ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

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IV Novembre 2020: Festa Forze Armate e Unità Nazionale

La dichiarazione della Presidente Nazionale Mariapia Garavaglia: “La giornata delle Forze Armate è una ricorrenza che è dovere delle istituzioni ma anche di tutti i cittadini mantenere viva, perché richiama i valori che hanno animato le Forze Armate nel difendere la Patria. Anche i combattenti partigiani tutti hanno dato senso con il loro sacrificio alla vittoria del IV Novembre. Le Forze Armate italiane sono onorate anche nella Costituzione e per questo nel 72° anniversario della Carta Costituzionale uniamo i sentimenti di gratitudine verso tutti coloro che hanno restituito libertà e dignità al Paese. La ANPC è impegnata a trasmettere alle nuove generazioni la memoria del monito e della testimonianza di chi ci indica quali orrori del passato non debbano più ripetersi. Le istituzioni repubblicane, con le classe dirigenti e i cittadini rappresentati, devono sentirsi investiti di una grande responsabilità: manifestare riconoscenza, assumendo l’impegno solenne, in tempo di pace, di onorare i sacrifici dei caduti esercitando al meglio i propri doveri di servizio all’Italia. Le Forze Armate della nostra Repubblica sono tutt’uno con la nostra democrazia. Ricordandole, dobbiamo sentire anche la nostalgia di non avere ancora realizzato un unico corpo di difesa della nostra patria Europea, quale presidio che mantenga e prolunghi la pace di cui godiamo. Viva le Forze Armate, viva l’Italia, viva l’Europa!”.

Elezioni in USA mentre il Covid-19 tesse la sua tela di ragno

Pubblichiamo un articolo del nostro Vicepresidente Nazionale Angelo Sferrazza pubblicato su: http://www.infodem.it/teatrino.asp?idn=5109

9 alle elezioni Usa ( mentre scriviamo) e la seconda ondata del Covid-19 che colpisce con forza tutti i Paesi, soprattutto l’Europa e gli Stati Uniti. Fuori dal covid-19  sembrano essere la Cina ed altri paesi asiatici, Corea e in parte Giappone.  Durante il precedente lockdown ci siamo chiesti quali sarebbero stati i cambiamenti “dopo”. Tante le  buone intenzioni, ma al dunque  se non travolte, certamente rimandate a tempi migliori. A cominciare dal proposito di collaborare  assieme, in una specie di irenico ONU. Invece stiamo assistendo ad un procedere isolato, egoistico, dove anzi si sfruttano le difficoltà degli altri a fini politici e speculativi. L’esempio più eclatante è quello del vaccino, come si vede nel conflitto fra Cina, Russia e Stati Uniti. Nella poltrona per tre, non c’è posto per l’Europa. Ma questo ha contribuito ad un risveglio e un salto di qualità nella politica europea, seppur faticoso, ma reale. Divisa fra chi condivide la linea Merkel-Macron,   i Paesi “frugali” e gruppo Visegrad, abbiamo assistito ultimamente ad una unità di voto sulle sanzioni alla Bielorussia e alla Turchia. La situazione generale obbliga l’Europa, se non vuol sparire, ad avere una politica estera e di difesa comune. Anche perché l’Europa deve recuperare  tempo, generare un pensiero comune e strutture nuove.  Si era subito capito che la linea trumpiana era quella dello stravolgimento  della politica estera   nei confronti  dell’Europa,  non più alleata, ma concorrente. Tutti ricordano i giochetti del ritiro delle truppe americane dalla Germania e  la disputa per la condivisione dei costi della Nato. Una politica che è  piaciuta  a Putin, ma che non ne ha ricavato molto, preso com’è da una serie di difficoltà interne ed esterne. La tela di ragno del Covid-19 non ha bloccato mutamenti dell’assetto e degli equilibri internazionali. Come  in una zona che sembrava bloccata e sempre sull’orlo di una guerra: il Grande  Medio Oriente. Il 15 settembre si è firmato a Washington l’accordo “Abramo” fra Israele e gli Emirati Uniti Arabi e il Bahrein. “Notaio” il Presidente Trump che incassa un successo per la sua campagna elettorale e soprattutto per il premier Benjamin Netanyahu, in affanno per come ha gestito il problema Covid-19, ma soprattutto per i suoi guai giudiziari. L’accordo cambia totalmente la situazione politica, militare ed economica dell’area consentendo agli Usa di poter ritirare truppe dalla zona, conservando i loro interessi da Suez allo stretto di Hormuz, dove passa il 30% del petrolio del mondo e dove si affrontano navi iraniane e americane. Ma di questi cambiamenti   è Israele ad avere il maggior successo per  il futuro e la sicurezza  del Paese. Israele porta a cinque, ultimo il Sudan, i Paesi con cui avrà rapporti diplomatici. Altri in attesa. L’”operazione” è iniziata il 6 dicembre del 2017 con il riconoscimento da parte degli Usa  di Gerusalemme capitale di Israele. Tiepide le reazioni di alcuni Paesi Arabi a cominciare dall’Arabia Saudita del principe Mohamed Bin Salman. Prendeva così corpo quell’alleanza di fatto dei sunniti contro gli sciiti dell’Iran. Ma l’area si allarga fino al Mediterraneo Orientale. Un’area dai confini marini incerti fra Turchia,  Cipro e Grecia, dove navi da guerra che battono bandiere diverse e aerei si sfiorano pericolosamente, con la Francia presente con una portaerei,  la Charles De Gaulle. Ma anche altri, Israeliani, Egiziani, libanesi, Russi. La posta? Gas e gasdotti, petrolio sotto l’azzurro Mediterraneo.  La storia ci insegna che quando si parla di petrolio e gas, che valgono miliardi di dollari, il gioco si fa duro. Se ne potrebbe accorgere Joe Biden, che nell’ultimo dibattito con Trump ha detto cose sacrosante sul petrolio, ma da maneggiare con cura in una campagna elettorale così tesa e incerta.  E la crisi dell’area è frutto anche della politica di Erdogan , che forte di una grande tradizione storica come l’Iran, cerca di avere un posto fra le medie potenze sognando  di rinnovare l’impero ottomano. Lo dimostra nel Kurdistan, in Siria, dove affronta la Russia. Ma ora tutti siamo in attesa del 3 novembre. L’America al voto. Prevedere chi vincerà è un rischio  che dopo l’esperienza di Hillary Clinton non ci possiamo permettere. Una campagna elettorale fuori degli schemi per il coronavirus di Trump, ma superato con facilità, cavia di nuovi farmaci miracolosi, solo per lui!  Il Covid-19 è tato uno dei temi più importanti dello scontro elettorale.  Una  dimostrazione  ancora una volta, della “variabilità” di Trump, reduce da un quadriennio di politiche alternanti e contraddittorie in casa e fuori. Con viaggi entusiasti  nella tana del lupo, Cina, Corea del Nord, qui  al limite del macchiettismo, in India, Giappone, Europa con  brutte figure di ogni genere e in casa  un viavai di collaboratori di ogni livello. Un elenco senza fine, con qualche strappo alla Costituzione e alla prassi. Un uso disinvolto della Guardia Nazionale e Fbi nelle proteste in seguito alla morte di George Perry Floid a Minneapolis .  Per capire il successo di Trump bisogna conoscere gli Stati Uniti, non fermarsi a New York, Washington,  Boston, S. Francisco. Bisogna scendere nell’Arkansas ,in Alabama,Georgia, Michigan o Stati del centro come Nebraska, Tennessee  ed altri . Trump è un grande attore, parla alla pancia degli elettori, si immedesima in loro. Questo basta per vincere una elezione, ma non per conservare il ruolo  degli Stati Uniti  come guida e prima potenza del mondo. Gli Stati Uniti sono di fatto sotto assedio e il dopo elezioni sarà il momento della verità. A chi spetta il ruolo di potenza egemone? Alla Cina? Sarà una guerra non combattuta con le armi, ma sulle nuove tecnologie e a chi avrà più alleati. Quella che gli esperti chiamano “guerra irregolare” . La Cina che ha battuto il corovirus prima di noi è pronta con una economia   in espansione, un Pil in aumento ed un vivace mercato interno. I democratici  hanno un programma ragionato, volto verso il futuro, ambiente, lotta alla povertà, coerente con la Costituzione.  E Biden con qualche inciampo e tentennamento è stato capace di presentarlo. Accanto a lui Obama che è uscito allo scoperto e con coraggio . Ma gli americani sanno che questa volta si vota anche per i vice Presidenti, data l’età dei candidati, 74 Trump e 77 Biden, per il conservatore Mike Pence e Kamala Harris, la prima donna che sarebbe eletta come Vice-Presidente, senatrice della California,  di madre indiana , padre giamaicano e un marito ebreo. Sarebbe la nuova America che avanza. –8….. a mercoledi 3Angelo Sferrazza

27 ottobre 2020: per ricordare la morte di Enrico Mattei

Vi invitiamo a partecipare alla presentazione del libro postumo di Giuseppe Accorinti, edito da Eni, che si terrà in modalità online il prossimo 27 ottobre alle ore 16.30.

27 ottobre 2020: per ricordare la morte di Enrico Mattei

In occasione dell’anniversario della morte dell’ingegner Mattei, il giorno 27 ottobre alle ore 16,30 l’Associazione Pionieri e Veterani Eni organizza un incontro, su piattaforma digitale, per presentare il volume di Giuseppe Accorinti, nostro associato scomparso lo scorso anno, dal titolo “All’Agip con “il Principale” io c’ero, la tragica fine di Enrico Mattei non fu un incidente” edito da Eni.

Alla presentazione parteciperanno la figlia Elena Accorinti, Alessandro Aresu esperto di affari internazionali, analista politico e consigliere scientifico della rivista Limes, Vincenzo Calia il magistrato che alla metà degli anni Novanta fece riaprire il caso Mattei, Giorgio Carlevaro, direttore emerito della Staffetta Quotidiana, Lucia Nardi responsabile dell’archivio storico Eni.

La sala virtuale sarà aperta alle 16,15.

Qui sotto il link per poter partecipare

Partecipa alla riunione di Microsoft Teams

Oggi 77 anni fa: 16 Ottobre 1943, deportazione degli ebrei di Roma

Le parole della nostra Presidente Nazionale, Mariapia Garavaglia: “Un pensiero agli ebrei romani deportati 77 anni fa ma anche molta vicinanza ai nostri concittadini ebrei di oggi. Sono i nostri fratelli maggiori e sono romani da oltre duemila anni.  Mai più discriminazioni e odio! “.

Il commento del Vicepresidente Nazionale Angelo Sferrazza: “Giornata triste il 16 ottobre. Che porta a meditare. E pone problemi. Quanta responsabilità è italiana? Chi fornì ai tedeschi  gli elenchi? La polizia italiana. Perché  gli elenchi non furono distrutti dopo il 25 luglio? E poi gli italiani che denunciarono per soldi gli ebrei…e tante altre vergognose collaborazioni. Ma quanti furono quelli che aiutarono gli ebrei! I conventi , soprattutto di suore aprirono le porte agli ebrei. Ho visto un elenco di conventi e comunità di suore. Mi sono commosso. Dobbiamo essere vigili. L’antisemitismo  è ancora vivo”.

Rastrellamento ghetto di Roma: 16 Ottobre 1943

Addio a Carla Nespolo

L’Anpi ha comunicato la scomparsa di Carla Nespolo, a 77 anni, con queste parole: «Con immenso dolore, comunichiamo la scomparsa della nostra amatissima Presidente nazionale, Carla Nespolo. Lascia un vuoto profondissimo in tutta l’Anpi che Carla ha guidato dal novembre 2017 – prima donna Presidente – con grande sapienza, passione, intelligenza politica e culturale nel solco pieno della grande tradizione di autorevolezza ed eredità attiva dei valori e principi della Resistenza che ha contraddistinto la nostra Associazione fin dalla sua nascita. Non dimenticheremo mai il suo affetto nei confronti di tutti noi, la sua presenza continua anche negli ultimi mesi, durissimi, della malattia. Ciao comandante».

La nostra Presidente Nazionale Mariapia Garavaglia ha dichiarato: “Addio a una combattente. Carla Nespolo ha interpretato il valore, lo spirito e la testimonianza di chi ha continuato a difendere la democrazia conquistata col sacrificio dei Partigiani. L’ANPC si associa all’Anpi nel condividere il dolore per la scomparsa e nel ricordo della “comandante” assicura immutato impegno a continuare a promuovere soprattutto verso i giovani l’insostituibile conoscenza della nostra storia a difesa del più alto dono alla dignità umana che è la democrazia e i conquistati diritti civili cui donne come Nespolo hanno dedicato la vita”.

Il Vicepresidente Nazionale Angelo Sferrazza la ricorda così: “È una grande perdita. Carla Nespolo è stata una Presidente di grande capacità politica  e portata al dialogo. Nessun settarismo nei confronti di altre Associazioni”.

Carla Nespolo, Presidente Nazionale Anpi

Memoria di Don Giovanni Barbareschi

Domenica 4 ottobre 2020 ore 11.00 a Milano in via Tucidide angolo via Cavriana (murale dedicato agli antifascisti e deportati politici) MEMORIA DI DON GIOVANNI BARBARESCHI nel secondo anniversario della morte con gli interventi di:

Marco Steiner, Carla Bianchi, Emanuele Fiano, Silvio Mengotto,  ANPI provinciale Milano, ANED Milano, ANPC Milano

Ecco la locandina della cerimonia:

Un museo della memoria a cielo aperto (di Orme Ortica Memorie) nel quale a pieno titolo viene raffigurato con un murales Don Giovanni Barbareschi, personaggio di spicco nella Resistenza milanese legato alle Aquile Randagie. Durante il lockdown era saltata l’inaugurazione, e , invece, in occasione del secondo anniversario della sua morte, viene ufficialmente inaugurato alla presenza di Anpi, Aned e Anpc.

Appuntamento alle 11 in via Tucidite: previsti gli interventi, fra gli altri, di Marco Steiner, vicepresidente del Comitato milanese Pietre d’inciampo presieduto da Liliana Segre e di Emanuele Fiano.

Tarcisio Torreggiani ci ha lasciati

Nel pomeriggio dello scorso venerdì è venuto a mancare il nostro Tarcisio Torreggiani, Presidente della Sezione di Senigallia e delle vallate del Misa, Nevola e Cesano.
I funerali avranno luogo lunedì mattina alle ore 10.00 alla parrocchiale di Marzocca.
Franco Porcelli, Segretario della Sezione lo ricorda così: “Ancora è lucidissima la memoria dei recenti incontri che con lui abbiamo organizzato a Palazzo Mastai ed al Circolo Acli. Insieme, almeno dal mio profilo, è altrettanto nitido il ricordo di quanto si spese per la nostra città sia da dirigente della Democrazia Cristiana (Segretario locale e poi provinciale) sia da Amministratore e in Comune e all’Azienda del Turismo, con l’invenzione di tante riuscite iniziative tra cui la Fiera campionaria.
A lui, quindi, un sincero pensiero sempre riconoscente ed affettuoso”.

Tutti noi ci uniamo nella preghiera e nel ricordo riconoscente di Tarcisio Torreggiani, porgendo le nostre più sentite condoglianze alla sua famiglia.


La questione romana

Il 150° anniversario della cosiddetta “breccia di Porta Pia” fa memoria dell’entrata a Roma – il 20 settembre 1870 – dei bersaglieri piemontesi, che occuparono la città, destinata a diventare capitale del Regno d’Italia. Un evento cardine per la storia risorgimentale e per il complesso processo unitario nazionale che, a livello politico e diplomatico, decretò anche il tramonto della sovranità su Roma e dell’esercizio del potere temporale da parte della Chiesa cattolica e dei papi, nonché l’apertura di un lungo conflitto tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Un dissidio che sarebbe durato molti decenni e che è passato sotto il nome di “questione romana”. La “questione” era già stata posta nel 1848, in occasione del fallito tentativo mazziniano della Repubblica romana, e riproposta nel 1859-60, con le annessioni territoriali che avevano creato il Regno d’Italia sotto la guida della monarchia sabauda. La strenua opposizione di Pio IX (sostenuto dalla Francia) aveva vanificato gli sforzi di Cavour di risolvere pacificamente la controversia a proposito del ruolo di Roma come capitale, assunto provvisoriamente prima da Torino e poi da Firenze.

L’occupazione dell’Urbe da parte delle truppe italiane, favorita dalla sconfitta francese a Sedan contro la Prussia, che segnò le sorti delle nazioni coinvolte e le dinamiche della storia europea, permise nel giro di pochi mesi il trasferimento in riva al Tevere della corte di Vittorio Emanuele II e del governo. Il Papa, la cui autorevolezza spirituale era stata rinvigorita con il dogma dell’infallibilità, stabilito dal Concilio Vaticano I, si ritirò in Vaticano, opponendosi al riconoscimento della nuova situazione istituzionale e dichiarandosi prigioniero politico. Identico atteggiamento venne tenuto nei confronti della Legge delle guarentigie, promulgata nel 1871 per definire e regolare i rapporti tra Stato e Chiesa. La partecipazione alla vita pubblica e all’impegno politico dei cattolici nel contesto nazionale italiano venne limitata e impedita dalla disposizione pontificia nota come “non expedit” (non è conveniente). Un divieto che accompagnò la storia nazionale fino all’epoca della Prima guerra mondiale, condizionando il coinvolgimento nelle scelte politiche e nell’amministrazione di ampi strati della popolazione, inibendo il possibile contributo di idee e il protagonismo del pensiero sociale originato o informato dai principi del cristianesimo e impoverendo così le basi di consenso del nuovo Stato nazionale.

L’espressione di Charles de Montalembert “Libera Chiesa in libero Stato”, fatta propria e ripresa più volte e pubblicamente da Cavour, divenne un principio dell’impostazione politica e di governo dell’Italia liberale e un motto – consacrato dalla pubblicistica e dal linguaggio storiografico – capace di rendere l’essenza della questione romana rispetto alla situazione determinata dalla costituzione e dallo sviluppo del Regno d’Italia. Solo l’evoluzione della situazione politica interna (soprattutto in relazione all’avanzata delle forze socialiste) e una serie di contingenze legate alla gestione dei governi presieduti da Giovanni Giolitti indusse la Chiesa ad assumere un atteggiamento meno intransigente, che culminò nel 1913 con il cosiddetto “patto Gentiloni”, in virtù del quale il partito liberale maggioritario mise a disposizione una nutrita quantità di seggi alle elezioni politiche per i candidati cattolici. Una tappa del tortuoso cammino che aveva portato la Chiesa, e in particolare Pio X, ad assumere un atteggiamento di opposizione intransigente nei confronti del mondo moderno e di principi come quello della laicità dello stato, nonché di strenua difesa delle prerogative delle istituzioni ecclesiastiche nei confronti dei movimenti di matrice liberale e del processo risorgimentale.

La particolare situazione della Chiesa rispetto allo Stato in Italia (e la relativa indipendenza e autonomia della prima), favorì tuttavia una forte evoluzione della riflessione ecclesiale in merito alla questione sociale e alla elaborazione di una articolata dottrina sul tema, in parte riassunta dall’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII, promulgata nel 1891. Altrettanto autorevole la proposizione di un pensiero e di pronunciamenti magisteriali a proposito della pace e delle relazioni tra popoli e nazioni, esposto in varie forme prima, durante e dopo la Grande guerra da Benedetto XV.

Una sistemazione formale dei rapporti tra Stato italiano e Santa Sede si realizzò solo in epoca fascista, con i patti firmati in Laterano l’11 febbraio 1929. Questi erano costituiti da un Trattato, che sanciva la nascita dello Stato della Città del Vaticano, da un Concordato e da una Convenzione finanziaria. Il Primo riconosceva al Vaticano “l’assoluta e visibile indipendenza” e gli garantiva “una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale”. Con questo atto diplomatico con cui l’Italia cedeva (non senza una buona dose di opportunismo politico e di ricerca di consenso) alla Santa Sede la sovranità sul suo piccolo territorio, garantiva al nuovo Stato la più completa libertà da ogni ingerenza e al papa l’indipendenza assoluta come capo spirituale del cattolicesimo, si chiudeva la cosiddetta “questione romana”.

Al tempo della firma dei Patti lateranensi, Alcide De Gasperi viveva emarginato dalla vita politica a causa della sua opposizione al regime e costretto a un umile e precario lavoro presso la Biblioteca apostolica vaticana. L’ex deputato e segretario del Partito popolare italiano (e futuro protagonista della ricostruzione dell’Italia del secondo dopoguerra) non rinunciò tuttavia a esprimere il proprio pensiero su quell’evento, affidandolo ad alcune lettere indirizzate a pochi amici fidati. Dal suo particolare osservatorio, De Gasperi seguì e valutò in tutta la loro complessità gli accordi, cercando di esaminarne gli elementi negativi e quelli positivi, i riflessi politici ed ecclesiali, i commenti suscitati in Italia e all’estero. Nelle lettere fornì un giudizio articolato: non valutò negativamente il Trattato, tanto da definirlo come un fondamentale traguardo raggiunto dal cattolicesimo italiano; manifestò invece una profonda preoccupazione circa il Concordato, sulla cosiddetta “politica concordataria” e le posizioni di molti ambienti cattolici.

Da un punto di vista puramente politico, la soluzione della questione romana e i vantaggi concessi alla Chiesa dallo Stato italiano rappresentavano un’occasione che la Santa Sede non poteva lasciarsi sfuggire. A Mussolini che – secondo un’immagine usata in una lettera all’amico trentino Simone Weber – “bussava alla porta di bronzo”, il Papa non avrebbe potuto non aprire; la conclusione, vista in Italia come un successo del regime, nella storia e nel mondo sarebbe stata una liberazione per la Chiesa e una fortuna per la nazione italiana. A queste valutazioni De Gasperi aggiunse alcuni riferimenti circa il clima in cui vennero celebrati i patti, avvertendo il pericolo di una compromissione del principio di laicità della politica e dello Stato, temendo che “non si distinguesse più fra cattolicesimo e fascismo”, specialmente dopo lo scioglimento dei partiti e dei sindacati e dopo l’approvazione delle “leggi fascistissime”. Un’analisi che si sarebbe presto dimostrata estremamente lucida, equilibrata e preveggente. Maurizio Gentilini

(Articolo pubblicato su: http://www.almanacco.cnr.it/reader/cw_usr_view_articolo.html?id_articolo=10461&giornale=10418)

BRECCIA DI PORTA PIA: 1870-2020

Anche le celebrazioni del 150° Anniversario della Breccia di Porta Pia si sono svolte in maniera contingentata a causa del Covid 19. Il ricordo del 150° Anniversario della breccia di Porta Pia, è un evento importante della storia d’Italia, che assume un ruolo di assoluto rilievo nella memoria collettiva nazionale. Il 20 settembre 1870 si concretizzò un ideale perseguito con ferrea determinazione: un obiettivo faticosamente raggiunto che vide protagonisti i Bersaglieri di La Marmora che, nati pochi anni prima del 1836, varcarono per primi la “Breccia” di Porta Pia consegnando Roma all’Italia.

Intitolazione nel Giardino dei Giusti di un albero virtuale a nome Carlo Bianchi

L’inaugurazione sarà il 7 ottobre al Monte Stella, con una cerimonia molto in sordina per via del Covid, senza pubblico tranne 2 familiari.
Una vista del giardino virtuale è al seguente link:
https://it.gariwo.net/giardini/giardino-virtuale/storie-del-monte-stella/9/carlo-bianchi/

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