ANPC Nazionale

Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

Contributi alla riunione del 3 Febbraio

Il Contributo di Leonardo Bianchi

Caro Bartolo, purtroppo, non potrò partecipare ai lavori di oggi pomeriggio per concomitanti impegni fiorentini, assunti in precedenza. Ci tengo, però, a trasmetterVi questo messaggio.
L’iniziativa proposta merita sincero e profondo apprezzamento, oltreché in relazione alle contingenti traversie subite dall’associazione in questi ultimi tempi, proprio perché i valori della Resistenza cristiana, ampiamente condensati nel corso della stesura del Codice di Camaldoli, debbono costituire l’asse portante di una rinnovata cultura della Costituzione repubblicana, in quanto le stesse idee della Resistenza, che per i cristiani si espressero con incisività anche nel corso della XIX Settimana sociale dei cattolici italiani di Firenze (22 – 28 ottobre 1945), dedicata a Costituzione e Costituente, non solo stanno alla base della nostra Costituzione, ma debbono presidiare sia la continua edificazione, sia la manutenzione e la crescita dell’Italia repubblicana.
Ciò deve avvenire muovendo da una certa idea di democrazia, in cui, fra l’altro, non si possono scaricare sulla Costituzione e, più in generale, sul quadro di regole della Casa comune, le tensioni politiche di una certa contingenza storica, determinando un intreccio negativo e perverso tra piani che la storia della classe dirigente della Resistenza e del CLN hanno fruttuosamente dimostrato dover rimanere distinti.

Sulla Resistenza si fonda, infatti, l’identità della democrazia repubblicana italiana, come si ricava dal formidabile ruolo svolto dal ciellenismo nella predisposizione anche di una Costituzione materiale a sostegno di quella formale, ad oggi sostanzialmente distrutta, identità che esprime una visione di democrazia caratterizzata dal confronto dialettico, anche marcato, comunque tra formazioni politiche (senza escludere aprioristicamente che la forma partito novecentesca possa, ad oggi, forse anche essere rimessa in discussione) e non da un assetto verticistico del potere, con forti venature demagogiche.

E’ proprio da questo quadro di valori che possiamo, e dunque dobbiamo voler ricostruire un’Italia ed un’Europa (dei popoli e dei Parlamenti quest’ultima, non più solo dei Governi) migliori di quelle attuali. L’istanza di governabilità e di efficienza potrà trovare un nuovo punto di equilibrio con quella di garanzia e di confronto, ma partendo comunque dall’abbandono della linea di scontro tra queste due diverse visioni di democrazia e senza scaricare sulla Costituzione patologie che sono proprie dell’attuale sistema politico e non dell’assetto istituzionale, e neppure del sistema elettorale (ricordiamoci che, nella scorsa legislatura, il Governo formatosi subito dopo le elezioni godeva di un’ampia maggioranza in entrambe le Camere, e tutti ricordiamo come è andata a finire).
Alcune limitate riforme sul piano istituzionale si rendono, bensì, necessarie, ma nella consapevolezza che non siano, di per sé, sufficienti: occorre un supplemento d’anima nella politica, quel supplemento che anche i più recenti metodi posticci, sbrigativi e verticistici di selezione della classe politica si dimostrano del tutto inadeguati ad incarnare: e se ne ha la riprova praticamente tutti i giorni.   La rilettura e la meditazione delle vicende istituzionali, politiche e giuridiche, legate al ruolo dei Comitati di Liberazione Nazionale, del Patto di Salerno e delle Costituzioni provvisorie, che portarono all’elezione dell’Assemblea Costituente a fondamento della Repubblica è bene che portino a riassaporare il gusto dell’essere “ribelli per amore” come nella preghiera di Teresio OLIVELLI (che non sarebbe male aprisse o chiudesse ogni nostra riunione), dell’antitesi ad ogni conformismo, vecchio o nuovo che sia. Solo così, nell’attuale stato delle cose socio – politiche sarà possibile provare a ricostruire quella coesione in tutte le filiere della nostra società e quella buona politica di cui il Paese ha bisogno come il pane: è la buona battaglia da combattere oggi nello spirito della Seconda lettera di S. Paolo a Timoteo.

Proprio nel momento in cui c’è chi intende perseguire disegni individualistici di soddisfazione di ambizioni personali e di poteri privati, che niente hanno a che fare con il bene comune e lo spirito di servizio (e, forse, molto poco anche con la rettitudine di coscienza) “La Resistenza fondamento della nostra identità” avvii la formazione di un movimento di opinione pubblica ampio e diffuso e dalla voce libera, forte, chiara e coraggiosa.   Anche questo ritengo sia un modo (forse, nell’ambito socio – politico, “il” modo) di testimoniare la Speranza che è in noi. Sono, quindi, personalmente e come Presidente di Amici di Supplemento d’anima / CSC, se non fisicamente, totalmente con Voi in spirito, mettendo fin d’ora al servizio del progetto la mia e nostra disponibilità, con tutta l’umiltà, ma anche la determinazione possibile.    Un caro abbraccio nel Signore,    Leonardo BIANCHI

Il contributo di Paolo Acanfora

Il progetto dell’ANPC approntato per l’anniversario della Resistenza ha come focus principale la formazione dei giovani. Ovviamente questo comporta che si debbano trovare gli strumenti adeguati per interloquire efficacemente con un mondo giovanile che ha molte peculiarità.

Schematicamente credo possa essere utile far riferimento ai seguenti approcci:

1)      non insistere tanto sul tema della visione precipuamente cattolica della Resistenza ma, piuttosto, sul modo in cui i cattolici hanno partecipato ad una esperienza condivisa che è stata alla base della costruzione dell’Italia postfascista;

2)      esplicitare la sensibilità specifica dei cattolici, sottolineando quegli elementi che ne hanno caratterizzato il contributo alle vicende resistenziali e in sede costituente. Secondo questo approccio il nuovo stato da costruire era innanzitutto: a) un aspetto della costruzione di un mondo nuovo, di una nuova civiltà, di una civiltà nazionale ed internazionale cristianamente ispirata; b) fondato, ancor più che sulla Resistenza, sull’esperienza drammatica della II guerra mondiale considerata il vero tornante, il punto di svolta della crisi della civiltà;

3)      circa la cosiddetta “zona grigia”, mi pare si possa considerare poco utile qualsiasi polemica con la categoria defeliciana perché la Resistenza è stata, senza dubbio, una guerra civile condotta, com’è ovvio, da minoranze. Ciò non significa che, come propose correttamente Pietro Scoppola, non vada articolato il discorso, analizzato e valorizzato il ruolo non immediatamente militare della popolazione civile che ha dato sostegno all’azione partigiana. Questo, tuttavia, senza mistificare la realtà, cioè non tacendo l’ampio consenso di cui il regime fascista ha goduto anche sin dentro la guerra e ben oltre le leggi razziali, costruendo l’immagine di una popolazione quasi intrinsecamente antifascista;

Sul delicatissimo tema della peculiare sensibilità e psicologia giovanile, occorre tener conto innanzitutto della scarsa sensibilità politica, che significa scarso interesse nelle vicende della politica ma anche analfabetismo politico (ignoranza delle regole fondamentali della politica, del senso delle istituzioni e ovviamente delle vicende storiche). Se si vuole sollecitare un interesse che non sia estemporaneo e didascalico occorre tenere in considerazione questo aspetto.

A mio avviso sarebbe utile declinare diversamente la tradizionale frattura fascismo/antifascismo. In questa direzione:

1)      sarebbe intelligente portare la questione soprattutto sul piano dell’umanità di chi combatteva per la libertà. Utili, ad esempio, potrebbero essere le lettere dei partigiani. In un momento in cui i protagonisti stanno per ragioni anagrafiche scomparendo, questa mi sembra una via adeguata per riportare quell’esperienza sul piano della umanità, della tragicità della scelta, dell’enorme sacrificio che quella scelta implicava;

2)      altro aspetto su cui insistere è la condivisione. Questo è un punto centrale: la Resistenza e poi la costituzione sono momenti cruciali per far capire quanto sia importante condividere le scelte fondamentali, riscrivere le regole del gioco con il più ampio consenso possibile. Questo implica qualcosa di fondamentale sul piano politico: a) la rinuncia a qualsiasi evocazione di identità chiuse; b) il riconoscimento della democrazia liberale parlamentare come il sistema che più garantisce il rispetto delle regole, la dimensione dialogica della democrazia, la rappresentanza in una società pluralista e fortemente differenziata ed articolata;

3)      altro aspetto cruciale e connesso a quanto detto: il rifiuto (che in realtà è stato piuttosto smentito nel secondo dopoguerra) della dialettica nazione/antinazione. Sul piano pedagogico questa cosa è decisiva, proprio per sottolineare gli aspetti prima richiamati. Si è parte di una medesima comunità, di cui si condivide il destino e non esistono soggetti antinazionali, i nemici interni da combattere. Sul terreno della Resistenza questo significa la valorizzazione della nuova (o delle nuove) idee di nazione che emergono o riemergono dopo venti anni di fascismo. Ciò significa la messa in discussione della categoria della morte della patria. Sarebbe utile in questo senso andare a riprendere in mano Salvatore Satta e il suo De Profundis perché è un documento eccezionale (oltreché raffinato) per capire qual era lo stato d’animo di allora. Ma allo stesso tempo denunciare i limiti – direi anche di metodo (come fece subito Traniello) – dell’uso di questa categoria sul piano storiografico.

In questo modo ciò che si ottiene è, credo, di insistere non tanto sui dati immediatamente politici, non tanto sulle culture politiche (che si possono anche richiamare, ovviamente), sulle elaborazioni ideologiche, sugli aspetti programmatici etc., quanto sulla dimensione esistenziale e sulla necessità della condivisione come pietra angolare della convivenza democratica. È un modo, cioè, per insistere non sulle diversità ma sugli aspetti comuni, in un piano che è prima esistenziale e poi politico.

Il saluto di Serafino Zilio

Onorevole e carissimo amico Ciccardini,

come da recentissima telefonata Ti informo che, con mio sommo rammarico, non potrò essere con Voi tutti all’importante evento di oggi, presso l’Istituto Sturzo, per pressanti problemi familiari.

Con la mia preghiera di giustificarmi presso tutti i convenuti, esprimo il più sincero e condiviso augurio di buon lavoro, sapendo di poter contare sulla Tua preziosa e tempestiva reportistica dei lavori stessi.

Tutto ciò per il comune lavoro intrapreso da me, portato avanti in particolare a Vicenza, ma anche nel Veneto tutto.

Ti ringrazio infinitamente per la tua sempre cortese attenzione.

Serafino Zilio

Presidente provinciale Acli di Vicenza

Coordinatore provinciale e regionale pro-tempore del gruppo “Resistenza e Costituzione”

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