Condividiamo il cordoglio generale e profondo per la scomparsa di Giorgio Napolitano.
ANPC richiama l’esempio che ci ha lasciato di come servire la comunità in politica e nelle più alte cariche. Ci ha ammonito: “La critica della politica e dei partiti è degenerata in antipolitica, cioè una patologia eversiva“. È un lascito che ereditiamo per continuare a diffondere i valori irrinunciabili della democrazia . Ad Deum Presidente e grazie.
“L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani ha apprezzato l’apertura del ministro Valditara in merito alla valorizzazione di tutte le Associazioni che custodiscono la memoria dei valori della Resistenza e ne promuovono una conoscenza approfondita e plurale. In tal senso abbiamo inviato al Ministro una nostra formale richiesta per essere coinvolti in un programma di partenariato con l’istituzione scolastica nell’ambito della fondamentale conoscenza della recente storia patria che è a fondamento della nostra democrazia”.
Oggi è la giornata mondiale dell’Alzheimer. Ricordiamo con riconoscenza i concittadini che hanno perso la memoria, noi che vorremmo la memoria non venisse mai meno come debito di riconoscenza al passato. Un ricordo per familiari e operatori che si dedicano alla complessa assistenza alle persone malate di Alzheimer; “ la demenza non cancella la vita” (M.T.)
8 settembre 1943, a 80 anni dall’armistizio che impose agli italiani da che parte stare: generazioni a confronto.
Il titolo della serata è stato scelto perché a 80 anni dall’armistizio ci si interroga sui motivi che spinsero i giovani del ’43 a fare una scelta di vita che, per quanti sono sopravvissuti agli orrori di quegli anni, hanno continuato a seguire. Una scelta che ha determinato le radici della nostra storia repubblicana, una scelta che ancora oggi si riflette nel nostro mondo. Consapevoli che la loro eredità deve trovare casa nel cuore delle generazioni che sono il nostro Paese di oggi e del futuro che da loro oggi nasce.
Ecco il motivo per cui sono stati coinvolti i Giovani delle Acli, che si sono resi promotori delle riflessioni e delle domande rivolte agli ospiti: Mariapia Garavaglia (Presidente Nazionale ANPC) e a Emiliano Manfredonia (Presidente Nazionale ACLI) – Daniele Garbelli in rappresentanza della Gioventù delle Acli – Il moderatore della serata Paolo Petracca (Presidente IREF – ACLI Nazionale) che ha fatto da ponte tra le generazioni.
In una sala gremita di cittadini provenienti anche dalla provincia di Milano, abbiamo dato inizio alla serata, dopo i saluti di rito, presentando il docufilm “Teresio Olivelli – Il difensore dei deboli” (a cura ANPC Nazionale) e a seguire il filmato sul maestro partigiano locale Cesare Bettini (a cura ANPC Cassano d’Adda).
Nipote di un ns. associato, mancato nel 2017Accanto alla Presidente Anpc Mariapia Garavaglia il Presidente Nazionale ACLI Emiliano Manfredonia
La figura del partigiano Cesare Bettini è stato proposto lo scorso anno scolastico alle scuole secondarie cassanesi (le terze medie hanno aderito al progetto) per portare ai ragazzi la figura del maestro Bettini, delle sue scelte, della sua determinazione nell’aderire alla lotta partigiana, impegnando fino in fondo la sua vita per uno scopo che riteneva sostanziale. Abbiamo voluto proporre il suo esempio ai ragazzi ritenendo fondamentali i valori che l’hanno guidato e successivamente ipotizzato di renderlo disponibile alla cittadinanza.
Il progetto ACLI nazionale “Generi e Generazioni” ci ha trovato subito in sintonia, anche per la condivisione di valori comuni e ancor più avendo scelto la figura del martire beato Teresio Olivelli, il cui ricordo portiamo avanti negli anni. E non dimentichiamo che fin dal 2012 è stato sancito un accordo tra ACLI e ANPC per un lavoro comune nella trasmissione dei valori che ci uniscono e che intendiamo tramandare alle nuove generazioni.
La serata è stata allietata dalla presenza della figlia del partigiano Cesare Bettini, che è venuta appositamente da Firenze dove risiede e che i cassanesi hanno rivisto con piacere; ha apprezzato il lavoro svolto nel mantenere sempre viva la figura del papà ed ha spronato i giovani a studiare la storia.
I ragazzi hanno chiesto cosa aveva spinto i giovani del ’43 a scegliere di non aderire alla RSI e la nostra Presidente ha sottolineato come certe scelte sono state determinate sia dal contesto familiare e civile, ma soprattutto dal senso di libertà, di giustizia e di amore verso il prossimo, che erano insiti nel loro modo di vivere. La scelta che fecero (basta ricordare i 600.000 militari che si rifiutarono di aderire alla RSI e furono deportati) era di contrasto all’oppressione che fino a quel momento avevano dovuto subire e di liberare l’Italia dal nazifascismo.
Anche il presidente delle Acli, in sintonia con Mariapia Garavaglia, ha sottolineato come anche il volontariato è una scelta che quotidianamente siamo chiamati a fare per il bene di tutti: basta vedere le varie associazioni sociali (come ad esempio le ACLI), sportive, culturali, che sono sul territorio per trovare tanti cittadini che impegnano gratuitamente il loro tempo per tutta la popolazione. Questo è un aspetto che collega i partigiani con i giovani che oggi scelgono di fare volontariato perché anche loro scelsero per il bene di tutti.
Ad una domanda di “paura della politica” rivolta da una giovane aclista, Mariapia Garavaglia ha risposto che è un’affermazione che fa pensare perché vuol dire che la Politica è mal vista soprattutto dai giovani, ed allora ha evidenziato come ogni scelta che viene fatta per tutti è importante e la politica serve proprio a questo. A far sì che le scelte che vengono fatte siano rivolte verso il bene di tutti e non verso il proprio tornaconto. Ha portato il suo esempio di impegno in Politica e come abbia cercato (e in tanti casi è riuscita) di fare leggi che aiutassero la vita dei cittadini.
Un ponte tra le scelte che hanno fatto i giovani di quel tempo e quelle che devono fare oggi i nostri giovani può avvenire solo con il confronto aperto, sincero e costruttivo tra generazioni, come quello che abbiamo fatto durante la serata.
Mariapia Garavaglia in finale ha sottolineato come anche in questo periodo occorre fare Resistenza ora e sempre e questo racchiude tutta la difficoltà di questi tempi difficili che stiamo vivendo.
Luisa Ghidini Comotti
Cassano d’Adda (MI), 14 settembre 2023
Il Presidente delle Acli di Cassano Sandro Valtorta con Luisa GhidiniPresente la figlia del nostro partigiano Maria Chiara Bettini (terza fila con blusa nera sulla sinistra)
Il 17 settembre 1921 nasceva Aldo Gastaldi, il primo partigiano d’Italia
articolo di Laura Allori
“Oggi ricorre l’anniversario della nascita del partigiano Bisagno, una delle figure più significative della Resistenza, esempio di vita e devozione alla libertà.
Aldo Gastaldi nacque a Genova il 17 settembre 1921, dopo l’8 settembre del 1943 andò in montagna e da lì iniziò la lotta partigiana presso Cichero, sopra Chiavari nell’entroterra ligure di levante. Da pochi compagni di viaggio, in alcuni mesi, quello che ormai era conosciuto come comandante “Bisagno” seppe creare una lotta partigiana strutturata e basata su principi di rispetto e fratellanza. Un amore per il prossimo che lo ha reso famoso ai suoi contemporanei tanto da risultare esemplare e carismatico.
Oggi la liturgia ci ricorda l’importanza del perdono, e l’impegno di Bisagno durante la guerra civile è stato improntato dal perdono. Nella sua lotta che aborriva la morte e la tortura, il codice Cichero, che rispettava le persone e metteva la gerarchia in discussione proprio nel concetto degli “ultimi saranno i primi”, Aldo Gastaldi ha espresso nella sua breve vita tutte le beatitudini evangeliche del capitolo cinque del vangelo di San Matteo. Incarnava, pur imbracciando un fucile, tutti gli ideali di “Beatitudini” evangeliche, era un angelo col fucile, come l’arcangelo Michele in armatura. Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno, era un povero in spirito, nonostante fosse al comando, mangiava per ultimo, dormiva meno degli altri, non si sentiva superiore. E questo gli ha fatto possedere il cosiddetto Regno dei Cieli, ovvero, lo ha reso santo. Era sicuramente un afflitto, come poteva non esserlo vista la guerra, quella guerra e le sue nefandezze? Ma è stato consolato, si è consolato con la sua opera partigiana amando i suoi compagni, guidandoli come un padre anche quando erano più vecchi di lui o suoi coetanei. Era un mite perché, nonostante tutto, non sparava per uccidere. “Anche i tedeschi hanno una mamma che li aspetta a casa”, diceva, appunto. Aldo era contrario ai totalitarismi. Contro il paganesimo del totalitarismo (Elena Bono). E Gastaldi ha ereditato la terra liberando l’Italia dal totalitarismo e dalla guerra. Inutile dire che fosse affamato e assetato di giustizia, per questo è diventato Bisagno. E come partigiano è stato saziato con la liberazione.
Aldo Gastaldi era senza dubbio un misericordioso, per lo stesso motivo di cui sopra, non uccideva, e non solo, il codice di Cichero, stilato da lui e i suoi compagni, era l’esempio di carità cristiana e anche laica di una struttura che non si è lasciata corrompere dalle armi, sedurre dal fucile. Fu grazie a quel codice, fatto di regole semplici, che riflettevano una declinazione della guerra che raramente si può apprezzare esplorando la storia del genere umano, che molti lo seguirono e lo imitarono.
Poi era un puro di cuore, non solo per la sua rinomata castità, ma perché amava la bellezza del creato – lo scrisse nelle sue lettere – trovava, vedeva, Dio nell’alba e nel tramonto, oppure in un cielo stellato.
Senza dubbio, la beatitudine che più si addice a Bisagno è quella degli operatori di pace, ça va sans dire. E decisamente, Aldo Gastaldi era un servo di Dio. Infine, l’ultima beatitudine, Bisagno fu perseguitato a causa della giustizia, perché cercava di evitare che la politica entrasse troppo presto nelle teste dei suoi partigiani, prima bisognava liberare l’Italia, poi pensare al futuro e ai partiti; diceva: “Continuerò a gridare ogni volta si vogliano fare ingiustizie, griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro.”
Sono certa che a lui fosse ben chiaro dove fosse il Regno dei Cieli anche in terra.
E’ venuto a mancare oggi il piacentino Giuseppe Filippa, ex partigiano noto con il nome di Sandokan. Aveva 95 anni. Tra i suoi ricordi del periodo resistenziale l’incontro con don Giusepppe Borea, il prete di Obolo fucilato dai nazifascisti nel 1945. L’incontro con don Borea è sempre vissuto nella mente e nel cuore di Filippa. “Ho avuto la sensazione di incontrare un santo”, così lo ricordava. “Io e un compagno partigiano – sono le parole di Filippa – dovevamo ritirare alcuni rifornimenti presso la parrocchia di Obolo. Era sera tardi, ci venne incontro questo giovane prete dall’aspetto minuto, estremamente cordiale e premuroso. Chiamò un uomo per aiutarci a caricare i materiali e poi ci fece entrare in canonica e ci diede da mangiare; ci intrattenemmo a lungo e lui ci raccontò cosa accadeva nella vallata. Prima di congedarsi mi accarezzò con infinita tenerezza e mi disse: «Sei così giovane… ti dò la mia benedizione. Non lo dimenticherò mai, in quell’istante sentii dentro di me una sorprendente sensazione di pace. L’incontro con quel giovane prete di montagna ha lasciato un segno indelebile, ha liberato in me un coraggio e una volontà di vivere che nemmeno io conoscevo. Sono certissimo che la sua benedizione mi abbia aiutato a sopravvivere alla guerra, e ad affrontare tutta la vita a venire”.
Sabato 9 settembre scorso si è tenuto a Piacenza un dibattito, aperto e approfondito, sulle cause e le conseguenze del conflitto in Ucraina, che sta costando centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Si è trattata di un’occasione non solo per capire le dinamiche storiche, politiche, economiche e sociali che hanno portato alla crisi tra Kiev e Mosca, ma per prospettare possibili vie di soluzione a partire dal ruolo della nostra comunità piacentina e nazionale, mantenendo alta l’attenzione sulle emergenze umanitarie, sull’importanza di dare sostegno al popolo ucraino. L’evento, organizzato dalla Cisl Parma Piacenza insieme con l’Associazione “Nadiya” e con il patrocinio del comune di Piacenza, si è svolto presso il Salone Monumentale della Biblioteca Passerini Landi a Piacenza. Al dibattito, moderato dal giornalista Michele Rancati, hanno preso parte: lo storico Simone Attilio Bellezza, docente dell’Università Federico II di Napoli e autore di numerosi saggi sull’Ucraina; l’on. Paola De Micheli, parlamentare del Pd alla Camera dei Deputati; l’on. Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera dei Deputati (entrambi piacentini); Mario Spezia, presidente dell’ANPC sezione di Piacenza e padre Mario Toffari, direttore dell’Ufficio Diocesano Pastorale Migranti. L’incontro, seguito da un folto pubblico, è stato introdotto da Michele Vaghini, segretario generale Cisl Parma Piacenza, e da Lyudmyla Popovych, presidente dell’Associazione “Nadiya” Odv a Piacenza, fondata nei primi giorni di guerra per portare aiuto in Ucraina oltre che per dare assistenza ai profughi nel territorio piacentino, ed ha tratto le conclusioni Andrea Cuccello, segretario nazionale CISL.
I relatori dell’incontro; da sinistra: Padre Mario Toffari, direttore Ufficio Diocesano Pastorale Migranti; on. Tommaso Foti, capogruppo FDI Camera dei deputati; Andrea Cuccello, segretario nazionale CISL; Mario Spezia, presidente ANPC Piacenza; Simone Attilio Bellezza, docente dell’Università Federico II di Napoli; Lyudmyla Popovych, presidente dell’Associazione “Nadiya”; Michele Vaghini, segretario generale Cisl Parma Piacenza (assente nella foto l’on. Paola De Micheli, parlamentare del PD)
Lo dice con voce rotta Lyudmyla Popovych, presidente dell’associazione Nadiya che apre con un intervento molto sentito il convegno: Parole taglienti che squarciano il silenzio: «Se i russi smettono di combattere, la guerra finisce. Ma se smettono di combattere gli ucraini, finisce l’Ucraina». “Ma siamo qui per capire se ci sia anche solo una remota possibilità di arrivare alla pace” aggiunge il segretario generale di Parma e Piacenza Michele Vaghini, spostando l’attenzione sugli scenari futuri, «partendo però dal presupposto che non si possa mettere sullo stesso piano paese invasore e popolo invaso». La politica, quella alta, raccoglie l’appello: Paola De Micheli (deputata Pd) prima e Tommaso Foti (capogruppo FdI alla Camera) poi, non mostrano tentennamenti: «C’è sempre stata continuità negli aiuti al popolo ucraino, ma l’Italia non può rimanere a guardare mentre l’assetto dell’Europa viene stravolto da una rivoluzione copernicana che mette in dubbio gli equilibri del secondo Dopoguerra. Così come – aggiunge però piccata – l’Ucraina non può permettersi di mettere in dubbio l’impegno della Chiesa cattolica e del Papa, definito a torto filo-putiniano ». Foti elogia il popolo ucraino: «Se siamo qui oggi è perché ha dimostrato una resistenza straordinaria. L’Occidente ha mal interpretato quanto avveniva nel 2014, confondendo come referendum popolare (quanto accadde in Crimea) il primo atto dell’invasione». Per questo ora – chiude – è necessario porre rimedio a quell’errore storico, aiutando gli ucraini in una battaglia che è di valori, prima che di territorio». Simone Attilio Bellezza, docente di Storia Contemporanea alla Federico II di Napoli, ravvisa nel 1991 la data clou: «Crollò l’Urss e nacquero Russia e Ucraina. Avevano culture simili e stessa necessità di passare dal socialismo al liberalismo. Al potere in Ucraina salgono ex comunisti che guidano la transizione: assommavano potere politico ed economico, i cosiddetti oligarchi. Poi nel 2004 sale al potere Yushenko. La parola d’ordine è avvicinarsi all’Europa, democratizzandosi e ribellandosi agli oligarchi. La popolazione, quindi, crea un anello di congiunzione con la classe dirigente europeista. Putin decide di invadere l’Ucraina per questo: rappresenta una via credibile anche per la Russia, opposta al suo centralismo dittatoriale».
C’è spazio anche per la lettura cattolica: padre Mario Toffari, direttore dell’Ufficio diocesano Migranti: «Nella grande unità della Chiesa c’è spazio per tutte le diversità ». Poi però avverte: «Se l’Ucraina vince e diventa nemica dei russi, rischia di perpetuare una situazione che porterà di nuovo alla guerra». Per Mario Spezia, presidente provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani Cattolici invece, non ci sono dubbi: «La Resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale è assolutamente equiparabile a quella del popolo ucraino. Il nostro popolo, dopo un lungo periodo di dittatura, ha avuto la forza di unirsi contro l’invasore. L’autodeterminazione dei popoli è un fatto inarrestabile. Putin lo scoprirà presto ».
Lo scorso 9 settembre a Barriera Genova a Piacenza è stato celebrato l’80esimo anniversario dei Caduti nella battaglia del 1943, la prima insurrezione antifascista avvenuta a Piacenza, quando militari e civili si opposero all’avanzata delle truppe tedesche, lottando per opporsi all’occupazione nazifascista della città all’indomani dell’armistizio dell’otto settembre. Alla presenza di autorità civili, militari e religiose e dei rappresentanti delle associazioni ex combattenti nonché di ANPC e ANPI, la tradizionale cerimonia di commemorazione è stata affidata alle parole di chi rappresenta le istituzioni e la collettività piacentina. Agli interventi della sindaca di Piacenza Katia Tarasconi, della vice presidente della Provincia Patria Calza e del presidente dell’Associazione Combattenti e Reduci Raffaele Campus è poi seguita la deposizione delle corone d’alloro al sacrario.
Ha partecipato una delegazione ANPC di Piacenza alla commemorazione dei fatti accaduti a Piacenza in località Barriera Genova il 9 settembre 1943.
Delegazione ANPC Piacenza con vice presidente della provincia, Patrizia Calza
IL DISCORSO DEL SINDACO Katia Tarasconi – “Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. Tutti conosciamo queste parole, bellissime e importanti, di Piero Calamandrei: non possono che tornare alla mente oggi, nell’80° anniversario della battaglia di Barriera Genova, mentre ci ritroviamo per rendere il doveroso, commosso tributo a coloro che, militari e civili uniti nella strenua difesa della città, diedero la vita gli uni al fianco degli altri. Con il loro sacrificio, all’indomani dell’armistizio proclamato dal generale Badoglio, consegnarono alla storia l’alba di quel 9 settembre del 1943 come primo passo del lungo, coraggioso e indomito cammino della lotta per la Liberazione, che in questo stesso luogo, il 26 aprile 1945, sotto i colpi delle truppe nazifasciste avrebbe visto cadere altri suoi figli nel nome del bene comune, di ideali universali di cui la cerimonia odierna – nella solennità dei suoi riti, nel raccoglimento della folla, nell’emblema delle corone d’alloro – richiama intensamente, ancora una volta, il valore e il significato. Anche, e a maggior ragione, a ottant’anni di distanza. Perché è in quell’epoca ormai così lontana, eppure sempre presente nei nostri cuori e nella nostra consapevolezza, che riconosciamo le radici identitarie dei nostri diritti e doveri di cittadini, in un Paese fondato sulla democrazia e il pluralismo, sulla libertà di pensiero e di espressione, sulla promozione e la tutela della pace come patrimonio collettivo che ci lega agli altri popoli e alle altre Nazioni. A ricordarcelo, nell’eloquenza dei nomi che si stagliano sulla lapide alle mie spalle, sono le 36 vittime – 31 militari e 5 civili – del conflitto a fuoco che culminò, nelle prime ore del mattino di quel 9 settembre, con il sopraggiungere delle armate tedesche a piazzale Genova. Qui, mentre lo scontro infuriava, i cittadini che non esitarono a schierarsi in prima linea e i soldati del 4° Reggimento di Artiglieria guidato dal tenente colonnello Coperchini, ucciso anch’egli mentre soccorreva i suoi uomini feriti, furono costretti, di fronte alla potenza di fuoco delle forze di terra e della flotta aerea dei nazisti, alla resa, che evitò al nostro territorio la strage devastante dei bombardamenti. Ma lasciò, nella memoria e nella coscienza della nostra comunità, un solco profondo: quello di una ferita aperta nel dolore per le perdite subite, e al tempo stesso la traccia di un percorso che, ancora in nuce, sarebbe valso a Piacenza la Medaglia d’oro al Valor Militare per il contributo determinante alla Resistenza italiana. Come un anno fa, tuttavia, mentre la nostra partecipazione esprime l’intensità del ricordo, non possiamo che guardare con orrore e sgomento all’attualità – drammatica e brutale – di una guerra che prosegue alle porte dell’Europa e alla fragilità di un equilibrio mondiale che ha bisogno, oggi più che mai, di un richiamo costante agli insegnamenti del passato. Solo così, agendo concretamente perché l’eredità morale e civile di chi ha dato la vita per il nostro futuro non vada dispersa, faremo sì che il sacrificio dei Caduti che oggi onoriamo non sia stato vano. Per ognuno di loro, per le loro famiglie. Per una città che non dimentica”.
Sabato 9 settembre a Bracciano si sono svolte le celebrazioni per l’80° anniversario della eroica difesa della città di Roma da parte dell’8° Reggimento Vittorio Emanuele II appartenente alla Divisione Cavalleria Corazzata Ariete II, e in particolare il sacrificio di quattro militari italiani che trovarono la morte nel combattere i tedeschi a nord di Bracciano: Udino Bombieri Medaglia d’Oro al Valor Militare, Serg. Magg. Rgt. Lancieri di Vittorio Emanuele II (10°),Nato a Grezzana (VR); Antonio Merlo Medaglia di Bronzo al Valor Militare, Cap.le 52° Rgt.Art, Nato a Valrovina (Vicenza); Elia Candido, Art.re, nato a Cofinio (AQ); Enrico Latini, Art.re 52° Rgt. Art., nato a Palombara Sabina (RM).
Nella sala del consiglio comunale, presieduta dal Sindaco di Bracciano, Marco Crocicchi, e alla presenza delle autorità Militari, del sindaco di Grezzana Arturo Alberti, del presidente Consiglio Comunale Valbrenta, Ermanno Bombieri, delle associazione Combattenti Provincia di Vicenza, Associazione Nazionale Combattenti di Lugo, Comune di Valstagna, Associazione Arma Aeronautica di Bracciano, dell’ANPI di Bassano del Grappa, dell’ANPI di Bracciano, e numerose altre, si sono succeduti vari importanti interventi per inquadrare storicamente gli avvenimenti del 9 settembre 1943. E’ presente Luciano, figlio di Udino Bombieri. In rappresentanza dell’Anpc ha partecipato il Consigliere Nazionale Gianfranco Noferi.
locandina eventoGianfranco Noferi Consigliere Nazionale Anpc
Il Sindaco di Bracciano, Marco Crocicchi, ricorda i nomi dei quattro eroici combattenti e l’appuntamento nella mattinata per l’inaugurazione del luogo della memoria che riposiziona il monumento a Audino Bombieri vicino alla lapide che ricorda tutti i loro nomi. Quindi si prevede una visita alle quattro strade dedicate ai caduti, strade che si trovano nei luoghi che videro lo svolgersi delle vicende belliche. Seguono gli interventi di Arturo Alberti, sindaco di Grezzana ed Ermanno Bombieri, presidente Consiglio Comunale Valbrenta, comuni del vicentino e del veronese dove ebbero i natali due dei quattro caduti e nei cui comuni a loro sono state dedicate strade e piazze.
Sindaco di Bracciano Marco CrocicchiSindaco di Grezzana Arturo AlbertiPresidente Cons. Comunale Valbrenta Ermanno Bombieri
Il Presidente ANPI sezione di Bracciano, Dario Cavinato, ha delineato il momento storico dell’8 settembre e in particolare la decisione dei partiti antifascisti di unirsi nel CLN e di dare avvio alla lotta di liberazione e successivamente di costituire un Comando Unico del Corpo Volontari della Libertà, nei quali erano rappresentati i partiti che costituivano il CLNAI, Luigi Longo, Ferruccio Parri, Mario Argenton, Fermo Solari ed Enrico Mattei, affidando il ruolo di Comandante al Generale Raffaele Cadorna, il Generale comandante della Divisione Corazzata Ariete che si oppose ai tedeschi a Bracciano e Monterosi.
La ricostruzione di quelle operazioni militari di quei giorni cruciali viene affidata al Gen. Carlo Cadorna, figlio di Raffaele Cadorna, che ricorda come le azioni degli eroi del 9 settembre erano la scelta consapevole di riscatto della Patria nel clima di dissoluzione e di tradimento da parte del Re e dei vertici militari. Vengono ricordati i documenti, gli studi di storia militare, le memorie dei protagonisti, come il volume La verità sull’8 settembre 1943, del generale Ettore Musco, ufficiale del Fronte Militare Clandestino e del Corpo Volontari della Libertà, che poi sarà a capo dei nuovi servizi di intelligence nel dopo guerra, o il libro di memorie La riscossa scritto da suo padre. Dall’errore dei Re Vittorio Emanuele III di non voler riconoscere i partiti antifascisti e di non affidare ad un civile la Presidenza del Consiglio dopo l’arresto di Mussolini, e quindi di non dare la responsabilità del Ministero della Guerra ad un generale capace e di grande esperienza come Cavallero, a tutte le errate valutazioni strategiche che guidarono l’azione, o meglio l’inazione, del Maresciallo Badoglio, le sue ambiguità nei confronti dei tedeschi e i tentennamenti con gli alleati sino all’armistizio a cui lo Stato Maggiore arrivò completamente impreparato. Ma alcuni singoli reparti da un mese erano preparati a contrastare i tedeschi, e furono comandati in modo eccellente ed efficace. Il Gen. Carlo Cadorna prosegue la ricostruzione storica, portando ad esempio il R.E.CO. Raggruppamento Esplorante Corazzato, dotato di nuovi ed efficienti mezzi corazzati, che si erano battuti degnamente I quadri e il personale di questi reparti provenivano in massima parte dalla cavalleria, e questo portava una elevata efficienza tecnica ed un complesso di sentimenti e tradizioni tali da costituire strumenti di guerra ad altissimo livello. Ne faceva parte la Divisione Ariete II nel settembre ’43 furono schierati a difesa di Roma, nei nodi cruciali della via Salaria, via Flaminia, via Claudia e via Cassia a Bracciano nel bivio con Tolfa e a difesa della Cassia al lago di Monterosi. Resistettero ad attacchi di forze soverchianti come la 3ª Panzergrenadierdivision forte di 25.000 uomini, la più importante in Italia. Gli italiani riuscirono a contrattaccare infliggendo gravi perdite al nemico. In questo contesto si colloca l’azione eroica di Audino Bombieri, che distrusse due panzer tedeschi e uccise vari soldati. Ma l’efficace ed eroica azione dei carristi italiani fu vanificata dall’ordine giunto alle 15 del 9 ottobre da parte del Generale Carboni, di spostarsi a Tivoli, lasciando aperta la strada della capitale all’esercito tedesco. Fu la disfatta, la resa, nonostante gli atti di eroismo di militari e civili sostenuti dalla educazione a rispondere per la difesa della patria.
Presidnete ANPI Bracciano, Dario CavinatoGen. Carlo CadornaIl Gen. Cadorna con Noferi
Ecco la motivazione per il conferimento della Medaglia d’Oro a Udino Bombieri: «Capocarro e vice comandante di plotone, ricevuto l’ordine di abbandonare il proprio semovente ormai inutilizzato da una perforante germanica, già ferito, ordinava al marconista e al pilota di lasciare il semovente e rimaneva sotto le raffiche nemiche per inutilizzarlo completamente. Colpito nuovamente da schegge di granata non abbandonava il carro fino a che non era sicuro di lasciarlo completamente fuori uso nelle mani del nemico. Caduto ferito mortalmente faceva cenno al proprio comandante di plotone che cercava di avvicinarglisi e di portargli soccorso di non curarsi di lui, di non esporsi, di tornare al suo plotone in combattimento. Continuava il fuoco con la mitra, accasciato poco lontano dal proprio carro in fiamme, fino a che non veniva colto alle spalle e ucciso a revolverate da granatieri germanici».
Udino Bombieri Medaglia d’Oro al Valor Militare, Serg. Magg. Rgt. Lancieri di Vittorio Emanuele II (10°).
Lo storico Massimo Perugini che da anni consulta gli archivi, raccoglie le testimonianze, e analizza gli eventi di quei mesi, offre le sue conclusioni sull’assoluto eroismo di quei soldati uccisi e di molti altri che decisero di resistere all’invasione. Spesso lasciati soli dai loro superiori ma decisi a reagire e a combattere per riscattare dal vergognoso spirito di resa. Ritiene che la motivazione del conferimento dell’onorificenza a Bombieri, non sia esatta, e che i fatti siano stati diversi. Lo si potrebbe ipotizzare dalle eccezionali foto scattate da un giovane di Bracciano il giorno dopo, nel quale si vede il corazzato semovente distrutto, immobilizzato in un uliveto, la mitragliatrice prelevata dal Sergente maggiore e quindi la possibilità che lui sia stato ucciso non da soldati nemici che lo avrebbero colto alle spalle, ma da una scheggia di granata che aveva colpito il suo mezzo corazzato mentre stava recuperando la mitragliatrice.
Questa ipotesi viene ripresa da Giorgio Sala, ricercatore storico e figlio del giovanissimo fotografo che scattò quelle immagini. Infatti la sua famiglia aveva dato asilo ai due soldati dell’equipaggio del mezzo di Bombieri, nascondendoli e fornendoli di abiti civili. Lui il 10 settembre si era recato sul luogo dei combattimenti e aveva scattato tre fotografie, che insieme ad altro materiale documentale fanno parte di una mostra che sarà inaugurata nel pomeriggio al Chiostro degli Agostiniani a Bracciano.
L’ultimo intervento a chiusura della mattina, la eccezionale testimonianza di Jole Mancini, la partigiana gappista che, nonostante i suoi 103 anni, conserva una memoria lucidissima della sua azione resistenziale, della sua detenzione a via Tasso, sede delle SS, dove ebbe modo di conoscere bene i metodi di Erich Priebke: nonostante le torture subite non tradì mai il marito Ernesto Borghesi, M.A.V.M., anche lui nei Gap romani, e gli altri combattenti. E ricorda come, appena prima dell’ingresso delle truppe alleate a Roma, facesse parte di un convoglio di prigionieri che avrebbe dovuto essere trasferito nei campi in Germania, ma il suo autocarro ebbe un guasto e fu riportata in via Tasso, per poi essere liberata il 4 giugno. E va ricordato che l’altro autocarro invece si fermò in località La Storta, sulla via Cassia, i prigionieri fatti scendere e fucilati. Tra loro Bruno Buozzi, tra i fondatori della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, il grande sindacato unitario.
Storico Masimo PeruginiGiorgio Sala, ricercatore storicoJole Mancini, partigiana
L’intervento della Vicepresidente Nazionale Silvia Costa: “Un onore e un’emozione portare, come Vicepresidente della ANPC, insieme a Gianfranco Noferi, il saluto della Presidente Garavaglia e della nostra Associazione, alla celebrazione promosso dall’Anpi con le Associazioni partigiane e combattentistiche, per gli 80 anni da quell’8 settembre 1943 in cui Roma visse drammatiche giornate dopo l’armistizio e la fuga del re e si realizzò una inedita alleanza tra militari e civili nella difesa di Roma dalla reazione e dalla occupazione tedesca. Quella lotta in risposta alla mancata difesa per ordini contraddittori e omissivi di alcuni vertici militari, lasciò sul campo quasi 1000 morti tra militari e civili, mentre dal 9 settembre alcuni gloriosi reparti dell’esercito regolare tentarono di impedire ai tedeschi di occupare Roma. Sarebbe importante anche per coinvolgere i giovani legare e segnare i tanti luoghi in cui si manifestò la resistenza militare e civile romana in un ideale e reale itinerario della memoria della liberazione di Roma inserendoli nell’itinerario culturale EU cui abbiamo dato vita a Strasburgo, la Route de le liberation. E vengono alla mente due icone della cinematografia italiana: “Roma città aperta” di Rossellini e “L’Agnese va a morire” del compianto regista Guido Montalto che ci ha lasciato qui a Roma qualche giorno fa. Dal 10 settembre al 4 giugno 1944, quando le forze alleate liberarono la città, Roma fu teatro di gravi persecuzioni, arresti, uccisioni, fino all’eccidio delle Fosse Ardeatine e alla deportazione di oltre 2000 ebrei dal ghetto il 16 ottobre ‘43. E penso a solo due giorni prima della liberazione all’uccisione di Bruno Buozzi e di don Giuseppe Morosini a Forte Bravetta e l’uccisione di Eugenio Colorni, uno dei firmatari del manifesto di Ventotene. Ma ricordiamo anche che quella data segnò il sacrificio di tanti uomini e donne, laici e religiosi, tra i quali i cattolici ebbero un ruolo di rilievo. Tra i militari ricordo il Colonnello Cordero prima imprigionato a via Tasso e poi ucciso alle Fosse Ardeatine come, tra i religiosi, Don Pappagallo o Suor Teresina, colpita per aver ospitato feriti alla Montagnola. Ricordo che 4500 ebrei e perseguitati sono stati nascosti e salvati nei conventi di Roma con protagoniste molte suore coraggiose, come finalmente emerge da testimonianze, e da storici tra i quali Suor Grazia Loparco e nel suo libro “Il secondo piano: Roma 1944: una storia di ebrei, di suore, di coraggio e carità” con la presentazione di Ritanna Armeni che racconta l’ospitalità che dettero in un convento sulla Nomentana a tre famiglie ebree al secondo piano e a tedeschi nell’infermeria al piano terra grazie al coraggio di una superiora e consorelle. Dobbiamo ricordare i politici delle diverse formazioni politiche tra cui i democratici cristiani che nella clandestinità preparavano le basi della democrazia come la pubblicazione del popolo clandestino dall’8 settembre ‘43 fino al giugno ‘44 con capo redazione Gonella e Spataro, Pastore, Cingolani. Sempre più si riconosce il ruolo della resistenza civile, disarmata, accanto a quella armata che ha visto un grande protagonismo e presenza di organizzazioni cattoliche e che era volta a salvare vite umane, proteggere case, evitare la violenza anche intercedendo con i tedeschi, isolare il nemico, organizzare scioperi per la pace, rallentare la produzione , ospitare e nascondere ebrei e perseguitati. Un impegno nella accoglienza, rifugio, nascondimento, protezione, che fu un diretto ed indiretto contributo alla resistenza morale e popolare. Ma prima dell’8 settembre, dopo la destituzione di Mussolini il 15 luglio ‘43, tutte le forze politiche della resistenza preparavano il terreno ed i principi e le proposte per la futura costituzione e le istituzioni democratiche. Qui si colloca nel 1942 la Fondazione della DC da parte di Gasperi, la nascita del Popolo clandestino con Gonella e la elaborazione profetica, guidata da Paronetto, Vanoni, Dossetti, del Codice di Camaldoli che anticipava l’impianto della Costituzione soprattutto sul versante sociale ed economico. Il 9 settembre fu costituito a Roma il CLN a via Poma che poi si riunirà a casa Spadaro e quindi in Piazza Santi Apostoli, con la partecipazione di tutti i capi politici dei partiti antifascisti. Nel CLN Si posero le basi unitarie a fondamento della Costituzione repubblica democratica e alcune riunioni al seminario di Santa Maria maggiore dove furono nascosti Nenni, Saragat ed altri antifascisti. Oggi e durante questo anno che segnò la Liberazione di tante città italiane, dobbiamo ritrovare quella ispirazione, quell’amore per libertà e democrazia, quella volontà di rendere Roma davvero una città della convivenza, della pace, della solidarietà e legalità in una nuova alleanza tra uomini e donne di buona volontà. I giovani devono sapere, devono conoscere attraverso la narrazione e le testimonianze e l’impegno delle nostre Associazioni per capire i valori umani etici e politici della resistenza contro ogni rischio antidemocratico e neofascista, nel nome della dignità della persona e del bene comune. Grazie”.
La Vicepresidente ANPC Costa con De Sanctis Segretario Generale ANPISilvia Costa con Luciana Romoli, partigiana romana, nei giorni dell’8 settembre testimone e partecipe della Difesa di RomaL’attrice Ilaria Patamia legge alcune pagine di “Cuore di Donna”la testimonianza di Carla CapponiLa partigiana Jole Mancini, 102 anniIl partigiano Mario Di MaioIl partigiano Angelo Nazio
Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Law nel menu, oppure leggere la Privacy Policy di Automattic. Per info:
http://automattic.com/privacy/