GIORNO DELLA MEMORIA 2019 ALLA CASA MADRE

Nella sede della Confederazione delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane a Piazza Adriana, Roma si è svolta lunedì 28 gennaio 2019, la celebrazione della Giornata della Memoria, alla presenza dei rappresentanti delle Associazioni, diverse Autorità e numerosi giovani delle terze medie dell’Istituto Giovanni Falcone di Cascina. Per l’Anpc erano presenti i Vicepresidenti Nazionale, Angelo Sferrazza e Annamaria Cristina Olini e il Consigliere Nazionale Aladino Lombardi.
Nel silenzio la mattinata si apre con dei video di intense immagini di repertorio sulle condizioni dei prigionieri nei lager nazisti e un pezzo di un film sulla liberazione degli americani. Il video inizia e termina con la scritta: “Mai più…”.

Piccolo ed emozionante accompagnamento musicale con Michele Tisei al violino e al piano Beatrice Zocca (figlia di Adalberto Zocca, Vicepresidente storico dell’ANMIG, recentemente scomparso nel cui ricordo si leva un applauso commosso dalla sala).
Prende la parola il Presidente della Confederazione, Prof. Claudio Betti, con un abbraccio ideale a tutti coloro che hanno sofferto l’inumanità delle leggi razziali ricordando le parole di Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Ribadisce l’importanza di testimoniare quello che fu, anche se i sopravvissuti sono sempre meno, per scuotere le coscienze e condannare tutti quelli che anche oggi purtroppo inneggiano ai contenuti del fascismo. Vergogna è il grido verso chi ha negato la libertà e la dignità umana. “Ricordare è lottare affinchè la storia non si ripeta” ha affermato con forza. Chiude il suo discorso raccontando di un preside americano, sopravvissuto alla Shoah, che ogni anno ai suoi docenti scriveva una lettera all’apertura dei corsi esortandoli ad aiutare i loro studenti a diventare essere umani in primis. È l’invito che fa anche oggi alle Scuole.
Segue un video con testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento e la testimonianza davvero toccante dal vivo di un sopravvissuto, Michele Montagano, classe 1921, vicepresidente nazionale Anmig, reduce dai campi di prigionia e ultimo sopravvissuto dei 44 eroi di Unterlüss: “Chiusi nei lager, soldati e ufficiali, dovevamo sopportare la disciplina rigida e vessatoria, le sadiche punizioni, la fame terribile, il rigore del clima senza adeguati indumenti, la mancanza d’assistenza sanitaria, la sporcizia, i parassiti, la privazione di notizie da parte delle famiglie, la lenta distruzione della personalità, per ridurci a cani randagi”. “La mia – ha precisato Montagano – non è stata solo una prigionia, è stata una vera Resistenza contro la Germania nazista, espressa con una piccola ma grande parola: “NO”; quel “NO” che abbiamo gridato sino alla fine, a costo del supremo sacrificio della vita, quel NO che andava contro il nostro stesso corpo che per sopravvivere voleva far smettere quelle atroci torture”. Furono circa 700.000 gli internati. Montagano sopportò 8 anni di prigionia: erano costretti a lavorare almeno 11 ore al giorno, al freddo, patendo la fame, umiliati ed insultati senza poter reagire “temendo torture fatali”. Il suo appello ai giovani: “Ricordatevi di noi non per quello che abbiamo patito ma soprattutto per la nostra scelta, una scelta democratica, di libertà e di pace”. Prende la parola dopo un lungo applauso con standing ovation per Michele Montagano, l’Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis: “Il dovere della memoria ci impone di ricordare oltre alle vittime del genocidio, anche tutti coloro che hanno aiutati tanti ebrei a salvarsi e poi a tornare in Palestina”.
E poi la testimonianza di un giovane ventenne, Bernard Dika, Alfiere della Repubblica Italiana. Questo importante riconoscimento premia il suo merito nello studio, in attività culturali, scientifiche, artistiche o sportive nonchè l’impegno nel volontariato o singoli atti o comportamenti ispirati ad altruismo e solidarietà. Nel 2015 Bernard Dika è stato eletto Presidente del Parlamento Regionale degli Studenti della Toscana e ha promosso iniziative per il mantenimento della memoria delle stragi nazifasciste perpetrate in Toscana nell’estate del 1944 ed ha rappresentato gli studenti toscani nelle ricorrenze dell’Eccidio di Sant’Anna di Stazzema e dell’Eccidio del Padule di Fucecchio. Ha posto all’attenzione delle istituzioni le istanze degli studenti toscani e si rivolge sempre ai giovani affinchè possano diventare sempre di più protagonisti e non più spettatori del nostro paese. Ma come può essere possibile realizzare questo concretamente? Innanzitutto conoscere la storia è qualcosa di importante, ma se pensiamo alla storia solo come ad un ricordo di qualcosa di eroico o lontano non serve a nulla e non avrebbe senso celebrare un solo giorno all’anno la giornata della memoria. “I testimoni sopravvissuti che oggi sono qui e che abbiamo la fortuna e l’onore di ascoltare e conoscere, non sono eroi. Se pensiamo a loro come degli eroi noi non ci sentiremo mai in grado di fare quello che hanno fatto loro…li vedremo sempre come un qualcosa di lontano da noi. Invece anche noi nel nostro piccolo possiamo e dobbiamo dire NO ad ogni forma di sopruso: per esempio se in classe c’è una persona più debole che subisce una ingiustizia, possiamo e dobbiamo difenderla. E così, dai piccoli gesti che si arriva a cambiare ciò che non va. Il primo passo è non voltarsi dall’altra parte, non essere indefferenti – come diceva la Senatrice Liliana Segre – non far finta di niente, non pensare che la guerra è una cosa lontana da noi e che quindi non ci riguarda. Quella guerra lontana oggi, domani può bussare alla tua porta”. Incoraggia quindi tutti i giovani, portando anche l’esempio di Bartali che salvò tante vite nascondendo documenti falsi nella canna della sua bici, e conclude con una bellissima frase di San Giovanni Paolo II: “Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!”.
Segue la testimonianza di Mario Marsili, superstite della strage di Sant’Anna di Stazzema del 12 Agosto 1944: aveva solo 6 anni quando i tedeschi arrivarono in quel paesino. A colpi di fucile e incendiando le case, morirono centinaia di civili inermi, che lì si erano nascosti e rifugiati (per arrivarci ci volevano due ore di camminata). “La mattina, alle ore sei, sono venuti questi tedeschi, ci hanno preso, ci hanno portato nella stalla, dove poi ci avrebbero dato fuoco. Mia madre mi mise a cavalcioni dietro una porta dove c’erano due massi raccomandandomi di stare lì in silenzio. La mamma era dentro, però per la paura, che questi tedeschi mi vedessero, si era precipitata verso la porta. Vidi mia madre per difendermi e non farmi scoprire, colpire con lo zoccolo (l’unica “arma” che aveva) quel tedesco. A questo gesto il tedesco la colpì fino ad ucciderla, lì davanti ai miei occhi. Qualcuno poi mi trovò. Mi portarono all’ospedale di Valdicastello, dove ebbi le prime cure, perchè ero tutto bruciato, ma lì i dottori mi diedero per spacciato essendo troppo gravi le ustioni riportate; tuttavia mia zia mi portò a Marina di Pietrasanta, dove c’erano delle suore che mi curarono con tanto amore per un anno e mezzo. E piano piano riuscii a guarire”. Il 25 aprile del 2003 l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, conferì a Genny Bibolotti Marsili, la sua mamma, la medaglia d’oro al valore civile, con la seguente motivazione: “Con istintivo ed amoroso slancio, anche se gravemente ferita, per salvare la vita al figlioletto che aveva nascosto, non esitava a richiamare su di sé l’attenzione di un soldato tedesco, scagliando sul medesimo il proprio zoccolo, ottenendo in risposta una raffica di mitraglia che ne stroncava la giovane esistenza. Genny Bibolotti Marsili. Nobile esempio di amore materno spinto fino all’estremo sacrificio”. Mario Marsili termina dicendo: “Questa è la mia testimonianza per dire NO alle guerre! Lottiamo insieme per la pace e la democrazia!”.
La Fanfara dell’arma dei Carabinieri ha suggellato la chiusura della celebrazione del Giorno della Memoria con l’Inno di Mameli.

(Una bella Galleria FOTOGRAFICA con cronaca della mattinata anche su: http://www.anmig.it/casa-madre-il-giorno-della-memoria/)


Il 27 gennaio di 74 anni fa il campo di Auschwitz veniva liberato. La fine “dell’orrore e del male assoluto, indicibile”, come lo ha definito il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Quirinale in occasione della cerimonia per Giornata della Memoria, quest’anno dedicato alle donne nella Shoàh. Diciamo subito che il momento che stiamo attraversando ci impone a considerare la Giornata della Memoria non una data a ritualità obbligata, ma riflettere su cos’è stato l’Olocausto, non incidente della storia, ma la lucida scelta di una ideologia malvagia e disumana, che ha messo in atto una macchina costruita per la “soluzione finale”, non solo del popolo ebraico, ma anche di oppositori politici, disabili, malati di mente, omosessuali , testimoni di Geova, rom sinti e slavi. Un elenco ricordato dal Presidente Mattarella non per puntigliosa precisione notarile, ma per evidenti motivazioni politiche. Ma l’orrore dell’Olocausto rimane sempre: il piano di cancellazione di un popolo, contro il quale da sempre si riversano odio e disprezzo. Colpisce che un Senatore della Repubblica, Lanutti, citi un testo come I “protocolli” dei “savi anziani” di Sion un falso clamoroso, che ebbe circolazione non solo in Germania. In Main Kamps Hitler scrisse “ Quando questo libro diventerà breviario di tutto il popolo il pericolo ebraico potrà essere considerato scomparso”. In Italia il testo fu pubblicato per la prima volta nel febbraio 1921, prima della marcia su Roma e poi nell’ottobre del 1937 e nel ’38, a cura di Giovanni Preziosi un luciferino personaggio.Segno che l’antisemitismo era da sempre un elemento caratterizzante del fascismo. Sul libro ci torneremo, perché riserva qualche sorpresa. Ora se si arriva a citare un libro come questo, significa che l’intossicazione antisemita sta riemergendo. Prima il negazionismo, esercitazione intellettualistica, che pure ha trovato qualche compiacente sponda politica. Ora un antisemitismo minaccioso che si manifesta in forme anche violente e che trova pericolosa attenzione anche a livelli istituzionali, soprattutto in qualche Paese europeo del Centro Europa, da un passato non esattamente limpido. A questo rinnovato antisemitismo si aggiungono segnali di xenofobia e razzismo, alimentato da forze politiche che ne fanno quotidiano uso a fini elettorali. Consola vedere quante scuole affrontano questi temi.
Anche ieri al Quirinale c’erano ragazzi impegnati, guidati da insegnanti sensibili. Una via obbligata questa dei giovani. Si contano sulle dita di una mano i testimoni diretti, come ieri la poetessa Edith Bruck. Rendere la memoria cultura di fondo, insegnamento da trasferire da generazione a generazione. Questo dipende da noi, che viviamo il tempo del trapasso. Una grande responsabiltà, ma un dovere verso i milioni di morti, affinché non possano dire di “essere morti invano”.

Verrà posata una nuova pietra d’inciampo a Milano nella settimana della Memoria con una cerimonia pubblica : una pietra per Franco Rovida, eroico tipografo de “Il Ribelle” arrestato pochi giorni dopo Bianchi e Olivelli e morto nel campo di concentramento di Melk. Ecco la sua breve biografia:

Non a tutti è data la possibilità di essere ricordati con affetto e ammirazione. Giuseppe Accorinti lo sarà. Per la sua personalità, cortesia da gentiluomo d’altri tempi, ma soprattutto per la sua coerenza e legame con un passato che riusciva a far rivivere, un passato fatto di coraggio, ideali, sacrificio, generosità ed entusiasmo. La sua carriera all’Eni e consociate è stata importante, con grandi esperienze all’estero in un momento storico vivace e di cambiamento in vaste aree di Asia e Africa, tutte convergenti nel Mediterraneo. In questi giorni di dolore non vogliamo illustrare un curriculum, ci saranno altre occasioni, ma cogliere l’essenzialità della sua vita. Che è stata sempre di prima linea, ma mai discostandosi dalle sue ferme convinzione e dal profondo spirito cristiano. Era una generazione quella, uscita dalla guerra, fatta di giovani già adulti e che avevano avuto grandi maestri. Un momento della nostra storia che si vorrebbe ignorare, cancellare, condannare all’oblio e sostituirla con una “falsa” memoria. Sarebbe tempo di agire per recuperare quella memoria e combattere la sua attuale, rozza e sfacciata manipolazione. Giuseppe fino all’ultimo giorno ha lavorato al “suo” libro Quando Mattei era l’impresa energetica_ io c’ero. Volume giunto alla sua quarta edizione arricchito di nuovi documenti e testimonianze, soprattutto su Enrico Mattei, di cui aveva scrutato fino al fondo la sua complessa personalità. Giuseppe si era molto impegnato nell’azione dell’ANPC individuandone la peculiarità e l’altezza dei valori. Per ora lo ricordiamo indaffarato fra centinaia di pagine, troppe come diceva l’editore. Avrebbe dovuto tagliarne molte … Immaginiamo la sua difficoltà a farlo. Perchè Giuseppe apparteneva a quelle persone che con Cicerone del de senectute pensano che Memoria minuitur … nisi eam exerceas. Gius

