5 novembre 1989: moriva Benigno Zaccagnini
Il 5 novembre 1989 moriva a Ravenna Benigno Zaccagnini. Quattro giorni dopo cadeva il Muro di Berlino. «Vi è un mondo nuovo che vuole e deve nascere» aveva detto molti anni prima, immaginando che anche quel muro sarebbe caduto senza essere «abbattuto dai carri armati».
Durante la Resistenza scelse come nome di battaglia quello di Tommaso Moro, l’uomo che aveva preferito la coscienza al potere. Fu partigiano e poi Costituente.
Guidò la Democrazia Cristiana negli anni più difficili della Repubblica. Il ricordo del sequestro e l’uccisione di Aldo Moro lo accompagnarono fino all’ultimo. Anni dopo, in una lettera testamento spirituale, scrisse: «Spero tanto che Aldo mi venga incontro con il suo dolce sorriso».
Negli ultimi anni della sua vita, “l’onesto Zac” – così lo chiamavano – riconobbe con parole semplici, di aver avuto «molte colpe, molte deficienze, che Dio solo conosce, ma una colpa so di non aver avuto. Nella mia battaglia politica non ho mai odiato nessuno».
Oggi quella frase suona quasi come un programma politico. Viviamo un tempo in cui l’avversario diventa un nemico, il dissenso un tradimento, la parola un’arma. Si vince alimentando la paura e la rabbia, si governa cercando un colpevole al giorno. E intanto milioni di cittadini smettono di votare, perché non riconoscono più nella politica un luogo in cui le loro vite contano.
Zaccagnini ci ricorda che si può essere fermi senza essere duri, e radicali nei principi senza essere violenti nei toni. Che il confronto con chi la pensa diversamente non è una debolezza, ma la condizione stessa della democrazia. Che la politica è un servizio, e chi la esercita deve rendere conto prima alla propria coscienza e poi agli elettori.
Ai giovani affidava il senso stesso di questo servizio. E nel suo ultimo discorso pubblico, pochi giorni prima di morire, chiedeva per loro «un orizzonte di ideali, una prospettiva di valori per evitare l’inaridimento».
In questi giorni migliaia di ragazzi riempiono le piazze, chiedendo proprio quell’orizzonte e una politica capace di renderlo credibile.
Non c’è nostalgia in questo ricordo. C’è una responsabilità. Chi oggi vuole ricostruire un’area popolare e riformista, saldamente nel centrosinistra, non deve inventare nulla. Deve soltanto ritrovare quello stile. La mitezza come forza, l’onestà come metodo, l’unità del Paese come fine.
«Non ho mai odiato nessuno». È proprio da qui che si può ricominciare.



