ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivi per il mese di “aprile, 2014”

7-8 Aprile 1944 – Monte Tancia

Il monte Tancia si trova nella porzione settentrionale dei Monti Sabini e lì erano stanziati i partigiani della formazione D’Ercole-Stalin, che agivano nella zona di poggio Mirteto, Poggio Catino, Monte Aspra (oggi Casperia) e Famignano. La brigata risultava dalla fusione di soldati e ufficiali dell’esercito regio comandati dal maggior D’Ercole e dai garibaldini di Poggio Mirteto, guidati da Redento Masci. Con loro, sul Tancia, era aggregata una parte dell’8° zona garibaldina di Roma con alla testa Nino Franchilucci e Luigi Forcella. L’intero contingente variava , a seconda delle circostanze, dai 200 ai 300 combattenti. Era la più grossa brigata a nord di Roma, dopo la Gramsci. Nella notte del 6 aprile, Di Marsciano si spostò sui monti sabini e con i militi della legione 116 e con le SS occupò le mulattiere e i sentieri del massiccio , circondando Capannone del Tancia, Rocco Piano, Crocette, Casale Ferri e Cerreta, dove dormivano i partigiani. Iniziò all’alba una battaglia che durò tutto il giorno. I partigiani tentarono,verso sera, di sfondare l’accerchiamento: una squadra, dalla cima del Monte Arcucciola , con una mitragliatrice consentì la fuga a molti altri. L’estremo blocco era composto di otto ragazzi (il più giovane, Giordano Sangallo, aveva 16 anni) che vennero sopraffati e uccisi. Riuscì a fuggire solo Libero Aspromonti. I nazifascisti trovarono altri partigiani dispersi e li imprigionarono, quelli feriti vennero finiti sul posto. Massacrarono anche i civili che vivevano nei casali di montagna: 7 bambini, 8 donne, 4 vecchi. Il giorno dopo, irruppero a Poggio Mirteto, imprigionarono il podestà repubblichino Giuseppe De Vito, perché non aveva ostacolato l’andirivieni dei ribelli. Lui e 29 concittadini furono portati a Rieti per essere avviati ai campi di concentramento.

7 aprile 1944, S. Michele del Monte Tancia-Rieti

Il pomeriggio del 7 aprile 1944, nella frazione di S. Michele del Monte Tancia, elementi del I battaglione del 20° Reggimento SS-Polizei dopo uno scontro con una squadra di partigiani che viene annientata,eseguirono una strage contro gli abitanti della frazione accusati di aver fornito cibo ai partigiani. Furono uccisi 7 bambini tra i due e gli undici anni, 7 donne e 4 anziani.

8 aprile 1944, Scandiano (Re), quattro operai delle Reggiane sono arrestati con l’accusa di aver preso parte all’uccisione di un fascista. Saranno torturati e deportati in Germania.

7 Aprile 1944, Eccidio della Benedicta (Bosio)

Alla “Benedicta “, antico convento trasformato in cascinale, situato sul Brio dell’Arpescella, era sistemata l’intendenza della terza brigata “Garibaldi”. Il 6 aprile è deciso un radicale rastrellamento operato da truppe tedesche, con l’impiego di oltre 5000 uomini, artiglieria e aerei. La battaglia è cruenta e si conclude con la sconfitta delle truppe partigiane. All’alba del 7 aprile inizia la feroce rappresaglia sui prigionieri, 97 giovanissimi sono fucilati nei pressi del Convento a gruppi di 5. Altri 78 vengono massacrati in varie località della zona (Alessandrino) raggiungendo la cifra di 175 caduti. Dei 368 prigionieri, 191 giunsero sicuramente a Mathausen: 144 morirono, 30 sopravvissero sino alla liberazione. Funesta appendice della tragedia delle Benedicta fu l’eccidio del Turchino ad opera dei soldati della Kriegsmarine e della SS, avvenuto la mattina del 19 maggio 1944 e durante il quale furono fucilati 59 martiri.

7 aprile 1944, Casteldelci(PU)

Le SS per rappresaglia, non avendo potuto catturare un gruppo di Partigiani, avvisati dalla popolazione e riparati in montagna, massacrano a Fragheto (frazione di Casteldelci) 39 contadini, tra cui alcune donne e molti bambini. Nella strage viene sterminata l’intera famiglia Gabrielli, composta di 9 adulti e di un bambino di pochi mesi.

2-7 Aprile 1944, Leonessa (Rieti)

La strage di Leonessa fu una strage nazista avvenuta tra il 2 aprile 1944 e il 7 aprile 1944 a Leonessa e nelle frazioni circostanti, nel corso del quale vennero uccisi 51 civili.

 

Era Venerdì Santo. Don Concezio Chiaretti stava celebrando la Messa. I parrocchiano lo invitarono a fuggire, ma lui si presentò al prefetto Di Marsciano, che aveva individuato alcune persone da giustiziare per aver fondato il CLN. Don Concezio si mise fra esse. In tutto erano 24, tra cui Ugo Tavani. Mancò il tenente Umberto Pietrostefani, incarcerato a Rieti, nei giorni precedenti, dallo stesso di Marsciano. Furono tutti ammassati, sotto sorveglianza delle SS, nella sala consiliare del Comune. Alle ore 15, le vittime designate furono portate a Fossatelle , un terrapieno alla vista di Leonessa e a gruppi vennero trucidati con scariche di mitra dai tedeschi. Fossatelle fu scelto perché i leonessani potessero assistere allo spettacolo. Prima di essere colpito, Don Concezio si voltò verso i fedeli affacciati e inerpicati sui tetti e li benedisse. Le sue ultima parole furono: “Ecce agnus dei” Altre 19 persone vennero ammazzate, quel giorno, a Morro Reatino, paese sulla strada fra Leonessa e Labro.

7 Aprile 1944 – Don Concezio Chiaretti

Don Concezio Chiaretti era cappellano degli alpini. Lo ritroviamo, nel 1943, parroco di Leonessa, cittadina alle pendici del Terminillo, in provincia di Rieti. Sulla strada di Rieti transitano i convogli dei tedeschi che portano rinforzi e rifornimenti alla Linea Gustav su cui resistono alla avanzata Alleata. La strada che da Orvieto porta a Ortona sull’Adriatico, percorso protetto dalle colline e montagne, passa a sud del Terminillo, mentre Leonessa è sul lato nord del monte, quindi non interessa la strategia di Kesserling.   Leonessa è anche dirimpettaia di Cascia, divisa da un altopiano sugli 800 e i 1.100 metri , lungo una trentina di chilometri. A Cascia, il 28 dicembre del 1943, è stata proclamata la repubblica partigiana dalla brigata Gramsci (che fa parte del CLN di Terni), cioè è stato istituito un poter costituzionale su un piccolo territorio, in nome del comunismo. A Leonessa, invece, si è formato, nell’ottobre del ’43, un comitato cittadino allo scopo di aiutare e incoraggiare i giovani leonessani a sottrarsi alla leva. Don Concezio presiede il comitato avendo accanto Giuseppe Zelli e Ugo Tavani. Al tenente Roberto Pietrostefani viene affidata una minima forza armata, per tenere sotto controllo una situazione di guerra tutt’intorno. Ce n’è bisogno. Infatti, arriva a Leonessa il commissario prefettizio Pietramanico con l’ordine ai coscritti di presentarsi alla caserma di Rieti. Don Concezio e Pietrostefani lo dissuadono con le cattive e il commissario prende la corriera per ritornare in città a chiedere rinforzi. Viaggia in compagnia di un partigiano, tale Wolfango Costa, che lo fredda. E’ il 26 febbraio del 1944. Nei giorni seguenti, Don Concezio incontra il prefetto di Rieti e lo induce a un compromesso: nessuna reazione violenta e in cambio il parroco convincerà i giovani a consegnarsi spontaneamente. Subito dopo, il giovane prete corre a Cascia e chiede un aiuto ad Alfredo Filipponi , commissario della Brigata Gramsci e presidente della repubblica di Cascia. I due inventano un intervento. Gli uomini della Gramsci assaltano un camion, che porta via i giovani leonessani, li liberarono e li aiutano ad imboscarsi. Filipponi crede di aver guadagnato, come premio, la reggenza di Leonessa. Il 16 marzo, quelli della Gramsci entrano armati a Leonessa. Ma don Concezio ribadisce che la città rimane sotto la responsabilità del comitato, la cui rappresentanza viene affidata all’avvocato Giuseppe Climenti, il 18 marzo. Filipponi stabilisce degli accantonamenti dei suoi nelle frazioni di Pulcini e di Piedipoggio e postazioni di avvistamento e di allarme al Passo del Fuscello e ad Albaneto. La città di Leonessa, nel 1944, conta 1.500 abitanti e l’intero comune 4.500. La guerra raggiunge questa gente il 31 marzo. Un reparto esplorativo del maggiore tedesco Wilke spazza via la guardia partigiana al Passo del Fuscello e di Albaneto e apre la strada alle forze della Wehrmacth del colonnello Ludwig Schanze, circa 2000 militari sostenuti dai carri armati. Partecipa all’operazione anche un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana. Il rastrellamento inizia a Poggio Bustone, nella notte del 31 marzo. I tedeschi e i fascisti imprigionano 170 uomini che verranno deportati ai campi di concentramento di Cinecittà e di Aprilia. Il paese viene bruciato. Il 2 aprile, Schanze entra a Leonessa. Rassicura gli abitanti e prosegue per Cascia. E’ la domenica delle Palme e Don Concezio porge i ramoscelli d’ulivo ai fedeli. Dietro la Wehrmacht viene il battaglione della SS Polizei rafforzato da cinque camionette di camice nere comandate dal prefetto di Rieti Ermanno Di Marsciano. Sono loro che devono punire la città. La prima strage, con fucilazione di 11 uomini, avviene a Cumulata nella notte del 6 aprile. Quando si fa giorno è Venerdì Santo, 7 marzo del 1944. Il rastrellamento preleva 24 persone, fra queste c’è Don Concezio. Alle ore 15 del 7 marzo, i rastrellati vengono portati a Fossatelle e , a gruppi, vengono abbattuti da scariche di mitra. Fossatelle è stato scelto perché i paesani possano assistere allo spettacolo. Prima di essere colpito, Don Concezio si volta verso i parrocchiani affacciati e sui tetti e li benedice. Sul monumento marmoreo, che oggi sorge a Fossatelle in ricordo delle vittime, è scolpita la frase : “Ecce agnus Dei”. Pompeo De Angelis

6 Aprile 1944 – Cumulata

Mentre Schanze operava nel norcino, si insediò a Leonessa un battaglione SS rafforzato dai militi della Guardia Nazionale Repubblicana, comandati dal prefetto Di Marsciano. La carneficina esemplare ebbe inizio nella notte fra il 5 e il 6 aprile a Cumulata, frazione del Comune di Leonessa. Dodici contadini furono radunati nell’aia , mentre i soldati razziavano le case e i pollai. Una vecchietta di 73, Cecilia Pasquali, difese le sue galline a colpi di scopa e cadde uccisa da una pistolettata. I 12 di Cumulata, spinti in un viottolo, vennero abbattuti con raffiche di mitraglia. Il borgo fu incendiato, sotto gli occhi di Rosa Cesaretti, che si era vendicata dei compaesani denunciandoli come ribelli, cosa falsa.

3 – 6 aprile 1944 – Cascia e Norcia

All’alba del 3 aprile, Schanze trovò solo la popolazione a Cascia e dintorni. Il comando della Gramsci, alla notizia del massiccio rastrellamento, aveva sparpagliato i suoi uomini sulle montagne e portato al sicuro il materiale del magazzino della repubblica. Le vittime dell’azione repressiva tedesca possiamo conoscerla dal rapporto del famigerato e fascistissimo prefetto Armando Rocchi di Perugia: “Nelle zone di Norcia e Cascia, il 6 corrente, hanno trovato la morte numerose persone (finora accertate 33) di cui 21 identificate e 12 sconosciute … Durante la stessa azione, sono state distrutte a cannonate o incendiate diverse abitazioni e casolari di campagna, per notizia vennero asportati rilevanti quantitativi di generi alimentari. A Cascia, furono arrestate 98 persone, tra cui impiegati di uffici locali, coloni mezzadri, senza accuse specifiche e trasportati a Roma a Cinecittà …” I tedeschi avevano bonificato gli anfratti del pre Appennino occidentale in vista di una linea difensiva a Nord di Cassino.

3 Aprile 1944, Gombio (RE)

6 vittime per opera dei nazisti della divisione Hermann Göring Fallschirm-Panzer-Aufklärungs-Abteilung HG.

3 Aprile 1944,Cumiana (TO)

Per rappresaglia, dopo un breve combattimento con gruppi di partigiani, i tedeschi, non avendone catturato nessuno, si scagliano contro la popolazione del luogo. 58 cittadini che erano rimasti nelle loro case, vengono catturati, ammassati in un porcile e qui massacrati a colpi di mitra e di bombe a mano.

3 Aprile 1944. La morte di Don Morosini

don morosini“IL PLOTONE SPARA, MA VOLUTAMENTE NON COLPISCE IL BERSAGLIO”.

Lunedì santo. 3 aprile 1944.

Ore 4:00.

Mons. Bonaldi ha il brutto compito di svegliare il condannato a morte e di dargli la cattiva notizia. Don Giuseppe lo toglie dall’imbarazzo: “Monsignore, ho capito: ci vuole più coraggio per vivere che per morire”. Fa la sua confessione generale e conclude: “Quanto è bella questa giornata e come mi sento tranquillo”. Gli viene accordato il permesso di celebrare l’ultima messa nell’infermeria del carcere. È appena iniziata, che arriva anche Mons. Traglia, che lo aveva ordinato sacerdote il sabato santo del 1937 a San Giovanni in Laterano. Ci si avvia all’uscita. Nella sosta dietro il portone d’ingresso, in attesa dell’arrivo del furgone, Don Giuseppe si raccoglie in preghiera nella recita del breviario. Sul furgone si continua ancora la preghiera con il santo Rosario. Don Giuseppe vuole i misteri dolorosi: il viaggio di Gesù al Calvario.

Ore 7:30

Forte Bravetta. Un plotone della Guardia di Finanza lo attende. Due ufficiali tedeschi: il rappresentante del Tribunale ed il medico, sorvegliano quasi in disparte. Più in là c’è anche un agente della P.A.I.

L’incarico della fucilazione, secondo il mandato del 30 marzo scorso, è stato affidato agli italiani. “Eccellenza, dice Don Giuseppe abbracciando Mons. Traglia, ringrazio il Santo Padre per quello che ha fatto per me. Offro la mia vita per lui, per la pace, per l’Italia”. Un bacio al Crocifisso, che vuole sia consegnato al fratello.

Ore 8:00

È legato alla sedia e bendato. “Signore nelle tue mani raccomando il mio spirito”. Al segnale il plotone spara, ma volutamente non colpisce il bersaglio. Il comandante italiano è invitato ad eseguire lui la condanna: due colpi alla nuca. Monsignor Traglia si avvicina per l’Unzione sacra; ed il sergente della P.A.I. infligge il colpo di grazia.

Lunedì santo! L’aurora che sorge sui colli di Roma, appare oggi più rossa, perché tinta del sangue di un martire in più. 

(Tratto dal libro: “Ricordo di Don Morosini, fra storia e memorie” di Carlo Costantini, ANPC Provincia di Frosinone).

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