globale radicalmente nuovo. Di partenza, perché nel momento stesso in cui quella dolorosa parentesi si chiudeva, subito se ne apriva un’altra, quella della ricostruzione, civile e istituzionale innanzitutto, d’Italia. A ricostruire il Paese furono le stesse forze politiche che erano state forgiate dalla comune esperienza della Resistenza ed esaltate dalla Liberazione, e lo fecero a partire dalla sua Carta fondamentale: la scrittura della Costituzione della Repubblica vide infatti realizzarsi, in un unicum storico di straordinaria importanza, una collaborazione storica tra due blocchi che, seppur profondamente divisi, seppero unire le loro migliori energie ed intelligenze intorno a una comune idea non solo di Stato, di società e di cittadino, ma anche e soprattutto di uomo. Fu quello, il passaggio fondamentale che decise il destino di un Paese che era passato dalla debolezza del regime liberale all’esperienza del Ventennio e si era, infine, ritrovato in macerie. Ricostruire significò allora per prima cosa scegliere: scegliere di abbandonare la monarchia, di deporre le armi, di preferire la via della pacificazione a quella della vendetta. Ma anche ripulire il terreno dalle macerie e decidere insieme che Paese sarebbe stato l’Italia da quel momento in poi, in quale modello di uomo e di società insieme ci saremmo specchiati, per realizzare quale cittadinanza avremmo dovuto impegnare tutte le nostre energie da quel momento in poi.

Le Acli di Achille Grandi e l’Associazione Partigiani Cristiani fondata da Enrico Mattei furono già allora tra i protagonisti di un rinnovamento che attraversava lo Stato ma anche la quotidianità della gente e la sua capacità di mettere insieme relazioni solidali.

In quel momento gli Italiani, provocati nella coscienza dall’esperienza del Ventennio, dalla barbarie di una guerra ingiusta in cui ad essere annichiliti furono, prima che i popoli, il concetto stesso di uomo e la dignità delle persone, seppero tornare ad essere esempio di dignità dandosi una Costituzione che metteva con forza la persona umana al centro di qualsiasi teorizzazione civile, sociale, statuale, politica.

Ciò che la guerra e i suoi protagonisti avevano distrutto – il concetto di uomo – noi in quel momento ricostruivamo con caparbia determinazione. E lo facemmo a partire dalla Carta fondativa dello Stato.

Con uno straordinario coraggio, i componenti delle forze politiche che avevano liberato il Paese, coloro i quali si erano ritrovati a combattere in prima linea, in tutte le sedi, dalla clandestinità in patria e dall’esilio, per la liberazione d’Italia, sancivano che da quel momento in poi la sovranità sarebbe spettata alla persona.

La ricchezza e l’attualità della nostra Costituzione risiedono infatti nella sua caratteristica principale, di essere cioè Costituzione vivente, che non si esaurisce nell’affermazione di vuote formule o astratti postulati, ma traccia una rotta da seguire, indica a che cosa deve essere rivolto il lavoro di ogni cittadino, di ogni associazione di cittadini, di ogni amministrazione e istituzione dello Stato: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Una Costituzione viva, per lo spirito ricostruttivo che l’anima, per la centralità della persona. Sono questi i fili conduttori, a quasi settant’anni da quel giorno, della nostra esperienza di cittadini e di Italiani oggi; gli elementi che rappresentano un ponte tra oggi e quel 25 aprile. Gli eventi degli ultimi, difficilissimi mesi ci dicono che siamo arrivati al termine di un modo di intendere lo Stato e il rapporto tra cittadini e istituzioni. Il senso del nostro 25 aprile è quindi, oggi come allora, nello spirito della ricostruzione di un Paese che riporti la persona umana al centro di ogni discorso, di ogni scelta, di ogni comportamento, di ogni regola del nostro essere società e Stato. Lo strumento ce l’abbiamo: va difeso, riformato e celebrato. Le parole e lo spirito dei Costituenti devono animarci oggi nello sforzo di ricostruire un Paese che appare esausto, senza speranza, rassegnato al peggio. Ma che proprio per questo deve recuperare la centralità del lavoro proclamata dalla Costituzione: un lavoro in grado di esprimere le potenzialità della persona e capace di essere ancora una volta luogo dell’inclusione e dell’ordine sociale. Ricostruzione e Costituzione per ripristinare la centralità dei cittadino rispetto allo Stato, della persona rispetto alla politica e, soprattutto, all’economia e alla finanza.

Acli e Anpc non hanno che da continuare un percorso cominciato settant’anni fa.

Giovanni Bianchi

Presidente Nazionale ANPC

Mario Rebosio, Bollate, 183^ Brigata Garibaldi

NOTA STORICA: LA BRIGATA GARIBALDI

 

Le brigate d’assalto “Garibaldi”, durante la Resistenza Italiana, furono delle brigate partigiane legate prevalentemente al Partito Comunista Italiano, ma in cui militavano anche esponenti di altri partiti del CLN, specialmente del Partito Socialista Italiano e più raramente del Partito d’Azione o della Democrazia Cristiana.

Il modello organizzativo venne strutturato dalla direzione del PCI.

Il termine “brigata” non fu casuale: era il superamento della “banda”: brigata stava ad indicare un legame organizzativo di tipo militare tradizionale, di dipendenza tra le unità operative ed i livelli superiori e, nello specifico, politici.

Le dimensioni delle brigate variavano dal contesto operativo. La struttura impostata dal PCI richiedeva, oltre ad un comandante militare, un commissario politico; questa struttura era replicata anche nelle squadre, i battaglioni e gli altri sotto-raggruppamenti.

Nonostante la filiazione abbastanza diretta dal PCI, le Brigate Garibaldi annoverarono capi di enorme caratura che non erano militanti comunisti, quali ad esempio il cattolico ed apolitico Aldo Gastaldi, l’apolitico Mario Musolesi, l’anarchico Emilio Canzi.

Queste situazioni interne portarono anche a diatribe e fratture che però non diminuirono la comune volontà di lotta antifascista e la relativa applicazione in combattimento. Le personalità citate come esempio erano dotate di forte carisma personale, capacità di coesione con la brigata ed indubbio valore militare e quindi preferivano combattere in una organizzazione efficiente, anche se non condividevano gli ideali comunisti, piuttosto che disperdersi a dirigere bande di scarsa efficienza in zone in cui la loro personale ideologia politica non era così fortemente estesa.

Associati alle Brigate Garibaldi vi erano i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), che nelle città operavano azioni di sabotaggio ed attentati contro gli occupanti nazifascisti. In totale esse rappresentavano circa l’80% delle forze di Resistenza partigiana. (http://it.wikipedia.org/wiki/Brigate_Garibaldi)

 

Da un colloquio con Anna Rebosio, figlia di Mario, (Classe 1933)

 

Erano tre fratelli: Materno, classe 1898; Mario, classe 1902 e Isidoro, classe 1914.

Nel 1930 Mario faceva il muratore e partecipò alla costruzione delle villette di via Gramsci in qualità di muratore con un’impresa che, fallendo, non pagò i lavoratori a fine opera.

La figlia ricorda che un giorno lo videro tornare a casa con delle assi da ponte utilizzate per le impalcature e rimaste abbandonate dagli imprenditori che costruirono le Case del Fascio. (1)

Abitava in via Pontida al 21, vicino al cosiddetto secondo ponte sul fiume Pudiga, (ponte che esisteva quando il fiume non era stato ancora coperto e che serviva ad attraversare il corso d’acqua per raggiungere la frazione di Castellazzo percorrendo via Origona).

Abitavano tutti in una piccola casa ora ristrutturata ed ampliata, mentre nella frazione di Traversagna, alla cascina San Pietro, abitava la mamma di Mario Rebosio, Giovanna Radice.

A guerra finita i fratelli, andarono a vivere, ciascuno con la propria famiglia, nella casa di Mario, a Bollate.

Si tratta di una casa piena di ricordi e di tracce di quei venti mesi. Un luogo che è servito durante il periodo della Resistenza ed anche nei mesi seguenti quale deposito di armi e munizioni.

Materiale talmente numeroso che al momento in cui furono abbattuti alcuni muri per apportare alcune modifiche all’edificio, si temette addirittura di ritrovarlo nelle intercapedini dov’era stato nascosto per occultarlo alla polizia fascista.

Fino a questo punto arrivò Mario: a coinvolgere tutta quanta la sua famiglia alla lotta partigiana.

La figlia Anna ricorda ancora, con pena, quando da piccola era costretta a stare seduta a lungo sulla seggiolina ed obbligata a fare da vedetta, per avvisare dell’improvviso arrivo di Fascisti o sconosciuti le cui visite, a quei tempi, erano davvero frequenti.

E la richiesta del padre, arrivava anche al punto di farla rinunciare a soddisfare i propri bisogni fisiologici, perché…“ne andava della vita di tutti loro!“

Ricorda ancora quando lei e le sorelle, dovevano alzarsi alle cinque del mattino per andare a piedi fino a Traversagna.

Percorrevano la massicciata della ferrovia sino all’attuale stazione FNM Serenella.

Arrivate all’altezza del laghetto, vicino al luogo dove oggi sorge un ristorante, consegnavano ad altri Partigiani volantini e comunicati con l’avvertimento che avrebbero dovuto inghiottire quei fogli in caso di pericolo, affinché non ne rimanesse alcuna traccia.

Al pensiero di quanta carta abbia dovuto trangugiare, Anna mi dichiara di avvertire ancora la nausea per la tanta ingerita!

Un altro ricordo che la figlia mi comunica è questo: la moglie di Mario, incinta di un figlio maschio, fu malmenata dai fascisti giunti nella sua abitazione alla ricerca di armi e munizioni che pensavano fossero lì nascoste. A causa di ciò perse il bambino che aspettava e quel bimbo perduto lasciò un profondo turbamento in Mario. Egli allevò le figlie, tutte femmine, insegnando autoritariamente loro anche l’arte del muratore, tant’è che Anna sa ancora oggi lavorare con la cazzuola ed il cemento per fare qualche riparazione in casa.

Mario Rebosio fu uno di quei Bollatesi che si diede davvero anima e corpo alla causa della Lotta di Liberazione.

Egli fu il comandante del 1° distaccamento di Bollate della 183^ Brigata Garibaldi.

Le azioni descritte nel suo diario che la signora Anna mi ha consegnato sono riportate di seguito dall’originale dattiloscritto.

Ma oltre ai fatti raccontati si devono ricordare sia la sua onestà ed il disinteresse con cui ha compiuto assalti, boicottaggi, ma anche diverse azioni umanitarie.

Il coraggio con cui proteggeva i più giovani ed inesperti, come i fratelli Genovese.

Angelo Genovese ha aggiunto in appendice una pagina a testimonianza di quei fatti che lo hanno visto coinvolto con il fratello Eugenio.

Benché molto impegnato nell’attività partigiana, Mario doveva comunque mantenere la sua famiglia, ma non avendo un lavoro fisso, prestava saltuariamente la sua opera di muratore.

Il 25 Aprile se non ci fosse stato il signor Giannino Vaghi, salumiere in via Roma angolo ex P.zza della Vittoria (ora San Francesco), che portò del cibo a casa Rebosio, la famiglia sarebbe stata senza cibo per oltre due giorni, poiché non si sapeva dove fosse il capofamiglia, impegnato com’era, quale Comandante dei Partigiani…a “terminare il lavoro!“

Quale ex muratore, a Liberazione compiuta, chiese un impiego al Sindaco, ma anche per lui, come per altri che avevano combattuto per la Resistenza, il posto non fu trovato.

Dovette quindi emigrare e rimase in Francia, a Lione, a lavorare alle dighe del Rodano per tre anni; avrebbe voluto portare con sé la famiglia, ma poiché ciò non fu possibile in quanto non ottenne il permesso per il ricongiungimento, fece ritorno a Bollate andando a lavorare presso l’impresa di costruzioni Tenconi.

Attivo fu anche il suo coinvolgimento nel sociale, poiché si dedicò al Segretariato del Popolo nelle ACLI bollatesi – quello che oggi si chiama Patronato -, (2) aiutando i lavoratori nell’ottenimento della pensione e di vari sussidi sociali.

In una Bollate disordinata, caotica e turbolenta, specialmente nel periodo immediatamente seguente la Liberazione, Mario Rebosio collaborò assai attivamente con il Maresciallo Baldo. (3)

Aveva ricevuto la tessera del PCI, ma la restituì perché non condivideva i metodi e gli ideali di quel partito, come lui stesso ha scritto nell’incipit del suo racconto.

Ebbe due infarti, si ammalò gravemente e per dieci anni dovette convivere con una metastasi che lo colpì al volto.

Morì a 70 anni senza alcun riconoscimento pubblico.

 

 

Trascrizione del testo dattiloscritto di Mario Rebosio

consegnatomi dalla figlia Anna

 

 

PREMESSA

Benché comandante di un distaccamento partigiano garibaldino, non fui mai comunista, perciò il mio compito fu molto arduo verso i miei superiori tutti comunisti.

Solo il Comandante la Brigata Tito, mi teneva in considerazione per il mio modo di agire.

Il motivo per cui divenni partigiano sta nel fatto che non essendo iscritto al partito fascista, questi mi segnarono sul libro nero, partendo dal 1931, per tutta la durata del fascismo.

Per dodici anni feci una vita di stenti e fame, mi rovinarono la mia carriera di lavoro, impedendomi di proseguire negli studi che avevo intrapresi, non concedendomi più alcun nullaosta di lavoro.

Uno di questi fu il defunto Carlo Rosa, Collocatore di mano d’opera di Bollate.

 

 

BIOGRAFIA DELL’8 SETTEMBRE 1943 CON DATE APPROSSIMATIVE

 

 

8 settembre 1943

Lo sfacelo dell’esercito italiano segnò l’ora di partenza da me tanto attesa.

 

9 settembre 1943

Mi impossessai dei primi sei moschetti del corpo di guardia militare di stanza alle scuole di Bollate. In possesso di queste poche armi, sentii in me che gli uomini non potevano più fermarmi; solo la mano di Dio poteva farlo.

Per tutto il 1943 pensai a reclutare clandestinamente uomini, formandone una squadra di sei. Questo compito di reclutamento fu molto arduo e protraendosi sino al 1945, portai gli effettivi a sedici.

Varie volte corsi il rischio di essere denunciato ai nazi-fascisti, ma con il modo di agire con prudenza e anche con minacce, raggiunsi il mio scopo.

 

Gennaio 1944

Incominciai a disturbare i fascisti con qualche azione di disarmo sulle strade ove non ero conosciuto. Avevo bisogno di armi e munizioni, che in seguito nascondevo nella doppia parete del rifugio antiaereo da me costruito nel mio orto. Per potere mantenere in efficienza queste armi, fummo costretti a prelevare senza pagarlo mezzo fusto di grasso dalla raffineria Marelli.

Continuai questi disarmi per tutto il periodo clandestino, accumulando un quantitativo di materiale abbastanza per equipaggiare sessanta uomini,e, in caso di emergenza, potevo resistere per tre giorni.

Giorno dell’Ascensione 1944 – ore 15

Tagliai la linea telefonica tedesca asportandone i fili. Il Comando tedesco il giorno seguente la riassetta, e per rappresaglia (di poco conto) fa montare la guardia ai cittadini di Bollate, dandone incarico al Comune di invitarli al loro compito procedendo per ordine alfabetico.

Venni a conoscenza che gli esercenti di Bollate, non montavano di guardia al loro turno, ma pagavano dei disgraziati per sostituirli.

Questo a me non garbava, ma non potevo pronunciarmi, dato che il popolo mi era contrario.

 

15 giorni dopo Corpus Domini – ore 21

Tagliai i fili all’altezza del giuoco delle bocce del circolo Nuova Luce, una persona mi riconobbe, questa è il defunto sig. Valadé addetto alla vendita di carbone della Cooperativa di Consumo.

Non persi tempo e lo minacciai di morte qualora mi avesse tradito. Seppe, infatti, tenere il segreto.

Il giorno dopo feci pervenire un biglietto al Comandante tedesco (il quale si recava tutti i giorni in Comune) avvertendolo di far sospendere la guardia alle linee lasciando in pace i Cittadini di Bollate, con mio impegno a non più disturbarlo; in caso contrario io avrei tagliato i fili in Piazza Municipio e facilmente avrebbe potuto fare qualche brutto incontro.

Questo biglietto fu Bellotti che lo consegnò al Comandante tedesco, lo stesso Comandante diede ordine di sospendere la guardia in attera del mio impegno, che mantenni.

 

Giugno 1944

Mi collegai con la 3a G.A.P. Di Milano e la 11a S.A.P.

 

1 Luglio 1944

A Bollate Vincenzo Attimo che comandava il G.U.I. (Gruppo Unitario Irredentista) venne arrestato con Riccardi. Dopo due giorni arrestai pure i Fratelli Eugenio ed Angelo Genovese, facenti parte a detto gruppo, ma in seguito vennero rilasciati con ammonimento previo l’arresto definitivo.

Venuto a conoscenza dei fatti, consigliai i Genovese a lasciare immediatamente il paese per un luogo più sicuro.

Alle ore 23 dello stesso giorno, mentre vigeva il coprifuoco, mi recai all’abitazione dei genitori di Riccardi per chiedere precise informazioni ove si trovava al momento il figlio, per prendere una decisione sul da farsi.

Purtroppo dopo varie scampanellate di richiamo, nessuno mi aprì (forse temevano il peggio) ed io fui costretto ad allontanarmi per il sopraggiungere della ronda fascista.

Attimo e Riccardi furono inviati a San Vittore e mandati in Germania ove non fecero più ritorno.

I Genovese al ritorno della loro forzata campagna, entrarono a far parte della Brigata del Popolo. Nei giorno dell’insurrezione mi furono molto vicini ed utili.

Benché appartenenti alla Brigata del Popolo, preferirono stare con me.

 

Luglio 1944

Incomincia la sorveglianza per poter eliminare il comandante la G.N.R., prof Celio detto Occhiobello, essendo lui il responsabile delle infami denunce degli sbandati ed attivisti al movimento Partigiano.

 

Agosto 1944

Azione notturna in sei al sanatorio di Garbagnate, fortunatamente fallita.

 

Agosto 44

Azione notturna in tre a Palazzo Sormanni di Castellazzo abitato dai tedeschi; bottino: tre sacchi di medicinali e ferri chirurgici. Materiale che avrebbe dovuto servire ai Partigiani.

La persona che prese in consegna detto materiale, se ne servì vendendolo per proprio conto, come si appropriò di somme di denaro raccolte per l’aiuto ai Partigiani.

 

Settembre 1944

Feci parte ad una azione a fuoco a Milano con la 3a G.A.P. , riuscita bene.

 

Ottobre 1944

Nel corso di un’azione per disarmo presso Varedo, un fascista opponendo resistenza, trovò la morte

 

Ottobre 1944

Passai alla 183a Brigata Garibaldi con la nomina di Comandante del primo distaccamento.

 

Novembre 1944

Creai un secondo occultamento di armi per maggior sicurezza

 

Dicembre 1944

Subii una perquisizione all’abitazione, con esito negativo.

Dopo la smobilitazione, seppi da un ex appartenente alla G.N.R., che partecipò alla perquisizione, che ciò era avvenuto in seguito ad una denuncia di un funzionario del Comune.

 

Dicembre 1944

Consegnai al Comando della Brigata i due schizzi richiesti, riguardanti la polveriera di Ceriano Laghetto e della Leon Beaux, con un mio ordine di bombardare solo nei giorni di sabato pomeriggio e domenica, per evitare vittime fra gli operai.

 

 

Natale 1944

 

Due giorni prima mi venne comunicato che il giorno 25 verso mezzogiorno, avrebbero effettuato un massiccio Bombardamento a Ceriano e che per ogni eventualità avrei dovuto essere presente con diversi uomini.

All’ora stabilita andammo sul posto; incominciò il bombardamento che si protrasse per quasi due ore, ma io dovetti ritirarmi prima della fine, perché notai che due persone ( una era una donna ) a me sconosciute mi osservavano con insistenza.

Riferendo la cosa al Comandante e dandogli i connotati, delle due persone, mi disse di stare in guardia, avendo quasi la certezza che fossero spie dei tedeschi.

In seguito ne ebbi la conferma.

Dopo pochi giorni mi pervenne un ordine perentorio dal Comando di Brigata con il quale mi si informava che le due persone in proposito erano il padre e la moglie di Ianetti Giovanni, con nome di battaglia Arconati, impiegato di banca, sfollato a Castellazzo con la famiglia, spia dei tedeschi, che già aveva fatto fucilare varie persone e mandato molte in Germania.

L’ordine diceva: “A te che lo conosci adottare tutti i mezzi per eliminarlo. F.to TITO“.

Mi misi subito all’opera.

Venni a sapere che non veniva più a Castellazzo, ma erano la moglie od il padre che andavano tutti i giorni sul treno da Castellazzo a Milano per più di dieci giorni, pedinando la moglie.

Finalmente riuscii ad individuarla e seguirla, ma all’uscita della Stazione di Milano qualcuno mi invitò al Commissariato. Creai confusione e nella ressa riuscii a fuggire, raggiungendo la Signora che pedinavo in Piazza Cairoli. Prese il tram N.9 per la Bovisa ( io la seguii sempre ) scese alla fermata del capolinea e si diresse in una via laterale, entrando in una porta.

Mi appostai in un portone a circa trenta metri, attesi dieci minuti ed ecco arrivare il mio uomo dal lato opposto.

Quando fu quasi vicino alla porta dove era entrata poco prima la moglie, sparai due volte; mancai il colpo. Dopo di che scappai e attraversando le campagne arrivai a casa.

Se mi sono dilungato troppo in questa azione andata male e solo perché questo uomo è stato la causa di molti lutti avvenuti a Bollate.

 

28 gennaio 1945

Bombardamento e mitragliamento del treno a Bollate ( Vignetta ) dove trovarono la morte più di cento persone.

“Arconati”, venendo a conoscenza del progetto partigiano ( non si sa come ) di far bombardare il treno tedesco che doveva transitare a quell’ora, fece fermare a Saronno il treno tedesco facendo partire quello operaio. Da qui la catastrofe.

 

Febbraio 1945

Ricerche continue e saltuarie di Arconati sino in aprile coronate da successo a Monza.

Marzo 1945

Fallito tentativo sulla Varesina di catturare il portaordini dei tedeschi di stanza a Valera, per mitragliamento aereo i quali ci indirizzarono parecchie raffiche.

In quel mitragliamento fu il sig. Guzzetti di Baranzate che ci rimise cavalli, carro e patate.

 

Fine marzo 1945

A Santa Maria Rossa cadi in una imboscata di fascisti, due miei compagni riuscirono a fuggire, io fui bloccato.

Siccome erano più di una quarantina trovai inutile far uso delle armi; fra questi si trovava Boscani figlio, il quale conoscendomi, mi si avvicinò e prendendomi amichevolmente per una braccio, rivolgendosi agli altri disse. ” Lui non sa nulla, lo conosco io”. Nel lasciarmi andare Boscani mi sussurrò: ” Spero che terrai conto di questo al prossimo incontro” ; ed io risposi: ” Ti do la mia parola”.

Parola che mantenni evitandogli la fucilazione, non solo a lui, ma anche a suo padre.

 

Primi aprile 1945

La spia Arconati fu localizzata a Monza. L’attendemmo con una macchina all’uscita della caserma presieduta dai tedeschi: quando usci, lo seguimmo e dopo una cinquantina di metri lo costringemmo a salire in macchina. All’indomani dopo l’interrogatorio è stato fucilato. Della moglie e del padre io non seppi più nulla.

Mi rifiutai di far saltare la polveriera del Calogero per motivi pericolosi ed inutili.

 

20 aprile 1945

Con un falso fonogramma facemmo partire al completo la Brigata nera di Bollate per Legnano, ove risiedeva il suo Comando.

 

Ore 24

Poco prima di Legnano caddero nell’imboscata tesagli dai miei compagni del 4° distaccamento, catturandoli tutti (16) senza ferire alcuno.

 

24 Aprile 1945 mattino. Insurrezione.

Reclutai tutti gli uomini disponibili. L’ordine fu di raggiungere il comando a Uboldo con tutti gli uomini per le ore 16.

Il sig. Mazza mi diede un camion, la V.I.B.A. un altro.

Nel pomeriggio radunai tutto e tutti a casa mia.

Distribuii armi e munizioni ai 27 presenti.

Un camion lo feci partire per Lainate con 13 uomini per entrare a Uboldo dal lato opposto al mio.

Io con altri tredici percorremmo la strada Varesina, inseguendo tre automezzi tedeschi che creavano dei disturbi strada facendo. Li raggiunsi a Caronno, ove erano fermi ostacolati da parecchi partigiani, apprestai l’accerchiamento e li attaccai. Io mi trovai al centro ed allo scoperto.

Un ufficiale tedesco, nascosto nell’erba, sparò su di me i nove colpi della sua pistola senza colpirmi; individuandolo, a mia volta feci fuoco e lo colpii al polso della mano destra. Si arrese e lo esortai a camminare avanti a me puntandogli la pistola alla schiena, costringendo poi i suoi uomini alla resa.

Il bilancio fu di sei feriti tedeschi, uno morto, quattro feriti borghesi, e 42 prigionieri con tre camion ed armi.

Portai via le armi a lasciai tutto il resto in consegna ai partigiani del posto, partii, quindi, per raggiungere il Comando; mentre l’altra squadra, preoccupata del mio ritardo, stava venendo in mio aiuto.

 

24 Aprile – ore 22

Rientrai a Bollate con 34 uomini ( parecchi mi avevano raggiunto separatamente a Uboldo ) e presi possesso delle scuole e caserma installandovi il quartiere.

 

25 Aprile

Scaramucce e rastrellamento dei tedeschi sbandati e fascisti.

 

26 Aprile

Cattura di tedeschi con tre automezzi e parecchio materiale a Vialba

 

27 Aprile

Affluirono al quartiere molti volontari

 

28 Aprile

In pochi giorni da 16 che eravamo il 22 aprile, arrivammo a ben 302 componenti.

Questi erano coloro che stavano a guardare e che, non solo non mi dettero alcun aiuto, ma se gli eventi del 25 aprile fossero falliti, essi sarebbero stati i primi ad essere contro di noi. ( Fatta eccezione per quelli appartenenti alla Brigata del Popolo ).

Anche i componenti del C.L.N. ( Comitato Liberazione Nazionale) si presentarono al quartiere dopo tre giorni, quando ormai tutto era sistemato.

Tutti questi ritardatari non fecero che creare confusione, approfittando per far razzie e vendette personali, tanto che fui costretto a sorvegliare più loro che i nazi-fascisti.

Di giorno erano tutti presenti al rancio, di notte quasi tutti tornavano a casa loro per poter dormire tranquillamente.

 

Domenica dopo il 25 Aprile 1945

Avvenne la fucilazione in piazza dell’ex Comandante della G.N.R. Di Bollate. Prof Celio.

In seguito i componenti la Brigata del Popolo comandati da Strozzi, passarono sotto il mio comando.

 

Primi di Maggio – notte

Una colonna tedesca di quattromila uomini era ferma sull’autostrada a Novate. Con trenta uomini ( metà di quelli che erano in quartiere ) mi recai sul posto e due dei nostri andarono a parlamentare chiedendo la resa. In risposta i tedeschi dissero che se noi li avessimo attaccati. Loro avrebbero sparato sul paese addormentato, essendo provvisti di carri armati.

Dovetti limitarmi a stare sulla difensiva, in attesa di rinforzi che giunsero troppo tardi; perché i tedeschi fecero dietro front e se ne andarono. Meglio così si evitò una inutile rappresaglia.

Questa colonna arrivò fino a Conegliano Veneto, seminando durante il suo tragitto, morte e distruzione, qui fu distrutta.

Quei due che andarono a trattare con i tedeschi a mia insaputa credendo di poter far bottino, ma io li attendevo a pochi passi. Visto che non vi era nulla da fare se la squagliarono e ritornarono a Bollate.

 

Primi di Maggio

Nelle perquisizioni fatte ai prigionieri tedeschi, sequestrai più di 500.000 lire che consegnai al C.L.N.; una parte di questo denaro servì a comperare farina per fare il pane ai Bollatesi.

 

4 Maggio

Prelevai a Legnano i prigionieri delle Brigata nera (16) e li portai a Bollate a disposizione del Comitato di Liberazione. Quale fu il verdetto? Non lo seppi mai: Seppi soltanto che parecchi giorni dopo, durante la notte, ne fucilarono sei sulla strada Varesina. I rimasti con altri fascisti furono mandati al carcere di S. Vittore e i tedeschi furono consegnati agli alleati.

 

5 Maggio

Alcuni elementi comunisti; facenti parte del quartiere, complottarono per togliermi di mezzo, essendo io contrario ad atti di vandalismo che si verificarono e, sopratutto, per impossessarsi del bottino di guerra.

Tengo a precisare che non erano poi tutti malvagi come li descrivo, ma vi era una parte di buoni, i quali mi aiutarono a portare a termine discretamente bene la mia impresa.

Fui informato d i quello che stava per succedere e presi tempestivamente le misure necessarie.

Il colpo doveva avvenire alle tre di notte; un quarto d’ora prima feci smontare tutta la guardia ritirando tutte le armi, e sostituendola con uomini fidati, con l’ordine di far fuoco in caso di resistenza. Alle tre precise affrontai il capo del complotto dicendogli. “Avanti, proseguite se ne avete il coraggio che tanto decantate; per me voi non siete che degli sciacalli rossi.

Trovandomi preparato desistettero.

Data la situazione di quei giorni, preferii mettere a tacere questa e altre vicende, dato che il popolo era già fin troppo esaltato.

 

 

7 Maggio

Il Signor Mazza raccolse fra gli esercenti la somma di lire 37.000.= per il fabbisogno dei partigiani.

Volle consegnarla a me, ma io gli consigliai di versare la somma al Comitato, che era di sua competenza. Questo denaro, però, non raggiunse mai lo scopo a cui era destinato. I rappresentanti comunisti al Comitato, se ne impossessarono devolvendolo alla costituzione della loro sede,come pure si appropriarono di una parte del bottino di guerra consistente in cancelleria, macchina da scrivere, gomme di ricambio per camion e una radio trasmittente.

Non si seppe mai dove andò a finire questo materiale, ne chi fu beneficiato.

 

15 Maggio 1945

Consegnai le armi agli alleati a Monza, ma in paese ne restarono più del doppio di quelle consegnate.

 

30 Maggio 1945

Smobilitazione completa.

Come responsabile della lotta intrapresa, i miei scopi erano due:

1°) impiegare tutte le mie forze disinteressatamente per la liberazione del paese

2°) evitare distruzioni e minor spargimento di sangue possibile.

Se in quel momento fossi stato un vile, avrei potuto essere ricco; ma a quale prezzo? La mia coscienza non me lo permetteva.

Vi furono certi che la coscienza non sapevano neppure cosa fosse; il loro scopo era solo quello di far soldi. Non faccio i nomi di quella gente che presentai come delinquenti nella mia biografia, ma son disposto a rivelarli a voce e raccontare le loro losche imprese.

Qui termina la mia biografia del periodo di guerra, ma per me incomincia una nuova lotta in privato, per il benessere collettivo.

 

Giugno 1945

Mi trovai senza lavoro, feci domanda al Sindaco Vallini – comunista – ( primo sindaco dopo la Liberazione) per poter avere una occupazione in qualità di muratore presso il Comune. Ne ebbi un rifiuto, non per iscritto, ma a voce.

 

Giugno 1945

Si costituì la sezione A.N.P.I., amministrata e diretta dai partigiani comunisti.

Per la mia opera di partigiano Combattente mi furono riconosciute solo £it 14.000.= facendomi apparire in efficienza solo dal 15 ottobre 1944 in avanti.

Fui promosso – ai fini amministrativi – al grado di Maresciallo, mi fu concessa la croce di guerra e la medaglia di bronzo di volontario, nonché il brevetto di partigiano e la Medaglia Garibaldina, quest’ultima da parte del Comando della Brigata.

 

 

Luglio 1945

Sulle strade si verificarono rapine e atti di banditismo. Gli autori di queste rapine e atti di banditismo furono i famosi Partigiani comunisti che militavano nelle mie file. Portai a conoscenza dei fatti il mio ex comandante la 183^ Brigata, Carnelli Luigi ( TITO ), il quale mi diede l’ordine di collaborare con i carabinieri per cercare di eliminare il disordine e la corruzione.

Trovai nella persona del Maresciallo Baldo Pasquale una onesta collaborazione che ci permise di far cessare quegli atti incresciosi portando finalmente un po di calma.

Il maggior merito del maresciallo baldo, che con modi persuasivi, indusse anche i più restii a mettersi sulla retta via.

Il popolo di Bollate ebbe molta stima e riconoscenza per il suo operato.

 

Agosto 1945

Tornando dal lavoro Carnelli ( TITO ) sulla strada Varesina poco dopo Saronno venne ucciso a tradimento da persone non identificate. Otto giorni prima mi comunicò il suo presentimento e mi esortò a stare in guardia, dicendomi che chi si comportò onestamente sarebbe stato eliminato.

 

Settembre 1945

Trovai nella cassetta delle lettere della Sezione ANPI alla casa del Popolo, uno scritto così formulato. ” Tu ed i tuoi compagni farete la fine del vostro degno comandante TITO. F.to – i fascisti.”

Fra i quattro nominativi vi era anche quello di Figini Carlo ( detto Canelin ) che prima del 25 Aprile non apparteneva alla 183^ Brigata. Questo mi sembrò molto strano.

Affidai il suddetto scritto al Maresciallo Baldo. Fui certo che questa minaccia non proveniva dai fascisti, ma bensì da quelli che ostacolai nelle sue malefatte e che stupidamente mi avvisarono del loro intento.

 

12 ottobre 1945

Nel rincasare di notte, poco dopo il circolo nuova luce, due individui mi seguirono e nel pezzo di strada ove non vi era illuminazione cercarono di avvicinarsi, non diedi loro il tempo e sparai in loro direzione mettendoli in fuga.

 

15 Novembre 1945 ore 18

Il sig Barlassina Giuseppe ( elemento torbido ) mi tese un’imboscata; passai subito ai fatti sparando tre colpi a scopo intimidatorio. Bastò questa mia reazione per farlo desistere da altri tentativi di questo genere. Pur essendo la cosa pubblica, il Maresciallo Baldo non intervenne, per mancata denuncia da parte dell’interessato.

 

25 novembre 1945

Il Comitato esecutivo del partito Comunista mi chiamò per rispondere dell’atto fatto a Barlassina. In risposta stracciai la tessera che mi avevano inviato da poco tempo, aggiungendo che malgrado io fossi sporco ero più pulito di loro.

20 luglio 1946

Emigrai in Francia per lavoro e mi fermai tre anni.

Al ritorno continuai a collaborare con il Maresciallo Baldo fino al suo congedo.

 

 

REBOSIO MARIO ( Marino )

 

ex Comandante 1° Dist.to 183^ Brigata

Via Pontida 21 – BOLLATE

 

NdA – Deliberatamente si è voluto riportare tutto il manoscritto lasciato da Mario Rebosio, anche se alcuni suoi ricordi eccedono il tempo storico scelto per la stesura di questo lavoro. Ciò per offrire la possibilità ai lettori di conoscere tutta la testimonianza di uno dei Protagonisti della Resistenza bollatese, e anche quanto avvenne oltre la riconosciuta data ufficiale di Liberazione fissata al 25 Aprile 1945.

 

NOTE al capitolo

 

  1. Fotocopia del volantino (costruzione Case del Fascio)
  2. Forse non tutti sanno che il circolo ACLI di Bollate è intitolato a Giuseppe Fanin. Per conoscere meglio chi sia, si rimanda alla sezione “Biografie” del testo
  3. Maresciallo Pasquale Baldo: “Figura fondamentale ed indimenticata del Dopoguerra bollatese, fu maresciallo dei Carabinieri a Bollate nei giorni della feroce tensione fra cattolici e comunisti nel 1945 e nei difficili anni della ricostruzione sia edilizia che economica. Un uomo semplice e buono, così lo ricordano tutti ed un personaggio che con la sua bicicletta era stimato e rispettato da tutti per quella sua generosità e disponibilità che mantenne anche quando giunse l’età della pensione. Di lui sono numerosi i ricordi dei Bollatesi,, ma tra i tanti vogliamo riportare quello di Mario Rebosio, che nei suoi appunti di comandante partigiano ricorda il grande lavoro che Baldo compì per far tornare l’ordine in una Bollate dilaniata dall’odio, dove molti possedevano armi e non esitavano ad usarle. Il Maresciallo Baldo è deceduto a 86 anni. La cerimonia funebre è stata officiata dal parroco don Franco Fusetti che ne ha ricordato la figura di uomo onestissimo e sempre ligio al dovere. Al cimitero, presentat-arm di un picchetto d’onore dei Carabinieri di Bollate, che hanno voluto così salutare il loro stimato predecessore.”

    (articolo apparso sul settimanale Settegiorni in data 2/11/1991)

La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile di Duccio Pedercini

Quando nel mese di giugno 2012 fui contattato da Maria Pia Ercolini, professoressa di geografia, lei mi segnalò il lavoro che stava svolgendo. In particolare la collaborazione del gruppo da lei creato, Toponomastica femminile, ad una serie di articoli sui municipi di Roma e pubblicati su un periodico. Le segnalai allora che al Parco della Pace nel XX municipio c’era una targa fantasma: il palo di sostegno indicava il cielo azzurro. Quell’ameno viottolo era intitolato a Settimia Spizzichino, unica donna ebrea romana sopravvissuta ad Auschwitz e scomparsa nel 2000.

Tutti conosciamo la storia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, ma tanti, troppi, sembrano essersene scordati. La targa era scomparsa da mesi e perfino l’amministrazione comunale sembrava averla dimenticata, tanto che perfino i parenti di Settimia ne ignoravano l’esistenza. Nessuno conosce il motivo per cui quella targa fu rimossa, se per un gesto di intolleranza politica o razziale, o per un gesto di vandalismo, ma comunque tutti da condannare con determinazione perché figli di disvalori culturali che minano le basi fondamentali della convivenza civile. Fotografai quel palo e inviai la foto alla professoressa Ercolini che la pubblicò nel profilo Facebook del gruppo Toponomastica femminile. Ne nacque un caso civico e giornalistico con dichiarazioni istituzionali. Il 6 e il 7 luglio notizia e foto furono ripresi da molti quotidiani e siti internet e il 16 luglio a Viale Settimia Spizzichino fu riposizionata una nuova targa durante una cerimonia pubblica. In questo modo conobbi Maria Pia Ercolini e il suo incredibile lavoro sulle ‘Partigiane in città’. Nel dicembre scorso anche il nuovo cavalcaferrovia a Ostiense è stato intitolato a Settimia Spizzichino.

Quello della Resistenza al femminile, al pari e più di altre realtà di genere, è un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato per decenni. La guerra contro il nazifascismo è stata rappresentata quasi sempre al maschile relegando la donna a ruoli secondari. Eppure oggi possiamo affermare che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che “le donne furono la Resistenza dei resistenti”, come disse Ferruccio Parri, poiché senza loro sarebbe venuta meno l’organizzazione clandestina e senza le ‘staffette’ la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Erano loro a portare messaggi, medicine, cibo, giornali, armi, esplosivi e i famosi chiodi a tre punte, spesso a prezzo della vita. Fu anche a causa loro che i tedeschi temettero le biciclette e imposero il coprifuoco a Roma durante l’occupazione. Le donne hanno fatto la Resistenza a pieno titolo, hanno partecipato con ruoli attivi, militari, politici, logistici, non ne hanno solo preso parte. Si dice “il contributo delle donne alla Resistenza”, eppure a nessuno verrebbe in mente di dire il “contributo degli uomini”. Dobbiamo opporci alla visione storiografica che cancella le forme di lotta partigiana condotta senza armi. Interpretare la lotta partigiana solo con la figura epica, eroica, che rappresenta il partigiano con il mitra è fuorviante e funzionale a chi vuole sminuire il significato della Resistenza che fu, purtroppo si deve ribadirlo ancora, una guerra per la liberazione dell’Italia da un terribile nemico invasore e non una guerra civile, fu lotta di liberazione di tutti per tutti, donne ed uomini. Per questo è importante la conoscenza anche di un solo un nome, della storia di una donna ‘resistente’, ed è importante dunque che si portino alla luce e si propongano ancora oggi intitolazioni di vie e piazze a donne antifasciste e resistenti, come sta facendo Toponomastica femminile con i progetti Partigiane in città, Largo alle costituenti e Una strada per Miriam, il primo per monitorare le intitolazioni in tutto il Paese, il secondo per dare riconoscimento e pari dignità alle protagoniste della Repubblica, il terzo per raccogliere le firme per intitolare una via a Miriam Mafai, scomparsa nel 2012, al quale si è ‘purtroppo’ recentemente aggiunta la campagna per intitolare una strada a Rita Levi Montalcini. Dietro tutto questo c’è un patrimonio comune che non può e non deve essere dimenticato.

Dopo l’8 settembre del ’43 donne operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale, lavorano nella stampa e nella diffusione clandestina, danno vita ai Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà, organizzano corsi di preparazione tecnica e politica, formano reti, vivono la consapevolezza della giusta causa, entrano in clandestinità, fanno le staffette, le partigiane, conquistano un’arma sul campo. Molte diventano comandanti di bande partigiane, come Valchiria Terradura che a 18 anni è a capo di una squadra di uomini, Medaglia d’Argento al valore militare, Croce al Merito di guerra, Croce di Cavaliere al Merito della Repubblica e grado di Sottotenente. Ma accanto alle partigiane famose, vi furono migliaia di donne che rischiavano la loro vita senza imbracciare un fucile, pur trovandosi spesso, ai posti di blocco o nelle loro case, di fronte quello dei tedeschi durante perquisizioni e retate. Erano loro a nascondere i clandestini, ad aiutare gli ebrei, a vestirli e curarli. Erano le donne impiegate alla posta ed adibite alla cernita della corrispondenza a nascondere le lettere che i delatori inviavano ai comandi tedeschi per denunciare gli antifascisti, e a costo della loro vita avvisavano gli interessati. E sono ancora una volta le donne a prendere parte attiva nell’organizzazione degli scioperi. Sono loro che in assenza degli uomini fanno la fila per il pane con la tessera annonaria, sono loro che lottano per la sopravvivenza dei loro cari e organizzano gli assalti ai depositi di derrate alimentari. Famoso è l’assalto ai forni delle dieci donne nel quartiere Ostiense di Roma, assassinate dai tedeschi e dai militari della PAI al Ponte dell’Industria o ‘ponte di ferro’ come amano chiamarlo i romani, dove solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa, per iniziativa di Carla Capponi, partigiana dei GAP, Medaglia d’oro al valor militare e parlamentare. E sono ancora le donne a salvare i militari sbandati dai rastrellamenti, le contadine ad ospitarli e guidarli. A Roma, la tredicenne Gloria Chilanti, figlia di partigiani, entra in clandestinità e compila un diario (Bandiera rossa e borsa nera. La resistenza di una adolescente. – Mursia, 1998 e omonimo docufilm della Sacher diretto da Andrea Molaioli), come la sua coetanea Anna Frank. Nasconde civili, porta armi, messaggi, fa attraversare la città a antifascisti ricercati, fonda una organizzazione clandestina di ragazzi che incontra adulti e intellettuali. La sua storia non buca le coscienze e solo da pochi anni è conosciuta agli addetti ai lavori.

E allora mi viene in mente l’efficacia e il ruolo del cinema neorealista, primo fra tutti il film ‘Roma città aperta’, con il quale Roberto Rossellini nel 1945 fece conoscere a tutto il mondo il dramma dell’occupazione nazista a Roma. A ispirare la pellicola furono le vicende di Don Pietro Pappagallo (Aldo Fabrizi – Don Pietro), martire della Chiesa del XX secolo e Medaglia d’oro al merito civile, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44 per aver aiutato la Resistenza, e di Teresa Gullace (Anna Magnani – Sora Pina), anche lei Medaglia d’oro al merito civile, assassinata dai nazisti il 3 marzo dello stesso anno per aver tentato di avvicinarsi e parlare al marito rinchiuso in una caserma a seguito di un rastrellamento. Il film non lo racconta, ma alla scena assistono due partigiane, la già ricordata Carla Capponi, e Marisa Musu Medaglia d’argento al valor militare. Vedendo l’uccisione della Gullace, Carla tira fuori la pistola ma viene contemporaneamente protetta dalle altre donne ed arrestata dai tedeschi. Marisa le toglie la pistola e le infila in tasca una tessera fascista che le salverà forse la vita. La scena di Pina che grida “Francesco” prima di essere mitragliata è entrata profondamente nel nostro patrimonio culturale, ma pochi conoscono la storia di Teresa, ricordata in una targa in Viale Giulio Cesare a Roma. Una targa non serve solo a ricordare una persona e a commemorarla, ma a trasmettere e condividere valori positivi, proprio come un film o un libro.

A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale.

Durante la guerra e l’occupazione molte donne furono impiegate in lavori maschili mentre gli uomini erano al fronte, svolgendo i loro ruoli spesso meglio dei maschi. Le storie delle donne che in vario modo partecipano alla Resistenza sono storie eterogenee di donne che trovano però motivazioni ideali comuni che le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. All’inizio è anche la guerra privata di donne che smettono improvvisamente di sentirsi solo madri o figlie, che decidono di lottare non solo contro l’occupante tedesco o i fascisti di Salò, ma per liberare se stesse dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile. La Resistenza, delle donne e degli uomini dunque, è nata come spinta a difendersi da una condizione sociale e dalla dittatura e dagli orrori trasformandosi in una reazione attiva e in una volontà di costruire qualcosa di nuovo, al di là della conquista della libertà.

Troppe donne non sono state riconosciute patriote o partigiane e dei loro nomi e coraggio si è persa memoria. Occorre ricordare allora anche il loro contributo di sangue. Di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne, solo l’11,5%. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero decorate di Medaglia d’oro al valor militare, 54 con la medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Le donne dunque hanno partecipato a testa alta alla Resistenza ed hanno contribuito al riscatto morale e civile di tutta la società.

Duccio Pedercini

(Presidente sez. ANPI “Martiri de La Storta” – Roma) 

Il presente articolo, riveduto ed ampliato, è una nuova versione del testo pubblicato in “Sulle vie della parità. Atti del 1º Convegno di toponomastica femminile (Roma, 6-7 ottobre 2012)”, curato da Maria Pia Ercolini, Ed. Universitalia.

(Fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne3.htm)

In ricordo di Umberto Ciani

ciani2Settimana scorsa ci ha lasciati un altro dei protagonisti della ricostruzione morale e civile del nostro Paese: Umberto Ciani. Per anni segretario provinciale dell’Associazione Partigiani Cristiani a fianco dello storico Presidente e Fondatore, Nato Ziliani; tra i fondatori della Cisl a Piacenza; Terziario Francescano; Operaio di Cristo; Cavaliere della Repubblica. Pubblichiamo un lettera di Mario Spezia ai familiari. Clicca qui:  lettera familiari 27.3.2014 Mario Spezia ci segnala anche che ne hanno parlato  sul quotidiano locale Libertà che gli ha dedicato una serie di articoli: Ciani e la CISL Libertà 26.3.2014 Saluto a Ciani 1 Libertà 26.3.2014 articolo funerali Libertà 27.3.2014   Tutta la Anpc si unisce nel ricordo del nostro amico e nelle condoglianze alla famiglia.

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