ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Archivio per la categoria “DIARIO DELLA RESISTENZA”

9 Settembre 1943 – 70° Anniversario della Difesa di Roma

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI CRISTIANI PROGRAMMA CELEBRAZIONI
70° Anniversario della Difesa di Roma: “La Battaglia della Montagnola”
L’Associazione Nazionale Partigiani cristiani (ANPC) ricorderà Suor Teresina D’Angelo (originaria di Amatrice) e don Pietro Occelli, Parroco della Chiesa del Gesù Buon Pastore alla Montagnola, nell’ambito delle Celebrazioni nel 70° anniversario della Difesa di Roma che si terranno il 10 settembre 2013.
Successivamente l’Associazione terrà un Convegno ad Amatrice e nella frazione di Voceto ove nacque Suor Teresina D’Angelo, figura emblematica inclusa nelle lapidi dei Caduti della Montagnola di Roma.
L’organizzazione delle celebrazioni, che annualmente l’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna, l’XI° Municipio di Roma e la Parrocchia del “Gesù Buon Pastore” effettuano nel piazzale dei Caduti della Montagnola e nella Cripta della Chiesa, ha accolto la proposta avanzata dal segretario nazionale dell’ANPC on. Bartolo Ciccardini, per l’inserimento nel progetto Celebrativo di quest’anno il ricordo di Suor Teresina D’Angelo (originaria di Amatrice) e del Parroco Don Pietro Occelli, Cappellano della Resistenza.
Due figure significative che l’Associazione vuole assumere ad emblema in quanto, con il gesto di Suor Teresina, e con la vivace attività del Parroco Don Occelli nei nove mesi di occupazione tedesca, segnarono, inconfutabilmente, l’inizio della reazione cattolica, e l’immediata “ribellione” dei cristiani ai soprusi ed alle angherie messe i atto dai nazifascisti all’indomani della proclamazione dell’Armistizio.
In un incontro a Roma nella sede parrocchiale, con l’attuale parroco Don Dino Mulassano, il Generale dei granatieri Ernesto Bonelli, l’on. Ciccardini ed il presidente onorario dell’ANPC della provincia di Rieti, giornalista Antonio Cipolloni, è stato predisposto un programma di massima per la giornata commemorativa del 10 settembre a Roma, che prevede:
– Adunata dei partecipanti alla cerimonia presso la colonna rievocativa in P.za Caduti della Montagnola. Deposizione di una corona di alloro; interventi commemorativi ad opera dell’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna e dell’XI° Municipio.
– Seminario nei locali della Parrocchia del “Gesù Buon Pastore-
Indirizzo di saluto del Presidente dell’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna
– Generale Ernesto Bonelli :
“Quadro storico in cui si inquadrano gli avvenimenti dei Granatieri di Sardegna nella difesa di Roma”;
– Onorevole Bartolo Ciccardini ANPC:
“I valori della resistenza civile da tramandare ai giovani”;
– Giornalista Antonio Cipolloni:
“L’episodio di Suor Teresina e l’operato del parroco all’inizio della Resistenza Cristiana;
– Dott. Vito Francesco Polcaro, ANPI di Roma
“tema da definire”;
– Don Dino Mulassano Parroco del “Gesù Buon Pastore”
Conclusione e indirizzi di commiato.
Un successivo incontro, promosso dal Presidente onorario dell’ANPC di Rieti giornalista Antonio Cipolloni e dall’Architetto Giulio Annibali di Amatrice, si è tenuto nella sede municipale della cittadina laziale, con il Vice Sindaco e l’Assessore alla Cultura dott. Piergiuseppe Monteforte.
In quella sede è stato preso atto del programma delle Celebrazioni del prossimo settembre a Roma, al quale il Comune di Amatrice parteciperà ufficialmente con il Gonfalone, in onore della loro cittadina Suor Teresina D’Angelo, nata nella frazione di Voceto.
Il Vice Sindaco ha inoltre accolto anche la proposta avanzata, dal giornalista Cipolloni, anche a nome del Segretario Nazionale On. Ciccardini, di ospitare dopo le manifestazioni di Roma del 10 settembre, in una data da stabilire, un Convegno dei Partigiani Cristiani a Voceto e ad Amatrice, per onorare la Suor Teresina ed il Parroco Don Pietro, che furono i primi cattolici a reagire alla occupazione tedesca.
Suor Teresina per la reazione contro un “balordo tedesco” che voleva strappare una catenina d’oro dal collo di un Granatiere appena morto, allontanato a colpi di Crocefisso; e Don Pietro, Cappellano pluridecorato della Resistenza che promosse, con il Generale Cortellessa, la Prima Formazione Partigiana Cristiana fin dalle prime ore dell’occupazione Nazista di Roma, con sede nella Parrocchia del Gesù Buon Pastore.

8 Settembre 1943

Due giovani ufficiali dell’esercito disciolto dopo l’8 settembre, Gioacchino Papi e Edmondo Marinelli, insieme ad altri paesani, Nunzi Sauro, Marchettini Dino, Di Basilio Luigi, formano un gruppo che si arma con i fucili prelevati nel magazzino della premilitare di Vigne. Sono tutti di Otricoli. Ai primi di novembre, si rafforzano con due mitragliere e alcuni nastri di munizioni, materiale recuperato da un aereo inglese abbattuto dalla contraerea a Frangellini, nei pressi di Civita Castellana. A dicembre, alcuni giovani della zona si aggregano alle bande insediate sulla vetta di Monte San Pancrazio: quella di Egisto Bartolucci (di cui Marinelli diventa istruttore militare) e quelli della Strale di Ezio Cotini. Ezio è il fratello di Don Gino Cotini , parroco di Configni e i suoi uomini sono in gran parte di estrazione cattolica. Inoltre, a San Pancrazio, si è dato alla macchia il GAP di Enelio Francescangeli. Ai primi di febbraio del 1944, il reparto di Bartolucci prende il nome di Brigata Giovanni Manni. A Poggio di Otricoli, paese alle pendici di Monte san Pancrazio, viene insediato un centro di reclutamento affidato a Gimmo Lionelli.

2 giugno 2013 Montelana (Pc)

ANPC PIACENZA – discorso 2 Giugno del Presidente Mario Spezia

Il 2 giugno 1946 si  verificarono, contemporaneamente tre grandi eventi della nuova storia italiana: il Referendum Monarchia – Repubblica, l’elezione della Assemblea Costituente, il voto politico a suffragio universale: quindi il voto alle donne.

Non tutto era stato semplice, come si può immaginare; si trattava della prima, vera, fondamentale prova di operatività istituzionale che il Governo, emanazione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale), doveva affrontare.

Non era solo questione di rivendicare ed imporre un concetto, una prassi democratica; si trattava di rompere tabù che si perdevano nella notte dei tempi e superare la paura che questa Italia così unita nella sua territorialità e nella sua religiosità, ma così scomposta nella sua società civile, potesse non rispondere positivamente a quel sentire repubblicano, di gran lunga maggioritario all’interno della Consulta Nazionale e del Governo.

In effetti  il voto unanime con il quale l’Assemblea Costituente decretò la nascita della nuova Costituzione, accusava, da un lato dentro di sé, tutta l’immane tragedia che la guerra aveva calato sull’Europa e sull’Italia, in termini di morti, di stermini, di distruzioni e di epocali trasmigrazioni; dall’altro poteva contare quasi unanimemente, nella sua diretta provenienza partigiana laddove “…si verificava… un’insurrezione che era totalmente politica e che fu la nascita, la fabbrica di una democrazia“ (Giorgio Bocca: Repubblica).

“La nostra Resistenza fu un evento rivoluzionario come fatto, ma il cui esito fu il superamento della Rivoluzione per arrivare ad una piena cultura della democrazia” (Pietro Scoppola: Repubblica).

La Resistenza fu dunque anche e soprattutto una prima fase Costituente, la premessa e la promessa di una Costituzione Democratica, il nerbo, l’ossatura per una nuova volontà e mentalità tesa all’instaurazione di un sistema definitivamente democratico in Italia.

E per la  Resistenza questi territori, e le sue popolazioni, hanno visto e recitato una parte fondamentale ed indimenticabile.

A cominciare dalle ore 12 del 24 maggio 1944 quando, al rintocco delle campane, Morfasso diventa la prima amministrazione democratica, ufficialmente creata, nell’Italia occupata e Paolo Selva (il comandante Selva – Vladimiro Bersani) ne diviene il primo Sindaco.

E’ questo il primo atto concreto che segue l’organizzazione, in Val d’Arda, delle truppe partigiane a partire dall’8 settembre ’43; organizzazione che il CLN piacentino aveva affidato al comandante Selva per arrivare all’unificazione delle formazioni partigiane della Val d’Arda conclusa l’11 Aprile del 1944 con la costituzione della 38° Brigata d’Assalto Garibaldi al comando di Selva che chiama Prati come suo vice; Brigata che ha al suo interno i distaccamenti:

–        quello pilota,sul monte Lama e sul monte Santa Franca;

–        un altro al comando di Primo Carini (Pipp), a Settesorelle;

–        un terzo al comando dello Slavo, sul monte Moria;

–        un altro al comando di Inzani.

 

Il primo atto ufficiale fu la liberazione  di Morfasso e dei comuni dell’alta Val d’Arda a cui fece seguito il primo rastrellamento tra il 4 ed il 10 giugno ’44, che causò un comprensibile disorientamento tra le formazioni partigiane ma quell’ operazione bellica preannunciata con tanta sicurezza, fallì completamente.

Citiamo testualmente i ricordi del comandante Prati:

Ero ansioso di fare l’inventario dei guasti subiti dalla nostra organizzazione.

Purtroppo se sul Lama era andata bene, la fatalità aveva lasciato il suo segno funesto in altre zone. Fu così che avemmo i primi Caduti. Nel pomeriggio del 3 giugno la formazione del Pip con i suoi trentacinque patrioti, si era portata su Gropparello e aveva attaccato la stazione di avvistamento contraereo installata a Casa Boccacci. Gli spauriti territoriali che ne componevano la guarnigione furono in breve costretti alla resa e lasciati liberi di tornare alle loro famiglie dopo aver, ovviamente, consegnato le armi. Poiché la stazione era dotata in abbondanza di munizioni e materiale di vettovagliamento, il Pip dovette provvedere a reclutare il camioncino Fiat 604, di certo Luigi Gallinari da Groppovisdomo, per trasportare il suddetto materiale fino a Prato Barbieri. Da lì, a mezzo di tregge montanare, trainate da buoi, sarebbe stato fatto giungere al loro quartiere sul Santa Franca.

Perché provvedessero a questa incombenza furono fatti salire sull’automezzo anche tre partigiani: Antonio Rossetti da Gropparello, Giuseppe Carini da Generesso, Benvenuto Carini da Teglio. Il resto degli uomini con il Pip sarebbe giunto a piedi più tardi all’accampamento. Al termine della strada autocarrabile i tre reclutarono nella notte buoi e slitte a Guselli e Prato Barbieri e su queste avviarono il materiale a destinazione. Sorpassate di qualche centinaio di metri le case di Montelana, lasciarono proseguire i civili da soli (tanto sapevano che all’accampamento erano rimasti di guardia alcuni dei loro compagni) e si fermarono sul ciglio della strada per attendere il resto del distaccamento.

A quell’altezza, oltre mille metri, a quell’ora, di notte, benché si fosse già al 4 di giugno, era piuttosto freddo. Non fu difficile raccogliere sterpi e frascume di faggio, abbondante nella zona, ed accendere un bel fuoco ristoratore. La stanchezza ed il tepore li portarono gradualmente al sonno senza aver prima predisposto turni di guardia poiché si sentivano al sicuro. Fu invece quel sonno una mortale trappola del destino.

Improvvisamente infatti, all’incerta luce dell’alba lungo il sentiero che da Prato Barbieri per Montelana porta al S. Franca, si profila una lunga colonna di tedeschi che spinge davanti a sé alcuni civili. 

Le donne e gli anziani del piccolo paese stanno seguendo con terrore, da dietro le rustiche persiane socchiuse, la lunga schiera che ormai sta affrontando l’erta sassosa che porta al monte. Neppure loro sanno dei tre addormentati a pochi metri dalle case.

Ormai anche la retroguardia ha superato il paese e i trepidanti montanari pensano che il peggio sia passato; ma si sbagliano. Un sinistro crepitio rompe improvvisamente il silenzio della valle. Chi avranno colpito? Tremano e si chiudono nelle case, mentre fuori grida di trionfo fanno eco agli spari.

Il nemico, partito da lontano per distruggere per sempre i ribelli del Lama e del Santa Franca, finalmente li ha incontrati! Una preda facile: tre giovani che la stanchezza e la sicurezza di aver i compagni alle spalle aveva offerto alle sue armi nel sonno. Non ha pietà, non sente vergogna di colpire in modo così vile e facile.

Li ha abbandonati lì, sul sentiero montano, con il viso lacerato dagli squarci delle ferite; i miseri corpi rattrappiti nelle innaturali contrazioni in cui li ha fissati l’estremo spasimo della morte.

Sono i primi tre caduti della “Valdarda”. La sera stessa, don Giuseppe Borea, parroco di Obolo, saputo dell’eccidio si reca sul posto sfidando il nemico per benedire e ricomporre le salme straziate ed il giorno che seguì le fece trasportare al cimitero della sua parrocchia dove provvide alla tumulazione provvisoria.

Un’altra fucilazione si ebbe il pomeriggio di quella stessa domenica al vicino passo di Santa Franca. Il giovane Eugenio Silva di Tiramani, ventenne, imbattutosi nel bosco in una pattuglia, venne fucilato sul posto. Inutilmente aveva alzato le mani  in segno di resa.

            Non vi era l’alternativa della cattura e della prigionia? Quei quattro giovani facevano parte dei partigiani che fino a quel giorno avevano rilasciato senza offesa e senza danno tutti i militi, pur catturati in combattimenti, che si erano insediati nella loro montagna per braccarli e perseguitarli. Poche ore prima ne avevano rimandati alle loro case diciassette. Chiedevano solo di essere lasciati in pace, di non essere costretti a servire ancora un padrone che non riconoscevano legittimo, un regime che tante sventure aveva portato alla patria.

            “Sono ribelli, sono fuorilegge!” era la trasparente scusa dietro cui i nemici di Berlino e di Salò tentavano di giustificare le loro tristi azioni di quei giorni e lavare la loro coscienza. Era la giustificazione del più forte.

Erano  ribelli: sì, ma anche uomini con una loro legge: legge d’onore, per la quale erano morti. Vennero pensieri di vendetta a quella notizia, ma tornò subito la riflessione ed il senso della propria coscienza e della propria dignità; continuammo ad essere i cavalieri della montagna che seppero trattare i loro nemici da creature umane. (così ricordava nel suo libro quegli avvenimenti il comandante Prati)

 Dal sacrificio di questi ragazzi, ma anche dei tanti civili, dall’impegno dei sacerdoti e della popolazione intera, così come ancora recentemente dimostrato dall’avvio dei processi di Beatificazione di don Beotti e del prof. Berti, si può affermare che dal crogiolo della Lotta di Liberazione, dalla guerra partigiana e dall’impegno Resistenziale, la nostra Costituzione porti l’impronta di uno spirito universale.

            Ne consegue chiaramente che ogni eventuale sostanziale revisionismo della stessa deve assolutamente corrispondere a comprovate necessità istituzionali e deve interpretare un’esigenza sentita dalla stragrande maggioranza degli italiani in modo che sia evidente il rispetto dello  storico e quasi sacrale valore della nostra Costituzione.

Valori che dobbiamo perpetrare e rivivere in nome di questi nostri eroi che ci hanno permesso di vivere in una società ricca e prospera, è in nome e nel ricordo loro che dobbiamo rivivere anche questo 2 giugno alla ricerca dei valori e degli ideali.

 

E il compito è affidato personalmente ad ognuno di noi, nessuno escluso; sull’esempio di chi, in passato, si è battuto per il bene ed il progresso dell’intera comunità con uno slancio ed uno spirito sempre rivolto al bene comune, dobbiamo anche noi, ognuno di noi, nel momento della difficoltà, della crisi, della messa in discussione delle certezze che ci hanno accompagnato in questi anni, dobbiamo ritornare a comprendere la necessità dell’impegno personale quale molla fondamentale per la crescita sociale.

Sforzandoci di tornare a rivivere un impegno diretto, sociale e politico, che possa rappresentare il viatico alla ripartenza, al recupero del dialogo sociale per  una comunità che ritorni a ragionare e lottare insieme, con speranza e fiducia alla ricerca del bene comune.

Nuove e pericolose nubi minacciano infatti la nostra democrazia e la nostra società.

La democrazia, elemento indispensabile per la costruzione di una società veramente libera e giusta basata sul rispetto della persona umana, è un bene sempre a rischio, che abbisogna di continua linfa ed energie, altrimenti rischia di afflosciarsi e, pian piano, venire meno.

La ricerca di nuove forme e modalità Istituzionali, che, puntando sulla semplificazione e sul populismo, avvelenano le menti e gli animi abbisognano di un opinione pubblica attenta e consapevole in grado di giudicare, oltre la facile propaganda mediatica, il limite che si può raggiungere, ma non oltrepassare .

Come ad esempio il dibattito che si è aperto sul “vincolo di mandato”; il principio, cioè, secondo il quale il parlamentare (ma vale per qualsiasi eletto i ogni forma e genere di istituzione)) deve obbedire al proprio gruppo, al proprio partito, al proprio schieramento.

Teoria che, sempre di più, sta trovando proseliti e seguaci nell’intera opinione pubblica superficialmente disattenta ma, soprattutto,  stanca dei continui “battibecchi” e dell’inconcludenza della classe politica.

A tal proposito, l’articolo 67 della nostra Costituzione Repubblicana cita testualmente: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Con ciò stabilendo senza indugi che i parlamentari eletti sono liberi di esercitare le loro funzioni senza essere obbligati a votare come dice loro il partito con cui sono stati eletti.

L’articolo 67 fu proprio concepito, come osservano illustri costituzionalisti,  per garantire la libertà di espressione ai membri del Parlamento: il legame tra l’eletto e gli elettori viene dunque concepito come “responsabilità politica”, non come un “mandato imperativo”, che è espressamente vietato.

A maggior ragione, se il venire meno del vincolo di mandato viene associato con l’attuale legge elettorale, chiaramente antidemocratica, ne consegue che il Parlamento sarebbe  soggetto al volere, incontrastato ed incontrastabile, di pochi capi bastone che lo potrebbero usare a proprio uso e consumo sottraendolo alla volontà popolare (e libera) che il parlamentare deve interpretare.

Durante i lavori dell’Assemblea Costituente, tra il 1946 e il 1947, la questione del libero mandato venne discussa ampiamente. Uno dei relatori, il giurista Costantino Mortati, disse:

«Sottrarre il deputato alla rappresentanza di interessi particolari significa che esso non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma la Nazione nel suo insieme».

Questo, poi adottato a maggioranza, era il senso di quel principio tutelato nella Costituzione entrata in vigore nel 1948.

Il parlamentare, quindi, non può accettare alcuna istruzione o direttiva vincolante quando esercita le sue funzioni: può, al contrario, agire liberamente e non esiste alcun mezzo giuridico per costringerlo a rispettare eventuali accordi, né lo si può citare in giudizio a rispondere del suo comportamento e delle sue scelte. Lo ha stabilito anche una sentenza della Corte Costituzionale (n. 14 del 1964).

In questo principio, poco conosciuto, è racchiusa una delle basi della democrazia e la certezza del mantenimento della libertà che gli eroi che oggi ricordiamo hanno dovuto ottenere a costo della vita (a puro titolo di esempio ricordiamo che Il mandato imperativo – il contrario cioè del vincolo di mandato – è presente soltanto in quattro Paesi al mondo: Portogallo, Bangladesh, India e Panama).

Ritengo quindi che in occasione di questo 2 giugno 2013 non vi sia promessa più valida e più civilmente produttiva, e maggiore riconoscimento al sacrificio estremo dei ragazzi che oggi qui commemoriamo, di quella di dichiararci punti fermi nella difesa della Costituzione innanzi a tentativi di modifica che non rispettino i parametri essenziali della natura e dell’essere di questa nostra Repubblica.

Da qui il forte richiamo, che in continuazione ci viene dal Presidente Napolitano  per cercare con determinazione di assumere dalla Costituzione la forza ed il senso di un impegno civile e solidale di tutti gli italiani anche contro le generalizzazioni e le drammatizzazioni tendenti a smontare, ritenendolo inutile e superato, parte del nostro sistema Istituzionale e politico.

Perciò è oggi importante ricordare un valore fondamentale che ci viene dalla  Resistenza e che ha segnato profondamente la vita ed il destino di tanti giovani e cioè il concetto della “responsabilità personale”; concetto nuovo e, se vogliamo, rivoluzionario per quei tempi segnati da un regime che dell’annullamento della persona umana aveva fatto il proprio credo. 

Ma valore importante e nuovo anche oggi all’interno di una società troppo individualista ed incolore.

 

“La Resistenza che continua deve preservarci dall’abitudine del comodo quotidiano, dell’indifferenza verso i problemi degli altri, come se non fossero anche i nostri. 

Di questi sentimenti devono essere permeate le nostre azioni, dobbiamo essere ancora una volta con un solo spirito: quello del bene comune. 

Ciò è vivere, non sognare.” 

Così scriveva pochi anni fa, Felice Ziliani, comandante partigiano e per decenni

protagonista dell’ Associazione Partigiani Cristiani, un Ribelle per Amore che, purtroppo, anche Lui con la sua scomparsa ci ha  lasciati più soli.

E’ con la freschezza di spirito e la giovinezza di pensiero di questo giovane, allora ultraottantenne, che lanciamo lo sguardo speranzoso  al domani anche  per rammentare, in un momento di sfiducia verso il sistema Istituzionale e politico e di disorientamento verso la grave crisi economica che rimette in discussione certezze e tranquillità che sembravano definitivamente acquisite, l’importanza ed il ruolo fondamentale ed insostituibile della Democrazia e della Libertà e soprattutto vogliamo e dobbiamo con ciò ricordare a tutti noi la necessità che per la difesa di questi principi e valori è necessario ed indispensabile, come lo è stato per la lotta di Liberazione, che ognuno di noi porti il proprio contributo e svolga al meglio la propria parte nell’interesse comune.

Viva la Patria, viva la Repubblica, viva l’Italia

Mario Spezia

Presidente Provinciale di Piacenza

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Santuario di Santa Franca 2 giugno 2013

Clicca qui per vedere il volantino ufficilae della celebrazione del 2 Giugno 2013 : volantino ufficiale

24 Marzo 1944 – Don Enrico Pocognoni, il Partigiano di Dio

Osservazioni a proposito della celebrazione a Macerata del 29 Aprile 2013 : “Don Enrico Pocognoni: il partigiano di Dio”.

Nel marzo del 1944, imponenti forze tedesche e fasciste, operarono una spedizione punitiva nel gruppo dei monti a nord di Matelica (San Vicino). Dagli studi più recenti ci rendiamo conto che la spedizione di quei giorni aveva una speciale caratteristica: era una spedizione punitiva molto forte, fatta con uno schieramento di 1500 uomini dotati di mezzi blindati e di mortai. La manovra voleva essere una manovra di accerchiamento per sgominare la formazione partigiana denominata “Mario” facente parte della III brigata garibaldina. La prima colonna puntò su Braccano, prese il centro abitato di Valdiola dove era attestata la formazione partigiana, ed arrivò fino a Chigiano con l’intenzione di sgomberare l’intera area del San Vicino. La colonna proveniente da Vinano, in direzione di Braccano, intercettò Don Enrico Pocognoni, assieme ad altri cinque partigiani, che stavano ripiegando verso il San Vicino. La seconda parte dell’operazione non fu portata a termine.  Al ponte di Chigiano la colonna tedesca si trovò presa fra due fuochi, da parte delle formazioni partigiane che scendevano da Elcito e da altre che provenivano dalla strada di Cingoli. La colonna tedesca si ritirò con gravi perdite.

Il risultato di bonificare il gruppo del San Vicino fallì e questo fu uno degli avvenimenti militari più importanti della guerra marchigiana nell’Appennino umbro-marchigiano, ma la spedizione aveva anche uno scopo particolare: quello di catturare e di punire in maniera esemplare l’ispiratore ed il promotore di quelle formazioni che era il parroco di Braccano, Don Enrico Pocognoni.

Rileggiamo la storia che ci racconta Paolo Simonetti: “La terza colonna tedesca ce scendeva da Vinano incrocia Don Enrico Pocognoni che, con altri giovani, aveva lasciato Braccano, per fuggire verso Vinano. Fu fatto tornare indietro, percosso con i mitra e condotto alla fontana dove erano gli altri prigionieri. Qui gli tolsero le scarpe e a piedi nudi, fu costretto a restare fermo sopra il rigagnolo. (…) A Braccano cercavano soprattutto una persona: il parroco. Il sacerdote si raccolse in preghiera (gli fu strappata la corona del rosario, fra lo scherno, gli sputi, gli schiaffi e le percosse). Costretto a correre per un campo fu raggiunto da una raffica di mitra che lo abbattè al suolo. Aveva 32 anni. Il comando tedesco proibì i funerali. La salma per ben due giorni rimase abbandonata nel campo”.

In questa prima analisi delle memorie non condivise notiamo che i sacerdoti sono un punto di riferimento naturale per il raggrupparsi della società civile nella Resistenza.

E quindi essi diventano automaticamente il centro organizzativo del rapporto fra la Resistenza armata ed i civili e per questo motivo diventano il bersaglio centrale della repressione tedesca.

Questa annotazione credo che sia decisiva per risolvere la questione fra la polemica dell’attendismo e la polemica della “zona grigia”. Come scrive Pietro Scoppola: “Vi è nella esperienza di questo paese una conferma di una tesi che mi è particolarmente cara: il rifiuto della violenza e l’accentuarsi della volontà di pace non sono sentimenti “grigi”, e non saranno di fatto irrilevanti per un’ opera di ricostruzione della convivenza civile. In questi spazi si colloca il ruolo della presenza cattolica intuito da Chabod ma poi confinato nella categoria dell’attendismo.  Nel paese il parroco, non solo svolge il compito che è proprio della stragrande maggioranza del clero italiano di proporre al popolo un messaggio che è sostanzialmente alternativo a quello fascista e di porsi come elemento di salvaguardia di valori fondamentali di convivenza e di rispetto delle persone umana in quanto tale) a prescindere dalle scelte politiche, ma svolge un ruolo attivo nella gestione delle piccola “repubblica”. Si ha l’impressione di una lotta di resistenza armata dura ma senza odio e crudeltà; e intorno a questa lotta una vasta zona di resistenza civile che alla fine coinvolge tutto il paese”.

Il contributo di sangue dei sacerdoti italiani e soprattutto dei parroci è stato raccontato come se fossero una serie di episodi isolati. Ciascuno bellissimo ed esemplare per il sacrificio, per l’ideale cristiano, per l’amore della Patria, ma tenuto nell’ambito locale come episodio unico. Invece non fu un episodio unico. Tutta la zona civile della Resistenza, del rifugio, del soccorso e della restaurazione della dignità della persona umana avvenne sotto la guida naturale dei parroci e dei sacerdoti. La polemica dell’attendismo e della zona “grigia” ci hanno tolto la possibilità di esaminare questo fenomeno nel suo insieme. Ma la testimonianza che questo fosse un fenomeno diffuso e significativo ci viene dallo stesso comportamento dei tedeschi che ricercavano sempre nei sacerdoti le persone che ritenevano i capi naturali delle popolazioni resistenti e davano forme di particolare severità e di minacciosa esemplarità alle esecuzioni dei sacerdoti.

Bartolo Ciccardini

31 Gennaio 1944 – Aldo Capitini ed il liberal-socialismo di PINO FERRARINI

CAPITININello scrivere queste pagine sulla storia dell’antifascismo perugino, ci siamo riferiti in modo particolar:e a due articoli scritti da due personaggi che hanno vissuto in proprio questa esperienza antifascista: Walter Binni, perugino , professore ordinario di letteratura italiana nelle università di Genova, Firenze e Roma, grande amico e sostenitore di Aldo Capitini e Alberto Apponi, magistrato nato a Roma ma vissuto ad Assisi e Perugia. I due articoli sono apparsi, assieme ad altre testimonianze, nella rivista mensile “Cittadino e Provincia” in un numero  speciale dedicato all’Antifascismo e Resistenza nella Provincia di Perugia.

Già con il ritorno di Capitini a Perugia nel 1933 si può parlare di una fiammella che si accendeva nel grigio di una città completamente dominata  e addormentata dai fascisti che avevano raggiunto ormai anche il pieno  consenso.

Partiamo con una definizione del personaggio fatta dal suo amico Binni: “Formidabile educatore, persuaso e persuasore”. In poco tempo riuscì a polarizzare l’attenzione  e l’interesse di un gruppo di giovani, di intellettuali e studenti sui principi in cui lui fortemente credeva che possiamo così riassumere : “ non violenza, religiosità aperta e non necessariamente cattolica, netta avversione alla dittatura fascista e ampia apertura a istanze di libertà e socialismo”.

I primi a condividere la sua esperienza furono, oltre Binni e Apponi, Averardo Montesperelli, Francesco Siciliani, Giorgio Graziosi, Franco Maestrini, Mario Frezza, Francesco Francescaglia,  Bruno Enei e altri ancora.

Si riunivano nei posti più disparati, compresa la “cella” della Torre Campanaria del Palazzo Comunale di Perugia, dove Capitini aveva vissuto la sua infanzia. Là  discutevano,confrontavano le loro idee e leggevano articoli o libri, all’epoca proibiti, che il Montesperelli e il libraio Simonelli, riuscivano a portare a Perugia. Questi incontri si arricchivano poi con numerosi contatti con personaggi antifascisti perugini o con viaggi in altre città italiane dove esistevano movimenti clandestini antifascisti: era  tutto un circolare di idee e di esperienze avverse alla cultura fascista.

Al primitivo nucleo si avvicinavano nuovi elementi come gli avvocati repubblicani Alfredo Abatini, Monteneri e Cuccurullo , il liberale  Fausto Andreani e anche il cattolico Carlo Vischia.

Importantissima fu l’adesione di personaggi più popolari come il repubblicano storico maestro Miliocchi, il libraio Luigi Catanelli, i comunisti Remo Roganti, Memo Rasimelli, Enea Todini, Tito

Comparozzi, Cesare Cardinali, Promo Ciabatti e i socialisti  Alfredo Cotani, Gino Spagnesi, Remo Mori,Tommaso Ciarfuglia e don Angelo Migni Ragni, parroco di Montebello, ex modernista ed orientato a sinistra.

La guerra di Spagna segnò un punto di partenza decisivo per gli antifascisti perugini, perché ravvivò il desiderio di una azione più organizzata e così, nello studio dell’avvocato Abatini, venne fondato un Comitato clandestino antifascista, sicuramente uno dei primi costituiti in Italia.

Iniziò così un’attività clandestina sia come diffusione di idee antifasciste e sia come collegamento fra i vari gruppi antifascisti esistenti e fu anche lì che presero forma le vecchie tendenze partitiche.

E sempre fra la fine dell’anno ’36 e inizio ’37, che fu fondato a Perugia un nuovo Movimento che nasceva proprio dall’esperienza del Capitini, il Movimento Liberal-socialista che caratterizzò l’antifascismo perugino per l’originalità del suo pensiero. Capitini, per spiegare l’ambiguità della formula, volle così definire: “ massima libertà sul piano giuridico e culturale e massimo socialismo sul piano economico”.

Il Movimento fu poi ripreso e ampliato a livello nazionale da Guido Calogero, Ugo La Malfa, Piero Calamandrei, Norberto Bobbio e finì per diventare la premessa  per la nascita del Partito d’Azione. L’originalità dell’idea era la volontà di costituire un Movimento socialista:  “Tanto socialmente, quanto politicamente e giuridicamente concretato in forme di democrazia diretta, “dal basso” e  quindi sempre aperta alla libera circolazione di idee, mai chiuso in rigide strutture burocratiche ed autoritarie “ Così lo definisce Walter Binni.

Intensa divenne l’attività di questo Movimento che si sparse a macchia di leopardo in tutta Italia, grazie ai tanti contatti e viaggi che gli adepti facevano continuamente in tutto il paese, creando  così una folta rete di centri e di gruppi fra loro collegati in cui Perugia rimaneva sempre il punto di riferimento. Perugia fu così frequentata da molte personalità della cultura  e dell’antifascismo come La Malfa , De Rossi, Bobbio, Di Ruggero , Piero Calamandrei, Gianni Pintor, Lombardo Radice  e tanti altri.

Molto importante per favorire questi incontri fu anche la costituzione  dell’Istituto di Studi Filosofici, fondato e presieduto da Averardo Montesperelli. Questo Istituto nacque  il 7 dicembre 1940 come  sottosezione dipendente dalla Sezione fiorentina ed aveva lo scopo di promuovere studi e ricerche filosofiche mediante conversazioni, conferenze e altre iniziative ed era aperto agli insegnanti di filosofia delle scuole  della Provincia, ma anche ai cultori di studi filosofici. Nel Comitato organizzativo si ritrovava la maggior parte dei frequentatori dei corso di Capitini da don  Angelo Migni a Giuseppe Granata, Ottavio Prosciutti, Bruno Enei e Ciabatti. Lo stesso Capitini era nel Consiglio di Presidenza con Granata e  Mencaroni. Erano loro a scegliere gli argomenti e i relatori. Anche questi incontri avvenivano nei posti più disparati a cominciare dalle stessa case di Montesperelli e Apponi, al laboratorio di Cantarelli o nel deposito di legnami di Todini e perfino nella già citata celletta del campanile del Municipio.

Con queste duplici attività il gruppo di antifascisti si allargava sempre più , soprattutto per l’adesione che davano i giovani comunisti come Ilvano Rasimelli, Ciabatti,  Piera Brini, Lanfranco Mencaroni, Massimo Mori, Erminio Covarelli, Pio Baldelli, Ferdinando Roisi Cappellani.  Moltisimi di questi giovani si ritrovarono poi nelle formazioni partigiane della Resistenza Umbra. e  Ciabatti, come il giovane Mario Grecchi, ci lasciò la vita.

Il centro Studi di Montesperelli che dipendeva dal Ministero dell’Educazione Nazionale, aveva a Perugia un pericoloso avversario, creato dal fascismo proprio per controllare le iniziative culturali perugine, cioè L’Istituto di Cultura Fascista. Quando i fascisti si accorsero che l’Istituto di Filosofia invitava  a tenere le relazioni, troppi personaggi chiaramente antifascisti, come Bobbio, Di Ruggero, Calogero ed altri, cominciò a tenerlo sotto osservazione e il Centro di Cultura Fascista tentò di incorporarlo nelle sue attività, ma Montesperelli fu bravo a difendere l’indipendenza dell’Istituto sostenendo che i due Istituti dipendevano da due  diversi ministeri. Tuttavia, anche se riuscì a liberarsi delle attenzioni dell’Istituto di Cultura Fascista,non riuscì a liberarsi delle  grandi ondate di arresti che i fascisti fecero nel ’42 con le quali misero in prigione per ben due volte Capitini, Granata, Prosciutti e tanti altri giovani: così il 2 maggio del 1943, l’Istituto di Montesperelli tenne la sua ultima conferenza.

Intanto i partiti avevano preso il sopravvento sui Movimenti e il gruppo legato a Capitini  e Montesperelli si disperse: Quelli di tendenza comunista passarono al PCI, altri come Apponi preferirono iscriversi al Partito d’Azione e altri ancora, come Binni e Montesperelli scelsero il rinato Partito socialista.  Capitini preferì non aderire a nessun partito e rimase con i suoi Centri di Orientamento Sociale ( COS)  ispirati al suo liberal-socialismo.

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