ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

25 Aprile a Parma – Il Discorso di Giovanni Bianchi

Le speranze del 25 Aprile 

Giovanni Bianchi 25 aprile 2014 ParmaAnche questo 25 aprile rappresenta un punto di arrivo e un punto di partenza. Di arrivo, perché conclude quella dolorosa vicenda, iniziata all’indomani della fine della prima guerra mondiale, che avrebbe lasciato un Paese profondamente cambiato e inserito in un contesto globale radicalmente nuovo. Di partenza, perché nel momento stesso in cui quella dolorosa parentesi si chiudeva, subito se ne apriva un’altra, quella della ricostruzione, civile e istituzionale dell’Italia.

Sono queste le ragioni che ci vedono oggi ricordare insieme l’anniversario della guerra di Liberazione e gli scioperi del marzo del 1944, settant’anni fa. Furono gli operai delle grandi fabbriche del Nord infatti a dichiarare con il loro comportamento civile che un’epoca di barbarie doveva considerarsi conclusa.

Vengo da una città, Sesto San Giovanni, in prima linea nel dire in faccia al maresciallo Kesselring che una tragica stagione stava volgendo al termine e che gli italiani avevano deciso di voltare pagina. Mio padre e tutti gli zii, che pure militavano in formazioni partigiane di diverso orientamento politico, erano presenti su quel piazzale della Falck Unione. Mancava solo il più giovane, trattenuto nel suo laboratorio perché a differenza degli altri, tutti metalmeccanici, faceva il sarto. E quella notte, mentre tutti gli altri dormirono fuori casa, zio Luigi, che non si riteneva sospettato, fu arrestato e condotto Mauthausen, da dove riuscì a ritornare.

Una città la mia – come la vostra, protagonista e anche medaglia d’oro della Resistenza – che da allora prese il nome di “Stalingrado d’Italia”: non perché fosse l’anticipazione della Reggello di Don Camillo e Peppone, dove il sindaco, grazie al sessanta percento del suo partito, la vinceva sempre sul parroco democristiano… Siccome Stalingrado reggeva alle armate di Von Paulus, per le medesime ragioni Sesto e i suoi operai divennero per tutti, per la loro resistenza, la Stalingrado nazionale.

Ho ricordato l’episodio non per campanilismo, ma perché già allora il lavoro e la sua dignità costituirono l’inizio di un riscatto e di una ripresa. Perché è il lavoro il grande ordinatore delle nostre società, prima e più della legge, oggi come allora. E la difesa delle fabbriche e delle macchine significò la volontà di ricostruire il Paese nella libertà, nella giustizia, nell’uguaglianza, perché il superamento delle distanze sociali continua ad essere la spinta ineliminabile di una vera democrazia.

Sandro Pertini, grande capo partigiano e non dimenticato presidente della Repubblica, non a caso aveva l’abitudine di ripetere: “Non ci può essere vera libertà senza giustizia sociale. Non ci può essere giustizia sociale senza vera libertà”.

Siamo oggi di fronte alle molte facce di una crisi economica e sociale e alla fase finale di una transizione infinita sul piano delle istituzioni. Abbiamo assistito alla dissoluzione delle regole e alla conseguente caduta dell’etica pubblica. Al venir meno della fiducia nel futuro, per cui sembra rincuorare e spronare tutti, credenti e non credenti, l’invito di papa Francesco a non lasciarci rubare la speranza.

Il dovere dell’ora è dunque ritrovare un senso comune al nostro vivere repubblicano. Recuperare insieme un idem sentire senza il quale un traguardo comune non è raggiungibile né può esistere.

A ricostruire il Paese furono allora le stesse forze politiche che erano state forgiate dalla comune esperienza della Resistenza ed esaltate dalla Liberazione, e lo fecero a partire dalla sua Carta fondamentale: la scrittura della Costituzione della Repubblica vide infatti realizzarsi, in una sinergia di straordinaria importanza, una collaborazione storica tra due blocchi che, seppur profondamente divisi, seppero unire le loro migliori energie ed intelligenze intorno a una comune idea non solo di Stato, di società e di cittadino, ma anche e soprattutto di uomo.

Fu lungo questa linea interpretativa che – secondo Leopoldo Elia – Dossetti riuscì a convincere la commissione dei Settantacinque che fosse possibile rintracciare “una ideologia comune” e non di parte sulla quale fondare il nuovo edificio costituzionale. Una concezione caratterizzata cioè dalla centralità dei diritti della persona, dei suoi diritti fondamentali “riconosciuti” e non creati e dettati dalla Repubblica.

Vengono così posti nel terreno della Nazione i semi di un duraturo (e includente) personalismo costituzionale. Il vero idem sentire del Paese sopravvissuto a laceranti divisioni, con una ambiziosa e non spenta azione riformatrice in campo economico e sociale.

Molti italiani ignorano l’autentica svolta a gomito rappresentata dal secondo ordine del giorno presentato da Giuseppe Dossetti nella Seconda Sottocommissione, e votato all’unanimità. Il problema risolto in quella occasione è discriminante perché Dossetti, dopo aver asserito che forze e culture diverse possono scrivere insieme la Costituzione soltanto trovando una base e una visione comune, avanza la propria proposta. Era il 9 settembre del 1946. Di assoluto rilievo la geniale (e non revisionistica) impostazione data in quella occasione al tema fascismo–antifascismo, dal momento che la Costituzione del 1948 è illeggibile a prescindere dalla Lotta di Liberazione.

Propone Dossetti: se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato. Si tratta di accedere ad una convenzione politica ed anche etica.

Che il fascismo fosse la prevalenza dello Stato rispetto alla persona lo testimonia l’articolo Che cos’è il Fascismo firmato per L’Enciclopedia Italiana da Benito Mussolini e scritto, come è risaputo, da Giovanni Gentile. Quanto alla preminenza della persona siamo ancora una volta al cuore della cultura cattolico-democratica, centrale – anche per la concezione dei cosiddetti “corpi intermedi” e del bene comune – nel filone di pensiero che va dalla Dottrina Sociale della Chiesa a Maritain e Mounier.

Nessuno tra i costituenti, grazie alla soluzione fornita da Dossetti, doveva strappare le pagine della propria storia o almanaccare intorno alla espressione “guerra civile” introdotta in seguito da De Felice. Una Costituzione che oppone un muro di legalità e partecipazione alle derive plebiscitarie. Una Costituzione che non a caso menziona il lavoro al primo posto e nel primo articolo: dove il lavoro risulta fondamento della convivenza nazionale, in quanto diritto e dovere della persona, non assimilabile in alcun modo al diritto commerciale, proprio perché la persona non è riducibile a merce e anzi la sua dignità viene dichiarata “inviolabile”.

Una Costituzione in tutto personalista dunque. La persona come crocevia di culture sia pure in fiera contrapposizione tra loro. La persona in quanto trascendenza “orizzontale” e “verticale”.

Fu quello, il passaggio fondamentale che decise il destino di un Paese che era passato dalla debolezza del regime liberale all’esperienza del Ventennio e si era, infine, ritrovato in macerie.

Ricostruire significò allora per prima cosa scegliere: scegliere di abbandonare la monarchia, di deporre le armi, di preferire la via della pacificazione a quella della vendetta.

Ma anche ripulire il terreno dalle macerie e decidere insieme che Paese sarebbe stato l’Italia da quel momento in poi, in quale modello di uomo e di società insieme ci saremmo specchiati, per realizzare quale cittadinanza avremmo dovuto impegnare tutte le nostre energie.

Ha probabilmente ragione Benigni quando sostiene che la nostra è la più bella Costituzione del mondo. Certamente è la meglio scritta. Circostanza non casuale, perché fu allora creato un gruppo di lavoro incaricato di limarne il testo sotto la regia di Benedetto Croce. Al punto che quando un decennio fa un gruppo di lavoro totalmente trasversale, del quale facevo parte, provò ad aumentarne il tasso ecologico (il testo infatti parla soltanto di “salvaguardia del paesaggio”, e tanta laconicità non può che risultare comprensibile se consideriamo che i padri costituenti scrivevano tra macerie ancora fumanti e il problema della ricostruzione sopravanzava di gran lunga ogni altra preoccupazione) fummo costretti a desistere, non tanto per divergenze di contenuto, quanto piuttosto per l’inadeguatezza delle formule del nostro linguaggio ad entrare nel testo del 1948. Avevamo infatti l’impressione di introdurre battute dei Legnanesi tra le terzine di Dante…

I partigiani di tutte le formazioni, gli italiani apertamente o silenziosamente capaci di una resistenza civile diffusa furono già allora tra i protagonisti di un rinnovamento che attraversava lo Stato ma anche la quotidianità della gente e la sua capacità di mettere insieme relazioni solidali.

In quel momento gli Italiani, provocati nella coscienza dall’esperienza del Ventennio, dalla barbarie di una guerra ingiusta in cui ad essere annichiliti furono, prima che i popoli, il concetto stesso di uomo e la dignità delle persone, seppero tornare ad essere esempio di dignità dandosi una Costituzione che metteva con forza la persona umana al centro di qualsiasi teorizzazione civile, sociale, statuale, politica.

Ciò che la guerra e i suoi protagonisti avevano distrutto – il concetto di uomo – noi in quel momento ricostruivamo con caparbia determinazione. E lo facemmo a partire dalla Carta fondativa dello Stato.

Con uno straordinario coraggio, i componenti delle forze politiche che avevano liberato il Paese, coloro i quali si erano ritrovati a combattere in prima linea, in tutte le sedi, dalla clandestinità in patria e dall’esilio, per la liberazione d’Italia, sancivano che da quel momento in poi la sovranità sarebbe spettata alla persona.

La ricchezza e l’attualità della nostra Costituzione risiedono infatti nella sua caratteristica principale, di essere cioè Costituzione vivente, che non si esaurisce nell’affermazione di vuote formule o astratti postulati, ma traccia una rotta da seguire, indica a che cosa deve essere rivolto il lavoro di ogni cittadino, di ogni associazione di cittadini, di ogni amministrazione e istituzione dello Stato:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Una Costituzione viva, per lo spirito ricostruttivo che l’anima, per la centralità della persona.

Sono questi i fili conduttori, a quasi settant’anni da quel giorno, della nostra esperienza di cittadini e di Italiani oggi; gli elementi che rappresentano un ponte con quel 25 Aprile di allora.

Gli eventi degli ultimi, difficilissimi mesi ci dicono che siamo arrivati al termine di un modo di intendere lo Stato e il rapporto tra cittadini e istituzioni. Non solo per quel che riguarda il nostro Paese, ma anche per la comune patria Europa. Casa comune fin nel pensiero dei nostri padri fondatori.

Non ci si può allontanare troppo dai padri fondatori, dal loro pensare in grande e parlare di conseguenza, e accedere alle liturgie vincenti di un populismo dilagato in tutti gli schieramenti che privilegia il vincere rispetto alla coltivazione degli ideali e del sogno, e quindi all’affermazione di una democrazia che non è mai un guadagno fatto una volta per tutte.

La riduzione populistica del dibattito alla quale assistiamo finisce per perdere profondità e prospettiva, accettando che il campo del confronto sia essenzialmente quello intorno all’euro. Dimenticandone i convulsi retroscena politici, le preoccupate telefonate tra Parigi e Londra nel momento in cui Helmut Kohl decise la riunificazione delle due Germanie , mentre da Roma Giulio Andreotti commentava con il proverbiale disincanto: “Amo tanto i tedeschi da preferire che di Germanie ne restino due”. L’euro infatti risultò allora la mediazione ottenuta come contropartita rispetto ai timori di un’egemonia del marco e della Germania.

Dunque fin dall’inizio la moneta comune europea non è affare di soli banchieri, ma problema tutto interno al destino del Vecchio Continente e di sovranità tra gli Stati contraenti. Se si prescinde dalla durezza di questa memoria si diventa corrivi a quel dilagare dei poteri finanziari rispetto a quelli politici che ha trasformato progressivamente – complice non soltanto il fiscal compact – gli gnomi di un tempo nei signori della moneta e della Bce. La traduzione europea cioè, dopo la crisi iniziata nel 2007, di quella che Obama nel primo discorso di insediamento alla Casa Bianca definiva l’avidità dei mercati.

Da non demonizzare (i mercati, non l’avidità) dal momento che in essi agiscono i grandi fondi di pensione mondiale e senza i loro acquisti dei nostri titoli di Stato non riusciremmo a pagare gli stipendi degli insegnanti e dei medici.

Ma altro è fare i conti con la durezza dei mercati ed altro consegnare ad essi lo scettro di comando. Prospettiva che ci rimanda insieme al sogno europeo e al realismo delle sue tappe istituzionali.

Non è un caso che Alcide De Gasperi insieme a Jean Monnet sia uno dei più convinti sostenitori negli anni cinquanta della Ceca: la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Quel che lo scetticismo delle diverse famiglie di europopulisti dimenticano è che soltanto il consolidarsi di una dimensione adeguata, insieme economica e politica, è in grado di reggere alla globalizzazione del turbocapitalismo. Di conseguenza accettare il terreno degli avversari riduzionisti è il modo di compromettere non soltanto una tornata elettorale, ma lo stesso significato della costruzione europea.

Pochi ricordano infatti che Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli – pur partendo da visioni differenti e addirittura diametralmente opposte circa lo Stato e la sovranità – ripetono all’unisono nei loro interventi che l’Europa deve considerarsi una tappa verso un governo mondiale. Non solo Stati Uniti d’Europa, ma una forma democratica capace di includere e insieme di governare. Non un problema di moneta, ma un banco di prova della democrazia, non soltanto per il Vecchio Continente. Con garanzie reali per il rispetto della cittadinanza di tutti.

Per questo ha visto bene Romano Prodi quando ha affermato che il welfare, lo Stato Sociale, da aggiornare e riformare, è la più grande invenzione politica di questa nostra Europa. E pazienza se qualcuno meno di un decennio fa ha pensato di dileggiarci – proprio per questo – definendoci figli di Venere e pigmei militari nei confronti dei figli di Marte. Noi siamo contenti di restare dalla parte di Venere.

È importante e da sottolineare in queste celebrazioni e anche in questa piazza la presenza di larghe masse (il termine non è letterario ma statistico) giovanili. Tanto più che anche sulla Resistenza europea sembravano essere calati l’oblio e la dimenticanza.

E invece prima dei padri fondatori ci sono quelli che quest’Europa l’hanno testimoniata nel sangue. Abbiamo fatto l’Europa perché c’è stata una Resistenza europea attraversata da due grandi presenze e da due temi che sono tuttora di bruciante attualità.

Furono i giovani a salire montagna e a non militare per la Repubblica Sociale di Salò e per i suoi analoghi nelle altre nazioni. I giovani sono il nerbo naturale della Resistenza: quelli che l’hanno pagata di più anticipando drammaticamente quella partecipazione dei loro coetanei che settant’anni dopo saranno i protagonisti dell’Erasmus.

La ritroviamo anche in Germania. Il gruppo della “Rosa Bianca” non è soltanto una piccola testimonianza. Quei giovani studenti tedeschi che lasciavano i volantini nelle guide telefoniche dei telefoni pubblici e che invitavano i tedeschi a riappropriarsi della loro dignità di popolo ritornando alle pagine dei grandi pensatori della Nazione : da Heine a Goethe.

E la circostanza che il tribunale nazista li volle giustiziati nell’immediato pomeriggio susseguente alla condanna testimonia della preoccupazione e del timore che quelle posizioni, pur disarmate, rappresentavano per il regime hitleriano.

Quel medesimo regime reso orrendamente famoso dai campi di sterminio – da Auschwitz a Mauthausen – e che mi lascia soprattutto inorridito di fronte alla testimonianza del castello di Artheim, dove gli scienziati del regime operarono i più orrendi esperimenti su uomini considerati meno che cavie. Non più cioè la grigia amministrazione dei seguaci di Himmler in nome della banalità del male denunciata da Hannah Arendt, ma una scienza pervertita nei panni dell’aguzzino.

E, quasi a riproporre un dilemma e un legame attualissimi legati alla presenza dei giovani, l’assenza di lavoro. Perché è sempre vero che il lavoro che manca stanca di più del lavoro che sta.

E se tutti ripetiamo che Hitler andò al potere conquistando il Reichstag con un voto democratico, quel che omettiamo di ricordare è che Hitler andò al potere promettendo e realizzando la piena occupazione. Con venti milioni di morti e sei milioni di ebrei fatti passare per il camino.

Sono tutte buone ragioni per non ridurre l’Europa odierna all’Europa dei banchieri.

L’Europa infatti è fin dalle sue radici un luogo di accoglienza del diverso. Proprio la presenza storica delle radici cristiane – insieme a quelle ebraiche ed islamiche, omesse nel trattato che doveva preludere alla costituzione europea – sono lì a testimoniare che il diverso non è altra cosa e sconosciuta da parte del cittadino europeo. La diversità cioè ci appartiene come patrimonio costitutivo da molti secoli.

Una cittadinanza dell’accoglienza che riguarda i diritti e le regole della democrazia così come le garanzie che ai diritti e alle regole conferisce concretamente lo Stato Sociale. Gli Stati Uniti d’Europa cioè non sono la bella copia aggiornata degli Stati Uniti d’America: essi devono andare oltre se stessi per alludere a una nuova forma di democrazia capace di includere e di dare speranza.

Fuori da questo orizzonte ogni discussione sull’Europa non solo risulta inadeguata e parla d’altro, ma è pure destinata all’impotenza.

Sono i grandi storici, soprattutto quelli di lingua francese, a ricordarci l’importanza delle radici. E così come Braudel suggerisce che non ci può essere Europa a prescindere dalla sua vocazione mediterranea, Jacques Le Goff, recentemente scomparso, per il libro dedicato a evidenziare le radici medievali dell’Europa, non trova di meglio che il titolo: Il cielo sceso in terra

Non hanno cioè cittadinanza europea i senza-storia, la nuova barbarie televisiva che ha sostituito alla politica non la propaganda, ma la pubblicità capace di generare la domanda attraverso le sue offerte ossessive. Non ha cittadinanza europea la tirchieria mentale (Nino Andreatta) di quanti fanno discendere dalla ragioneria e dalle sue polemiche ed opposizioni interne il destino delle forme politiche. Oltretutto soltanto la grande politica è capace di andare anche contro la storia, perché si è presa il disturbo di conoscerla.

Il senso del nostro 25 Aprile è quindi, oggi come allora, nello spirito della ricostruzione di un Paese che riporti il cittadino e la persona umana al centro di ogni discorso, di ogni scelta, di ogni comportamento, di ogni regola del nostro essere società e Stato. Una persona rispettata, fiera della propria dignità e cittadinanza, e garantita.

Lo strumento ce l’abbiamo: va difeso, riformato e celebrato. Le parole e lo spirito dei Costituenti devono animarci oggi nello sforzo di ricostruire un Paese che deve cessare di apparire esausto, senza speranza, rassegnato al peggio. Ma che proprio per questo deve recuperare la centralità del lavoro proclamata dalla Costituzione: un lavoro in grado di esprimere le potenzialità della persona e capace di essere ancora una volta luogo dell’inclusione e dell’ordine sociale.

Ricostruzione e Costituzione per ripristinare la centralità dei cittadino rispetto allo Stato, della persona rispetto alla politica e, soprattutto, all’economia e alla finanza.

Non abbiamo che da continuare un percorso cominciato settant’anni fa.

Viva l’Italia democratica!

Viva l’Europa dei popoli democratici!

Viva la memoria di questo 25 aprile, che non può restare soltanto memoria!

Aprile 2014    Giovanni Bianchi

 

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Un pensiero su “25 Aprile a Parma – Il Discorso di Giovanni Bianchi

  1. Matteo Colombini in ha detto:

    Condivido molto la citazione di Giuseppe Dossetti :
    “Se il fascismo è il prevalere dello Stato rispetto alla persona, noi assumiamo come antifascismo il prevalere della persona rispetto allo Stato”.
    Credo che in questo personalismo, in questo mettere al centro la persona, ci sia anche una grande lezione di Cristianesimo oltre che di Resistenza.
    Infatti, quando si sacrificano gli esseri umani e si uccidono non solo fisicamente, in nome delle idee politiche, del potere, della finanza, di un commercio ingiusto e sfruttatore e anche della religione, allora sia le idee sia tutto il resto non è più un servizio all’umanità, ma diventa causa di oppressione.
    Ecco perché la Resistenza è una cultura di libertà da diffondere in ogni ambito umano e di cui il mondo avrà sempre bisogno!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: